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Sospetto caso di peste in Siberia: si torna a parlare di gain of function
«Polmonite a eziologia sconosciuta». La formula richiama i primi bollettini da Wuhan, quando alla fine del 2019 arrivavano dalla Cina notizie dell’infezione destinata a diventare la pandemia di Covid-19. Oggi è la diagnosi con cui le autorità russe descrivono la malattia che ha ucciso Darya Shipilova, laboratorista 28enne dell’Istituto antipeste di Irkutsk, in Siberia. I media locali riferiscono di una provetta rotta con il batterio della peste; Mosca nega incidenti o patogeni collegati al suo lavoro. Circa duecento contatti sono stati posti sotto osservazione, mentre sui social circolano sospetti di ricerche di guadagno di funzione. Shipilova sarebbe stata ricoverata il 29 settembre all’ospedale di Shelekhov, dove è morta nella notte tra il 1° e il 2 ottobre. Secondo Lyudi Baikala, che riprende il giornalista Pavel Stepanov e Mash, il 25 settembre la donna avrebbe rotto una provetta contenente l’agente della peste. La versione non ha trovato conferme ufficiali. Il governatore della Buriazia, Alexei Tsydenov, aveva attribuito il decesso alla peste sull’app russa Max, poi ha aggiunto «possibilmente». Secondo Rospotrebnadzor, l’agenzia russa per la sorveglianza sanitaria, gli esami sulla paziente non hanno rilevato microrganismi collegati al suo lavoro e le verifiche sulla biosicurezza non hanno riscontrato incidenti. I media riferiscono di circa duecento contatti sotto osservazione o isolamento, restrizioni negli ospedali e oltre sessanta dipendenti isolati nell’istituto. Il 6 ottobre le autorità locali hanno annunciato che il 60% delle persone inizialmente in quarantena è stato dimesso. A Baikalsk è stato pubblicato e poi cancellato un invito a evitare Shelekhov per segnalazioni non ufficiali di peste. Tra i contatti sono stati individuati due casi di Covid-19 e due di rinovirus: le precauzioni, da sole, non confermano la diagnosi. Il 5 ottobre il presidente USA Donald Trump ha offerto assistenza, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che un’eventuale fuoriuscita del batterio potrebbe diffondersi rapidamente, precisando che occorre attenzione, senza allarmismo. Il Dipartimento di Stato, in contatto con il CDC, ha chiesto informazioni accurate e tempestive. Secondo il Wall Street Journal, che cita funzionari statunitensi, il Dipartimento di Stato avrebbe inviato a Mosca una comunicazione diplomatica riservata, una démarche, chiedendo maggiori informazioni sulla morte di Shipilova. Washington contesta la scarsità dei dettagli forniti e sostiene che questa mancata trasparenza contrasti con gli obblighi internazionali di comunicazione sanitaria. Intanto, il 6 ottobre l’OMS ha ribadito che la causa della morte non è ancora confermata: il rischio stimato è tra moderato e basso per Irkutsk, basso per la Russia e molto basso per la regione europea. La peste pneumonica può trasmettersi per via respiratoria ed essere rapidamente letale, ma il trattamento antibiotico tempestivo può curarla. Fondato nel 1934, l’Istituto di Irkutsk appartiene oggi alla rete di Rospotrebnadzor. Studia peste, colera, tularemia, antrace e brucellosi e si occupa di sorveglianza dei focolai naturali, diagnostica, vaccini e biosicurezza. Il dipartimento della peste analizza la variabilità genetica e biologica di Yersinia pestis, anche attraverso ceppi isolati a Tuva e nell’Altai. Il sito dichiara una raccolta di oltre cinquemila ceppi, di cui 1.840 del batterio della peste, senza una data che consenta di considerarli un inventario aggiornato. Nella pagina dei risultati compaiono i riferimenti più delicati: l’istituto afferma di aver dimostrato la possibilità di aumentare la virulenza di alcuni ceppi di Yersinia pestis, compresi ceppi vaccinali, mediante sperimentazione su animali. Elenca inoltre studi sulle proprietà biologiche dei virus Ebola e Marburg. Il precedente è pertinente al dibattito sulla gain of function (GoF, guadagno di funzione, per chi vuole sapere precisamente di cosa si tratti, ne abbiamo parlato