L’ascesa alla felicità di Danilo Dolci alla HumanweekPubblichiamo per gentile concessione dell’autore, Giorgio Schultze la sua
presentazione del libro di Danilo Dolci L’ascesa alla felicità a Milano durante
la HumanWeek e l’Eirenefest, Venerdì, 2 ottobre 2026
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Oggi vi parlerò brevemente di un libro, L’ascesa alla felicità e del suo autore
Danilo Dolci.
Danilo Dolci, il padre, assieme ad Aldo Capitini, della nonviolenza in Italia.
Il “Gandhi della Sicilia”.
Il promotore del primo sciopero della fame in Italia, nel 1952, tra i poveri
pescatori di Trappeto, in provincia di Palermo
L’inventore dello “sciopero alla rovescia”: i disoccupati che lavoravano per
migliore una trazzera del proprio paese.
Attività che gli costò l’arresto, il carcere ed un processo che, nel 1956,
divenne memorabile.
Il suo avvocato difensore era nientemeno che Piero Calamandrei, che fece della
sua arringa difensiva una lezione magistrale sulla Costituzione Italiana e di
ciò che la nascente repubblica “basata sul lavoro” doveva essere, ma che ancora
non era.
Ma chi era Danilo Dolci prima di diventare quel Danilo Dolci, che in molti
abbiamo conosciuto?
Siamo nell’immediato dopoguerra, nel pieno della transizione tra le macerie
della guerra e del Nazi-fascismo e la ricostruzione materiale, morale,
spirituale di un popolo alla ricerca della propria libertà, identità e dignità
mai acquisite.
A Sesto San Giovanni, la città simbolo, medaglia d’Oro della Resistenza operaia
a nord di Milano, si aprono le scuole serali per gli operai che vogliono
studiare, imparare, conoscere.
Nel 1948, in una di queste, giunge un giovane, alto e robusto, di 24 anni, che
per pagarsi gli studi nella facoltà di Architettura presso il Politecnico di
Milano, fa l’insegnante di materie tecniche. Il suo nome è Danilo Dolci.
Questo docente, più giovane dei suoi stessi studenti-operai, ha un approccio non
convenzionale:
non vuole travasare nozioni, vuole far riflettere;
non vuole istruire, vuole educare;
non vuole dare risposte, ma pone domande.
E’ l’inizio della sua maieutica reciproca: dove chi insegna impara da coloro a
cui insegna; dove prima di dare le risposte ci si deve interrogare su quali
siano le “vere” domande.
Un metodo che richiede un unico sforzo: fermarsi a riflettere.
Sì “fermarsi” e “riflettere”, due atti molto difficili a livello personale e
profondamente sovversivi a livello sociale, in un mondo sempre in accelerazione,
ad elevato consumismo ed ad alta entropia.
Un esercizio non accettabile da chi ci vorrebbe privi di un pensiero critico.
Perchè fermarsi a riflettere potrebbe ribaltare lo stabilito e porci domande
sempre più profonde.
Per esempio, se io ti chiedessi “cosa ti rende felice?” suonerebbe diverso da
chiderti: Come puoi essere felice se, intorno a te, i tuoi fratelli e le tue
sorelle vengono consumati e travolti dalla fame, dalla miseria, dalla guerra?
E fu proprio questa la domanda che pose Danilo ai suoi studenti.
Una domanda che implicitamente poneva la questione della felicità non come uno
stato apparente e provvisorio a livello personale, ma come presa di
responsabilità crescente della nostra vita e di quella di coloro che ci
circondano. Poneva la questione del “prendersi cura”, di sè, degli altri del
mondo. Una domanda che ampliava l’orizzonte della propria essitenza: chi sono i
miei fratelli, le mie sorelle? Dove si ferma il cerchio della “fratellanza” o
della “sorellanza”?
Una domanda che costrinse i suoi studenti a fermarsi a riflettere e chiedere
aiuto, non solo a Danilo, ma a tutti i suoi amici più fidati: i libri.
Decine, centianaia di libri (ai tempi non esisteva internet e l’intelligenza era
solo quella umana), attraverso cui consultare filosofi, pensatori, scrittori,
poeti, mistici di tutti i tempi e di tutte le credenze: da Socrate a Marco
Aurelio, da Aristotele a Bentrand Russel, dalla Bibbia al Ramakrishna.
Testi che, anche dopo centinaia o migliaia di anni, erano ancora “vivi” e pronti
a ridonare l’eterna saggezza di coloro che avevano avuto il coraggio di sondare
i tortuosi e misteriosi sentieri dell’animo umano.
Tutti coloro che dall’antichità ci stanno ancora parlando dal “futuro”.
Un futuro molto diverso da quello che gli uomini della paura, dell’angoscia,
della guerra ci stanno raccontando.
Il giovane Danilo, raccolse e riordinò pazientemente centinaia di pensieri,
aforismi, suggestioni. Li organizzò secondo un indice di argomenti coerenti e
correlati.
Predispose una dotta introduzione e ne fece un libro, con un unico scopo “…
mettere a disposizione dei giovani, affamati di sapere, quanto non era giusto
tenessi solo per me”.
E lo intitolò L’ascesa alla felicità, stampato nel 1948 in sole 200 copie dalla
Stamperia Cesare Tamburini di Milano. Un libro, più volte citato nella
bibliografia di Danilo Dolci, ma di cui non vi era più traccia.
Esisteva solo un’ultima copia, presso la Biblioteca Nazionale di Firenze,
salvata dall’alluvione del 1966.
Ed eccolo qui, dopo oltre 75 anni, questo prezioso libro, il tassello per
comprendere chi era “Danilo prima di Danilo”, riportato alla luce.
Curato e ristampato in questa nuova edizione della SCE-Spazio Cultura Edizioni
di Palermo, come omaggio al pensiero di Danilo Dolci, per dare continuità alle
sue azioni e ai suoi progetti, ma soprattutto per fornire strumenti d’azione,
queste, sì le vere armi di cui abbiamo bisogno(!), agli attuali e futuri
coltivatori di speranze.
Non una ricetta, ma una proposta di riflessione, non uno stato, ma un sentiero,
a cui può accedere chi si incammina in umile ed attenta ricerca.
Un libro da cui si evince che la vita del singolo non può prescidere dalla rete
che lo sostiene, dall’umanità, dal mondo, dalla casa comune.
Pagine che ci mostrano che non siamo individui sospesi nello spazio vuoto, ma
siamo una rete in cui la nostra vibrazione, la nostra frequenza entra in
risonanza con quella degli altri, siamo una parte-intera di Uno, un Ubuntu che
sostiene la vita..
In questo buio oscuro che ci è capitato di vivere, se per un momento riuscissimo
fare silenzio dagli assordanti rumori del quotidiano, potremmo sentire la
straordinaria vibrazione che giunge dalla richiesta di vita, di noi stessi,
degli altri, del nostro pianeta.
In questo buio denso, che ci è capitato vivere, anche una flebile vibrazione può
lanciare il segnale di speranza, un segnale che possa risvegliarci e che ci
faccia ritrovare noi stessi, gli altri, il mondo e quel futuro straordinario che
ancora ci attende.
Giorgio Schultze