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«Sembrano invincibili, ma sono una minoranza». Dall’assemblea No Kings una traccia di futuro.
Verso le undici di domenica mattina, le pareti della sede nazionale di ARCI, a Roma, sono coperte di schiene. Quando prende avvio l’assemblea nazionale del movimento No Kings, la sala è gremita, moltə ascoltano in piedi e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. La discussione si è aperta con un applauso collettivo a Luca Blasi – assessore del Terzo Municipio e attivista – che nei giorni scorsi ha ricevuto un’intimidazione da parte di Forza Nuova. Nelle quattro ore successive si susseguono quasi cinquanta interventi. Generazioni, posture, territori diversi: al microfono si alternano movimenti, sindacati, ONG, associazionismo civico, giuristə, studentə. Tre minuti a testa, moltissime tracce che si intrecciano e si sovrappongono. RE O LIBERTÀ L’atmosfera è tutt’altro che leggera. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran – ultimo epifenomeno del regime globale di guerra – è lo scenario da cui partono molte analisi. «La guerra non riguarda solo l’Iran, riguarda il mondo», ricorda Luciana Castellina. Con le immagini della distruzione a Teheran che rimbalzano da quarantotto ore, si rafforza una paura diffusa: che l’attuale congiuntura globale sia destinata a consolidarsi. Allo stesso tempo, non c’è spazio per la nostalgia. «Non rimpiangiamo il mondo di prima», precisa con determinazione Christopher dei Municipi sociali di Bologna. L’orizzonte evocato da moltissimə non è abitato dal ritorno del vecchio ordine liberale, ma dalla ricerca di «un’altra possibilità». «Qualcosa di più profondo, più giusto, più avanzato» rispetto agli equilibri istituzionali, politici ed economici travolti dalla torsione autoritaria. NON SOLO UNA PIAZZA: APRIRE UNO SPAZIO Le parole scorrono rapide. Il tavolo di presidenza scandisce con attenzione il ritmo degli interventi. Il 27 e 28 marzo rappresentano il prossimo snodo fondamentale per il movimento: in moltə si interrogano sulle strategie più efficaci per riempire la grande manifestazione romana del 28 – e il concerto della sera precedente – con le vertenze, i conflitti e le insorgenze che attraversano il Paese. La discussione procede fluida. Verso e oltre la piazza che verrà, più voci richiamano l’urgenza di «aprire uno spazio credibile, ampio e accogliente» capace di dare voce a «quella maggioranza di persone spaventate dagli autoritarismi, ma prive di un contesto in cui attivarsi». > Reti, alleanze, convergenze, confederazioni: le parole utilizzate per > prefigurare la messa in relazione dell’eterogenea galassia di persone, > movimenti e associazioni sono molte. Tutte sono attraversate da una tensione > comune: non appiattire le differenze – che esistono e a tratti affiorano – ma > condensarle in un dispositivo collettivo agile nelle regole d’ingaggio e nel > perimetro ideologico, plurale nelle voci che lo compongono e potenzialmente > maggioritario. Come ricorda Antonio dei centri sociali del Nord-Est, le organizzazioni hanno, in definitiva, un unico compito: «favorire le condizioni perché nascano movimenti di massa». La sfida promossa dalle destre globali scuote in profondità la società: non se ne può uscire se non costruendo un contro-immaginario capace di coglierne la portata e ribaltare l’ordine del discorso. Non c’è, ovviamente, alcuna sottovalutazione della torsione autoritaria in corso. Al contrario, il doppio richiamo alla proliferazione normativa in materia di sicurezza e al progressivo irrigidimento del quadro giuridico applicato alle persone in movimento attraversa con insistenza l’assemblea. La compressione degli spazi di agibilità democratica e la normalizzazione dei dispositivi securitari stanno imponendo nuove asimmetrie tra potere e società. Ma proprio questa consapevolezza contribuisce a definire il baricentro della discussione. La posta in gioco non è una difesa testimoniale. Si tratta piuttosto di aprire varchi, creare squarci dentro l’attuale orizzonte politico e simbolico, affinché possano intravedersi – anche solo in controluce – spiragli per un mondo nuovo. Non un rifugio dal presente, ma un progetto capace di disarticolare l’attuale congiuntura e di rendere nuovamente pensabile ciò che oggi appare impronunciabile. ROMPERE LA RASSEGNAZIONE La portata della sfida può apparire spiazzante. Anche per questo diventa incoraggiante provare a ricomporre il quadro delle forze in campo e uscire dall’idea che un compito di tale ampiezza – rifiutare un mondo governato da re e definire la grammatica di un nuovo stare insieme – possa essere assunto esclusivamente dalle cerchie di militantə. Come ricorda più di qualcunə, «il mondo non è fatto solo di kings e attivistə». In mezzo c’è un’enorme platea spaventata dall’autoritarismo globale, ma che fatica a individuare uno spazio politico abitabile. La sfida è precisamente lì: costruire uno spazio in cui quella maggioranza possa riconoscersi.  Sono moltə le persone giovani che prendono parola. Sara, studentə del terzo municipio romano, mette al centro con chiarezza il tema dello spazio di agibilità politica e sociale per la sua generazione. È un nodo che ritorna in più interventi: la percezione di una compressione crescente degli spazi, ma anche la consapevolezza di una forza già espressa, di una soggettività collettiva che sa misurarsi direttamente con il conflitto. > Le mobilitazioni dell’autunno a sostegno della Palestina hanno segnato un > passaggio da cui non si torna indietro. Una generazione si è politicizzata > dentro pratiche inedite e moltitudinarie di disobbedienza.  