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Chat false, allarme stupri e scuole chiuse: la psicosi dei “maranza” dilaga nel nord Italia
Per paralizzare parzialmente diverse città del nord Italia non è stato necessario che le violenze annunciate si verificassero, è bastato che migliaia di persone credessero che sarebbero avvenute. Foto create con l’Intelligenza Artificiale, annunci poi rivelatisi falsi, devastazioni anticipate via social che poi non sono mai avvenute, sono state però il pretesto per cortei e “nuclei anti maranza” con manifestazioni legate all’estrema destra che si sono svolte o sono state annunciate in varie città. A Cremona, martedì mattina, i negozianti del centro hanno coperto le vetrine con pannelli di compensato, polizia e carabinieri hanno presidiato scuole e stazioni, alcuni genitori sono corsi a riprendersi i figli alle elementari, in attesa di un corteo violento che nessuno ha mai visto. A scatenare tutto erano stati un video di cinquecento ragazzi incappucciati, generato con l’Intelligenza Artificiale, e una chat WhatsApp amministrata da due ragazzini di quattordici e quindici anni, denunciati per istigazione a delinquere e procurato allarme. Nelle loro case gli agenti hanno trovato due passamontagna, una maschera e una pistola giocattolo senza tappo rosso. La scintilla era stata Milano, dove il 17 ottobre il corteo contro il carovita era degenerato in scontri e il giorno dopo centinaia di giovanissimi, richiamati dai video su TikTok, erano tornati in centro a saccheggiare negozi. Secondo fonti del Dipartimento di pubblica sicurezza, dei duecentosettantuno portati in questura domenica duecentoventi erano minorenni e appena sessanta stranieri, dettaglio che nel racconto dei “maranza” calati dalle periferie si è perso per strada. Da lunedì sera le chat studentesche di mezzo Nord si sono riempite di messaggi quasi identici e senza paternità: bande pronte a stuprare le ragazze all’uscita da scuola, liste di studentesse da colpire, istituti indicati per nome. A Monza girava la notizia, inventata, di una quindicenne violentata da dieci ragazzi in stazione, con tanto di foto di una ragazza insanguinata e un elenco di oltre venti scuole nel mirino, e mentre prefetto e nonostante le smentite di prefetto e questore un supermercato del centro ha barricato l’ingresso. A Como ronde improvvisate hanno girato di notte e a Cantù i carabinieri, chiamati per un capannello sospetto davanti all’Enaip, hanno trovato un gruppo di ragazzi autonominatisi “guardie del corpo” di un’amica finita in una delle finte liste. A Lecco è bastato un messaggio che invitava a fare «come in Francia» per far chiudere i negozi e tenere a casa, secondo il sindaco, il 70 per cento degli studenti. Aule mezze vuote anche a Milano, Gallarate, Verona e Ravenna, mentre a Pavia i carabinieri hanno presidiato stazione, autostazione e scuole senza che accadesse nulla. A Varese, martedì, il prefetto Salvatore Pasquariello ha riunito in seduta straordinaria il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con i sindaci dei principali comuni, e ha disposto pattuglie davanti agli istituti di tutta la provincia per messaggi rivelatisi privi di fondamento. A Ravenna i messaggi parlavano di quattrocento persone pronte a emulare le rivolte francesi, a Macerata di «400 extracomunitari di seconda generazione» a caccia di studentesse, e la coincidenza del numero dice parecchio su come questi testi siano stati scritti. Chi li abbia confezionati non è ancora chiaro, e mentre polizia postale e Digos indagano il sindaco di Parma Michele Guerra parla di una strategia della paura, il leghista Andrea Cassani, sindaco di Gallarate, evoca ambienti antagonisti e le organizzazioni studentesche denunciano bot e troll mobilitati per svuotare le piazze, senza che nessuna di queste tesi abbia per ora uno straccio di riscontro. Chi invece non ha perso tempo a chiedersi da dove arrivasse la paura, preferendo metterla a frutto, sono diversi gruppi reazionari e neofascisti. Nelle chat Telegram dei sedicenti patrioti raccontate da Il Giorno si invoca il rogo delle moschee e si organizzano ronde per prendere i maranza a sprangate: il gruppo «24 ottobre per difendere l’Italia», rilanciato su Instagram anche da Ferenc Venturelli, alias “Eterno”, l’influencer passato dalla Lega a Vannacci che ha bruciato il Corano a Reggio Emilia, ha raccolto cinquecento iscritti in due ore, mentre “Commando”, con milleseicento membri, dà appuntamento a Bologna per salire sul treno per Milano, documenti a casa e passamontagna in tasca «se si mette male». A Milano, per sabato, negli ambienti dell’estrema destra e delle curve circolano appelli a una mobilitazione nazionale in piazza Duomo alle 15, mentre il presidio di Blocco Studentesco, la formazione giovanile di CasaPound, che puntava all’Arco della Pace, dovrebbe essere dirottato in piazza XXV Aprile. Lo stesso giorno a Forlì Forza Nuova porterà in piazza Roberto Fiore, condannato per l’assalto alla sede della Cgil, sotto lo slogan «Ordine contro il caos», mettendo maranza e baby gang nell’elenco dei mali da estirpare insieme a droga, delinquenza e immigrazione incontrollata, e proponendo tra le soluzioni l’«umano rimpatrio» e le «passeggiate della sicurezza». La crociata non nasce oggi, visto che a Bologna, già a giugno, Gioventù Nazionale, Azione Studentesca e Azione Universitaria, l’area giovanile di Fratelli d’Italia, avevano manifestato in piazza Galvani contro la «cultura maranza». Sullo stesso registro si muovono le istituzioni: a Padova il questore Marco Odorisio ha fatto alzare l’elicottero della polizia sopra la stazione e Prato della Valle per scongiurare violenze, mentre nel capoluogo lombardo sono attesi in strada quattrocento dei cinquecento parà della Folgore inviati dal governo e a Ferrara la questione è entrata direttamente in municipio, dove il sindaco leghista Alan Fabbri ha annunciato il NAM, Nucleo anti maranza, con compiti di «prevenzione, controllo e repressione» e la benedizione di Matteo Salvini. Che gli stupri annunciati non ci siano mai stati, che il video di Cremona fosse un falso e che i ragazzi dei saccheggi fossero in larga parte italiani conta poco, perché la paura, una volta seminata, ha già trovato chi è pronto a organizzarla.   The post Chat false, allarme stupri e scuole chiuse: la psicosi dei “maranza” dilaga nel nord Italia appeared first on L'Indipendente.
