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Bringing the State Back In (Afresh)
di SANDRO CHIGNOLA. Pubblichiamo il testo della relazione introduttiva di Sandro Chignola al seminario di Euronomade No maps for these territories. Fine della razionalità neoliberale? Stato, capitale e svolta autoritaria nel regime di guerra globale (Padova, 9 maggio 2026) Era la metà degli anni ’80 quando Theda Skopcol registrava il significativo passaggio in corso nelle scienze storico-sociali e riteneva fosse giunto il momento di reintrodurre il tema dello Stato nell’agenda di ricerca di quelle politiche. Nel farlo, già in quel momento Skopcol segnalava come le formule organizzative dello Stato operassero sul punto di giunzione tra logiche territoriali e logiche di mutua implicazione e di competizione internazionale che andavano assunte come cruciali e che andavano studiate nella loro complessità. Strutture sociali, relazioni transnazionali e costanza di iniziativa e di azione politica dello Stato erano i tre poli che andavano tenuti in debita considerazione e che nella loro reciproca tensione non potevano essere slegati l’uno dagli altri anche qualora, ed era necessario farlo, ci si ponesse il problema di rimettere lo Stato e i suoi apparati al centro della scena. Si tratta, io credo, di compiere un’operazione non dissimile, dato che è ormai assodato che, almeno a partire dalla crisi del 2008, il neoliberalismo ha cambiato le sue logiche operative e che, nel dibattito scientifico, ci si è tornati a interrogare sul ruolo che lo Stato, con le decisive trasformazioni che lo coinvolgono, viene a svolgere rispetto a quest’ultime. Non è il caso, in questa sede di tornare sulla genealogia del neoliberalismo e sul rapporto che, a dispetto delle sue retoriche mercatiste, lo Stato, come dispositivo autoritario, ha sempre rivestito nell’impianto e nell’implementazione dei meccanismi di valorizzazione neoliberale. Ciò che mi sembra rilevante, piuttosto, è il mettere a tema qualche elemento utile a complicare il quadro con il quale pensiamo e dentro il quale agiamo politicamente e a reindirizzare l’analisi su processi la cui rilevanza mi sembra decisamente significativa. Nel corso degli ultimi decenni – dal 2008, ma alcuni importanti esperimenti avevano già avuto luogo nella risposta alla crisi dei mercati asiatici del 1997 – il neoliberalismo ha profondamento ristrutturato i suoi dispositivi operativi e il capitalismo ha assunto un volto più immediatamente politico. Al punto che, nel dibattito internazionale, si è progressivamente venuto generalizzando il termine «capitalismo di Stato», in genere riservato a Russia e Cina, in quanto sistemi politico-economici eccentrici o marginali rispetto a quello che ha trainato la fase espansiva della globalizzazione finanziaria e dei mercati, per denotare le caratteristiche mutanti di un neoliberalismo zombie, in grado di sopravvivere alla propria catastrofe e di adattarsi alla congiuntura di policrisi che caratterizza la fase attuale dei rapporti capitalistici. Per dirlo in forma schematica, il neoliberalismo può essere ricostruito seguendo almeno tre differenti assi analitici. Il primo è quello della storia delle idee e della teoria economica (Hayek, Fiedmann, la Mont Pèlerin Society), senza slegarlo dalla pressoché indiscussa egemonia conquistata dal paradigma neoclassico in università e istituzioni accademiche. Il secondo è quello dell’azione di smantellamento del compromesso fordista in pressoché tutti i paesi del globo dove esso ancora reggesse, con la conseguente riarticolazione dei dispositivi di potere a vantaggio dei processi di immediata valorizzazione del capitale. Il terzo è quello che concerne le differenti modalità di risposta, o di adattamento, del neoliberalismo alle crisi da esso stesso sollevate e dalle sue crescenti difficoltà nel reagire alle proprie contraddizioni. È su questo terzo asse, che permette di mettere a tema ruolo e trasformazioni dello Stato neoliberale, che intendo condurre il mio intervento. Va da sé che il rapporto tra neoliberalismo e Stato non è mai stato improntato, se non nelle retoriche degli economisti, a una drastica separazione tra logiche politiche e logiche di mercato. La finanziarizzazione dei mercati non ha implicato l’esaurimento delle funzioni dello Stato, quanto piuttosto una trasformazione dello Stato e dei compiti che gli sono ascritti in uno scambio che dà adito a inediti processi organizzativi nella stessa misura in cui dispiega potenti effetti politici. Nello scenario della composizione contemporanea del capitale un ruolo significativo lo svolgono, ad esempio, i fondi sovrani di investimento. Nella cui dicitura è a sua volta implicata una decisa torsione di ciò che significa «sovrano». È in risposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali e alla volatilità dei capitali finanziari che, nei primi decenni degli anni 2000, prende l’avvio la nuova fase del neoliberalismo, quella fase che è possibile definire l’«era dei fondi di investimento sovrani». Il loro numero si moltiplica e la loro capitalizzazione cresce in modo esponenziale. Lo Stato torna come Stato imprenditore, ma con significative mutazioni rispetto ai suoi precedenti storici. La scossa che mette in movimento questa trasformazione è la crisi del 2008 e ciò che la accelera è la crisi pandemica. Si tratta di un processo nel quale le logiche organizzative dello Stato sul terreno dell’economia non confliggono, ma, al contrario, si coordinano con quelle del libero mercato. Non soltanto lo Stato detiene direttamente quote, maggioritarie o di minoranza, di imprese nelle quali investe capitale pubblico derivato dai fondi pensione, dal surplus fiscale, dai capitali a disposizione nelle banche di sviluppo e dagli stessi fondi di investimento sovrani, ma, dopo averle in gran parte privatizzate, ne modifica la ragione sociale trasformando, anche in questo caso, il proprio ruolo e finendo con l’agire come investitore paritario più che come garante pubblico. Questa prima forma del capitalismo politico, quella dello Stato-impresa, concerne assets strategici e coinvolge settori – dall’acciaio, alle telecomunicazioni, dall’elettricità, alle produzioni militari e alle infrastrutture digitali – che sin dagli anni ’80 e ’90 vengono progressivamente finanziarizzate, ristrutturate quanto a governance e ragione sociale, organizzate secondo criteri di valorizzazione per gli shareholders e di socializzazione delle perdite, allineandosi alle tendenze apicali di rimodulazione degli interessi del capitale transnazionale. Oltre al proprio ruolo come imprenditore – una costante nel processo storico di nazionalizzazione dei mercati e, in particolare nella fase postcoloniale, ciò che permette allo Stato di rivendicare il proprio compito di modernizzazione e di custodia dei propri assets strategici –, lo Stato, finanziarizzando nel corso degli ultimi decenni i propri profili di gestione, viene dotandosi di strumenti di investimento che ne ristrutturano forma e ruolo annidandolo nelle traiettorie descritte dai flussi di capitale finanziario e risignificandone posizione e funzioni nel complesso sistema di fattori all’opera nel quadro dei mercati globali. Per questo motivo, e cioè per i processi che mentre lo trasformano dall’interno, contemporaneamente lo proiettano nel sistema di relazioni internazionali che determina lo sviluppo ineguale e combinato degli assetti capitalistici, lo Stato, per come qui ne parlo, va inteso come Stato globale. Che Stato e azione dello Stato non siano mai declinati nel contesto della globalizzazione, ma che, al contrario, lo Stato sia stato investito da significativi processi di trasformazione lo dimostra la rapida, esponenziale crescita dei fondi sovrani di investimento e la loro proiezione transnazionale come apportatori di risorse e componente fondamentale del capitale aggregato messo globalmente a valore. Attualmente ne esistono 94 e gestiscono capitali per circa 15 trilioni di dollari con significative concentrazioni nel fondo pensioni norvegese, nei diversi fondi sovrani Cinesi (il principale tra di essi è la China Investment Corporation) e negli Emirati Arabi (Abu Dhabi Investment Authority). Nati per sopperire all’instabilità dei mercati finanziari con compiti di assicuratori in ultima istanza, con finalità di messa a valore dell’enorme rendita petrolifera o con compiti di solidarietà intergenerazionale (pensioni o tutela ambientale), e perciò molto differenziati quanto alle loro tipologie, essi si sono rapidamente allineati alla strategia di investimento e di uso finanziario delle risorse pubbliche che ha ristrutturato missione e posizionamento degli Stati al punto di incrocio tra le tensioni che percorrono i processi globali e i limiti di manovra assegnati dalla loro pressione sulle singole politiche nazionali. Da questo punto di vista, il concetto di «sovranità» coinvolto dalla loro definizione, non implica, nella proliferazione dei fondi sovrani di investimento, una difesa o una resistenza dell’interesse o della ricchezza nazionale nel quadro della concorrenza sui mercati globali, quanto piuttosto lo stringersi del nodo tra deterritorializzazione e riterritorializzazione dei flussi finanziari che produce lo spazio operativo del capitale aggregato su scala mondiale. Da questo è possibile trarre un paio di conseguenze. La prima riguarda un autentico paradosso. I fondi sovrani di investimento, pienamente allineati, nonostante la loro diffusione globale, a modelli di governance di impresa occidentale e indirizzati da strategie di messa a valore che sono le stesse che guidano gli investimenti della finanza globale, avrebbero invece la loro ragione sociale originaria in quella di attutire, a livello dei territori dai quali estraggono le risorse che investono, l’impatto delle forze e dei poteri che trainano proprio la finanza globale. Viene così serrandosi un curioso circuito. Da un lato, l’invenzione dei fondi sovrani di investimento come strumento anticrisi e per la difesa «sovrana» degli interessi nazionali rispetto alla volatilità dei mercati finanziari e alla matrice anonima di circolazione del capitale, dall’altro il fatto che essi operano come investitori sullo stesso ciclo deterritorializzato del capitale del quale alimentano i flussi contribuendo direttamente al suo allargamento. Viene così definendosi quell’ibridazione tra capitale e Stato che marca, non la fine del neoliberalismo, ma quella sua trasformazione che, riconfigurando le geografie della produzione e della circolazione del capitale modula in forma inedita e riorganizza su scala globale spazi e tempi dell’accumulazione. Per quanto riguarda la dimensione spaziale, le traiettorie di investimento, circolazione e redditività del capitale messo a valore dai fondi di investimento sovrani non vengono contenute nel perimetro della tradizionale dimensione territoriale dello Stato, che al contrario programmaticamente eccedono; per quanto riguarda la dimensione temporale, essa si sviluppa in termini molto differenti rispetto al ciclo crisi-sviluppo che aveva caratterizzato fasi storicamente precedenti dello Stato-impresa e, nel quadro del farsi permanente della crisi, quelle stesse traiettorie assegnano un ruolo diverso allo Stato, inteso come attore – contemporaneamente promotore, detentore e gestore di capitale – nel quadro in costante ridefinizione dei mercati globali: sia per quanto riguarda la loro finanziarizzazione, sia per quanto materialmente riguarda gli investimenti relativi alla posa in opera di infrastrutture e alla piattaformizzazione logistica delle catene di fornitura dalle quali quest’ultimi dipendono quanto alla loro espansione. Si assiste, potrebbe essere detto, a un vorticoso e contraddittorio ciclo di mutua costituzione tra formazione ibride di Stato e capitale (dai fondi sovrani di investimento alle banche centrali, dalle imprese partecipate dallo Stato alle banche di sviluppo) e statismo «muscolare» di ritorno (neomercantilismo e reintroduzione di politiche daziarie, competizione per il mantenimento o la ridefinizione dell’egemonia monetaria per gli scambi commerciali o per il consolidamento del debito, capitalizzazione e controllo delle grandi aziende tecnologiche) che determina la costante ridefinizione degli spazi di accumulazione e che produce, attraversandole e colmandole di tensioni, le nuove geografie globali. Particolarmente significativo, da questo punto di vista e per il ruolo che viene incrementalmente a svolgere nel quadro di tensioni e di aperto confronto bellico degli ultimi anni, è il nesso tra piattaforme e complesso militare indotto dalla progressiva digitalizzazione della guerra. In questo caso l’ibridazione tra Stato globale e capitale privato è assoluta. Tanto negli Stati Uniti quanto in Cina, pur con le differenze e le specificità che