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Un libro-inchiesta sulla Banda della Uno Bianca e la Falange Armata
Da novembre sarà disponibile nelle librerie il volume dal titolo: “La Banda della uno bianca e altre storie di strategia della tensione in Italia” con il sottotitolo: “La Falange Armate nelle trame oscure di un paese a sovranità limitata”. É un libro-inchiesta di 170 pagine a cura della Redazione bolognese […] L'articolo Un libro-inchiesta sulla Banda della Uno Bianca e la Falange Armata su Contropiano.
October 21, 2026
Contropiano
BRESCIA: SERGIO DALMASSO PRESENTA “COMANDANTE CHE GUEVARA”, L’ULTIMA PUBBLICAZIONE SUL RIVOLUZIONARIO E IL SUO PENSIERO
“Comandante Che Guevara” è il titolo del libro di Sergio Dalmasso, pubblicato lo scorso anno dalla casa editrice Red Star Press. Verrà presentato a Brescia mercoledì 21 ottobre alle ore 20.30, alla Casa della sinistra di via Giambattista Guadagnini 22. Interverranno con l’autore Dino Greco del Partito della Rifondazione Comunista, Flavio Guidi di Sinistra Anticapitalista e Anna Camposampiero, responsabile nazionale Esteri di Rifondazione. Il libro ripercorre la vita di Ernesto “Che” Guevara, dai viaggi in America Latina alla vittoria a Cuba nel 1959, fino alle esperienze come ministro, alle missioni in Congo e all’ultimo tragico tentativo di rivoluzione in Bolivia, dove fu assassinato il 9 ottobre 1967. L’opera inoltre analizza l’ideologia del rivoluzionario e l’evoluzione del suo pensiero. Esamina come la sinistra italiana (dal Pci ai gruppi trotskisti e filocinesi) ha letto e interpretato la figura del Che dopo il 1967, oltre all’impatto mediatico tra cinema, musica e cultura pop. Presentiamo l’opera e l’iniziativa con Sergio Dalmasso, autore del libro “Comandante Che Guevara”. Ascolta o scarica
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
L’ascesa alla felicità di Danilo Dolci alla Humanweek
Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore, Giorgio Schultze la sua presentazione del libro di Danilo Dolci L’ascesa alla felicità a Milano durante la  HumanWeek e l’Eirenefest, Venerdì, 2 ottobre 2026 --------------------------------------------------------------------------------   Oggi vi parlerò brevemente di un libro, L’ascesa alla felicità e del suo autore Danilo Dolci. Danilo Dolci, il padre, assieme ad Aldo Capitini, della nonviolenza in Italia. Il “Gandhi della Sicilia”. Il promotore del primo sciopero della fame in Italia, nel 1952, tra i poveri pescatori di Trappeto, in provincia di Palermo L’inventore dello “sciopero alla rovescia”: i disoccupati che lavoravano per migliore una trazzera del proprio paese. Attività che gli costò l’arresto, il carcere ed un processo che, nel 1956, divenne memorabile. Il suo avvocato difensore era nientemeno che Piero Calamandrei, che fece della sua arringa difensiva una lezione magistrale sulla Costituzione Italiana e di ciò che la nascente repubblica “basata sul lavoro” doveva essere, ma che ancora non era. Ma chi era Danilo Dolci prima di diventare quel Danilo Dolci, che in molti abbiamo conosciuto? Siamo nell’immediato dopoguerra, nel pieno della transizione tra le macerie della guerra e del Nazi-fascismo e la ricostruzione materiale, morale, spirituale di un popolo alla ricerca della propria libertà, identità e dignità mai acquisite. A Sesto San Giovanni, la città simbolo, medaglia d’Oro della Resistenza operaia a nord di Milano, si aprono le scuole serali per gli operai che vogliono studiare, imparare, conoscere. Nel 1948, in una di queste, giunge un giovane, alto e robusto, di 24 anni, che per pagarsi gli studi nella facoltà di Architettura presso il Politecnico di Milano, fa l’insegnante di materie tecniche. Il suo nome è Danilo Dolci. Questo docente, più giovane dei suoi stessi studenti-operai, ha un approccio non convenzionale: non vuole travasare nozioni, vuole far riflettere; non vuole istruire, vuole educare; non vuole dare risposte, ma pone domande. E’ l’inizio della sua maieutica reciproca: dove chi insegna impara da coloro a cui insegna; dove prima di dare le risposte ci si deve interrogare su quali siano le “vere” domande. Un metodo che richiede un unico sforzo: fermarsi a riflettere. Sì “fermarsi” e “riflettere”, due atti molto difficili a livello personale e profondamente sovversivi a livello sociale, in un mondo sempre in accelerazione, ad