Tag - elon musk

SpaceX e Tesla verso la fusione: formate le commissioni speciali
Con la sorpresa di pochi tra coloro che seguono da vicino le aziende tech, SpaceX e Tesla hanno formato due commissioni per discutere un’eventuale fusione. La notizia è stata resa pubblica ieri, martedì 20 ottobre, da Elon Musk, proprietario e CEO di entrambe le imprese, a pochi giorni dalla nuova presentazione “commerciale” della Roadster di Tesla: un’auto elettrica che, per l’occasione, è stata dotata di propulsori che le hanno permesso di levitare e fare piroette. L’annuncio è stato presentato con fare strategico, in risposta a una domanda posta durante la conferenza sugli utili di SpaceX. «Questa è decisamente una domanda in cui mi sembra di ballare il tip tap in un campo minato», ha scherzato Musk, «ma penso ci sia molto valore nell’unire le aziende». Il magnate ha subito cercato di smorzare gli entusiasmi, sostenendo che la decisione finale spetti alle commissioni speciali formate dai Consigli di Amministrazione delle due società e descrivendo il tutto come una «strana danza kabuki» in cui tutti parlano e a lui tocca restare in disparte. Poiché in passato i CdA di entrambe le aziende si sono dimostrati allineati alla volontà del dirigente, vien facile credere che questa precisazione serva più a proteggere la fusione da eventuali azioni antitrust che a placare gli animi degli investitori. A ben vedere, la mossa era attesa già da tempo. Tra i cospicui contratti governativi, il successo della rete satellitare Starlink e il subaffitto della potenza di calcolo dei data center di xAI ad altre aziende di intelligenza artificiale, SpaceX si conferma l’azienda più redditizia di Musk. E questo nonostante due trimestri in perdita e una quotazione in Borsa nettamente inferiore al prezzo d’ingresso a Wall Street: le ultime dichiarazioni finanziarie hanno superato di gran lunga le previsioni degli analisti, sorprendendo in positivo. Tesla, al contrario, vede i propri margini assottigliarsi di anno in anno: gli incassi dai crediti di carbonio sono sempre meno incisivi e il marchio non rinnova la propria gamma da quasi sette anni, se si esclude il famigerato Cybertruck, le cui vendite sono state largamente gonfiate dagli acquisti interni alle aziende controllate dallo stesso Musk. Giovedì scorso Tesla ha messo in scena uno stunt pubblicitaria incentrata su una versione rivisitata della Roadster, modello originariamente annunciato nel 2017 con inizio produzione previsto per il 2020. Scadenza che è stata poi rimandata di anno in anno ed è ora fissata al 2028, sebbene nei contratti di preordine l’azienda precisi nero su bianco di non poter garantire né il prezzo di vendita, né la data di consegna, né tantomeno che il veicolo venga effettivamente consegnato. Il modello non ha però fatto parlare di sé per il fatto di essere stato riesumato, né per gli aggiornamenti estetici che ha ricevuto, quanto per le acrobazie spettacolari rese possibili da propulsori e da un sistema di aspirazione che avrebbe permesso all’auto di muoversi su una rampa circolare, garantendole la possibilità di sostare sia in verticale che a testa in giù. Fino a qualche mese fa, simili acrobazie erano state progettate attorno all’idea di usare una rampa magnetica per millantare prestazioni superiori a quelle reali, dettaglio che solleva dubbi sulle effettive capacità del prodotto. Di certo c’è che Tesla propone diverse varianti della Roadster: la Roadster Performance, versione “standard” che potrebbe effettivamente finire in circolazione sulle strade pubbliche; la Roadster Thrust, alla quale sono aggiunti propulsori di accelerazione a gas derivati dalla tecnologia SpaceX; la Roadster Rocket, dotata di numerosi propulsori e capacità di compiere brevi salti. La dimostrazione potrebbe dunque rivelarsi un pretesto utile a evidenziare l’integrazione delle tecnologie delle due aziende, presentando la fusione come una necessità strategica. Uno stratagemma che ricalca da vicino quanto fece Musk quando dipinse l’acquisizione della sua fallimentare xAI da parte di SpaceX come l’elemento necessario per formare un «motore di innovazione verticale» o quando Tesla assorbì al suo interno SolarCity, impresa energetica dai conti disastrati fondata da Lyndon Rive e Peter Rive, cugini di Elon Musk. The post SpaceX e Tesla verso la fusione: formate le commissioni speciali appeared first on L'Indipendente.