in questo articolo)  che non richiede necessariamente interventi diretti sul genoma. La descrizione non precisa però la data degli esperimenti né se proseguano oggi; non documenta un aumento della trasmissibilità tra esseri umani o della resistenza agli antibiotici. Non dimostra, dunque, che Shipilova lavorasse con un patogeno potenziato. Su questo terreno si innestano i sospetti di un incidente durante ricerche di gain of function. L’esperto di armi chimiche e biologiche Hamish de Bretton-Gordon ha ipotizzato un programma attivo di armi biologiche e l’impiego di un ceppo capace di eludere la protezione vaccinale. Il microbiologo Simon Clarke, dell’Università di Reading, ha ricordato al The Sun che Yersinia pestis può essere impiegato come arma biologica, richiamando i sospetti sullo sviluppo di varianti resistenti agli antibiotici, più difficili da curare. Anche il biologo del MIT Kevin Esvelt ha giudicato le misure di isolamento riportate dai media difficili da spiegare con una comune infezione da peste, ipotizzando un agente modificato per resistere agli antibiotici o un altro patogeno. Simon Clarke, professore associato di microbiologia cellulare all’Università di Reading, dubita che la sola rottura di una provetta basti a spiegare il contagio, mentre Piero Olliaro, professore di malattie infettive all’Università di Oxford e direttore scientifico di ISARIC, giudica le informazioni troppo incomplete per trarre conclusioni. Pesa, inoltre, l’eredità sovietica: uno studio del Center for Nonproliferation Studies ricostruisce il coinvolgimento della rete antipeste nei programmi di ricerca biologica militare e include l’istituto fra le strutture dichiarate per attività di biodifesa. Sebbene il passato dell’istituto non basti a dimostrare un programma offensivo attuale, le rassicurazioni di Mosca non chiariscono che cosa abbia ucciso Shipilova. In assenza di risposte verificabili, trasformare i sospetti in certezze alimenta soltanto la paura e rischia di rispolverare il copione del terrorismo sanitario: virostar di nuovo al centro della scena e l’emergenza come argomento per rendere più accettabili il Trattato pandemico e i modelli di governance sanitaria globale promossi da Bill Gates e dagli ambienti tecnocratici. The post Sospetto caso di peste in Siberia: si torna a parlare di gain of function appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 7, 2026
L'INDIPENDENTE
L’ex consigliere di Fauci si è dichiarato colpevole di cospirazione sui segreti del Covid
David Morens, consigliere senior dell’Ufficio del direttore del NIAID dal 2006 al 2022, ha ammesso davanti a un tribunale federale di avere partecipato a un piano per occultare documenti sui finanziamenti alla ricerca sui coronavirus e sottrarre alla trasparenza comunicazioni sulle origini della pandemia. Account privati, informazioni riservate ed email fatte «sparire» servivano a proteggere EcoHealth Alliance e a contrastare la pista della fuga dal laboratorio di Wuhan. In cambio delle sue «manovre dietro le quinte», Morens ricevette regali illeciti – tra cui bottiglie di vino – e la promessa di cene in ristoranti stellati. Rischia fino a cinque anni di carcere e una multa di 250 mila dollari, ma la portata della sua confessione supera il destino giudiziario personale: ora l’inchiesta potrebbe travolgere anche Anthony Fauci, finora protetto dalla grazia preventiva concessagli da Joe Biden. La dichiarazione di colpevolezza ha consentito a Morens di ottenere il ritiro degli altri quattro capi d’imputazione, alcuni dei quali prevedevano fino a vent’anni di carcere. La sentenza sarà pronunciata a novembre. Secondo il Dipartimento di Giustizia, il piano prese forma nell’aprile 2020, dopo la revoca del finanziamento NIH a EcoHealth Alliance per un progetto sui coronavirus dei pipistrelli, condotto anche attraverso il Wuhan Institute of Virology. La decisione arrivò mentre cresceva il sospetto che il SARS-CoV-2 potesse essere fuoriuscito dal laboratorio cinese. Morens e gli altri soggetti coinvolti si impegnarono allora ad aiutare il presidente dell’organizzazione, Peter