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Strage di via D’Amelio, la Cassazione conferma il più grave depistaggio della storia italiana
La Corte di Cassazione ha ufficialmente certificato il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, che già otto anni fa lo storico verdetto del processo “Borsellino Quater” aveva identificato come «il più grave» della storia repubblicana. La Suprema Corte ha infatti messo il timbro sulla sentenza di secondo grado pronunciata nel giugno del 2024 nei confronti di tre poliziotti che sono stati portati a processo con l’accusa di avere “costruito a tavolino” collaboratori di giustizia e di averli costretti a rendere dichiarazioni false sotto l’egida dell’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Il depistaggio, per quanto macroscopico, non porterà a condanne definitive e all’applicazione di pene nei confronti dei suoi responsabili: La Barbera è deceduto, mentre i poliziotti alla sbarra sono stati prescritti, essendo caduta l’aggravante del favoreggiamento mafioso. IL DEPISTAGGIO Il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio è iniziato pochi minuti dopo lo scoppio della bomba che uccise il magistrato Paolo Borsellino e i membri della sua scorta con il furto dell’agenda rossa, strumento che il magistrato aveva continuamente utilizzato dalla strage di Capaci fino a quel tragico 19 luglio 92. L’agenda era contenuta in una borsa di cuoio collocata sul sedile posteriore della macchina guidata da Borsellino nell’ultimo viaggio della sua vita, che lo aveva condotto davanti al palazzo in cui abitava l’anziana madre. Lo stesso pomeriggio, dopo la devastazione prodotta dalla bomba, la borsa passò dalle mani di Rosario Farinella, carabiniere e membro della scorta dell’allora deputato (e precedentemente pm al Maxiprocesso) Giuseppe Ayala, il quale la prelevò dall’auto e la consegnò a una persona non meglio identificata; poi, tra le 17.20 e le 17.30, fu nelle mani del capitano dei Carabinieri, Giovanni Arcangioli, immortalato dalle telecamere mentre la portava all’uscita di via D’Amelio. La borsa ritornò poi nell’auto da cui era stata prelevata, per poi essere presa dall’agente Francesco Paolo Maggi, che la portò in Questura, nell’ufficio del capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera. Il depistaggio proseguì poi con il cosiddetto “impupamento” del falso pentito Vincenzo Scarantino, il quale, pur senza avervi mai avuto nulla a che fare, si auto-accusò davanti ai magistrati di essere stato l’esecutore materiale della strage. Il falso pentito fu costretto attraverso pressioni e violenze da parte dei poliziotti finiti a processo (e ora dunque definitivamente prescritti) a fornire una ricostruzione falsata delle responsabilità sul delitto, pur inserendo nel suo racconto «elementi di verità» ai magistrati che lo ascoltarono, inducendoli a credere alla sua versione e contribuendo a sviare le indagini. Sulla base delle dichiarazioni di Scarantino, sette persone innocenti furono mandate all’ergastolo e poi scagionate nel processo di revisione: a sconfessare Scarantino fu infatti, dal 2009, Gaspare Spatuzza, killer che agiva per conto dei boss di Brancaccio Giuseppe e Filippoi Graviano, reale esecutore della strage. LA SENTENZA DI PRIMO GRADO Già in primo grado, il Tribunale aveva dichiarato prescritto il reato di calunnia per due imputati, il funzionario di polizia Mario Bo e l’ispettore Fabrizio Mattei, essendo per loro caduta l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, e assolto Michele Ribaudo. Sulla sparizione dell’agenda rossa, i giudici hanno scritto che «può ritenersi certo» che essa «non è riconducibile a una attività materiale di Cosa nostra». Secondo il Tribunale, ciò proverebbe «l’appartenenza istituzionale di chi ebbe a sottrarre materialmente l’agenda», essendo «che può essersi trattato solo di chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel determinato contesto spazio-temporale e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre», aggiungendo che «l’istruttoria dibattimentale ha consentito di apprezzare una serie di elementi utili a dare concretezza alla tesi della partecipazione (morale e materiale) alla strage di Via D’Amelio di altri soggetti (diversi da Cosa nostra) e/o di gruppi di potere interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino». Insomma, corpi estranei a Cosa Nostra non si sarebbero solo limitati a depistare le indagini, ma avrebbero direttamente preso parte, tanto «nella fase ideativa» quanto in quella «esecutiva», all’attentato. Soffermandosi sulla sottrazione dell’agenda rossa, i giudici hanno inoltre asserito che «un intervento così invasivo, tempestivo (e purtroppo efficace) nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire – non oggi, ma già 1992 – il movente dell’eccidio di Via D’Amelio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa Nostra di intervenire per alterare il quadro delle investigazioni, evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage (che si aggiungono, come già detto a quella mafiosa) e, in ultima analisi, disvelare il loro coinvolgimento nella strage di Via D’Amelio». IL VERDETTO DI APPELLO Parole pesantissime si leggono poi nella sentenza di appello, appena confermata dalla Cassazione. «Non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera consapevoli di stare instradando un ‘collaboratore’ inattendibile al fine di costruire attorno a lui un’aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose», si legge nelle motivazioni, «né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull’innocenza delle persone da costui accusate». Secondo i giudici, «si tratta di pubblici ufficiali che in presenza di elementi che dovevano fare semmai dubitare della veridicità delle dichiarazioni accusatorie di un soggetto il quale aveva mostrato in ogni modo la sua inaffidabilità, si adoperavano per eliderli, ridimensionarli, quando non occultarli o misticarli e lo inducevano a riferire circostanze della cui veridicità non potevano avere contezza». Sulla figura di La Barbera, invece, «è emersa la capacità di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell’ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalità organizzata o alle articolazioni più opache degli stessi servizi di sicurezza». Secondo la Corte, se si devono «ricostruire le finalità che volle perseguire La Barbera con la sua azione nel depistare le indagini», le evidenze acquisite permettono di concludere che il poliziotto volle «agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato». Infatti, egli «certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di Cosa Nostra», ma «mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare gli apparati più che l’organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di Cosa Nostra laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati». The post Strage di via D’Amelio, la Cassazione conferma il più grave depistaggio della storia italiana appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
La miniserie prossimamente in onda su Rai 1 e Rai Play
Negli anni Ottanta in Sicilia si incrociano i destini del giudice ragazzino e di un gruppo di giovani stiddari, cresciuti nella povertà e attratti dalla criminalità come ‘via di riscatto’. Nato a Canicattì nel 1952, dal 1979 sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento, Rosario Livatino combatte il potere mafioso colpendone patrimoni, interessi economici e radicamento nel territorio dove, intanto, la stidda conquista spazi e consensi. Quando viene assassinato ha 37 anni. La sua biografia redatta a cura del Centro Studi Rosario Livatino – fondato da un gruppo di giuristi, magistrati, avvocati, docenti universitari e notai – riferisce che “Nel decennio dal 29 settembre 1979 al 20 agosto 1989, come Sostituto Procuratore della Repubblica, Livatino si è occupato delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche, nel 1985, di quella che poi negli anni 1990 sarebbe scoppiata come la Tangentopoli siciliana. Fu ucciso la mattina del 21 settembre 1990 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre, alla guida della propria auto, si recava in Tribunale. Per la sua morte sono stati individuati, grazie al testimone oculare Pietro Nava, i componenti del gruppo omicida e i mandanti, e tutti sono stati condannati, in tre differenti tronconi processuali”. Nel 2021 Chiesa cattolica ha proclamato Rosario Livatino un beato, martire della lotta alla mafia, che l’Assemblea generale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) lo scorso maggio ha elevato patrono dei magistrati – Vatican News / Rosario Livatino, la giustizia sotto lo sguardo di Dio > Quando moriremo non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo > stati credibili – Rosario Livatino “La personalità del giudice Rosario Livatino potrebbe essere riassunta in questa sua frase, che fa il paio con quella in cui sosteneva che un magistrato non deve limitarsi a essere indipendente, ma deve anche apparire tale. Profondamente religioso, da bambino Livatino era soprannominato 101 anni per la precoce maturità e saggezza. Privo di scorta perché l’aveva sempre rifiutata, il 21 settembre 1990 Livatino fu freddato lungo la strada Canicattì-Agrigento. Paolo Borsellino fu fra i primi ad accorrere sul posto. All’indomani dell’omicidio, Giovanni Falcone immaginò che di lì a poco nessuno si sarebbe più ricordato di Livatino, vista la minore centralità che Agrigento aveva rispetto a Palermo nella lotta alla mafia. La realtà di Girgenti era quella di una città ripiegata su se stessa, dove alcuni dei superiori di Livatino avevano frequentazioni imbarazzanti. Livatino invece si distingueva per la ritrosia verso le uscite pubbliche, si teneva lontano da ogni possibile clamore mediatico, con un atteggiamento che, unito alle sue inchieste e ai suoi processi, favorì la decisione di ucciderlo. Nando dalla Chiesa è dubbioso riguardo l’estraneità di Cosa Nostra all’assassinio: difficile, seppur