caratterizzano i due antagonisti che si contendono l’egemonia sulle sfere di influenza globali, sono i grandi oligopoli «privati» a detenere i dati e le infrastrutture (dai data center, alle reti satellitari a bassa quota, ai cavi sottomarini) dai quali dipendono tanto le tecnologie militari (missili a intelligenza artificiale, sistemi d’arma a geolocalizzazione globale, robotica bellica) quanto quelle di sorveglianza interna (estrazioni e tracciatura dei dati personali, dispositivi per il riconoscimento facciale) e sono apparati e strategie politiche a istruire situazioni per addestrare l’intelligenza artificiale (la guerra a Gaza, quelle in Medioriente, almeno a partire dalla guerra all’Iraq), a consentire l’uso di infrastrutture civili (telecamere urbane, semafori, piattaforme come quelle sanitarie, delle anagrafi, delle università) per fornire i dati che potranno, di ritorno, essere sfruttati a fini di controllo o di targeting per gli omicidi mirati diventati strumenti di guerra a bassa intensità o a garantire l’approvvigionamento di terre rare per l’industria dei microchips. Il rapporto tra Big Tech e Stato, nel quale le prime non possono più essere definite imprese «private» in senso classico, il secondo non può più essere inteso come detentore sovrano della decisione politica, e la dipendenza reciproca tra le une e l’altro è la misura dell’ibridazione irrecuperabile intervenuta tra di essi, è fatto di oscillazioni nei rapporti di forza tra i due attori, Big Tech e Stato globale, ed è una delle caratteristiche definitorie dell’ingresso in una fase politico-economica altamente differente da quelle che la hanno preceduta. Lo Stato, risignificato quanto alla sua «sovranità», dato che essa, quanto alle sue caratteristiche definitorie non può più essere detta coincidere né con la detenzione del monopolio della violenza su di un territorio, né volta a scavare e a conservare la differenza tra pubblico e privato, o tra politica e mercato, si comporta come impresa ibrida e contribuisce alla realizzazione dell’insieme di mediazioni, giuridiche e di potenza, che ristrutturano sul piano transnazionale le sfere della produzione, della circolazione, dell’estrazione e della distribuzione del valore. Si tratta del processo contraddittorio, frenetico e complicato che, molto più in generale, ridisegna ininterrottamente le geografie dell’accumulazione e muove la geopolitica, patente e nascosta, tra attori regionali del multipolarismo imperiale con i differenti e reciprocamente contraddittori interessi che le tengono in tensione. Il concetto di «capitalismo politico» di recente introdotto da Sandro Mezzadra e Brett Neilson, che ha anche il pregio di disambiguare l’espressione «capitalismo di Stato» circolante in parte della letteratura internazionale, fotografa con precisione la complessiva trasformazione che segna se non la fine del neoliberalismo, quantomeno il suo ingresso in una nuova fase, nella quale le logiche del capitalismo estrattivo, la centralità assunta dalle infrastrutture logistiche e il controllo dei flussi di uomini, merci e denaro, diventano imprescindibili e rendono di nuovo significativo il ruolo dello Stato come sincronizzatore, come dispositivo di scambio e come apportatore di risorse finanziarie per le operazioni aggregate del capitale e per l’inedita produzione di assemblaggi tra territori, potere e diritti nel quale esse possono circolare. Lo Stato, deterritorializzato dai processi che lo attraversano e che non può ostacolare (movimento dei capitali finanziari, tensioni sui mercati valutari, investimenti a scopo di riarmo nel quadro delle alleanze internazionali o richiesti dalla creazione di infrastrutture transnazionali) può così rientrare nel campo analitico come polo di attrazione per i flussi finanziari globali grazie alle funzioni di coordinamento, di accelerazione o di disciplinamento che è localmente in grado di realizzare contribuendo alla loro riterritorializzazione. In un libro oggettivamente importante, Ilias Alami e Adam D. Dixon hanno fissato quattro diverse funzioni assunte dal capitalismo politico negli ultimi decenni. Una fase, peraltro anticipata rispetto alla crisi finanziaria del 2008 e alla crisi pandemica, segnata dalla ripresa di compiti regolatori dello Stato in economia. Basti ricordare la politica monetaria e il nuovo ruolo assunto dalle Banche centrali negli USA e in Europa o gli enormi piani di stimolo in Cina evidentemente stridenti con la presunta ortodossia del neoliberalismo e con l’idea di una spontanea autoregolazione dei mercati. La prima è una funzione immediatamente produttiva. In essa lo Stato investe i capitali che è in grado di attrarre dalla finanza globale o che ha a disposizione come risparmio pubblico per rafforzare il posizionamento delle proprie industrie nel quadro di networks transnazionali ad alto valore aggiunto o a favore di progetti strategici di innovazione tecnologica. Significativi, in questo senso, sono il progetto tedesco National Industrial Strategy 2030, i progetti France 2030, Saudi Vision 2030, Singapore Economy 2030, Made in China 2025 o gli ambiziosi progetti europei REPowerEU, EU Green Deal, EU Chips Act. Ma altrettanto significativi sono altri progetti in Africa, Asia e America Latina volti a finanziare la connettività intra e interregionale, a stimolare sviluppo e competitività delle industrie locali e a costruire le condizioni per l’inserimento di imprese e nodi infrastrutturali specifici nelle catene di fornitura globale, contribuendo con ciò alla costante ridefinizione degli spazi operativi del capitale. La seconda funzione è una funzione assorbente. Lo Stato, attraverso significative trasformazioni delle sue istituzioni economiche, assorbe e reinveste capitale pubblico trasformandolo in capitale finanziario che mette in movimento, e quindi a valore, su diversi livelli e su differenti scale geografiche contribuendo alla composizione allargata e aggregata del capitale globale. Facendolo, esso svolge anche la funzione di assorbire crediti deteriorati o assets in sofferenza, socializzando le perdite e mettendo finanziariamente a valore il saldo che è possibile trarre da questo scambio. La terza funzione è una funzione di stabilizzazione, che viene svolta, tanto in funzione anticiclica quanto in funzione permanente, ad esempio dalle Banche centrali (politiche dei tassi di interesse o creazione di moneta) o, ad esempio in America Latina, Africa o Asia, dalle Banche di sviluppo che hanno agito rispetto ai rischi di contrazione del credito e di erosione del risparmio privato susseguenti alla crisi del 2008 e alla crisi pandemica. Vanno inquadrate in questa funzione anche l’ampia diffusione di strumenti finanziarizzati e digitalizzati di assistenza sociale o di credito al consumo – mi riferisco in particolare ai programmi G2Px («Government to Personx») incentivati, su scala nazionale, dalla Banca Mondiale, in particolare in Africa e in America Latina, allo scopo di privatizzare e di spoliticizzare le tensioni e i conflitti che rilevano da povertà e marginalità sociale. La quarta e ultima funzione del capitalismo politico è una funzione immediatamente disciplinare. Essa viene svolta tanto all’interno quanto all’esterno dei singoli Stati, contribuendo alla costante ritracciatura delle frontiere dell’accumulazione capitalistica. All’interno, addomesticando la produzione di soggettività e assicurando il filtraggio della frazione migrante del lavoro vivo, per allineare l’una e l’altra agli imperativi di competitività del capitalismo globale. Precarietà e debito, ma anche forme inedite di colonialismo interno, sono i perni di questa operazione, un’operazione che si potrebbe qualificare come diretta operazione di «counterinsurgency» contro le lotte condotte su questo stesso terreno che hanno ritmato gli ultimi decenni, che attacca frontalmente i processi della riproduzione sociale. Sul piano esterno, la funzione disciplinare si esercita invece scaricando aggressivamente altrove il peso degli aggiustamenti strutturali o cercando di ridefinire muscolarmente la divisione internazionale del lavoro per mezzo di strumenti di ricatto (dalle politiche tariffarie, ai dazi, alle guerre monetarie) o per mezzo di strumenti di finanziamento e di incentivazione di ricerca e innovazione nei settori tecnologicamente più avanzati, che a loro volta rilanciano e alimentano rivalità inter e infrarimperiali. Lo Stato ritorna in auge come perno per operazioni molteplici e multiscalari del capitale e, in forza degli apparati giuridici, disciplinari e di dominio dei quali esso resta garante pur nell’ampia ristrutturazione che lo modifica nel quadro neoliberale, torna anche come strumento per canalizzare e mettere a valore i flussi del capitale finanziario globale, sia nei territori di prossimità dove insiste immediatamente la sua azione, sia nel sistema allargato di rapporti geoeconomici e geopolitici al quale apporta le risorse che investe attraverso i suoi fondi di investimento sovrano. L’infrastrutturazione logistica del mondo e l’estrattivismo che essa rende possibile – dalle risorse naturali o fossili, ai dati, al lavoro vivo che si muove sulle rotte migratorie – sono ampiamente finanziati a livello globale da capitali che si muovono e che vengono messi a valore da logiche di investimento che passano anche per gli Stati e che si rimodulano in relazione alle specifiche occasioni o congiunture strategiche che vengono offerte alla loro territorializzazione. In questo senso, lo Stato, assieme a una molteplicità di altri attori politici, dalle organizzazioni internazionali ai grandi players privati, inquadra, modella e orienta accumulazione e valorizzazione del capitale nel contesto di operazioni che agiscono su differenti livelli, su differenti scale geografiche e che fanno perno (anche) sulle istituzioni economiche e politiche dello Stato per allargare il loro ciclo. Espropriato delle sue capacità di regolazione e di gestione della circolazione del capitale per mezzo degli strumenti di pianificazione, di welfare e fiscali dei quali esso era tradizionalmente dotato, lo Stato si trova a proiettare le sue politiche su scala nazionale ed extranazionale, acuendo le tensioni e i conflitti che da ciò derivano, sia ai fini della captazione e del controllo dei flussi finanziari e di investimento che può mettere a terra, sia ai fini del modellamento delle reti sulle quali si muovono uomini, merci e capitali; reti che striano e che ritagliano, tra cooperazione transnazionale e conflitto, le nuove geografie dell’accumulazione. Da un lato l’uso di tecnologie giuridiche che permettano l’affondo su quanto residua come inceppo al dispiegarsi del «libero» mercato sul territorio nazionale – l’assoluta continuità e costanza dello smantellamento del welfare e dello Stato sociale, la privatizzazione della sanità e dell’istruzione, la messa in carico disciplinare al singolo individuo della responsabilità della riproduzione –; dall’altro la proiezione dello Stato oltre i suoi confini, allo scopo di filtrare, controllare e organizzare i flussi dai quali dipendono approvvigionamento energetico, catene di fornitura, lavoro umano, capitali e denaro. È questa doppia modalità di intervento, che, è forse banale ricordarlo, non riguarda principalmente le dimensioni economiche dello Stato, ma la sua azione immediatamente politica, che consente di mettere a tema un ultimo, centrale elemento che guida la sua riattivazione. Lo Stato non controlla fino in fondo i processi che lo attraversano e il ridefinirsi in senso autoritario della sua azione accende una spia sulla centralità acquisita dalle lotte che si producono sul piano di circolazione e riproduzione della forza lavoro e sulle tensioni che attraversano il controllo sulla moneta. Per quanto riguarda la prima delle due cose, ampio è stato negli ultimi anni il ciclo di lotte globali per le pensioni, l’istruzione, la salute e l’ambiente. Ma, più in generale, la definizione dei lavori essenziali nel contesto della crisi pandemica, oltre a medici e sanitari, ha fotografato anche la centralità dei lavoratori della logistica dell’ultimo miglio, di fattorini e riders, degli operatori nelle catene di fornitura e negli hubs all’interno dei quali vengono organizzate circolazione e sincronizzazione dei flussi di merci globali. Si tratta di una tendenza cruciale che intensifica le risposte autoritarie dello Stato accentuando le trasformazioni del suo profilo giuridico indotte dal suo riorganizzarsi come regime di guerra nel contesto di tensioni che attraversano le relazioni internazionali. Lo Stato si ristruttura in senso apertamente autoritario sia per quanto riguarda le sue dimensioni costituzionali – si tratta di una tendenza ampiamente diffusa a livello globale, che determina l’indebolimento della divisione dei poteri e dei meccanismi di