Daszak, a recuperare i fondi e a «contrastare la tesi secondo cui il Covid-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio». Per eludere le richieste di accesso agli atti previste dal Freedom of Information Act, il gruppo spostò le comunicazioni sull’account Gmail personale di Morens. In una delle email successivamente acquisite dal Congresso, l’ex consigliere scrisse di avere imparato a «far sparire le email». Nell’aprile 2021, spiegò inoltre che il sistema consentiva di raggiungere anche i vertici del NIAID: «Non c’è da preoccuparsi per le richieste FOIA. Posso inviare il materiale a Tony [Fauci] sul suo account Gmail privato, oppure consegnarglielo al lavoro o a casa sua. È troppo intelligente per permettere ai colleghi di inviargli materiale che potrebbe causare problemi». Attraverso questi canali circolarono informazioni non pubbliche del NIH, vennero revisionate lettere destinate alla dirigenza dell’agenzia e trasmessi retroscena a un «Alto funzionario 1 del NIAID» che, secondo la ricostruzione della CBS, sarebbe proprio Fauci. Morens ammise infine l’accordo con Daszak per l’elargizione di regali illeciti: dopo aver ricevuto delle costose bottiglie di vino, indicò come modo per «meritarlo»: la pubblicazione, su una prestigiosa rivista medica, di un commento scientifico a sostegno dell’origine naturale del virus. Fauci ha sempre negato di conoscere le attività del collaboratore “senior” e, al momento, non è accusato nel procedimento. Nei suoi diari, pubblicati dal senatore Rand Paul, annotava colloqui con Morens proprio mentre cresceva la pressione sui finanziamenti a EcoHealth. Le stesse 1.141 pagine mostravano che fin dal gennaio 2020 era al corrente dei sospetti sul sito di clivaggio della furina e della possibilità che il virus fosse stato modificato e poi fuoriuscito accidentalmente dal biolaboratorio di Wuhan. Ipotesi discussa privatamente ai massimi livelli, ma successivamente liquidata davanti al pubblico come una «teoria del complotto». La confessione di Morens arriva così nel momento peggiore per l’immunologo statunitense. Il 29 luglio l’ex consigliere sanitario della Casa Bianca si è appellato 111 volte al Quinto emendamento durante l’audizione davanti alla Commissione del Senato per la Sicurezza interna, rifiutando di rispondere anche a domande apparentemente innocue. Pochi giorni dopo, la Commissione lo ha dichiarato in oltraggio al Congresso e ha trasmesso il deferimento al Dipartimento di Giustizia. Intanto, dagli oltre 34 mila SMS recuperati dal suo telefono governativo sono emersi i dubbi espressi in privato sul possibile rischio di aborto dopo la seconda dose dei vaccini a mRNA, appena nove giorni prima delle rassicurazioni pubbliche rivolte alle donne incinte. La dichiarazione di colpevolezza di Morens non dimostra, da sola, una responsabilità penale di Fauci. Certifica, però, l’esistenza di un sistema organizzato per sottrarre documenti alla trasparenza, proteggere EcoHealth Alliance e contrastare la pista della fuga dal laboratorio. Ciò che per anni è stato liquidato come “complottismo” è ora entrato negli atti di un tribunale federale. The post L’ex consigliere di Fauci si è dichiarato colpevole di cospirazione sui segreti del Covid appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Il caso Fauci riguarda anche noi, e Burioni lo sa
Proponiamo di seguito l’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. Interessante è anche l’introduzione all’articolo che il dottore ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Roberto Burioni scrive che «se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi». Credo che abbia ragione, anche se probabilmente per ragioni diverse dalle sue. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non dovrebbe interessarci perché qualcuno desidera vedere Anthony Fauci sul banco degli imputati. Non è questo il punto, e sarebbe altrettanto sbagliato trasformare un’indagine in una condanna anticipata. Mi interessa invece un’altra questione: possiamo davvero difendere l’autonomia della scienza sostenendo, contemporaneamente, che chi ha esercitato un enorme potere in suo nome debba essere protetto dal controllo pubblico? Durante la pandemia abbiamo assistito a una pericolosa sovrapposizione tra persone, istituzioni e “Scienza”. Contestare una decisione diventava facilmente un attacco alla scienza; chiedere documenti poteva essere interpretato come diffidenza; discutere un’ipotesi scientifica poteva trasformarsi in una questione di appartenenza. Oggi abbiamo l’occasione di fare qualcosa di molto più utile: ricostruire. Servono documenti, comunicazioni, registri dei finanziamenti, protocolli, verbali. Serve confrontare quello che si sapeva nelle stanze delle istituzioni con quello che veniva comunicato ai cittadini. Se le accuse rivolte a Fauci si riveleranno infondate, dovremo riconoscerlo. Se emergeranno omissioni, contraddizioni o errori nella supervisione, il prestigio scientifico non potrà sostituire le risposte. La scienza ha bisogno di libertà. La democrazia ha bisogno di responsabilità. Le due cose non sono nemiche.” La vicenda che si sta sviluppando negli Stati Uniti intorno ad Anthony Fauci va molto oltre il destino personale dell’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Riguarda il rapporto tra scienza e potere, il modo in cui furono gestite informazioni e incertezze durante la pandemia e la responsabilità di chi, in quegli anni, occupava posizioni dalle quali poteva orientare decisioni destinate a incidere sulla vita di milioni di persone. Il 6 agosto la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato americano ha votato, con una netta divisione tra repubblicani e democratici, per contestare a Fauci l’oltraggio al Congresso. Pochi giorni prima, convocato formalmente nell’ambito dell’indagine sulle origini del Covid-19, Fauci aveva invocato il Quinto Emendamento più di cento volte, rifiutandosi di rispondere alle domande sui finanziamenti americani alla ricerca sui coronavirus, sui rapporti con EcoHealth Alliance e con l’Istituto di Virologia di Wuhan e sulla gestione delle comunicazioni e dei documenti governativi. Il Quinto Emendamento protegge dal dover fornire dichiarazioni che possano contribuire alla propria incriminazione. Fauci aveva quindi il diritto di invocarlo se riteneva che le sue risposte potessero esporlo a conseguenze penali. Rand Paul, presidente repubblicano della commissione, sostiene invece che l’ampio provvedimento preventivo di clemenza concessogli da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca abbia sostanzialmente eliminato questo rischio. La questione è controversa e potrebbe finire davanti a un giudice: Fauci non è stato incriminato per i fatti sui quali è stato interrogato e appellarsi al Quinto Emendamento non equivale a confessare un reato. Anche la procedura utilizzata da Paul per trasmettere il caso direttamente al Dipartimento di Giustizia potrebbe essere contestata. Tutto vero, ma insufficiente a spiegare l’importanza di ciò che sta accadendo. Fauci non è un ricercatore qualunque trascinato davanti alla politica per avere espresso un’opinione sgradita. Ha diretto per quasi quarant’anni una delle più importanti istituzioni sanitarie americane, amministrando e orientando enormi programmi di ricerca, e durante la pandemia ha acquisito un’influenza che pochi funzionari pubblici hanno avuto nella storia recente. Per milioni di persone è diventato il volto della risposta scientifica alla Covid. Le sue parole venivano riprese in tutto il mondo e le sue valutazioni contribuivano a stabilire non soltanto quali politiche sanitarie adottare, ma anche quali posizioni dovessero essere considerate scientificamente accettabili. Per questo ha ricevuto onorificenze in molti paesi, compreso il nostro. Questa identificazione tra un uomo e “la scienza” è stata uno degli errori degli anni della pandemia. La scienza non è Fauci, non è un ministero e non è un’agenzia governativa. È un metodo fondato sul dubbio, sul confronto tra ipotesi, sulla verifica e sulla possibilità di correggersi. Le istituzioni scientifiche sono invece organizzazioni umane, con gerarchie, interessi professionali, finanziamenti, reputazioni