elevato consumismo ed ad alta entropia. Un esercizio non accettabile da chi ci vorrebbe privi di un pensiero critico. Perchè fermarsi a riflettere potrebbe ribaltare lo stabilito e porci domande sempre più profonde. Per esempio, se io ti chiedessi “cosa ti rende felice?” suonerebbe diverso da chiderti: Come puoi essere felice se, intorno a te, i tuoi fratelli e le tue sorelle vengono consumati e travolti dalla fame, dalla miseria, dalla guerra? E fu proprio questa la domanda che pose Danilo ai suoi studenti. Una domanda che implicitamente poneva la questione della felicità non come uno stato apparente e provvisorio a livello personale, ma come presa di responsabilità crescente della nostra vita e di quella di coloro che ci circondano. Poneva la questione del “prendersi cura”, di sè, degli altri del mondo. Una domanda che ampliava l’orizzonte della propria essitenza: chi sono i miei fratelli, le mie sorelle? Dove si ferma il cerchio della “fratellanza” o della “sorellanza”? Una domanda che costrinse i suoi studenti a fermarsi a riflettere e chiedere aiuto, non solo a Danilo, ma a tutti i suoi amici più fidati: i libri. Decine, centianaia di libri (ai tempi non esisteva internet e l’intelligenza era solo quella umana), attraverso cui consultare filosofi, pensatori, scrittori, poeti, mistici di tutti i tempi e di tutte le credenze: da Socrate a Marco Aurelio, da Aristotele a Bentrand Russel, dalla Bibbia al Ramakrishna. Testi che, anche dopo centinaia o migliaia di anni, erano ancora “vivi” e pronti a ridonare l’eterna saggezza di coloro che avevano avuto il coraggio di sondare i tortuosi e misteriosi sentieri dell’animo umano. Tutti coloro che dall’antichità ci stanno ancora parlando dal “futuro”. Un futuro molto diverso da quello che gli uomini della paura, dell’angoscia, della guerra ci stanno raccontando. Il giovane Danilo, raccolse e riordinò pazientemente centinaia di pensieri, aforismi, suggestioni. Li organizzò secondo un indice di argomenti coerenti e correlati. Predispose una dotta introduzione e ne fece un libro, con un unico scopo “… mettere a disposizione dei giovani, affamati di sapere, quanto non era giusto tenessi solo per me”. E lo intitolò L’ascesa alla felicità, stampato nel 1948 in sole 200 copie dalla Stamperia Cesare Tamburini di Milano. Un libro, più volte citato nella bibliografia di Danilo Dolci, ma di cui non vi era più traccia. Esisteva solo un’ultima copia, presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, salvata dall’alluvione del 1966. Ed eccolo qui, dopo oltre 75 anni, questo prezioso libro, il tassello per comprendere chi era “Danilo prima di Danilo”, riportato alla luce. Curato e ristampato in questa nuova edizione della SCE-Spazio Cultura Edizioni di Palermo, come omaggio al pensiero di Danilo Dolci, per dare continuità alle sue azioni e ai suoi progetti, ma soprattutto per fornire strumenti d’azione, queste, sì le vere armi di cui abbiamo bisogno(!), agli attuali e futuri coltivatori di speranze. Non una ricetta, ma una proposta di riflessione, non uno stato, ma un sentiero, a cui può accedere chi si incammina in umile ed attenta ricerca. Un libro da cui si evince che la vita del singolo non può prescidere dalla rete che lo sostiene, dall’umanità, dal mondo, dalla casa comune. Pagine che ci mostrano che non siamo individui sospesi nello spazio vuoto, ma siamo una rete in cui la nostra vibrazione, la nostra frequenza entra in risonanza con quella degli altri, siamo una parte-intera di Uno, un Ubuntu che sostiene la vita.. In questo buio oscuro che ci è capitato di vivere, se per un momento riuscissimo fare silenzio dagli assordanti rumori del quotidiano, potremmo sentire la straordinaria vibrazione che giunge dalla richiesta di vita, di noi stessi, degli altri, del nostro pianeta. In questo buio denso, che ci è capitato vivere, anche una flebile vibrazione può lanciare il segnale di speranza, un segnale che possa risvegliarci e che ci faccia ritrovare noi stessi, gli altri, il mondo e quel futuro straordinario che ancora ci attende. Giorgio Schultze
October 6, 2026
Pressenza
NEVER ALONE-RAVING IN EUROPE
 VENERDI 16 OTTOBRE 2026 Dalle ore 21.30 presentazione del libro RAVING IN EUROPE 1997-2004 e talk con Cheyenne Clementi e Valentina Morandi  OPENING con FUNKY BREAK a seguire musica con MIK IZIF - DJ KRIMINAL - STREET PANIK  VIENI E FAI VENIRE!