controllo giurisdizionale, ma anche la secca esecutivizzazione delle funzioni di governo –, sia per quanto riguarda l’insieme di condizioni che permettono di competere con le altre potenze in termini di estrazione di plusvalore, controllo sulla circolazione di uomini, merci e dati, organizzazione e difesa delle infrastrutture e dei nodi che connettono gli Stati a networks globali in via di costante ridefinizione e ritracciatura. La seconda delle due cose è altrettanto rilevante. Non solo perché uno dei poli principali di accelerazione delle tensioni internazionali riguarda i tentativi di dedollarizzazione degli scambi commerciali perseguiti da differenti attori internazionali e perché una delle forme di ritorno dello Stato è anche la battaglia per il controllo delle criptomonete e della moneta digitale – dalle «stablecoins» private alla «Central Bank Digital Currency» garantita dalle banche centrali, che di fatto disintermediano la funzione della finanza privata –, ma anche perché una delle costanti dell’azione degli Stati nel quadro neoliberale, in controtendenza con l’ortodossia di quest’ultimo, sono state, sin dagli anni precedenti la crisi del 2008, le politiche monetarie di stimolo all’economia. Si tratta di un punto particolarmente rilevante. In momenti di acuta crisi economica, la moneta viene deliberatamente sganciata sia dall’ancoraggio a un valore esistente sia dalla promessa di valorizzazione futura, e la creazione di denaro viene usata per colmare gli squilibri strutturali che ciclicamente sfociano in crisi finanziarie oppure per intervenire su situazioni emergenziali, qual è ad esempio stata la crisi del debito sovrano del 2012. Si tratta di una creazione di moneta ex-nihilo e senza contropartita che viene immessa nel circuito economico in maniera del tutto indipendente dalla relazione debito-credito e che esprime in massimo grado la funzione di comando che è ad essa immanente. Essa non serve (ma evidentemente questa è la posta in gioco) a scopo di redistribuzione della ricchezza o per finanziare interventi sulla crisi climatica e, in particolare nella congiuntura di guerra che attraversiamo, l’accesso alla liquidità viene riservato a soggetti privilegiati, ad esempio monopoli digitali o industria militare, consolidando le gerarchie esistenti e riproducendole a fini di valorizzazione. La spesa militare, si tratta di un caso paradigmatico, mette in sospensione le politiche di pareggio di bilancio (apripista in questa direzione è la riforma costituzionale tedesca del 2025, ma se ne discute in altri paesi europei), così come mai è successo a favore delle politiche sociali o di welfare. Anche in quest’ambito, il ritorno dello Stato attesta una certa continuità nel combinato disposto tra politiche monetarie, proiezione internazionale e riproduzione delle funzioni di controllo del mercato, della ricerca e dell’innovazione, della mobilità. Lo Stato ritorna anche come regime di guerra, e cioè come veicolo di una militarizzazione della vita politica ed economica che eccede l’effettivo dispiegamento delle forze militari e che può esistere del tutto indipendentemente dalla loro effettiva mobilitazione. Controllo delle infrastrutture logistiche transnazionali, disciplinamento per mezzo dell’alternanza tra definanziamento e incentivazione di università e centri di ricerca, sorveglianza delle frontiere e loro proiezione oltre i confini nazionali, sviluppo di più efficaci tecnologie di vigilanza digitale, richiedono investimenti per i quali la funzione di comando della moneta sono essenziali e i processi di riorganizzazione dei poteri dello Stato decisivi. Ma i processi sono tali, perché sempre contrastati e conflittuali. Lo sono nel quadro di evidente crisi delle relazioni internazionali, lo sono anche perché molti di questi processi di trasformazione sono stati resi necessari dalla necessità di rispondere alla continuità delle lotte globali. È su questo terreno che ci muoviamo. A noi la sfida di organizzarci dentro il sistema di coordinate che queste trasformazioni ci offrono. Riferimenti: Alami I. – Dixon A. D., The Spectre of State Capitalism. Critical Frontiers of Theory, Research and Policy in International Development Studies, Oxford, Oxford UP, 2024. Alami I. – Copley J. – Moraitis A., The “Wicked Trinity” of Late Capitalism: Governing in an Era of Stagnation, Surplus Humanity, and Environmental Breakdown, «Geoforum», 153, 2024, pp. 1-13. Alami I., State Theory in the Age of State Capitalism 3.0, «Science and Society», 85, 2, 2021, pp. 162-170. Bhorat Z. (ed.), Decoding Digital Authoritarianism, Report Prepared for Global Affairs Canada, 2023. Brandt U. – Sekler N. (eds.), Postneoliberalism. 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May 31, 2026
EuroNomade
Nel movimento che (non) c’è: guerra, lotte, organizzazione
LA GUERRA E NOI A oltre due mesi dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, dalla reazione iraniana, dallo sconfinamento del conflitto in Libano e in tutta la regione, lo scenario di guerra non cessa di approfondirsi. Il tira e molla sullo stretto di Hormuz mostra che non si tratta di un semplice déjà vu: mentre Israele continua imperterrita la sua politica espansionista, le confuse scorribande trumpiane non pretendono alcuna “esportazione della democrazia”, ma affermano l’ideologia militarista e la legge del più forte. Anche i richiami alla difesa dell’Occidente non riescono a nascondere che esso è oggi tutto fuorché un’entità unica e monolitica. D’altra parte, i riverberi globali della guerra e i suoi intrecci energetici, finanziari, infrastrutturali, geopolitici, mostrano la molteplicità degli attori in campo. Lo scarto non è solo ideologico, ma materiale: siamo di fronte a una fase che non si spiega con il ritorno al passato o rassicuranti invocazioni all’anti-imperialismo. > L’impressione è quella di essere davanti a uno schema che si ripete in ogni > situazione di crisi o di stallo: una pratica della forza che non passa per > alcuna autorizzazione, né raggiunge alcuna stabilizzazione. La guerra si è > così affermata come costituzione del presente, un orizzonte in cui non è > possibile altro che altra guerra, anche quando mascherata da pace o da tregua, > con o senza Board. Ciò risulta in modo evidente in Medioriente, dove Israele continua a sperimentare il proprio complesso militare-digitale a prescindere da qualsivoglia accordo siglato. Ma emerge anche nelle schizofreniche sparate di Trump che, dietro la sua smargiassa follia, rivela la paura di non controllare più l’interruttore della guerra. C’è qualcosa della guerra, del suo espandersi e ripetersi, della sua apparente inevitabilità, del suo continuo sconfinare oltre i campi di battaglia che ancora continua a sfuggirci: essa va al di là di ogni crisi e fatichiamo ad aggredirla con pratiche e discorsi. Non basta oggi nominare la guerra, né pensarla come conseguenza inevitabile del capitalismo e di uno slittamento autoritario su scala globale, ma dobbiamo ancora rompere i blocchi che ci impediscono di cogliere la novità della fase storica in cui siamo. Nel marzo del 2025 abbiamo lanciato la Residenza Rearm? No RESET per proporre domande e prospettive capaci di superare blocchi che impedivano l’emergere di una forte opposizione alla guerra. Quei blocchi avevano per noi il nome del campismo, della sottovalutazione dello scarto della nuova fase dopo l’invasione russa dell’Ucraina, della natura globale della guerra e dei suoi effetti sociali generali, anche lontano dai bombardamenti. > Nei limiti in cui siamo tutti immersi, RESET ha individuato collettivamente > nella guerra in cui siamo il terreno determinante delle lotte e nello sciopero > la possibilità di organizzarsi contro di essa, affermando la necessità di uno > slancio di innovazione politica. Da allora diverse cose sono cambiate: anche grazie alle mobilitazioni e gli scioperi di settembre/ottobre contro il genocidio in Palestina, la parola ‘guerra’ è entrata in ogni processo di convergenza delle lotte e dei movimenti sociali. Non per questo le ipotesi campiste sono scomparse, né abbiamo risolto i blocchi di iniziativa e discorso. MA COSA SONO QUESTI BLOCCHI? Blocco è tutto ciò che spinge il movimento a consegnarsi alla geopolitica; alla logica per cui i nemici dei nostri nemici possono essere alleati validi a seconda del contesto; a limitarsi a dimensioni territoriali; a rifugiarsi in generiche convergenze antifasciste o antiautoritarie contro i governi nazionali. Blocco è sacrificare sull’altare di un presunto scontro tra popoli, Stati, civiltà, tutto ciò che non rientra in questo scontro, come i migranti, ovunque “vittime collaterali”. Blocco è sottovalutare la dimensione patriarcale del militarismo che cerca di soffocare le voci delle lotte femministe e trans-femministe. Blocco è trascurare come Stati e capitale si siano trasformati negli ultimi decenni e questo richieda oggi sforzi di lettura e interpretazioni nuove, che mostrino come essi non siano unitari, che individuino la molteplicità degli attori coinvolti. Blocco è non vedere che il lavoro vivo è protagonista e parte in gioco diretta di queste trasformazioni. Blocco è non considerare come la guerra, mentre scompagina ovunque società ed economie, chiude possibilità, ma consegna anche un terreno di lavoro politico nuovo. Blocco è tutto ciò che ci impedisce di riconoscere le forme di resistenza e opposizione che il lavoro vivo mette in campo e operare affinché esso, con tutte le sue differenze, divenga parte organizzata di questo disordine, per rovesciarne gli effetti negativi. Blocco è la rinuncia ad assumere la sfida di un’opposizione transnazionale alla guerra, costringendo le nostre lotte dentro percorsi di soggettivazione che nascono già perimetrati e profilati dalla guerra stessa. QUALCOSA COVA ALL’OMBRA DEL CAOS E DEL DÉJÀ VU Il militarismo è la politica della guerra nella società. Mentre prepara a sempre possibili allargamenti dei combattimenti, il militarismo socializza la guerra disarticolandola in scenari che paiono sempre specifici, locali, separati e si oppone a ogni embrione di soggettivazione nella dimensione mondiale. A riempire di senso questa assenza di comunicazione vengono così proposti scontri di civiltà, necessità di difesa e paradigmi multipolari. Nel frattempo, il militarismo opera stabilendo gerarchie, indirizzando politiche industriali, salariali e di ricerca che arruolano l’intelligenza collettiva nell’economia bellicista digitalizzata e di mercato. Questo ‘realismo politico’, che dovrebbe cavalcare un caos sistemico, e che riguarda anche frazioni di capitale globale, pretende di stabilire le uniche parti in cui i soggetti che compongono il lavoro vivo possono legittimamente collocarsi. > Il militarismo attacca così la possibilità di consolidare comunanze tra chi è > costretto a resistere sul campo di battaglia o sceglie di disertare, chi paga > sulla propria pelle la scelta di migrare, chi trova limitata la propria > libertà da oppressioni razziste e patriarcali, chi subisce gli effetti > economici in termini di aumento dei costi, diminuzione del salario e stretta > del comando padronale. Noi pensiamo per questo che sia necessario costruire una prospettiva di classe dentro e contro la guerra che non si riduca all’individuazione di un immaginario nemico comune, né punti su automatismi tra le “conseguenze economiche della guerra” e un rifiuto delle più generali forme di sfruttamento e di oppressione. Pensare una prospettiva di classe significa smarcarsi rispetto alla paralisi del caos e all’effetto di déjà vu, spezzare i conseguenti automatismi che questo porta con sé, attaccare il militarismo. Significa guardare al modo in cui la guerra modifica tanto gli Stati e i loro apparati, le catene transnazionali del valore e le strategie di comando sul lavoro vivo nel suo complesso. È dentro questa prospettiva che possiamo vedere come nel vortice della guerra, mentre governi e profitto pretendono di dettare legge, nelle proteste contro i regimi, nelle fughe dalla leva, nei movimenti dei migranti, nelle lotte delle donne e delle persone lgbtqi+, negli scioperi per il salario, nella rivendicazione di una vita libera dalla violenza, qualcosa cova sotto l’ombra del caos e dell’apparente déjà vu. DENTRO E OLTRE IL RIFIUTO In questi mesi e in forme diverse, nelle piazze così come nelle urne, abbiamo visto esprimersi un rifiuto, a tratti di massa, di un piano dello scontro imposto dall’alto. Questo ha avuto momenti eclatanti nei voti a valanga contro la riforma costituzionale della giustizia e il governo Orban, nelle mobilitazioni transnazionali No Kings, ma attraversa in modo diseguale diversi piani societari. Un rifiuto che è stato in grado di incidere sui rapporti di forza materiali, dettando altri spazi e tempi nell’agenda politica. Mentre il protagonismo della cosiddetta “Generazione Z” segnala sommovimenti nelle società mondiali, alle nostre latitudini in molti hanno parlato di “Generazione Gaza”.  