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Ricomporre visioni di città: cosa ci dice il nuovo rapporto IFEL sulle politiche urbane italiane
UN VOLUME CHE, ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DIRETTE DI AMMINISTRATORI E TECNICI, RICOSTRUISCE QUINDICI ANNI DI POLITICHE URBANE ITALIANE, METTENDO IN LUCE LA DISTANZA TRA STRATEGIE NAZIONALI, STRUMENTI DI FINANZIAMENTO E CAPACITÀ DEI COMUNI DI GOVERNARE LE TRASFORMAZIONI DELLE CITTÀ. Ci sono rapporti tecnici che restano confinati agli addetti ai lavori e rapporti che, pur nascendo come strumenti di lavoro per amministratori e uffici tecnici, finiscono per dire qualcosa di più ampio sul modo in cui lo Stato italiano governa, o non governa, le proprie città. Ricomporre visioni di città, pubblicato da IFEL nella collana Trasformazioni Urbane e curato da Federico Sartori e Dalila Riglietti con il contributo di Mecenate 90, appartiene alla seconda categoria. Sotto la veste di un lavoro di documentazione su politiche urbane, coesione e PNRR, il rapporto restituisce un quindicennio di tentativi, spesso disorganici, di dare all’Italia una politica nazionale per le città, e lo fa attraverso un metodo insolito per questo tipo di pubblicazioni: non le tabelle aggregate degli osservatori nazionali, ma le voci dirette di sindaci, assessori e dirigenti tecnici di nove città, da Bologna a Napoli, chiamati a raccontare come quella politica, sul territorio, si sia effettivamente tradotta in scelte. Il titolo è già un programma. Ricomporre significa ammettere che qualcosa si è scomposto, e il rapporto lo individua con chiarezza nella distanza tra la retorica della rigenerazione urbana, che da almeno un decennio informa i documenti strategici europei e nazionali, e la frammentazione degli strumenti attraverso cui quella rigenerazione viene concretamente finanziata e attuata. Il volume ricostruisce la genesi di questa frammentazione a partire dai primi programmi di riqualificazione urbana degli anni Novanta, passando per la stagione dei Contratti di quartiere e i Programmi integrati, fino ad arrivare, negli ultimi anni, alla sovrapposizione tra fondi di coesione europea, PON Metro, PN Metro Plus e, infine, PNRR: una sequenza di strumenti che si sono succeduti senza mai comporsi in una politica urbana nazionale stabile, lasciando ai Comuni il compito di adattarsi di volta in volta a regole di accesso, tempistiche e priorità decise altrove. Il volume è costruito in tre parti che meritano di essere lette come un unico ragionamento più che come sezioni indipendenti. La prima ricostruisce la cornice delle politiche urbane europee e nazionali, dalla nascita dell’Agenda urbana europea fino all’intreccio, negli ultimi anni, tra fondi di Coesione e PNRR, tracciando quindici anni di provvedimenti nazionali sulle città che raramente si sono succeduti secondo una logica coerente. È una parte utile proprio perché resiste alla tentazione di raccontare il PNRR come un punto di partenza, mostrando invece come il Piano si innesti su una stratificazione di strumenti precedenti, spesso mai del tutto conclusi né valutati, che continuano a produrre effetti sul modo in cui i Comuni oggi si rapportano ai nuovi fondi disponibili. La seconda parte, quella su cui si concentra la maggior parte del volume, raccoglie le prospettive di nove città raggruppate in tre contesti regionali: l’Emilia-Romagna di Bologna, Parma e Modena, la Toscana di Firenze, Livorno e Pistoia, la Campania di Napoli, Benevento e Salerno. La scelta di non limitarsi alle grandi aree metropolitane, includendo capoluoghi di dimensione media come Pistoia o Benevento, è probabilmente la decisione editoriale più significativa del rapporto, perché permette di verificare se le tensioni individuate valgano solo per le città più strutturate o attraversino l’intero sistema urbano italiano indipendentemente dalla scala. Le interviste raccolte, del resto, non si limitano al racconto dei progetti finanziati, ma restituiscono anche il punto di vista degli amministratori sui vincoli procedurali, sulle difficoltà di coordinamento tra uffici e sulla percezione, spesso esplicita, di rincorrere un’agenda decisa altrove più che di guidarla. È in questo secondo blocco che si inserisce l’analisi del PNRR, trattato non come un’anomalia