[2026-09-25] Voce Arcaica @ Casale Garibaldi autogestito
VOCE ARCAICA Casale Garibaldi autogestito - Via Romolo Balzani, 87, Roma (venerdì, 25 settembre 17:00) Venerdì 25 settembre saremo liete di ospitare una serata benefit a sostegno del festival 𝙑𝙊𝘾𝙀 𝘼𝙍𝘾𝘼𝙄𝘾𝘼, in collaborazione con Non Una Di Meno – Roma Questo il programma: :: 17-18 Laboratorio di ricamo :: 18.00 Le Coeur – Donne in coro :: 18.30-20 Presentazione del libro “Voce Arcaica” di Nagihan Akarsel :: 20.30-00 Cena e djset con Sailor Trash Arrivata alla terza edizione, il festival 𝙑𝙊𝘾𝙀 𝘼𝙍𝘾𝘼𝙄𝘾𝘼 si diffonde in tutta Italia con tappe di avvicinamento alle giornate finali. Da Torino a Bologna, da Roma a Reggio Calabria per radicare il pensiero e le pratiche di lotta della Jineoloji sul territorio. Giornate di laboratori, arte, musica e performance, aperti a chiunque voglia conoscere Nagihan per immaginare e costruire un’alternativa, insieme. Voce Arcaica è un festival costruito totalmente dal basso e queste giornate di avvicinamento saranno benefit per aiutare e sostenere la serata del festival del 7 Novembre! Vi aspettiamo!!! Sostieni il festival Voce Arcaica!! Per sostenere il processo di pace e la costruzione di un mondo libero dalla violenza, Jin, Jiyan, Azadi!!
September 21, 2026
Gancio de Roma
Una sindacalista per amica
CAMBIARE LE ORGANIZZAZIONI PER CAMBIARE NOI È uscito un libro frutto dell’esperienza sindacale (e non solo) di Elena Ferro. Edito da DeriveApprodi, si intitola “La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni”. Elena Ferro l’ho conosciuta qualche mese fa in un incontro a Viverone, piccola località sull’omonimo lago situato tra Biella, Ivrea e Vercelli, durante la campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale del governo Meloni. È stato un bell’incontro, in cui il suo e il mio intervento si sono ben integrati. Il risultato referendario, poi, è andato anche meglio della serata alla Biblioteca di Viverone. Ne scrive anche nel suo libro, dando il merito ai tanto bistrattati giovani per essere andati a votare e per aver votato No. Non c’è eccesso di giovanilismo nelle sue parole, ma solo la consapevolezza di quanto sia necessaria la cessione di potere alle nuove generazioni: > “Come la pala di un mulino che ha bisogno di nuova acqua per girare, così le > strutture sociali si mettono in moto per restare al passo con i tempi”. Questa è la metafora che chiarisce il suo modo di rapportarsi con chi ha meno passato, ma più futuro di noi. La mia esperienza non arriva da grandi organizzazioni come quella di Elena. Lei è segretaria confederale della CGIL di Torino, le mie radici sono invece per lo più realtà di base, locali o di movimento. Il suo libro, però, è utile a tutte e tutti coloro che vogliono cambiare il malessere che viviamo nelle nostre associazioni. Elena individua come posta in gioco l’uscita dalla frammentazione sociale e dall’iperindividualismo, definendoli come fenomeni che privatizzano la fatica e interiorizzano il conflitto. Per uscire da questa costrizione è necessario ridefinire linguaggi comuni e costruire legami sociali. La parola cambiamento è quella che ricorre più spesso nel testo, ed è riferita soprattutto alle organizzazioni, come esplicita il sottotitolo. Quanti di noi hanno esperienza di associazioni, grandi e piccole, che ripetono sempre gli stessi errori e lasciano i propri membri frustrati, insoddisfatti e fondamentalmente disillusi? Credo molti, se non la quasi totalità. Come uscirne? Elena propone un metodo sintetizzato in tre lenti: prima viene l’ascolto, poi la comprensione del contesto