da difendere e gli stessi meccanismi di autoprotezione che possiamo trovare in qualunque altra struttura di potere. Criticare chi dirige queste istituzioni non significa quindi attaccare la scienza. Può significare esattamente il contrario. I DIARI DI FAUCI Tra i documenti che stanno contribuendo a ricostruire i primi mesi della pandemia ci sono oltre mille pagine di annotazioni di Fauci, conservate sui computer governativi e successivamente recuperate dal Dipartimento della Salute americano. I diari non dimostrano che Fauci conoscesse l’origine di laboratorio del SARS-CoV-2 e non dimostrano che abbia mentito al pubblico. Sono interessanti perché permettono di seguire quasi in tempo reale ciò che pensava e discuteva mentre le informazioni sul nuovo virus cominciavano ad arrivare dalla Cina. Già il 26 gennaio 2020 Fauci annotava che i dati epidemiologici e genetici suggerivano che le prime infezioni fossero precedenti al focolaio del mercato di Wuhan e che quel mercato potesse essere stato soprattutto un luogo di amplificazione della diffusione. Nella stessa annotazione continuava a considerare probabile un’origine animale e poche settimane dopo espresse pubblicamente valutazioni simili. Altri documenti mostrano però che, nelle primissime settimane del 2020, la possibilità di un collegamento con un laboratorio veniva discussa seriamente tra scienziati e funzionari di alto livello. È un elemento che merita attenzione perché l’immagine pubblica che si consolidò successivamente fu assai diversa. L’ipotesi di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio venne rapidamente associata, soprattutto nel dibattito mediatico e sui social, alle teorie complottiste. Ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia stata l’origine del SARS-CoV-2 e non esiste una prova definitiva che smentisca la fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan. Proprio per questo colpisce la rapidità con cui una possibilità discussa privatamente da scienziati autorevoli venne considerata pubblicamente quasi impronunciabile. Non si può rimproverare a Fauci di avere avuto dubbi nel gennaio 2020. Sarebbe assurdo. Si può invece chiedere se l’incertezza presente nelle discussioni interne sia stata rappresentata con la stessa chiarezza ai cittadini. L’ARTICOLO CHE CONTRIBUÌ A CHIUDERE IL DIBATTITO Una vicenda collegata riguarda The Proximal Origin of SARS-CoV-2, l’articolo pubblicato nel marzo 2020 su Nature Medicine che ebbe un’enorme influenza sulla discussione internazionale. Gli autori concludevano che le caratteristiche del virus non sostenevano l’ipotesi di una sua costruzione o manipolazione deliberata in laboratorio. Quel lavoro venne presto utilizzato anche per ridimensionare più in generale la possibilità di un incidente di laboratorio. Le comunicazioni private successivamente acquisite dal Congresso mostrano che, durante la preparazione dell’articolo, alcuni degli autori avevano dubbi e prendevano in considerazione scenari più articolati. Nuovi messaggi resi pubblici dalla commissione di Rand Paul hanno riacceso la discussione sui rapporti tra gli autori, i National Institutes of Health e altri apparati governativi. Bisogna essere prudenti nell’interpretarli: sono documenti pubblicati all’interno di un’indagine fortemente politicizzata e le conclusioni dei repubblicani non possono essere assunte automaticamente come fatti. Resta però legittimo ricostruire come si passò dai dubbi iniziali alle conclusioni pubblicate e verificare quanto pesarono le prove scientifiche e quanto, eventualmente, considerazioni istituzionali e reputazionali. Uno scienziato può cambiare idea, naturalmente, ma quando un articolo scientifico contribuisce a orientare il dibattito mondiale sull’origine di una pandemia, conoscere il percorso attraverso il quale si è arrivati alle sue conclusioni non è curiosità politica ma è parte della storia scientifica della pandemia. I FINANZIAMENTI AMERICANI A WUHAN Un altro elemento è ormai documentato: fondi pubblici americani amministrati attraverso i National Institutes of Health e l’istituto