Omaggio a Guccini, l’ultimo poeta dell’uomo comune
Lo attaccarono. Lo censurarono e lo chiamarono blasfemo. E lui rispose con una
canzone. «Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le
attuali conclusioni… Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da
stronzi, avrei scritto canzoni». Non cercava applausi, né facili consensi.
Grazie a lui ho corso su una locomotiva lanciata dentro la storia, ho
attraversato piazze, strade, osterie e stazioni, ho incontrato vecchi e bambini,
ferrovieri anarchici, e pensionati. E ancora adesso, alle tre del mattino, mi
tornano in mente le sue parole: «Non so che viso avesse, neppure come si
chiamava, con che voce parlasse, con quale voce poi cantava».
Lui che ha sempre rifiutato di vendersi: «colleghi cantautori, eletta schiera,
che si vende alla sera per un po’ di milioni». Lui che, in un mondo che premia
chi si piega, disse a voce alta: «Scusate, non mi lego a questa schiera, morirò
pecora nera!» Lui che ci ha raccontato la rabbia di chi non voleva vivere in
catene: «Che importa morire? Meglio morire che essere legato!»
Lui che ci ha fatto piangere per una «lampadina fioca, quella da trenta
candele», e per un «vecchio e un bambino che si preser per mano» e mentre vanno
incontro alla sera «la polvere rossa si alzava lontano». Lui che ha scritto
canzoni invendibili, e brani impubblicabili, che ha sfidato il tempo, il
mercato, il costume, e le convenzioni, che ha trasformato il turpiloquio in
poesia e la poesia in memoria.
Non cercava folle adoranti. Cercava coscienze sveglie. Ha trasformato la canzone
in letteratura. La melodia in coscienza. La protesta in racconto. Ci ha
insegnato che la storia non è fatta soltanto di date, battaglie e grandi uomini.
È fatta di persone. Di vite che nessuno racconta. Di vecchi che ricordano. Di
ragazzi che protestano. Di uomini che perdono. Di sogni che finiscono e di altri
che, nonostante tutto, continuano. Come appunto fece in una delle sue canzoni
simbolo: Il pensionato.
Una ballata in onore di un uomo comune, un vecchio professore che non ha
brillato né per ingegno né per coraggio eppure canta Guccini «i miei pensieri
corron dietro la sua vita, a tutti i volti visti dalla lampadina antica». Con lo
sguardo introspettivo di un Pascoli attento a cogliere quei suoni minuti e
quelle piccole cose che costituiscono l’architettura, la grammatica interna di
una vita, «fra mobili che non hanno mai visto altri spledori, giornali vecchi e
angoli di polvere e di odori, fra i suoni usati e strani dei suoi riti
quotidiani, mangiare, sgomberare e poi lavare piatti e mani» e la cupezza di un
Montale che mette in musica il mal di vivere. Ha scritto un brano improponibile
e apparentemente invendibile, fuori dalle logiche di qualsiasi mercato, di
qualsiasi prodotto di successo, eppure intramontabile.
Non c’è un ritornello facile, non c’è un personaggio eroico, c’è soltanto un
uomo qualunque, chiuso nella sua quotidianità, nei suoi gesti ripetuti, nella
solitudine di una vita apparentemente insignificante. «Mi dice cento volte fra
la rete dei giardini di una sua gatta morta, di una lite coi vicini e mi
racconta piano, col suo tono un po’ sommesso, di quando lui e Bologna eran più
giovani di adesso… Io ascolto e i miei pensieri corron dietro alla sua vita, a
tutti i volti visti dalla lampadina antica».
E poi, come un leitmotiv ritorna il dubbio del cantore-poeta che immaginando la
vita di un altro, e proiettandosi fuori da sé stesso, cosa rara, per non dire
anacronistica per l’artista contemporaneo capace di dire soltanto «io, io, io»,
si domanda: chi siamo? Da dove veniamo? Che cosa resta delle nostre vite quando
il tempo passa?