October 23, 2026
L'INDIPENDENTE
L’intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani, un’invenzione di The Guardian
La propaganda imperialista, dal 2001, è solita strumentalizzare i diritti delle donne come “giustificazione di guerra”. Questo l’abbiamo visto con la retorica de “l’esportazione della democrazia” in Afghanistan e con la retorica femonazionalista delle destre conservatrici, ma anche con episodi folkloristici che hanno inaugurato “guerre mediatiche” come le manifestazioni delle controrivoluzionarie conservatrici a Cuba e delle Manitas Blacas in Venezuela. In questi ultimi decenni, ci sono stati episodi simili ad uso e consumo occidentali anche nel contesto iraniano. In Occidente, questi eventi non hanno inciso fermamente in un’opposizione al governo degli ayatollah ma hanno piuttosto contribuito alla diffusione di un’iranofobia generalizzata, senza distinguo di alcun tipo, spesso accrescendo il già diffuso clima islamofobico. In un suo importante documentario, dal titolo Targer Iran, il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi già denunciava due fatti diventati ben presto virali sul mainstream occidentale: i casi del femminicidio di Neda Agha-Soltan e della lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani. Neda Agha-Soltan (1983–2009) è stata una giovane studentessa iraniana di filosofia uccisa a Teheran il 20 giugno 2009 durante la famosa “Rivoluzione Verde” (1), una serie di proteste a seguito delle elezioni presidenziali in Iran del 2009 durante le quali i manifestanti hanno chiesto le dimissioni del premier Mahmoud Ahmadinejad dal suo incarico. Il caso ricevette un’eco mediatica a livello internazionale. Lo scrittore Paulo Coelho ha riconosciuto nel medico il suo miglior amico personale in Iran e ha contribuito alla diffusione del video pubblicandolo su Facebook, nella sua pagina personale, immediatamente seguito da migliaia di utenti. Neda significa “voce” o “chiamata” in lingua farsi e per questo la donna è stata definita come la “voce dell’Iran” e “un simbolo dei manifestanti per la democrazia che stanno attaccando il regime islamico”, nonostante l’obiettivo dei manifestanti fosse esclusivamente il riconoscimento della vittoria del loro leader Mir Hossein Mousavi e non la fine del regime in sé. Per molti giorni seguenti alla data del 20 giugno, la morte di Neda è diventata uno degli argomenti più popolari su Twitter. La vicenda non è stata riportata da media iraniani, ma ha trovato molto spazio sui media internazionali. La CNN ha mostrato il video più volte, con e senza la censura del sangue che usciva dalla bocca e dal naso della ragazza morente. A causa di questa tragedia la ragazza è stata considerata una martire della contestazione ed è diventata, per alcuni giorni, un’icona di Internet. Dopo la sua morte si verificò una confusione riguardo alla sua identità. Il nome di Agha-Soltan venne spesso riportato erroneamente come “Neda Soltani”, sebbene Neda Soltani fosse tuttavia un’altra persona, la cui fotografia del profilo Facebook fu pubblicata erroneamente da numerosi media come immagine della vittima delle proteste. Soltani tentò senza successo di far rimuovere la propria fotografia da internet. La vicenda generò diverse accuse contrapposte: il governo iraniano sostenne che fosse la stessa Agha-Soltan e che la morte fosse stata simulata, mentre altri sostennero che Soltani fosse una persona legata al governo iraniano incaricata di impersonare Agha-Soltan per danneggiarne la memoria. Due settimane dopo la diffusione della notizia, Neda Soltani lasciò l’Iran e ottenne asilo politico in Germania nel 2010. Caso differente fu invece per Sakineh Mohammadi Ashtiani. Venerdì 6 agosto 2010, il giornalista Saeed Kamali Dehghan pubblica su The Guardian un articolo-intervista che diede risonanza internazionale al caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, una donna iraniana condannata per adulterio e coinvolta in un procedimento per omicidio. Il titolo, costruito in modo sensazionalistico e destinato a suscitare indignazione, recita: «Iraniana condannata alla lapidazione afferma: “È perché sono una donna”» (2). Presentato come un’intervista esclusiva, il pezzo attribuiva ad Ashtiani dichiarazioni in cui accusava le autorità iraniane di aver costruito le accuse contro di lei. Sakineh Mohammadi Ashtiani, nella misteriosa intervista, racconta il suo imminente e terrificante destino nelle mani delle autorità iraniane, lanciando un drammatico appello internazionale denunciando la falsità delle accuse mosse dal regime di Teheran. Il pezzo fu pubblicato in prima pagina sul quotidiano britannico e venne presentato come un’intervista esclusiva ottenuta tramite un intermediario anonimo. L’intervista scatenò un’enorme ondata di indignazione globale, mobilitando governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani per fermare l’esecuzione. Una classe politica occidentale mai così unita chiese a gran voce l’immediata liberazione della donna. L’Iran divenne il nemico pubblico numero uno, giustificato dalla feroce applicazione della repressione e dell’oppressione di genere che attuerebbe. Slideshow articolo The Guardian 6 agosto 2010 – traduzione in Italiano   Sedici anni dopo, ad agosto 2026, l’ex giornalista di The Guardian Saeed Kamali Dehghan ha ammesso pubblicamente che la celebre intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani — la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e complicità in omicidio — era completamente inventata. Dehghan ha confessato sui social network che quel colloquio non è mai avvenuto. Ha esplicitamente dichiarato di aver “falsificato l’intero pezzo” e di non aver mai parlato con Ashtiani, scatenando forti critiche sulla verifica delle fonti da parte dei media occidentali. «Quell’intervista non è mai esistita». È lo stesso Dehghan a confessarlo, ammettendo che quell’articolo, fin da subito destinato ad avere ripercussioni politiche di enorme portata, era stato interamente costruito: «Voglio chiarire la situazione riguardo a un articolo che ho scritto per il Guardian e che è stato pubblicato in prima pagina. È stato presentato come un’intervista esclusiva con Sakineh Ashtiani. Quell’intervista non è mai avvenuta. Ho fabbricato l’intero pezzo. Era una storia falsa – completamente falsa – e mi assumo la piena responsabilità».     