diretto da Fauci arrivarono, attraverso EcoHealth Alliance, a ricerche sui coronavirus che coinvolgevano l’Istituto di Virologia di Wuhan. Questo non dimostra che gli Stati Uniti abbiano finanziato la creazione del SARS-CoV-2, né che gli esperimenti finanziati abbiano prodotto il virus responsabile della pandemia. Esiste però un problema indipendente dall’origine del Covid: quello dei controlli sulla ricerca riguardante virus potenzialmente pericolosi. Per anni la discussione si è impantanata nella definizione di gain of function, espressione utilizzata per alcune ricerche nelle quali vengono modificate determinate caratteristiche biologiche di un agente patogeno. La disputa terminologica ha finito talvolta per nascondere questioni molto più concrete: quali esperimenti venivano effettuati, quali rischi comportavano, quali misure di sicurezza erano previste e quanto efficacemente le istituzioni americane controllavano ricerche finanziate con denaro pubblico. Fauci dirigeva l’istituto coinvolto in quei finanziamenti. Non sarà stato personalmente responsabile di ogni progetto, ma deve rispondere del sistema di supervisione operante sotto la sua direzione. IL CASO MORENS A rendere più difficile liquidare queste indagini come semplice vendetta politica è anche la vicenda di David Morens, per anni consigliere di alto livello nell’ambiente professionale di Fauci. Nel corso delle indagini congressuali sono emerse sue comunicazioni nelle quali parlava dell’utilizzo di un account Gmail personale perché le comunicazioni sui sistemi governativi potevano essere richieste attraverso la legge americana sull’accesso agli atti. In altri messaggi discuteva della cancellazione di comunicazioni che non avrebbe voluto vedere pubblicate e faceva riferimento alla possibilità di trasmettere alcune informazioni a Fauci attraverso canali privati. Non abbiamo la prova che Fauci abbia partecipato a un sistema organizzato per sottrarre documenti al controllo pubblico, e sarebbe scorretto sostenerlo, ma quelle comunicazioni esistono e meritano una spiegazione. Nell’aprile 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato Morens con accuse che comprendono una presunta cospirazione contro gli Stati Uniti e l’occultamento, la distruzione o la falsificazione di documenti nell’ambito di indagini federali. Le accuse dovranno essere provate in tribunale e Morens è innocente fino a un’eventuale condanna. Fauci non è imputato in quel procedimento. Tuttavia, quando un collaboratore di alto livello viene accusato di avere occultato documenti relativi proprio ad alcune delle vicende sulle quali il suo superiore viene interrogato dal Congresso, verificare chi fosse a conoscenza di determinate pratiche e quale controllo venisse esercitato dai vertici non appare una richiesta irragionevole. IL SILENZIO DI FAUCI È dentro questa storia che assumono significato le oltre cento invocazioni del Quinto Emendamento. Sul piano giuridico Fauci può avere ottime ragioni per seguire il consiglio dei propri avvocati. Sul piano della fiducia pubblica l’effetto è diverso. Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto di fidarsi delle autorità sanitarie e di accettare, sulla base delle loro valutazioni, cambiamenti profondi nella vita quotidiana, nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni sociali e nell’esercizio di alcune libertà personali. Fauci è stato uno dei simboli mondiali di quella richiesta di fiducia. Oggi è il momento di ricostruire ciò che avvenne, la disponibilità alla trasparenza dovrebbe essere proporzionata all’autorità esercitata allora. A rendere la situazione ancora più singolare c’è il provvedimento preventivo di clemenza concesso da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca. Anche questo non dimostra alcuna colpevolezza: Biden lo giustificò con il timore di procedimenti ritorsivi da parte della nuova amministrazione Trump. Resta una sequenza difficile da ignorare: uno dei funzionari più influenti della pandemia riceve un’ampia protezione preventiva dal presidente e, successivamente, convocato dal Congresso per