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Disarmiamo i re. I No Kings arrivano in Ciociaria
Ad Anagni, in provincia di Frosinone, c'è un posto dove i proiettili inesplosi vanno a morire. E' l'ex Winchester, stabilimento della Knds, il colosso degli armamenti che ora vuole trasformare la fabbrica in un sito bellico in cui produrre nitrogelatina, una molecola altamente esplosiva. In piena zona contaminata, a due passi dall'autostrada del Sole e da un quartiere residenziale, i signori della guerra pensano di poter costruire un loro arsenale senza fare i conti con chi lì ci vive e lavora, con le realtà sociali e con i @nokings Italy. Perchè quella forza collettiva che ha travolto Roma la scorsa settimana non si è di certo esaurita! Si rinnova nei territori e nelle lotte per il diritto alla casa, alla salute e per un lavoro degno! Quella forza ora arriva ad Anagni per togliere la riconversione dal vocabolario dell'industria bellica! Per questo vogliamo disarmare i re, vogliamo sabotare i loro piani e i loro tentativi di appropriarsi di soldi pubblici che potrebbero servire per la transizione energetica e per riconversione ecologica, per la sanità e per le politiche attive del lavoro. Lo faremo davanti i cancelli dell'Ex Winchester, occupando il piazzale con musica, voci e idee per uscire da questi tempi di guerra. Presidio davanti l'Ex Winchester domenica 19 aprile ore 15 con Disarmiamoli Valle del Sacco e assemblea No War Ne parliamo con un compagno della Valle del Sacco
April 15, 2026
Radio Onda Rossa
Manifesto per la gentilezza radicale
Il 1° aprile è stato pubblicato un manifesto in cui si afferma che, di fronte all’odio, “la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo compiere.” Ecco il link per firmarlo: Manifesto per la gentilezza radicale https://resist.es/peticiones/manifiesto-por-la-bondad-radical/ Noi di Resist.es e Spanish Revolution sosteniamo che la gentilezza non sia un’opzione estetica, né una qualità individuale. È una posizione politica consapevole di fronte a un sistema che ha bisogno della paura, della frammentazione e della violenza simbolica per sostenersi. La domanda non è più se l’odio esista. La domanda è chi lo produce, chi lo amplifica e chi ne trae beneficio. Perché l’odio non è spontaneo. È un’infrastruttura. Viene fabbricato nei laboratori mediatici, distribuito tramite algoritmi progettati per massimizzare la reazione emotiva e trasformato in redditività politica ed economica. Ogni bufala, ogni discorso disumanizzante, ogni narrativa basata sullo scontro svolge una funzione: spostare l’attenzione, dividere la società e proteggere le strutture che concentrano il potere. L’odio è un modello di business. E come ogni modello di business, ha bisogno di consumatori e consumatrici. Ha bisogno di clic, ha bisogno di indignazione indirizzata, ha bisogno che qualcuno creda a quella storia e la riproduca. Ha bisogno che tu, che chiunque, partecipi inconsapevolmente alla sua catena di valore. Ecco perché questo manifesto non fa appello alla morale individuale come rifugio, ma alla responsabilità collettiva come rottura. Tu, come persona, non sei irrilevante all’interno di questo sistema. Sei un nodo. Un punto di trasmissione. Uno spazio in cui si decide se l’odio circola o si ferma. Ogni volta che condividi senza verificare, alimenti una struttura. Ogni volta che reagisci sulla base di una rabbia indotta, sostieni una logica. Ogni volta che accetti una semplificazione interessata, legittimi una narrativa. Ma accade anche