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“Un giorno solo”, molto più di un semplice libro
“Non è forse questa la vita: un perimetro di spazio e di tempo dato una volta sola a ciascuno di noi? Non è la vita un’azione che siamo chiamati a fare entro limiti che non scegliamo?” – Alessandro D’Avenia –   Il  22 marzo 2026, alle ore 17:30, al CineTeatro Junior di Sarnico (BG) si è tenuta la presentazione ufficiale del libro “Un giorno solo” di Giuseppe Mutti. Zandobbiese di origine e sarnicese per amore, Giuseppe è nato a Trescore Balneario (BG) nel 1964 ed ha indossato la divisa di infermiere a 16 anni, per dismetterla circa un anno fa, dopo ben 43 anni e rotti di lavoro sempre in ospedali bresciani. Sposato dal 1988 con Gabry che ha conosciuto sui banchi della scuola infermieri, sono genitori di tre figlie. Dopo trent’anni da fumatore ha smesso all’improvviso, a 45 anni, e si è dato allo sport: corsa, montagna e soprattutto bicicletta. Quando le figlie sono diventate grandi, e l’arrivo della pensione era ormai imminente, sognava più tempo per lui e Gabry, per viaggiare e per stare con gli amici. Poi, purtroppo, quei progetti sono crollati all’improvviso quando, dopo un periodo di strani dolori in tutto il corpo, gli viene diagnosticata la SLA: Sclerosi Laterale Amiotrofica, una malattia neurodegenerativa progressiva e grave che colpisce i motoneuroni, provocando la paralisi dei muscoli volontari, inclusi quelli respiratori, mantenendo solitamente intatte le funzioni cognitive. Giuseppe ha terminato la stesura del libro a luglio 2025, scrivendolo velocemente, poichè il tempo gli sembrava poco e gli occhi, come sottolinea lui, gli facevano sempre più male. Leggere questo libro è stato qualcosa di veramente diverso rispetto a tutti gli altri libri che mi è capitato di leggere fino ad ora. Quando mi è passato tra le mani questo manoscritto subito ho pensato che non potesse passare inosservato. Capitolo dopo capitolo mi accorgevo che la commozione che mi provocava e il messaggio che trasmetteva erano qualcosa di diverso da una storia tra le tante. Quello di Giuseppe Mutti non è propriamente un libro, ma una testimonianza di vita, un racconto graduale e crescente che intreccia sentimenti ed emozioni dell’autore con le relazioni umane, i frammenti di vita quotidiana che lo attraversano mentre man mano percepisce il suo corpo cambiare, diventando consapevole di quello che gli sta accadendo. In pochissime pagine, con limpida semplicità e lucidità disarmante, Giuseppe è stato in grado di narrare con un’umanità esplosiva la vita nella sua essenza. Una vita fatta di fatica, di lotta, di sfida, di rinunce, di momenti di sofferenza, di spaesamento, di frustrazione: una vita nella sua crudezza, nei suoi cambiamenti incontrollabili, spesso inevitabili e non sempre come vorremmo. Ma nonostante ciò Giuseppe ci fornisce un punto di vista autentico che a tratti sembra “calmo e quieto”, quasi impassibile, volto a cogliere la bellezza collaterale di quello che gli sta capitando. Percepisce e descrive la ricchezza, la forza e la solidità delle sue relazioni umane, lo splendore della sua famiglia, i momenti di gioia, di speranza, di passione, di amore, di tenerezza: una manifestazione di umanità sana e non-negoziabile che si “prende cura dell’altro” e che ci ricorda che nessuno di noi è un’isola. Leggendo “Un giorno solo” emerge la consapevolezza che siamo parte di una tela che tessiamo ogni giorno, ricordandoci che la prima cura per ogni dolore è esserci per l’altro. Se solo i potenti della Terra si fermassero a riscoprire qualche briciolo di questa umanità, forse smetterebbero di seminare vento e raccogliere tempesta. Non è un caso che “Avere cura” sia il nome della collana di libri a cui appartiene il libro di Giuseppe Mutti, di cui ho avuto l’immenso piacere di curarne l’edizione in quanto direttore editoriale della Collana “Avere Cura” della casa editrice Multimage. “Aver cura” è l’espressione che più riassume il libro di Giuseppe dove tutto viene presentato in uno stile tanto semplice quanto stravolgente, tanto vero quanto inconcepibile, tanto crudo quanto umano: proprio come è la sua vita. Con questo messaggio colgo l’occasione per ringraziare Giuseppe per il suo splendido lavoro e per avermi concesso l’onore di curare il suo scritto. Ringrazio Lisa Alberti per aver curato la revisione del testo e soprattutto voglio rivolgere un grande saluto ed abbraccio a sua moglie Gabriella e alle sue fantastiche figlie Elisa, Chiara e Laura per le bellissime persone che sono, oltre ad essere una lezione vivente di umanità. Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
“Occupied Territories” – Libano: una guerra che Israele non ha mai smesso
“È passato meno di un anno e mezzo dall’ultimo conflitto, seguito da una tregua mai rispettata, ed ora una nuova guerra in tre settimane ha già lasciato più di un milione di persone senza casa”, esordisce Fabio Bucciarelli, fotoreporter che per 10 anni ha documentato la realtà quotidiana in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Libano con tanti ‘scatti’, 100 in esposizione a Vinovo fino al 3 maggio prossimo. Nella pagina oggi online su Il mondo in cui viviamo, Fabio Bucciarelli spiega: > Dopo più di un anno sono tornato in Libano. > > Era l’ottobre del 2024, quando, a seguito del genocidio di Gaza e > dell’uccisione di Hassan Nasrallah, Israele bombardava il paese, causando > migliaia di morti civili e oltre un milione di sfollati. > > Il primo giorno che sono arrivato, dopo aver preso l’accredito stampa, sono > stato in