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Venezuela, Delcy Rodriguez non è al soldo di Trump
I tentativi di guerra mediatica e di disinformazione contro il Venezuela stanno crollando sotto il loro stesso peso. Il caso più recente è quello del quotidiano britannico The Guardian, che ha pubblicato un articolo a gennaio 2026 intitolato “Delcy Rodríguez ha assicurato la cooperazione degli Stati Uniti dopo la cattura di Maduro”, smentito dallo stesso governo venezuelano attraverso l’account X Miraflores al Momento. A questo proposito, il giornalista internazionale Carlos Montero ha commentato un thread su X della politologa spagnola Irene Zugasti, la quale ha affermato che si tratta di una rielaborazione del Miami Herald. Zugasti ha sottolineato che il testo perde ogni rigore nella parte del racconto in cui si cerca di descrivere il presidente in carica. “Sarebbe rigoroso presentare qualcosa di più di una serie di congetture sotto forma di fughe di notizie e voci e trasformarlo in un’esclusiva”, ha sostenuto. Delcy Rodríguez ha dichiarato fin da subito, dopo gli avvenimenti del 3 gennaio 2026, di essere “stanca degli ordini di Washington”, riferendosi alle pressioni esercitate dagli Stati Uniti dopo i raid aerei e la detenzione del presidente Nicolás Maduro. “Basta con gli ordini di Washington ai politici venezuelani”, ha detto Rodríguez in un discorso ai lavoratori del petrolio nello stato orientale di Anzoátegui. “Lasciate che la politica venezuelana risolva le nostre controversie e i nostri conflitti interni. Basta con le interferenze straniere”, ha aggiunto. “Non abbiamo paura, perché ciò che dovrebbe unirci come popolo è garantire la pace e la stabilità a questo Paese” – ha continuato Rodríguez, secondo il quotidiano cinese China Daily – aggiungendo che “il Venezuela non avrebbe mai immaginato che una capitale del Sud America sarebbe stata sottoposta a un attacco militare da parte di una potenza straniera”, riferendosi all’incidente del 3 gennaio, quando le forze statunitensi hanno preso d’assalto Caracas e hanno arrestato con la forza il presidente Nicolás Maduro e sua moglie. La presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito inoltre – fin da subito – l’autonomia del Paese durante la Consultazione Pubblica sulla Riforma della Legge sugli Idrocarburi, respingendo le dichiarazioni del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. > Venezuela, Delcy Rodriguez: “Ley de Hidrocarburos consentirà l’attivazione > degli spazi petroliferi inutilizzati” Rodríguez ha sottolineato che il Venezuela non accetta ordini esterni e che il suo governo risponde esclusivamente al mandato del popolo, sottolineando l’importanza di relazioni diplomatiche basate sul rispetto reciproco. Di fronte a questa franchezza, non si può che ribadire la totale distorsione e manipolazione intenzionale nei sistemi mediatici occidentali. Trump e la narrazione occidentale hanno intenzionalmente distorto mediaticamente la propensione al dialogo del governo bolivariano, per spacciarlo come un “cedimento” ai suoi piedi per diffondere l’idea, ancor più grave, che il governo bolivariano di Delcy Rodriguez avesse tradito lo “spirito di Hugo Chavez” e del presidente costituzionale Maduro. Idea quest’ultima che ha influenzato anche alcuni ambienti della sinistra radicale, purtroppo. Trump ha fatto di tutto per trasmettere al mondo la falsa idea di “gestire la transizione democratica in Venezuela” , supportato dai media mainstream occidentali che veicolavano l’idea che Trump avesse dato uno “spiraglio di luce democratico al Venezuela” e che abbia sotto scacco il governo bolivariano. Il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha avuto ed ha un solo fine da parte del establishment occidentale: indebolire, attraverso i media, la credibilità internazionale della Rivoluzione Bolivariana e dividere al suo interno il movimento internazionalista in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana stessa. Il tutto con una serie di fake news. Zugasti ha aggiunto che The Guardian “è la sentinella liberale del Regno Unito, che cattura il pubblico progressista con la retorica sociale e poi la allinea agli obiettivi di politica estera del Regno Unito e della NATO nei momenti critici”. Da parte sua, Montero aveva affermato a gennaio che “le fonti, se provengono dal Miami Herald, non hanno alcuna credibilità”. Oggi questo è ancor di più confermato dai fatti. Lorenzo Poli