il contrario. Ogni volta che ti fermi, interrompi il flusso. Ogni volta che ti contrapponi, introduci un attrito. Ogni volta che scegli di non odiare, rompi una catena di redditività. In questo contesto la gentilezza radicale è una pratica di sabotaggio. Non è ingenuità. È consapevolezza di come operano i meccanismi di produzione dell’odio. È comprendere che la polarizzazione non è un incidente, ma uno strumento di governance. È ammettere che la paura è una risorsa politica e che c’è chi la gestisce come un bene. Rifiutare l’odio non significa ritirarsi dal conflitto. Significa riconfigurarlo. È rifiutarsi di accettare schemi che riducono la complessità a trincee. È disobbedire alle narrazioni che trasformano le altre persone in minacce. È smantellare discorsi che hanno bisogno di disumanizzare per funzionare. Non si tratta di essere neutrali. Si tratta di essere precisi. Denunciare l’ingiustizia senza amplificare l’odio. Denunciare l’abuso senza riprodurre la logica del nemico. Indicare le responsabilità senza cadere nella disumanizzazione. Perché il sistema ha bisogno che confondiamo la critica con l’odio e la giustizia con la vendetta. La gentilezza radicale stabilisce qualcos’altro: un’irriducibile etica della dignità. Anche quando è scomoda. Anche quando non genera applausi immediati. Anche quando non è redditizia. Da un punto di vista tecnico, ciò implica un’alfabetizzazione mediatica attiva. Capire come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, come si costruiscono le bolle informative, come operano le campagne di disinformazione. Implica riconoscere schemi ricorrenti: l’estrema semplificazione, il costante ricorso alla paura, la creazione di nemici vaghi. Implica anche costruire alternative. Reti di informazione verificate. Spazi di conversazione non catturati dalla logica dello scontro. Comunità che privilegiano la cura rispetto alla reazione.  La gentilezza radicale non è passiva. È strutturale. Si organizza. Si protegge. Si difende. Non basta non odiare. Bisogna impedire che l’odio diventi la norma. Non basta non condividere bufale. Bisogna smantellare le condizioni che le rendono efficaci. Non basta non cadere nella polarizzazione. Bisogna segnalare chi la crea. Questo manifesto è un invito ad assumere quel ruolo. A capire che ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica. A riconoscere che anche l’indifferenza è una forma di partecipazione. A scegliere consapevolmente quali dinamiche riprodurre e quali interrompere. Perché in un ecosistema progettato per trasformare l’odio in profitto, decidere di non odiare è una forma di insubordinazione. E in un mondo che ha bisogno che noi abbiamo paura per funzionare, la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo sostenere. Nota La fede nella “gentilezza radicale” fa parte del bellissimo messaggio di Rebecca, la vedova di Renee Good, uccisa dall’ICE, che Jane Fonda ha letto durante la manifestazione No Kings tenutasi a Minneapolis il 28 marzo. Dal minuto 3:06:35 del video. https://www.nokings.org/livestreams Redacción España
April 10, 2026
Pressenza
La piazza incorporata
No Kings tra rivoluzione passiva, filantropia strategica e realismo capitalista Nella tradizione del pensiero politico c’è una formula che spiega bene quei fenomeni nei quali il mutamento apparente serve da involucro alla conservazione e dove l’energia del conflitto viene canalizzata e restituita al sistema sotto forma di legittimazione rafforzata. La […] L'articolo La piazza incorporata su Contropiano.