e, infine, la necessaria azione. Non spoilero oltre: andatelo a leggere, è semplice ma illuminante. È soprattutto una boccata d’aria fresca, che mi riconcilia con un sindacato fatto di persone attive, che comprendono ciò che le circonda, affrontano i conflitti e vogliono cambiare davvero. Certo, il termine cambiamento può apparire generico. Ma, per tornare al linguaggio, sarebbe più chiaro usare riforma o rivoluzione? Quest’ultima compare una sola volta nel testo e in modo marginale. In fondo la vera rivoluzione l’ha fatta la controparte: il neoliberismo è stato una radicale guerra di classe, dei ricchi contro i poveri. E l’hanno vinta. La parola riforma, invece, è talmente abusata da aver perso ogni connotato legato a forme autentiche di emancipazione: da quella dalla povertà a quella coloniale o patriarcale, per citare tre domini che hanno ripreso vigore in questa nuova fase post-neoliberale. Siamo andati oltre il peggio immaginabile e, come se non bastasse, non disponiamo di forme organizzative adeguate per reagire. Ben venga allora il cambiamento proposto da Elena, ed evviva che arrivi dalla prospettiva sindacale. La situazione è tale che abbiamo bisogno di tutto, a maggior ragione se la proposta è attenta, adeguata e seria come quella che Elena Ferro fa nel suo libro, affrontando le questioni che dobbiamo porci per riorganizzarci di fronte al tecnocapitalismo. > “Il paradosso della nostra società è l’illusione di essere iperconnessi > mentre, nei fatti, siamo spesso più lontani. Come bussare a porte socchiuse: > la voce entra, la presenza no.” Chiudo con questo passaggio tratto dal libro, per restituire il senso e l’urgenza delle sue riflessioni. Non mi resta che augurarvi buona lettura. Ettore Macchieraldo
September 5, 2026
Pressenza
Quando il problema non è il libro, ma l’uso del denaro pubblico
LIn una democrazia, la libertà di espressione protegge persino quelle pubblicazioni che generano controversie, rifiuto o derisione. Un libro può essere elogiato, criticato o ignorato dalla cittadinanza, e nessuna autorità dovrebbe censurarlo per il suo contenuto. Tuttavia, il dibattito cambia completamente quando quella pubblicazione è stata finanziata con risorse dello Stato. In quel momento, la discussione smette di essere politica o letteraria per diventare una questione di legalità, responsabilità e corretto uso dei fondi pubblici. La recente controversia intorno al libro digitale Mi gallo es el chancho, scritto da Francisco “Pancho” de Piérola su Rafael López Aliaga e finanziato da Renovación Popular con risorse del Finanziamento Pubblico Diretto, mette precisamente in evidenza questo dilemma. Il problema non risiede nell’esistenza del libro né nell’opinione che esprime, bensì nel determinare se l’utilizzo di denaro proveniente dall’erario nazionale abbia rispettato la finalità stabilita dalla legge. Il Finanziamento Pubblico Diretto non costituisce una sovvenzione a libera disposizione dei partiti politici. La Legge sulle Organizzazioni Politiche e il Regolamento sul Finanziamento e la Supervisione dei Fondi dei Partiti dell’ONPE stabiliscono che tali risorse devono essere destinate al rafforzamento istituzionale, alla formazione politica, alla formazione degli iscritti, alla ricerca e alla diffusione di conoscenze che contribuiscano al sistema democratico. Di conseguenza, ogni pubblicazione finanziata con tali risorse deve dimostrare di rispondere a questi obiettivi e non a interessi strettamente propagandistici o di promozione personale. Proprio per questo, l’ONPE ha contestato questa spesa ritenendo che