Lo sciopero studentesco del 5 marzo contro la militarizzazione delle società è indicato come un primo banco di prova. Una tappa di un processo più ampio dentro il decisivo nesso tra guerra, diritto allo studio, precarietà, libertà. Quando l’autoritarismo tocca terra, si innesta in contesti specifici – con le loro storie, economie, geografie – e incrocia comunità indisponibili alla coercizione, possono emergere risposte creative e radicali. È il nodo richiamato dall’intervento di Alessia, attivista del quartiere romano del Quarticciolo. Lì, la mobilitazione non si è limitata a respingere l’impianto securitario predisposto dal governo. Con forza e intelligenza, ha rovesciato l’impostazione, ridisegnando la risposta pubblica a partire dai bisogni diffusi e dalle pratiche già vive nel territorio. Molti interventi si sono soffermati sulla condizione delle persone in movimento. Il Mediterraneo è il laboratorio della nuova offensiva governativa, mentre l’estensione e l’intensificazione della detenzione amministrativa sono il termometro della collocazione subordinata e razzializzata assegnata a queste soggettività nello spazio sociale. Da qui la proposta, condivisa da più voci, di caratterizzare le due giornate di marzo anche sul terreno delle politiche migratorie, assumendole come snodo centrale della sfida alla democrazia in corso. UN MESE DECISIVO È difficile individuare una risultante univoca della discussione, alla luce delle molte tracce emerse e della eterogeneità dei soggetti intervenuti. Forse il punto di convergenza sta proprio nella declinazione al plurale dell’autoritarismo. La posta in gioco non è il ritorno del fascismo nei suoi tratti storici, ma una trasformazione più complessa delle forme del governo globali. Le destre si muovono dentro circuiti transnazionali di accumulazione che alternano cooperazione e competizione, saldando in maniera dinamica e inedita nazionalismo politico e integrazione nei mercati globali. Convince, in questo senso, la scelta di declinare al plurale i Kings e, più in generale, di restituire una rappresentazione non lineare né semplificata della torsione autoritaria, a differenza delle letture più piatte e unidirezionali che circolano in altri contesti. Non solo perché sono molteplici – anche nel campo delle democrazie liberali – coloro che ricorrono in modo spregiudicato a pratiche autoritarie. Ma perché la verticalizzazione del comando si produce dentro una nebulosa di poteri, pubblici e privati, in cui attori come le grandi corporation, a cominciare dai big tech, continuano a svolgere un ruolo decisivo, sviluppando traiettorie non sempre immediatamente leggibili. I Kings hanno una fisionomia più complessa di quella oggi rappresentata dall’orrido ciuffo biondo di Trump o da Meloni. Accanto l’analisi della fase, una parte importante della discussione è stata dedicata alla stesura dell’agenda collettiva delle prossime settimane: c’è un fitto calendario che incombe. Marzo si profila come un mese decisivo. Oltre allo sciopero studentesco del 5, l’8 e il 9 segnano due giornate chiave. Lo sguardo e la pratica transfemminista sono indispensabili per cogliere la posta in gioco: corpi, libertà e relazioni sono il terreno privilegiato dell’offensiva autoritaria. Dalla riuscita di quelle piazze passa un primo accumulo di forza, la possibilità di misurare – e rendere visibile – una soggettività larga, determinata, plurale. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno snodo fondamentale. Le ragioni per investire fino in fondo in queste settimane sono insieme tattiche e strategiche. La sfida è enorme, ma contendibile. Molti interventi hanno sottolineato le difficoltà del governo italiano in questa fase, confermate anche dai sondaggi più recenti. > Se il fronte del “No” dovesse prevalere, la portata delle mobilitazioni del 27 > e 28 marzo potrebbe collocarsi su un’altra scala, amplificando l’impatto > politico della piazza. Moltə provano a delineare il percorso con cui > arrivarci: sviluppare assemblee No Kings territoriali e diffuse, radicare il > processo. «Possibilità» è una delle parole richiamate da Valerio, a nome degli spazi romani Acrobax, Casale Garibaldi, Communia ed ESC. L’agibilità di questa parola è il prodotto dell’enorme energia collettiva attivata in autunno e che, in modo carsico, continua a circolare. È una disponibilità diffusa, non sempre organizzata, ma che esiste, a cui dare forma e prospettiva. E allora è davvero possibile attraversare con fiducia questo marzo denso – con la Flotilla pronta a ripartire, un’agenda fitta di appuntamenti e un bisogno diffuso di spazi larghi e plurali – ben oltre la cerchia dellə attivistə, per rompere con l’inerzia e la paura.  La foto di copertina è pubblicata su Globalproject.it SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Sembrano invincibili, ma sono una minoranza». Dall’assemblea No Kings una traccia di futuro. proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
DINAMOpress
Negri oltre Negri (II) | Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale. Call per convegno a Salerno: 18-19 giugno 2026
CALL FOR ABSTRACT Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale La figura di Toni Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione [...]
January 27, 2026
Effimera
Teiko, numero Uno
Pubblichiamo l’editoriale del numero 1 di Teiko. La rivista è scaricabile in pdf qui Insieme, tra settembre e ottobre, abbiamo camminato per le strade, abbiamo condiviso rabbia e indignazione, abbiamo bloccato stazioni, tangenziali, aeroporti. Al centro di quello straordinario movimento è stata la Palestina – una Palestina fattasi da tempo “globale”. E tuttavia, quel movimento si sta collocando, non solo in Italia, oltre l’orizzonte della tradizionale solidarietà “internazionalista”. Il genocidio di Gaza, pur nella sua storica e terribile singolarità, è stato assunto come specchio della violenza che segna l’attuale congiuntura, come schermo capace di riflettere tutte le ingiustizie che – secondo una geometria variabile ma interconnessa – dominano il mondo di oggi. La determinazione per porre fine al genocidio, con ogni mezzo necessario, si è dunque coniugata con i linguaggi e le pratiche in cui si esprimono quotidianamente le lotte sociali. È successo in Italia, ma anche in altri Paesi europei, in Tunisia, in America Latina. La potenza e la dimensione globale di questa insorgenza ci sono del resto anche restituite dal vergognoso tentativo di numerosi governi occidentali di smarcarsi dalla complicità con la politica di sterminio in corso a Gaza. Nel giro di qualche settimana abbiamo così avuto una formidabile, e auspicabilmente non effimera, esemplificazione dei caratteri fondamentali di una nuova politica mondiale della liberazione. È questo l’orizzonte in cui si colloca il numero di Teiko che presentiamo. Il suo obiettivo è offrire un insieme di strumenti per pensare politicamente il mondo in cui viviamo, oltre le retoriche della globalizzazione e della de-globalizzazione. Di fronte a noi non abbiamo certamente processi