ma come l’ultimo, più imponente, capitolo di questa storia. I numeri aggregati raccontano un afflusso di risorse senza precedenti verso i territori: nel solo perimetro campano analizzato nel volume, oltre 12 miliardi di euro assorbiti, pari a più di 2.250 euro per abitante. Ma è nei nove casi di studio, non nei totali regionali, che il rapporto individua il vero nodo, quello che le sintesi ministeriali tendono a lasciare in ombra: la distanza, cioè, tra le risorse che un Piano nazionale fa atterrare su un territorio e la quota di quelle risorse che l’amministrazione di quel territorio governa effettivamente in prima persona. A Napoli, città che riceve tre miliardi di euro di finanziamenti PNRR distribuiti su oltre quattromila progetti, il Comune ne amministra direttamente solo una parte minoritaria; a Benevento la sproporzione è ancora più marcata. Sono numeri che il rapporto non enfatizza in chiave polemica, restituendoli piuttosto come materiale di lavoro, ma che parlano da soli a chi li legge con un minimo di attenzione amministrativa. La terza parte, meno citata ma non meno rilevante, prova a tirare le conclusioni assumendo il Comune come nodo di ricomposizione delle politiche urbane, l’ente cioè che nella pratica amministrativa quotidiana si trova a dover tenere insieme strumenti, fondi e tempistiche pensati altrove. È qui che il rapporto propone alcune piste operative per governare questa complessità, dal rafforzamento delle strutture di missione interne fino a una maggiore stabilità degli strumenti di finanziamento nel tempo, prima di approdare, nelle pagine finali, alla sintesi interpretativa più originale del volume: quattro tensioni che, secondo gli autori, attraversano oggi qualunque politica urbana in Italia, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione o dalla dimensione della città. Una prima tensione oppone la visione strategica di medio periodo alla logica di spesa imposta da un Piano scandito da milestone e target trimestrali, che ha spinto molte amministrazioni a inseguire le opportunità di finanziamento più che a costruire un disegno urbano autonomo. Vi si affianca la frammentazione delle politiche settoriali, urbanistica, sociale, abitativa, ambientale, chiamate a misurarsi con problemi urbani che per loro natura sono integrati e non si lasciano governare per compartimenti stagni. Più scomoda, politicamente, è la tensione che mette a confronto le responsabilità crescenti attribuite ai Comuni con le loro capacità amministrative reali, spesso insufficienti a reggere il carico di coordinamento e rendicontazione che il nuovo modello di governance richiede. Resta, infine, il nodo del ruolo che dati e conoscenza tecnica giocano nelle scelte urbane, con il rischio che modelli previsionali e infrastrutture informative, per quanto necessari, finiscano per sostituirsi silenziosamente alla deliberazione politica, spostando altrove il luogo reale della decisione. Non è un caso che tra i temi ricorrenti nei casi di studio compaia con insistenza l’edilizia residenziale pubblica: a Napoli oltre un terzo dei progetti PNRR di trasformazione territoriale riguarda l’edilizia sociale, a Benevento la quota supera la metà. È il settore in cui le quattro tensioni si sommano con più evidenza. La casa pubblica è infrastruttura sociale di lungo periodo, eppure si trova vincolata a un cronoprogramma europeo che ne scandisce i tempi; richiede manutenzione ordinaria costante, e però compete per gli stessi fondi straordinari destinati alla rigenerazione; è terreno di diritti soggettivi degli assegnatari, ma sempre più spesso anche variabile di un processo decisionale che si consuma altrove rispetto agli enti che quel patrimonio gestiscono quotidianamente. Anche le città della Toscana e dell’Emilia-Romagna, pur muovendosi in contesti amministrativi generalmente più solidi di quelli campani, restituiscono varianti dello stesso schema: Bologna e Firenze, città con uffici tecnici storicamente più strutturati, riescono a governare quote più ampie dei propri interventi, ma anche lì il rapporto segnala tensioni analoghe tra la programmazione di lungo periodo, costruita in anni di piani strategici comunali, e la logica emergenziale imposta dai tempi del PNRR. È un dato che conferma come le quattro tensioni non