Scuse di Dehghan su Instagram per intervista ad Ashtiani del 2010 – agosto 2026 A sostenere che la falsificazione fosse nota già allora è stata Mina Ahadi, dissidente iraniana in esilio e membro del comitato consultivo dell’Alleanza Internazionale degli Atei. Dopo la confessione di Dehghan, Ahadi ha affermato che il giornalista le aveva ammesso la falsità dell’intervista già il giorno della pubblicazione. Sedici anni dopo, la confessione di Dehghan assume un peso particolare. L’articolo apparve in un momento di forte pressione sull’Iran: nello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò la Risoluzione 1929 (3), introducendo una violentissima serie di sanzioni a Teheran. L’Occidente aveva bisogno di una storia carica di emozioni per giustificare il regime sanzionatorio. L’immagine di una donna condannata a morte per lapidazione era perfetta. La storia si è rapidamente diffusa nei media di tutto il mondo ed è diventata un argomento per coloro che spingevano per l’isolamento globale dell’Iran e per un’eventuale regime-change made in USA. Non è la prima volta che Saeed Kamali Dehghan ammette di aver partecipato a campagne di propaganda anti-Iran mentre lavorava per media occidentali. Nel 2020, ha smentito il suo coinvolgimento nel documentario For Neda di HBO, sulla morte di Neda Agha Soltan durante le proteste del 2009, affermando di essere stato “influenzato da narrazioni occidentali”. L’ex collaboratore ha descritto il film, un tempo considerato un documentario fondamentale sulla violenza dello Stato, come “propaganda anti-Iran”. Per quanto riguarda le falsità occidentali, l’ammissione di Dehghan è tutt’altro che la prima di questo tipo. Nell’ottobre del 1990, una ragazza kuwaitiana di 15 anni di nome Nayirah si è presentata davanti a un gruppo di lavoro del Congresso degli Stati Uniti. In lacrime, ha affermato che i soldati iracheni avevano fatto irruzione negli ospedali kuwaitiani, avevano prelevato i neonati dalle incubatrici e li avevano lasciati morire a terra. Il presidente George H.W. Bush ha ripetutamente citato il suo racconto. La storia è diventata uno degli argomenti utilizzati per ottenere sostegno per l’Operazione Desert Storm. Due anni dopo, è emerso che Nayirah era la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti e che la sua apparizione era stata orchestrata dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton, assunta dal governo kuwaitiano in una campagna multimilionaria. La famigerata storia delle incubatrici non è mai stata confermata. Una bambina è stata indotta a mentire per aiutare a giustificare una guerra. Nel 2003, il New York Times ha licenziato il giornalista Jayson Blair dopo che è emerso che aveva inventato fonti, fabbricato citazioni e interi articoli, comprese storie scritte senza mai lasciare il suo appartamento a New York. Di 73 articoli esaminati dal giornale, 36 contenevano prove di comportamenti scorretti da parte del giornalista. Anche il giornalista Stephen Glass di The New Republic ha inventato 27 dei 41 articoli che ha pubblicato tra il 1995 e il 1998, inventando personaggi e aziende e persino creando siti web falsi per ingannare i verificatori dei fatti. Per non parlare, naturalmente, della famigerata “provetta di antrace” mostrata all’ONU dal segretario di Stato USA Colin Powell come prova dell’esistenza di armi di distruzioni di massa nell’Iraq di Saddam Hussein: inganno occidentale che venne svelato poi dal Rapporto Chilcot del 6 luglio 2016 in cui si denunciò come la storia dell’esistenza delle armi chimiche di Saddam fosse un’invenzione di Blair e Bush per giustificare la loro aggressione militare contro uno Stato sovrano. Nonostante l’intervista specifica a Sakineh fosse un falso, la condanna originaria della donna era reale. Sakineh Ashtiani era stata effettivamente condannata alla lapidazione, pena poi sospesa e commutata in reclusione a seguito delle fortissime pressioni internazionali. La donna confessò anche di essere stata complice nell’assassinio del marito e di aver avuto una relazione con il cugino del consorte. Sakineh venne infine rilasciata dalle carceri iraniane nel 2014 per buona condotta. L’elemento sconvolgente è che vicenda di Sakineh Ashtiani riuscì ad manipolare l’opinione pubblica occidentale in modo dissonante dalla realtà: aveva portato all’attenzione internazionale il tema della pena di morte in Iran senza indurre a pensare criticamente sulla pena di morte, all’epoca presente, in molti stati degli Stati Uniti d’America o in Israele. Oggi, il caso dell’intervista inventata da The Guardian solleva interrogativi sul controllo delle fonti quando una storia ha un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale, in questo caso la repressione iraniana. L’ammissione di Dehghan solleva interrogativi sul controllo delle fonti anche da parte di una delle testate considerate tra le più autorevoli al mondo. Il caso è interessante per ciò che dice sulla stampa, ma anche per un problema più ampio. Nel linguaggio comune, quando si parla di propaganda o notizie false, il riferimento tende automaticamente a modelli politici estranei all’Occidente. Il problema non riguarda soltanto i regimi autoritari o i sistemi informativi sottoposti al controllo di uno Stato, ma riguarda anche i paesi occidentali e, in generale, il progressivo indebolimento della deontologia giornalistica. Una crisi che riguarda l’Italia, patria di un sistema mediatico nel quale il rapporto fra editoria, politica e potere è torbido da decenni, ma anche le grandi testate, che finiscono per piegarsi a narrazioni dominanti, a richieste editoriali già indirizzate cavalcando i propri desideri personalistici di fama ed autoreferenzialità.   (1) Dal 2013 molti membri del Movimento Verde hanno aderito alla coalizione del “Consiglio Nazionale Iraniano per le libere elezioni”, fondata dai sostenitori dello Scià di Persia in esilio del Partito Costituzionalista dell’Iran. (2) Iranian facing stoning speaks: ‘It’s because I’m a woman’ https://www.theguardian.com/world/2010/aug/06/sakineh-mohammadi-ashtiani-iran-interview  (L’articolo-intervista pubblicato il 6 agosto 2010, ad oggi, è ancora disponibile sul sito web di The Guardian senza alcuna nota o rettifica pertinente) (3) La Risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata adottata il 9 giugno 2010 ed ha imposto il quarto e più duro pacchetto di sanzioni internazionali contro la Repubblica Islamica dell’Iran a causa del suo programma nucleare e balistico.   