April 10, 2026
Pressenza
La bufala delle “esplosioni all’Avana” dopo la caduta dell’energia elettrica
Il 21 marzo alle ore 18:32 il sistema elettrico nazionale di Cuba ha avuto una caduta improvvisa e tutta l’isola è stata privata dell’energia elettrica, piombando nell’oscurità. I black-out purtroppo sono frequenti a Cuba a causa del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti e aggravato dall’ultimo provvedimento di Donald Trump del 29 gennaio scorso, che ha di fatto bloccato qualunque importazione di carburanti sull’isola. Il sistema energetico cubano si basa sul mix di energia prodotta da centrali termoelettriche e da rinnovabili, principalmente solare; il blocco delle importazioni di petrolio non permette alle vecchie centrali di produrre la corrente necessaria per l’isola e le interruzioni nella somministrazione elettrica sono una costante nella vita dei cubani. Per coloro che vivono diffondendo menzogne su Cuba con il chiaro scopo di infondere nella popolazioni ulteriori preoccupazioni la caduta improvvisa del servizio elettrico è stata come una ciliegina sulla torta. Pochi minuti dopo il black-out generale, due immagini notturne di presunti incendi in lontananza a L’Avana hanno iniziato a circolare sui social network. Non c’era un contesto chiaro, nessuna posizione precisa, nessuna conferma ufficiale, ma è bastato per mettere la popolazione in allarme. Il messaggio avvisava di due grandi esplosioni e del rumore di alcuni elicotteri. La formulazione era prudente, ma sufficiente per mettere in allarme gli utenti della rete che non hanno pensato minimamente di verificare la veridicità di questa notizia. Infatti alle 18:51, solamente 19 minuti dopo la disconnessione del sistema elettrico, Cubadebate pubblicava sui suoi canali Telegram e Whatsapp la notizia della sua caduta. Bastava poco per smascherare immediatamente la falsa notizia, ma spesso si preferisce credere a utenti ignoti che ai canali ufficiali. La notizia era diventata virale. Alle 2 del mattino, l’operatore di Atlas Network, Agustín Antonetti, ha twittato da Miami le due immagini che sarebbero associate a questa bufala. Antonetti ha assicurato che le immagini provenivano da “una persona di alta fiducia a Cuba”. Alle 2:48 del 22 marzo, un post dell’operatore politico Magdiel Jorge Castro, dalla Spagna, ha introdotto una versione più elaborata: allarmi attivati, presenza di “berretti neri”, ai vicini è stato impedito di uscire ed elicotteri che sorvolano. Quel post – trasmesso da Madrid e senza prove verificabili – è diventato uno dei nuclei iniziali della conversazione, riferisce Cubadebate. Meno di un’ora dopo, il contenuto è diventato virale a livello internazionale. Alle 3:33 del mattino, alcuni media di lingua inglese hanno amplificato la storia, citando quelle stesse fonti e consolidando una versione che non parlava più di indizi, ma di uno scenario in via di sviluppo. Un’analisi della frequenza delle menzioni all’ora sulla piattaforma X effettuata dall’Osservatorio dei media di Cubadebate consente di identificare una curva di diffusione chiaramente definita. La circolazione inizia timidamente la notte del 21 marzo e cresce durante l’alba, ma è tra le 06:00 e le 08:00 del 22 marzo che la voce raggiunge il suo apice: circa 70 menzioni all’ora nel corpus analizzato. Questo è il momento in cui la bufala cessa di essere una voce marginale e diventa una tendenza. E lo fa senza nuove prove, senza immagini aggiuntive e senza conferma istituzionale. Solo per ripetizione. A questo punto conviene fermarsi e osservare il meccanismo. La fake news non circola come una narrazione unica, ma come un insieme di cornici narrative che si sovrappongono: 1. Ci sono incidenti violenti Vengono riferite esplosioni e incendi all’Avana. È il nucleo iniziale, supportato da immagini ambigue. 2. Militarizzazione. Vengono introdotti elicotteri, forze speciali e “berretti neri”. La scena passa da un incidente confuso a una possibile operazione di sicurezza. 3. Opacità informativa Si sostiene che, a causa del black-out e dell’interruzione di Internet, non è possibile verificare cosa sta succedendo. La mancanza di informazioni si presenta come prova indiretta. 