«Io ascolto e non capisco e tutto attorno mi stupisce la vita, com’è fatta e
come uno la gestisce e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i
cambiamenti, il fato, le necessità e ancora mi domando se sia stato mai felice,
se un dubbio l’ebbe mai, se solo oggi si assopisce, se un dubbio l’ abbia avuto
poche volte oppure spesso, se è stato sufficiente sopravvivere a se stesso…»
Guccini, prima ancora di essere un cantautore, è stato un narratore. E sapeva
che basta una lampadina fioca, una casa vuota, un ricordo lontano per raccontare
un’intera epoca e la sua caduta: il rimpianto, il tempo perduto, la distanza tra
ciò che abbiamo immaginato e ciò che siamo diventati. Perché dentro le sue
canzoni non c’erano soltanto le piazze degli anni Settanta, le proteste, le
ideologie, i sogni e le delusioni di un mondo che cambiava, c’erano soprattutto
gli esseri umani. Quelli che la Storia mastica e dimentica.
Tono diverso, diversa atmosfera, ma stessa sensibilità melodica, è propria de
L’Avvelenata, il poema-manifesto di un artista che manda al diavolo il mercato,
la musica, la fama e il teatro. E poi con voce ruvida, lontana dalla perfezione
tecnica che oggi sembra essere diventata il requisito principale per emergere, e
il ritmo di una vecchia ballata popolare, si rivolge direttamente ai suoi
detrattori: «Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa
a vossìa. Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far
poesia. Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o
fischi. Vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e
sputatemi addosso».
Ne percepite la sfida, la rivoluzione? Oggi le musica deve piacere, deve essere
immediatamente comprensibile per adattarsi ai tempi e alle aspettative del
pubblico. Guccini invece apparteneva a un’altra idea di arte: un artista non
deve inseguire il consenso, ma deve avere il coraggio di perdere consenso. Da
una parte c’è chi vorrebbe trasformare la creatività in un mestiere come un
altro, fatto di strategie, calcoli, opportunità. Dall’altra c’è chi difende
l’idea che una canzone abbia valore proprio quando nasce da una necessità
interiore, quando non è stata scritta perché qualcuno la aspettava, ma perché
qualcuno non poteva fare a meno di scriverla.
Il nostro tempo ha sostituito la figura dell’artista con quella del produttore
di contenuti. Non importa più soltanto cosa hai da dire, ma quanto riesci a
essere visibile. Guccini invece rivendicava il diritto opposto: quello di non
appartenere a nessuno. Il mercato vuole ritrovare sempre lo stesso autore, la
stessa voce, la stessa posizione. Vorrebbe che l’artista restasse immobile,
congelato nel momento in cui lo ha scoperto. Ma l’arte, quella vera, non è una
fotografia. È contraddizione. Guccini lo aveva capito perfettamente. E per
questo ne L’avvelenata non difende soltanto sé stesso, difende un principio
molto più grande: il diritto dell’artista a non trasformarsi in un prodotto. È
lo stesso dilemma che attraversa tutta la storia dell’arte. Lo stesso conflitto
tra creazione e mercato che ha accompagnato scrittori, pittori, musicisti. La
tensione tra ciò che nasce da una necessità interiore e ciò che nasce perché
qualcuno lo richiede. Guccini sceglie senza esitazioni la prima strada. E lo fa
con una ferocia quasi liberatoria.
E continua: «Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star
quassù a cantare. Godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al
limite, a scopare». E sì, ci vuole coraggio a scrivere una cosa simile, e ci
voleva ancora più coraggio allora, negli anni 70. Ma in fondo la vera libertà
dell’artista non consiste nel poter dire qualsiasi cosa. Consiste nel non dover
chiedere il permesso per dirla. E alla fine della giostra ha guardato in faccia
la vita, il mondo e i suoi detrattori e ha risposto sibillino: «forse farei lo
stesso».
La sua morte non chiude soltanto la storia di un cantautore, chiude forse una
stagione. Quella in cui una canzone poteva ancora essere qualcosa di più di un
prodotto d’intrattenimento, in cui un testo poteva ambire alla dignità della
letteratura e un artista poteva permettersi il lusso più raro: non piacere a
tutti. Francesco Guccini non è stato soltanto un cantautore; è stato l’ultimo
rappresentante di un’idea di artista che oggi sembra appartenere a un tempo
lontano: quella dell’uomo che scrive non perché qualcuno gli abbia chiesto di
farlo, non perché debba seguire una tendenza, non perché debba conquistare un
pubblico, ma perché ha qualcosa da dire.
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