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Il cemento in Piazza della Libertà a Monterotondo e la beffa di monopattini e bici elettrici
Leggere la delibera che introduce 200 biciclette e monopattini elettrici in sharing mi ha riportato alla memoria un ricordo di molti anni fa e, in apparenza, completamente scollegato dal testo che leggevo. Abito a Monterotondo da anni, ma non sono di qui. Così come accade a tutte le persone “immigrate”, possiamo cogliere meglio aspetti, convenzioni, abitudini e costumi che non conosciamo perché appartengono, di rito, al luogo “originario”. Motivo per cui spesso “noi stranier*” siamo più attent* a dettagli da decodificare. Il ricordo era il seguente: nel palazzo dove eravamo andati ad abitare all’inizio, nel cuore del centro storico, dovevamo decidere a quali lavori condominiali dare la precedenza – il portone su strada o una sistemazione più accurata delle scale anche per maggiore sicurezza. Non era un problema economico, ma sulle scale si sorvolò e sul portone no e così si dovettero accettare anche le lucide targhette in ottone con nomi incisi in nero e con grafia rigorosamente riccioluta. Queste decisioni mi disorientarono, perché mi sembrava assurdo il “maquillage” del portone al posto della sicurezza e rinascita delle scale. Mentre leggevo questa ordinanza ho ritrovato gli stessi, identici condizionamenti: la facciata prima di tutto, ma a oltre ciò si coglie una sorta di contraddizione concettuale e decisionale. Anche le osservazioni e critiche più tecniche dell’Associazione Centro Storico in Movimento, che qui riportiamo, colgono lo stesso sdoppiamento. Voluto o non compreso? C’è un cortocircuito politico e concettuale insanabile che lega le ultime decisioni dell’Amministrazione Comunale di Monterotondo in materia di ambiente, mobilità e tutela del territorio, caratterizzato da una difesa cieca e sorda dalle istanze della cittadinanza. Da un lato la blindatura ad ogni costo del project financing su Piazza della Libertà, con il rischio di abbattimento dei 24 alberi ad alto fusto e la chiusura a riccio verso la cittadinanza, i comitati e le associazioni di tutela come Italia Nostra; dall’altro la Delibera di Giunta n. 318 del 6 ottobre 2026 che approva l’arrivo di 200 veicoli in sharing (100 monopattini ed e-bike) gestiti da Lime, sbandierandoli come un traguardo in coerenza con il PAESC (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima). Mettere a confronto questi atti fa emergere la profonda contraddizione di una politica che usa la sostenibilità solo come slogan, smentendo nei fatti le sue stesse scelte passate e ignorando il forte dissenso della città. La contraddizione del CO2: attrarre auto in centro e spacciare la micro-mobilità come soluzione Il cortocircuito più vistoso riguarda proprio il bilancio delle emissioni di anidride carbonica. L’Amministrazione sostiene di voler ridurre le emissioni introducendo la mobilità elettrica in sharing, ma la realtà scientifica smentisce clamorosamente questa narrazione su entrambi i fronti: Il parcheggio in centro induce CO2 e cementifica il verde. Costruire un parcheggio interrato per 160 posti a pagamento ed erigere al centro di una storica piazza un centro commerciale alto oltre 16 mt. funziona come un magnete per il traffico veicolare. Invece di scoraggiare l’uso dell’auto, si attirano centinaia di veicoli al giorno direttamente nel centro cittadino, moltiplicando le emissioni di CO2 da tubo di scappamento. A questo si aggiunge un danno irreparabile: l’abbattimento di 24 alberi storici adulti ad alto fusto di cui due monumentali – e la creazione di un’isola di calore – che oggi costituiscono la sola ed effettiva “spugna naturale” in grado di assorbire tonnellate di CO2 e mitigare l’effetto isola di calore. I monopattini in sharing generano CO2 invece di toglierla: numerose analisi del ciclo di vita (LCA) pubblicate dalla letteratura scientifica internazionale dimostrano che i monopattini elettrici in sharing non sono affatto a impatto zero. La loro produzione, il recupero notturno con furgoni termici per la ricarica, la manutenzione e la breve durata delle batterie generano ingenti emissioni di carbonio. Inoltre, i dati mostrano che i monopattini non sostituiscono i viaggi in automobile, ma sottraggono utenti agli spostamenti a piedi, o al trasporto pubblico. Il paradosso è servito: da un lato si promuove un’opera che genera traffico, in contrasto col paesaggio storico e urbanistico e cancella chi l’anidride carbonica la assorbe davvero (gli alberi); dall’altro si introducono mezzi che producono ulteriore CO2 nella filiera di gestione, spacciandoli per la soluzione ecologica. Mentre la Giunta di Monterotondo presenta questa operazione come “innovativa”, il panorama internazionale sta drasticamente voltando pagina. Il caso Parigi e le grandi metropoli Città come Parigi hanno completamente vietato i monopattini elettrici in