October 21, 2026
L'INDIPENDENTE
«Non abbiate paura: il vecchio muore, il nuovo sta nascendo». Contro le vestali dell’ordine mondiale sul riarmo
«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni cruenti più svariati». Antonio Gramsci scriveva queste righe dal carcere, mentre l’Europa scivolava verso la catastrofe. Un secolo dopo sembrano scritte per noi. Guerre che si moltiplicano, prezzi che salgono, salari che non bastano, democrazie che si svuotano. Sugli schermi dei ragazzi e delle ragazze scorre ogni giorno un mondo in fiamme. Eppure, proprio nell’interregno, qualcosa si muove. E a chi oggi ha vent’anni va detta una cosa semplice: non abbiate paura. La storia insegna che i momenti più bui sono anche quelli in cui le generazioni nuove hanno saputo cambiare il corso degli eventi.  _________   GAZA, IL VIETNAM DI QUESTA GENERAZIONE Negli anni Sessanta furono le immagini del Vietnam, portate per la prima volta nelle case dalla televisione, a scuotere la coscienza di milioni di giovani. Oggi è Gaza, che entra ogni giorno nelle chat e nei feed di una generazione cresciuta con lo smartphone in mano. Bambini sotto le macerie, ospedali distrutti, la fame usata come arma: per molti ragazzi il genocidio dei gazawi è diventato il simbolo della tracotanza di un potere che non risponde a nessuno. Un potere che ha volti precisi. Donald Trump e Benjamin Netanyahu sul piano politico e militare; Jeff Bezos ed Elon Musk su quello economico e tecnologico. Uomini a cui è stato permesso perfino di colonizzare il bene comune per eccellenza: lo spazio. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 lo definiva «patrimonio di tutta l’umanità»; oggi l’orbita terrestre è affollata di satelliti privati che decidono chi è connesso e chi no, persino in guerra. È la rappresentazione plastica di un’epoca in cui ciò che è di tutti diventa proprietà di pochissimi. L’IPERLIBERISMO È UN MODELLO DI POTERE L’iperliberismo non riguarda solo affitti impossibili e buste paga leggere. È un modello di potere, e sempre più spesso di guerra, che si allarga a macchia d’olio. La ricchezza si concentra in pochi patrimoni legati alla finanza, alle piattaforme digitali, all’energia fossile e all’estrazione mineraria. I numeri sono impressionanti: secondo il rapporto Oxfam 2026, l’1% più ricco del pianeta controlla in media il 43,8% della ricchezza globale, mentre una dozzina di individui possiede più ricchezza della metà dell’umanità. Per la prima volta, i miliardari nel mondo sono oltre 3.000. A quei livelli il confine tra potere economico e potere politico diventa poroso. Chi possiede le piattaforme su cui si forma l’opinione pubblica, chi finanzia le campagne elettorali, chi controlla le infrastrutture critiche, siede di fatto al tavolo dove si decide il destino di miliardi di persone. Intanto, il lavoro resta mal retribuito, precario, frammentato. Il salto tecnologico, che potrebbe liberare tempo e generare benessere diffuso, produce invece rendite per una ristretta cerchia di nuovi “benefattori” e insicurezza per tutti gli altri. La ricchezza dei miliardari è più che raddoppiata dal 2020 rispetto ai salari medi. È la conseguenza di scelte politiche. LA GUERRA CHE ENTRA NELLE NOSTRE TASCHE A questo divario si somma la crisi prodotta dalle guerre. L’ultima, la più scellerata, è quella aperta contro l’Iran dai nostri stessi “alleati”. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di attacchi contro l’Iran, e da allora Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, attaccando navi, posando mine e imponendo pedaggi per il transito. Da quel braccio di mare transita di solito un quinto del petrolio mondiale in uscita dal Golfo. A settembre la tensione si è estesa a Bab el-Mandeb, con gli Houthi che minacciano le rotte saudite nel Mar Rosso e il greggio tornato sopra i 100 dollari al barile. Il risultato lo paghiamo tutti: bollette, carburanti, carrello della spesa, inflazione che erode salari già poveri. E mentre l’economia reale soffre, la spesa per le armi corre. Secondo il Sipri, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita, e il suo peso sul Pil globale è salito al 2,5%, il livello più alto dal 2009. La spesa dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953, e l’Alleanza ha fissato l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035. L’Italia non fa eccezione: è dodicesima al mondo, con un incremento del 20% in un solo anno. È una corsa insensata. I ragazzi e le ragazze del ‘26 lo sanno: ogni euro speso in armi è un euro sottratto a case, scuole, sanità e transizione ecologica. Lo sanno anche perché la guerra non resta più un’astrazione lontana. In Russia e in Ucraina i giovani vengono mandati al fronte con la forza. In Europa si parla apertamente di “mentalità di guerra” e di ritorno della leva. Non a caso ha fatto discutere la segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, quando dal palco della Festa dell’Unità ha detto: «non saremo noi i soldati delle vostre guerre». Ha dato voce a un sentimento diffuso: l’idea che sia normale pensare di poter andare in guerra domani non va giù a nessuno. IL ’68 CI DICE CHE SI PUÒ VINCERE Ma la storia non insegna solo pericoli. Insegna anche che si può vincere. Nel ’68 i movimenti studenteschi incalzavano vecchie classi dirigenti e incrociavano sindacati forti e partiti di massa. Insieme seppero trasformare la protesta in riforme: lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, il diritto allo studio, un welfare che ha garantito dignità a intere generazioni, lo stesso che oggi le destre stanno smontando pezzo dopo pezzo. E fu in quegli anni che il rifiuto della guerra si saldò con la battaglia contro l’atomica: proprio nel 1968 veniva firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Oggi, con gli arsenali che tornano a crescere e le minacce nucleari pronunciate con leggerezza, la messa al bando delle armi atomiche è più attuale che mai. Anche oggi i movimenti esistono, e cominciano a parlarsi. Quelli per la casa dialogano con quelli contro l’overtourism. Le mobilitazioni per il clima si intrecciano con quelle per la pace e per Gaza. Le lotte per salari più alti e contro l’inflazione incontrano quelle per la scuola e la sanità pubblica. Dagli Stati Uniti al Nepal, dal Marocco al Madagascar all’Indonesia, una generazione cresciuta sui social sfida governi percepiti come autoritari, corrotti e distanti. In contesti diversissimi si diffonde la stessa sensazione: si è giunti al limite. Sono movimenti ancora frammentati, ma la convergenza è il primo passo verso la forza. L’ALLEANZA TRA I POPOLI Gramsci parlava dei “fenomeni morbosi” dell’interregno. Ma l’interregno non dura per sempre: prima o poi il nuovo nasce. Quale nuovo dipenderà da noi. Dipenderà dalla capacità di unire le lotte nei singoli Paesi e nel mondo, di trasformare la rabbia in organizzazione e l’organizzazione in proposte: tassare i grandi patrimoni, fermare la corsa al riarmo, mettere al bando le armi nucleari, rilanciare il welfare e la transizione ecologica. La pace si costruisce nell’alleanza tra i popoli, non nelle alleanze militari. E nei comuni obiettivi globali si sconfigge l’ingiustizia climatica e sociale. Ai ragazzi e alle ragazze di oggi non serve la paura. Serve la consapevolezza che, come nel ’68, il futuro non è ancora scritto. E che tocca a loro scriverlo. > CE N’EST QU’UN DEBUT CONTINUONS LE COMBAT… > >   VERSIONE PER PRESSENZA Aurelio Angelini
October 20, 2026
Pressenza
Grecia: i fascisti rialzano la testa
Un antifascista accoltellato vicino ad Atene. Dopo la scarcerazione dei leader del movimento neonazista ellenico Alba Dorata, è allarme per la crescita dell’estrema destra di Marco Santopadre (*) Un giovane di 32 anni sta passeggiando con i suoi due cani a Elefsina, un comune a una ventina di km dal centro di Atene. All’improvviso, un motorino con a bordo due
