Una battaglia dopo l’altraLa prima settimana di primavera segna l’apertura di uno spazio di possibilità
per le mobilitazioni contro la guerra e contro l’estrema destra al governo in
questo paese. L’analisi del risultato, netto, del referendum, raggiunto grazie a
un’enorme e inaspettata partecipazione al voto, indica che un’inversione
dell’ascesa e del consolidamento del consenso delle destre parte dalle fasce
giovanili, sempre più marginalizzate economicamente e politicamente e con
prospettive di futuri arruolamenti nelle guerre a stelle e strisce. Hanno
contribuito all’affermazione del no anche le regioni ulteriormente impoverite
del meridione e le grandi città, terreno di conquista da parte di fondi
immobiliari e dell’industria del turismo che alimentano gentrificazione ed
espulsione.
In particolare, l’odio del Governo Meloni verso i giovani si è concretizzato sin
dalle prime iniziative legislative di questo governo con il cosiddetto “decreto
Rave”, criminalizzando forme di aggregazioni sociali al di fuori del
divertimento mediato dal consumo. Ha poi preso forma con il “decreto Caivano”
che ha determinato il raddoppio della detenzione minorile, non di rado
caratterizzata da torture da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria, come
accaduto al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. Fino al varo
dell’ultimo decreto in materia di sicurezza, dove, in continuità con il decreto
Caivano, viene ampliato il novero dei reati per cui si può applicare
l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni e dove
vengono inasprite le leggi riguardanti il porto di armi bianche. Tutte misure
varate in ragione di una generale criminalizzazione giovanile e della retorica
anti-“maranza”, oggetto di una specifica campagna stampa da parte dei media
vicini all’esecutivo.
Anche la repressione dei movimenti ecologisti, a cui è stata dedicata anche la
parte del primo decreto sicurezza (che riguarda la trasformazione del blocco
stradale e ferroviario da illecito amministrativo a reato penale, con pene fino
a due anni) è sintomatica dello sguardo del governo nei confronti delle e dei
giovani. Anche alcuni provvedimenti a carattere non normativo, come quello
adottato dal ministro Valditara riguardo all’educazione sessuo-affettiva,
rivelano la chiusura totale alle istanze di un cambiamento radicale portato
avanti dalle studenti di questo paese. Questo attacco alle nuove generazioni si
inserisce inoltre in uno storico panorama di umiliazione, mancanza di
prospettive, precarietà e sotto inquadramento lavorativo, in un paese in cui
l’innovazione è pressoché pari a zero e gli unici sussidi sono i finanziamenti e
i bonus alle imprese che questo Governo ha continuato a portare avanti,
eliminando la misura del reddito di cittadinanza introdotto durante il governo
Conte I.
> Non deve sorprendere, quindi, la presenza di una profonda avversione dei e
> delle più giovani nei confronti delle politiche governative, che si è poi
> concretizzata con una percentuale per il No che ha sfiorato il 60%: in poche
> parole, una vendetta chirurgica servita quando più poteva far male.
Percentuali bulgare contro la riforma costituzionale della Giustizia che si sono
registrate anche al Sud, in cui pesa, in maniera maggiore rispetto al resto del
paese, la scelta politica del Governo di investire 12 miliardi in più in armi
nel 2025 (da 33 nel 2024 a 45 nel 2025, un aumento dal 1,52% del PIL a 2,01,
come certificato dal rapporto NATO) a scapito della spesa pubblica in materia di
welfare e servizi, con sanità, scuola e università allo stremo, che spesso
determinano anche migrazioni forzate verso il Nord o verso l’estero. Le
infrastrutture al Sud subiscono inoltre anche il drenaggio di gran parte delle
risorse a favore della costruzione del Ponte sullo Stretto che, nonostante le
diverse sentenze della Corte dei Conti, il Governo sembra voler portare avanti
con una spesa per i fondi pubblici che, solamente in fase progettuale, si aggira
sui 13,5 miliardi di Euro. Soldi che evidentemente risulterebbero più utili se
spesi, ad esempio, per la messa in sicurezza dei territori, per contrastare il
dissesto idrogeologico rappresentato, plasticamente e drammaticamente, dalla
frana di Niscemi.
C’è, tuttavia, un altro elemento fondamentale alla base dello schiaffo ricevuto
dal Governo Meloni a seguito del voto referendario: la guerra, o meglio, il
dispiegarsi dell’Israele globale, che non si ferma al genocidio del popolo
palestinese (ancora pienamente in corso), ma che mira alla completa
destabilizzazione del Medio Oriente, con ulteriori migliaia di vittime, con
contraccolpi che investiranno la regione per decenni, come il post-Iraq 2003, e
con ripercussioni materiali, a cominciare dall’inflazione e dalla crisi
economica determinate dall’aumento dei prezzi dei carburanti, già tangibili e
destinate unicamente ad aggravarsi. La guerra non è più solamente sugli schermi,
a migliaia di chilometri di distanza: ci è piombata in casa, e le conseguenze si
protrarranno per mesi, almeno. Non è detto, infatti, che se la consultazione
referendaria si fosse tenuta a febbraio avremmo osservato lo stesso risultato.