siano il sintomo di un’arretratezza amministrativa localizzata, ma una caratteristica strutturale del modo in cui il Piano nazionale si è innestato sulle autonomie locali italiane, dal Nord al Sud, indipendentemente dalla qualità pregressa delle amministrazioni coinvolte. Il valore civico di un rapporto come questo, al di là della sua funzione tecnica per gli addetti ai lavori, sta proprio nell’aver reso leggibile, attraverso il racconto diretto di chi amministra, un problema che i grandi numeri nazionali tendono a nascondere: che la qualità di una politica urbana non si misura solo dalle risorse stanziate, ma dalla distanza, spesso enorme, tra chi decide dove va la trasformazione di una città e chi quella trasformazione la vive ogni giorno. Colmare quella distanza, più che accelerare ulteriormente la spesa, dovrebbe essere il criterio con cui si giudicherà, tra qualche anno, se questa stagione di investimenti straordinari avrà lasciato alle città qualcosa di più della somma dei cantieri completati in tempo, e se il metodo scelto da IFEL, dare la parola diretta a chi amministra invece di limitarsi ai numeri aggregati, diventerà uno standard anche per le prossime valutazioni sulla programmazione europea 2028–2034. Fonti * IFEL – Ricomporre visioni di città (scheda della pubblicazione) * IFEL – Online il Rapporto «Ricomporre visioni di città» Francesco Russo
July 5, 2026
Pressenza
Rifondazione Palermo: salvaguardare la natura pubblicistica della sicurezza informatica per la città
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa di Ramon La Torre e Barbara Evola, con il quale i cosegretari di Rifondazione Comunista-Palermo sollecitano il Consiglio Comunale affinché si ridiano i fondi alla SISPI per il suo corretto funzionamento, fermando così la manovra di depotenziamento del sindaco Lagalla_  Il consiglio comunale – scrivono i cosegretari – prentenda l’applicazione del contratto di servizio SISPI. e ciò potrà avvenire in occasione della discussione sull’APPROVAZIONE BUDGET ANNO 2025 già all’ordine del giorno. Quindi si può stigmatizzarne la mancata approvazione, chiedendo che sia immediatamente discussa in modo da garantire sia la piena applicazione del contesto servizio ma al contempo introducendo quanto necessario per garantire il ruolo di protagonista alla Sispi Nei giorni scorsi – dichiarano Barbara Evola e Ramon La Torre – i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil e le Rsu aziendali di Sispi hanno denunciato come l’azione dell’amministrazione Lagalla sia finalizzata a svuotare la propria azienda in house della sua missione strategica relegandola a un ruolo marginale e mettendo a rischio la tenuta occupazionale e il piano industriale. I numeri evidenziati dai sindacati sono chiari: gli affidamenti dei progetti assegnati a Sispi ammontano soltanto a complessivi 3,5 milioni di euro circa per il 2025, a fronte di un plafond di 24 milioni di euro circa di fondi previsti dal Pn Metro Plus destinati al digitale, e ad oggi addirittura nulla per l’anno 2026. Siamo – continuano – molto preoccupati per la “Dichiarazione di preliminare interesse pubblico espressa dal Sindaco con D.S. n. 50/1.07.2025” sulla proposta di partenariato pubblico-privato avanzata da una società straniera per la raccolta e gestione dei dati e la vigilanza, a cui verosimilmente si riferiscono le dichiarazioni dell’ambasciatore israeliano rilasciate dopo l’incontro segreto col sindaco Lagalla, nel quale si sarebbe discusso di nuove possibili collaborazioni in diversi settori, innovazione digitale e cybersecurity. Rifondazione Comunista – aggiungono i segretari – ritiene che l’innovazione tecnologica e la cyber security, sono settori strategici e strumenti di geopolitica, e quindi solo la gestione pubblica – esercitata tramite Sispi – può garantirne un uso democratico e rispettoso dei principi costituzionali. Ricordiamo – sottolineano Evola e La Torre- che il governo israeliano ha fatto del controllo dei dati un elemento essenziale della guerra di genocidio ai danni del popolo palestinese e che pare che il condizionamento del governo italiano sulle azioni di Netanyahu sia anche dovuto alla cessione di enormi apparati riguardanti la cybersicurezza, l’intelligence e la sorveglianza proprio a alle agenzie israeliane. Rifondazione