un cimitero temporaneo a Dahieh, quartiere sciita della città > considerato una roccaforte di Hezbollah. Il cimitero provvisorio, tra terra e > fango, dedicato ai martiri in attesa di una sepoltura migliore, quel giorno ha > accolto quattro vittime: Mohamed Serri, giornalista della televisione > Al-Manar, sua moglie, un combattente e un paramedico. > > A causa dei continui bombardamenti israeliani, delle incursioni terrestri e > degli ordini di evacuazione, molte persone hanno trovato rifugio in scuole > trasformate in centri di accoglienza, lungo il lungomare della città o nello > stadio adattato a shelter temporaneo. In questi giorni, le piogge torrenziali > peggiorano ulteriormente le condizioni dei profughi interni, costretti a > vivere nelle tende. > > Gli attacchi si sono intensificati, provocando numerose vittime e la > distruzione di infrastrutture civili, con oltre un milione di persone che, > secondo le stime, sono state sfollate. > > Oggi la guerra è tornata, con la stessa violenza ma con una nuova maschera. > Dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran e la risposta di Hezbollah, che > ha lanciato razzi verso Israele in supporto alla Repubblica Islamica, il > Libano è di nuovo ostaggio di un conflitto che sembra ripetersi come un > copione già scritto. > > I bombardamenti israeliani colpiscono ovunque, dalla capitale al sud. Gli > ordini di evacuazione si moltiplicano e arrivano fino al fiume Litani, nella > parte meridionale del paese che molti in Israele auspicano come nuovo confine, > o almeno come zona cuscinetto. Il rischio è quello di un nuovo massacro in > stile Gaza: distruzione sistematica, bombe per abbattere edifici e > infrastrutture, preparare il terreno all’invasione di terra e nuovi territori > occupati. > > Nemmeno la resilienza delle persone è cambiata, né la resistenza dei > combattenti che, come fantasmi, cercano di fermare l’avanzata dell’IDF. Poco o > nulla si sa di Hezbollah: non ci sono fotografie recenti, non si conosce il > numero delle vittime, nè chiaramente i loro nascondigli o strategia. > > Dal 2 marzo, questa nuova offensiva israeliana ha già causato più di mille > vittime e costretto ancora una volta oltre un milione di persone a lasciare le > proprie case. Oggi, in Libano, circa una persona su cinque è sfollata, il 20% > della popolazione. > > Come in un film già visto, la guerra continua senza fine, alimentata solo > dalla necessità di combattere e di seminare il caos in un paese, dove lo > spettro della guerra civile non è mai scomparso. In occasione dell’esposizione della collezione Occupied Territories a Le Gallerie del Museo Storico del Trentino, il direttore dell’Atlante delle Guerre e dei conflitti nel mondo, Raffaele Crocco, ha commentato: «Questa mostra vuole essere un grido d’allarme. Vicino a noi, poche centinaia di chilometri al di là del mare, si sta consumando una tragedia che ha pochi precedenti, per ferocia e determinazione di chi vuole uccidere. Nel vicino Oriente, Israele ha deciso l’annientamento di un popolo e, contemporaneamente, ha avviato una politica di aggressione in nome di una ipotetica “pace duratura”, da realizzare con la sconfitta definitiva e totale dei nemici: l’Iran e Hezbollah. Quello che si deve fare è documentare il massacro, raccontare il crimine. Fabio Bucciarelli lo ha fatto. È sceso all’inferno per raccontarci cosa accade con le sue foto». Dopo la presentazione nel 2025 a Sarajevo e l’esposizione a Modena e a Trento, fino al 3 maggio 2026 la collezione è in mostra al Castello Della Rovere di Vinovo. “Le immagini prendono vita lungo un percorso fatto di cinquanta steli in ferro che sorreggono le foto, creando una sorta di costruzione fisica che guida i passi dei visitatori tra le sale del castello – spiega la recensione su GUIDA TORINO – Questa scelta di allestimento, curato da Lejla Hodzic, trasforma la visita in una camminata lenta dove ogni scatto – dal ritratto intimo alla scena di strada – aiuta a capire la frammentazione dello spazio e la perdita della libertà di movimento. Le fotografie, nate originariamente per un libro edito da Dario Cimorelli, si allontanano dalla fretta della cronaca per restituire un racconto umano e complesso. Si scoprono così le vite di persone che resistono alla cancellazione della propria identità in un mondo che sembra essersi fermato in un’attesa infinita”. Occupied Territories: Stories from The West Bank, Gaza, and Lebanon – antologia di 100 fotografie di Fabio Bucciarelli, edita con prefazione di Fabio Tonacci, inviato di la Repubblica, a cura di Elena Caldara, Dario Fanelli, Laura G. Maggioni, Daniela Meda e Joan Roig nel 2025 stampata in 1˙300 copie e pubblicata da Dario Cimorelli Editore.   OCCUPIED TERRITORIES STORIES FROM THE WEST BANK, GAZA, AND LEBANON Castello della Rovere – Vinovo (TO) sabato e domenica e festivi, fino al 3 maggio 2026 sabato 15-18.30; domenica 10.30-12.30 e 15-18.30 aperture straordinarie: 6 aprile, 25 aprile 1° maggio orario 10.30-12.30 e 15-18.30       Maddalena Brunasti
March 23, 2026
Pressenza
[2026-03-25] presentazione libro "CASE MORTE" con Geraldina Colotti @ CSOA Forte Prenestino