Caso di Neda Agha-Soltan e di Neda Soltani: https://www.bbc.com/news/magazine-20267989 https://www.theguardian.com/world/2012/oct/14/iran-neda-soltani-id-mix-up https://web.archive.org/web/20100209021606/http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iPD-wzCdHuXjid8AqB2gs2iqtn7Q https://www.latimes.com/world/la-fg-iran-neda23-2009jun23-story.html https://www.nytimes.com/2009/06/23/world/middleeast/23neda.html?ref=middleeast https://edition.cnn.com/2009/WORLD/meast/06/21/iran.woman.twitter/ https://archive.wikiwix.com/cache/index.html?t=20090624002432&url=http://www.nydailynews.com/news/us_world/2009/06/21/2009-06-21_neda_young_girl_killed_in_iraq.html https://web.archive.org/web/20090624013907/http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1906040,00.html http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8111352.stm https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/06/iran-neda-martire.shtml?uuid=051f2ddc-5e84-11de-abfb-f076f654929e&DocRulesView=Libero https://www.theguardian.com/world/2009/jun/22/iran-protests-revolutionary-guard Iranian Womans Martyrdom Told on Facebook Spreads Protests, in Digital Journal, Newstex LLC, 20 giugno 2009.   Caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani: https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Iran-rilasciata-Sakineh-condannata-per-adulterio-75cc41b3-9932-4699-a983-a1ce93c427bd.html https://www.corriere.it/esteri/10_dicembre_09/sakineh-liberata_df9fff5c-03c1-11e0-8ee8-00144f02aabc.shtml https://www.latimes.com/archives/blogs/babylon-beyond/story/2010-07-12/iran-judiciary-official-says-woman-to-be-stoned-for-husbands-murder-not-just-adultery https://web.archive.org/web/20101206135728/http://www.amnesty.it/pena_di_morte_Iran_lapidazione_adulterio https://www.hrw.org/news/2010/07/07/iran-prevent-womans-execution-adultery https://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/09/28/visualizza_new.html_1758574796.html https://www.repubblica.it/esteri/2010/11/03/news/sakineh_ancora_viva-8696046/?ref=HREC1-5 https://www.repubblica.it/esteri/2014/03/19/news/iran_sakineh_esce_dal_carcere-81395700/ > Torna libera Sakineh, l’iraniana condannata a morte per adulterio https://x.com/insideoverita/status/2092896377009267150 https://it.ncr-iran.org/notizie/iran-news/saeed-kamali-dehghan-e-la-guerra-dellinformazione-di-teheran-contro-la-resistenza-iraniana/ https://www.infopal.it/iran-diritti-delle-donne-islam-e-iranofobia-un-altro-sguardo-intervista-a-hanieh-tarkian/ https://www.youtube.com/watch?v=ZeVYbTw6omE Lorenzo Poli
October 18, 2026
Pressenza
Il falso attentato a Zelensky finisce in prima pagina, silenzio sulla smentita
Per quasi ventiquattr’ore, i media hanno raccontato un attentato che non c’è mai stato. Un drone russo avrebbe tentato di abbattere l’aereo di Volodymyr Zelensky in partenza dalla Moldavia, spingendo l’Europa ancora più vicino allo scontro diretto con Mosca. Secondo le ricostruzioni, il presidente ucraino era «nel mirino», il jet era stato «sfiorato» e la tragedia evitata per un soffio. Poi, sono emersi i fatti: l’aereo era ancora a terra e il drone era precipitato 43 minuti prima del decollo, a circa 160 chilometri dall’aeroporto. Nessun contatto ravvicinato, tantomeno nessun attentato all’orizzonte. La notizia è così evaporata dalle prime pagine, senza rettifiche né scuse, ma la grande stampa, ormai in permanente assetto da terza guerra mondiale, aveva già raggiunto il proprio obiettivo: indicare Mosca come responsabile e alimentare un nuovo allarme. La sera del 9 settembre, parlando da Slottsplassen con l’emittente pubblica norvegese NRK, il premier Jonas Gahr Støre ha affermato che l’aereo di Zelensky sarebbe stato «quasi colpito da un drone mentre stava per decollare» dalla Moldavia. Non ha precisato, però, né la traiettoria del drone né la sua distanza dal jet. Tanto è bastato: l’intervista è stata immediatamente rilanciata dalla stampa internazionale senza alcuna verifica. I fatti, però, raccontano un’altra storia. L’8 settembre due droni, identificati dalle autorità moldave come russi, erano entrati nello spazio aereo del Paese: uno aveva proseguito verso la Romania, mentre l’altro era precipitato intorno alle 17.15 in un campo nel distretto di Rîșcani, a circa 160 chilometri dall’aeroporto di Chișinău, provocando alcuni incendi, ma nessun ferito. Per precauzione, le autorità avevano chiuso temporaneamente lo spazio aereo, ritardando tre partenze e quattro arrivi, compreso il volo del presidente ucraino. Il portavoce del governo moldavo Dumitru Ciorici ha confermato che il jet, ancora fermo all’aeroporto durante l’allarme, è decollato soltanto alle 17.58, dopo la caduta del drone e la riapertura dello spazio aereo. Anche una fonte della presidenza ucraina interpellata dall’AFP ha definito «esagerata» l’ipotesi che Zelensky fosse stato in pericolo. L’aereo di Zelensky non ha rischiato in alcun modo di essere colpito: ha subito semplicemente un ritardo, come altri sei voli. Mentre le autorità ricostruivano l’accaduto, la stampa italiana aveva già trasformato un ritardo precauzionale in un attentato russo. RaiRadio1 dopo aver riportato l’intervista di Jonas Gahr Støre, ha aggiunto che «Il ministro delle Finanze di Oslo ed ex segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, era presente quando Zelensky ha parlato del volo dalla Moldavia: “Ce ne ha parlato durante un incontro, non voglio entrare nei dettagli, ma il volo ha subito un ritardo e ci sono state delle minacce contro l’aereo”». Passando ai quotidiani cartacei e online, il 10 settembre Repubblica apre la prima pagina con un titolo cubitale: Attentato a Zelensky. Sul sito scopriamo, inoltre, che il presidente trascorrerebbe una «vita blindata», in quanto sarebbe finito «nel mirino» dei russi fin «dalla prima notte», «inseguito da cecchini e 007». Nella ricostruzione di De Feo, il drone avrebbe «sfiorato il suo aereo» e si ipotizza perfino un «tentativo di distruggere il velivolo». Il Corriere della Sera rilancia Il jet di Zelensky sfiorato dal drone, «quasi colpito» e «ipotesi attentato». Soltanto in seguito, ricostruisce tempi e traiettorie, arrivando alla conclusione inevitabile: «Non c’è stato alcun attentato» e l’aereo di Zelensky non è stato sfiorato