noleggio libero a seguito di referendum popolari, mentre Roma e Milano hanno dovuto applicare tagli drastici alle flotte, imponendo stalli fisici rigidi per arginare il degrado urbano, gli sprechi e la sosta selvaggia sui marciapiedi. L’illusione dei parcheggi virtuali Affidarsi a “parcheggi virtuali” e semplici foto via app non risolve il problema. Senza infrastrutture dedicate e rastrelliere meccaniche, i mezzi continuano a essere abbandonati in posizioni che creano barriere architettoniche per disabili, anziani e passeggini, scaricando sui cittadini i disagi e sulle forze dell’ordine comunali i costi di controllo e rimozione. Inoltre, introdurre 200 veicoli in sharing senza una preventiva e adeguata pianificazione infrastrutturale espone la cittadinanza a concreti rischi per la salute e la sicurezza stradale. Zero piste ciclabili protette e fondo stradale sconnesso Monterotondo presenta una rete viaria caratterizzata da strade strette, pavimentazioni sconnesse, buche e una totale assenza di una maglia capillare e protetta di piste ciclabili. Inserire monopattini ed e-bike in mezzo al traffico veicolare ordinario significa esporre gli utenti a un elevatissimo rischio di incidenti stradali. I dati clinici ed epidemiologici sui traumi Studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali come Nature e dati dei pronto soccorso evidenziano che la guida dei monopattini elettrici registra tassi di traumi cranici, maxillo-facciali e toracico-addominali notevolmente superiori rispetto alle biciclette tradizionali, a causa del baricentro alto, delle ruote piccole e della ridotta stabilità. Peraltro, dallo studio della delibera emerge che il Corpo di Polizia Locale abbia espresso sulla delibera un parere favorevole esclusivamente con prescrizioni, consapevole delle enormi difficoltà di gestione dei controlli, delle sanzioni e della sicurezza stradale in un contesto urbano non predisposto. La strategia del “doppio binario”: due progetti per nascondere la stessa visione sbagliata L’Amministrazione Comunale gioca volutamente la carta dei “due interventi distinti”: da una parte il project financing su Piazza della Libertà, dall’altra l’attivazione del noleggio dei monopattini in sharing. Presentarli come due capitoli separati serve a far credere che si stia lavorando su fronti diversi della modernizzazione cittadina. La realtà, però, è un’altra: è un unico disegno amministrativo incoerente e privo di pianificazione organica – ossimoro per una Giunta comunale targata PD – in cui siede con la carica di Vicesindaco un esponente dei Verdi (AVS) che cumula l’incarico di Assessore al Verde e all’Urbanistica. Non si possono separare le scelte quando l’impatto sul territorio è il medesimo: si cementifica il verde pubblico consolidato e si consegnano gli stalli ai privati per 21 anni tramite project financing su un versante, mentre sull’altro si introducono sul territorio monopattini come “scelta Green”. Un disegno sordo alle istanze della comunità, come dimostrano le oltre 8.500 firme raccolte in queste ore da cittadine e cittadini nettamente contrari a questo progetto, un dissenso enorme che l’amministrazione continua ostinatamente a ignorare, nonostante le sia stato ribadito in tutte le salse. Parlare di due interventi autonomi è solo una tattica per sviare l’attenzione dal cortocircuito principale: distruggere la natura vera per sostituirla con la finta sostenibilità a uso e consumo dei privati in totale contrapposizione agli obiettivi del PAESC.     Tiziana Pozzessere
October 23, 2026
Pressenza
Il centro storico di Monterotondo (RM) non è in vendita
 Piazza della Libertà è bene pubblico Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, verrebbe da dire notando il silenzio assordante che l’Amministrazione comunale di Monterotondo sta scegliendo come modalità di risposta a richieste e chiarimenti della cittadinanza sul progetto dei parcheggi a Piazza della Libertà e sull’abbattimento di 24 alberi (di cui 2 monumentali). Abbiamo già scritto sull’argomento e sulla mobilitazione cittadina ma non abbiamo ancora tratteggiato in modo più puntuale quella che potremmo definire ‘la linea comportamentale’ dell’attuale Amministrazione circa questo intervento nei confronti dei loro stessi cittadini e cittadine, residenti o no. Lo chiediamo a Gianluca Pirozzi, presidente dell’Associazione Centro storico in Movimento e promotore del Comitato Salviamo Piazza della Libertà. Gianluca, voi come associazione, avete scritto pochi giorni fa due lettere all’Amministrazione comunale: una intitolata “Piazza della Libertà. Lettera aperta all’amministrazione comunale di Monterotondo” e “Piazza della Libertà come Bosco Ospizio: perché il cemento vale più di un polmone verde?”