4. Geopolitica. L’episodio è proiettato verso scenari più grandi: intervento esterno, “Venezuela 2.0” o crollo del sistema politico. 5. Correzioni minoritarie. Alcune voci indicano spiegazioni tecniche: sostengono che il rumore che si sente non sono elicotteri, ma generatori elettrici e che le fotografie non sono attuali. Queste versioni appaiono presto, ma non riescono a rallentare la diffusione iniziale. La notizia è stata confezionata senza alcun riscontro visivo, non vengono citati testimoni, persone che abbiano visto quanto affermato, le immagini sono anonime e prive di contesto geografico e temporale, ma nonostante tutto questo la notizia diventa virale perché diffusa da utenti che non hanno assolutamente verificato quanto si affermava stesse avvenendo. Nelle immagini divulgate come “prova” delle esplosioni all’Avana il luogo non è identificato. Non ci sono video coerenti. Non ci sono sequenze verificabili. Tuttavia, queste immagini sono state sufficienti per stimolare l’immaginazione. In alcuni casi, sono state addirittura trasformate: sono stati aggiunti testi, iconografie di elicotteri, insegne “last minute” e presunte prove della NASA. L’analisi consente di identificare un modello chiaro: la voce non emerge nei grandi account, ma raggiunge una scala virale non appena la incorporano nel loro flusso di pubblicazioni. Si tratta di profili collegati a media ad alto impatto, aggregatori di notizie e attori chiave dell’amplificazione. Non hanno verificato le informazioni prima di diffonderle; le hanno riconfezionate, condensate in formule che ne facilitavano la circolazione rapida, o semplicemente le hanno ridistribuite a un pubblico molto più ampio. In quel transito, le voci si sono stabilizzate. La notizia ha smesso di presentarsi come un dubbio e ha continuato a circolare come un fatto assunto. Perché questa notizia è diventata virale nonostante sia stata scarsamente provata? La spiegazione ha varie cause che assieme hanno creato il terreno ideale per la sua diffusione. In primo luogo, il contesto ha favorito la confusione. Un black-out nazionale non è solo un guasto tecnico: altera la vita quotidiana, genera preoccupazione e rende difficile sapere cosa sta realmente accadendo. Quando l’elettricità scompare, si riducono anche le comunicazioni, l’accesso a Internet e la possibilità di confrontare le versioni. In una situazione del genere, cresce il bisogno di spiegazioni immediate e con esso la vulnerabilità di fronte alle illazioni. In secondo luogo, quella notizia non è apparsa nel vuoto. Per anni, una parte dell’ecosistema mediatico e politico ha interpretato quasi ogni episodio accaduto a Cuba come un segno di crollo, caos interno o imminenza di un esito più grande. Quel quadro interpretativo era già disponibile. Ecco perché, quando immagini confuse e strani suoni sono apparsi nel mezzo del black-out, una parte del pubblico era predisposto a leggerli non come fatti incerti o isolati, ma come prova di una crisi più profonda. In terzo luogo, i social media sono progettati per premiare la velocità, l’emotività e l’impatto. Un messaggio allarmante, diffuso nel momento di massima incertezza, circola meglio di una spiegazione prudente o di una verifica che richiede più tempo per essere trovata. In pratica, ciò significa che molti account preferiscono pubblicare immediatamente ciò che “sembra accadere” piuttosto che aspettare di verificarlo. L’incentivo non è quello di colpire, ma arrivare per primi e attirare l’attenzione. Inoltre, questo tipo di bufala di solito non si presenta all’improvviso come una grande bugia evidente. Si costruisce passo dopo passo. Prima appare un bagliore lontano. Poi qualcuno lo chiama incendio. Più tardi si parla di esplosione. Poi si aggiungono elicotteri, forze speciali o movimenti strani. Infine, tutto questo viene riordinato come se fosse parte della stessa scena di crisi. Ogni passo, fatto separatamente, può sembrare credibile; il problema è che la somma delle congetture finisce per presentarsi come se fosse un fatto confermato, analizza il sito Cubadebate. Analisi completamente condivisibile, ma non bisogna dimenticare che, come detto, la verità era a disposizione degli utenti 19 minuti dopo la disconnessione del sistema, quindi era facilmente verificabile