da alcun drone. La Stampa riesce, invece, a sostenere contemporaneamente che il drone abbia sfiorato il volo e che, secondo Kiev, Zelensky non abbia corso alcun pericolo. Il Foglio scrive inizialmente il 9 settembre che un drone «ha quasi colpito» l’aereo di Zelensky. Il giorno seguente, nonostante le smentite e la ricostruzione di tempi e distanze, rilancia la tesi: un drone sarebbe «probabilmente» arrivato in Moldavia «per attentare» al viaggio del presidente ucraino. Anche il Giornale oscilla tra la ricostruzione prudente e il richiamo al «mancato attentato» nell’edizione cartacea. Nel giro di poche ore, la smentita e l’allarme finiscono così per convivere nella stessa narrazione. Quando il castello è crollato, per non pubblicare una rettifica, è cambiato soltanto il vocabolario: il drone non aveva più «sfiorato» l’aereo, ma lo aveva «minacciato». L’11 settembre Repubblica ha persino rilanciato la narrazione, descrivendo Zelensky come preda di un «safari umano» e il drone come quello che avrebbe «cercato di ucciderlo». L’attentato era stato smentito, ma nell’immaginario restava la scena più efficace: Putin che tenta di eliminare Zelensky nei cieli europei. È lo stesso copione visto nel settembre 2025 con il presunto jamming russo contro l’aereo di Ursula von der Leyen: un sabotaggio mai avvenuto attribuito a Mosca senza prove, poi utilizzato dalla Commissione UE per invocare più difesa e più sostegno all’Ucraina. Il meccanismo è collaudato: un episodio reale viene deformato e trasformato in un’aggressione deliberata. L’allarme conquista le prime pagine, la smentita sparisce dai “radar”, mentre l’opinione pubblica viene mantenuta in uno stato permanente di paura, pronta ad accettare il riarmo e un’escalation sempre più pericolosa. The post Il falso attentato a Zelensky finisce in prima pagina, silenzio sulla smentita appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Come si costruisce una fake news: un caso di scuola nel Venezuela bolivariano oggi
Sta girando, ampiamente ripresa anche da realtà e personalità storicamente vicine al Venezuela bolivariano e di insospettabile coerenza politica antimperialista, la notizia di un clamoroso intervento pubblico della Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, che avrebbe, nel contesto della celebrazione del Bicentenario del Congreso Anfictiónico di Panamá, tenuta presso il Teatro Teresa Carreño a Caracas, capitale del Venezuela, fatto un esplicito riferimento alla vicenda del sequestro del Presidente costituzionale, Nicolás Maduro, e della prima dama, la giurista e deputata Cilia Flores, da parte delle forze speciali statunitensi, lo scorso 3 gennaio, nonché, in particolare, al corso politico intrapreso dal Paese nei mesi successivi. Agenzie e siti di informazione hanno riportato la “notizia”, in base alla quale, alternando sapientemente virgolettati e non virgolettati, dunque espressioni direttamente attribuite alla presidente e altre considerazioni di fattura del redattore, la destituzione di Nicolás Maduro, avvenuta lo scorso gennaio in un’operazione della Delta Force statunitense, avrebbe messo il Paese “sulla strada giusta”.  Questo primo virgolettato, “sulla strada giusta” non è preceduto o seguito da analoghi, corrispondenti, virgolettati, lascia (correttamente) intendere che si tratti di parole di Delcy Rodríguez, ma, collegato in questa maniera alla frase precedente, porta (incongruamente) alla conclusione che la stessa Delcy Rodríguez intendesse riferirsi alla destituzione di Nicolás Maduro. Il lettore è dunque portato a credere che la Rodríguez abbia salutato, più o meno, come una benedizione l’aggressione statunitense e il sequestro del presidente costituzionale, del quale lei stessa era vicepresidente, perché proprio “grazie a” questo evento drammatico il Paese si sarebbe potuto, finalmente, incamminare “sulla strada giusta”.  Ancora con una sapiente opera di accurata selezione funzionale delle citazioni (un’operazione giornalistica, e non solo, nota tra gli addetti ai lavori come “cherry picking”, letteralmente “raccolta delle ciliegie”, un processo di costruzione narrativa volto a produrre una fallacia logica e cognitiva consistente nel selezionare solo le informazioni che confermano la propria tesi, ignorando deliberatamente tutte le altre informazioni che la smentiscono o potrebbero smentirla), agenzie e notizie portano, nel prosieguo del discorso, altri due passaggi: ancora miscelando sapientemente virgolettati e non virgolettati, Delcy Rodríguez avrebbe definito gli eventi del 3 gennaio “un punto di svolta” per la politica del Venezuela; e successivamente la citazione di un’affermazione della Rodríguez stessa: “Sono già trascorsi quasi sei mesi e sono convinta che questa sia stata la direzione giusta”. Che, se si va a leggere il discorso dal quale è stata estrapolata, è stata effettivamente pronunciata dalla presidente incaricata, ma senza alcuna relazione, come invece questa ricostruzione farebbe intendere, al fatto che questa “giusta direzione” sia stata intrapresa “grazie a” gli eventi del 3 gennaio.  La notizia data in questi termini è dunque tecnicamente una fake news: lascia intendere qualcosa che non esiste e non si è verificato. Come sono andate allora veramente le cose, e come fare per riconoscere questa e altre fake news? La regola d’oro è sempre la stessa: consultare la fonte. Non l’agenzia che riporta un discorso o un comunicato, tagliando pezzi, selezionando e ricombinando contenuti; ma proprio il testo del discorso o del comunato al quale si fa riferimento. Nel caso degli interventi istituzionali, il procedimento non è neanche particolarmente laborioso, esistono infatti i canali istituzionali che riportano questo genere di interventi. In storiografia si direbbe la “fonte primaria”, vale a dire il documento originale, che porta il contenuto originario, diretto e non filtrato o mediato da terzi, distinguendosi dalle fonti che analizzano o interpretano il contenuto. Nel caso in questione, la prima è il MIPPCI, il Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione e l’Informazione, vale a dire il Ministero della Comunicazione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove apprendiamo che «Nel suo intervento, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha sottolineato: “Risolvere le controversie, appianare le divergenze esistenti, attraverso i canali diplomatici, e garantire la tranquillità, la pace, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela. Ci troviamo propriamente in un momento di svolta storica, caratterizzato da grandi difficoltà e grandi minacce. Come disse il nostro Padre Liberatore a proposito delle montagne d’oro, d’argento e delle ricchezze naturali che il nostro Paese possiede”».  