l’opera non avrebbe dimostrato in modo sufficiente una finalità di formazione politica o di ricerca e, inoltre, ha segnalato dubbi riguardo alla procedura seguita per il suo affidamento, inclusa la mancanza di pluralità nelle offerte dei fornitori. Tali osservazioni non costituiscono un giudizio sulle idee contenute nel libro, bensì sulla legalità dell’uso delle risorse pubbliche e sul rispetto dei principi che regolano l’amministrazione del bilancio statale. Nel contesto del Diritto Amministrativo esiste un principio fondamentale: ogni spesa pubblica deve rispondere rigorosamente alla finalità per la quale è stata autorizzata. Questo principio di finalità costituisce una garanzia contro l’uso arbitrario del denaro dei contribuenti e obbliga ogni ente o istituzione che amministra fondi statali a dimostrare che ogni sol investito soddisfa l’obiettivo previsto dalla norma. Quando ciò non avviene, spetta attivare i meccanismi di controllo e determinare le responsabilità amministrative pertinenti. In questo contesto, è importante distinguere due concetti che spesso vengono confusi. Una cosa è la libertà di pubblicare un’opera, diritto pienamente protetto dalla Costituzione; altra cosa, molto diversa, è pretendere che tale pubblicazione sia finanziata con denaro dello Stato senza dimostrare che soddisfa i requisiti legali per farlo. L’eventuale mancato rispetto della finalità del finanziamento non implica la censura del libro né il suo ritiro dalla circolazione. Ciò che corrisponde è valutare la legalità della spesa e, se del caso, disporre le misure amministrative previste dall’ordinamento giuridico, compresa la restituzione delle risorse utilizzate indebitamente, fatto salvo ogni ulteriore responsabilità che gli organi competenti potrebbero stabilire. Infine, questo caso lascia una riflessione che trascende qualsiasi partito politico. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni dipende anche dal modo in cui vengono amministrate le risorse pubbliche. Ogni sol destinato al rafforzamento della democrazia deve rispondere all’interesse generale e non alla promozione individuale dei dirigenti politici. Perché il vero dibattito non avrebbe mai dovuto essere se il libro sia buono o cattivo; il vero dibattito consiste nel determinare se il denaro di tutti i peruviani sia stato utilizzato conformemente alla legge. E quando si tratta di risorse pubbliche, la trasparenza e la rendicontazione smettono di essere un’opzione per diventare un obbligo giuridico ed etico. Yngrid Armas
August 28, 2026
Pressenza
[REPOST] The Server Called Paranoia: Defend Autistici/Inventati Before September 25 Ripubblichiamo (in inglese) un bel post di Sabot Media che ripercorre la nostra storia e la collega a quanto sta avvenendo con la nostra iscrizione nella lista delle organizzazioni globali terroristiche da parte dell'amministrazione americana. Ringraziamo Sabot Media perché ha fatto un lavoro https://cavallette.noblogs.org/2026/08/10083 #kaos #AI #AutisticiInventati #libro #Presentazione #USCrackdown2026
August 27, 2026
cavallette
[REPOST] The Server Called Paranoia: Defend Autistici/Inventati Before September 25
Ripubblichiamo (in inglese) un bel post di Sabot Media che ripercorre la nostra storia e la collega a quanto sta avvenendo con la nostra iscrizione nella lista delle organizzazioni globali terroristiche da parte dell’amministrazione americana. Ringraziamo Sabot Media perché ha fatto un lavoro eccellente e che ci aiuta a rispamiare tempo ed energie per la […]
August 27, 2026
cavallette
Come si costruisce la narrazione dominante?