. Ci puoi sintetizzare il contenuto? Le due lettere nascono dalla volontà di far sentire con forza la voce della comunità di fronte a un progetto che riteniamo profondamente dannoso per il futuro di Monterotondo. Nella “Lettera aperta all’Amministrazione comunale”, rivolta direttamente al Sindaco e alla Giunta, chiediamo l’immediata revoca delle delibere e la cancellazione del progetto del parcheggio interrato, richiamando l’attenzione sull’esempio negativo di altre realtà italiane (come il cantiere dell’Ex Ospizio a Reggio Emilia), dove decisioni calate dall’alto hanno creato spaccature insanabili tra istituzioni e cittadini. Ricordiamo che il suolo di Piazza della Libertà è interamente pubblico, un patrimonio comune che chi governa ha il dovere primario di tutelare. La nostra richiesta di stop si fonda su quattro pilastri imprescindibili: Prevalenza dell’interesse collettivo: i 24 alberi storici costituiscono un polmone verde insostituibile, indispensabile per il microclima, la salute pubblica e il decoro del centro storico. Volontà della comunità: migliaia di residenti e commercianti hanno espresso un “NO” documentato e partecipato; ignorarlo significa spezzare il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Assenza di utilità dell’opera: a fronte di rischi idrogeologici e geotecnici, dei costi ambientali irreversibili e dei disagi alla viabilità, l’utilità reale per la qualità della vita dei cittadini è pari a zero. Iniquità economica e “gabella” delle strisce blu: è un’ingiustizia inaccettabile far ricadere il costo finanziario dell’operazione sulla collettività, imponendo circa 1.500 stalli a pagamento su tutto il territorio comunale e ipotecando la sosta di famiglie e lavoratori per ben 21 anni. Nel secondo testo, “Piazza della Libertà come Bosco Ospizio: perché il cemento vale più di un polmone verde?”, evidenziamo il paradosso visivo e concettuale di questa scelta: da un lato gli alberi e il verde storico in primo piano, dall’altro la sede del Municipio sullo sfondo. Ricordiamo agli amministratori che gestire un bene pubblico non equivale a possederlo, ma a custodirlo. Togliere un polmone verde alla città per consegnare un parcheggio interrato con un centinaio di posti tutti rigorosamente a pagamento e a vantaggio delle casse di un privato con tanto di edificio di 4 piani da costruire per ospitare un centro commerciale — costringendo per di più i cittadini a pagare di tasca propria per 21 anni questo scempio — è una scelta non solo ingiustificabile ma democraticamente oltre che eticamente colpevole, che continueremo a contrastare con determinazione.  Italia Nostra sostiene questa battaglia iniziata da cittadini e cittadine. Potresti raccontarci nel dettaglio le ragioni del sostegno di un’associazione così prestigiosa? L’opposizione al progetto del parcheggio interrato a Piazza della Libertà non è un’iniziativa isolata o estemporanea, ma un impegno civico e culturale fondato sulla difesa dell’identità urbana e storica di Monterotondo. Le posizioni espresse da Italia Nostra — la principale associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale — confermano che la mobilitazione per la salvaguardia dei 24 alberi e per la tutela del suolo pubblico non riguarda soltanto una questione di decoro locale, ma tocca principi fondamentali di legalità, sostenibilità e partecipazione democratica a dimostrazione che il centro storico non è uno spazio da cementificare o monetizzare, ma un bene comune vivo che appartiene alla collettività e che chi governa ha il dovere di custodire. D’altro canto fu proprio Italia Nostra, con lo storico convegno di Gubbio del 1960, a dare impulso alla tutela dei centri storici nel nostro Paese, riconoscendoli come uno dei patrimoni culturali di maggior pregio d’Italia. A quell’incontro presero parte amministratori, urbanisti e intellettuali di primissimo piano, tra cui Giulio Carlo Argan e Antonio Cederna. Oggi la giurisprudenza riconosce che un centro storico è un bene immateriale complesso: esso racchiude non solo le architetture e la struttura edilizia, testimonianza dell’evoluzione urbana, ma anche la vita sociale e culturale della comunità che vi abita. È quindi un organismo vivo, il cui valore risiede proprio nella sua continuità storica e sociale. Il centro storico di Monterotondo, caratterizzato dalla figura imponente di Palazzo Orsini, costituisce uno degli esempi più significativi di tutta la Sabina Romana. È evidente come l’intervento proposto stravolga l’identità del luogo: cancella 24 alberi storici — due dei quali proposti per l’inserimento nell’elenco dei monumentali nazionali — e introduce elementi costruttivi del tutto slegati dal contesto storico preesistente. Inoltre, l’opera altererebbe il normale svolgimento della vita quotidiana dei residenti, trasformando Piazza della Libertà in un polo di movida notturna a beneficio esclusivo di poche attività commerciali e a discapito della vivibilità di chi risiede nella zona. Sotto il profilo procedurale, le osservazioni presentate da Italia Nostra hanno evidenziato gravi carenze nelle analisi tecniche di