Inoltre, a proposito dei sei mesi trascorsi dal 3 gennaio, il sito istituzionale riporta che «Dopo quasi sei mesi, il Venezuela si trova ad affrontare minacce significative a causa delle sue risorse naturali. Il governo nazionale ha ribadito l’importanza strategica di difendere la sovranità e il diritto allo sviluppo autonomo». Tutt’altro, in poche parole, rispetto a quanto lasciato intendere da alcune agenzie e siti di informazione.  Il secondo canale istituzionale è quello dell’Ufficio Stampa presidenziale. Qui, ancora più puntualmente, apprendiamo che «Durante la commemorazione del bicentenario del Congresso Anfizionico di Panama, tenutasi al Teatro Teresa Carreño di Caracas, la Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito l’importanza di risolvere qualsiasi controversia o divergenza attraverso i canali diplomatici. “Sono trascorsi quasi sei mesi e ritengo che il cammino che abbiamo intrapreso sia stata la strada giusta. Risolvere le controversie, appianare le divergenze attraverso i canali diplomatici e garantire la tranquillità, la pace, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela”. Nel suo intervento, Delcy Rodríguez ha sottolineato come il pensiero bolivariano rimanga un asse fondamentale per l’integrazione regionale e la difesa dei principi di autodeterminazione dei popoli di fronte alle attuali sfide geopolitiche».  Dunque, la presidente incaricata ha parlato di svolta storica, grandi difficoltà e grandi minacce, minacce significative a causa delle immense risorse naturali del Paese, difesa della sovranità, autodeterminazione e diritto allo sviluppo autonomo. Praticamente tutto il contrario di quello che una sapiente manipolazione e ricostruzione dei testi potrebbe indurre a far credere. Costruire fake news, in tempi di guerra mediatica e psicologica, è uno dei principali strumenti della narrazione dominante per disorientare e giustificare l’inammissibile.   Riferimenti: Ejecutivo Nacional reafirma su compromiso con la Diplomacia de Paz en el Bicentenario del Congreso Anfictiónico de Panamá: https://prensapresidencialvenezuela.gob.ve/index.php/2026/06/22/ejecutivo-nacional-reafirma-su-compromiso-con-la-diplomacia-de-paz-en-el-bicentenario-del-congreso-anfictionico-de-panama El camino correcto se basa en dirimir las controversias, las diferencias que las hay, que existen a través del espacio diplomático y garantizar la tranquilidad, la paz, la soberanía y la independencia de Venezuela,  aseguró Presidenta (E) Delcy Rodríguez: https://mippci.gob.ve/el-camino-correcto-se-basa-en-dirimir-las-controversias-las-diferencias-que-las-hay-que-existen-a-traves-del-espacio-diplomatico-y-garantizar-la-tranquilidad-la-paz-la-soberania-y-la-independencia  Immagine:  Gianmarco Pisa
June 23, 2026
Pressenza
Venezuela, Delcy Rodriguez non è al soldo di Trump
I tentativi di guerra mediatica e di disinformazione contro il Venezuela stanno crollando sotto il loro stesso peso. Il caso più recente è quello del quotidiano britannico The Guardian, che ha pubblicato un articolo a gennaio 2026 intitolato “Delcy Rodríguez ha assicurato la cooperazione degli Stati Uniti dopo la cattura di Maduro”, smentito dallo stesso governo venezuelano attraverso l’account X Miraflores al Momento. A questo proposito, il giornalista internazionale Carlos Montero ha commentato un thread su X della politologa spagnola Irene Zugasti, la quale ha affermato che si tratta di una rielaborazione del Miami Herald. Zugasti ha sottolineato che il testo perde ogni rigore nella parte del racconto in cui si cerca di descrivere il presidente in carica. “Sarebbe rigoroso presentare qualcosa di più di una serie di congetture sotto forma di fughe di notizie e voci e trasformarlo in un’esclusiva”, ha sostenuto. Delcy Rodríguez ha dichiarato fin da subito, dopo gli avvenimenti del 3 gennaio 2026, di essere “stanca degli ordini di Washington”, riferendosi alle pressioni esercitate dagli Stati Uniti dopo i raid aerei e la detenzione del presidente Nicolás Maduro. “Basta con gli ordini di Washington ai politici venezuelani”, ha detto Rodríguez in un discorso ai lavoratori del petrolio nello stato orientale di Anzoátegui. “Lasciate che la politica venezuelana risolva le nostre controversie e i nostri conflitti interni. Basta con le interferenze straniere”, ha aggiunto. “Non abbiamo paura, perché ciò che dovrebbe unirci come popolo è garantire la pace e la stabilità a questo Paese” – ha continuato Rodríguez, secondo il quotidiano cinese China Daily – aggiungendo che “il Venezuela non avrebbe mai immaginato che una capitale del Sud America sarebbe stata sottoposta a un attacco militare da parte di una potenza straniera”, riferendosi all’incidente del 3 gennaio, quando le forze statunitensi hanno preso d’assalto Caracas e hanno arrestato con la forza il presidente Nicolás Maduro e sua moglie. La presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito inoltre – fin da subito – l’autonomia del Paese durante la Consultazione Pubblica sulla Riforma della Legge sugli Idrocarburi, respingendo le dichiarazioni del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. > Venezuela, Delcy Rodriguez: “Ley de Hidrocarburos consentirà l’attivazione > degli spazi petroliferi inutilizzati” Rodríguez ha sottolineato che il Venezuela non accetta ordini esterni e che il suo governo risponde esclusivamente al mandato del popolo, sottolineando l’importanza di relazioni diplomatiche basate sul rispetto reciproco. Di fronte a questa franchezza, non si può che ribadire la totale distorsione e manipolazione intenzionale nei sistemi mediatici occidentali. Trump e la narrazione occidentale hanno intenzionalmente distorto mediaticamente la propensione al dialogo del governo bolivariano, per spacciarlo come un “cedimento” ai suoi piedi per diffondere l’idea, ancor più grave, che il governo bolivariano di Delcy Rodriguez avesse tradito lo “spirito di Hugo Chavez” e del presidente costituzionale Maduro. Idea quest’ultima che