Questa definizione coglie in parte i tratti di continuità con gli scioperi e le manifestazioni di autunno contro il genocidio. Tuttavia, nei fatti di questi mesi possiamo cogliere anche istanze, contraddizioni, possibilità e limiti che hanno segnato  esperienze precedenti come quelle delle mobilitazioni “Fridays For Future”, degli scioperi per il clima e di quello femminista e transfemminista, della convergenza GKN ,delle lotte contro il razzismo sistemico di Black Lives Matter, del movimento studentesco contro l’aziendalizzazione della scuola, delle lotte per una ricerca universitaria emancipata dalla guerra e contro la verticalizzazione della governance universitaria, dei conflitti per il salario sui luoghi di lavoro. Non si tratta qui di proporre l’ennesima genealogia di un’opposizione sociale di massa che si muove in modo carsico. Ciò che vogliamo mettere in luce è l’insufficienza delle letture spontaneiste e della costruzione di centralità intorno a singole questioni. Gli ostacoli identitari degli scioperi di novembre contro la manovra finanziaria attestano l’inefficacia del tentativo di spostare meccanicamente il rifiuto del genocidio in Palestina su un obiettivo differente. Ciò che ci pare emergere con forza è al contrario l’intreccio di terreni, percorsi di attivazione, processi materiali che sono scossi dall’impatto della guerra e sono in cerca di nuovi linguaggi e strumenti di organizzazione. Come già accaduto in tante delle esperienze appena richiamate, ci troviamo infatti davanti a un’onda che nell’infrangersi sembra assumere forme episodiche con tempi molto veloci e con un’elevata capacità di contagio, che ha trovato negli scioperi contro il genocidio il suo momento sin qui più alto, ma che al suo ritirarsi fatica a lasciare discorsi e infrastrutture visibili in grado di consolidarne nel tempo la forza. > Questo movimento delle mareggiate e dello sciopero, con una composizione anche > territorialmente radicata, non può essere ridotto a chiavi di lettura passate, > né ai tempi e alle modalità delle organizzazioni politiche “classiche”. I “No” pronunciati nelle urne e nelle piazze esprimono una carica che leggiamo come prima grande incrinatura contro la presa della guerra: questa carica porta i segni delle conseguenze materiali della guerra, dall’aumento dei costi al senso di insicurezza diffusa, ma attacca direttamente l’autoritarismo come forma del comando sulla società. L’autoritarismo è parte integrante della guerra, anello di congiunzione ideale tra politica estera e politiche interne degli Stati che si nutre, ma va anche oltre, di politiche come il patriarcale ddl Bongiorno o le linee guida Valditara per la scuola nel nome della nazione. L’autoritarismo si esprime infatti oggi come ricerca di un potere che pretende di rendersi sempre più indipendente da ogni limitazione formale; come inasprimento delle pratiche securitarie e dell’apparato repressivo; come pratica amministrativa che normalizza le gerarchie; come costante tentativo di costringere la cooperazione sociale entro binari prestabiliti. Esso si appoggia a gesti forti, ma funziona in background. Ne è un esempio il tema delle migrazioni: mentre le destre sdoganano la deportazione di massa nel nome della “remigrazione”, le vite di donne e uomini migranti sono sottoposte non solo al ricatto dei padroni, ma anche all’arbitrarietà delle questure, sempre in ritardo coi rinnovi dei permessi di soggiorno, ma molto celeri a espellere negando qualsiasi possibilità materiale di ricorso, o piuttosto incentivando le espulsioni “volontarie” nei modi più subdoli. Mentre nelle piazze e alle urne le destre subiscono colpi sul piano del consenso, in Europa crescono le oscillazioni con il trumpismo, la Russia, Israele. Ma la spinta bellicista non riguarda solo le destre. Approfondire queste tensioni per farne delle crepe sta a noi e alla nostra capacità di approntare lenti, discorsi, sperimentazioni organizzative. Per fare questo non basta scommettere su pratiche buone per l’immediato presente: occorre costruire collettivamente le domande giuste per prendere parte a mobilitazioni e scadenze in modo organizzato, e non passeggero, e ancora per immaginare e individuare forme e possibilità di conflitto che si muovano anche al di fuori di terreni già battuti. > Come articolare il rifiuto dell’autoritarismo come rifiuto della guerra, del > militarismo, dello sfruttamento, del patriarcato e del razzismo dentro un > mondo che la guerra continua a ridefinire in termini di dinamiche di > sfruttamento e dominio, resta un problema aperto: un problema a cui diamo il > nome di organizzazione, collettivo e non delle singole realtà, aree o > percorsi.  Mentre infuria la guerra, sta a noi chiederci come favorire un possibile movimento transnazionale di un lavoro vivo che, costretto dentro la coscrizione militarista degli Stati nazione e dalle loro torsioni autoritarie, schiacciato dai fronti che immaginano nuovi scontri di civiltà, resiste e si oppone in modi diversi e non sempre organizzati alla guerra e alle sue condizioni di sfruttamento, che vorrebbero consegnare al capitale soggetti inermi e impotenti. LOTTARE IN EUROPA CONTRO LA GUERRA Come RESET abbiamo parlato di sciopero europeo contro la guerra, partendo dalla constatazione che guardiamo al presente da questo angolo di mondo. Ma cosa vuol dire parlare di Europa oggi? Al di là di ogni fantasticheria, essa rimane soprattutto un grande mercato sottoposto a spinte centrifughe. Ben più dei progetti immaginari di potenza o delle discussioni se produrre più armi o capacità computazionale, ciò che oggi tiene insieme l’Europa sono una serie di politiche che concorrono all’obiettivo di aumentare i tempi di lavoro a salari bloccati o addirittura diminuiti. A questi processi fa da corollario una ristrutturazione del comando sul lavoro e sulla società che passa anche attraverso l’eliminazione del welfare e il riorientamento di quel poco che ne rimane in senso familista e razzista. Mentre progetti di deportazione, violenza in mare e sui confini e attacchi all’accoglienza si accompagnano a politiche migratorie e accordi internazionali volte a regolamentare e punire ogni pretesa di libertà nella mobilità, questa si trova sempre più irreggimentata dentro canali logistici dello sfruttamento che stabiliscono di volta in volta dove, e per quanto tempo, il lavoro migrante può essere sfruttato. Di fronte a questo scenario, i processi in grado di coinvolgere organizzazioni e pezzi di attivismo e militanza diffusa che si profilano come convergenze fra strutture e scioperi rituali non sono sufficienti. Il tema non è nemmeno la formazione di campi più o meno larghi, o puntare su scale più o meno locali. Puntiamo piuttosto a costruire domande e un linguaggio comune, sulla cui base rafforzare e costruire un’opposizione autonoma e di parte alla guerra, capace di incidere su ognuno di questi piani senza esserne sussunta. > Ciò di cui più abbiamo bisogno per rovesciare i rapporti di forza della guerra > è individuare gli elementi primari di un programma di lavoro politico di > comunicazione e organizzazione tra quei soggetti che autoritarismo e > militarismo puntano a dividere e rendere docili. Costruire collettivamente una pratica di elaborazione e organizzazione capace di attraversare con il rifiuto della guerra e delle sue logiche i terreni del salario, della riproduzione, della formazione, della mobilità: questa la nostra proposta. È in questa direzione che lo sciopero rimane la prospettiva concreta per opporsi alla guerra oltre ogni suo confinamento in forme prestabilite o illusione di replicare ciò che si è già dato. Nell’incontro RESET di Bologna a ottobre 2025 dedicato al movimento dello sciopero, abbiamo tentato di tracciare un metodo di confronto politico in questa direzione. Siamo consapevoli delle difficoltà in cui siamo immersi, e non abbiamo una formula magica. Non per questo pensiamo sia possibile rinunciare a questo sforzo. Per questo proponiamo di riprendere una discussione collettiva che, a partire dagli spazi dell’Università, possa servire a far avanzare la prospettiva dell’organizzazione contro la guerra, con il prossimo appuntamento che si terrà a Roma il giorno 19 maggio presso l’Aula 6 di Lettere e Filosofia, Università la Sapienza dalle ore 16.30 alle ore 20. La copertina è di Gianluca Rizzello QUESTO ARTICOLO È GRATUITO, MA PRODURLO RICHIEDE TEMPO E IMPEGNO PER MANTENERE LA NOSTRA INFORMAZIONE LIBERA E ACCESSIBILE, ABBIAMO BISOGNO DEL TUO CONTRIBUTO, ANCHE PICCOLO TRASFORMA LA TUA LETTURA IN UN ATTO DI SOSTEGNO L'articolo Nel movimento che (non) c’è: guerra, lotte, organizzazione proviene da DINAMOpress.
May 12, 2026
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Corso di giornalismo sociale nel regime di guerra
Che cos’è diventato oggi il giornalismo indipendente quando pagine di influencer razzisti e fomentatori di odio hanno milioni di visualizzazioni e Meloni sceglie di andare a parlare su Pulp Podcast? Che cosa significa oggi fare giornalismo alternativo e dal basso, quando navighiamo per ore su delle piattaforme proprietarie? Cosa vuol dire narrare e immaginare alternative politiche e sociali all’esistente?   Sulla scia di queste domande nasce il nuovo corso di giornalismo sociale della redazione di DinamoPress, un corso per incontrarsi, conoscersi e mettersi alla prova. Il corso sarà articolato in quattro appuntamenti. La mattina si terrà una lezione di un.a giornalista e il pomeriggio un laboratorio di ri/scrittura tenuto dalla redazione di DinamoPress. Tutti gli appuntamenti si tengono a Esc Atelier Autogestito, via dei volsci 159.  9 maggio 10:30 – 13:00 “Scrivere per il web su questioni di genere” con Natascia  Grbic, giornalista di Fanpage.it e autrice della newsletter Streghe 14:00 – 16:30 Laboratorio di ri/scrittura: “Scrivere oltre gli stereotipi di genere” a cura di Giada Sarra, redattrice di DinamoPress, attivista transfemminista, studiosa di studi di genere e grafica 16 maggio 10:30 – 13:00 “Greenwashing e crisi climatica in tempi di negazionismo di ritorno” con Andrea Turco, giornalista, collabora con A Sud, Osservatorio Eni e EconomiaCircolare.com 14:00 – 16:30 Laboratorio pratico su ecologia e scrittura giornalistica: “Scrivere di ecologia e sovvertire la narrazione dominante: meccanismi, trappole e punti fermi” a cura di Riccardo Carraro, redattore Dinamopress, insegnante di lingua e letteratura inglese nella scuola superiore, attivista ecologista 23 maggio 10:30 – 13:00 “Come fake news e complotti sono al servizio delle destre reazionarie globali” con Leonardo Bianchi, giornalista freelance, autore della newsletter Complotti, di un podcast per Internazionale, ha scritto diversi libri, l’ultimo per Solferino “Le prime gocce della tempesta. Miti, armi e terrore dell’estrema destra globale” 14:00 – 16:30 Laboratorio “Narrazioni falsificanti ai tempi dell’intelligenza artificiale: come riconoscerle e depotenziarle” a cura di Vanessa Bilancetti e Benedetta Rossi. Vanessa Bilancetti è redattrice di DinamoPress, insegnante di Scienze giuridiche ed economiche nella scuola secondaria, e di Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università telematica Uninettuno, attivista transfemminista. Benedetta Rossi è redattrice di DinamoPress, traduttrice, studiosa di studi di genere, attivista transfemminista e antispecista 6 giugno  10:30 – 13:00 “Scrivere ai tempi della guerra globale e del genocidio in Palestina” con Chiara Cruciati, giornalista e vice-direttrice de Il Manifesto 14:00 – 16:30 “Oltre sé, oltre i confini: strumenti per nuovi sguardi”. Laboratorio sui metodi per realizzare interviste in contesti internazionali a cura di Daniela Galiè e Tiziano Saccucci. Daniela Galié, redattrice di DinamoPress, insegnante di storia e letteratura italiana nella scuola secondaria e attivista internazionalista. Autrice del libro di prossima uscita “Sui tuoi occhi. Storie della rivoluzione del Rojava”. Tiziano Saccucci, membro di UIKI Onlus, giornalista e collaboratore di DinamoPress e Il Manifesto Per partecipare al corso è necessario iscriversi all’associazione di Dinamo APS (50 euro) e pagare un contributo per il corso (130 euro). Per le iscrizioni prima del 12 aprile il contributo è di 110 euro. Non si può partecipare alle singole lezioni separatamente.  Tutto il ricavato è a supporto delle attività istituzionali dell’associazione Dinamo APS.  Per tutte le info scrivi a: dinamoaps@gmail.com La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Corso di giornalismo sociale nel regime di guerra proviene da DINAMOpress.
April 8, 2026
DINAMOpress
«Sembrano invincibili, ma sono una minoranza». Dall’assemblea No Kings una traccia di futuro.