April 6, 2026
Contropiano
Un referendum pieno di NO e una piazza piena di Sì
Lenin disse una volta che “ci sono decenni in cui non accade nulla. E poi delle settimane in cui accadono decenni”. Potremmo descrivere così questo arrivo della primavera che ha visto la straordinaria vittoria del NO al referendum sulla giustizia e la grande manifestazione nazionale No Kings che ha portato a Roma trecentomila persone. Naturalmente, ciò che è accaduto non è avvenuto senza una sedimentazione nella società di un autunno che ha visto piazze oceaniche contro guerra, genocidio, riarmo e autoritarismo, animate da una generazione di giovani, scesa in campo per restarci. Come ha dimostrato partecipando in massa al referendum e dando sostanza al movimento No Kings. Il governo Meloni ha accusato il colpo e ora naviga dentro una tempesta dalla quale, tra teste che cadono, “riforme” che evaporano, elezioni anticipate annunciate e smentite, non sa se e come uscirne. Perché deve fronteggiare un NO al referendum che ha fermato la torsione autoritaria delle istituzioni, una delle cifre fondanti del programma di governo meloniano, e una straordinaria manifestazione del movimento No Kings che ha costruito un luogo di riconoscimento collettivo per tutte le lotte, le pratiche e le esperienze che quotidianamente e nei territori suggeriscono un’alternativa di società. Il fatto nuovo è stata la convergenza di tutte queste realtà, che nel “camminare sulla testa dei re” e nell’opporsi a tutte le loro guerre, ha riempito di SI le strade di Roma, affermando i principi della giustizia sociale e climatica, della fine della precarietà, della dignità del lavoro, della difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, del diritto alla pace e al futuro, della lotta al patriarcato, di una democrazia partecipativa, diffusa e dal basso. Ha detto che un nuovo mondo è in marcia, che è in grado di bloccare tutto per interrompere il baratro della guerra in cui vorrebbero rinchiuderci, e che è tempo di scrutare l’orizzonte, se lo facciamo tutte e tutti insieme. Un movimento è in campo con la forza e la ricchezza che accompagnano ogni stato nascente e con la fragilità che ogni esistenza comporta. Di fronte a sé ha diverse direzioni da intraprendere e altrettante trappole da evitare. Una prima direzione riguarda la reticolarità territoriale: il nostro non è un paese di grandi città con nient’altro attorno, bensì un complesso di comunità locali dentro le quali, contro i re che vogliono mettere a valore territorio e patrimonio pubblico, servizi e relazioni, occorre rivendicare la partecipazione diretta alle decisioni collettive, fino a sperimentare forme di autogoverno territoriale sociale ed ecologico. Una seconda direzione riguarda l’Europa, perché ciò che accade nel nostro paese è qualcosa che va molto oltre lo stesso, e deriva da un’Unione Europea che ha deciso di sostituire il welfare con il warfare, di militarizzare l’economia e la società e di voler arruolare tutte le coscienze. Senza un vero movimento europeo, l’inversione di rotta rischia di rivelarsi impossibile. Una terza direzione riguarda il processo stesso di convergenza, che non può mai darsi un perimetro definito ma continuare a tendere all’inclusione massima possibile, perché se ci si pensa maggioritari dentro la società occorre che tutto questo si tramuti in processi concreti e non abbia l’evanescenza di una sorta di sondaggio d’opinione. Se queste sono le possibili direzioni verso le quali camminare, occorre rilevare le possibili trappole lungo il percorso. La prima trappola è quella dell’identitarismo e della compulsione organizzativista. Un movimento non è mai solo diretto o solo spontaneo; spesso, soprattutto quando riesce, è il frutto della capacità di reti e realtà sociali di intuire i movimenti carsici che attraversano la società, mettendo a disposizione luoghi di incontro e di riconoscimento reciproco. Ma un movimento prolifera se mette insieme, e permette loro di sentirsi comode, tutte le culture che variamente lo promuovono e che grazie ad esso si trasformano. Nessuna reductio ad unum può far bene, perché se tutte e tutti siamo aria nessuno