L’immobilismo di Meloni, la “diplomazia” da bar di Tajani e la vicenda di
Crosetto, bloccato a Dubai mentre faceva il piazzista di armi, hanno fatto il
resto. Un’inconsistenza in politica estera disarmante e preoccupante, perché
mostra limpidamente qual è l’impatto dell’abbraccio fatale di Trump, ovvero la
sudditanza totale e il ruolo disarticolante dell’Italia in ambito europeo (in
buona compagnia, soprattutto del cancelliere Merz, in visita a Washington pochi
giorni dopo l’inizio del bombardamenti israelo-statunitensi sull’Iran).
È in questa prospettiva di rifiuto della guerra, di opposizione all’economia e
alla riconversione bellica e contro l’autoritarismo che è possibile tracciare
una linea di continuità fra il referendum del 22-23 marzo e l’oceanica
manifestazione “NO KINGS” di sabato scorso che, non solo simbolicamente (come
segnalato dal blocco della tangenziale Est), si pone sull’onda lunga delle
manifestazioni autunnali.
> Una marea scesa in piazza contro un orizzonte e un futuro di guerra e armi,
> contro la distruzione del multilateralismo e l’imposizione di un imperialismo
> privato, governato dalle plusvalenze di Trump e dei suoi scagnozzi, e dalla
> visione messianica genocida di Netanyahu e Israele.
Oltre centomila persone per sostenere l’autodeterminazione dei popoli e dei
corpi, spesso utilizzati come retorica per giustificare morti innocenti come la
vergognosa conferenza stampa in cui il premier israeliano citava “Donna, vita,
Libertà” a sostegno della sua operazione bellica unilaterale. Una parte
consistente del corteo scandiva anche cori contro la militarizzazione delle
scuole e dell’Università, la complicità delle stesse con il genocidio a Gaza e
contro lo stato di Polizia che la destra vorrebbe imporre con l’ultimo decreto
sicurezza, di cui ieri abbiamo avuto il primo assaggio con il fermo preventivo
di chi voleva commemorare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, l3 due
attivist3 anarchic3 mort3 al Parco degli Acquedotti.
Quest’ultima settimana ci restituisce quindi l’eventualità di poter contendere
la narrazione della destra nella società portando avanti rivendicazioni
radicali, a partire, ma non solo, dalle misure nei confronti di Stati Uniti e
Israele. È il momento di rivendicare senza se e senza ma la chiusura delle basi
militari statunitensi presenti sul territorio, da Aviano a Sigonella, in cui
sono presenti gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo
raggio impiegati per bombardare l’Iran e dai cui sono partiti 12
cacciabombardieri F-16 identici a quelli utilizzati nella guerra in corso e
aerei spia per ricognizioni sul Golfo Persico. Così come è necessario continuare
a fare pressione affinché vengano apposte, al livello almeno europeo, sanzioni a
Israele, eventualità che ormai, dopo il “cessate il fuoco”, è sparita dal
discorso pubblico, e affinché il nostro paese si ritiri dal Board of Peace, CdA
di ricchi autarchi al servizio degli interessi immobiliari di Trump e genocidari
di Netanyahu. È di fondamentale rilevanza, inoltre, connettere la questione
della riduzione delle spese militari al welfare, ai salari, al reddito minimo e
alla pressione fiscale (patrimoniale). Non è concepibile giocare in difesa,
lasciando che di questi temi si occupi chi è stato responsabile del più grande
arretramento salariale degli ultimi 30 anni.
> L’autodeterminazione nelle proprie vite, la fuoriuscita dalla precarietà (a
> proposito delle e dei giovani di cui tutte/i si riempiono la bocca, in
> particolare il cosiddetto campo largo), in estrema sintesi, la libertà di
> tutte e tutti è indissolubilmente legata a tali politiche.
L’opportunità che abbiamo di fronte non ha tempi infiniti, potrebbe chiudersi
tanto velocemente quanto si è manifestata in quest’ultima settimana. Pone
stringentemente il tema dell’elaborazione di alleanze e di strutture
organizzative all’altezza, per sostenere e moltiplicare le mobilitazioni in
corso (a partire dalla lotta contro il DDL Bongiorno) e per non rischiare di
essere annientati dai cappelli elettorali o dalle divisioni sindacali che già
abbiamo visto lo scorso autunno. È necessario avere l’ambizione di creare dal
basso, a partire dai soggetti che già animano le lotte contro la guerra e il
genocidio, contro la militarizzazione della società e contro la guerra ai corpi,
degli ambiti di confronto aperti, non proprietari, dove poter elaborare
collettivamente, e al livello territoriale, strategie di sabotaggio degli
ingranaggi che inesorabilmente ci stanno portando alla guerra e alla povertà.
Contesti in grado di attivare processi politici reali che sappiano andare ben
oltre la nostra bolla. Rifuggendo sia ambiti identitari e minoritari (che non
hanno trovato niente di meglio che accusare chi ha partecipato al corteo di
sabato di essere l’utile idiota del campo largo) che alchimie, poco
lungimiranti, di costruzione dall’alto di contesti locali senza radicamento
sociale. Non è assolutamente una sfida facile, lo dimostrano gli ultimi mesi, ma
è l’unica, vera, che abbiamo di fronte.
La copertina è di Ivana Noto
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