PRESENTAZIONE LIBRO "CASE MORTE" CON GERALDINA COLOTTI CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (mercoledì, 25 marzo 19:30) CSOA Forte Prenestino MERCOLEDì 25 MARZO 2026 Forte Infoshop & Sala da The inTHErferenze dalle ore 19:30 "CASE MORTE" di Miguel Otero Da Silva (Argolibri 2025) presentazione del romanzo insieme a Geraldina Colotti (che ne ha curato la traduzione) con un approfondimento sulla situazione in Venezuela e a Cuba ... Mentre gli USA riaprono i giochi con Caracas e il Nobel incorona la dissidenza compatibile, giunge ad aprire una nuova collana un classico della letteratura venezuelana: Case morte di Miguel Otero Silva, il romanzo che raccontò la povertà petrolifera e la dignità venezuelana prima che il mondo imparasse a voltarsi dall’altra parte. https://www.argonline.it/prodotto/case-morte-miguel-otero-silva/ … «Una casa senza porte né tetto è più commovente di un cadavere»: con queste parole, uno studente universitario, deportato come prigioniero politico, riflette ad alta voce su quello che osserva dal finestrino di un autobus che lo conduce ai lavori forzati. Il paesaggio che scorre davanti ai suoi occhi è quello degli Llanos del Venezuela, l’immensa pianura erbosa che un secolo prima aveva affascinato Alexander von Humboldt, portandolo a codificare per la prima volta il sublime orizzontale del paesaggio americano. Ma quel che colpisce lo studente non è la natura della savana, bensì lo stato di abbandono dei villaggi e delle città disseminati in quello spazio. L’autobus è appena arrivato a Ortiz, antica capitale dello stato di Guárico, la cui popolazione è stata decimata dalle malattie e dall’incuria. […] Risulta molto difficile non pensare, leggendo le descrizioni che Otero Silva fa di Ortiz, alle città immaginarie per cui la letteratura ispanoamericana è divenuta celebre: la Macondo di García Márquez e la Santa María di Onetti, figlie spurie della Yoknapatawpha di William Faulkner. Eppure la Ortiz di Otero Silva non è immaginaria, neanche nel nome, esiste davvero e continua ad esistere, nonostante tutto. Dall’Introduzione di Amanda Salvioni Miguel Otero Silva (1908-1985) è stato uno scrittore, poeta, giornalista e attivista politico venezuelano. Figura centrale della letteratura latinoamericana del XX secolo, ha concepito la sua opera come un potente strumento di critica sociale e politica, caratterizzata da un realismo lirico e straniato. Fu uno degli esponenti di spicco della Generazione del ’28, gruppo di studenti universitari che contrastarono apertamente la dittatura di Juan Vicente Gómez, appartenenza che gli costò l’arresto e l’esilio. Tornato in patria soltanto dopo il 1940, divenne un intellettuale di spicco nella società venezuelana, fondò il quotidiano El Nacional e svolse un ruolo fondamentale nel rovesciamento del dittatore Marco Pérez Jimenez. Ammirato da Gabriel Garcia Marquez, legato da amicizia e stima a Pablo Neruda che ne riconobbe la grande forza narrativa Otero Silva è stato e continua ad essere un autore di riferimento per i grandi narratori dell’America Latina. Tra i suoi romanzi più importanti, che hanno immortalato momenti cruciali della storia venezuelana, figurano: Fiebre (1939), Casas muertas (1955), Oficina N° 1 (1961) e Lope de Aguirre, principe de la libertad (1979). https://forteprenestino.net/attivita/infoshop/3603-case-morte
March 20, 2026
Gancio de Roma
“Radici. Il cammino di Vavilov”, il primo romanzo di Simona Duci
È disponibile da pochi giorni Radici. Il cammino di Vavilov, il romanzo d’esordio di Simona Duci, pubblicato da Arpeggio Libera Editrice. Da oltre quindici anni opera nel mondo dell’informazione, collaborando con diverse testate giornalistiche e occupandosi in particolare di temi ambientali, culturali e sociali, Simona Duci è giornalista, documentarista e fotografa.  Ha collaborato con TeleBoario, Chiariweek ed è attualmente corrispondente di Bresciaoggi, nonchè collaboratrice di Pressenza Italia. Si è formata in Fotografia e arti visive presso l’Accademia di Belle Arti LABA di Brescia, specializzandosi successivamente in comunicazione e pubbliche relazioni. Impegnata nell’attivismo ambientale sul territorio, è stata referente e guardia ecozoofila OIPA e da sempre i suoi interessi si focalizzano sulla difesa dell’ambiente e dell’avifauna selvatica, sull’ecologia, sui diritti animali ed sugli ecoreati. Accanto all’attività giornalistica si dedica al giornalismo d’impresa e alla comunicazione per i servizi sociali territoriali, dove il linguaggio diventa strumento di accesso, orientamento e relazione con la comunità. Parallelamente porta avanti attività di divulgazione e educazione ambientale e un impegno costante nel volontariato, collaborando con associazioni attive nella tutela dell’ambiente, degli animali e della biodiversità. Nel 2022 ha preso parte alla spedizione scientifica in Kirghizistan denominata «Eden Forever», l’ambizioso progetto di UniBs, Orti botanici di Ome e Nagasaki-Brescia Kaki Tree volto a recuperare e studiare i semi del Malus sieversii, l’antico melo selvatico dell’Asia Centrale considerato il progenitore di tutte le varietà moderne di mela. Un viaggio di oltre 2.000 chilometri tra montagne e foreste primordiali, sulle tracce degli studi del grande botanico e genetista russo Nikolaj Vavilov, pioniere della ricerca sulla biodiversità agricola. Da quei semi, raccolti durante la spedizione, sono nate più di quattrocento piantine, alcune delle quali sono state messe a dimora proprio negli Orti Botanici di Ome, dando vita al cosiddetto “giardino kirghizo”. Gli studi condotti sulle giovani piante hanno evidenziato caratteristiche di grande interesse scientifico, tra cui una notevole resilienza ai cambiamenti climatici e ai patogeni. Un risultato che conferma il valore delle attività di conservazione e ricerca portate avanti da orti botanici e istituti scientifici in tutto il mondo. Simona Duci   Appena tornata dal viaggio la intervistai proprio per Pressenza Italia (I e