non impossibile, che la decisione di eliminare Livatino sia stata della sola Stidda. Il giudice ragazzino, il libro che Nando Dalla Chiesa scrisse sulla vicenda Livatino, volle essere anche una risposta alla previsione di Falcone” – Rai Cultura / Rosario Livatino, “il giudice ragazzino” sottratto all’oblio. La storia di Rosario Livatino, che la Chiesa ha proclamato un ‘beato’, martire della lotta alla mafia, e il ‘patrono dei magistrati’, viene narrata in una miniserie televisiva LIVATINO IL GIUDICE E I SUOI ASSASSINI, una coproduzione Rai Fiction – Goldenart Production – Rai Com prodotta da Federica Luna Vincenti  e realizzata con contributi del Ministero della Cultura / Direzione Generale Cinema e audiovisivo, della Regione Sicilia / Assessorato del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo e di Sicilia Film Commission. Il cast di interpreti – tra cui Giuseppe De Domenico nel ruolo del protagonista principale e Leonardo Maltese, Nino Frassica, Michela De Rossi, Ninni Bruschetta e Brenno Placido – è stato condotto da Michele Placido, per la sua prima volta alla regia di una fiction per la Rai. Il ciclo di 4 episodi da 50′ ciascuno andrà in onda prossimamente su Rai 1 e Rai Play. Redazione Italia
September 16, 2026
Pressenza
26 luglio 1992: Rita Atria è la settima vittima di via D’Amelio
“26 luglio 1992. A Roma muore, ufficialmente per suicidio, Rita Atria, una ragazza di 17 anni, testimone di giustizia in seguito all’uccisione del padre capomafia e del fratello che voleva vendicarsi. Rita aveva un rapporto filiale con Paolo Borsellino e dopo la strage di via D’Amelio scriveva rivolgendosi al magistrato: “Sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”. Recentemente l’Associazione a lei intitolata ha chiesto la riapertura delle indagini sulle condizioni che l’hanno portata alla morte, denunciando le gravi carenze del sistema di protezione”. (dalla pagina facebook del No Mafia Memorial Palermo) Nel libro Io sono Rita. Rita Atria: la settima vittima di via D’Amelio (ed. Marotta&Cafiero di Scampia), Nadia Furnari, fondatrice dell’Associazione succitata, e le giornaliste Giovanna Cucè e Graziella Proto, sulla base di un profondo scavo nei documenti d’archivio e negli atti processuali, avanzano infatti l’ipotesi che non di suicidio si sia trattato ma di una violenza oscura perpetrata per mettere a tacere la giovanissima testimone. (cfr. il nostro articolo Io sono Rita. Intervista a Nadia Furnari). Per non dimenticarla, riprendiamo le parole della quarta di copertina del primo libro a lei dedicato, Una ragazza contro la mafia, scritto da Sandra Rizza per la casa editrice La Luna di Palermo nel 1993: > Si è uccisa a diciassette anni. Quando ne aveva undici la mafia le ha > ammazzato il padre, pochi anni dopo il fratello. Si è ribellata al destino del > silenzio, voleva una vita diversa, ha raccontato ai magistrati quello che > sapeva sulla mafia (e sulla politica, ndr) del suo paese (Partanna di Trapani, > ndr). > > La paura della vendetta mafiosa l’ha esiliata dalla Sicilia. […] La breve vita > di Rita ha le cadenze di una tragedia greca, l’onnipotente mafia la domina > come un destino […]. E’ una giovane donna sospesa fra la realtà di un mondo > violento nelle sue pulsioni e chiuso nelle sue regole e i sintomi di un mondo > che vuole cambiare, il ritratto della lacerazione di una donna siciliana > d’oggi. Riportiamo anche una sua lettera o forse appunto di diario, scritto da Roma, dove viveva sotto copertura: > Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia > vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato > mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento > saranno uccisi. > > Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo > aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel > giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di > comportarci. > > Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta. “Né drogata né ubriaca né stordita da psicofarmaci: lucida fino all’ultimo, Rita Atria, presente a se stessa […] – scrive  Sandra Rizza – S’è davvero uccisa?”. Rendiamole giustizia… >     Redazione Palermo
July 26, 2026
Pressenza
Il fresco profumo della libertà
Desideriamo ricordare le più celebri e commoventi parole di Paolo Borsellino nel 34° anniversario del suo assassinio, per mano mafiosa ma non solo, nella strage di via D’Amelio, in cui perirono anche Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina > La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima > e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, > ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le > giovani generazioni, le più adatte, (perché prive o meno appesantite dai > condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la > convivenza col “male”), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di > libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, > della contiguità e quindi della complicità. Redazione Palermo
July 19, 2026
Pressenza