rispondere su quegli anni, invoca ripetutamente il diritto a non autoincriminarsi. BURIONI: «SE SI METTE MALE PER FAUCI, SI METTE MALE PER TUTTI NOI» Anche Roberto Burioni sta seguendo con preoccupazione la vicenda e vi è tornato più volte sul suo Substack. Il titolo di uno dei suoi ultimi interventi non lascia molti dubbi sulla sua posizione: «Per Fauci si sta mettendo male, e questo significa che si mette male per tutti noi». Burioni prende spunto anche da un lungo articolo del Washington Post, costruito attraverso interviste ad amici, critici ed ex colleghi, che racconta quella che viene descritta come una delle settimane peggiori della carriera di Fauci. Lo stesso Fauci, attraverso un portavoce, ha rifiutato di commentare. Burioni ritiene che questa vicenda stia definendo in maniera decisiva i futuri rapporti tra scienza e politica e che finirà quindi per riguardare tutti noi. Credo che su questo abbia ragione, ma non necessariamente per gli stessi motivi. Fauci non viene interrogato perché nel 2020 ha sbagliato una previsione, le indagini riguardano finanziamenti pubblici, conflitti di interessi, ricerca sui coronavirus, rapporti con EcoHealth Alliance e Wuhan, comunicazioni interne, gestione di documenti governativi e informazioni disponibili nei primi mesi della pandemia. Confondere queste domande con un processo alla scienza significa attribuire a chi esercita un’autorità scientifica una sorta di immunità dal controllo democratico. Ed è proprio questa idea a preoccuparmi. Difendere l’autonomia della scienza non significa concedere a chi esercita un potere in suo nome il diritto di sottrarsi alla responsabilità delle proprie decisioni. Un ricercatore deve poter formulare un’ipotesi impopolare senza temere la politica. Il direttore di una grande istituzione pubblica deve però rendere conto dei finanziamenti amministrati, delle decisioni prese, dei sistemi di controllo e delle informazioni comunicate ai cittadini. Tutto il contrario rispetto allo slogan che Burioni ripete:” La scienza non è democratica”. La pandemia ha avuto conseguenze umane, sociali, educative ed economiche enormi. Ha portato governi democratici ad adottare limitazioni delle libertà personali che fino a pochi mesi prima sarebbero sembrate impensabili, ha modificato per anni la vita scolastica e sociale dei bambini e ha lasciato una frattura profonda nel rapporto tra cittadini e istituzioni sanitarie. Una storia di questa portata non può essere affidata soltanto alle memorie dei suoi protagonisti. Servono documenti, comunicazioni originali, verbali, dati, registri dei finanziamenti e protocolli di ricerca. Bisogna confrontare ciò che si sapeva privatamente con ciò che veniva detto pubblicamente, senza decidere prima quale debba essere il risultato dell’indagine. Se i documenti dimostreranno che le accuse più gravi rivolte a Fauci erano infondate, sarà necessario riconoscerlo. Se mostreranno omissioni, contraddizioni, errori nella supervisione o discrepanze rilevanti tra comunicazioni private e pubbliche, la sua enorme reputazione scientifica non potrà essere utilizzata come uno scudo. Burioni ha ragione quando sostiene che questa storia riguarda anche noi, perché il caso Fauci contribuirà probabilmente a definire il rapporto tra scienza, politica e cittadini dopo il Covid. Ma la scelta non è tra proteggere gli scienziati e perseguitarli perché una scienza autorevole non teme il controllo, non confonde la critica con l’ostilità e non chiede fiducia in virtù del prestigio di chi parla. Accetta che le proprie istituzioni siano esaminate con particolare rigore proprio perché enorme è il potere che possono esercitare sulla società. La scienza non ha bisogno di uomini intoccabili. Ha bisogno di ricercatori liberi, privi di conflitti di interessi, istituzioni trasparenti e persone che, quando hanno esercitato un grande potere pubblico, siano disposte a renderne conto. Se davvero “la scienza non è democratica”, allora almeno chi esercita potere in suo nome dovrebbe ricordare che la democrazia, invece, pretende risposte. AsSIS
August 16, 2026
Pressenza