di lineare unificazione del pianeta, e tuttavia la retorica del “decoupling” e la realtà delle guerre commerciali, le inedite e profonde fratture che stanno segnando l’attuale congiuntura non cancellano affatto la realtà materiale dell’interdipendenza. La crisi del sistema internazionale (ovvero del sistema di relazioni costruito attorno agli Stati nazionali) si intreccia oggi con la crisi altrettanto radicale che investe il “sistema mondo” – ovvero l’organizzazione politica del mercato mondiale così come si era configurata a partire dal protagonismo dei principali attori capitalistici nell’alleanza con potenze territoriali egemoni. In quello che Giovanni Arrighi definiva come caos sistemico è difficile intravedere l’emergere di un nuovo principio d’ordine, pur a noi avverso. Proprio per questo la guerra, combattuta sul terreno o capace di strutturare con le sue logiche economie, sistemi politici e società, si è installata al centro della congiuntura. Questioni antiche, come il rapporto tra guerra e capitale, tra capitalismo e imperialismo, si pongono oggi in modo nuovo. Da tempo è tramontato il mondo unipolare emerso dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989, caratterizzato dall’egemonia globale statunitense e dal regime di accumulazione neoliberale che l’ha accompagnata. Nella turbolenza, nelle tensioni e nei conflitti di fronte a cui ci troviamo dobbiamo essere in grado di cogliere il punto di non ritorno, l’insostenibilità e la saturazione della stessa logica dell’accumulazione capitalistica. Non siamo in presenza di una semplice proliferazione e sommatoria di diversi tipi di crisi, come sembra lasciare intendere il diffuso concetto di “policrisi”. In questione è la stessa razionalità della valorizzazione capitalistica, e cioè una coazione oggettiva a produrre sempre e comunque valore entro una condizione di concorrenza planetaria e multidimensionale, che investe cioè ogni sfera della vita economica, politica e sociale. Questa razionalità non sembra essere oggi in grado di costruire mondi abitabili e di garantire la continuità dell’accumulazione: fa dunque della crisi – e tendenzialmente della guerra – la forma stessa dello sviluppo. Non è necessariamente una buona notizia. Il capitalismo può certo adattarsi a queste condizioni, incrementando il suo potenziale di distruzione via via che emergono linee di scontro a livello mondiale. È bene in ogni caso essere consapevoli della radicalità delle poste in palio nell’attuale congiuntura, in cui la logica dell’egemonia non sembra offrire alcuna prospettiva di ordine. Non inganni, in questo senso, il bullismo di Trump, lo spettacolo di potenza che ci ha proposto negli scorsi mesi, fino al coronamento con l’accordo di Sharm el-Sheikh: la virulenza autoritaria del suo tentativo di restaurazione sovrana è il sintomo più eloquente della crisi irreversibile dell’egemonia globale degli Stati Uniti. È un processo cominciato da tempo, che ha avuto nelle guerre in Afghanistan e in Iraq e nella crisi finanziaria del 2007/8 i propri apici e le proprie soglie di non ritorno. La distribuzione del potere e della ricchezza su scala planetaria disegna oggi un multipolarismo centrifugo e conflittuale, ponendo le basi per il proliferare di tensioni e di conflitti. Azzardiamo una lettura delle politiche di Trump: guerre commerciali, pressioni, ricatti, dispiegamento della forza verso regioni come quella caraibica e grandi disegni logistico-immobiliari nel Medio Oriente puntano a ritagliare gli spazi per la proiezione della potenza politica ed economica statunitense e a impedire un’ulteriore crisi del dollaro come moneta di riserva globale. È un progetto ambizioso, che non punta tuttavia a ristabilire l’“egemonia” all’interno del sistema mondo e riconosce piuttosto l’esistenza di un insieme di poli relativamente autonomi (la Russia, la Turchia, l’India) nella prospettiva di una competizione strategica con la Cina. La condizione di questo progetto è il tentativo di determinare a partire dalla posizione di persistente forza degli USA, l’allineamento tra il capitalismo e il suo Stato, ovvero di riaffermare con violenza la denominazione nazionale del capitale statunitense. I processi di concentrazione del capitale, così evidenti in particolare dopo la pandemia da Covid-19 nel settore “Big Tech”, nel nuovo protagonismo della leva finanziaria attraverso i fondi d’investimento e nell’ulteriore accelerazione dell’estrattivismo, dettano il ritmo di questo progetto, mentre le forzature sul piano costituzionale puntano a esaltare il potere esecutivo liberandolo da limiti e controlli. Sotto il profilo delle ricadute interne agli USA, le conseguenze sono evidenti nella vera e propria guerra civile dall’alto condotta dalla seconda amministrazione Trump – contro i migranti, contro l’eredità della stagione dei diritti civili, contro ogni dissidenza politica e culturale. Le forme nuove di autoritarismo e fascismo che così si manifestano entrano in risonanza con precedenti esperienze nel mondo all’interno del ciclo politico che si è aperto con la crisi del 2007/8 e si irradiano, generandone e rafforzandone altre. Mentre ambisce al Nobel per la pace, Trump pone oggettivamente le condizioni per nuove guerre. Nelle sue politiche interne e internazionali, il violento disciplinamento dei rapporti sociali si combina con i processi di concentrazione del capitale puntando a configurare i diversi poli che esistono nel mondo secondo la logica – per definizione militare – dei blocchi. La guerra si fa dunque atmosferica, assume la forma di un regime di governo e dove già si combatte viene messa a valore economicamente. Il “piano Trump” per Gaza è da questo punto di vista paradigmatico: assume il genocidio come propria condizione di possibilità e punta, sulla base della cancellazione della soggettività politica palestinese, ad attrarre capitali dalla regione in una “zona economica speciale” sospesa tra le operazioni militari a intensità variabile di Israele e le tensioni con potenze come in particolare la Turchia. Come articolare una prospettiva critica, di ricerca e di azione, all’interno del quadro che abbiamo delineato? Se queste sono le linee di tendenza, occorre in primo luogo individuare i limiti che ne segnano il possibile sviluppo. Vi è in primo luogo da sottolineare la radicalità del passaggio d’epoca