progetto, in particolare per ciò che concerne l’impatto ambientale; risulta inoltre assente la necessaria autorizzazione della Soprintendenza, l’organo preposto per legge alla protezione dei centri storici. A queste criticità si aggiunge un piano economico-finanziario altamente penalizzante, pensato per drenare risorse economiche dalla cittadinanza per un arco temporale di ben 21 anni. L’unica scelta civile e responsabile per Italia Nostra e per la cittadinanza resta l’interruzione immediata dell’iter autorizzativo prima che vengano prodotti danni irreparabili. Peraltro, bisognerebbe ricordare a questa Amministrazione che la difesa dei centri storici e la tutela dei beni pubblici hanno sempre rappresentato battaglie civili e identitarie storicamente legate alla sensibilità della sinistra.  All’inizio dell’articolo abbiamo scritto che volevamo tratteggiare meglio la ‘linea comportamentale’ dell’attuale Amministrazione comunale. Personalmente la ritengo assolutamente consapevole dei danni che arrecherebbe questo progetto alla città di Monterotondo. Che idea ti sei fatto delle ragioni che sostengono questa cieca ostinazione? Dalla prospettiva dei dati scientifici, amministrativi e sociali, tutte le evidenze remano in modo inequivocabile contro questa scelta. La consapevolezza dei danni da parte dell’Amministrazione è evidente nel modo stesso in cui ha agito: tenendo le carte coperte il più a lungo possibile, non dando notizia dell’avvio della Conferenza dei Servizi e rinunciando a chiedersi se l’opera fosse davvero utile o compatibile con le norme paesaggistiche e l’emergenza climatica. A questo si aggiunge un dato economico sconcertante: l’alienazione della sosta pubblica per ben 21 anni in project financing, che consegna 1.500 stalli a logiche private con modalità impensabili persino in regimi autoritari. Sul piano ecologico, l’abbattimento di 24 alberi ad alto fusto (tra cui due monumentali) priva la piazza di ombra e mitigazione termica: un danno che nessun arredo sostitutivo potrà mai ripagare, producendo un cortocircuito logico per chi proclama la transizione ecologica come pilastro politico. Non si tratta di ignoranza dei dati (il socratico “si sbaglia solo per ignoranza”), dato che perizie e istanze sono ben note. Subentra invece l’acrasia aristotelica: la debolezza della volontà. I vertici politici, pur consapevoli dei rischi ambientali e del danno politico, cedono all’inerzia burocratica e alla rigidità delle decisioni già prese (path dependency). Le conseguenze di questo atteggiamento sono inevitabili: Scollegamento con la cittadinanza: ignorare la volontà popolare mina il rapporto di fiducia tra comunità e istituzioni. Perdita di credibilità: risulta impossibile parlare di ambiente nei convegni quando sul territorio si avalla il taglio del verde maturo. Se per i Greci l’acrasia era il fallimento dell’intelletto che si piega all’impulso, vederla applicata alla gestione pubblica fa sorridere amaro. Ostinarsi a difendere il progetto del parcheggio interrato a tutti i costi non dimostra forza o determinazione, ma la forma più disarmante di debolezza: l’incapacità di riconoscere il proprio errore e fermarsi. Un giovane che conosce bene questo scellerato progetto ieri ha fatto questa osservazione in generale ma probabilmente applicabile anche su Monterotondo: la Destra cresce perché la Sinistra non è tale. Credi che sia applicabile anche all’incontro promosso dal Partito Democratico del prossimo 16 ottobre qui a Monterotondo e intitolato ‘In campo per l’alternativa’, laddove per ‘alternativa’ che cosa intendono dire? L’osservazione di quel giovane coglie esattamente il cuore della contraddizione. Quando la Sinistra smette di fare la Sinistra — ovvero quando rinuncia alla tutela prioritaria dei beni comuni, del verde pubblico e del benessere collettivo per avallare logiche di privatizzazione, cementificazione e finanza d’assalto — perde la sua stessa funzione storica e identitaria. Non sorprende che poi la cittadinanza si allontani o che le destre ne approfittino per occupare quegli spazi di scontento. L’iniziativa del Partito Democratico del 16 ottobre, intitolata “In campo per l’alternativa”, rischia di rivelarsi un vero e proprio esercizio di retorica svuotata di senso se applicata al contesto locale. Viene spontaneo chiedersi: “Alternativa” a chi e a che cosa? Alternativa a sé stessi? Se il PD locale è la forza politica di maggioranza che governa Monterotondo e che porta avanti con “cieca ostinazione” il parcheggio interrato a Piazza della Libertà, il taglio di 24 alberi e l’imposizione di 1.500 strisce blu per 21 anni, parlare di “alternativa” crea un cortocircuito comico, se non drammatico. Alternativa di facciata – l’alternativa non si costruisce non ascoltando la cittadinanza: non si può sventolare la bandiera dell’alternativa o della transizione ecologica nei convegni e sulle locandine quando nei fatti, sui territori