può immaginare di essere polmone. La seconda trappola è quella della artificiosa rappresentanza, ovvero la pratica ormai consolidata dentro i partiti istituzionali di fingersi sintesi di ciò che dentro la società si muove. E se qualche leader istituzionale ha subito pensato di aver incamerato i No al referendum e i colori della piazza No Kings, occorrerà spiegare bene come non si abbattono i Re per sostituirli con altri, ma è proprio di un’altra democrazia che si sta parlando. La terza trappola riguarda la gerarchia delle lotte, diretta conseguenza dell’agenda che ogni movimento prima o poi tende a darsi. Se la semplice formula No Kings ha saputo accomunare tutti i No soggettivamente espressi in un percorso comune, ciò è dovuto al fatto che oggi il capitalismo è pervasivo e non lascia alcuno spazio al di fuori di sé; questo significa sia che ogni lotta dice un pezzo di verità su questo modello, sia che ciascuna è necessaria tanto per cambiare i rapporti di forza dentro la società quanto per costruire quel caleidoscopio di contenuti necessario all’alternativa di società. Non siamo in campo contro l’attuale dominio per costruirne un analogo in futuro. Nelle urne del referendum e nei colori delle strade di Roma abbiamo sperimentato la vertigine della bellezza, perché l’orizzonte allarga lo sguardo ma mette anche i brividi sulle nostre capacità di sostenerlo. Ad un autunno che ha sbalordito tutte e tutti noi è seguita una primavera apertasi con allegria e determinazione. Non ci resta che continuare a camminare, senza smettere di domandare. Attac Italia
April 3, 2026
Pressenza
Una battaglia dopo l’altra
La prima settimana di primavera segna l’apertura di uno spazio di possibilità per le mobilitazioni contro la guerra e contro l’estrema destra al governo in questo paese. L’analisi del risultato, netto, del referendum, raggiunto grazie a un’enorme e inaspettata partecipazione al voto, indica che un’inversione dell’ascesa e del consolidamento del consenso delle destre parte dalle fasce giovanili, sempre più marginalizzate economicamente e politicamente e con prospettive di futuri arruolamenti nelle guerre a stelle e strisce. Hanno contribuito all’affermazione del no anche le regioni ulteriormente impoverite del meridione e le grandi città, terreno di conquista da parte di fondi immobiliari e dell’industria del turismo che alimentano gentrificazione ed espulsione. In particolare, l’odio del Governo Meloni verso i giovani si è concretizzato sin dalle prime iniziative legislative di questo governo con il cosiddetto “decreto Rave”, criminalizzando forme di aggregazioni sociali al di fuori del divertimento mediato dal consumo. Ha poi preso forma con il “decreto Caivano” che ha determinato il raddoppio della detenzione minorile, non di rado caratterizzata da torture da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria, come accaduto al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. Fino al varo dell’ultimo decreto in materia di sicurezza, dove, in continuità con il decreto Caivano, viene ampliato il novero dei reati per cui si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni e dove vengono inasprite le leggi riguardanti il porto di armi bianche. Tutte misure varate in ragione di una generale criminalizzazione giovanile e della retorica anti-“maranza”, oggetto di una specifica campagna stampa da parte dei media vicini all’esecutivo. Anche la repressione dei movimenti ecologisti, a cui è stata dedicata anche la parte del primo decreto sicurezza (che riguarda la trasformazione del blocco stradale e ferroviario da illecito amministrativo a reato penale, con pene fino a due anni) è sintomatica dello sguardo del governo nei confronti delle e dei giovani. Anche alcuni provvedimenti a carattere non normativo, come quello adottato dal ministro Valditara riguardo all’educazione sessuo-affettiva, rivelano la chiusura totale alle istanze di un cambiamento radicale portato avanti dalle studenti di questo paese. Questo attacco alle nuove generazioni si inserisce inoltre in uno storico panorama di umiliazione, mancanza di prospettive, precarietà e sotto inquadramento lavorativo, in un