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Gli USA rallentano la connessione all’esercito ucraino
A partire da mercoledì 14 ottobre, diversi reparti delle Forze armate ucraine hanno segnalato problemi con i servizi satellitari di SpaceX. All’improvviso, il sistema di connessione ha cominciato a faticare nel servire oggetti in movimento oltre una certa soglia di velocità, creando enormi difficoltà nella gestione dei droni, sia d’attacco sia d’intercettazione. A distanza di giorni, però, emerge che non si è trattato affatto di un semplice malfunzionamento: sarebbe stata la Casa Bianca a imporre direttamente una stretta alla Difesa di Kiev. Non appena i droni hanno iniziato ad avere problemi, i social si sono riempiti di messaggi al vetriolo contro Starlink, la rete satellitare di SpaceX controllata da Elon Musk. Un’ondata di accuse certamente alimentata dall’antipatia verso il controverso miliardario, ma anche giustificata dal fatto che le sue scelte manageriali abbiano già in passato pesato negativamente sulle operazioni militari ucraine. Musk, però, non ha tollerato le critiche e su X ha subito puntato il dito contro il Governo statunitense. Ai primi tempi dell’invasione russa, in effetti, la dirigenza di SpaceX si era trovata in una situazione complessa: da un lato si era impegnata pubblicamente a sostenere Kiev, dall’altro non voleva creare un precedente che consentisse l’impiego di Starlink a fini militari offensivi. Per uscire dall’impasse, nel 2022 l’azienda ha presentato Starshield, un’entità formalmente distinta da Starlink, ma con punti di contatto molto sfumati e il cui principale cliente è il Pentagono. Secondo le recenti dichiarazioni di Musk, tuttavia, Starshield non sarebbe affatto una sussidiaria della sua azienda, bensì sarebbe “di proprietà e sotto il controllo” del Presidente degli Stati Uniti d’America. Va premesso che la parola dell’imprenditore si é molte volte dimostrata inaffidabile e che la vicenda solleva dubbi sull’effettivo assetto societario del servizio. Resta comunque il fatto che fonti informate sui fatti interpellate da Reuters confermano la responsabilità dell’intervento, rivelando che sia stata l’Amministrazione Trump a ordinare in prima persona di limitare le capacità di trasmissione dei satelliti impiegati dall’esercito ucraino. Più nello specifico, il Dipartimento della Guerra avrebbe ricevuto un non meglio definito messaggio che lo sollecitava a rallentare i servizi a Kiev. L’ordine è maturato in un contesto politico in cui i rapporti tra Stati Uniti e Ucraina si stanno nuovamente deteriorando. La Casa Bianca accusa Kiev di far aumentare i prezzi degli idrocarburi bombardando le infrastrutture energetiche russe, scaricando così sul Paese in guerra gran parte delle responsabilità che riguardano invece il conflitto con l’Iran. In proposito, domenica 11 ottobre il presidente Donald Trump ha annunciato, a nome di Russia e Ucraina, un cessate il fuoco limitato agli attacchi contro i poli energetici, proprio mentre gli Stati Uniti riavviavano le importazioni di diesel dalla Russia. Peccato che né Mosca né Kiev sembrino aver mai accettato di aderire alla tregua e, tanto meno, l’hanno rispettarla. Interrogato in merito, Trump ha semplicemente dichiarato: «Erano d’accordo. E sapete perché? Perché gli ho detto: “Siete d’accordo”. Ecco perché». Interpellata sulla questione, l’amministrazione Trump ha negato che l’ordine sia partito dal Presidente, ma senza smentire che quell’ordine sia stato effettivamente impartito, né specificare chi ne sia stato l’artefice. Nel frattempo Volodymyr Zelensky, volato nel Regno Unito per mantenere saldi i rapporti diplomatici con gli alleati europei, ha ammesso di sentirsi tradito e ha dichiarato: «È un peccato che stiamo perdendo un forte alleato». L’intercessione britannica ha infine spinto Pete Hegseth, Segretario del Dipartimento della Guerra statunitense, ad assicurare che il sistema Starshield tornerà pienamente operativo anche in Ucraina. L’incertezza, tuttavia, permane, anche perché, stando a quanto riferisce Zelensky, l’Amministrazione statunitense avrebbe lasciato intendere di essere pronta a interrompere anche la condivisione delle informazioni raccolte dalla propria intelligence: una scelta che segnerebbe una frattura importante nei legami tra i due Paesi. The post Gli USA rallentano la connessione all’esercito ucraino appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Il “Project Meridian” per la guerra del futuro, con Musk, Luckey e l’ombra di Thiel
Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti si sta preparando a combattere le guerre del futuro, per come le stanno definendo le nuove tecnologie e le nuove tattiche osservate sui campi di battaglia, dall’Ucraina all’Asia occidentale. Dopo venti anni di fallimenti militari, il Pentagono ha deciso di varare il “Project […] L'articolo Il “Project Meridian” per la guerra del futuro, con Musk, Luckey e l’ombra di Thiel su Contropiano.
October 9, 2026
Contropiano
Le 7 sorelle del digitale all’assalto del mondo
Patrizio Paolinelli (*) su «Big Tech. Il potere dei giganti della tecnologia» di Luca Balestrieri. Un tempo facevano parlare di sé le “7 Sorelle”. Erano le compagnie occidentali che svolgevano un ruolo dominante sul mercato del petrolio. Sarà per la sua forza simbolica, ma oggi lo stesso numero ricorre e abbiamo le “7 Sorelle del digitale”, le quali esercitano un
Data center in terra e nello spazio
La proliferazione incontrollata dei data center per l’intelligenza artificiale, in Italia e nel resto del mondo, sta creando grande preoccupazione per il loro insostenibile impatto ambientale: sono infrastrutture estremamente energivore, grandi consumatrici di acqua e di suolo, potenti generatrici di isole di calore, nonché in grado di degradare fortemente il territorio urbano o periurbano in cui vengono create. Esistono però dei progetti alternativi e paralleli, ancora sconosciuti al grande pubblico e credo anche ai politici nostrani, che prevedono di posizionare i data center nello spazio circumterrestre eliminando, almeno sulla carta, alcuni dei problemi succitati, come la “fame” energetica, in quanto sfrutterebbero l’inesauribile energia solare e il consumo di acqua perché il calore verrebbe disperso nel vuoto spaziale. Quindi, a una analisi superficiale, questi progetti sembrerebbero valide alternative ai Data Center “terrestri”. Ma è solo un’illusione. Fra i diversi progetti in corso di sviluppo, il più importante (e inquietante) è quello di SpaceX di Elon Musk (tanto per cambiare), denominato StarMind, che prevede il lancio in orbita fino ad 1 milione di data center. Un tale numero di satelliti orbitali non consumerebbe suolo, ma spazio orbitale, aggravando il già serio problema del sovraffollamento nelle orbite e la conseguente preoccupazione per la cosiddetta sindrome di Kessler: più oggetti si trovano in orbita, più aumenta il rischio di collisioni, le quali comportano la creazione di numerosi detriti secondari che a loro volta aumentano il rischio di collisioni… Sarebbe un processo esponenziale che oltre una certa soglia renderebbe le orbite inutilizzabili. Già oggi tutti i satelliti in orbita bassa o medio-bassa sono costretti ad effettuare parecchie manovre al giorno per evitare scontri con altri satelliti, ma non riescono a vedere i detriti di piccole o piccolissime dimensioni. Comunque, la prima generazione di Space Data Center, denominata AI1, consisterà in satelliti imponenti, 4 tonnellate di peso, struttura centrale di 30 metri di lunghezza e apertura “alare” di 75 metri con i pannelli solari dispiegati. Non si tratta di un progetto futuribile; è già in fase operativa, poiché le autorizzazioni sono già state richieste agli enti statunitensi FAA (Federal Aviation Administration, che rilascia i permessi per i lanci spaziali commerciali), FCC (Federal Communications Commission, che rilascia i permessi di occupazione delle frequenze) e NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration, che autorizza il telerilevamento spaziale). Non c’è da illudersi che tali enti mettano dei freni a questi folli progetti, come dovrebbero e come facevano, poiché Trump li ha ridimensionati e “convinti” a essere molto più elastici rispetto al passato. Inoltre è in costruzione un’apposita fabbrica in Texas, la Bastrop Gigasat Factory, per la produzione di questi satelliti. I primi prototipi sono previsti per il 2027, la produzione in serie a fine 2027 e il lancio sempre nel 2027. Non c’è ancora una data ufficiale per il dispiegamento completo di questo milione di satelliti, ma si parla dei prossimi anni. Al momento la timeline sembra essere la seguente: * 2027: lancio dei primi prototipi di test. * 2028-2030: lanci sempre più frequenti e prime applicazioni commerciali. * 2030-2037: dispiegamento completo. Per lanciare un milione di satelliti in così pochi anni, SpaceX dovrà utilizzare il suo nuovissimo e gigantesco razzo StarShip V3 interamente riutilizzabile, in avanzata fase di sviluppo, in grado di trasportare 60-80 data center per lancio (in configurazione ripiegata). Si renderanno necessari tra i 10.000 e 20.000 lanci in 10 anni (4-6 lanci al giorno per 10 anni ininterrottamente). Tutto dipenderà dall’effettiva funzionalità dimostrata dai primi prototipi. Questi data center spaziali non comunicheranno direttamente con il suolo, ma sfrutteranno la costellazione satellitare StarLink, sempre di SpaceX, che attualmente consta in circa 10.000 satelliti in orbita, con permessi già acquisiti per arrivare a 42.000. I data center orbitali avranno bisogno della prossima generazione V3, i cui permessi di lancio sono in via di acquisizione, che prevede una costellazione di ben 100.000 satelliti da 2 tonnellate e 60 metri di apertura, anch’essi lanciati da StarShip. I primi 26 prototipi sono già in orbita. Attualmente c’è una sola rampa di lancio operativa per il razzo StarShip e si trova a StarBase Boca Chica, in Texas, a brevissima distanza dal confine messicano. StarBase non è solo una base spaziale, ma grazie ai maneggi di Elon Musk è diventata un vero e proprio Comune a sé stante con tanto di sindaco, il che garantisce molta più autonomia gestionale e riservatezza. Le associazioni ambientaliste locali tentano di arginare lo strapotere di SpaceX per limitare l’impatto ambientale delle sue attività, ma è una lotta impari. Una seconda rampa è in costruzione nella stessa StarBase, altre tre lo sono a Cape Canaveral in Florida, altre due a Vandenberg in California e altre 10 lo saranno prossimamente in Louisiana, nell’oasi naturistica di Vermillion Parish. Tutte queste rampe saranno indispensabili per sostenere i ritmi di lancio previsti e probabilmente ne occorreranno delle altre. Da tenere inoltre presente che le costellazioni non saranno mai completate perché i satelliti saranno periodicamente sostituiti per obsolescenza, per guasti o per collisioni spaziali. L’inquinamento causato da tutto questo traffico spaziale sarà mostruoso. Ad ogni lancio StarShip brucia 3.650 tonnellate di ossigeno liquido e 1.600 tonnellate di metano liquido, generando 2.700-3.500 tonnellate di CO2, che diventano 3.900-15.800 a seconda del tipo di energia utilizzata per liquefare i combustibili e per far funzionare tutte le infrastrutture di terra. Equivale a 17-20 voli di linea intercontinentali andata e ritorno. Inoltre tutti questi satelliti saranno in orbita bassa o quasi bassa, e quindi, a causa dell’attrito atmosferico residuale, destinati comunque a rientrare in atmosfera nel giro di 5- 15 anni, in funzione dell’altezza dell’orbita e dell’attività solare o perché si decide semplicemente di rottamarli. Quando un satellite rientra nell’atmosfera brucia completamente (o quasi, a seconda delle sue dimensioni) nella mesosfera, tra i 50-80 km di altezza, rilasciando un finissimo particolato composto soprattutto di metalli pesanti, che resta a quelle quote perché non