che si trattava di una colossale bufala. L’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica non dipendeva da nessuna esplosione, da nessun intervento militare, ma dalla disconnessione dal sistema elettrico nazionale della centrale di Nuevitas. Pensare che la notizia sia stata creata e amplificata nella sua diffusione da account riconducibili ai soliti controrivoluzionari che operano sull’isola non è certamente fantasia. So benissimo che quando la corrente se ne va le comunicazioni sono difficili e Internet funziona a singhiozzo, ma se stai su X e  diffondi notizie non verificabili la tua connessione funziona benissimo. Se non diffondi la verità che Cubadebate prontamente ha pubblicato allora c’è del dolo e non solamente la necessità di trovare una giustificazione a quanto sta accadendo. Diffondere false notizie per aumentare le preoccupazioni della popolazione cubana, chiamata anche guerra cognitiva,  è una precisa strategia di destabilizzazione dell’ordine sociale dell’isola condotta da tempo da quelli che della controrivoluzione vivono, sia negli Stati Uniti che a Cuba. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso
L’Iran ha ucciso leader israeliani? “Il giornalismo di guerra deve muoversi in un panorama dominato da propaganda, censura e guerra psicologica. Ciò è particolarmente vero quando si coprono conflitti che coinvolgono Israele, dove la censura militare limita le informazioni e le narrazioni dei media occidentali spesso si allineano con le […] L'articolo L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso su Contropiano.
March 13, 2026
Contropiano
Venti minuti per ingannare l'IA: ChatGPT e Gemini preda della disinformazione più ovvia
Con l'avvento degli LLM, molti si sono convinti che questi siano degli oracoli assolutamente imparziali e onniscienti cui chiedere conferma della veridicità di pressoché ogni informazione. In realtà, come dimostra l'esperimento condotto da un giornalista della BBC, ingannare i chatbot (o, per lo meno, alcuni di essi) spingendoli a credere alle bufale non è poi troppo complicato. In particolare ChatGPT e Gemini, pur essendo sistemi progettati per filtrare contenuti falsi o dannosi, possano essere indotti a generare informazioni errate con sorprendente rapidità. Il giornalista in questione, Thomas Germain, non aveva l'obiettivo di violare sistemi informatici o sfruttare vulnerabilità tecniche profonde, ma puntava soltanto dimostrare come un intervento minimo e apparentemente innocuo potesse alterare il comportamento di chatbot come ChatGPT e Google Gemini. L'intero processo di creazione dell'inganno ha richiesto appena venti minuti, serviti a Germain per creare una semplice pagina web sul proprio sito personale. Il contenuto di questa pagina era volutamente banale e costruito ad arte: un articolo che lo definiva «il miglior giornalista tecnologico al mondo nel mangiare hot dog». Non si trattava di un'informazione reale né plausibile, ma era formulata in modo tale da sembrare una dichiarazione di fatto. Leggi l'articolo
February 26, 2026
Pillole di info digitale
Venezuela, governo bolivariano smentisce fake news sulla presunta spedizione di petrolio venezuelano in Israele
Martedì 10 febbraio il governo bolivariano ha smentito una notizia falsa diffusa dall’élite mediatica contro il Venezuela. Il vicepresidente per la Comunicazione e la Cultura, Miguel Ángel Pérez Pirela, ha chiarito che la notizia pubblicata da Bloomberg, che indica una presunta spedizione di petrolio dal Venezuela a Israele, è falsa. Miguel Pérez Pirela , vicepresidente venezuelano per la Comunicazione e la Cultura, ha smentito una nuova fake news pubblicata dall’agenzia statunitense Bloomberg martedì 10 febbraio. Attraverso il suo canale Telegram, il funzionario ha etichettato come “fake news ” il rapporto che denunciava una presunta spedizione di petrolio greggio venezuelano in Israele , un’affermazione priva di fonti ufficiali e di qualsiasi prova verificabile. La smentita è stata effettuata pubblicando uno screenshot dell’articolo con un timbro rosso “FALSO”, evidenziando la falsità del rapporto. In questo modo, il governo bolivariano continua a frenare la diffusione di notizie infondate volte a destabilizzare il Paese . Il titolo di Bloomberg, citato nella pubblicazione, affermava: ” Il