paese in cui l’innovazione è pressoché pari a zero e gli unici sussidi sono i finanziamenti e i bonus alle imprese che questo Governo ha continuato a portare avanti, eliminando la misura del reddito di cittadinanza introdotto durante il governo Conte I. > Non deve sorprendere, quindi, la presenza di una profonda avversione dei e > delle più giovani nei confronti delle politiche governative, che si è poi > concretizzata con una percentuale per il No che ha sfiorato il 60%: in poche > parole, una vendetta chirurgica servita quando più poteva far male. Percentuali bulgare contro la riforma costituzionale della Giustizia che si sono registrate anche al Sud, in cui pesa, in maniera maggiore rispetto al resto del paese, la scelta politica del Governo di investire 12 miliardi in più in armi nel 2025 (da 33 nel 2024 a 45 nel 2025, un aumento dal 1,52% del PIL a 2,01, come certificato dal rapporto NATO) a scapito della spesa pubblica in materia di welfare e servizi, con sanità, scuola e università allo stremo, che spesso determinano anche migrazioni forzate verso il Nord o verso l’estero. Le infrastrutture al Sud subiscono inoltre anche il drenaggio di gran parte delle risorse a favore della costruzione del Ponte sullo Stretto che, nonostante le diverse sentenze della Corte dei Conti, il Governo sembra voler portare avanti con una spesa per i fondi pubblici che, solamente in fase progettuale, si aggira sui 13,5 miliardi di Euro. Soldi che evidentemente risulterebbero più utili se spesi, ad esempio, per la messa in sicurezza dei territori, per contrastare il dissesto idrogeologico rappresentato, plasticamente e drammaticamente, dalla frana di Niscemi. C’è, tuttavia, un altro elemento fondamentale alla base dello schiaffo ricevuto dal Governo Meloni a seguito del voto referendario: la guerra, o meglio, il dispiegarsi dell’Israele globale, che non si ferma al genocidio del popolo palestinese (ancora pienamente in corso), ma che mira alla completa destabilizzazione del Medio Oriente, con ulteriori migliaia di vittime, con contraccolpi che investiranno la regione per decenni, come il post-Iraq 2003, e con ripercussioni materiali, a cominciare dall’inflazione e dalla crisi economica determinate dall’aumento dei prezzi dei carburanti, già tangibili e destinate unicamente ad aggravarsi. La guerra non è più solamente sugli schermi, a migliaia di chilometri di distanza: ci è piombata in casa, e le conseguenze si protrarranno per mesi, almeno. Non è detto, infatti, che se la consultazione referendaria si fosse tenuta a febbraio avremmo osservato lo stesso risultato. L’immobilismo di Meloni, la “diplomazia” da bar di Tajani e la vicenda di Crosetto, bloccato a Dubai mentre faceva il piazzista di armi, hanno fatto il resto. Un’inconsistenza in politica estera disarmante e preoccupante, perché mostra limpidamente qual è l’impatto dell’abbraccio fatale di Trump, ovvero la sudditanza totale e il ruolo disarticolante dell’Italia in ambito europeo (in buona compagnia, soprattutto del cancelliere Merz, in visita a Washington pochi giorni dopo l’inizio del bombardamenti israelo-statunitensi sull’Iran). È in questa prospettiva di rifiuto della guerra, di opposizione all’economia e alla riconversione bellica e contro l’autoritarismo che è possibile tracciare una linea di continuità fra il referendum del 22-23 marzo e l’oceanica manifestazione “NO KINGS” di sabato scorso che, non solo simbolicamente (come segnalato dal blocco della tangenziale Est), si pone sull’onda lunga delle manifestazioni autunnali. > Una marea scesa in piazza contro un orizzonte e un futuro di guerra e armi, > contro la distruzione del multilateralismo e l’imposizione di un imperialismo > privato, governato dalle plusvalenze di Trump e dei suoi scagnozzi, e dalla > visione messianica genocida di Netanyahu e Israele. Oltre centomila persone per sostenere l’autodeterminazione dei popoli e dei corpi, spesso utilizzati come retorica per giustificare morti innocenti come la vergognosa conferenza stampa in cui il premier israeliano citava “Donna, vita, Libertà” a sostegno della sua operazione bellica unilaterale. Una parte consistente del