II parte) e subito mi affascinò il suo racconto sul Kirghizistan (1): una piccola gemma montuosa che emana accoglienza e spontaneità, dove è normale incontrare yurte adagiate su pascoli d’alta montagna, scavallare picchi imbattendosi in strabilianti laghi turchesi, trovare cavalli in libertà, sentirsi schiacciati da un’ospitalità sconfinata e rimanere abbagliati dal verde delle possenti montagne del Tien Shan. Il suo romando Radici. Il cammino di Vavilov è proprio frutto di quel viaggio ambientato tra la provincia di Bergamo e Brescia e le terre selvagge del Kirghizistan. Il libro intreccia narrativa, ricerca scientifica e impegno ambientale, conducendo il lettore in un racconto dove scienza, avventura e mistero si intrecciano. In un mondo sull’orlo del collasso ambientale, un gruppo di esploratori intraprende una missione per salvare semi antichi custoditi da alberi leggendari, mentre un potere oscuro tenta di piegare il destino del pianeta ai propri interessi. Una storia di coraggio e speranza che affonda le sue radici nella realtà della ricerca scientifica e nella sfida contemporanea della perdita di biodiversità. Il libro nasce anche con l’intento di portare all’attenzione del grande pubblico il lavoro spesso silenzioso ma fondamentale svolto da orti botanici, ricercatori e associazioni impegnate nella tutela del patrimonio genetico vegetale. «Questo romanzo non rappresenta un punto di arrivo, ma piuttosto un punto di partenza» – spiega l’autrice – «La spedizione in Kirghizistan mi ha fatto comprendere quanto sia prezioso il lavoro di conservazione svolto in luoghi come gli Orti Botanici di Ome. Attraverso la narrativa ho voluto creare uno strumento capace di raggiungere un pubblico più ampio e sensibilizzare sull’importanza della biodiversità, sugli alberi rari e sui progetti di ricerca che oggi, più che mai, sono fondamentali per il futuro del pianeta». L’autrice desidera inoltre rivolgere un ringraziamento particolare alla sua agente letteraria, Antonia del Sambro, che ha accompagnato e reso possibile la pubblicazione di questo progetto editoriale: «Quello che era iniziato quasi per gioco si è rivelato un percorso intenso e impegnativo, un vero viaggio nel viaggio». Attualmente Simona Duci sta lavorando al documentario “Trees – History of the Kaki Tree Project”, che celebra il 25º anniversario dell’omonima associazione culturale e la sua missione di memoria e pace, e al documentario “I Semi del Tempo”, dedicato alla conservazione del patrimonio genetico degli Orti Botanici di Ome.   (1) Il nome Kirghizistan deriva da kirghiz(i)-, la versione italianizzata della traslitterazione russa kyrgyz e letteralmente significa “le quaranta tribù”. Il suffisso -stan invece viene dal persiano e significa “luogo” e quindi “Paese”. Lorenzo Poli
March 18, 2026
Pressenza
Firenze alienata al CSA nEXt Emerson il 23 marzo
Lunedì 23 marzo presso il CSA nEXt Emerson, dopo una cena sociale a prezzi più che popolari, si parlerà dell’ultimo libro delle edizioni perUnaltracittà: Firenze alienata. Svendita dello spazio pubblico e finanza immobiliare, di Ilaria Agostini e Francesca Conti.… Leggi tutto L'articolo Firenze alienata al CSA nEXt Emerson il 23 marzo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il naufragio dell’Utopia
di Bruno Lai. Quella del transatlantico Utopia è una delle tragedie più strazianti della marina mercantile di fine Ottocento, spesso dimenticata rispetto al Titanic, ma carica di un impatto emotivo e simbolico enorme, soprattutto per la storia dell’emigrazione italiana   L’Utopia è un piroscafo britannico della Anchor Line. Quel marzo è partito da Trieste ed ha fatto scalo a Napoli,
Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo
In una lunga recensione a L’arcipelago di Longo Maï (Baldini & Castoldi, 2000), Goffredo Fofi definisce Pia Pera uno «strano personaggio delle nostre lettere» (“Lo straniero”, 13/14, 2001, p.2 6). Traduttrice dell’Onegin di Puskin (Venezia, Marsilio, 1996) e di … Leggi tutto L'articolo Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Gli altri interventi normativi sul diritto penale – Stefano Pesci
Pubblichiamo l’ultimo intervento inserito nel libro di Carteinregola Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli – 30 interventi per il NO (> vai alla pagina con l’indice) Scarica il LIBRO vai alla pagina con i video delle interviste Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli GLI ALTRI INTERVENTI NORMATIVI SUL DIRITTO PENALE di Stefano Pesci, Procuratore aggiunto della Procura di Roma Anna Maria Bianchi A Stefano Pesci, Procuratore aggiunto della Procura di Roma, chiediamo di introdurre un ultimo tassello, che riguarda molti interventi dell’attuale governo che influiscono sul diritto penale, che evidenziano un doppio binario: da una parte vengono introdotti nuovi reati o aggravate le pene di quelli già esistenti che destano più allarme sociale, dall’altra sono stati alleggeriti o addirittura cancellati alcuni reati che riguardano i cosiddetti “colletti bianchi”.  E poi c’è l’ennesimo pacchetto sicurezza, che interviene pesantemente anche sui diritti dei cittadini. Stefano Pesci  Se noi guardiamo agli indirizzi che ha assunto la legislazione penale in questi ultimi due o tre anni è agevole registrare una tendenza, che è quella che è stata chiamata, per l’appunto del “doppio binario”, con alcune caratteristiche rilevanti che dovrebbero interessare tutti. Cosa intendo per doppio binario? Che da un lato appunto si considera il tema del diritto penale come uno strumento per acquisire consenso, mandando contestualmente alla pubblica opinione il messaggio insistito di una generale insicurezza, della necessità di intervenire per garantire al cittadino che diminuiscano i piccoli furti, i danneggiamenti, le aggressioni di strada ed enfatizzando peraltro i dati relativi a questi fenomeni criminali.  