amministrati, si applicano modelli di sviluppo economico e urbanistico basati sulla speculazione e sull’impermeabilizzazione del suolo. Se chi governa Monterotondo intende davvero costruire un’alternativa credibile alle destre, dovrebbe iniziare a fare l’alternativa nei comportamenti e nelle scelte concrete di governo: revocare intanto questo progetto scellerato di Piazza della Libertà, ascoltare le migliaia di cittadini che protestano e rimettere al centro i beni comuni. Continuare a organizzare eventi sui massimi sistemi mentre sul territorio si portano avanti scempi ambientali non è fare opposizione o costruire il futuro: è semplicemente la conferma che la Sinistra, quando agisce così, smette di essere se stessa e che chi amministra non lo fa mettendo al centro del proprio agire l’interesse della cittadinanza e neanche quello dei suoi propri elettori, passati e probabili futuri.     Redazione Roma
October 10, 2026
Pressenza
C’era una volta…l’albero
Chi ha amici o amiche a quattro zampe sa bene che cosa vuol dire compiere gli stessi tragitti quotidiani, più volte al giorno, in loro compagnia. Le variazioni dei percorsi, che pur avvengono, sono sempre possibili, anche se “il solito giro” è generalmente molto apprezzato. Perlomeno da Elvis. Alla fin fine i giretti consolidati diventano quasi un prolungamento di casa: si esce e si torna presto. Nulla a che vedere con i grandi giri di fasce orarie differenti. Non più di un paio di mesi fa la variazione di percorso è stata per noi quasi una costrizione, tanto è stato profondo il dispiacere. E la rabbia. Alla fine della via dove abitiamo, qui a Monterotondo, era avvenuto un cambiamento drastico. Irreversibile. E per noi insopportabile. Con le nostre mini-passeggiate pomeridiane monitoravamo da tempo la situazione ma lasciavamo sempre, sbagliando, molto spazio alla speranza. Eppure un certo ‘sesto senso’ ci suggeriva che eravamo in errore. Da anni la parte finale di via Goffredo Spinedi (una via senza uscita, a senso unico) si trovava in una situazione di stallo: sul lato destro l’area era occupata da una grande villa moderna di proprietà privata, chiusa e abbandonata; al centro un rettangolo di prato sul quale al piano terra insiste l’uscita del garage appartenente all’altra villa privata, abitata e imponente, sul lato sinistro. Due belle ville che ci sono sempre apparse come due raffinate sentinelle, data la loro posizione elevata rispetto al livello stradale. Ma le sentinelle più belle, le più alte di tutte, l’immagine felice della Natura, erano due splendidi alberi d’alto fusto: un leccio e, soprattutto, un meraviglioso pino marittimo dalla splendida chioma che “guardava” verso sud e verso ovest. Alto, slanciato, sano. Un faro al di sopra di tutte le violenze umane. La sua posizione, pur interna all’area privata della villa a destra, era talmente favorevole al suo slancio signorile da poterlo davvero definire una meraviglia del nostro piccolo mondo quotidiano. La sua ampia chioma produceva un’ombra gentile e frescura su tutta la strada sottostante e, di notte, la sua sagoma si slanciava nel buio del cielo senza confondersi. Apprezzavamo immensamente il fresco che si respirava alla fine della via sotto quella chioma generosa, talmente generosa da sporgere ben al di fuori del perimetro privato. Poi, la scomparsa. Siamo certe di aver visto il magnifico pino e il leccio il giorno prima e il mattino seguente non erano più al loro posto. Oggi la villa a destra non esiste più: al suo posto c’è una voragine di dimensioni enormi dove ruspe e scavatori lavorano alacremente da tempo. Le stesse immagini che ormai cominciano a far visita sotto forma di incubi nei sogni sia dei residenti sia dei commercianti di Piazza della Libertà. Il dispiacere è stato così profondo che non percorriamo più quel tragitto pomeridiano, non soltanto per il caldo soffocante che adesso si sprigiona da quell’area, ma per l’impatto visivo di quell’angolo di strada. C’è solo vuoto, e in questa stagione è soltanto un vuoto mescolato alla nebbiolina dell’afa. Perfino dalla finestra di casa, all’ultimo piano, da dove il pino marittimo svettava sui pur belli cipressi, abeti e magnolie superstiti, il panorama è triste: non resta che immaginare ciò che non c’è più. Di recente ci è capitato di scorrere il sito del Comune di Monterotondo. Alla voce ‘Dipartimento Governo del Territorio’ (Pianificazione Urbanistica e Ambiente) l’occhio è caduto su uno dei tanti Documenti di programmazione e rendicontazione per la Tutela Ambientale. Vi si legge: «Il Comune si è dotato di regolamenti di Tutela Ambientale che garantiscano il diritto alla salute dei residenti, la tutela del paesaggio, la salvaguardia e la corretta gestione del verde e i valori di decoro architettonico della realtà urbana.» Leggendolo oggi, verrebbe voglia di incorniciarlo per ironia. Perché è proprio da quel Dipartimento che partono le autorizzazioni a