corteo scandiva anche cori contro la militarizzazione delle scuole e dell’Università, la complicità delle stesse con il genocidio a Gaza e contro lo stato di Polizia che la destra vorrebbe imporre con l’ultimo decreto sicurezza, di cui ieri abbiamo avuto il primo assaggio con il fermo preventivo di chi voleva commemorare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, l3 due attivist3 anarchic3 mort3 al Parco degli Acquedotti. Quest’ultima settimana ci restituisce quindi l’eventualità di poter contendere la narrazione della destra nella società portando avanti rivendicazioni radicali, a partire, ma non solo, dalle misure nei confronti di Stati Uniti e Israele. È il momento di rivendicare senza se e senza ma la chiusura delle basi militari statunitensi presenti sul territorio, da Aviano a Sigonella, in cui sono presenti gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare l’Iran e dai cui sono partiti 12 cacciabombardieri F-16 identici a quelli utilizzati nella guerra in corso e aerei spia per ricognizioni sul Golfo Persico. Così come è necessario continuare a fare pressione affinché vengano apposte, al livello almeno europeo, sanzioni a Israele, eventualità che ormai, dopo il “cessate il fuoco”, è sparita dal discorso pubblico, e affinché il nostro paese si ritiri dal Board of Peace, CdA di ricchi autarchi al servizio degli interessi immobiliari di Trump e genocidari di Netanyahu. È di fondamentale rilevanza, inoltre, connettere la questione della riduzione delle spese militari al welfare, ai salari, al reddito minimo e alla pressione fiscale (patrimoniale). Non è concepibile giocare in difesa, lasciando che di questi temi si occupi chi è stato responsabile del più grande arretramento salariale degli ultimi 30 anni.   > L’autodeterminazione nelle proprie vite, la fuoriuscita dalla precarietà (a > proposito delle e dei giovani di cui tutte/i si riempiono la bocca, in > particolare il cosiddetto campo largo), in estrema sintesi, la libertà di > tutte e tutti è indissolubilmente legata a tali politiche. L’opportunità che abbiamo di fronte non ha tempi infiniti, potrebbe chiudersi tanto velocemente quanto si è manifestata in quest’ultima settimana. Pone stringentemente il tema dell’elaborazione di alleanze e di strutture organizzative all’altezza, per sostenere e moltiplicare le mobilitazioni in corso (a partire dalla lotta contro il DDL Bongiorno) e per non rischiare di essere annientati dai cappelli elettorali o dalle divisioni sindacali che già abbiamo visto lo scorso autunno. È necessario avere l’ambizione di creare dal basso, a partire dai soggetti che già animano le lotte contro la guerra e il genocidio, contro la militarizzazione della società e contro la guerra ai corpi, degli ambiti di confronto aperti, non proprietari, dove poter elaborare collettivamente, e al livello territoriale, strategie di sabotaggio degli ingranaggi che inesorabilmente ci stanno portando alla guerra e alla povertà. Contesti in grado di attivare processi politici reali che sappiano andare ben oltre la nostra bolla. Rifuggendo sia ambiti identitari e minoritari (che non hanno trovato niente di meglio che accusare chi ha partecipato al corteo di sabato di essere l’utile idiota del campo largo) che alchimie, poco lungimiranti, di costruzione dall’alto di contesti locali senza radicamento sociale. Non è assolutamente una sfida facile, lo dimostrano gli ultimi mesi, ma è l’unica, vera, che abbiamo di fronte. La copertina è di Ivana Noto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una battaglia dopo l’altra proviene da DINAMOpress.
April 1, 2026
DINAMOpress
Stati Uniti. Milioni di persone in piazza contro Trump. Si spacca il fronte interno
Le manifestazioni “No Kings” contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sabato sono dilagate in tutti gli Stati Uniti, con oltre 3.000 manifestazioni segnalate a livello nazionale contro la guerra all’Iran, le brutali politiche sull’immigrazione e l’aumento del costo della vita. Si calcola che circa 7 milioni di persone […] L'articolo Stati Uniti. Milioni di persone in piazza contro Trump. Si spacca il fronte interno su Contropiano.