 The Think Tank Racket, un saggio di Glenn Diesen ci offre una risposta illuminante. Il libro ruota attorno a una tesi di fondo molto chiara: il dibattito occidentale sulla Russia non è un processo puramente neutrale di analisi dei fatti, ma un ecosistema di produzione narrativa in cui think tank, media, finanziatori e ambienti politici contribuiscono a orientare il modo in cui il pubblico interpreta gli eventi. Diesen, giornalista noto, non sostiene semplicemente che esistano errori o pregiudizi occasionali; la sua argomentazione è più radicale. Infatti esiste una struttura sistemica che tende a premiare determinate letture della politica internazionale e a penalizzarne altre, soprattutto quando si tratta di Russia, NATO, sicurezza europea e rapporto tra guerra e diplomazia. Un primo punto importante è la critica alla presunta neutralità dei think tank. Diesen li descrive come istituzioni che spesso vengono presentate come centri di competenza indipendenti, capaci di fornire analisi oggettive ai decisori politici e ai mezzi di comunicazione. In realtà, però, il libro insiste giustamente sul fatto che questi organismi operano dentro reti di finanziamento e di influenza che possono condizionare fortemente i risultati delle loro analisi.  Il problema, nella sua lettura, non è solo che i think tank abbiano delle preferenze ideologiche; è che sono diventati parte di un circuito in cui la ricerca, la consulenza politica e la comunicazione pubblica finiscono per convergere verso una stessa direzione strategica. In questo senso, l’autore riconosce i think tank non come osservatori esterni del potere, ma purtroppo come moltiplicatori del consenso per determinate linee politiche. Da qui deriva il secondo nucleo dell’argomentazione: la narrativa sulla Russia viene costruita e mantenuta attraverso filtri istituzionali. Diesen sostiene che, soprattutto nelle società occidentali, la rappresentazione di Mosca tende a essere semplificata in chiave di minaccia permanente. Questo non significa che ogni critica alla Russia sia infondata, ma che il quadro complessivo viene sempre reso manicheo: da una parte il campo della sicurezza, della libertà e dell’ordine; dall’altra quello dell’aggressione, della manipolazione e dell’autoritarismo. Il risultato, secondo l’autore, è che il margine per analisi più sfumate si restringe molto. Le interpretazioni che cercano di spiegare le cause strutturali dei conflitti, le dinamiche di sicurezza reciproca o le opportunità diplomatiche rischiano di apparire “deboli” o politicamente inopportune. Quindi vengono rifiutate dai media. Un terzo argomento centrale riguarda la funzione politica della guerra dell’informazione. Diesen afferma che il racconto sulla Russia non serva soltanto a descrivere la realtà, ma anche a rendere più accettabili certe scelte strategiche: sanzioni, aumento della spesa militare, rafforzamento della NATO, ampliamento delle politiche di contenimento. In altre parole, il modo in cui si parla del nemico contribuisce a preparare il terreno per ciò che si farà contro di esso. Questa è una tesi importante perché sposta l’attenzione dal contenuto delle analisi al loro uso politico. Non si tratta soltanto di chiedersi se una specifica affermazione sia vera o falsa, ma anche di osservare come un insieme di affermazioni costruisca un clima psicologico favorevole a una certa agenda. Un altro passaggio rilevante del libro è la critica alla marginalizzazione del dissenso. Diesen sa bene il fatto che, in questo ambiente, le voci che invitano alla prudenza, alla distensione o a riconoscere anche le ragioni di sicurezza dell’altra parte vengono spesso trattate con sospetto. Non necessariamente vengono confutate nel merito; più spesso vengono bollate come ingenue, “utili al nemico”, filorusse o comunque non affidabili (putiniani!). Il punto dell’autore è che questo meccanismo impoverisce il dibattito. Se ogni proposta alternativa viene subito delegittimata, la discussione pubblica perde profondità e si trasforma in una gara di conformità. Il risultato finale è un clima nel quale la complessità viene sacrificata a favore della coesione narrativa e del riarmo. Infine, il libro non parla solo della Russia in senso stretto. Diesen usa questo caso per formulare una critica più ampia alla struttura della produzione di conoscenza in politica estera.  La sua e la nostra preoccupazione è che il sistema degli esperti, dei commentatori e delle istituzioni di ricerca finisca per selezionare non tanto le idee migliori, quanto quelle più compatibili con il consenso dominante. Questo rende il libro interessante anche oltre il tema russo: in filigrana c’è un lavoro di indagine su come si forma l’opinione pubblica nelle democrazie contemporanee e su quanto spazio resti davvero per un dissenso informato, quando sicurezza nazionale, media e apparati di policy tendono a rinforzarsi a vicenda. In sintesi, l’idea guida di Diesen è che il conflitto con la Russia non sia raccontato soltanto come uno scontro geopolitico, ma anche come una battaglia per il controllo del significato (guerra mentale o psicologica).  Chi definisce il quadro interpretativo influenza ciò che il pubblico ritiene possibile, accettabile o inevitabile.  Il libro invita quindi a guardare con attenzione non solo ai fatti, ma anche agli attori che li selezionano, li interpretano e li trasformano in narrativa politica, perché troppo appartengono ad un campo ben definito e manipolatorio. Per non parlare dell’invasione di chatbot sionisti e fascisti sui social per farci credere che sono la maggioranza, mentre non è vero. Ray Man Ray Man
August 10, 2026
Pressenza