costruire e nel nostro caso per un edificio di tre piani ed è sempre da lì che è passato il destino dei due alberi. Come sia potuto succedere lo abbiamo capito soltanto alla fine di agosto, quando l’Associazione Centro Storico in Movimento (parte di Italia Nostra – Sezione Aniene) ha finalmente ottenuto i documenti richiesti con l’accesso agli atti. Carte che raccontano una storia fin troppo ordinata. La documentazione Il 23 febbraio 2026 il Comune rilascia il permesso di costruire per la demolizione e ricostruzione dell’edificio. Nel titolo edilizio, degli alberi non c’è alcuna traccia. Il 21 aprile 2026, due mesi dopo il permesso, un tecnico incaricato dalla proprietà  esamina finalmente i due esemplari. Li colloca in “classe C” di propensione al cedimento: una classe che, per prassi e da manuale, comporta controlli periodici e non certo l’abbattimento (riservato alla classe D). Tuttavia, la relazione conclude che gli alberi non possono restare. Il motivo non è la loro salute, ma il cantiere stesso: le lavorazioni scaveranno a meno di mezzo metro dal tronco del leccio asportandone oltre metà delle radici, mentre accanto al pino è previsto un salto di quota di quasi sette metri per la realizzazione dei garage. In sostanza, non ci si è chiesti se il progetto potesse adattarsi agli alberi, ma se gli alberi potessero sopravvivere al progetto. Un ribaltamento logico e normativo, dato che l’articolo 9 del Regolamento comunale del verde impone il rilievo di tutte le alberature prima della progettazione e l’obbligo di tutelare l’alto fusto. Il 18 giugno 2026 l’impresa chiede al Comune l’autorizzazione all’abbattimento. Sul modulo prestampato, tra le motivazioni possibili (albero pericolante, patologie, danni a strutture), non ne viene barrata nessuna di quelle sanitarie. Viene barrata la voce “altro”, aggiungendo a mano: “edificazione di cui al permesso”. Nello stesso foglio, paradossalmente, il richiedente dichiara poche righe sotto che l’abbattimento non è propedeutico all’intervento edilizio. Appena cinque giorni dopo, il 23 giugno 2026, il Comune autorizza il taglio motivandolo esattamente così: “edificazione di cui al permesso”. Nessuna menzione allo stato di salute delle piante, unica causa ammessa dal Regolamento del 2009. Il 29 giugno 2026, quando l’agronomo incaricato dall’Associazione effettua un sopralluogo, trova gli alberi ancora in piedi: sani, vitali, con un’aspettativa di vita superiore ai 25 anni e un rischio di cedimento inferiore a uno su un milione. Un patrimonio dal valore economico e ambientale stimato in oltre 110.000 euro e con più di 16 tonnellate di CO2 immagazzinate. Viene redatta una perizia completa con foto, misure e coordinate GPS. Tutto inutile. A inizio luglio le motoseghe entrano in azione: prima il leccio, poi il pino. L’8 luglio 2026 l’Associazione deposita una diffida formale al Comune allegando la perizia. La risposta degli uffici arriva il 17 luglio: il Comune scrive che la valutazione sull’assentibilità va fatta “caso per caso” e invita la ditta a inviare una planimetria con la posizione delle alberature. Nessun accenno all’autorizzazione al taglio già firmata tre settimane prima. Gli alberi, a quel punto, erano già legna da ardere da più di otto giorni. Questa non è la storia di due alberi malati che andavano rimossi per sicurezza. È la storia di due giganti sani sacrificati in nome di un cubo di cemento, con autorizzazioni ufficiali che lo confermano nero su bianco. L’Associazione Centro Storico in Movimento ha chiesto il riesame dell’atto, l’applicazione delle sanzioni, la verifica sulle piantumazioni compensative previste per legge e ha inoltrato un esposto ai Carabinieri Forestali per chiedere un intervento urgente. A noi, passeggiando con Elvis, non resta che guardare quella voragine di polvere e chiedere conto di come la “Tutela Ambientale” possa ridursi a un timbro su un foglio di carta. Tiziana Pozzessere con l’Associazione Centro Storico in Movimento Redazione Italia
September 2, 2026
Pressenza
Monterotondo, un videogioco per salvare 24 alberi dal cemento
In un centro storico alle porte di Roma, un comitato di residenti ha deciso che le assemblee pubbliche e le raccolte firme, da sole, non bastavano più a difendere gli alberi della piazza, minacciati dalle ruspe per lasciare spazio a un parcheggio interrato. Così hanno trasformato la protesta in un'applicazione per smartphone, scaricabile gratuitamente, in cui bisogna provare a proteggere ventiquattro esemplari dalle scavatrici prima che sia troppo tardi. Il luogo è Monterotondo, in provincia di Roma: la piazza è quella della Libertà, un tempo mercato ortofrutticolo, oggi sottoposta a vincolo p... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Monterotondo, un videogioco per salvare 24 alberi dal cemento appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Da Bosco Ospizio a Reggio Emilia a Piazza della Libertà a Monterotondo, i cittadini difendono l’interesse pubblico
