La proposta di Rutger Bregman per fare la differenzaSono andato a letto ieri sera con ancora nelle orecchie le grida di Minneapolis,
le grida strazianti di chi ha perso una vicina di casa, un’amica, la propria
compagna. Mi hanno ricordato le grida che si sentono subito dopo lo sparo in
Piazza Alimonda, un momento di rottura tra un prima e un dopo, da cui non si
torna indietro. E visto che possiamo andare solo avanti, tanto vale provare ad
arrivare da qualche parte.
Nel grande caos che sono stati questi primi giorni del 2026, mi sono trovato
sullo schermo una copia digitale dell’ultimo libro di Rutger Bregman, “Moral
ambition”.
Bregman, storico olandese, è salito alle cronache per un suo intervento ad un
panel alla conferenza di Davos del 2019, in cui ha esplicitamente puntato il
dito sull’elefante nella stanza, la totale scomparsa di una reale tassazione sui
patrimoni dei miliardari.1
Guadagnatosi così una buona posizione da cui parlare a più persone possibile, ha
già scritto due libri editi in Italia da Feltrinelli, che spero si sbrighi a
tradurre anche il terzo, perché credo sia un libro di cui abbiamo bisogno.
Bregman mostra subito di aver capito una lezione importante su come costruire un
impianto divulgativo capace di coinvolgere ed attivare chi legge: raccontare
storie per porre interrogativi, mostrare esempi concreti e aiutare a calarsi
volta per volta nella realtà delle situazioni affrontate. Seleziona bene i suoi
esempi, li mostra nel loro tempo e nelle loro contraddizioni, e lo fa con un
obiettivo ben preciso: quello di spingere chi legge ad attivarsi, e a farlo in
maniera ambiziosa.
Serpeverde alla riscossa
Quando penso alla parola ambizione non posso fare a meno di tornare per un
attimo al mondo di Harry Potter, e ai Serpeverde, che appunto la incarnano,
tutti antagonisti. Sarà questo uno degli elementi che rende problematico a
sinistra il nostro rapporto con questa parola?
Ambizione di arrivare, quindi la certezza di sapere dove arrivare, che nel
grande mondo dialettico del movimento è a volte considerata una cosa in fin dei
conti sconveniente. Un po’ di destra, quasi. Per capirci, l’ultima volta che ho
avuto l’impressione di leggere un testo di sinistra realmente ambizioso avevo in
mano “Inventare il futuro” di Srniceck e Williams, ed era il 2018.
Per tutto il libro Bregman continua a cercare di risvegliare in chi legge questa
volontà, questo rivolgersi verso un orizzonte ideale di vittoria, inquadrandolo
dentro le possibilità reali di azione concreta che ogni vita umana porta in sé,
ma sempre cercando di fare la differenza. “Vincere è un dovere morale, quando
lotti contro l’ingiustizia”, scrive.
Il libro è molto chiaro nel cercare di portare chi legge fuori dalla propria
zona di comfort, criticando radicalmente l’idea di “ricerca della felicità” per
come la società in cui viviamo vorrebbe vendercela. Se sentiamo un forte disagio
nella nostra vita quotidiana, se costantemente subiamo l’assalto di pensieri ed
energie negative, forse oltre ai percorsi di psicanalisi e a meditare con
costanza dovremmo anche provare ad intervenire sul mondo attorno a noi per
cambiarlo in meglio. Forse dovremmo uscire dal paradigma individualista del
nostro tempo, analizzare alla radice i problemi che abbiamo davanti e
organizzarci per affrontarli insieme.
Allo stesso tempo è proprio dall’individuo che Rutger parte, e forse questo
approccio può in prima lettura far storcere il naso ad una parte del pubblico,
ma credo sia molto funzionale visto il tipo di società in cui viviamo. Non serve
essere Ayn Rand per riconoscere le infinite ed incredibili possibilità dei
singoli esseri umani, se poi queste possibilità vengono messe al servizio di una
causa collettiva.
Io stesso mi sono trovato a volte sorpreso leggendo alcuni ragionamenti gli
esempi portati, per poi osservare come l’analisi impietosa dei successi, delle
sconfitte e delle contraddizioni di ogni epoca riesca a superare qualsiasi
accusa di parzialità o di ingenuità.
Devo dirvi che alla fine mi è quasi venuto il dubbio che in un certo senso si
tratti di una vera e propria trappola tesa a chi legge, il tentativo di usare un
libro che sembra quasi vendersi come un manuale di self-growth per contagiare
con il virus dell’ambizione morale più persone possibile. Non sarà questa la
volta di troppo per citare il buon Bowie: we can be heroes, se lo vogliamo, ma
la situazione attuale richiede che più persone possibile si impegnino per molto
più che un giorno solo. Questo tempo disgraziato ha un enorme bisogno di noi e
dobbiamo tornare a riconoscere il valore di una vita spesa a cercare di far
qualcosa che possa essere non solo buono, giusto e bello, ma anche, per una
volta, grande.
Quando un numero sufficiente di persone fossero riuscite a trovare la
determinazione necessaria a questo primo passo, si potrebbe allora parlare dei
problemi successivi.
E come diceva Gandhi…
Quali sono le illusioni in cui i movimenti ed i gruppi politici cadono? Quali
sono gli indicatori che possono aiutare chi vuole avere un impatto positivo
sulla società a capire verso quale direzione lavorare? Cosa ci insegna la Storia
sulla maniera in cui i nostri comportamenti vengono giudicati dai posteri?
Su questa ultima domanda Bregman si spende a lungo, prendendo come riferimento
la schiavitù negli Stati Uniti e la lunga storia di conflitto dal basso che ha
consentito prima la sua abolizione e infine la fine della segregazione. E se da
una parte lo fa perché si tratta, almeno in teoria, di un processo storico
concluso, su cui abbiamo un gran numero di fonti e di materiali storiografici di
ogni tipo, io credo che abbia scelto questo esempio perché per vari aspetti è
estremamente calzante rispetto ad uno dei grandi temi del nostro tempo, la
transizione alimentare.
Cosa ha consentito ad un piccolo gruppo di idealisti di imporre il proprio punto
di vista su di una questione che sembrava indiscutibile, il diritto di mettere
le catene ai polsi di un essere umano considerato inferiore e di usarlo come
schiavo? Come si scardina un sistema economico ed ideologico che guarda a degli
esseri umani come a poco più che animali? E come si scardina un sistema
alimentare che guarda agli animali non umani come poco più che cose? I paragoni
si sprecano e Bregman da bravo narratore spesso evita di esplicitarli, ma è
tutto chiaramente esposto e sono convinto che, seppur a volte possa sembrare
provocatorio, questo libro sarebbe un’aggiunta importantissima alla biblioteca
di qualunque gruppo antispecista.
1 https://www.youtube.com/watch?v=r5LtFnmPruU
Leonardo Animali