Verso le undici di domenica mattina, le pareti della sede nazionale di ARCI, a Roma, sono coperte di schiene. Quando prende avvio l’assemblea nazionale del movimento No Kings, la sala è gremita, moltə ascoltano in piedi e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. La discussione si è aperta con un applauso collettivo a Luca Blasi – assessore del Terzo Municipio e attivista – che nei giorni scorsi ha ricevuto un’intimidazione da parte di Forza Nuova. Nelle quattro ore successive si susseguono quasi cinquanta interventi. Generazioni, posture, territori diversi: al microfono si alternano movimenti, sindacati, ONG, associazionismo civico, giuristə, studentə. Tre minuti a testa, moltissime tracce che si intrecciano e si sovrappongono. RE O LIBERTÀ L’atmosfera è tutt’altro che leggera. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran – ultimo epifenomeno del regime globale di guerra – è lo scenario da cui partono molte analisi. «La guerra non riguarda solo l’Iran, riguarda il mondo», ricorda Luciana Castellina. Con le immagini della distruzione a Teheran che rimbalzano da quarantotto ore, si rafforza una paura diffusa: che l’attuale congiuntura globale sia destinata a consolidarsi. Allo stesso tempo, non c’è spazio per la nostalgia. «Non rimpiangiamo il mondo di prima», precisa con determinazione Christopher dei Municipi sociali di Bologna. L’orizzonte evocato da moltissimə non è abitato dal ritorno del vecchio ordine liberale, ma dalla ricerca di «un’altra possibilità». «Qualcosa di più profondo, più giusto, più avanzato» rispetto agli equilibri istituzionali, politici ed economici travolti dalla torsione autoritaria. NON SOLO UNA PIAZZA: APRIRE UNO SPAZIO Le parole scorrono rapide. Il tavolo di presidenza scandisce con attenzione il ritmo degli interventi. Il 27 e 28 marzo rappresentano il prossimo snodo fondamentale per il movimento: in moltə si interrogano sulle strategie più efficaci per riempire la grande manifestazione romana del 28 – e il concerto della sera precedente – con le vertenze, i conflitti e le insorgenze che attraversano il Paese. La discussione procede fluida. Verso e oltre la piazza che verrà, più voci richiamano l’urgenza di «aprire uno spazio credibile, ampio e accogliente» capace di dare voce a «quella maggioranza di persone spaventate dagli autoritarismi, ma prive di un contesto in cui attivarsi». > Reti, alleanze, convergenze, confederazioni: le parole utilizzate per > prefigurare la messa in relazione dell’eterogenea galassia di persone, > movimenti e associazioni sono molte. Tutte sono attraversate da una tensione > comune: non appiattire le differenze – che esistono e a tratti affiorano – ma > condensarle in un dispositivo collettivo agile nelle regole d’ingaggio e nel > perimetro ideologico, plurale nelle voci che lo compongono e potenzialmente > maggioritario. Come ricorda Antonio dei centri sociali del Nord-Est, le organizzazioni hanno, in definitiva, un unico compito: «favorire le condizioni perché nascano movimenti di massa». La sfida promossa dalle destre globali scuote in profondità la società: non se ne può uscire se non costruendo un contro-immaginario capace di coglierne la portata e ribaltare l’ordine del discorso. Non c’è, ovviamente, alcuna sottovalutazione della torsione autoritaria in corso. Al contrario, il doppio richiamo alla proliferazione normativa in materia di sicurezza e al progressivo irrigidimento del quadro giuridico applicato alle persone in movimento attraversa con insistenza l’assemblea. La compressione degli spazi di agibilità democratica e la normalizzazione dei dispositivi securitari stanno imponendo nuove asimmetrie tra potere e società. Ma proprio questa consapevolezza contribuisce a definire il baricentro della discussione. La posta in gioco non è una difesa testimoniale. Si tratta piuttosto di aprire varchi, creare squarci dentro l’attuale orizzonte politico e simbolico, affinché possano intravedersi – anche solo in controluce – spiragli per un mondo nuovo. Non un rifugio dal presente, ma un progetto capace di disarticolare l’attuale congiuntura e di rendere nuovamente pensabile ciò che oggi appare impronunciabile. ROMPERE LA RASSEGNAZIONE La portata della sfida può apparire spiazzante. Anche per questo diventa incoraggiante provare a ricomporre il quadro delle forze in campo e uscire dall’idea che un compito di tale ampiezza – rifiutare un mondo governato da re e definire la grammatica di un nuovo stare insieme – possa essere assunto esclusivamente dalle cerchie di militantə. Come ricorda più di qualcunə, «il mondo non è fatto solo di kings e attivistə». In mezzo c’è un’enorme platea spaventata dall’autoritarismo globale, ma che fatica a individuare uno spazio politico abitabile. La sfida è precisamente lì: costruire uno spazio in cui quella maggioranza possa riconoscersi.  Sono moltə le persone giovani che prendono parola. Sara, studentə del terzo municipio romano, mette al centro con chiarezza il tema dello spazio di agibilità politica e sociale per la sua generazione. È un nodo che ritorna in più interventi: la percezione di una compressione crescente degli spazi, ma anche la consapevolezza di una forza già espressa, di una soggettività collettiva che sa misurarsi direttamente con il conflitto. > Le mobilitazioni dell’autunno a sostegno della Palestina hanno segnato un > passaggio da cui non si torna indietro. Una generazione si è politicizzata > dentro pratiche inedite e moltitudinarie di disobbedienza.  Lo sciopero studentesco del 5 marzo contro la militarizzazione delle società è indicato come un primo banco di prova. Una tappa di un processo più ampio dentro il decisivo nesso tra guerra, diritto allo studio, precarietà, libertà. Quando l’autoritarismo tocca terra, si innesta in contesti specifici – con le loro storie, economie, geografie – e incrocia comunità indisponibili alla coercizione, possono emergere risposte creative e radicali. È il nodo richiamato dall’intervento di Alessia, attivista del quartiere romano del Quarticciolo. Lì, la mobilitazione non si è limitata a respingere l’impianto securitario predisposto dal governo. Con forza e intelligenza, ha rovesciato l’impostazione, ridisegnando la risposta pubblica a partire dai bisogni diffusi e dalle pratiche già vive nel territorio. Molti interventi si sono soffermati sulla condizione delle persone in movimento. Il Mediterraneo è il laboratorio della nuova offensiva governativa, mentre l’estensione e l’intensificazione della detenzione amministrativa sono il termometro della collocazione subordinata e razzializzata assegnata a queste soggettività nello spazio sociale. Da qui la proposta, condivisa da più voci, di caratterizzare le due giornate di marzo anche sul terreno delle politiche migratorie, assumendole come snodo centrale della sfida alla democrazia in corso. UN MESE DECISIVO È difficile individuare una risultante univoca della discussione, alla luce delle molte tracce emerse e della eterogeneità dei soggetti intervenuti. Forse il punto di convergenza sta proprio nella declinazione al plurale dell’autoritarismo. La posta in gioco non è il ritorno del fascismo nei suoi tratti storici, ma una trasformazione più complessa delle forme del governo globali. Le destre si muovono dentro circuiti transnazionali di accumulazione che alternano cooperazione e competizione, saldando in maniera dinamica e inedita nazionalismo politico e integrazione nei mercati globali. Convince, in questo senso, la scelta di declinare al plurale i Kings e, più in generale, di restituire una rappresentazione non lineare né semplificata della torsione autoritaria, a differenza delle letture più piatte e unidirezionali che circolano in altri contesti. Non solo perché sono molteplici – anche nel campo delle democrazie liberali – coloro che ricorrono in modo spregiudicato a pratiche autoritarie. Ma perché la verticalizzazione del comando si produce dentro una nebulosa di poteri, pubblici e privati, in cui attori come le grandi corporation, a cominciare dai big tech, continuano a svolgere un ruolo decisivo, sviluppando traiettorie non sempre immediatamente leggibili. I Kings hanno una fisionomia più complessa di quella oggi rappresentata dall’orrido ciuffo biondo di Trump o da Meloni. Accanto l’analisi della fase, una parte importante della discussione è stata dedicata alla stesura dell’agenda collettiva delle prossime settimane: c’è un fitto calendario che incombe. Marzo si profila come un mese decisivo. Oltre allo sciopero studentesco del 5, l’8 e il 9 segnano due giornate chiave. Lo sguardo e la pratica transfemminista sono indispensabili per cogliere la posta in gioco: corpi, libertà e relazioni sono il terreno privilegiato dell’offensiva autoritaria. Dalla riuscita di quelle piazze passa un primo accumulo di forza, la possibilità di misurare – e rendere visibile – una soggettività larga, determinata, plurale. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno snodo fondamentale. Le ragioni per investire fino in fondo in queste settimane sono insieme tattiche e strategiche. La sfida è enorme, ma contendibile. Molti interventi hanno sottolineato le difficoltà del governo italiano in questa fase, confermate anche dai sondaggi più recenti. > Se il fronte del “No” dovesse prevalere, la portata delle mobilitazioni del 27 > e 28 marzo potrebbe collocarsi su un’altra scala, amplificando l’impatto > politico della piazza. Moltə provano a delineare il percorso con cui > arrivarci: sviluppare assemblee No Kings territoriali e diffuse, radicare il > processo. «Possibilità» è una delle parole richiamate da Valerio, a nome degli spazi romani Acrobax, Casale Garibaldi, Communia ed ESC. L’agibilità di questa parola è il prodotto dell’enorme energia collettiva attivata in autunno e che, in modo carsico, continua a circolare. È una disponibilità diffusa, non sempre organizzata, ma che esiste, a cui dare forma e prospettiva. E allora è davvero possibile attraversare con fiducia questo marzo denso – con la Flotilla pronta a ripartire, un’agenda fitta di appuntamenti e un bisogno diffuso di spazi larghi e plurali – ben oltre la cerchia dellə attivistə, per rompere con l’inerzia e la paura.  La foto di copertina è pubblicata su Globalproject.it SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Sembrano invincibili, ma sono una minoranza». 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March 2, 2026
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Negri oltre Negri (II) | Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale. Call per convegno a Salerno: 18-19 giugno 2026
CALL FOR ABSTRACT Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale La figura di Toni Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione [...]