Comunista richiama infine l’attenzione sulle implicazioni etiche, citando l’uso delle tecnologie di controllo nei contesti di conflitto e il rischio di eccessiva dipendenza da apparati di intelligence esteri. “Sosteniamo – affermano – con assoluta convinzione lo stato di agitazione proclamato dalle organizzazioni sindacali contro il progetto di mortificazione della Sispi”. Pertanto – ribadiscono i segretari – “auspichiamo che Il consiglio comunale blocchi questo processo dotando la società delle risorse necessarie per garantire a SISPI – a tutela di tutti noi – il ruolo di protagonista nelle attività relative allo sviluppo tecnologico della città”. Redazione Palermo
April 18, 2026
Pressenza
Impatto ambientale e militarizzazione: proposta di legge FdI esautora enti locali
Nel maggio del 2024 la deputata di Fratelli d’Italia Maria Paola Chiesa deposita una proposta di legge che è sfuggita all’attenzione di tanti, troppi, pacifisti e pacifiste. L’iniziativa legislativa si può leggere direttamente cliccando qui: DI0146. Tuttavia, in particolare, segnaliamo per la gravità delle conseguenze, la premessa in cui si afferma che: «Il progetto di legge in esame si pone l’obiettivo di ribadire esplicitamente e rafforzare il carattere esclusivo della competenza dello Stato nella gestione di tutto ciò che afferisce alla difesa e alla sicurezza nazionale facendo, in particolare, riferimento alle attività di: predisposizione; organizzazione; preparazione; addestramento; dislocazione. Il progetto di legge in esame punta dunque a rafforzare il principio della centralizzazione statale in materia di difesa e sicurezza nazionale. Nel dettaglio, l’articolo 1, comma 1, lettera a) modifica l’articolo 15 del Codice dell’ordinamento militare (D.lgs. 66/2010 – COM) introducendo un nuovo comma, dopo il comma 2-bis. Il nuovo comma 2-ter ribadisce e precisa che tutte le attività connesse alla difesa e alla sicurezza nazionale rientrano nella competenza esclusiva dello Stato. Il legislatore ha così voluto chiarire che non solo le funzioni e i compiti già previsti nei primi due commi dell’articolo 15 del COM (spettanti allo Stato e attribuite al Ministero della Difesa), ma anche la predisposizione, l’organizzazione, la preparazione e l’addestramento delle unità degli enti, nonché la dislocazione delle unità militari sul territorio nazionale e l’individuazione delle aree addestrative, devono essere gestiti direttamente ed esclusivamente dallo Stato. Si ricorda che l’articolo 117, secondo comma, lettera d), della Costituzione attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di difesa e Forze armate, sicurezza dello Stato, armi, munizioni ed esplosivi. La disposizione in esame, perciò, si propone di rafforzare il principio per cui tutte le decisioni strategiche e operative relative alla sicurezza e alla difesa del Paese non possono essere oggetto di competenza concorrente o residuale da parte di Regioni, rientrando interamente nell’ambito delle materie assegnate alla competenza esclusiva dello Stato». In estrema sintesi, la proposta della parlamentare meloniana è quella di evitare in futuro l’azione degli Enti locali a salvaguardia dell’ambiente ogniqualvolta il governo decida di ampliare le servitù militari, di costruire una nuova base, un poligono di tiro, una infrastruttura militare. Per anni la resistenza ai processi di militarizzazione si è avvalsa anche di norme regionali e dell’intervento degli enti locali, di leggi a tutela dell’ambiente, ma un domani non sarà più possibile. Tutte le funzioni e i compiti relativi alla difesa e alla sicurezza militare saranno di competenza statale, le gare di appalto in deroga al codice degli appalti. Siamo rimasti colpiti nel leggere alcuni progetti relativi a nuove basi militari con costruzioni ultra ecologiche, senza impatto ambientale, riuso di vari materiali, energia eolica, impianti di riciclo, costruzioni all’avanguardia, tutte operazioni con un messaggio assai chiaro: le forze armate difendono l’ambiente come nessun altro sa fare. Ma se si tratta di aree adibite a poligono di tiro con decenni di esercitazioni militari all’anno, utilizzo molteplici tipologie di proiettili, chi si farà carico di valutare l’impatto ambientale? Se in alcune aree interessate i tumori risultano in grande