ha influenzato anche alcuni ambienti della sinistra radicale, purtroppo. Trump ha fatto di tutto per trasmettere al mondo la falsa idea di “gestire la transizione democratica in Venezuela” , supportato dai media mainstream occidentali che veicolavano l’idea che Trump avesse dato uno “spiraglio di luce democratico al Venezuela” e che abbia sotto scacco il governo bolivariano. Il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha avuto ed ha un solo fine da parte del establishment occidentale: indebolire, attraverso i media, la credibilità internazionale della Rivoluzione Bolivariana e dividere al suo interno il movimento internazionalista in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana stessa. Il tutto con una serie di fake news. Zugasti ha aggiunto che The Guardian “è la sentinella liberale del Regno Unito, che cattura il pubblico progressista con la retorica sociale e poi la allinea agli obiettivi di politica estera del Regno Unito e della NATO nei momenti critici”. Da parte sua, Montero aveva affermato a gennaio che “le fonti, se provengono dal Miami Herald, non hanno alcuna credibilità”. Oggi questo è ancor di più confermato dai fatti. Lorenzo Poli
April 10, 2026
Pressenza
La bufala delle “esplosioni all’Avana” dopo la caduta dell’energia elettrica
Il 21 marzo alle ore 18:32 il sistema elettrico nazionale di Cuba ha avuto una caduta improvvisa e tutta l’isola è stata privata dell’energia elettrica, piombando nell’oscurità. I black-out purtroppo sono frequenti a Cuba a causa del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti e aggravato dall’ultimo provvedimento di Donald Trump del 29 gennaio scorso, che ha di fatto bloccato qualunque importazione di carburanti sull’isola. Il sistema energetico cubano si basa sul mix di energia prodotta da centrali termoelettriche e da rinnovabili, principalmente solare; il blocco delle importazioni di petrolio non permette alle vecchie centrali di produrre la corrente necessaria per l’isola e le interruzioni nella somministrazione elettrica sono una costante nella vita dei cubani. Per coloro che vivono diffondendo menzogne su Cuba con il chiaro scopo di infondere nella popolazioni ulteriori preoccupazioni la caduta improvvisa del servizio elettrico è stata come una ciliegina sulla torta. Pochi minuti dopo il black-out generale, due immagini notturne di presunti incendi in lontananza a L’Avana hanno iniziato a circolare sui social network. Non c’era un contesto chiaro, nessuna posizione precisa, nessuna conferma ufficiale, ma è bastato per mettere la popolazione in allarme. Il messaggio avvisava di due grandi esplosioni e del rumore di alcuni elicotteri. La formulazione era prudente, ma sufficiente per mettere in allarme gli utenti della rete che non hanno pensato minimamente di verificare la veridicità di questa notizia. Infatti alle 18:51, solamente 19 minuti dopo la disconnessione del sistema elettrico, Cubadebate pubblicava sui suoi canali Telegram e Whatsapp la notizia della sua caduta. Bastava poco per smascherare immediatamente la falsa notizia, ma spesso si preferisce credere a utenti ignoti che ai canali ufficiali. La notizia era diventata virale. Alle 2 del mattino, l’operatore di Atlas Network, Agustín Antonetti, ha twittato da Miami le due immagini che sarebbero associate a questa bufala. Antonetti ha assicurato che le immagini provenivano da “una persona di alta fiducia a Cuba”. Alle 2:48 del 22 marzo, un post dell’operatore politico Magdiel Jorge Castro, dalla Spagna, ha introdotto una versione più elaborata: allarmi attivati, presenza di “berretti neri”, ai vicini è stato impedito di uscire ed elicotteri che sorvolano. Quel post – trasmesso da Madrid e senza prove verificabili – è diventato uno dei nuclei iniziali della conversazione, riferisce Cubadebate. Meno di un’ora dopo, il contenuto è diventato virale a livello internazionale. Alle 3:33 del mattino, alcuni media di lingua inglese hanno amplificato la storia, citando quelle stesse fonti e consolidando una versione che non parlava più di indizi, ma di uno scenario in via di sviluppo. Un’analisi della frequenza delle menzioni all’ora sulla piattaforma X effettuata dall’Osservatorio dei media di Cubadebate consente di identificare una curva di diffusione chiaramente definita. La circolazione inizia timidamente la notte del 21 marzo e cresce durante l’alba, ma è tra le 06:00 e le 08:00 del 22 marzo che la voce raggiunge il suo apice: circa 70 menzioni all’ora nel corpus analizzato. Questo è il momento in cui la bufala cessa di essere una voce marginale e diventa una tendenza. E lo fa senza nuove prove, senza immagini aggiuntive e senza conferma istituzionale. Solo per ripetizione. A questo punto conviene fermarsi e osservare il meccanismo. La fake news non circola come una narrazione unica, ma come un insieme di cornici narrative che si sovrappongono: 1. Ci sono incidenti violenti Vengono riferite esplosioni e incendi all’Avana. È il nucleo iniziale, supportato da immagini ambigue. 2. Militarizzazione. Vengono introdotti elicotteri, forze speciali e “berretti neri”. La scena passa da un incidente confuso a una possibile operazione di sicurezza. 3. Opacità informativa Si sostiene che, a causa del black-out e dell’interruzione di Internet, non è possibile verificare cosa sta succedendo. La mancanza di informazioni si presenta come prova indiretta. 4. Geopolitica. L’episodio è proiettato verso scenari più grandi: intervento esterno, “Venezuela 2.0” o crollo del sistema politico. 