Michigan, due settimane dopo: che cosa dice davvero la vittoria di Abdul El-Sayed
Denaro alla politica, Gaza, identità e una domanda aperta sulle elezioni di
novembre.
Pressenza ha già seguito la vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie
democratiche per il Senato in Michigan, così come altre affermazioni di
candidati progressisti negli Stati Uniti. A due settimane dal voto, però, vale
la pena tornare su quel risultato. Non tanto per ripetere la cronaca, quanto per
osservare che cosa è accaduto dopo e quali domande il caso Michigan sta aprendo
sulla democrazia statunitense.
La cronaca, in breve
Il 5 agosto AP ha assegnato la vittoria a El-Sayed, medico ed ex responsabile
della sanità pubblica di Detroit. Ha sconfitto la deputata Haley Stevens,
sostenuta dall’establishment democratico, con circa il 48,5% contro il 47,5%:
meno di un punto percentuale e 14.893 voti di differenza. La sua campagna aveva
puntato su Medicare for All, limiti al peso del denaro delle imprese in politica
e fine degli aiuti militari statunitensi a Israele.
Il dato che ha attirato maggiore attenzione è stato però quello finanziario. I
gruppi esterni che sostenevano Stevens hanno speso oltre 60 milioni di dollari;
più di 30 milioni provenivano da AIPAC e organizzazioni collegate. Sarebbe
eccessivo concludere che «il denaro non conta»: nelle elezioni generali i super
PAC repubblicani stanno già investendo decine di milioni di dollari contro
El-Sayed. Ma la domanda ormai è inevitabile: fino a che punto il denaro può
determinare chi viene ascoltato? E quali voci rischiano invece di essere
sommerse dalla capacità di spesa delle grandi organizzazioni?
La vittoria non ha inoltre chiuso il conflitto interno al Partito Democratico.
El-Sayed ha cercato di ricomporre l’elettorato moderato e ha parlato con Barack
Obama. Il repubblicano Mike Rogers, al contrario, ha cercato immediatamente di
presentarlo come «estremista», arrivando ad attribuirgli l’idea che gli Stati
Uniti «meritassero l’11 settembre». FactCheck.org ha verificato che non esistono
prove che El-Sayed abbia mai sostenuto una simile posizione, e lo stesso
candidato l’ha respinta esplicitamente.
Quando identità e appartenenza diventano terreno elettorale
El-Sayed è il primo musulmano candidato dal Partito Democratico al Senato, e AP
ha documentato l’aumento di retorica islamofoba dopo la sua vittoria. Quando
l’identità religiosa di un candidato viene trasformata in uno strumento per
metterne in dubbio l’appartenenza, la lealtà o perfino la legittimità politica,
la questione non riguarda più soltanto quel candidato. Riguarda il modo in cui
una democrazia decide chi può essere considerato pienamente parte della comunità
politica.
Gaza entra nella politica interna
In una lunga intervista alla radio pubblica di Detroit WDET, El-Sayed ha
ribadito che non avrebbe smesso di definire «genocidio» la guerra a Gaza neppure
per convenienza elettorale, distinguendo al tempo stesso gli ebrei e l’ebraismo
da AIPAC e dal governo israeliano. Un sondaggio Fox News pubblicato il 13 agosto
ha mostrato un dato significativo: il 55% degli intervistati in Michigan era
contrario alla prosecuzione degli aiuti militari statunitensi al governo
israeliano, contro il 44% favorevole. Tra gli oppositori agli aiuti, El-Sayed
era avanti di 29 punti.
Questo non significa che Gaza deciderà da sola le elezioni di novembre.
Significa però che la politica estera è entrata direttamente nella politica
interna. Dietro questi dati ci sono comunità, famiglie e cittadini che vedono
questioni di guerra, pace e identità entrare direttamente nella loro vita
politica quotidiana.
Due sondaggi opposti, una corsa ancora aperta
Una rilevazione Fox News dava Rogers avanti 51% a 47%; un successivo sondaggio
TIPP Insights ha invece indicato El-Sayed al 45% e Rogers al 42% tra gli
elettori più propensi a votare. Campioni e metodi sono diversi, quindi non è
possibile trasformare questa oscillazione in una tendenza. RealClearPolitics
continuava al 19 agosto a classificare la sfida come «Toss Up», sostanzialmente
in equilibrio.
Non una marcia uniforme verso sinistra
Anche il quadro nazionale invita alla cautela. In Minnesota la progressista
Peggy Flanagan ha vinto le primarie democratiche per il Senato, mentre in
Wisconsin il moderato David Crowley ha sconfitto la socialista democratica
Francesca Hong nella corsa a governatore. Pressenza ha inoltre seguito le
vittorie di candidati progressisti a New York e quella di William Lawrence nel
7° distretto del Michigan. Non siamo quindi davanti a uno spostamento uniforme
«a sinistra» del Partito Democratico. Piuttosto, Stato dopo Stato, vengono messi
alla prova modelli diversi: cercare il centro per conquistare gli indecisi
oppure mobilitare nuovi elettori attraverso programmi più netti, campagne porta
a porta e piccole donazioni.
Leggere criticamente l’informazione
Anche il modo in cui questa vicenda viene raccontata cambia il suo significato.
Le grandi agenzie come AP e Reuters forniscono l’ossatura dei fatti; una radio
pubblica locale come WDET fa emergere più chiaramente la voce del candidato e le
tensioni della società del Michigan; testate come Pressenza mettono invece in
primo piano il rapporto fra guerra, pace, denaro politico e partecipazione dal
basso. Nessuno di questi punti di osservazione, preso da solo, esaurisce la
realtà. Sovrapporli aiuta però a distinguere i fatti dalle cornici
interpretative e a vedere come anche la scelta delle parole contribuisca a
costruire l’immagine di un candidato e di un conflitto politico.
La domanda che resta
Per questo la vittoria di El-Sayed merita di essere osservata anche fuori dagli
Stati Uniti. Non perché dimostri già che una nuova sinistra possa vincere a
livello nazionale, ma perché concentra in una sola elezione alcune delle domande
più difficili della democrazia contemporanea: quanto pesa il denaro, chi riesce
a far sentire la propria voce, quanto la guerra modifica le appartenenze
politiche, e che cosa accade quando religione e origine vengono usate per
trasformare un avversario in qualcuno di «estraneo».
Il risultato delle primarie è stato di misura. Le elezioni generali saranno
molto più difficili. La conclusione più prudente, al 19 agosto, non è dunque «i
progressisti hanno vinto». È un’altra: in uno degli Stati decisivi degli Stati
Uniti è cominciato un esperimento politico. Nei prossimi mesi vedremo se una
coalizione progressista, costruita attorno a sanità universale, critica del
grande denaro, opposizione agli aiuti militari a Israele e mobilitazione dal
basso, saprà reggere anche quando l’avversario non sarà un altro democratico, ma
il Partito Repubblicano.
Coordinamento Giapponese per la Pace · Rapporto intermedio al 19 agosto 2026
Fonti essenziali
* AP, 5 e 13 agosto 2026; FactCheck.org, 10 agosto (agg. 11 agosto); WDET / The
Metro, 11 agosto 2026.
* Fox News Poll, 13 agosto 2026; TIPP Insights / Newsweek, 19 agosto 2026;
RealClearPolitics, 19 agosto 2026.
* Pressenza Italia, «Giovane, musulmano, progressista: Abdul El-Sayed vince le
primarie democratiche per il Senato nel Michigan», 5 agosto 2026; «Giovane,
attivista, ambientalista: William Lawrence vince le primarie democratiche nel
7° distretto del Michigan», 6 agosto 2026.
Pressenza IPA