che stiamo vivendo. La crisi dell’egemonia globale degli Stati Uniti è al tempo stesso la crisi della centralità dell’Europa e dell’Occidente che ha retto il sistema mondo capitalistico fin dalle sue origini cinquecentesche. Derivano da qui un insieme di formidabili tensioni, a cui si allude nei dibattiti contemporanei guardando alla crescita dei BRICS o del cosiddetto “Sud globale”. È bene intendersi su questo punto: non siamo qui in presenza di alternative di sistema, e anzi molti dei Paesi inclusi in queste formule mostrano tendenze assimilabili a quelle che abbiamo brevemente descritto per gli Stati Uniti – si pensi al militarismo di Putin in Russia, al fondamentalismo indù di Modi in India, allo stesso nazionalismo di Xi Jinping in Cina. Anche nel “Sud globale” quel che conta per noi – contro ogni tentazione “campista” – è la lotta di classe, la capacità di una serie di forze sociali subordinate di rompere sistemi consolidati di dominio e sfruttamento aprendo nuove prospettive per una politica della liberazione. Tuttavia, gli spostamenti di potere e ricchezza su scala globale a cui abbiamo assistito in questi anni pongono oggettivamente dei limiti a una logica di lineare proiezione di potenza e di formazione di blocchi. Le profonde fratture che segnano il mondo in cui viviamo, è una delle ipotesi attorno a cui è costruito questo numero della rivista, si determinano poi a partire dalla persistente azione di processi globali (ne descriviamo alcuni nella prima sezione). Il gioco di specchi che si è instaurato tra gli Stati Uniti e la Cina (che in una prospettiva liberale assume la forma di un presunto “capitalismo di Stato” e di una logica simile nelle restrizioni commerciali) ne è una buona esemplificazione. Pensare insieme fratture e vettori di unificazione è anzi per noi uno dei compiti fondamentali per delineare una teoria critica della politica e del capitalismo mondiali. Tra gli spazi politici che si organizzano attorno ai grandi Stati e gli spazi disegnati dai movimenti e dalle operazioni del capitale non c’è in ogni caso coincidenza, c’è anzi una tensione strutturale (è il tema a cui sono dedicati i contributi raccolti nella seconda sezione). È un punto importante, perché rende conto della difficoltà di imporre come criterio politico essenziale quella che abbiamo definito la denominazione nazionale del capitale. In altre parole, la stessa dinamicità dello sviluppo capitalistico può essere limitata dalla logica dei blocchi, a detrimento di specifici interessi economici (di specifiche “frazioni di capitale”) e con una esasperazione dei costi e delle contraddizioni sociali. Ci sembra importante aggiungere che, mentre molti osservatori pongono l’accento sul “ritorno dello Stato”, quest’ultimo appare profondamente trasformato dall’azione dei processi globali che si sono richiamati: la “razionalità” della finanza, ma anche quella della logistica, ha contribuito a ridefinire la stessa struttura istituzionale dello Stato, rendendola molto diversa da quella che caratterizzava l’epoca classica dell’imperialismo. La distinzione tra logiche pubbliche e logiche private, in particolare, è stata offuscata da queste trasformazioni, che si sono insinuate nelle stesse macchine militari e nelle dinamiche monetarie. Si pensi anche allo sviluppo delle criptovalute e delle monete digitali come specchio di questo nuova forma di sovranismo. Si tratta di una circostanza da tenere presente nell’analisi delle tensioni e dei conflitti del nostro presente. Anche sotto questo profilo, la linearità di una proiezione di potenza secondo la logica dei blocchi come criterio di fondo degli sviluppi mondiali – ovvero la linearità di un nuovo imperialismo – appare problematica, senza che questo in alcun modo risulti rassicurante. Certo, ragionando sui limiti che si frappongono alle attuali tendenze alla formazione di blocchi all’incrocio tra concentrazione del capitale e autoritarismo politico e sociale, l’aspetto essenziale per noi è quello da cui siamo partiti, ovvero le lotte e i movimenti che quotidianamente si battono in molte parti del mondo contro quelle tendenze. Nella terza sezione di questo numero della rivista, cominciamo a darne conto. Qui vorremmo indicare qualche principio di metodo per l’analisi di quelle lotte e di quei movimenti nel quadro generale che abbiamo delineato. In questione è la reinvenzione dell’internazionalismo, a cui dedichiamo un corsivo. È evidente che qualsiasi lotta deve essere ricostruita prima di tutto guardando al suo radicamento in specifici contesti, tanto storici quanto territoriali. E tuttavia il nostro compito, tanto dal punto di vista analitico quanto da quello politico, non può essere quello di sommare semplicemente le singole lotte. Siamo piuttosto convinti che un punto di vista fondamentale sia offerto dalle risonanze tra di esse, dagli elementi comuni che emergono in piena luce proprio considerandole dal punto di vista delle fratture e dei vettori di unificazione che compongono la dimensione planetaria. È su questa dimensione che, contro i blocchi e contro ogni forma di imperialismo, una politica della liberazione può prendere forma. L'articolo Teiko, numero Uno proviene da EuroNomade.
January 15, 2026
EuroNomade
«Equipaggi di terra, contro genocidio ed economia di guerra»: assemblea a Roma
Riportiamo qui il testo di convocazione di una assemblea lanciata da diverse soggettività sociali per giovedì 30 ottobre a Roma, con l’obiettivo di dare continuità alla potente mobilitazione contro il genocidio e contro l’economia di guerra che si è manifestata durante il viaggio della Global Sumud Flottilla. Agire una azione di convergenza contro ogni perimetrazione e steccato identitario diventano necessari verso un nuovo sciopero unitaro. Il passaggio è fondamentale all’interno di uno scenario mondiale preoccupante e di un contesto nazionale grave, con la corsa ai riarmo che devasta quanto è rimasto di welfare e di tutele sociali. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre una gigantesca marea umana ha bloccato il Paese chiedendo a gran voce la libertà della Palestina e la fine del Genocidio. Un “equipaggio di terra”, cosciente e determinato, che ha virtualmente accompagnato la Global Sumud Flotilla fino alle acque territoriali di Gaza, tramutando in forza dal basso il senso di impotenza collettivo davanti al genocidio in corso e la sfiducia verso il diritto internazionale e le sue istituzioni, gli Stati inerti o addirittura complici del massacro di innocenti. Una marea che ha riempito nuovamente di senso la parola “sciopero”, bloccando città e infrastrutture logistiche, animando uno spazio pubblico di convergenza mai visto prima: unitario, plurale e radicale. Uno sciopero generale e sociale a tutti gli effetti, dal quale è difficile pensare di tornare indietro. La fragilissima tregua, che la propaganda chiama “pace”, non sta fermando le uccisioni quotidiane di Gazawi, mentre continuano le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Una “pace” che intende suggellare un piano coloniale e suprematista, che premia Israele per la sua efficienza nel genocidio. Ci vogliono far credere che tutto sia cambiato ma la verità è sotto i nostri occhi. In questo scenario, vogliamo continuare a mobilitarci per la Palestina e contro “l’economia di guerra” che sigla accordi commerciali con aziende israeliane, riconverte l’industria a scopi bellici, garantisce profitti miliardari alle grandi aziende del comparto tecnologico (Leonardo è solo la punta dell’iceberg) e nel frattempo taglia il welfare e non alza i salari, definanzia scuola, sanità, ricerca, comprime gli spazi di libertà e il diritto di scegliere ed autodeterminare il proprio corpo e la propria vita. Il governo Meloni continua infatti a essere uno dei più fedeli alleati di Israele e di Trump, mentre l’Europa balbetta parole di circostanza, continuando a sostenere nei fatti l’economia del Genocidio in Palestina. Un’Europa che ha scelto la corsa al riarmo, contribuendo a un “regime di guerra” che incide direttamente sulle nostre vite e sui nostri diritti, favorendo ancora una volta gli interessi privati e l’industria bellica. Riteniamo perciò fondamentale contestare la prossima legge di bilancio, o meglio, la “finanziaria di guerra”, che verrà approvata il prossimo dicembre. > Vogliamo rivolgere un appello a tutte le forze sindacali, alle realtà > organizzate e ai movimenti sociali per la costruzione di un nuovo sciopero > sociale e generale, sulla scia di quelli del 22 settembre e del 3 ottobre, che > hanno dimostrato la forza dei movimenti sociali e sindacali e ci hanno > insegnato come sia possibile ridisegnare traiettorie comuni. L’energia accumulata negli scioperi e nelle manifestazioni deve ora tradursi nella messa in discussione collettiva dei rapporti di potere nell’Italia governata da Meloni. In questa fase è fondamentale evitare la frammentazione sociale e sindacale, così come le derive identitarie, e lavorare insieme per costruire uno spazio di convergenza ampio e solidale, capace ancora una volta di far risuonare il grido: “Blocchiamo tutto!” Le piazze di queste settimane ci hanno mostrato la direzione: mettere da parte identità e perimetri, convergere per permettere a tutte le lavoratrici e i lavoratori, le precarie e i precari, le studenti, le soggettività che non accettano passivamente questo presente di miseria, di scioperare con parole d’ordine e pratiche radicali, esercitando concretamente quel blocco che diventa rifiuto e costruzione di una reale alternativa, inceppando la macchina economica che sostiene il Genocidio, la guerra e lo sfruttamento. Sappiamo bene che queste righe non saranno sufficienti, che abbiamo bisogno di incontrarci, confrontarci e organizzarci. Immaginare pratiche con cui tutte e tutti possano sentirsi partecipi. > Fare un passo avanti collettivo per costruire nuove possibilità dal basso, > come abbiamo provato a fare attraversando i cortei, i blocchi, gli scioperi di > inizio ottobre con quello che abbiamo definito “spezzone sociale” dietro lo > striscione “Equipaggi di terra contro l’economia di guerra”, un punto di > riferimento che ha riunito tante persone alla ricerca di uno spazio per vivere > insieme quelle giornate straordinarie. Invitiamo tutte le persone, le realtà, i collettivi e gli spazi che hanno attraversato con questa attitudine le maree per la Palestina e contro il Genocidio a incontrarsi, perché questa nuova fase merita approfondimento, studio, confronto serrato: cos’è davvero “l’economia di guerra”? Cosa vuol dire provare a sabotarla collettivamente? Quali interessi ci sono in Italia intorno alla guerra e al genocidio in Palestina? Come riprendiamo in mano lo sciopero generale e sociale per esercitare pressione dal basso? Equipaggi di terra contro il genocidio e il regime di guerra: ci vediamo giovedì 30 ottobre, alle 18.00, a Esc, via dei Volsci 159. L’immagine di copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Equipaggi di terra, contro genocidio ed economia di guerra»: assemblea a Roma proviene da DINAMOpress.
October 28, 2025
DINAMOpress
Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza
di ÉTIENNE BALIBAR e LUCA SALZA. Questa intervista a Étienne Balibar di Luca Salza, anticipata sul suo blog, è in corso di pubblicazione sulla rivista K – revue transeuropéenne de philosophie et arts. L’intervista è stata realizzata fra l’8 e il 13 settembre 2025. LS : Je commencerai par une question philosophique, simple et terrible, qui tourmente beaucoup d’entre nous aujourd’hui. Comment et que peut-on penser face à ce qui se passe à Gaza ? Comment penser Gaza ? Comment penser à Gaza ? En somme, qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? EB : Je viens à ta question, terrible mais pas simple du tout, mon cher Luca. Mais auparavant je veux te dire les sentiments qui m’ont fait accepter votre proposition, malgré les difficultés et les risques qu’elle comporte. D’abord il y a ceci que, pour la première fois, je vais contribuer par écrit au travail d’une revue que j’admire, et dont je souhaite qu’elle fasse longtemps entendre sa voix. Une voix que menace toujours d’offusquer celle qui s’en est approprié le nom sans aucun scrupule, à des fins de plus en plus consternantes. Et surtout il y a ce sentiment de colère et de désespoir, ce bouleversement de toutes nos certitudes que suscite le nom de Gaza et que je partage avec vous, qu’exprime bien votre appel à contribution, sous l’invocation de Mahmoud Darwich. C’est de lui en effet, et de quelques autres (dont son ami Edward Said) qu’il faut essayer de retrouver l’inspiration pour ne pas redoubler le crime en cours d’un lamentable silence. Parler pour dire son impuissance est terriblement humiliant, mais se taire est impossible. C’est déjà de la complicité. J’ai lu les questions que tu me proposes, et j’ai tout de suite compris que je serais trop « court », dans tous les sens du terme, pour y répondre convenablement. Mais j’ai compris aussi que je ne devais pas me dérober. Je les prends donc toutes, et je dis ce que je peux. Worüber man nicht sprechen kann [oder denken], darüber muss man [doch nicht] schweigen! Penser Gaza, penser à Gaza, demandes-tu ? Malgré les images et récits qui filtrent (des journalistes y laissent quotidiennement leur vie), nous n’y sommes pas, dans Gaza, sous les bombes et devant les chars, en train de voir nos maisons rasées, nos enfants mourants de faim, nos blessés achevés jusque dans les hôpitaux, et d’enterrer nos morts à même la terre nue. Nous ne pouvons qu’y penser nuit et jour, en ressassant notre horreur. Nous prendre la tête en faisant l’histoire du « conflit » israélo-palestinien, cherchant ce qui l’a rendu inexpiable et ce qui l’a soustrait à tout rapport de forces réversible. Essayant de tout savoir du plan d’extermination et de sa mise en œuvre, mais aussi de la résistance, car elle subsiste sous les décombres, dans les gestes de défi ou les signaux de détresse des condamnés à mort. Dans leur dignité face aux assassins. Pour que le monde sache. Pour qu’il se souvienne, à défaut de s’être opposé. Mais je comprends bien que ta question va au-delà du fait de penser ce qui a lieu. Elle porte sur son contenu de vérité et sa portée morale : que sommes-nous capables de penser, qui nous engage, et de quelles pensées vraiment nécessaires disposons-nous encore, quand nous disons Gaza ? Je crois qu’il faut admettre que ce sera toujours trop peu et à côté de l’énormité du crime. Un crime dont nous sommes aussi partie prenante, ne l’oublions jamais. Il faut écarter les excuses, les protections et les précautions, c’est la condition pour qu’on débouche non seulement sur une qualification de circonstance, mais sur des questions radicales, dont les réponses seront longues à trouver et à ajuster. Ta formulation comporte une indication précieuse en ce sens : « qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? » La pensée vaut ce qu’elle peut : rien ou quelque chose selon qu’elle prend la mesure de son dénuement et de son exigence. Car génocide est l’un des noms de cette extrémité qui subvertit la rationalité au sens ordinaire, déborde la déduction, la représentation, l’évaluation du pour et du contre. Mais que veut dire, en l’occurrence, « un » génocide ? Que tous les critères, les marques distinctives énumérées dans sa définition juridique et repérables par analogie historique sont constatées ? Sans doute, et cela fait beau temps que seuls des valets et des portevoix de l’assassin, ou des « amis du peuple juif » pour qui la vérité compte moins qu’une solidarité communautaire aveuglée, s’obstinent à en nier la réalité. Au prix de l’abjection. Hélas Gaza n’est pas un génocide « possible », à discuter, à venir et à prévenir : c’est un génocide en marche, exécutésous nos yeux avec une inflexible détermination et sans véritable opposition, dont seule demeure encore incertaine la solution finale. Déjà Gaza n’existe plus, tandis que sur ses ruines errent deux millions de spectres privés de nourriture, chassés d’un point d’extermination à un autre… Mais dire « un génocide » suggère aussi qu’il faut comparer. Des génocides, il n’y en a pas tous les jours et pas n’importe où, mais il y en a d’autres que Gaza, dans le passé et même dans le présent : au Soudan, pour n’en nommer qu’un dont l’occultation, à beaucoup d’égards, est aussi insupportable que l’exposition de Gaza, et fait partie d’une même catastrophe (je vais y revenir). La pulsion de mort parcourt le monde en y semant la dévastation et les cadavres. Mais dire cela, ce n’est que donner un autre nom au problème. Cependant chaque génocide – quelle expression : chaque génocide ! – a des caractéristiques historiques, politiques et morales uniques, et ce sont elles qu’il faut « penser ». Ce qui notamment fait l’unicité de Gaza, et provoque en nous le sentiment d’une contradiction insupportable, ce n’est pas seulement le fait que le génocide soit perpétré par des Juifs qui (pour certains au moins) sont les descendants des victimes de la Shoah – le génocide des génocides. Mais c’est le fait que celle-ci, après que sa mémoire ait été institutionnalisée, soit instrumentalisée pour préparer, motiver, organiser et faire accepter Gaza. La Shoah en tant qu’événement destructeur et fondateur, indissociable aujourd’hui de ce que Jean-Claude Milner a appelé « le nom Juif », et par où ce nom et ceux qui le portent sont, qu’ils le veuillent ou non, attachés à un exemple sans équivalent d’anéantissement de l’homme par l’homme, témoins de sa monstrueuse possibilité, avertisseurs de sa répétition, ne cesse de participer à la justification du génocide de Gaza commis par Israël : en soutenant l’affirmation que les « victimes du génocide » ne sauraient évidemment le perpétrer à leur tour, mais aussi, contradictoirement, en les autorisant à franchir impunément toutes les limites du droit et de l’humanité pour se « protéger » eux-mêmes de son retour éternel, dont ils se disent ou se croient menacés. « Pas nous » et « seulement nous », proclament les Israéliens selon les besoins de leur autojustification, en invoquant Auschwitz et les pogroms qui l’ont préparé. Ainsi, dans une causalité « diabolique » (Poliakov), la Shoah engendre Gaza par l’intermédiaire de ses héritiers, et donc y perd son sens, non seulement pour les Juifs, mais pour nous tous[2]. Comment allons-nous pouvoir situer cette tragédie dans l’histoire, ou dans le « réel », et comment allons-nous réagir ? Qu’est-ce que nous en ferons dans nos pensées et dans nos vies ? Je dis que c’est ce qu’il faut « penser », mais je ne sais pas trop comment, par quelle logique. Car c’est à la fois le ressort de son effroyable efficacité (qui osera contredire les héritiers de la Shoah ?), et le renversement de toutes les valeurs, morales et intellectuelles (qui osera encore proférer le « plus jamais ça » ?). Notre conversation aidera peut-être à sortir de ce blocage. continua qui L'articolo Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza proviene da EuroNomade.
September 22, 2025
EuroNomade
Colpit3 dalle onde non affondiamo
Appunti in vista dell’assemblea in Valle del 27 luglio e per quelle già programmate per settembre… Nell’ultimo anno, abbiamo ostinatamente ragionato e organizzato iniziative contro la guerra e il regime di comando che ne è conseguenza. Lo abbiamo detto più volte, la guerra cambia, e non poco, il contesto in cui viviamo e diamo vita alle nostre battaglie politiche. Mutano i rapporti di forza, i punti di riferimento, le politiche economiche e, quindi, la ricaduta nella società è profondissima. In termini di diritti sociali e civili ma anche nella produzione di discorso pubblico, della retorica istituzionale e della cultura complessiva della nostra società. Quando abbiamo iniziato il percorso di Reset abbiamo fatto lo sforzo di adottare collettivamente, in uno spazio multiplo ed eterogeneo, delle lenti differenti per leggere non solo la fase ma le linee di disuguaglianza e sfruttamento che si vanno approfondendo. Per questo è stato fondamentale mettere al centro il confronto tra chi veniva dalle diverse esperienze delle lotte transfemministe, ambientaliste e sociali; tentare di assumere una nuova prospettiva che potesse aiutarci non solo ad analizzare il presente ma costruire uno sguardo radicalmente trasformativo per il futuro. > Da questo punto di osservazione e di iniziativa abbiamo affrontato anche i > limiti e le insufficienze del movimento – non solo in Italia – di cui, per > chiarezza, siamo state e stati e siamo parte. Quei limiti e insufficienze sono > anche i nostri. Alcuni passaggi sono stati rilevanti in questo nostro percorso o ci sono sembrati indicare dei terreni interessanti. Gli Stati Generali per la giustizia climatica e sociale lanciati da GKN e dalle realtà ambientaliste, le mobilitazioni per la Palestina, la marea transfemminista che ha preso parola da subito contro la guerra, le mobilitazioni in opposizione all’approvazione della c.d. Legge Sicurezza, la giornata del 21 giugno e la piattaforma di Stop Rearm. Molte sono le chiamate “a convergere” da parte di importanti percorsi, piattaforme e spazi di lotta che si sono dati negli ultimi anni e che, guardando al futuro prossimo, fanno appello a confluire e costruire il proprio spazio di lotta. Tuttavia, pensiamo che la convergenza non sia un qualcosa di dato, un fatto già esistente, un modellino “prefabbricato” da applicare, ma piuttosto una ipotesi strategica che si fonda su un processo di costruzione in divenire in grado di generare una novità in grado di rompere la temporalità in corso e che scommetta sull’incertezza. Insomma, per convergere c’è bisogno, secondo noi, di interrogarsi e confrontarsi non soltanto con altre realtà ed esperienze, ma sul modo di fare movimento e organizzazione, allargando lo sguardo al di fuori delle realtà organizzate. Non può essere una dinamica di mera sommatoria ma un processo, anche poco lineare, che ha come fine la moltiplicazione e l’inusuale processo in cui una formula matematica ha come risultato parole e relazioni nuove. Noi abbiamo scelto di partecipare a molti di quegli incontri e alle mobilitazioni che ne sono nate, sia a livello nazionale che europeo, e continueremo a partecipare agli spazi di confronto che si daranno nel movimento. Ma ci domandiamo se abbia senso costruire innumerevoli ambiti assembleari dove ognuno ha la sicurezza di indicare la strada da mostrare alle altre e agli altri o convocare “manifestazioni nazionali” o se, invece, non convenga a tutt* fare un passo indietro per poi compierne due avanti, insieme. Per quanto riguarda noi, continuiamo a proporre a tutte di costruire un processo di sciopero che rimetta in discussione pratiche e tempi. Uno sciopero europeo che esca dalla dinamica dell’evento e che possa essere risignificato come processo di accumulazione che si dà nel tempo, in grado di articolare pratiche, parole d’ordine e rivendicazioni che nascono dal basso dentro i processi reali, ma che sia al tempo stesso capace di costruire una capacità di iniziativa condivisa e potente, che duri nel tempo. Un processo non di mera federazione o alleanza ma che, nel mutuo riconoscimento delle soggettività in lotta, sappia guardare ai soggetti del lavoro vivo – lavoratori e lavoratrici, precarie, migranti, persone lgbtqi+ – che sul posto di lavoro come sui territori, sul terreno materiale come su quello culturale, si oppongono alla guerra come meccanismo di comando sulle vite di milioni di persone e rifiutano di pagarne il prezzo. Per fare ciò, vale secondo noi la pena di assumerci collettivamente il rischio e la fatica, anche del fallimento per poi sempre ritentare, per una scommessa ambiziosa che punti alla costruzione di occasioni di reale confronto tra le lotte su come acquisire la capacità di fermare e colpire insieme il sistema nazionale, europeo, mondiale che si avvia così velocemente verso il riarmo e la guerra, ognuno col proprio punto di vista e col proprio portato di esperienze. > Il nostro obiettivo è organizzarci per disertare, sabotare e scioperare contro > guerra, facendo dell’Europa lo spazio minimo della nostra iniziativa politica. In questa prospettiva pensiamo che sia necessario non solo  condividere prospettive nell’immediato, ma costruire un orizzonte di analisi e discorso comune. Ci sono, pensiamo, dei nodi che non possiamo evitare di affrontare nel nome dell’iniziativa, ed è per questo che vogliamo continuare a costruire spazi di discussione e comunicazione. Di fronte a guerra e riarmo non saremo soggetti passivi. Vogliamo essere agenti conflittuali e organizzati per affrontare la violenza di questo mare in tempesta. Insieme, con mutualismo e cooperazione, costruire la nostra forza collettiva. L’immagine di copertina è di Renato Ferrantini SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Colpit3 dalle onde non affondiamo proviene da DINAMOpress.
July 25, 2025
DINAMOpress
Tra bombe, sanzioni e retoriche di potere: resistere in Iran
Cronache e prime riflessioni mentre cadono le bombe su Teheran. L’IRRUZIONE DELLA GUERRA NEL CUORE DELLA NOTTE Erano le due del mattino. Una videochiamata con un’amica a Teheran si è trasformata all’improvviso nella visione in diretta di un incubo: la prima ondata dell’attacco israeliano contro l’Iran. Le case tremavano, il cielo era attraversato dai rumori dei missili e dei bombardamenti e le strade erano sommerse dal fumo, dalle urla e dall’abbandono. Lo Stato era assente: nessun rifugio, nessun piano, nemmeno un avvertimento. Ancora una volta, un popolo dimenticato veniva sacrificato sull’altare di un progetto geopolitico mortale. Per comprendere questa situazione, è necessario andare oltre la tradizionale cornice dello Stato-nazione e della politica di potenza. Ciò che accade oggi può essere interpretato come la continuazione di un “regime di guerra” nel cuore stesso del capitalismo globale – un regime che non si fonda solo sull’occupazione militare, ma sulla riproduzione della paura, sull’eliminazione dei soggetti politici e sull’organizzazione sistematica della morte. Come affermano Sandro Mezzadra e Michael Hardt, i regimi bellici contemporanei non si definiscono più tramite occupazioni tradizionali, ma