Il Comitato Salviamo Piazza della Libertà ha pubblicato sui propri canali social lo scorso 24 agosto questo post. La somiglianza fra Monterotondo e Reggio Emilia è palese e ancora una volta è palese il senso di responsabilità civica dei rispettivi abitanti di fronte alla quale ci sono amministrazioni che eludono consapevolmente sia il concetto di ‘responsabilità’ sia il concetto di ‘civico’. La totale assenza di statura morale e civile di chi compone queste amministrazioni causa la mancanza di rispetto assoluto per chi abita i luoghi, per coloro che li vivono realmente. Siamo pedine da spostare all’occorrenza. C’è un professore, a Parma, che ha scritto quello che noi ripetiamo da mesi senza avere una cattedra alle spalle. Marco Deriu insegna Comunicazione ambientale all’Università di Parma. Sostiene che mentre la consapevolezza scientifica e la sensibilità sociale sono cresciute, le decisioni urbanistiche continuano a seguire priorità che sacrificano l’interesse pubblico allo strapotere economico dei privati e che da lì deriva l’erosione della fiducia e della legittimità su cui si regge una comunità democratica.  Aggiunge che la capacità di decidere oggi per la vivibilità di una città resta vincolata alla miopia di scelte fatte vent’anni prima. Solo che Deriu non stava parlando di Monterotondo. Scriveva il 23 agosto sul Resto del Carlino del Bosco Ospizio, 45.000 metri quadri di alberi sulla via Emilia a Reggio Emilia, presidiati giorno e notte da cittadini che si oppongono a un supermercato previsto da un accordo firmato con il Comune nel 2015. Deriu è tra i promotori dell’appello dei docenti universitari a tutela di quell’area. Trecento chilometri di distanza, un altro fronte, un’altra società privata, ma ogni riga si legge come se fosse riferita a qui. Da noi la miopia di vent’anni prima ha una data: 2016. Il progetto per Piazza della Libertà nasce allora, esattamente un anno dopo l’accordo che oggi tiene in ostaggio il Bosco Ospizio, con la stessa testa e le stesse priorità. Da allora l’Europa ha però messo il consumo di suolo e l’adattamento climatico al centro di ogni politica urbana e il Comune di Monterotondo ha anche firmato il PAESC (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima) che dice esattamente il contrario di quello che la medesima amministrazione sta per fare. Quel che è certo è che un progetto così oggi non lo proporrebbe nessuno. Eppure va avanti e va avanti per l’ostinazione e l’arroganza di chi amministra tra slogan, rendering farlocchi, aggettivi in voga, ma ogni volta che si devono calare sugli elaborati progettuali quelle medesime formule appaiono in tutta la loro vacuità e la stessa amministrazione è costretta ad arrampicarsi sugli specchi. Perché sono proprio le carte del progetto a smentire ciò che viene dichiarato a voce e chi le ha lette lo sa. E i numeri restano: una concessione superiore ai 20 anni, un canone che parte solo dal terzo anno, una clausola di esclusività che per 1.500 metri vieta al Comune di realizzare parcheggi pubblici concorrenti, un costo passato da 5 milioni e mezzo a quasi 10 milioni. E 24 alberi maturi, 19 dei quali riconosciuti di pregio dalla perizia agronomica, sopra i quali pesa la stessa domanda che Deriu pone ai reggiani: chi ha il potere di stabilire che cosa vale e che cosa no? E perché oggi tra gli stessi amministratori nessuno si ricorda di una delibera comunale del 2019 che proponeva due di quegli alberi per il riconoscimento di monumentalità? Poi c’è il linguaggio e qui Deriu è giustamente più impietoso: “riqualificazione”, “diritti edificatori”, “piantumazioni”, “trapianti”, “rifugio fito-bioclimatico”, “scelta Green”, “città progressista”, “attenzione alla sostenibilità”… in breve quello che Deriu definisce in maniera efficace e tragica impermeabilizzazione del linguaggio che accompagna quella del suolo. Sotto la nostra piazza della Libertà il funesto e sbagliato progetto prevede una soletta di cemento. Letteralmente. Resta la cosa che fa più male e che Deriu dice con una lucidità che dovrebbe imbarazzare chi amministra. La libera protesta dei cittadini per la conservazione di beni collettivi viene ancora oggi criminalizzata: contro chi difende quel bosco sono già state depositate due querele. Qui a Monterotondo non ci siamo ancora arrivati, ma è certo che decine di iscritti al Comitato per salvare Piazza della Libertà a Monterotondo hanno dichiarato con assoluta determinazione che il giorno in cui arriveranno le ruspe loro si legheranno agli alberi e si accamperanno giorno e notte per impedirlo.  Non è una minaccia di invasati. È gente normale, con un lavoro e una famiglia, cittadini che si preparano a mettere il proprio corpo tra una motosega e un albero perché hanno capito che non esiste nessun altro modo per difendere l’ambiente ed evitare lo scempio che l’amministrazione é disposta ottusamente a compiere. Resta l’amarezza di domandarsi prima che ciò accada perché difendere l’interesse pubblico deve costare tanto, quanto dovrebbe essere il punto di partenza e non il traguardo di un’azione politica e amministrativa degna di questo nome. Perché tocca ai cittadini dimostrare, a proprie spese e con il proprio tempo, che in gioco non ci sono solo 24 alberi, ma la possibilità di decidere dello spazio pubblico nel nostro interesse, invece di restare legati per 21 anni a una concessione firmata da altri. E non tocca invece a chi quegli alberi li vuole abbattere dimostrare il contrario? Perizie, ricorsi, raccolte firme, serate passate a leggere delibere, a studiare le carte: tutto scaricato sulle spalle di chi non ci guadagna niente, mentre chi ci guadagna deve solo aspettare che ci stanchiamo? Deriu chiude il suo articolo dicendo che quell’area continuerà a vivere nella misura in cui resterà viva nella nostra coscienza democratica. Vale per il Bosco Ospizio e vale oggi per Piazza della Libertà a Monterotondo. Comitato Salviamo Piazza della Libertà     Redazione Italia
August 28, 2026
Pressenza
Monterotondo: gli alberi di Piazza della Libertà tra promesse di trapianto e la realtà degli atti
Mentre in molti si godono le vacanze estive e le festività di Ferragosto, a Monterotondo la mobilitazione per la salvaguardia del patrimonio verde di Piazza della Libertà non si ferma. Negli ultimi giorni, l’attenzione del Comitato costituito per difenderlo si è concentrata sulle palesi contraddizioni tra le rassicurazioni fornite dall’amministrazione comunale durante l’assemblea pubblica dello scorso 21 luglio e la realtà documentale emersa dagli atti di progetto. Sebbene in quella sede sia stato sostenuto che le alberature non saranno abbattute ma trapiantate, negli elaborati di progetto definitivo (Relazione Agronomica GE.040) non esiste alcun progetto di trapianto, né una relazione tecnica dedicata a un piano di manutenzione; il progetto prevede unicamente la rimozione integrale degli alberi e la loro sostituzione con 31 nuove essenze a sviluppo ridotto. A smontare ulteriormente la narrazione ufficiale contribuisce il fronte tecnico e scientifico. Il Comitato ha commissionato all’agronomo Dott. Emanuele Bracci una nuova perizia fitosanitaria sulle alberature di Piazza della Libertà (relazione n. 29-26 del 10/08/2026) che ne certifica lo stato di salubrità e la presenza di esemplari di grande pregio ecologico e paesaggistico (come, peraltro, già emerso nella precedente relazione del 2023). Ma a non tornare sono anche i dati economici delle operazioni propagandate adesso dall’amministrazione con l’intento di contenere la reazione della cittadinanza rispetto all’abbattimento delle alberature previsto dal progetto. L’unica voce di spesa inserita nel quadro economico (la lavorazione “a corpo” NP021) del progetto all’esame della Conferenza dei Servizi ammonta, infatti, a 60.399,86 euro: una cifra del tutto insufficiente a coprire i costi complessi di espianto, trasporto internazionale e cure colturali triennali per 22 piante mature, i cui oneri reali — alla luce dei parametri di mercato per interventi analoghi — arriverebbero ad un importo superiore a 1,4 milioni di euro. La voce di costo NP021 (€ 60.399,86) risulta del tutto insufficiente e priva di rispondenza all’intervento di trapianto professionale. Di fronte a queste criticità, il prof. Carlo Boldrighini, presidente di Italia Nostra-Sezione Aniene e Gianluca Pirozzi, presidente dell’Associazione Centro Storico in Movimento, hanno trasmesso una memoria tecnica contenente una lista di ben 12 richieste puntuali al referente della Conferenza dei Servizi[1], richiamando gli obblighi di trasparenza e di certezza degli elementi relativi ai costi sui quali è chiamata a determinare la CdS attualmente in corso. Riportiamo, al riguardo, la conclusione del documento presentato: “[…] La conservazione in loco è, secondo l’unica perizia estimativa agli atti, l’opzione economicamente più vantaggiosa: costo di gestione straordinaria € 23.783,33, convenienza netta di gestione su vent’anni € 81.555,14, a fronte di un valore attuale del patrimonio arboreo di € 102.244,26 destinato a più che raddoppiare. Ne consegue che l’affermazione della conservazione integrale delle alberature, allo stato degli atti, non è verificabile, non è finanziata e non è progettata. Essa non può pertanto essere assunta a presupposto di alcuna determinazione conclusiva della Conferenza dei Servizi, né essere rappresentata alla cittadinanza quale impegno dell’Amministrazione.” [1] La Conferenza dei Servizi è uno strumento di semplificazione amministrativa previsto dalla Legge 241/1990. Permette un esame contestuale e simultaneo dei vari interessi pubblici e pareri di più enti o uffici diversi, evitando che il cittadino o un’impresa debbano richiederli uno alla volta con tempi molto lunghi.       Redazione Roma
August 14, 2026
Pressenza