crescita, qualcuno potrà ergersi a paladino dell’ambiente, a difesa della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazioni? I siti militari e le aree addestrative permanenti sono assimilabili ai siti industriali dismessi e se le bonifiche di siti contaminati tardano ad arrivare per gli irrisori stanziamenti economici, quali strumenti avranno a loro disposizione i cittadini, le cittadine e la comunità stessa? E, intanto, diventa impresa ardua stabilire il responsabile dell’inquinamento con i valori di riferimento soggetti a normative e regole in continua trasformazione. Il rischio che corriamo è proprio quello di favorire i processi di militarizzazione senza applicare tutte quelle regole in materia di tutela ambientale e magari con qualche confusione di troppo tra siti inquinati e aree dismesse ad uso industriale. Svincolare poi le attività militari dalle norme vigenti in materia di appalto per semplificare le procedure e bandire gare in tempi rapidi era uno degli obiettivi strategici già definiti in qualche documento ufficiale da un po’ di tempo. Alla fine prevale l’idea che siano proprio le leggi regionali emanate in materia ambientale, le norme nazionali in caso di appalti a rappresentare un ostacolo, se non addirittura una minaccia, alla prontezza dello strumento militare. E visti i piani di riarmo la prontezza diviene un valore assoluto a cui piegare la democrazia stessa. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Se vuoi la pace…
Dieci azioni che le istituzioni locali possono mettere in campo contro la guerra. Uno: sostenere i percorsi di riconversione civile delle attività industriali legate alla produzione di armi. Due: istituire fondi, di concerto con i sindacati, per supportare i lavoratori che decidessero di fare obiezione di coscienza all’industria bellica. Tre: adottare codici etici war free per gli appalti pubblici, le sponsorizzazioni e le collaborazioni. Quattro: aderire alle campagne nazionali per il disarmo e l’economia di pace promuovendole sui territori. Cinque: sottoscrivere protocolli con gli Uffici scolastici regionali per arginare il processo di militarizzazione della formazione. Sei: promuovere e finanziare percorsi di educazione alla pace nelle scuole e di formazione alla nonviolenza per gli insegnanti. Sette: organizzare nei luoghi della memoria tragica della guerra – da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema – soggiorni estivi di training per la risoluzione nonviolenta dei conflitti con gruppi misti di ragazzi provenienti dai paesi in guerra. Otto: promuovere Scuole e Accademie di pace e ricerche sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti in collaborazione con la Rete delle Università per la Pace. Nove: contribuire a costituire corridoi umanitari per i profughi dai paesi in guerra. Dieci: prevedere percorsi di supporto nell’accoglienza dei rifugiati. Il punto di partenza? Smettere di pensare che la guerra sia una follia e considerarla invece come una strategia razionalmente perseguita. Smettere di pensare la pace come mera assenza di guerra. “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Ci rendiamo sempre più conto che non si tratta solo di istituzioni politiche, nazionali o internazionali, ma è l’insieme delle istituzioni – educative, economiche, sociali – ad essere chiamato in causa”, è uno dei passaggi più significativi del discorso di papa Leone XIV nell’incontro dello scorso 30 maggio con i movimenti per la pace e il disarmo ad un anno dall’Arena di pace, voluta da papa Francesco a Verona. Affermazione che non solo ribalta l’obsoleto, falso e illusorio mantra del se vis pacem para bellum, del quale sono fanatici fondamentalisti i decisori nazionali e internazionali, e i loro chierici mediatici, ma riconduce alla responsabilità di tutti la costruzione di prassi di pace per il superamento dei sistema di guerra. Ed è di questi giorni anche l’inedito attivismo per la pace di diversi amministratori locali: dalla convocazione della Marcia Save Gaza, da Marzabotto a Monte Sole, significativamente nei luoghi dell’eccidio nazista, voluta dalla sindaca Valentina Cuppi per il prossimo 15 giugno, alle dichiarazioni di “interruzione delle relazioni istituzionali” con il governo israeliano espresse dai presidenti delle regioni