Venezuela invia la sua prima spedizione di petrolio greggio a Israele dopo anni dalla cattura di Maduro “. L’articolo affermava che la spedizione sarebbe stata elaborata dalla raffineria del Gruppo Bazan , presentando una narrazione progettata per minare la stabilità, la sovranità e la pace della nazione sudamericana. La fake news di Bloomberg ha basato le sue informazioni su “persone a conoscenza dell’accordo, che hanno chiesto di non essere identificate”, una pratica che teleSUR respinge per la sua mancanza di rigore . L’agenzia ha anche affermato falsamente che “all’inizio dell’anno, le forze statunitensi hanno catturato Maduro e l’amministrazione Trump ha dichiarato che avrebbe preso il controllo delle vendite di petrolio venezuelano”, un elemento centrale della disinformazione. Bloomberg ha tentato di giustificare la mancanza di prove dirette affermando che “Israele non rivela da dove ottiene il suo petrolio greggio” e che “le petroliere sono scomparse dai sistemi di tracciamento digitale una volta avvicinate ai porti del Paese”. L’agenzia ha anche fatto riferimento a una precedente spedizione di 470.000 barili nel 2020, secondo i dati di Kpler, per contestualizzare la sua affermazione. Secondo la stessa fonte, Bazan Group e il Ministero dell’Energia israeliano “hanno rifiutato di commentare”. Drammatico è che questa fake news, lanciata dalla statunitense Bloomberg, sia stata copiata da centinaia di siti e che nessuno di questi siti si sia preoccupato di pubblicare l’immediata smentita del governo venezuelano, attuando il perfetto stile del giornalismo genuflesso ai voleri di Washington.   Il governo venezuelano rimane fermamente impegnato a garantire la verità e a difendere la propria sovranità contro le campagne di disinformazione. Questo tipo di “fake news” mira a minare l’immagine internazionale del Paese e a generare incertezza sulla sua governance . La rapida risposta delle autorità venezuelane sottolinea l’importanza di contrastare la diffusione di notizie infondate che compromettono la stabilità regionale e l’indipendenza delle nazioni del Sud del mondo. Il Venezuela ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009 , durante la presidenza di Hugo Chávez, come forma di protesta contro l’Operazione Piombo Fuso, condotta dal regime sionista a Gaza (2008-2009). Tuttavia, fin dal suo inizio, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto una posizione di severa critica nei confronti delle politiche genocide ed espansionistiche israeliane . In questo contesto, il Paese caraibico si è schierato fermamente a sostegno della causa palestinese e ha denunciato negli ultimi due anni il genocidio perpetrato dal governo di Benjamin Netanyahu ai danni della popolazione della Striscia di Gaza . La fake news in questione indica che il petrolio greggio verrebbe lavorato dalla raffineria del Gruppo Bazan. Il “giornalismo” spazzatura ancora all’attacco del Venezuela Bolivariano usando fake news. Il fine è evidente: screditare il governo chavista, farlo passare come traditore e fargli perdere consenso tra i milioni di sostenitori nel mondo, primo tra tutti il movimento che difende i palestinesi dal gen0cidio.   Fonte: https://www.telesurtv.net/venezuela-desmiente-fake-news-israel-petroleo/  > “Falso”: Il Venezuela smentisce la notizia di Bloomberg su una spedizione di > petrolio verso Israele > Petrolio venezuelano: il caso delle presunte esportazioni imposte da USA verso > Israele. Ma ministro Pérez smentisce: “Fake news” (I. Smirnova) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/02/14/la-vendita-di-petrolio-del-venezuela-a-israele-e-una-fake-news-0191932   LEGGI ANCHE: Jorge Rodríguez conferma che il Venezuela esercita il pieno controllo sulla propria sovranità Lorenzo Poli
February 15, 2026
Pressenza
La vendita di petrolio del Venezuela a Israele è una fake news
L’agenzia statunitense Bloomberg nei giorni scorsi, aveva diffuso la notizia che il Venezuela stesse vendendo petrolio a Israele. Il servizio dell’agenzia Bloomberg riportava che: “Il Venezuela invia la sua prima spedizione di petrolio greggio a Israele negli anni successivi alla cattura di Maduro.” L’articolo sosteneva che la presunta spedizione sarebbe […] L'articolo La vendita di petrolio del Venezuela a Israele è una fake news su Contropiano.