January 27, 2026
Effimera
Teiko, numero Uno
Pubblichiamo l’editoriale del numero 1 di Teiko. La rivista è scaricabile in pdf qui Insieme, tra settembre e ottobre, abbiamo camminato per le strade, abbiamo condiviso rabbia e indignazione, abbiamo bloccato stazioni, tangenziali, aeroporti. Al centro di quello straordinario movimento è stata la Palestina – una Palestina fattasi da tempo “globale”. E tuttavia, quel movimento si sta collocando, non solo in Italia, oltre l’orizzonte della tradizionale solidarietà “internazionalista”. Il genocidio di Gaza, pur nella sua storica e terribile singolarità, è stato assunto come specchio della violenza che segna l’attuale congiuntura, come schermo capace di riflettere tutte le ingiustizie che – secondo una geometria variabile ma interconnessa – dominano il mondo di oggi. La determinazione per porre fine al genocidio, con ogni mezzo necessario, si è dunque coniugata con i linguaggi e le pratiche in cui si esprimono quotidianamente le lotte sociali. È successo in Italia, ma anche in altri Paesi europei, in Tunisia, in America Latina. La potenza e la dimensione globale di questa insorgenza ci sono del resto anche restituite dal vergognoso tentativo di numerosi governi occidentali di smarcarsi dalla complicità con la politica di sterminio in corso a Gaza. Nel giro di qualche settimana abbiamo così avuto una formidabile, e auspicabilmente non effimera, esemplificazione dei caratteri fondamentali di una nuova politica mondiale della liberazione. È questo l’orizzonte in cui si colloca il numero di Teiko che presentiamo. Il suo obiettivo è offrire un insieme di strumenti per pensare politicamente il mondo in cui viviamo, oltre le retoriche della globalizzazione e della de-globalizzazione. Di fronte a noi non abbiamo certamente processi di lineare unificazione del pianeta, e tuttavia la retorica del “decoupling” e la realtà delle guerre commerciali, le inedite e profonde fratture che stanno segnando l’attuale congiuntura non cancellano affatto la realtà materiale dell’interdipendenza. La crisi del sistema internazionale (ovvero del sistema di relazioni costruito attorno agli Stati nazionali) si intreccia oggi con la crisi altrettanto radicale che investe il “sistema mondo” – ovvero l’organizzazione politica del mercato mondiale così come si era configurata a partire dal protagonismo dei principali attori capitalistici nell’alleanza con potenze territoriali egemoni. In quello che Giovanni Arrighi definiva come caos sistemico è difficile intravedere l’emergere di un nuovo principio d’ordine, pur a noi avverso. Proprio per questo la guerra, combattuta sul terreno o capace di strutturare con le sue logiche economie, sistemi politici e società, si è installata al centro della congiuntura. Questioni antiche, come il rapporto tra guerra e capitale, tra capitalismo e imperialismo, si pongono oggi in modo nuovo. Da tempo è tramontato il mondo unipolare emerso dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989, caratterizzato dall’egemonia globale statunitense e dal regime di accumulazione neoliberale che l’ha accompagnata. Nella turbolenza, nelle tensioni e nei conflitti di fronte a cui ci troviamo dobbiamo essere in grado di cogliere il punto di non ritorno, l’insostenibilità e la saturazione della stessa logica dell’accumulazione capitalistica. Non siamo in presenza di una semplice proliferazione e sommatoria di diversi tipi di crisi, come sembra lasciare intendere il diffuso concetto di “policrisi”. In questione è la stessa razionalità della valorizzazione capitalistica, e cioè una coazione oggettiva a produrre sempre e comunque valore entro una condizione di concorrenza planetaria e multidimensionale, che investe cioè ogni sfera della vita economica, politica e sociale. Questa razionalità non sembra essere oggi in grado di costruire mondi abitabili e di garantire la continuità dell’accumulazione: fa dunque della crisi – e tendenzialmente della guerra – la forma stessa dello sviluppo. Non è necessariamente una buona notizia. Il capitalismo può certo adattarsi a queste condizioni, incrementando il suo potenziale di distruzione via via che emergono linee di scontro a livello mondiale. È bene in ogni caso essere consapevoli della radicalità delle poste in palio nell’attuale congiuntura, in cui la logica dell’egemonia non sembra offrire alcuna prospettiva di ordine. Non inganni, in questo senso, il bullismo di Trump, lo spettacolo di potenza che ci ha proposto negli scorsi mesi, fino al coronamento con l’accordo di Sharm el-Sheikh: la virulenza autoritaria del suo tentativo di restaurazione sovrana è il sintomo più eloquente della crisi irreversibile dell’egemonia globale degli Stati Uniti. È un processo cominciato da tempo, che ha avuto nelle guerre in Afghanistan e in Iraq e nella crisi finanziaria del 2007/8 i propri apici e le proprie soglie di non ritorno. La distribuzione del potere e della ricchezza su scala planetaria disegna oggi un multipolarismo centrifugo e conflittuale, ponendo le basi per il proliferare di tensioni e di conflitti. Azzardiamo una lettura delle politiche di Trump: guerre commerciali, pressioni, ricatti, dispiegamento della forza verso regioni come quella caraibica e grandi disegni logistico-immobiliari nel Medio Oriente puntano a ritagliare gli spazi per la proiezione della potenza politica ed economica statunitense e a impedire un’ulteriore crisi del dollaro come moneta di riserva globale. È un progetto ambizioso, che non punta tuttavia a ristabilire l’“egemonia” all’interno del sistema mondo e riconosce piuttosto l’esistenza di un insieme di poli relativamente autonomi (la Russia, la Turchia, l’India) nella prospettiva di una competizione strategica con la Cina. La condizione di questo progetto è il tentativo di determinare a partire dalla posizione di persistente forza degli USA, l’allineamento tra il capitalismo e il suo Stato, ovvero di riaffermare con violenza la denominazione nazionale del capitale statunitense. I processi di concentrazione del capitale, così evidenti in particolare dopo la pandemia da Covid-19 nel settore “Big Tech”, nel nuovo protagonismo della leva finanziaria attraverso i fondi d’investimento e nell’ulteriore accelerazione dell’estrattivismo, dettano il ritmo di questo progetto, mentre le forzature sul piano costituzionale puntano a esaltare il potere esecutivo liberandolo da limiti e controlli. Sotto il profilo delle ricadute interne agli USA, le conseguenze sono evidenti nella vera e propria guerra civile dall’alto condotta dalla seconda amministrazione Trump – contro i migranti, contro l’eredità della stagione dei diritti civili, contro ogni dissidenza politica e culturale. Le forme nuove di autoritarismo e fascismo che così si manifestano entrano in risonanza con precedenti esperienze nel mondo all’interno del ciclo politico che si è aperto con la crisi del 2007/8 e si irradiano, generandone e rafforzandone altre. Mentre ambisce al Nobel per la pace, Trump pone oggettivamente le condizioni per nuove guerre. Nelle sue politiche interne e internazionali, il violento disciplinamento dei rapporti sociali si combina con i processi di concentrazione del capitale puntando a configurare i diversi poli che esistono nel mondo secondo la logica – per definizione militare – dei blocchi. La guerra si fa dunque atmosferica, assume la forma di un regime di governo e dove già si combatte viene messa a valore economicamente. Il “piano Trump” per Gaza è da questo punto di vista paradigmatico: assume il genocidio come propria condizione di possibilità e punta, sulla base della cancellazione della soggettività politica palestinese, ad attrarre capitali dalla regione in una “zona economica speciale” sospesa tra le operazioni militari a intensità variabile di Israele e le tensioni con potenze come in particolare la Turchia. Come articolare una prospettiva critica, di ricerca e di azione, all’interno del quadro che abbiamo delineato? Se queste sono le linee di tendenza, occorre in primo luogo individuare i limiti che ne segnano il possibile sviluppo. Vi è in primo luogo da sottolineare la radicalità del passaggio d’epoca che stiamo vivendo. La crisi dell’egemonia globale degli Stati Uniti è al tempo stesso la crisi della centralità dell’Europa e dell’Occidente che ha retto il sistema mondo capitalistico fin dalle sue origini cinquecentesche. Derivano da qui un insieme di formidabili tensioni, a cui si allude nei dibattiti contemporanei guardando alla crescita dei BRICS o del cosiddetto “Sud globale”. È bene intendersi su questo punto: non siamo qui in presenza di alternative di sistema, e anzi molti dei Paesi inclusi in queste formule mostrano tendenze assimilabili a quelle che abbiamo brevemente descritto per gli Stati Uniti – si pensi al militarismo di Putin in Russia, al fondamentalismo indù di Modi in India, allo stesso nazionalismo di Xi Jinping in Cina. Anche nel “Sud globale” quel che conta per noi – contro ogni tentazione “campista” – è la lotta di classe, la capacità di una serie di forze sociali subordinate di rompere sistemi consolidati di dominio e sfruttamento aprendo nuove prospettive per una politica della liberazione. Tuttavia, gli spostamenti di potere e ricchezza su scala globale a cui abbiamo assistito in questi anni pongono oggettivamente dei limiti a una logica di lineare proiezione di potenza e di formazione di blocchi. Le profonde fratture che segnano il mondo in cui viviamo, è una delle ipotesi attorno a cui è costruito questo numero della rivista, si determinano poi a partire dalla persistente azione di processi globali (ne descriviamo alcuni nella prima sezione). Il gioco di specchi che si è instaurato tra gli Stati Uniti e la Cina (che in una prospettiva liberale assume la forma di un presunto “capitalismo di Stato” e di una logica simile nelle restrizioni commerciali) ne è una buona esemplificazione. Pensare insieme fratture e vettori di unificazione è anzi per noi uno dei compiti fondamentali per delineare una teoria critica della politica e del capitalismo mondiali. Tra gli spazi politici che si organizzano attorno ai grandi Stati e gli spazi disegnati dai movimenti e dalle operazioni del capitale non c’è in ogni caso coincidenza, c’è anzi una tensione strutturale (è il tema a cui sono dedicati i contributi raccolti nella seconda sezione). È un punto importante, perché rende conto della difficoltà di imporre come criterio politico essenziale quella che abbiamo definito la denominazione nazionale del capitale. In altre parole, la stessa dinamicità dello sviluppo capitalistico può essere limitata dalla logica dei blocchi, a detrimento di specifici interessi economici (di specifiche “frazioni di capitale”) e con una esasperazione dei costi e delle contraddizioni sociali. Ci sembra importante aggiungere che, mentre molti osservatori pongono l’accento sul “ritorno dello Stato”, quest’ultimo appare profondamente trasformato dall’azione dei processi globali che si sono richiamati: la “razionalità” della finanza, ma anche quella della logistica, ha contribuito a ridefinire la stessa struttura istituzionale dello Stato, rendendola molto diversa da quella che caratterizzava l’epoca classica dell’imperialismo. La distinzione tra logiche pubbliche e logiche private, in particolare, è stata offuscata da queste trasformazioni, che si sono insinuate nelle stesse macchine militari e nelle dinamiche monetarie. Si pensi anche allo sviluppo delle criptovalute e delle monete digitali come specchio di questo nuova forma di sovranismo. Si tratta di una circostanza da tenere presente nell’analisi delle tensioni e dei conflitti del nostro presente. Anche sotto questo profilo, la linearità di una proiezione di potenza secondo la logica dei blocchi come criterio di fondo degli sviluppi mondiali – ovvero la linearità di un nuovo imperialismo – appare problematica, senza che questo in alcun modo risulti rassicurante. Certo, ragionando sui limiti che si frappongono alle attuali tendenze alla formazione di blocchi all’incrocio tra concentrazione del capitale e autoritarismo politico e sociale, l’aspetto essenziale per noi è quello da cui siamo partiti, ovvero le lotte e i movimenti che quotidianamente si battono in molte parti del mondo contro quelle tendenze. Nella terza sezione di questo numero della rivista, cominciamo a darne conto. Qui vorremmo indicare qualche principio di metodo per l’analisi di quelle lotte e di quei movimenti nel quadro generale che abbiamo delineato. In questione è la reinvenzione dell’internazionalismo, a cui dedichiamo un corsivo. È evidente che qualsiasi lotta deve essere ricostruita prima di tutto guardando al suo radicamento in specifici contesti, tanto storici quanto territoriali. E tuttavia il nostro compito, tanto dal punto di vista analitico quanto da quello politico, non può essere quello di sommare semplicemente le singole lotte. Siamo piuttosto convinti che un punto di vista fondamentale sia offerto dalle risonanze tra di esse, dagli elementi comuni che emergono in piena luce proprio considerandole dal punto di vista delle fratture e dei vettori di unificazione che compongono la dimensione planetaria. È su questa dimensione che, contro i blocchi e contro ogni forma di imperialismo, una politica della liberazione può prendere forma. L'articolo Teiko, numero Uno proviene da EuroNomade.
January 15, 2026
EuroNomade
«Equipaggi di terra, contro genocidio ed economia di guerra»: assemblea a Roma
Riportiamo qui il testo di convocazione di una assemblea lanciata da diverse soggettività sociali per giovedì 30 ottobre a Roma, con l’obiettivo di dare continuità alla potente mobilitazione contro il genocidio e contro l’economia di guerra che si è manifestata durante il viaggio della Global Sumud Flottilla. Agire una azione di convergenza contro ogni perimetrazione e steccato identitario diventano necessari verso un nuovo sciopero unitaro. Il passaggio è fondamentale all’interno di uno scenario mondiale preoccupante e di un contesto nazionale grave, con la corsa ai riarmo che devasta quanto è rimasto di welfare e di tutele sociali. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre una gigantesca marea umana ha bloccato il Paese chiedendo a gran voce la libertà della Palestina e la fine del Genocidio. Un “equipaggio di terra”, cosciente e determinato, che ha virtualmente accompagnato la Global Sumud Flotilla fino alle acque territoriali di Gaza, tramutando in forza dal basso il senso di impotenza collettivo davanti al genocidio in corso e la sfiducia verso il diritto internazionale e le sue istituzioni, gli Stati inerti o addirittura complici del massacro di innocenti. Una marea che ha riempito nuovamente di senso la parola “sciopero”, bloccando città e infrastrutture logistiche, animando uno spazio pubblico di convergenza mai visto prima: unitario, plurale e radicale. Uno sciopero generale e sociale a tutti gli effetti, dal quale è difficile pensare di tornare indietro. La fragilissima tregua, che la propaganda chiama “pace”, non sta fermando le uccisioni quotidiane di Gazawi, mentre continuano le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Una “pace” che intende suggellare un piano coloniale e suprematista, che premia Israele per la sua efficienza nel genocidio. Ci vogliono far credere che tutto sia cambiato ma la verità è sotto i nostri occhi. In questo scenario, vogliamo continuare a mobilitarci per la Palestina e contro “l’economia di guerra” che sigla accordi commerciali con aziende israeliane, riconverte l’industria a scopi bellici, garantisce profitti miliardari alle grandi aziende del comparto tecnologico (Leonardo è solo la punta dell’iceberg) e nel frattempo taglia il welfare e non alza i salari, definanzia scuola, sanità, ricerca, comprime gli spazi di libertà e il diritto di scegliere ed autodeterminare il proprio corpo e la propria vita. Il governo Meloni continua infatti a essere uno dei più fedeli alleati di Israele e di Trump, mentre l’Europa balbetta parole di circostanza, continuando a sostenere nei fatti l’economia del Genocidio in Palestina. Un’Europa che ha scelto la corsa al riarmo, contribuendo a un “regime di guerra” che incide direttamente sulle nostre vite e sui nostri diritti, favorendo ancora una volta gli interessi privati e l’industria bellica. Riteniamo perciò fondamentale contestare la prossima legge di bilancio, o meglio, la “finanziaria di guerra”, che verrà approvata il prossimo dicembre. > Vogliamo rivolgere un appello a tutte le forze sindacali, alle realtà > organizzate e ai movimenti sociali per la costruzione di un nuovo sciopero > sociale e generale, sulla scia di quelli del 22 settembre e del 3 ottobre, che > hanno dimostrato la forza dei movimenti sociali e sindacali e ci hanno > insegnato come sia possibile ridisegnare traiettorie comuni. L’energia accumulata negli scioperi e nelle manifestazioni deve ora tradursi nella messa in discussione collettiva dei rapporti di potere nell’Italia governata da Meloni. In questa fase è fondamentale evitare la frammentazione sociale e sindacale, così come le derive identitarie, e lavorare insieme per costruire uno spazio di convergenza ampio e solidale, capace ancora una volta di far risuonare il grido: “Blocchiamo tutto!” Le piazze di queste settimane ci hanno mostrato la direzione: mettere da parte identità e perimetri, convergere per permettere a tutte le lavoratrici e i lavoratori, le precarie e i precari, le studenti, le soggettività che non accettano passivamente questo presente di miseria, di scioperare con parole d’ordine e pratiche radicali, esercitando concretamente quel blocco che diventa rifiuto e costruzione di una reale alternativa, inceppando la macchina economica che sostiene il Genocidio, la guerra e lo sfruttamento. Sappiamo bene che queste righe non saranno sufficienti, che abbiamo bisogno di incontrarci, confrontarci e organizzarci. Immaginare pratiche con cui tutte e tutti possano sentirsi partecipi. > Fare un passo avanti collettivo per costruire nuove possibilità dal basso, > come abbiamo provato a fare attraversando i cortei, i blocchi, gli scioperi di > inizio ottobre con quello che abbiamo definito “spezzone sociale” dietro lo > striscione “Equipaggi di terra contro l’economia di guerra”, un punto di > riferimento che ha riunito tante persone alla ricerca di uno spazio per vivere > insieme quelle giornate straordinarie. Invitiamo tutte le persone, le realtà, i collettivi e gli spazi che hanno attraversato con questa attitudine le maree per la Palestina e contro il Genocidio a incontrarsi, perché questa nuova fase merita approfondimento, studio, confronto serrato: cos’è davvero “l’economia di guerra”? Cosa vuol dire provare a sabotarla collettivamente? Quali interessi ci sono in Italia intorno alla guerra e al genocidio in Palestina? Come riprendiamo in mano lo sciopero generale e sociale per esercitare pressione dal basso? Equipaggi di terra contro il genocidio e il regime di guerra: ci vediamo giovedì 30 ottobre, alle 18.00, a Esc, via dei Volsci 159. L’immagine di copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Equipaggi di terra, contro genocidio ed economia di guerra»: assemblea a Roma proviene da DINAMOpress.