5. Correzioni minoritarie. Alcune voci indicano spiegazioni tecniche: sostengono che il rumore che si sente non sono elicotteri, ma generatori elettrici e che le fotografie non sono attuali. Queste versioni appaiono presto, ma non riescono a rallentare la diffusione iniziale. La notizia è stata confezionata senza alcun riscontro visivo, non vengono citati testimoni, persone che abbiano visto quanto affermato, le immagini sono anonime e prive di contesto geografico e temporale, ma nonostante tutto questo la notizia diventa virale perché diffusa da utenti che non hanno assolutamente verificato quanto si affermava stesse avvenendo. Nelle immagini divulgate come “prova” delle esplosioni all’Avana il luogo non è identificato. Non ci sono video coerenti. Non ci sono sequenze verificabili. Tuttavia, queste immagini sono state sufficienti per stimolare l’immaginazione. In alcuni casi, sono state addirittura trasformate: sono stati aggiunti testi, iconografie di elicotteri, insegne “last minute” e presunte prove della NASA. L’analisi consente di identificare un modello chiaro: la voce non emerge nei grandi account, ma raggiunge una scala virale non appena la incorporano nel loro flusso di pubblicazioni. Si tratta di profili collegati a media ad alto impatto, aggregatori di notizie e attori chiave dell’amplificazione. Non hanno verificato le informazioni prima di diffonderle; le hanno riconfezionate, condensate in formule che ne facilitavano la circolazione rapida, o semplicemente le hanno ridistribuite a un pubblico molto più ampio. In quel transito, le voci si sono stabilizzate. La notizia ha smesso di presentarsi come un dubbio e ha continuato a circolare come un fatto assunto. Perché questa notizia è diventata virale nonostante sia stata scarsamente provata? La spiegazione ha varie cause che assieme hanno creato il terreno ideale per la sua diffusione. In primo luogo, il contesto ha favorito la confusione. Un black-out nazionale non è solo un guasto tecnico: altera la vita quotidiana, genera preoccupazione e rende difficile sapere cosa sta realmente accadendo. Quando l’elettricità scompare, si riducono anche le comunicazioni, l’accesso a Internet e la possibilità di confrontare le versioni. In una situazione del genere, cresce il bisogno di spiegazioni immediate e con esso la vulnerabilità di fronte alle illazioni. In secondo luogo, quella notizia non è apparsa nel vuoto. Per anni, una parte dell’ecosistema mediatico e politico ha interpretato quasi ogni episodio accaduto a Cuba come un segno di crollo, caos interno o imminenza di un esito più grande. Quel quadro interpretativo era già disponibile. Ecco perché, quando immagini confuse e strani suoni sono apparsi nel mezzo del black-out, una parte del pubblico era predisposto a leggerli non come fatti incerti o isolati, ma come prova di una crisi più profonda. In terzo luogo, i social media sono progettati per premiare la velocità, l’emotività e l’impatto. Un messaggio allarmante, diffuso nel momento di massima incertezza, circola meglio di una spiegazione prudente o di una verifica che richiede più tempo per essere trovata. In pratica, ciò significa che molti account preferiscono pubblicare immediatamente ciò che “sembra accadere” piuttosto che aspettare di verificarlo. L’incentivo non è quello di colpire, ma arrivare per primi e attirare l’attenzione. Inoltre, questo tipo di bufala di solito non si presenta all’improvviso come una grande bugia evidente. Si costruisce passo dopo passo. Prima appare un bagliore lontano. Poi qualcuno lo chiama incendio. Più tardi si parla di esplosione. Poi si aggiungono elicotteri, forze speciali o movimenti strani. Infine, tutto questo viene riordinato come se fosse parte della stessa scena di crisi. Ogni passo, fatto separatamente, può sembrare credibile; il problema è che la somma delle congetture finisce per presentarsi come se fosse un fatto confermato, analizza il sito Cubadebate. Analisi completamente condivisibile, ma non bisogna dimenticare che, come detto, la verità era a disposizione degli utenti 19 minuti dopo la disconnessione del sistema, quindi era facilmente verificabile che si trattava di una colossale bufala. L’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica non dipendeva da nessuna esplosione, da nessun intervento militare, ma dalla disconnessione dal sistema elettrico nazionale della centrale di Nuevitas. Pensare che la notizia sia stata creata e amplificata nella sua diffusione da account riconducibili ai soliti controrivoluzionari che operano sull’isola non è certamente fantasia. So benissimo che quando la corrente se ne va le comunicazioni sono difficili e Internet funziona a singhiozzo, ma se stai su X e  diffondi notizie non verificabili la tua connessione funziona benissimo. Se non diffondi la verità che Cubadebate prontamente ha pubblicato allora c’è del dolo e non solamente la necessità di trovare una giustificazione a quanto sta accadendo. Diffondere false notizie per aumentare le preoccupazioni della popolazione cubana, chiamata anche guerra cognitiva,  è una precisa strategia di destabilizzazione dell’ordine sociale dell’isola condotta da tempo da quelli che della controrivoluzione vivono, sia negli Stati Uniti che a Cuba. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso
L’Iran ha ucciso leader israeliani? “Il giornalismo di guerra deve muoversi in un panorama dominato da propaganda, censura e guerra psicologica. Ciò è particolarmente vero quando si coprono conflitti che coinvolgono Israele, dove la censura militare limita le informazioni e le narrazioni dei media occidentali spesso si allineano con le […] L'articolo L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso su Contropiano.
March 13, 2026
Contropiano
Venti minuti per ingannare l'IA: ChatGPT e Gemini preda della disinformazione più ovvia
Con l'avvento degli LLM, molti si sono convinti che questi siano degli oracoli assolutamente imparziali e onniscienti cui chiedere conferma della veridicità di pressoché ogni informazione. In realtà, come dimostra l'esperimento condotto da un giornalista della BBC, ingannare i chatbot (o, per lo meno, alcuni di essi) spingendoli a credere alle bufale non è poi troppo complicato. In particolare ChatGPT e Gemini, pur essendo sistemi progettati per filtrare contenuti falsi o dannosi, possano essere indotti a generare informazioni errate con sorprendente rapidità. Il giornalista in questione, Thomas Germain, non aveva l'obiettivo di violare sistemi informatici o sfruttare vulnerabilità tecniche profonde, ma puntava soltanto dimostrare come un intervento minimo e apparentemente innocuo potesse alterare il comportamento di chatbot come ChatGPT e Google Gemini. L'intero processo di creazione dell'inganno ha richiesto appena venti minuti, serviti a Germain per creare una semplice pagina web sul proprio sito personale. Il contenuto di questa pagina era volutamente banale e costruito ad arte: un articolo che lo definiva «il miglior giornalista tecnologico al mondo nel mangiare hot dog». Non si trattava di un'informazione reale né plausibile, ma era formulata in modo tale da sembrare una dichiarazione di fatto. Leggi l'articolo
February 26, 2026
Pillole di info digitale