February 14, 2026
Contropiano
Venezuela, governo bolivariano smentisce “fake news” sulla presunta decorazione del capo della CIA
È stata diffusa la prima fotografia ufficiale dell’incontro tra il direttore della Cia, John Ratcliffe, e la presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, svoltosi ieri a Caracas. L’immagine è stata fornita direttamente dalla principale agenzia di intelligence degli Stati Uniti a numerosi media internazionali, confermando visivamente il meeting di alto livello già riportato dal New York Times. Nella foto, Ratcliffe e Rodríguez si scambiano una stretta di mano all’inizio dell’incontro, un gesto che sottolinea la rilevanza simbolica del contatto tra Washington e la leadership bolivariana dopo il recente intervento degli Stati Uniti nel Paese sudamericano per catturare il presidente de facto Nicolás Maduro. La diffusione dell’immagine da parte della Cia viene letta come un segnale di trasparenza e come una conferma del dialogo in corso tra i due Paesi, in una fase di possibili cambiamenti nelle relazioni bilaterali. Non si tratta di cedimenti del governo bolivariano, ma bensì della prosecuzione di quella che è da sempre chiamata Diplomazia Bolivariana di Pace, a cui ha sempre fatto riferimento Hugo Chavez, Nicolas Maduro e a cui si è appellata recentemente anche Delcy Rodriguez. Parallelamente a questa fotografia è circolata una foto in cui Delcy Rodriguez addirittura decorerebbere con onori militari il capo della CIA John Ratcliffe. Il governo bolivariano smentisce categoricamente le informazioni che circolano sui social media, secondo cui la presidente in carica, Delcy Rodríguez, avrebbe conferito onorificenze ad agenzie di intelligence straniere. “Neghiamo categoricamente le informazioni malevole che circolano sui social media riguardo a una presunta decorazione con onore per agenzie di intelligence straniere” – ha riportato una pubblicazione di X de Miraflores Al Momento. L’immagine circolata sui social media, come si può vedere, mostra una presunta decorazione militare per il direttore della Central Intelligence Agency (CIA), John Ratcliffe, da parte di Delcy Rodriguez, ma si tratta di un falso creato da intelligenza artificiale. Lorenzo Poli
January 18, 2026
Pressenza
Moldavia, Partito Comunista: “Il PAS sta preparando la censura”
Il Partito Comunista della Moldavia ha presentato una denuncia pubblica nella quale si porta in evidenza, come già fatto da altri osservatori, che in Moldavia, adesso capitalista, il governo del Partito d’Azione e Solidarietà (PAS, di destra, di orientamento europeista, pro-NATO e guidato dalla Presidente Maia Sandu) ha predisposto una legge con cui sottoporre a controllo i contenuti pubblicati su internet. L’obiettivo è mettere sotto controllo l’opposizione politica e sociale, l’informazione e la controinformazione, prevedendo anche pesanti sanzioni. Con il pretesto di “combattere le fake news”, il governo del PAS vuole controllare l’intero Internet. Il governo sta redigendo una nuova legge per la stampa online che consegnerà il controllo dei contenuti internet al Consiglio Audiovisivo, un organismo da tempo accusato di dipendenza politica. Formalmente, è una protezione contro la disinformazione, ma in realtà si concretizza con la possibilità di bloccare siti web, multare giornalisti e limitare qualsiasi opinione scomoda. In precedenza, le autorità avevano già tentato di bloccare siti web senza una decisione del tribunale, chiudere i canali Telegram e stavano considerando il divieto di TikTok e altre piattaforme. Ora tutte queste idee sono combinate in un meccanismo di controllo su larga scala. Non c’è mai stata una censura simile in Moldavia. Sotto gli slogan della “sicurezza”, le autorità ricevono uno strumento di protezione da una sola cosa: dalle critiche. Redazione Italia
December 18, 2025
Pressenza
Fake news, propaganda e linguaggio mediatico: una conversazione con Giuliana Sgrena