Sia chiaro: non si può negare che il fenomeno della criminalità da strada vada preso in carico, perché il cittadino vive un forte disagio quando è vittima di reati di questo tipo, ma altrettanto certamente va considerato che, purtroppo, una certa quota di criminalità è legata in generale al mondo contemporaneo. Comportamenti criminali di questo genere si manifestano in tutti i Paesi, ed anzi l’Italia da questo punto di vista è uno dei paesi più sicuri. Fatto che non ci deve indurre ovviamente a sottovalutare l’impatto della micro-criminalità, ma a dimensionarla correttamente e soprattutto a comprendere che lo strumento penale non è la strada maestra per fronteggiare queste manifestazioni di disagio e marginalità sociale. Nella gran parte dei casi queste situazioni scaturiscono infatti dal disagio sociale, da disoccupazione, emarginazione, anomia[1] e, se così è, mettere in campo una seria prevenzione risulta certamente più efficace rispetto alla pura repressione, che, in effetti, a livello di macrofenomeno, non funziona. Esistono tanti studi che evidenziano come un intervento esclusivamente repressivo non serve ad aumentare la sicurezza mentre si sono spesso rivelati utili sia interventi preventivi di bonifica delle aree di degrado o di riqualificazione della vita quotidiana di queste persone, sia interventi successivi di reinserimento sociale post-reato. Nello stesso tempo, però a fronte di questo massiccio intervento sul penale “di strada” (e, va detto anche sulla “criminalità professionale”, rapine ecc.), abbiamo una evidente riduzione dell’intervento penale volto a fronteggiare la criminalità delle classi dirigenti e dei colletti bianchi. L’intervento più evidente da questo punto di vista è quello che ha rimosso il reato di abuso d’ufficio, normato nell’articolo 323  del codice penale[2], a proposito del quale vi è stato un lungo dibattito nel paese. Il reato prevedeva di punire il pubblico dipendente che nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole previste dalla legge “procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto….”. Anna Maria Bianchi Può fare qualche  esempio?. Stefano Pesci  Facciamo il caso dell’affidamento delle gare e quello dei concorsi. Il sindaco di un paese, nell’affidamento di una gara per le pulizie della scuola, fa partecipare e vincere l’appalto alla società di un parente: è un atto in palese conflitto di interesse che in precedenza risultava punibile in base all’articolo 323. Oppure i casi di favoritismi nell’ambito di concorsi pubblici: in assenza di una norma come l’abuso d’ufficio si faticherà a individuare un reato applicabile. Molti possono essere gli esempi di quello che è qualcosa di più di un malcostume: è un abuso di un ufficio pubblico. Per anni nel dibattito giuridico e politico si era sviluppata discussione perché si sosteneva che la norma fosse scritta in modo da ricomprendere troppe situazioni diverse e che pertanto si determinava incertezza applicativa. Per questo, si sosteneva, il pubblico amministratore, temendo che la propria scelta potesse essere soggetta al sindacato del giudice penale, era paralizzato. In gergo si parlava di “paura della firma”. Come ricorderete, però, molti sottolineavano un altro aspetto: le denunce per questo tipo di abusi erano molte, ma la magistratura applicava con grande cautela questa norma, per cui a fronte di tante denunce, le condanne erano veramente poche. Questa paura della firma era, quindi, più legata a possibili denunce che alla prospettiva concreta di condanne nei processi. Sta di fatto che eliminare questa previsione, senza sostituirla con qualcosa di più preciso o di più raffinato per tutelare gli importanti interessi in gioco, impedisce ora di fronteggiare varie situazioni obiettivamente abusive che meriterebbero un intervento. Si è inoltre chiusa una strada di accertamento, una valvola di accesso a fenomeni criminali più gravi, perché in molti casi le attività di indagine finalizzate a verificare un possibile abuso di ufficio, rappresentavano il passaggio necessario per scoprire possibili corruzioni o concussioni, condotte che difficilmente affiorano in prima battuta. In qualche modo, quindi, l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ha determinato una scopertura di tutela in riferimento all’interesse che abbiamo tutti noi ad una Pubblica Amministrazione che operi in modo trasparente e corretto. Abbiamo dovuto registrare anche altri interventi in materia di crimini dei colletti bianchi, che segnalano un’attenuazione dell’attenzione a questi profili. Per esempio, ricordo interventi normativi assai complessi, che in questa sede sarebbe impossibile illustrare, in materia di reati tributari, interventi che hanno determinato una riduzione significativa dell’intervento penale in materia di evasione fiscale, (già di per sé residuale perché riguarda solo i casi estremamente gravi). In sintesi, si verifica una tendenza ad una diminuzione dell’efficacia degli strumenti di tutela quando in gioco è l’interesse della collettività a una pubblica amministrazione corretta, al contrasto agli abusi fiscali, corruzione, concussione, che sono i reati commessi dalla parte ricca della società e dalla parte apicale dell’amministrazione e viceversa si punta molto a