vi sono meccanismi naturali di rimozione. Si tratta di una nuova forma di inquinamento (già presente), ma le cui conseguenze sono del tutto ignote. Fa scuola il problema del buco dell’ozono, di cui ci si è accorti quando si era già formato. Che impatto avrà questo tipo di inquinamento con l’abnorme numero di lanci e di satelliti del futuro prossimo nessuno è in grado di dirlo. Speriamo almeno di accorgercene in tempo. Si tenga presente che dal 1957, lancio del primo satellite, lo Sputnik1, al 2017 sono stati lanciati “solo” circa 8.300 satelliti in totale da parte di tutte le nazioni del mondo messe insieme. Attualmente SpaceX, che è un’azienda privata, possiede più satelliti (circa 10.000) del totale delle nazioni del pianeta ed è in grado di condizionare le comunicazioni strategiche di Paesi sovrani, come la guerra in Ucraina ha dimostrato. Se il progetto StarMind decollerà, SpaceX avrà un monopolio di fatto sull’intelligenza artificiale e sulle comunicazioni globali, tenendo sotto scacco intere nazioni. Tutto quanto sopra riguarda SpaceX, ma molti altri soggetti stanno percorrendo la stessa strada: le Big Tech in primis (Amazon, Google, Apple, etc..) nonché la potenze statali, Cina, Russia, anche se attualmente frenata dalla guerra in Ucraina e a grande distanza anche l’Europa. Nessuno vuole rinunciare all’orgia tecnologica. Infine, un impatto molto forte si avrà nei confronti delle comunità degli astronomi e degli astrofili, i quali avranno molta difficoltà ad effettuare osservazioni di cielo profondo perché la volta celeste sarà disturbata, molto di più di quanto lo sia attualmente, dalle scie luminose di queste miriadi di satelliti. Oltre al danno, anche la beffa: potrebbe succedere che, se i data center spaziali prenderanno piede, quelli terrestri potrebbero diventare obsoleti più rapidamente di come stanno crescendo, lasciando i territori devastati da cattedrali tecnologiche abbandonate.   Ovidio Scarpulla
October 5, 2026
Pressenza
I tech bros sono tutti d’accordo – l’IA ci ucciderà tutt*
Scrive Walter Benjamin, mentre scappa dai nazisti: «Il concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe. Che ‘tutto continui così’ è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato. […] l’inferno non è qualcosa che ci attenda, bensì questa vita qui». Citati nella puntata We Must Pace the Frontier – Dario Amodei C’è da fidarsi dell’appello sulla sicurezza delle AI? – Il Post Data Workers‘ Inquiry – sito web
September 17, 2026
Radio Blackout - Info
I fascisti della «fine dei tempi» stanno…
… stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara. di Naomi Klein e Astra Taylor; pubblicato sul «Guardian». Abbiamo ripreso la traduzione di Lavinia Marchetti (dal suo sito). Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli. Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di
September 15, 2026
La Bottega del Barbieri
X denuncia le censure governative direttamente nel suo codice, ma non senza ambiguità
Il social X punta a una maggiore trasparenza e, più nello specifico, fa sfoggio della decisione di esplicitare ogni forma di censura governativa direttamente nel codice sorgente dei suoi algoritmi di raccomandazione, un codice che viene progressivamente messo a disposizione del pubblico attraverso una strategia di divulgazione open source. Si tratta di un passo importante per quanto riguarda la responsabilizzazione in ambito social, ma anche di una soluzione che rischia di rivelarsi più una distrazione di massa che uno strumento concretamente utile. La decisione é stata veicolata in maniera estremamente esplicita dal proprietario della piattaforma, il multimiliardario Elon Musk, il quale ha voluto mandare un messaggio netto e definitivo: “qualsiasi censura richiesta dai governi è ora visibile chiaramente”. Il riferimento è, nello specifico, alle elezioni brasiliane del 2026, evenienza per cui é stata indicata una voce specifica per rimarcare le richieste imposte dalla