Dalla manipolazione dell’informazione alla narrazione dei femminicidi: la riflessione di Giuliana Sgrena risuona oggi con forza e lucidità. Viviamo nell’epoca della manipolazione digitale, dei conflitti raccontati in diretta e delle narrazioni tossiche che deformano la realtà più rapidamente di quanto la si possa verificare. Le fake news non sono più semplici distorsioni: sono strumenti politici, economici e bellici, capaci di orientare masse, polarizzare società, innescare crisi e condizionare decisioni cruciali. Nel corso degli anni, Giuliana Sgrena ha denunciato con forza come la manipolazione dell’informazione non sia un fenomeno isolato, ma una distorsione trasversale che attraversa ogni ambito del dibattito pubblico. Nel suo saggio Manifesto per la verità (Il Saggiatore), compie una diagnosi impietosa dei mali dell’informazione contemporanea, mostrando come la falsificazione della realtà colpisca in modo particolare i soggetti più vulnerabili: le donne, raccontate con un linguaggio che giustifica la violenza; i migranti, la cui verità “si inabissa come un corpo affogato”; le popolazioni in guerra, di cui arrivano solo frammenti distorti, piegati agli interessi dei governi. «Per papa Francesco», ricorda Sgrena, «Eva è stata vittima della prima fake news uscita dalla bocca del serpente». Una metafora che conserva oggi una drammatica attualità e che ben descrive il peso che le narrazioni tossiche continuano ad avere nelle società moderne. Una voce autorevole, rigorosa e sempre attenta a questi meccanismi, Sgrena offre strumenti fondamentali per comprendere il presente. Di seguito, la conversazione integrale. INTERVISTA A GIULIANA SGRENA «Fu un giorno fatale quello nel quale il pubblico scoprì che la penna è più potente del ciottolo e può diventare più dannosa di una sassata», scrive Oscar Wilde. Quanto ritiene sia ancora attuale questa famosa citazione di Wilde? La libertà di espressione è una grande conquista ma è anche una spina nel fianco dei regimi autoritari e dei dittatori che utilizzano ogni mezzo per impedire qualsiasi critica o qualsiasi pensiero libero. Nel suo saggio Manifesto per la verità, racconta come si possano innescare conflitti dalla scintilla di una notizia falsa o manipolata. Come è possibile difendersi e accedere a informazioni sicure? Purtroppo quando una falsa notizia ha l’obiettivo di scatenare una guerra è sostenuta da una campagna di propaganda mediatica che non si può fermare. Lo si è visto nella seconda guerra del Golfo (2003), quando il movimento pacifista portò in piazza milioni di persone, e fu definito dal New York Times la seconda potenza mondiale, ma non riuscì a bloccare l’invasione dell’Iraq. «La fotografia sconfigge le fake news», queste le parole di Oliviero Toscani durante la conferenza stampa del 2017 per la presentazione della seconda edizione del talent show Master of Photography. Ritiene veritiera questa affermazione? Non è vera. Purtroppo oggi anche le fotografie sono manipolabili e falsificabili. Un esempio clamoroso è quello del fotografo brasiliano Eduardo Martins, che si era costruito un profilo perfetto sui social: trentadue anni, alto, biondo, bellissimo, surfista, scampato alla leucemia. Presente in tutte le guerre, dove scattava foto bellissime vendute alle più note agenzie del mondo. Le foto migliori venivano vendute per beneficenza e il ricavato devoluto ai bambini di Gaza. Troppo bello per essere vero e infatti era tutto falso. Martins non è mai esistito e le sue foto erano tutte rubate e falsificate. Ma anche senza arrivare a questo estremo ci sono foto manipolate e altre diffuse con una falsa didascalia. Alcuni politici si servono di Twitter (280 caratteri) per comunicare, a discapito del confronto giornalistico. Cosa pensa della politica ai tempi del social? I politici si sono facilmente convertiti a Twitter che permette loro di lanciare solo slogan, perché in 280 battute non si può esprimere un concetto complesso. I social sono diventati lo strumento per fare politica evitando il confronto con i giornalisti, che vengono sbeffeggiati per minare la loro credibilità. Così possono far circolare fake news e dati falsi senza essere smentiti e, quando lo sono, definiscono le proprie affermazioni «fatti alternativi», come ha fatto Trump. Nelle cronache di violenze verso le donne troppo spesso incontriamo superficialità linguistica. Espressioni come “amore malato”, “raptus di passione”, “era un gigante buono” lasciano