October 28, 2025
DINAMOpress
Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza
di ÉTIENNE BALIBAR e LUCA SALZA. Questa intervista a Étienne Balibar di Luca Salza, anticipata sul suo blog, è in corso di pubblicazione sulla rivista K – revue transeuropéenne de philosophie et arts. L’intervista è stata realizzata fra l’8 e il 13 settembre 2025. LS : Je commencerai par une question philosophique, simple et terrible, qui tourmente beaucoup d’entre nous aujourd’hui. Comment et que peut-on penser face à ce qui se passe à Gaza ? Comment penser Gaza ? Comment penser à Gaza ? En somme, qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? EB : Je viens à ta question, terrible mais pas simple du tout, mon cher Luca. Mais auparavant je veux te dire les sentiments qui m’ont fait accepter votre proposition, malgré les difficultés et les risques qu’elle comporte. D’abord il y a ceci que, pour la première fois, je vais contribuer par écrit au travail d’une revue que j’admire, et dont je souhaite qu’elle fasse longtemps entendre sa voix. Une voix que menace toujours d’offusquer celle qui s’en est approprié le nom sans aucun scrupule, à des fins de plus en plus consternantes. Et surtout il y a ce sentiment de colère et de désespoir, ce bouleversement de toutes nos certitudes que suscite le nom de Gaza et que je partage avec vous, qu’exprime bien votre appel à contribution, sous l’invocation de Mahmoud Darwich. C’est de lui en effet, et de quelques autres (dont son ami Edward Said) qu’il faut essayer de retrouver l’inspiration pour ne pas redoubler le crime en cours d’un lamentable silence. Parler pour dire son impuissance est terriblement humiliant, mais se taire est impossible. C’est déjà de la complicité. J’ai lu les questions que tu me proposes, et j’ai tout de suite compris que je serais trop « court », dans tous les sens du terme, pour y répondre convenablement. Mais j’ai compris aussi que je ne devais pas me dérober. Je les prends donc toutes, et je dis ce que je peux. Worüber man nicht sprechen kann [oder denken], darüber muss man [doch nicht] schweigen! Penser Gaza, penser à Gaza, demandes-tu ? Malgré les images et récits qui filtrent (des journalistes y laissent quotidiennement leur vie), nous n’y sommes pas, dans Gaza, sous les bombes et devant les chars, en train de voir nos maisons rasées, nos enfants mourants de faim, nos blessés achevés jusque dans les hôpitaux, et d’enterrer nos morts à même la terre nue. Nous ne pouvons qu’y penser nuit et jour, en ressassant notre horreur. Nous prendre la tête en faisant l’histoire du « conflit » israélo-palestinien, cherchant ce qui l’a rendu inexpiable et ce qui l’a soustrait à tout rapport de forces réversible. Essayant de tout savoir du plan d’extermination et de sa mise en œuvre, mais aussi de la résistance, car elle subsiste sous les décombres, dans les gestes de défi ou les signaux de détresse des condamnés à mort. Dans leur dignité face aux assassins. Pour que le monde sache. Pour qu’il se souvienne, à défaut de s’être opposé. Mais je comprends bien que ta question va au-delà du fait de penser ce qui a lieu. Elle porte sur son contenu de vérité et sa portée morale : que sommes-nous capables de penser, qui nous engage, et de quelles pensées vraiment nécessaires disposons-nous encore, quand nous disons Gaza ? Je crois qu’il faut admettre que ce sera toujours trop peu et à côté de l’énormité du crime. Un crime dont nous sommes aussi partie prenante, ne l’oublions jamais. Il faut écarter les excuses, les protections et les précautions, c’est la condition pour qu’on débouche non seulement sur une qualification de circonstance, mais sur des questions radicales, dont les réponses seront longues à trouver et à ajuster. Ta formulation comporte une indication précieuse en ce sens : « qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? » La pensée vaut ce qu’elle peut : rien ou quelque chose selon qu’elle prend la mesure de son dénuement et de son exigence. Car génocide est l’un des noms de cette extrémité qui subvertit la rationalité au sens ordinaire, déborde la déduction, la représentation, l’évaluation du pour et du contre. Mais que veut dire, en l’occurrence, « un » génocide ? Que tous les critères, les marques distinctives énumérées dans sa définition juridique et repérables par analogie historique sont constatées ? Sans doute, et cela fait beau temps que seuls des valets et des portevoix de l’assassin, ou des « amis du peuple juif » pour qui la vérité compte moins qu’une solidarité communautaire aveuglée, s’obstinent à en nier la réalité. Au prix de l’abjection. Hélas Gaza n’est pas un génocide « possible », à discuter, à venir et à prévenir : c’est un génocide en marche, exécutésous nos yeux avec une inflexible détermination et sans véritable opposition, dont seule demeure encore incertaine la solution finale. Déjà Gaza n’existe plus, tandis que sur ses ruines errent deux millions de spectres privés de nourriture, chassés d’un point d’extermination à un autre… Mais dire « un génocide » suggère aussi qu’il faut comparer. Des génocides, il n’y en a pas tous les jours et pas n’importe où, mais il y en a d’autres que Gaza, dans le passé et même dans le présent : au Soudan, pour n’en nommer qu’un dont l’occultation, à beaucoup d’égards, est aussi insupportable que l’exposition de Gaza, et fait partie d’une même catastrophe (je vais y revenir). La pulsion de mort parcourt le monde en y semant la dévastation et les cadavres. Mais dire cela, ce n’est que donner un autre nom au problème. Cependant chaque génocide – quelle expression : chaque génocide ! – a des caractéristiques historiques, politiques et morales uniques, et ce sont elles qu’il faut « penser ». Ce qui notamment fait l’unicité de Gaza, et provoque en nous le sentiment d’une contradiction insupportable, ce n’est pas seulement le fait que le génocide soit perpétré par des Juifs qui (pour certains au moins) sont les descendants des victimes de la Shoah – le génocide des génocides. Mais c’est le fait que celle-ci, après que sa mémoire ait été institutionnalisée, soit instrumentalisée pour préparer, motiver, organiser et faire accepter Gaza. La Shoah en tant qu’événement destructeur et fondateur, indissociable aujourd’hui de ce que Jean-Claude Milner a appelé « le nom Juif », et par où ce nom et ceux qui le portent sont, qu’ils le veuillent ou non, attachés à un exemple sans équivalent d’anéantissement de l’homme par l’homme, témoins de sa monstrueuse possibilité, avertisseurs de sa répétition, ne cesse de participer à la justification du génocide de Gaza commis par Israël : en soutenant l’affirmation que les « victimes du génocide » ne sauraient évidemment le perpétrer à leur tour, mais aussi, contradictoirement, en les autorisant à franchir impunément toutes les limites du droit et de l’humanité pour se « protéger » eux-mêmes de son retour éternel, dont ils se disent ou se croient menacés. « Pas nous » et « seulement nous », proclament les Israéliens selon les besoins de leur autojustification, en invoquant Auschwitz et les pogroms qui l’ont préparé. Ainsi, dans une causalité « diabolique » (Poliakov), la Shoah engendre Gaza par l’intermédiaire de ses héritiers, et donc y perd son sens, non seulement pour les Juifs, mais pour nous tous[2]. Comment allons-nous pouvoir situer cette tragédie dans l’histoire, ou dans le « réel », et comment allons-nous réagir ? Qu’est-ce que nous en ferons dans nos pensées et dans nos vies ? Je dis que c’est ce qu’il faut « penser », mais je ne sais pas trop comment, par quelle logique. Car c’est à la fois le ressort de son effroyable efficacité (qui osera contredire les héritiers de la Shoah ?), et le renversement de toutes les valeurs, morales et intellectuelles (qui osera encore proférer le « plus jamais ça » ?). Notre conversation aidera peut-être à sortir de ce blocage. continua qui L'articolo Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza proviene da EuroNomade.