Corte Elettorale Superiore (TSE), pretese che sono state immediatamente rappresentate dalla politica statunitense con la forma dell’atto censorio. La giustizia brasiliana ha infatti imposto ai fornitori di applicazioni del web di disattivare, in periodo elettorale, gli algoritmi di raccomandazione relativi agli account ufficiali di tutti i candidati: in pratica, l’equivalente social del silenzio elettorale italiano. Una misura che non oscura del tutto i profili – chi già segue un candidato continua a vederne i post – e che non tocca le inserzioni a pagamento, ma che sembra comunque aver spinto Musk ad assumere una posizione coraggiosa: accettare gli atti di moderazione e censura stabiliti per legge dalle diverse legislazioni nazionali, ma, allo stesso tempo, renderne esplicita la natura, così che i singoli poteri si assumano la responsabilità delle proprie azioni oscurantiste. Una soluzione entusiasmante, radicale e rivoluzionaria, di cui però vale la pena mettere in dubbio la genuinità. Musk e le autorità brasiliane hanno alle spalle un passato tutt’altro che sereno: X si è più volte rifiutata di rimuovere post etichettati come propaganda/disinformazione di estrema destra, nonché di nominare un rappresentante legale in Brasile, mancanze che le sono costate l’oscuramento locale tra il 30 agosto e l’8 ottobre 2024, fino a quando l’azienda non si è adeguata alle norme di legge e non ha pagato una sostanziosa sanzione. Al di là delle diatribe brasiliane, gli algoritmi di raccomandazione di X sono inoltre motivo di attrito anche con Bruxelles. La Commissione Europea ha già multato X per 120 milioni di euro per il mancato rispetto del Digital Services Act (DSA) e ha parallelamente aperto un’indagine il cui scopo é proprio quello di comprendere il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione del social, da tempo accusati di alimentare censure informali – i cosiddetti “shadowban” – e raccomandazioni mirate a orientare il flusso dell’attenzione pubblica verso determinati soggetti. In particolare verso lo stesso Musk. Che la situazione europea abbia influenzato o meno le decisioni dell’azienda, resta il fatto che X si sta muovendo verso un codice di programmazione dei propri algoritmi parzialmente leggibile da tutti grazie al modello “aperto”, così da rendere più immediata la comprensione dei meccanismi che governano le alchimie digitali della piattaforma. Il sistema, tuttavia, non è del tutto trasparente, si limita piuttosto a mostrare ciò che vuole mostrare. Alcuni elementi vengono infatti tenuti lontani dallo sguardo degli utenti per il timore che possano essere sfruttati per inondare il social di post calcolati per cavalcare gli algoritmi in maniera manipolatoria, inoltre il codice non riporta tutta una serie di privilegi nascosti. Non si può sapere con certezza, ad esempio, se Musk goda di comandi dedicati, se riceva incentivi inseriti manualmente dai programmatori o se il suo profilo aggiri in qualche maniera i normali filtri. Non è chiaro, inoltre, come l’azienda intenda comportarsi in contesti come quello indiano, dove i governi non solo possono richiedere interventi di moderazione dei contenuti, ma pretendono anche che tali richieste restino riservate. Se non seguita da azioni coerenti, la direzione intrapresa da X rischia dunque di ridursi a un’operazione di marketing pensata per accontentare certe istituzioni e compiacere l’utente medio, senza però garantire una trasparenza reale. Una prospettiva disarmante, ma tutt’altro che impossibile, perlomeno se consideriamo che da quando Musk ha assunto il controllo della piattaforma il social ha pressoché eliminato i report di trasparenza in cui, tra le altre cose, venivano riportati i tassi di intervento sulle richieste avanzate dai vari governi nei confronti dell’ex Twitter. The post X denuncia le censure governative direttamente nel suo codice, ma non senza ambiguità appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE