Se persino le armi sono sostenibili
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Foto di Pavlo da Pixabay
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Dopo una vita stentata è calata una pietra tombale sulla sostenibilità. A
mettercela è stata direttamente la Commissione europea con una “Commission
Notice”, pubblicata già il 30.12.2025 sul Official Journal (l’equivalente della
Gazzetta Ufficiale), concernente la valutazione degli investimenti nel settore
della difesa nel quadro di riferimento per la finanza sostenibile e della
Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) per la valutazione degli affari
economici1. La comunicazione della Commissione fornisce le linee guida sulle
tipologie di investimento nella difesa che rientrano nel quadro di finanza
sostenibile (Regolamento Ue sull’informativa di sostenibilità nel settore dei
servizi finanziari, SFDR, soggetti al controllo della Autorità europea dei
mercati finanziari, ESMA). Concretamente, per uscire dal labirinto normativo
dell’Ue, la Notice stabilisce che gli investimenti e le attività delle imprese
nel settore della difesa sono considerati compatibili con le norme sulla
sostenibilità, ad esclusione solo delle “armi controversi”, cioè quelle già
proibite dalle convenzioni internazionali: bombe a grappolo, mine antiuomo, armi
biologiche, laser accecanti2. La raccolta del risparmio e il credito bancario
per finanziare le industrie che producono tutti gli altri sistemi d’arma
(nucleari comprese) sono ritenuti in linea con i criteri ambientali, sociali e
della buona governare (ESG, Evironmental, Social, Governance3). Si sono così
bruscamente chiusi anni di vivaci discussioni su quali dovessero essere i
parametri da rispettare per poter definire cosa è “sostenibile”. Questione per
la quale è nata persino una disciplina accademica, la “Sustainability science”4.
Se le armi posso intestarsi questo merito reputazionale figuriamoci se non lo
può fare qualsiasi altro prodotto immesso sul mercato. Si troverà sempre una
qualche utilità superiore per giustificare la sua produzione.
Le mani sui risparmi privati e sui bilanci pubblici
A dire il vero le normative europee sulla “tassonomia verde” (Regolamento UE
2020/852 per la classificazione delle attività economiche utili alla
“ecosostenibilità” e alla lotta al cambiamento climatico) erano già state
ampiamente compromesse dall’inserimento delle filiere produttive del gas e
dell’energia nucleare. Anche allora complice della decisione era stata la guerra
(l’invasione della Federazione russa in Ucraina) e la necessità di garantire
approvvigionamenti energetici in Europa anche senza il gas russo. Ma con
l’inclusione delle armi pare proprio che sia crollata alla base la traballante
impalcatura su cui regge il concetto stesso di sostenibilità. Ed è un vero
peccato, poiché come vedremo più avanti, pure con tutte le sue ambiguità,
distorsioni e faziose distorsioni, per più di cinquant’anni il principio di
sostenibilità ci ha aiutato in molte battaglie ambientaliste, perlomeno per
smascherare il greenwashing. Con quest’ultimo colpo di mano il termine
sostenibilità ha subito un rovesciamento completo di senso. È lo stesso destino
capitato a molti altri vocaboli, come: libertà nelle mani dei liberisti,
sviluppo contabilizzato nei bilanci delle multinazionali, benessere ridotto a
benavere, lavoro subalternizzato al profitto, cura appaltata al Terzo settore,
comunità confinata nelle identità etniche, democrazia sequestrata dai partiti,
giustizia delegata ai tribunali, vita separata dalle vite reali delle persone.
Illich le chiamava parole ameba, altri pensatori le hanno chiamate parole
caucciù. Ora, anche sostenibilità è stata fagocitata e conquistata dai suoi
nemici.
Era da tempo che i ministri della difesa dell’Unione Europea, riuniti nel board
dell’Agenzia europea della difesa, chiedevano di liberare dal marchio d’infamia
gli investimenti in aziende collegate alla produzione di armi. Se la guerra non
è più un disvalore – anzi, un dovere morale – le armi sono il necessario
complemento. Il ministro per la Difesa del Regno Unito, Grant Shapps, ha detto:
«Non c’è nulla di poco etico nel sostenere l’industria degli armamenti, che ci
permette di difendere il nostro stile di vita, soprattutto in questo periodo di
incertezza globale» (Valori.it 05.12.2023). Anche il ministro dell’Economia
francese Eric Lombard, afferma che finanziare l’industria bellica è un «atto
responsabile», in perfetto allineamento con i principi Esg (Maurizio Bongioanni,
Investimenti “sostenibili” nelle armi: il nuovo paradosso europeo, Valori
08.04.2025). Difficile dare torto a questi signori, non c’è incoerenza in loro,
poiché sono stati i parlamenti europei a proclamare il superiore interesse
pubblico del riarmo, della deterrenza proattiva e della “prontezza” nell’entrare
in guerra contro i “pericoli esistenziali” che minaccerebbero la civiltà, la
prosperità, la religione cristiana. Già il Rapporto Draghi sul futuro della
competitività europea – vero documento programmatico del secondo mandato della
Commissione Von der Leyen – c’era scritto che «l’accesso ai finanziamenti [per
la difesa] è spesso ostacolato dall’interpretazione data dalle istituzioni
finanziarie ai quadri di riferimento dell’Ue per la finanza sostenibile e ai
quadri di riferimento ambientali, sociali e di governance (Esg)». È noto che il
piano Rearm Europe della Commissione europea5 è alla ricerca di canali di
finanziamento per 800 miliardi, più quelli che saranno necessari per rimpiazzare
il disimpegno degli Usa dal fianco est della Nato. Servono fondi pubblici e
risparmi privati6. È giunto il momento di fondere le campane per fare cannoni e
di donare oro alla Patria. Il generale Vannaci non emerge dal nulla. In questo
contesto non c’è azione più etica che stornare denari pubblici dalle spese
sociali agli armamenti e garantire ottime remunerazioni agli investimenti
privati nelle industrie delle armi, lo certificano gli utili da capogiro che sta
realizzando il settore. Le industrie del settore fatturano ogni anno la
ragguardevole cifra di 5mila miliardi di dollari. Se la guerra è considerata
giusta dalle pubbliche autorità legittimate dalla sovranità popolare, allora
finanziarla e prendervi parte (vedi le varie iniziative che si aggirano
sull’Europa per rendere più o meno obbligatoria la leva militare) può apparire
non solo necessario, ma glorioso.
A fronte di tale stringete ragionamento diventa inutile la disputa scientifica
su ciò che è o non è sostenibile. Ci sarà sempre un fine d’interesse superiore
che giustifica l’impiego di qualsiasi mezzo necessario a raggiungerlo. Schiere
di esperti, di negoziatori, di legulei e rispettive commissioni di valutazione,
tavoli di confronto, forum tra stakeholder e “dibattiti pubblici” vengono
scavalcati d’un sol colpo. La decisione politica torna ad essere puro comando,
le tecnocrazie si adeguano, la infinita produzione di trattati, codici e
regolamenti evapora. Se il diritto internazionale è diventato un orpello nelle
dispute tra gli stati, figuriamoci che fine fanno le specifiche tecniche sulla
sostenibilità Esg dei prodotti7.
La nuova frontiera degli investimenti sostenibili sono le armi. Secondo i dati
di Morningstar citati dalla testata francese Les Echos, i fondi sostenibili
definiti come tali negli articoli 8 e 9 della regolamentazione Ue (Regolamento
SFDR e il piano d’azione per la finanza sostenibile8) gestiscono oltre 6.100
miliardi di euro. Pari al 60% del totale degli asset europei. Una cifra enorme
su cui l’industria della difesa ha puntato gli occhi per finanziare il piano
Rearm Europe. Infatti, i fondi denominati Esg finora sono entrati per pochissimi
denari nei portafogli dei settori aerospaziale e della difesa. Thomas Jusquame,
(già citato nella nota n.1) rende noto che un consorzio di giornalisti ha
recentemente rilevato che «tra il 2021 e il 2023, 120 miliardi di euro
provenienti dai fondi “verdi” delle banche sono stati investiti nella produzione
di armamenti».
La finanza sostenibile screditata
Come è potuto accadere che anche il principio della sostenibilità sia fagocitato
dal furore bellico?
Dove abbiamo sbagliato? Forse, nell’esserci illusi che la sostenibilità delle
attività umane potesse realizzarsi per via normativa, a prescindere da una
preliminare condivisione profonda, sostanziale di ciò che è etico e di ciò che
non lo è. La sostenibilità, come la pace e molti altri bei principi, non basta
scriverli nelle costituzioni bisogna che entrino nella testa e nel cuore delle
persone. Si possono costruire carrarmati rispettando i diritti dei lavoratori e
completamente riciclabili, forse, anche bombe “eco”, ma una guerra non sarà mai
sostenibile9. Le tassonomie che classificano ciò che è sostenibile vengono dopo
aver definito cosa è bene e cosa è male. Se non sono chiari i principi morali
dell’agire umano si troveranno sempre delle giustificazioni per agire in deroga.
C’è una straordinaria frase di papa Bergoglio che ammoniva contro la filantropia
compensativa: «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei
soldi del biglietto piantano alberi, per compensare parte del danno arrecato. Le
società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che
esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per
curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo
culmine. Questa è ipocrisia!». Più avanti precisava: «Il capitalismo conosce la
filantropia non la comunione»10. Con buona pace di quanti in questi anni hanno
tentato di far riconosce e istituzionalizzare la finanza sostenibile, pesino
“etica”. Ricordo che l’economista Enrico Giovannini, ministro con Letta e Draghi
fece una campagna per iscrivere nella Costituzione il lemma “sviluppo
sostenibile”. Lo stesso Giovannini è il principale promotore di una Alleanza di
successo tra le imprese (ASviS) per lo Sviluppo Sostenibile, ossia per una
“crescita verde”. Dal canto loro anche le banche e gli istituti finanziari si
sono dati da fare con il Forum per la Finanza sostenibile. Il suo principale
promotore e direttore generale, Francesco Bicciato, ci ricorda che sulla
sostenibilità degli investimenti in armi è in corso un dibattito tra gli
operatori: «Ci teniamo a sottolineare che la finanza sostenibile si fonda
sull’integrazione tra i fattori economici e quelli ambientali e sociali. Secondo
questa logica, gli investimenti in armi non ci sembra possano essere considerati
sostenibili»11.
Andrea Baranes, già presidente della Fondazione Finanza Etica e del Consiglio di
Amministrazione di Banca Etica, ha lanciato un invito: «Forse occorre fermarsi
solo un attimo. Sono oltre due secoli che la definizione di finanza sostenibile
si fonda sull’esclusione dell’industria delle armi. Già nel XVIII secolo alcuni
fondi religiosi negli Stati Uniti decidono di non investire nelle “azioni del
peccato”. Tra i primi, la comunità protestante dei quaccheri che esclude in
particolare due settori: le industrie implicate nella tratta degli schiavi e
quelle legate alla guerra (…) È sempre stato così. Fino a ieri. Da oggi, anche
un fondo che investe in armi può essere sostenibile (…) La sostenibilità diventa
“un ostacolo”. Siamo oltre la soglia del ridicolo» (Andrea Baranes, La fine
della sostenibilità. L’Unione europea ha autorizzato il primo fondo
“sostenibile” che investe in armi, svuotando di significato l’idea stessa di
finanza sostenibile, Valori, 21.10.2025).
Il principio di sostenibilità va preso sul serio
Ora che l’Ue è riuscita a purificare pure le armi e fagocitare il principio di
solidarietà, cosa ci rimane? Nulla, poiché la nozione di sostenibilità è davvero
cruciale per riuscire ad orientare i comportamenti umani. Dobbiamo quindi
difendere in tutti i modi i parametri logici ed etici della sostenibilità.
Il concetto viene dalle scienze naturali e indica la capacità della biosfera (e
di ogni singolo ecosistema capace di autoregolarsi e di evolvere spontaneamente)
di sopportare perturbazioni e impatti diretti o indiretti che vengono da
attività esterne senza compromettere le sue caratteristiche e funzioni. Carring
capacity, nei manuali di ecologia. Avere cognizione dei limiti di tollerabilità
del sistema Terra (Gaia, nella bella immagine di un unico grande macrorganismo
vitale) e dei suoi sottosistemi – “catena della vita”, la chiama Fritjof Capra
-, significa quindi prendere coscienza della rete di relazioni che legano il
mondo naturale e noi – l’umanità – con lui. Omnia coexa sunt. Lo sapevano già
gli antichi. Sostenibilità, persistenza, equilibrio, armonia, integrazione…
diventano così i parametri di riferimento per ogni attività umana. Le regole
auree della convivenza. Il concetto di sostenibilità abbraccia tutti i campi
dell’agire umano. Quello più propriamente analitico della conoscenza scientifica
dei “limiti planetari” all’interno dei quali è possibile salvaguardare la
rigenerazione delle forme di vita – perlomeno non danneggiarle. Quello
normativo, politico-istituzionale che stabilisce i codici sociali e gli
strumenti di regolamentazione nell’uso delle risorse naturali. Ma, prima di
tutto, la sostenibilità abbraccia i criteri etici che presidiano il modo di
concepire il mondo e le relazioni fra gli esseri umani e l’intero vivente. Senza
questo codice universale morale sarà difficile che le comunità e i singoli
individui riescano ad assumersi la responsabilità politica collettiva della
salvaguardia della buona vita del e nel pianeta. La nostra civiltà moderna
occidentale è figlia di concezioni utilitaristiche, antropocentriche,
prometeiche. Pensiamo ed agiamo come se non ci fossero limiti nelle possibilità
di estrarre materie ed energie dalla Terra. Pensiamo di poter dominare a nostro
piacimento le forze della natura. Abbiamo trasformato le scoperte scientifiche
in feticci tecnologici. Ignoriamo i segnali di stress (le retroazioni negative)
che gli ecosistemi ci trasmettono. Estinzioni di massa delle specie viventi,
inquinamenti d’ogni tipo, surriscaldamento climatico, pandemie, riduzione della
fertilità maschile e innumerevoli altri “tipping point” ci dicono che stiamo
erodendo le basi naturali che sostengono – appunto! – ogni attività umana.
Il fallimento degli obiettivi dello Sviluppo sostenibile
I movimenti ecologisti sono sorti all’indomani della catastrofe della Seconda
guerra mondiale per denunciare le conseguenze di un modello di crescita
economica e tecnologica fuori controllo. Fall out nucleare, inquinamento
chimico, devastazione degli habitat naturali sono sotto gli occhi di tutti. Ad
un certo punto sembrava che i potenti della Terra dessero ascolto alle
popolazioni e agli scienziati12. Si comincia a pensare che lo “sviluppo” delle
forze produttive dovesse essere in qualche modo tenuto sotto controllo.
All’inizio viene proposto di usare il concetto di “eco-sviluppo”, ma ad alcuni
sembrò troppo vincolate e con il rapporto Rapporto Brundtland del 1987 fu
adottato definitivamente il lemma “sviluppo sostenibile”13. L’idea che sta alla
base è provare ad addomesticare la crescita economica, imbrigliandola in
traiettorie di lungo periodo e di controllo sociale. Lo sviluppo continua ad
essere l’alfa e l’omega delle politiche governative, di destra e di sinistra, ma
deve essere subordinato al raggiungimento di obiettivi di pubblica utilità. Gli
Obiettivi del Millennio (2000) e poi i famosi Goals dell’Agenda 2030 (SDGs)
adottati dalle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, sottoscritti da 193 stati
costituiscono un corpus programmatico e normativo di enorme portata: 17
obiettivi principali, articolati in 169 target specifici e 240 indicatori.
A meno di quattro anni dalla data di scadenza, scopriamo che quegli ambiziosi
progetti di autoriforma dell’attuale sistema socioeconomico sono di fatto
falliti. I report dell’Onu, ma anche quelli a scala locale elaborati dall’ASviS,
segnalano ritardi che, con lo scoppio delle guerre in Ucraina e in Medio
Oriente, diventano incolmabili. La spesa militare globale ha raggiunto il
livello record di oltre 2.700 miliardi di dollari, con un trend in crescita che,
se confermato, porterebbe a raggiungere livelli compresi tra 4.700 e 6.600
miliardi di dollari entro il 2035, una cifra equivalente a quattro-cinque volte
quella registrata alla fine della Guerra Fredda. Risultato: solo il 18% dei
Target è in linea con l’obiettivo del 2030, per il 17% sta compiendo progressi
moderati, per il 31% miglioramenti marginali o assenti, per il 17% è in
stagnazione e nel 18% dei casi si osserva un regresso rispetto a dieci anni fa.
Da tener presente che i risultati maggiori si sono registrati in Cina, che non
mi pare stia rispettando i criteri di governance cari agli occidentali.
Sull’ambiente i dati sono drammatici. Prendiamo il Goal 12, quello sul “consumo
e sulle produzioni responsabili”. Tra il 2015 e il 2022 il consumo interno di
materiali ha superato il ritmo di crescita della popolazione, aumentando del
23,3% e passando da 92,1 a 113,6 miliardi di tonnellate, mentre il consumo
pro-capite è cresciuto del 14,8%, passando da 12,4 a 14,2 tonnellate pro capite.
L’idea dello sviluppo sostenibile si basava sulle capacità delle imprese di
innovare gli apparati produttivi con il decoupling, la separazione tra l’aumento
del valore monetario del volume delle merci e dei servizi e la diminuzione dei
flussi di materiali necessari a produrli. Risultato, fallimento su tutti e due i
versanti: tramonto dell’era dello sviluppo (“stagnazione secolare” negli indici
di aumento del Pil) e sfondamento dei limiti biogeofisici del pianeta. La
strategia dello sviluppo sostenibile paga ambiguità semantiche (la
sovrapposizione di crescita e sviluppo), illusioni ideologiche (la marea che
cresce aiuterebbe tutte le barche ad uscire dal porto), soprattutto, difetti
strutturali: le logiche di sviluppo capitaliste non sono correggibili agendo con
gli strumenti del mercato. La logica di valorizzazione e accumulazione del
capitale ha bisogno di un incessante processo di accelerazione dei cicli di
produzione e di consumo. Fattori produttivi e merci, estrazione di risorse
naturali e produzione di scarti e rifiuti procedono più o meno appaiati, ma
nella stessa direzione. Qualche cosa si potrà riciclare (economia circolare),
qualche cosa si potrà efficientare (nuove tecnologie green), qualche cosa si
potrà evitare di sprecare (sobrietà), qualche cosa potrà essere persino eco, ma
fino a che i modi produttivi e le relazioni sociali saranno dominati dalle
logiche di mercato non si potrà mai realizzare una integrazione equilibrata,
armoniosa tra ecologia ed economia, tra attività antropiche e biosfera.
Ha scritto Edgar Morin:
«Potrà svilupparsi un capitalismo ecologico che fabbrichi e venda il
non-inquinante, il sano, il rigenerante (…) tuttavia il problema ecologico ci
obbliga prendere in considerazione la struttura della vita e della società umana
(…) Abbiamo bisogno di una bio-antropologia, di una ecologia generalizzata»
(L’anno I dell’era ecologica, Armando editore, 2007).
La crisi sistemica, multifattoriale e multidimensionale, in cui sono precipitate
le società occidentali obbligano a una scelta. Non sembrano esserci più molti
margini di accomodamento tra sviluppo e preservazione delle capacità
rigenerative della biosfera, dei supporti vitali che ci offre il Sistema Terra.
La sostenibilità va quindi presa sul serio, integralmente, come vincolo e come
guida, in tutte le sue dimensioni: analitico-scientifiche, razionali (la carring
capacity), normative (le politiche pubbliche, le strumentazioni) e, prima di
tutto, etiche. Quelle cioè che chiamano in causa la consapevolezza e la
responsabilità. La più bella definizione di sostenibilità è probabilmente quella
che ci dette Hans Jonas nel lontano 1979, Il principio responsabilità:
«Agisci in modo tale che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con
la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra».
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1 Official Journal of the European Union, COMMISSION NOTICE on the application
of the sustainable finance framework and the Corporate Sustainability Due
Diligence Directive to the defence sector./2025/4950. La notizia è stata
commentata dal giornalista Thomas Jusquame, Oh Dio! Quanto è bella la guerra, Le
Monde Diplonatique, maggio 2026: «La Commissione europea ha stabilito che “la
finanza sostenibile dell’Unione Europea è compatibile con gli investimenti nel
settore della difesa”. Così alcune armi nucleari, armi incendiarie e munizioni
all’uranio impoverito sono diventate ammissibili tra gli investimenti “etici”
allo stesso titolo dei carri armati, dei cannoni, degli aerei da combattimento,
dei proiettili e dei software di sorveglianza (…) Questi investimenti, gestiti
secondo criteri ambientali, sociali e di governance [ESG] sono ritenuti legati
allo sviluppo sostenibile».
Vedi anche Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza
sostenibile: ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026. «Una
bomba atomica può essere considerata un investimento sostenibile? Per quanto
possa sembrare incredibile, per le regole europee sulla finanza Esg (cioè gli
investimenti che rispettano criteri ambientali, sociali e di governance) la
risposta, sorprendente, è “sì”».
Sull’argomento ha scritto anche Luca Pisapia, I parametri Esg, l’ennesima
vittima delle guerre, in Valori 14.11.2023: «Una vittima delle guerre in corso è
l’idea stessa che sia possibile costruire una forma di capitalismo
etico. La scomparsa dell’etica negli investimenti finanziari resta una vittima,
o se preferite un effetto collaterale, delle guerre».
E anche Simone Siliani, «In fumo anni di lavoro sulle regole per la finanza
sostenibile», Valori, 28.01.2026.
2 Scrive Maurizio Bongioanni «Il regolamento Sfrd (Sustainable finance
disclosure regulation) (…). Non dice nulla, quindi, sulle armi convenzionali»
(Valori 08.04.2025). Ciò che viene chiesto è solo una informazione
“trasparente”.
3 In realtà l’Unione Europea ha prodotto delle normative solo sulla
sostenibilità ambientale, sulla base di classificazioni (“tassonomie”) delle
attività finalizzate alla mitigazione degli impatti antropici sui sistemi
naturali, all’adattamento degli insediamenti umani alle nuove condizioni
climatiche, al recupero e al riciclo dei materiali, alla conversione energetica,
tutti con il vincolo di non danneggiare significativamente nessuna matrice
naturale. Sugli altri criteri (Social e Governance) c’è traccia di numerosi
studi e gruppi di lavoro, ma non risulta ancora nessuna proposta della
Commissione.
4 Vedi: Revisiting the sustainability science agenda, di Mesfin Sahle et altri
in IGES e IR3S 2025.
5 ReArm Europe (Riarmare l’Europa), ribattezzato “Readiness 2030”, proposto
dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, è stato
approvato dal Parlamento europeo il 12 marzo 2025 con l’obiettivo di investire
fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa europea.
6 Ha scritto Andrea Baranes che sia la finanza pubblica che quella privata sono
impegnate a «convogliare i 10mila miliardi di euro che i cittadini europei
detengono sui loro conti correnti bancari verso investimenti finanziari (…) Ogni
risorsa disponibile deve essere impiegata. Anche quelle che esplicitamente
chiedono di non farlo. Su questo fronte si lavora alla direttiva Saving and
Investment Union». Andrea Baranes, La fine della sostenibilità. L’Unione europea
ha autorizzato il primo fondo “sostenibile” che investe in armi, svuotando di
significato l’idea stessa di finanza sostenibile, Valori 21.10.2025.
7 Mi riferisco alla Direttiva sul reporting di sostenibilità (Csrd) che impone
alle imprese di fare un’analisi degli impatti ambientali e sociali del loro
business.
8 Pierangela Peruzzo, La finanza sostenibile e i fondi di investimento
classificati Art.8 e Art.9 secondo il Regolamento SFDR,
https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/13488
9 Secondo la Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) anche le aziende deli sistemi
d’arma sono tenute a mappare e mitigare i potenziali impatti negativi delle
proprie linee produttive sui diritti umani e sull’ambiente.
10 Udienza con il movimento dell’Economia di Comunione, 4 febbraio 2017. I
riferimenti di papa Francesco all’industria delle armi sono stati
frequentissimi, ad esempio: «È terribile “guadagnare con la morte”, ma
“purtroppo oggi gli investimenti che danno più reddito sono le fabbriche delle
armi”», Avvenire, 2 maggio 2024.
11 In Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza sostenibile:
ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026.
12 Qui una mini-cronologia: 1969 negli Stati Uniti, il 31 dicembre, il Congresso
vara il “National Environmental Policy Act” (Nepa); nel 1970 viene istituita
l’EPA, l’Agenzia modello nella protezione dell’ambiente; il 22 aprile 1970 viene
celebrato l’Earth-Day, sotto l’egida delle Nazioni Unite; nel 1971 viene firmata
la Convenzione Ramsar (uccelli); nel
1972 viene pubblicato il Rapporto del MIT sui “limiti dello sviluppo”
commissionato dal “Club di Roma”; nel 1972 a Stoccolma il Summit sull’ambiente
dell’uomo con la “Dichiarazione” delle Nazioni Unite; nel 1987 viene scritto il
Rapporto Brundtland WCED in preparazione del Summit della Terra che si svolgerà
a Rio de Janeiro nel 1992; nel 1988 nascono l’Organizzazione meteorologica
mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ,il Programma delle Nazioni
Unite per l’Ambiente (United Nations Environment-Programme, UNEP) e il Gruppo di
esperti intergovernativo sul cambiamento climatico Intergovernmental Panel on
Climate Change, IPCC).
13 Questa la definizione classica: «Lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i
bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per le
generazioni future di soddisfare i propri bisogni».
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Testo preparato per il modulo su “Sostenibilità: origine ed evoluzione”,
nell’ambito del Progetto formativo “Commercio 4.0 Etico e Sostenibile”,
dell’Azienda cooperativa Filò – BDES, promosso a Martellago (Venezia) il 20
maggio 2026
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L'articolo Se persino le armi sono sostenibili proviene da Comune-info.