September 22, 2025
EuroNomade
Colpit3 dalle onde non affondiamo
Appunti in vista dell’assemblea in Valle del 27 luglio e per quelle già programmate per settembre… Nell’ultimo anno, abbiamo ostinatamente ragionato e organizzato iniziative contro la guerra e il regime di comando che ne è conseguenza. Lo abbiamo detto più volte, la guerra cambia, e non poco, il contesto in cui viviamo e diamo vita alle nostre battaglie politiche. Mutano i rapporti di forza, i punti di riferimento, le politiche economiche e, quindi, la ricaduta nella società è profondissima. In termini di diritti sociali e civili ma anche nella produzione di discorso pubblico, della retorica istituzionale e della cultura complessiva della nostra società. Quando abbiamo iniziato il percorso di Reset abbiamo fatto lo sforzo di adottare collettivamente, in uno spazio multiplo ed eterogeneo, delle lenti differenti per leggere non solo la fase ma le linee di disuguaglianza e sfruttamento che si vanno approfondendo. Per questo è stato fondamentale mettere al centro il confronto tra chi veniva dalle diverse esperienze delle lotte transfemministe, ambientaliste e sociali; tentare di assumere una nuova prospettiva che potesse aiutarci non solo ad analizzare il presente ma costruire uno sguardo radicalmente trasformativo per il futuro. > Da questo punto di osservazione e di iniziativa abbiamo affrontato anche i > limiti e le insufficienze del movimento – non solo in Italia – di cui, per > chiarezza, siamo state e stati e siamo parte. Quei limiti e insufficienze sono > anche i nostri. Alcuni passaggi sono stati rilevanti in questo nostro percorso o ci sono sembrati indicare dei terreni interessanti. Gli Stati Generali per la giustizia climatica e sociale lanciati da GKN e dalle realtà ambientaliste, le mobilitazioni per la Palestina, la marea transfemminista che ha preso parola da subito contro la guerra, le mobilitazioni in opposizione all’approvazione della c.d. Legge Sicurezza, la giornata del 21 giugno e la piattaforma di Stop Rearm. Molte sono le chiamate “a convergere” da parte di importanti percorsi, piattaforme e spazi di lotta che si sono dati negli ultimi anni e che, guardando al futuro prossimo, fanno appello a confluire e costruire il proprio spazio di lotta. Tuttavia, pensiamo che la convergenza non sia un qualcosa di dato, un fatto già esistente, un modellino “prefabbricato” da applicare, ma piuttosto una ipotesi strategica che si fonda su un processo di costruzione in divenire in grado di generare una novità in grado di rompere la temporalità in corso e che scommetta sull’incertezza. Insomma, per convergere c’è bisogno, secondo noi, di interrogarsi e confrontarsi non soltanto con altre realtà ed esperienze, ma sul modo di fare movimento e organizzazione, allargando lo sguardo al di fuori delle realtà organizzate. Non può essere una dinamica di mera sommatoria ma un processo, anche poco lineare, che ha come fine la moltiplicazione e l’inusuale processo in cui una formula matematica ha come risultato parole e relazioni nuove. Noi abbiamo scelto di partecipare a molti di quegli incontri e alle mobilitazioni che ne sono nate, sia a livello nazionale che europeo, e continueremo a partecipare agli spazi di confronto che si daranno nel movimento. Ma ci domandiamo se abbia senso costruire innumerevoli ambiti assembleari dove ognuno ha la sicurezza di indicare la strada da mostrare alle altre e agli altri o convocare “manifestazioni nazionali” o se, invece, non convenga a tutt* fare un passo indietro per poi compierne due avanti, insieme. Per quanto riguarda noi, continuiamo a proporre a tutte di costruire un processo di sciopero che rimetta in discussione pratiche e tempi. Uno sciopero europeo che esca dalla dinamica dell’evento e che possa essere risignificato come processo di accumulazione che si dà nel tempo, in grado di articolare pratiche, parole d’ordine e rivendicazioni che nascono dal basso dentro i processi reali, ma che sia al tempo stesso capace di costruire una capacità di iniziativa condivisa e potente, che duri nel tempo. Un processo non di mera federazione o alleanza ma che, nel mutuo riconoscimento delle soggettività in lotta, sappia guardare ai soggetti del lavoro vivo – lavoratori e lavoratrici, precarie, migranti, persone lgbtqi+ – che sul posto di lavoro come sui territori, sul terreno materiale come su quello culturale, si oppongono alla guerra come meccanismo di comando sulle vite di milioni di persone e rifiutano di pagarne il prezzo. Per fare ciò, vale secondo noi la pena di assumerci collettivamente il rischio e la fatica, anche del fallimento per poi sempre ritentare, per una scommessa ambiziosa che punti alla costruzione di occasioni di reale confronto tra le lotte su come acquisire la capacità di fermare e colpire insieme il sistema nazionale, europeo, mondiale che si avvia così velocemente verso il riarmo e la guerra, ognuno col proprio punto di vista e col proprio portato di esperienze. > Il nostro obiettivo è organizzarci per disertare, sabotare e scioperare contro > guerra, facendo dell’Europa lo spazio minimo della nostra iniziativa politica. In questa prospettiva pensiamo che sia necessario non solo  condividere prospettive nell’immediato, ma costruire un orizzonte di analisi e discorso comune. Ci sono, pensiamo, dei nodi che non possiamo evitare di affrontare nel nome dell’iniziativa, ed è per questo che vogliamo continuare a costruire spazi di discussione e comunicazione. Di fronte a guerra e riarmo non saremo soggetti passivi. Vogliamo essere agenti conflittuali e organizzati per affrontare la violenza di questo mare in tempesta. Insieme, con mutualismo e cooperazione, costruire la nostra forza collettiva. L’immagine di copertina è di Renato Ferrantini SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Colpit3 dalle onde non affondiamo proviene da DINAMOpress.
July 25, 2025
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Tra bombe, sanzioni e retoriche di potere: resistere in Iran
Cronache e prime riflessioni mentre cadono le bombe su Teheran. L’IRRUZIONE DELLA GUERRA NEL CUORE DELLA NOTTE Erano le due del mattino. Una videochiamata con un’amica a Teheran si è trasformata all’improvviso nella visione in diretta di un incubo: la prima ondata dell’attacco israeliano contro l’Iran. Le case tremavano, il cielo era attraversato dai rumori dei missili e dei bombardamenti e le strade erano sommerse dal fumo, dalle urla e dall’abbandono. Lo Stato era assente: nessun rifugio, nessun piano, nemmeno un avvertimento. Ancora una volta, un popolo dimenticato veniva sacrificato sull’altare di un progetto geopolitico mortale. Per comprendere questa situazione, è necessario andare oltre la tradizionale cornice dello Stato-nazione e della politica di potenza. Ciò che accade oggi può essere interpretato come la continuazione di un “regime di guerra” nel cuore stesso del capitalismo globale – un regime che non si fonda solo sull’occupazione militare, ma sulla riproduzione della paura, sull’eliminazione dei soggetti politici e sull’organizzazione sistematica della morte. Come affermano Sandro Mezzadra e Michael Hardt, i regimi bellici contemporanei non si definiscono più tramite occupazioni tradizionali, ma attraverso un insieme composito di tecnologie del controllo, gestione dei confini, operazioni psicologiche e distruzione delle condizioni di vita civili. Il regime di guerra è oggi parte integrante dello Stato-capitale globalizzato: una rete multilivello di governi, eserciti, appaltatori della sicurezza e media che portano avanti la guerra come meccanismo di produzione di potere, legittimità e accumulazione. > In Iran, una struttura politico-economica già gravemente colpita da > inflazione, povertà, corruzione sistemica e repressione, si rivela ora del > tutto incapace di proteggere i propri cittadini di fronte agli attacchi > esterni. Da città come Teheran, Karaj, Esfahan, Shiraz e Mashhad arrivano testimonianze che confermano l’assenza anche delle infrastrutture minime di allerta o rifugio. Le persone vengono a conoscenza degli attacchi solo dal rumore delle esplosioni. Madri e padri che cercano di salvare le proprie figlie i propri figli a mani nude; ospedali che, pur non essendo obiettivi militari dichiarati, si ritrovano paralizzati da interruzioni elettriche, sovraffollamento e in alcuni casi colpiti direttamente. Testimoni oculari a Teheran raccontano che, dalla mezzanotte fino all’alba, raffiche e esplosioni hanno squarciato il silenzio, facendo tremare più volte gli edifici. La gente ha cercato rifugio per strada, non solo per paura degli attacchi, ma anche per timore del crollo delle proprie case. «Il silenzio dopo l’esplosione», dice un residente, «è più spaventoso dell’esplosione stessa». In un altro resoconto locale, una donna del quartiere Niru-ye Havaei racconta di aver passato tutta la notte sulle scale con i suoi figli, convinta che fosse più sicuro lì che dietro le pareti di vetro dell’appartamento. A Esfahan, un’infermiera riferisce che il pronto soccorso del suo ospedale è stato gestito al lume di candela, senza elettricità né ossigeno. A Mashhad, un ragazzo scrive che sua madre ha avuto una crisi di panico, confondendo il rumore dei droni in cielo con quelli usati per la repressione durante le proteste del 2022. > Questo regime, attraverso una distribuzione asimmetrica della violenza, prende > di mira le strutture della vita stessa: elettricità, acqua, ospedali, scuole e > media. La distruzione delle infrastrutture civili non è più un effetto collaterale, ma parte integrante della logica bellica. Non è una guerra contro lo Stato, ma contro la capacità stessa delle persone di vivere. In questo senso, la politica di guerra è una politica contro la vita. L’ILLUSIONE LIBERATRICE All’inizio, Donald Trump, con un linguaggio coloniale e sprezzante, dichiarò che «per preservare il grande impero persiano, è meglio che l’Iran accetti un accordo con noi» — come se la storia dell’Iran non fosse altro che un’appendice da piegare ai sogni imperiali americani. Poco dopo, ha avuto inizio l’attacco israeliano. In una dichiarazione teatrale, Netanyahu si è rivolto al popolo iraniano affermando: «Non siete voi il bersaglio dei nostri attacchi, ma il regime e alcuni individui specifici». Questa distinzione fittizia, tuttavia, non è segno di etica, bensì parte integrante di un discorso bellico delle potenze globali, in cui la linea tra popolo e governo viene deliberatamente cancellata per rendere la morte legittima. Allo stesso tempo, le immagini della famiglia Pahlavi nei loro incontri con esponenti israeliani rappresentano un altro tassello dello stesso progetto politico-mediatico, che trasforma la catastrofe in opportunità. > I monarchici, allineandosi con le politiche guerrafondaie, si presentano come > portavoce del popolo, come se quel popolo che ha affrontato i proiettili a > mani nude nella rivolta “Donna, Vita, Libertà” non fosse mai esistito. Questo sguardo dall’alto, strumentale e intriso di disprezzo, rappresenta le iraniane e gli iraniani non come soggetti politici, ma come pedine mute sulla scacchiera della geopolitica globale. Il giorno seguente, una nuova messinscena: «Bisogna preparare l’Iran alla rivoluzione». Poi: «L’obiettivo è il cambiamento di regime». E infine: «Abbiamo preparato l’Iran per proteste e sollevazioni popolari. Popolo, insorgi!» Ma questo “invito alla rivolta” proviene dalle stesse potenze che da anni costringono la popolazione iraniana a sopravvivere sotto il peso di sanzioni, minacce e una guerra che ha reso la vita stessa insostenibile. La rivolta a cui si fa appello non mira alla liberazione, bensì a una redistribuzione strategica della morte secondo la mappa degli interessi globali. Come possono insorgere coloro che, in quello stesso momento, hanno perso i propri cari sotto le macerie? Come potrebbero rivoltarsi quelle e quelli che sono fuggite dalle loro case e città solo per restare in vita? Nella logica del capitale e della guerra, le cittadine e i cittadini comuni non sono solo vittime, ma anche responsabili di pagare il prezzo dei missili che li colpiscono. In quest’ordine, la morte è uno strumento della politica e la distruzione diventa il linguaggio della legittimità. VIVERE COME RESISTENZA In questo regime, il confine tra “nemico militare” e “popolazione civile” viene deliberatamente cancellato. La frase minacciosa «quello che abbiamo fatto a Gaza, lo faremo anche in Iran» non è semplicemente una tattica: è l’espressione di una politica che merita di essere chiamata per nome — politica della morte, o necropolitica. In tale cornice, gli Stati non si limitano a decidere chi vive, ma pianificano la morte: attraverso l’assedio, l’interruzione dell’accesso alle risorse vitali e infine il bombardamento. Questa politica della morte è accompagnata da interventi psicologici e mediatici. Agenzie di stampa e analisti legati ai blocchi di potere giustificano la guerra con il linguaggio dell’“aiuto umanitario”. In queste narrazioni, i bombardamenti vengono rappresentati come un preludio alla libertà. Questo processo svuota la violenza del suo significatoe trasforma la morte in soluzione. In questa logica, anche la protesta diventa qualcosa di predefinito e controllabile. Le stesse potenze che hanno imposto sanzioni e insicurezza invitano ora il popolo iraniano alla rivolta – non per la libertà, ma per ricostruire un ordine più adatto ai loro interessi. Questa politica dell’insurrezione “guidata” è parte della macchina bellica stessa: una macchina che desidera la rivolta, ma ne pretende anche il controllo. La rivolta, così concepita, non è un atto di liberazione, ma una strategia per ribilanciare i poteri. Da questa prospettiva, ciò che diventa urgente è la ricostruzione di un orizzonte di resistenza, non basato sulla salvezza esterna o su interventi umanitari, ma fondato sulle azioni autonome del popolo, in solidarietà con altri soggetti espulsi dal sistema globale. > La vera resistenza non si costruisce in alleanza con poteri militari, ma nel > riappropriarsi del potere dentro la vita quotidiana. In questo contesto, narrazioni, memorie e testimonianze popolari diventano atti politici. Chi scrive sotto i bombardamenti, chi ascolta in silenzio il ronzio dei droni nella notte, chi stringe la propria bambina o il proprio bambino in un rifugio immaginario: tutte e tutti sono portatrici e portatori di una forma di resistenza. Una resistenza che non risiede nelle armi, ma nel sopravvivere, nel raccontare, nell’insistere a esistere contro ogni tentativo di cancellazione. In un mondo dove la morte è diventata uno strumento di legittimazione, forse l’unica forma di resistenza possibile è restare in vita come atto politico: resistere non per gli Stati, né per opposizioni che rappresentano l’altro volto dello stesso ordine, ma per la vita, per la giustizia, per la fine di una politica che trasforma l’essere umano in obiettivo militare. Ciò che accade oggi in Iran è parte di un quadro più ampio: l’ordine globale del capitalismo bellico. Un ordine che, sotto la maschera della democrazia e della sicurezza, rende le popolazioni obiettivi legittimi da colpire. In quest’ordine, la morte non è un errore, ma una necessità funzionale. Resistere a questa realtà è possibile solo se si trasformano le narrazioni, si ricostruiscono i confini etici e si riportano i soggetti popolari dal margine al centro dell’azione politica. Solo allora potremo tornare a parlare della vita come atto politico, e non più della morte. Immagine di copertina di Mohammadjavad Alikhani (wikimediacommons) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Tra bombe, sanzioni e retoriche di potere: resistere in Iran proviene da DINAMOpress.
June 17, 2025
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