interventi repressivi verso la criminalità di strada, un po’ declamati e un po’ anche attuati. L’ultimo passaggio di questo indirizzo è rappresentato dal “Decreto sicurezza”, emanato di recente, nel quale sono previsti vari aggravamenti di pena per reati già esistenti, l’introduzione di alcuni nuovi reati e ulteriori due aspetti che meritano una qualche attenzione. Il primo è rappresentato da una serie di interventi che estendono i poteri della polizia e che comprimono le libertà del cittadino, senza passare per il controllo del giudice o del pubblico ministero. Questo tipo di interventi è piuttosto borderline rispetto ai principi costituzionali e bisognerà vedere poi se la Corte costituzionale interverrà per censurare le scelte del legislatore. Si prevede ad esempio una sorta di fermo preventivo nel caso di pubbliche manifestazioni, cioè la possibilità che la polizia intervenga, per impedire che persone specifiche (individuate sulla base di premesse non sempre rigorose) partecipino alle manifestazioni. Ci sono molto dubbi su questa norma e soprattutto, sul fatto che si prescinda da una necessaria verifica dell’autorità giudiziaria. Il secondo aspetto che merita attenzione riguarda la previsione di, una serie di pene accessorie e di sanzioni amministrative accessorie, alcune delle quali paiono discutibili nelle modalità e nelle premesse. Si pensi ai casi in cui si comprimono i diritti del cittadino in riferimento ad aspetti non collegati strumentalmente al reato commesso, come nel caso di confisca dell’autovettura nei confronti del piccolo spacciatore. Oppure alle sanzioni amministrative previste nei confronti dei genitori dei minori che vengano sorpresi, ad esempio, con coltelli dalla lama superiore a 8 cm. Si tratta di un profilo afflittivo nuovo e discutibile, specie quando il minore è diciassettenne o sedicenne. Perché in questi casi la sanzione finisce per colpire una persona (il genitore) che non è scontato abbia la possibilità di impedire al minore di commettere questo reato o addirittura che potrebbe esser stato totalmente all’oscuro del porto del coltello da parte del figlio.  Così come sono previste sanzioni abbastanza asimmetriche, come ad esempio la sospensione della patente nei confronti di chi porti coltelli di un certo tipo fuori dalla propria abitazione: non si capisce per quale motivo si debba prevedere una sanzione di questo tipo che non ha alcuna relazione con il  portare il coltello, perché non c’è una relazione immediata con l’uso di un’autovettura. Tutti gli interventi che mirano a una pura repressione, anche un po’ cieca, anche un po’ a 360°, mentre non si vede alcun intervento per aumentare veramente la sicurezza riducendo il disagio delle fasce giovanili Sono interventi certamente costosi, ma investire sulla qualità della vita dei minori delle nostre periferie probabilmente sarebbe molto più efficace se lo scopo fosse quello di ridurre i reati, di aumentare la sicurezza. Cosa temo che accada? Avremo molti più processi del tutto inutili, un po’ più di carcere per soggetti problematici per i quali il passaggio di due mesi o due anni in un istituto di pena non farà altro che aumentare la situazione di disagio, di estraneità al consesso sociale, di marginalizzazione, piuttosto che il reinserimento sociale, generando potenzialmente per il futuro ancora più insicurezza. Anche perché, sempre sotto questo profilo, non si investe minimamente sul delicato passaggio dal carcere alla vita ordinaria, cosicché l’uscita dal carcere significa semplicemente la ricollocazione all’interno di quello stesso mondo che aveva generato la commissione di quei reati. Quindi anche l’intervento repressivo, per la parte in cui è veramente ora efficace, sarà solo una norma-manifesto, un intervento repressivo nella sostanza inefficace che non finirà per ridurre la criminalità di strada. Anna Maria Bianchi  Un’ultima domanda sugli interventi normativi che sono intervenuti sulla fase delle indagini, in particolare  sia rispetto le intercettazioni, sia rispetto alla previsione dell’interrogatorio dell’indagato prima dell’arresto Stefano Pesci  Sì, sono argomenti tecnicamente abbastanza complessi che non è possibile illustrare in un tempo limitato. Da un lato abbiamo una riduzione della concreta possibilità di effettuare intercettazioni, sia per i presupposti richiesti sia per le modalità nuove che vengono imposte. Spiegarlo in questa sede non è possibile; diciamo, però, che lo strumento delle intercettazioni, essenziale per certe tipologie d’indagine, viene per molti versi limitato (ad esempio non si possono fare intercettazione oltre i 45 giorni per quasi tutti i reati tranne un numero limitato di essi). Queste limitazioni finiscono per ridurre l’uso di questo importante strumento che opera fondamentalmente in due casi, in due categorie di reati: la grande criminalità mafiosa o comunque la criminalità organizzata seria (e questa sfera non è stata toccata) e  i reati dei colletti bianchi, come ad esempio i reati di infedeltà fiscale, che per effetto della nuova disciplina rimangono sostanzialmente al di fuori della sfera della concreta possibilità d’intercettare. Poi vi sono norme che disciplinano in maniera più restrittiva la richiesta di custodia cautelare in carcere perché si prevede che, prima di emettere un’ordinanza di custodia cautelare, il giudice interroghi la persona che dovrebbe essere raggiunta dalla misura per consentirgli di difendersi; questo è previsto, in particolare, per i casi in cui le esigenze cautelari, che giustificano la misura cautelare, non siano