nelle donne violate il dubbio sulle loro ragioni. In quale direzione bisognerebbe andare per invertire una rotta così dannosa? Il modo di descrivere la violenza contro le donne è impregnato di cultura patriarcale. La donna stuprata e ammazzata viene descritta come una che se l’è andata a cercare, mentre si cercano le attenuanti o giustificazioni per chi commette un femminicidio. Le giornaliste dell’Associazione Giulia, insieme alle Commissioni Pari Opportunità della Fnsi e dell’Usigrai, hanno elaborato il Manifesto di Venezia, che indica le regole per una corretta informazione. Gli argomenti trattati nei suoi libri mettono spesso sotto accusa il mondo del giornalismo. Non si è mai lasciata impressionare dalle naturali ripercussioni che questo tipo di inchieste avrebbero comportato? Nel mio libro (Manifesto per la verità) ho fatto un’analisi spietata del modo di fare informazione soprattutto su alcuni temi particolarmente sensibili o manipolabili, per responsabilizzare chi fa informazione e chi ha il diritto di essere informato. Presentando questo libro, che è stato utilizzato anche in alcuni corsi di formazione per giornalisti, ho trovato molti colleghi che condividono le mie critiche. Si avvicina una data importante: il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Lei, che si è sempre occupata di condizione femminile, quale pensiero desidera lasciare alle donne abusate che cercano di reagire ai loro carnefici? Le donne devono denunciare le violenze subite, ma le autorità devono proteggerle. Non basta aumentare le pene per chi commette femminicidi: occorre evitarli. E questo si può fare finanziando le case che accolgono le donne che hanno subito violenze; invece questi finanziamenti vengono tagliati e le case chiuse. Giuliana Sgrena venne rapita il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione del Jihād islamico mentre si trovava a Baghdad per realizzare reportage. Fu liberata trenta giorni dopo, in un’operazione in cui rimase ucciso Nicola Calipari. Cosa è cambiato nella sua vita da quel tragico giorno? Preferirei non rispondere a questa domanda. Le parole di Giuliana Sgrena mostrano come la ricerca della verità sia un impegno che non riguarda solo i giornalisti, ma l’intera società. Nel rumore informativo che caratterizza il nostro tempo, riconoscere le manipolazioni, denunciare le distorsioni e pretendere un linguaggio rispettoso e accurato è un atto di responsabilità collettiva. Lucia Montanaro
November 22, 2025
Pressenza
Finalmente riunite le barche partite dall’Italia, da Barcellona e da Tunisi. Diario di bordo dalla Global Sumud Flotilla
In maniera inversamente proporzionale, a mano a mano che i movimenti spontanei od organizzati già dai tempi della Global March to Gaza, insieme a tutti i movimenti che si sono potenziati dopo il 7 ottobre a favore del popolo palestinese, il carro armato mediatico colluso col governo italiano e con le varie lobby sioniste sta sparando con tutta la propria forza d’urto: giusto per portare uno dei tanti esempi a nostra disposizione il Giornale, giusto ieri, si concentrava in modo meticoloso e autistico nella creazione di fake-news tra le più fantasiose, inventando problemi inesistenti sulla Global Sumud Flotilla. La flotta semplicemente attendeva nelle acque di Portopalo le venticinque barche provenienti da Tunisi e da Barcellona, che alla fine sono arrivate con i loro piccoli problemi da affrontare. Il 19 settembre è prevista la partenza, in flottiglia, di una formazione costituta al 90% da barche a vela e il resto a motore come barche-appoggio, seguita a distanza dalla nave Life Support di Emergency. Insomma, si parte diretti a Gaza per la più grande operazione di disobbedienza civile e di pressione politica verso i governi occidentali e a quello di Israele affinché finisca il regime di apartheid e l’operazione di genocidio nella Striscia di Gaza. Si tratta dell’atto finale di un processo premeditato che parte da lontano, fin dal 1948 (ma in realtà già sotto il mandato inglese dopo il primo conflitto mondiale), con la pianificazione di un colonialismo di insediamento, di cui oggi vediamo i risultati più sanguinari. Stefano Bertoldi
September 18, 2025
Pressenza