March 31, 2026
Contropiano
Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico
Pubblichiamo la nota politica del Collettivo Militant che ha per sottotiolo “Su Pd, Avs e generazione Gaza, ovvero come saper vivere dentro le contraddizioni politiche del presente”. Un contributo al dibattito sui movimenti, dopo l’enorme successo del No sul referendum e la grande manifestazione No Kings dell’altro ieri con trecentomila in piazza a Roma[accì] Il corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso (un falso molto interessato però), un errore politico. La piazza di sabato è stata, in primo luogo, una piazza internazionale, di gente che lotta da Milwaukee a Gaza, da Roma a Caracas. Otto milioni di persone in tremila manifestazioni per il mondo. Non è stata “la piazza del centrosinistra”, a meno di non voler regalare il Blm e la mobilitazione contro l’Ice all’azione di Schlein e Bonelli, non voler regalare la generazione Gaza agli accordicchi della famiglia Fratoianni. È stata, poi, una piazza di popolo, ma di un popolo particolare, non generico né interessato alle sirene della sintesi elettorale: è stata una prosecuzione naturale delle piazze della Palestina e che è a sua volta proseguita un po’ inaspettatamente dentro il NO alla “riforma della magistratura”. Una piazza giovane, radicale, cosciente – di una coscienza all’altezza dei tempi che corrono, ovviamente. Non servono voli pindarici o ingegnerie politiche per verificare i limiti e le potenzialità – queste decisamente superiori ai limiti – di tale esigenza di partecipazione. È così che si muove la protesta, fregandosene delle etichette e delle appartenenze, dei giochi politici e delle ideologie assestate e mature. A volte questa partecipazione prende le forme della radicalità ingestibile, a volte è rinchiusa nei vincoli di una sorta di falsa coscienza di se stessi, del proprio stare al mondo, delle possibilità concrete del proprio agire politico, dei suoi alleati. È per questo – è proprio per questo – che sabato era giusto stare in piazza al netto degli interessi politici di taluni partiti, in particolare Avs, e al netto della confusione – una confusione stavolta vitale! – delle idee e delle parole d’ordine. “No King” è una protesta importata dagli Usa, si è detto: e quindi? Se questa è la cornice occasionale entro cui far vivere la mobilitazione reale, che importa dell’occasione in sé? Così come poco importa dei singoli soggetti politici che la animavano: lo spauracchio Avs era ben presente anche nelle mobilitazioni contro il genocidio sionista, eppure? Eppure la generazione Gaza non ha avuto problemi a esondare i diversi soggetti politici e culturali che partecipavano a quelle manifestazioni, da Avs a Pap, dai centri sociali al pacifismo cattolico: tutti importanti, nessuno davvero necessario. Perché la convocazione delle piazze era solo l’occasione, una delle tante possibili, per esprimere il proprio rifiuto attivo all’ordine di cose esistenti. La piazza ha usato di volta in volta le piccole organizzazioni senza venirne usata. È questo il dato di novità di questa stagione della politica, è questo il carattere che va protetto e coltivato. Questa generazione vuole unità, non una qualsiasi unità al ribasso, ma anche fuori dagli schemi consolidati, corretti e stantii allo stesso tempo. Qui si situa il nodo del rapporto tra la contraddizione principale e le contraddizioni immediate, un nodo che vive nella protesta e paradossalmente la alimenta. Ottima è la situazione quando grande è la confusione, avrebbe detto Mao con la sua spregiudicata fiducia nell’avvenire. Individuare nel Pd l’agente più compiuto della controrivoluzione liberista ed europeista nel paese Italia è sicuramente corretto. Individuare nelle sue sponde esplicite e implicite un problema, è anch’esso un punto qualificante. Poi però c’è il movimento reale delle cose e delle persone, che individua di volta in volta – è un individuare impersonale, spontaneo, occasionale e sapiente al tempo stesso – il problema principale, e questo non rimanda sempre e per forza alla contraddizione politica principale individuata una volta per tutte nelle nostre giuste analisi. Certo, “Trump” rimarrà sempre una contraddizione minore rispetto al capitalismo globalmente inteso, ma davvero un pensiero politico che si vuole efficace non riesce ad andare oltre questa banalità? Certo, la lotta al governo Meloni, rispetto alle disgrazie dell’Unione europea o alla tragedia della guerra in Ucraina, sarà sempre un filo sotto al giusto ordine gerarchico delle priorità dei lavoratori italiani: davvero pensiamo