il pericolo di fuga o l’inquinamento probatorio: in questi ultimi casi casi, ovviamente, non avrebbe senso consentire alla persona indagata di sapere in anticipo della misura, consentendogli di fuggire o di alterare le prove; negli altri casi, invece, la legge impone che il soggetto sia interrogato preventivamente. Questo crea una situazione ambigua: pensate alla situazione di un soggetto il quale viene raggiunto a casa da una notifica Nella quale dice “Guarda, tu devi essere interrogato, se vuoi, fra tre giorni perché così potrò decidere se mandati in carcere o meno, in quanto sei accusato di questo e questo e questo”. Il messaggio che arriva all’indagato è: o ti giustifichi o ti metto in carcere. Da un lato questa procedura consente a chi ne ha la possibilità di adottare delle contromisure di inquinare le prove. Certo, la legge prevede che non si procede all’interrogatorio preventivo nei casi in cui vi sia pericolo di inquinamento, ma, in questo caso sei tupubblico ministero  che devi poter dimostrare in anticipo il concreto pericolo di questa alterazione delle prove, e se non lo puoi dimostrare in anticipo, l’inquinamento probatorio sarà possibile. Inoltre, e forse soprattutto, quest’obbligo crea paradossalmente una situazione difficilissima anche per lo stesso accusato il quale, a fronte delle prove che vengono contestate, se vuole evitare il carcere molte volte avrà come via maestra, sostanzialmente, quella di ammettere i fatti, perché nella vita concreta dei processi, quando il PM  formula, se hai delle prove a carico, o hai molti elementi per giustificarti oppure rimanere silente vuol dire consegnarti alla misura, quindi al carcere. Questa nuova normativa, quindi, ha effettivamente una seria incidenza pratica, perché da un lato stiamo verificando una significativa riduzione delle misure cautelari, ma dall’altro lato quando si effettuano gli interrogatori, paradossalmente sono delle pistole puntate nei confronti degli indagati. Anna Maria Bianchi: C’è anche il rischio che si possano intimidire i testimoni o i denuncianti? Stefano Pesci: Se c’è il pericolo di possibili intimidazioni nei confronti dei testimoni, la norma prevede che non si proceda ad interrogatorio preventivo; tuttavia, come dicevo, in molti casi non è possibile provare in anticipo un concreto pericolo di intimidazione. Più in generale diciamo che, se pure in molti casi è possibile adottare cautele per evitare i danni peggiori, questa nuova disciplina rappresenta innegabilmente un segnale molto chiaro perché scoraggia gli interventi di natura cautelare nei confronti dei “colletti bianchi”. E questo perché? perché questo tipo di meccanismo, per come è congegnato, fatalmente non opera nei confronti del criminale di strada, perché in quel caso è possibile trovare prove del fatto che sia un violento, che sia un prevaricatore, e quindi si può affermare l’esistenza di un concreto  rischio di inquinamento della prove; con il “colletto bianco”, viceversa, non puoi ragionevolmente affermare che il previo interrogatorio determini il rischio di intimidazione dei testimoni, perché l’indagato è una persona tra virgolette “per bene”, è una persona educata, colta (il commercialista, l’imprenditore), perché non ha una storia di minacce e violenze, non ha una figura da intimidatore. In sintesi: nei fatti anche quei pochi procedimenti che vedevano richieste di misura cautelare nei confronti di “colletti bianchi” si vanno riducendo moltissimo e la tutela degli interessi pubblici, in questi casi, è estremamente ridotta. (intervista registrata il 7 marzo 2026) Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratorioccarteinregola@gmail.com 16 marzo 2026 -------------------------------------------------------------------------------- [1] Anomia, in sociologia, è una situazione di assenza o indebolimento delle norme sociali, che porta disorientamento e perdita di punti di riferimento (concetto reso celebre da Durkheim e Merton) [2] Articolo 323 Codice Penale -Abuso d’ufficio [ABROGATO]Articolo abrogato dall’art. 1, comma 1, lettera b) della L. 9 agosto 2024, n. 114. [Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato(1), il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio(2) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio(3), in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità(4), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale(5) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni(6). La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità(7)(8).] NOTE (1) La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialità (v. art. 15 del c.p.) (2) Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall’i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell’incaricato di un pubblico servizio. (3) La condotta deve essere compita nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell’ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l’agire al di fuori dell’esercizio della funzione o del servizio. (4) Il comma 1 è stato modificato dall’art. 23 comma 1 del D.L. 16 luglio 2020, n. 76. (5) Il riferimento al vantaggio patrimoniale fa sì che venga dato rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale conseguenti all’atto antidoveroso dell’agente, senza dunque ricomprendere vantaggi di tipo morale o politico. (6) L’art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni. (7) Si tratta di una circostanza aggravante speciale ad effetto comune, connessa ad una rilevante gravità. (8) Articolo abrogato dall’art. 1, comma 1, lett. b), L. n. 114 del 9 agosto 2024.