Puglia, Michele Emiliano, ed Emilia Romagna, Michele De Pascale, seguiti da diversi sindaci dei rispettivi territori. Mentre parteciperemo alla marcia Save Gaza e vedremo come si declineranno concretamente i boicottaggi delle Regioni al governo genocida di Israele, è utile qui evidenziare il ruolo strutturale e continuativo che anche le istituzioni locali possono mettere in campo per preparare la pace, esattamente sui piani educativo, economico e sociale esplicitati da Prevost. Il punto di partenza è considerare la pace non come mera assenza di guerra (pace negativa), ma come costruzione delle condizioni per la sua preparazione e manutenzione (pace positiva). La degenerazione bellica dei conflitti è solo la punta dell’iceberg di un sistema di guerra che prepara e legittima questo esito: è il punto di esplosione di una lunga e articolata filiera di guerra. Rispetto alla quale se le Regioni e le altre istituzioni locali non possono fermare direttamente la violenza una volta avviata, possono invece contribuire attivamente a decostruirne la filiera, non sull’onda dell’emozione temporanea ma strutturalmente e culturalmente, ed a costruirne le alternative. Non solo, peraltro, nell’interesse generale della pace, ma anche di quello specifico dei propri cittadini, visti i numerosi tagli ai trasferimenti dallo Stato agli Enti Locali per alimentare le crescenti spese militari. Le azioni che le istituzioni locali possono mettere in campo, in modalità non occasionale ma continuativa, sono molte, sia a livello di Comuni che di Regioni e possono dare sostanza e coerenza alle diverse “deleghe alla pace” che si vanno diffondendo. Sul piano economico, per esempio, si possono monitorare le attività industriali che nei diversi distretti contribuiscono alla produzione, diretta o indiretta, di armi e sostenerne i percorsi di riconversione civile – ostacolandone quelli contrari – con l’istituzione di peace list virtuose e premianti; istituire fondi locali, di concerto con i sindacati, per supportare i lavoratori che decidessero di fare obiezione di coscienza all’industria bellica; adottare codici etici war free per gli appalti pubblici, le sponsorizzazioni e le collaborazioni, sotto qualunque forma. Oltre che aderire alle campagne nazionali per il disarmo e l’economia di pace, anziché per il riarmo e l’economia di guerra, promuovendole sui territori. E poi sono molte le azioni possibili e necessarie sui piani culturale e formativo. Per citarne solo alcune: sottoscrivere protocolli con gli Uffici scolastici regionali per arginare il processo di militarizzazione della formazione e, invece, promuovere e finanziare percorsi di educazione alla pace nelle scuole di ogni ordine e grado e di formazione alla nonviolenza per gli insegnanti; organizzare nei luoghi della memoria tragica della guerra del nostro Paese – da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema – soggiorni estivi di training per la risoluzione nonviolenta dei conflitti con gruppi misti di ragazzi provenienti dai paesi in guerra. Inoltre, Comuni e Regioni potrebbero farsi direttamente promotori di Scuole e Accademie di pace, anche in collaborazione con la Rete delle Università per la Pace (Runipace), per promuovere la ricerca e la formazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, su tutte le scale: dal locale all’internazionale. Infine, contribuire a costituire corridoi umanitari per i profughi dai paesi in guerra e strumenti di protezione delle vittime, prevedere percorsi di supporto nell’accoglienza dei rifugiati che ne portano il trauma, favorire nei territori esperienze di dialogo tra comunità originarie da paesi in conflitto armato e adoperarsi per il riconoscimento dello status di rifugiati ad obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti. Si tratta solo di alcuni, ma fondamentali, esempi di come le istituzioni locali, che volessero davvero mettere in campo non retoriche ma politiche attive di pace, potrebbero agire pratiche di nonviolenza secondo il nuovo principio, razionale, realistico e universale: se vuoi la pace, prepara la pace. Ovunque. Pubblicato su un blog del fattoquotidiano.it (qui con il consenso dell’autore che ha aderito alla campagna Partire dalla speranza e non dalla paura)   Pasquale Pugliese
June 10, 2025
Pressenza