di convincere questi stessi lavoratori attorno all’immediato menù delle contraddizioni ideologicamente principali? Persino il referendum sulla magistratura non aveva caratteri davvero “di sinistra” – al di là della blanda e asfittica “difesa della Costituzione” buona per ogni stagione e per ogni pacificazione – eppure anche quello è stato un terreno usato virtuosamente. Questo deve tradursi in un’apertura sconsiderata alle ragioni dell’opposizione purchessia al governo delle destre in Italia? Assolutamente no, così come – però – non può diventare il ritornello sempre uguale che usa l’analisi (un’analisi ghiacciata) per disinnescare la voglia di mobilitazione di una generazione nuova, diversa da noi ma animata dallo stesso spirito di rivolta. La dialettica sta nella capacità di saper convivere con queste contraddizioni, spostandole un po’ più in là, un po’ più a sinistra, spezzando il rischio della compatibilità. Non è facile, anzi è più sicura la sconfitta della riuscita, ma non provarci non è mai un’opzione. LEGGI ANCHE L’ARTICOLO DI PRESSENZA DEL 29.03.26 L’ONDA LUNGA DELLE MOLTITUDINI D’AUTUNNO Redazione Italia
March 30, 2026
Pressenza
l “Presidio stabile per la Palestina” di Cagliari alla manifestazione No kings, No Queen, No war
Una marea di gente che ama la pace,  e che perciò non può che ripudiare la guerra, tutte le guerre; che crede ancora che un mondo nuovo è possibile e necessario. Avevano previsto 15.000 persone, per le strade di Roma hanno manifestato in 300.000, una presenza intergenerazionale all’insegna del motto No kings, No Queen, No war. Il concerto del 27 marzo La manifestazione di ieri, 28 marzo è stata preceduta dal concertone gratuito del pomeriggio di venerdì alla Città dell’Altra Economia, al Testaccio, raggiunta da migliaia di persone per lo più giovani, nonostante un freddo pungente. Sul palco si sono succeduti interventi di artisti/e, di band musicali, tra cui Assalti Frontali, Modena  City Ramblers, Mannarino, Sabina Guzzanti, Ascanio Celestini, all’insegna del messaggio “insieme contro re e guerre”. Sui lati del palco due scritte a caratteri cubitali “Together No Kings”. Un’alternativa è possibile: un mondo senza autoritarismi e senza guerre. Concerto del 27 2026 marzo alla Città dell’Altra Economia Il Presidio per Palestina di Cagliari La Sardegna non poteva mancare a questa manifestazione e in modo significativo  con la presenza di una delegazione del “Presidio permanente per la Palestina” di piazza Yenne e di altre organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione. La delegazione de Presidio, di cui faccio parte, ha sfilato subito dietro l’enorme bandiera della Palestina, all’interno della parte del corteo che radunava le persone e le associazioni solidali con la popolazione di Gaza e della Cisgiordania occupata. Bandiera Palestina Lo striscione da noi portato per tutto il percorso, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni, recitava “Il PRESIDIO R1PUD1A LA GUERRA”, con il chiaro  riferimento all’articolo 11 della Costituzione. I sardi e le sarde, il cui territorio è violentato dalla presenza di basi militari, fabbrica di bombe, che hanno lo scopo di preparare le guerre, hanno voluto essere presenti per dire ancora una volta NO alla Guerra, Stop alla RWM, No all’uso dei Porti per il trasporto degli armamenti. La due giorni romana, in concomitanza con le manifestazioni a New York e a Londra, all’insegna del movimento “NO Kings”, nato a Minneapolis contro la militarizzazione della città voluta dal presidente Trump, è stata resa possibile da una convergenza dal basso di movimenti e associazioni: tutto è nato da una assemblea dei comitati spontanei alla Sapienza di Roma nel novembre scorso e rafforzata da un’altra assemblea a Bologna a gennaio, dove fu decisa la data del 28 marzo. Di sicuro, la vittoria del NO al referendum costituzionale ha portato tante persone a partecipare per festeggiare insieme a tanti/e giovani,  che credono ancora possibile un’alternativa di un mondo senza imperatori, senza re e regine, e senza guerre. Pierpaolo Loi
March 29, 2026
Pressenza
Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa?
Una grande manifestazione ha attraversato ieri le strade di Roma. Sicuramente molte più persone delle 15.000 indicate alla vigilia o delle 25.000 dichiarate dalla Questura. Oltre a moltissime associazioni, reti sociali, e la Cgil, erano presenti – anche se in modo discreto – diversi esponenti politici e sindacali, tra cui […] L'articolo Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa? su Contropiano.
March 29, 2026
Contropiano