March 16, 2026
carteinregola
Dal fiume al mare, liberi e inclusivi
Dal fiume al mare, uno slogan che può avere diverse interpretazioni sia per i palestinesi che  per gli israeliani. Può essere foriero di esclusivismi, oppure di liberazione per entrambi i popoli. Una alternativa alla ormai vuota retorica dei “ due Stati”, improponibile di fronte a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre e all’annessione della Cisgiordania. Può significare la condivisione di un territorio martoriato da decenni di occupazione colonialista, di guerre e stragi, da parte dei due popoli inevitabilmente destinati a vivere insieme, del resto come avveniva un tempo, prima che il virus nazionalista, sionista, sotto l’incalzare di pogrom, persecuzioni e poi la Shoah, contaminasse una civiltà assiale, una cultura universalista, plurale.  “Dal fiume al mare” è il titolo della bella autobiografia di Widad Tamimi, pubblicata recentemente da Feltrinelli. L’autrice è figlia di una madre americana di origine ebraica, e di un padre palestinese nato a Hebron nel 1948, contemporaneamente alla nascita dello Stato di Israele, vittima anche lui della Nakba, profugo ad Amman e poi nel 1967, dopo la “Guerra dei sei giorni”, emigrato a Milano, città dove  da anni è apprezzato pediatra, nonché presidente della comunità palestinese della Lombardia, e  a Milano è nata Widad nel 1981. Widad si definisce “apolide”, “spirito nomade”, e nel narrare la sua storia e quella della sua famiglia, ci propone attraverso riflessioni mai banali, un viaggio dentro un conflitto secolare, complesso, con uno sguardo non ambiguo su chi opprime e chi è oppresso, ma nella consapevolezza  che abbiamo a che fare con una vicenda  multiforme, caratterizzata da due popoli che hanno vissuto entrambi  la tragedia di essere i paria della storia, fatto i conti con sopraffazioni e stragi, fino a quando uno dei due ha pensato che una terra abitata da sempre da civiltà, culture, religioni diverse, potesse essere di sua proprietà. Tamimi ricorda come lo slogan che dà il titolo al libro, negli anni Sessanta, quando quella terra era sotto tre amministrazioni (Israele, Egitto e Giordania) esprimeva un “desiderio di liberazione” non “la volontà di cancellare gli israeliani”. Sottolinea come fu “il Likud nel 1977” ad affermare “Tra il mare e il Giordano ci sarà solo la sovranità israeliana”, Del resto l’elemento identitario è stato ed è centrale in tutta la vicenda. Non a caso le due società hanno visto gradualmente diventare preminente il fondamentalismo religioso, Israele sin dalle sue origini, i palestinesi, un tempo unico popolo laico della regione, con l’ascesa di Hamas, anche grazie all’appoggio iniziale, come è noto, del governo israeliano. L’autrice invece ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia dalle forti radici laiche: il nonno materno, ebreo triestino, antisionista come la madre, il padre Khader lontano da una visione religiosa. Una infanzia caratterizzata a dieci anni dal trauma della scomparsa della madre, morta suicida.   “Una famiglia mista” unita nella condanna nei confronti dell’occupazione israeliana, che ha dato alla giovane Widad un’impronta plurale, la capacità di fare i conti con le sue origini, affrontando le vicende storiche in questione con la determinazione di rifuggire facili semplificazioni, nella consapevolezza della complessità di questo conflitto, un punto di vista che le ha creato problemi e accuse da entrambi i fronti, come era capitato alla madre. Widad Tamimi vive ora in Slovenia dove il nonno materno, rifugiatosi negli Usa in seguito alle leggi razziste del ’38,  andò ad abitare nel 1945. E’da anni impegnata nell’affermazione dei diritti umani e dopo il 7 ottobre  è attiva nell’accoglienza nella  e cura dei bambini palestinesi e delle loro famiglie. Nel contesto terribile dove ci troviamo a vivere, ritiene che solo l’incontro tra i due popoli e non lo scontro sia la via di uscita. Nella consapevolezza che solo una pace basata sulla giustizia possa essere la prospettiva reale. In un dibattito al padre Khader è stato  chiesto: ” Potrà mai amare Israele?”. Risposta: “Non è una questione di amore e di odio, ma di giustizia”.  Sergio Sinigaglia
March 10, 2026
Pressenza
Oltre
È veramente possibile abolire il carcere, ripensare la nostra idea di giustizia quale debito da ripagarsi in sofferenza individuale e collettiva? Per saperlo è necessario spingersi oltre, e farlo insieme: perché le sbarre sono tali da entrambi i lati.
March 4, 2026
Turba