attraverso un insieme composito di tecnologie del controllo, gestione dei confini, operazioni psicologiche e distruzione delle condizioni di vita civili. Il regime di guerra è oggi parte integrante dello Stato-capitale globalizzato: una rete multilivello di governi, eserciti, appaltatori della sicurezza e media che portano avanti la guerra come meccanismo di produzione di potere, legittimità e accumulazione. > In Iran, una struttura politico-economica già gravemente colpita da > inflazione, povertà, corruzione sistemica e repressione, si rivela ora del > tutto incapace di proteggere i propri cittadini di fronte agli attacchi > esterni. Da città come Teheran, Karaj, Esfahan, Shiraz e Mashhad arrivano testimonianze che confermano l’assenza anche delle infrastrutture minime di allerta o rifugio. Le persone vengono a conoscenza degli attacchi solo dal rumore delle esplosioni. Madri e padri che cercano di salvare le proprie figlie i propri figli a mani nude; ospedali che, pur non essendo obiettivi militari dichiarati, si ritrovano paralizzati da interruzioni elettriche, sovraffollamento e in alcuni casi colpiti direttamente. Testimoni oculari a Teheran raccontano che, dalla mezzanotte fino all’alba, raffiche e esplosioni hanno squarciato il silenzio, facendo tremare più volte gli edifici. La gente ha cercato rifugio per strada, non solo per paura degli attacchi, ma anche per timore del crollo delle proprie case. «Il silenzio dopo l’esplosione», dice un residente, «è più spaventoso dell’esplosione stessa». In un altro resoconto locale, una donna del quartiere Niru-ye Havaei racconta di aver passato tutta la notte sulle scale con i suoi figli, convinta che fosse più sicuro lì che dietro le pareti di vetro dell’appartamento. A Esfahan, un’infermiera riferisce che il pronto soccorso del suo ospedale è stato gestito al lume di candela, senza elettricità né ossigeno. A Mashhad, un ragazzo scrive che sua madre ha avuto una crisi di panico, confondendo il rumore dei droni in cielo con quelli usati per la repressione durante le proteste del 2022. > Questo regime, attraverso una distribuzione asimmetrica della violenza, prende > di mira le strutture della vita stessa: elettricità, acqua, ospedali, scuole e > media. La distruzione delle infrastrutture civili non è più un effetto collaterale, ma parte integrante della logica bellica. Non è una guerra contro lo Stato, ma contro la capacità stessa delle persone di vivere. In questo senso, la politica di guerra è una politica contro la vita. L’ILLUSIONE LIBERATRICE All’inizio, Donald Trump, con un linguaggio coloniale e sprezzante, dichiarò che «per preservare il grande impero persiano, è meglio che l’Iran accetti un accordo con noi» — come se la storia dell’Iran non fosse altro che un’appendice da piegare ai sogni imperiali americani. Poco dopo, ha avuto inizio l’attacco israeliano. In una dichiarazione teatrale, Netanyahu si è rivolto al popolo iraniano affermando: «Non siete voi il bersaglio dei nostri attacchi, ma il regime e alcuni individui specifici». Questa distinzione fittizia, tuttavia, non è segno di etica, bensì parte integrante di un discorso bellico delle potenze globali, in cui la linea tra popolo e governo viene deliberatamente cancellata per rendere la morte legittima. Allo stesso tempo, le immagini della famiglia Pahlavi nei loro incontri con esponenti israeliani rappresentano un altro tassello dello stesso progetto politico-mediatico, che trasforma la catastrofe in opportunità. > I monarchici, allineandosi con le politiche guerrafondaie, si presentano come > portavoce del popolo, come se quel popolo che ha affrontato i proiettili a > mani nude nella rivolta “Donna, Vita, Libertà” non fosse mai esistito. Questo sguardo dall’alto, strumentale e intriso di disprezzo, rappresenta le iraniane e gli iraniani non come soggetti politici, ma come pedine mute sulla scacchiera della geopolitica globale. Il giorno seguente, una nuova messinscena: «Bisogna preparare l’Iran alla rivoluzione». Poi: «L’obiettivo è il cambiamento di regime». E infine: «Abbiamo preparato l’Iran per proteste e sollevazioni popolari. Popolo, insorgi!» Ma questo “invito alla rivolta” proviene dalle stesse potenze che da anni costringono la popolazione iraniana a sopravvivere sotto il peso di sanzioni, minacce e una guerra che ha reso la vita stessa insostenibile. La rivolta a cui si fa appello non mira alla liberazione, bensì a una redistribuzione strategica della morte secondo la mappa degli interessi globali. Come possono insorgere coloro che, in quello stesso momento, hanno perso i propri cari sotto le macerie? Come potrebbero rivoltarsi quelle e quelli che sono fuggite dalle loro case e città solo per restare in vita? Nella logica del capitale e della guerra, le cittadine e i cittadini comuni non sono solo vittime, ma anche responsabili di pagare il prezzo dei missili che li colpiscono. In quest’ordine, la morte è uno strumento della politica e la distruzione diventa il linguaggio della legittimità. VIVERE COME RESISTENZA In questo regime, il confine tra “nemico militare” e “popolazione civile” viene deliberatamente cancellato. La frase minacciosa «quello che abbiamo fatto a Gaza, lo faremo anche in Iran» non è semplicemente una tattica: è l’espressione di una politica che merita di essere chiamata per nome — politica della morte, o necropolitica. In tale cornice, gli Stati non si limitano a decidere chi vive, ma pianificano la morte: attraverso l’assedio, l’interruzione dell’accesso alle risorse vitali e infine il bombardamento. Questa politica della morte è accompagnata da interventi psicologici e mediatici. Agenzie di stampa e analisti legati ai blocchi di potere giustificano la guerra con il linguaggio dell’“aiuto umanitario”. In queste narrazioni, i bombardamenti vengono rappresentati come un preludio alla libertà. Questo processo svuota la violenza del suo significatoe trasforma la morte in soluzione. In questa logica, anche la protesta diventa qualcosa di predefinito e controllabile. Le stesse potenze che hanno imposto sanzioni e insicurezza invitano ora il popolo iraniano alla rivolta – non per la libertà, ma per ricostruire un ordine più adatto ai loro interessi. Questa politica dell’insurrezione “guidata” è parte della macchina bellica stessa: una macchina che desidera la rivolta, ma ne pretende anche il controllo. La rivolta, così concepita, non è un atto di liberazione, ma una strategia per ribilanciare i poteri. Da questa prospettiva, ciò che diventa urgente è la ricostruzione di un orizzonte di resistenza, non basato sulla salvezza esterna o su interventi umanitari, ma fondato sulle azioni autonome del popolo, in solidarietà con altri soggetti espulsi dal sistema globale. > La vera resistenza non si costruisce in alleanza con poteri militari, ma nel > riappropriarsi del potere dentro la vita quotidiana. In questo contesto, narrazioni, memorie e testimonianze popolari diventano atti politici. Chi scrive sotto i bombardamenti, chi ascolta in silenzio il ronzio dei droni nella notte, chi stringe la propria bambina o il proprio bambino in un rifugio immaginario: tutte e tutti sono portatrici e portatori di una forma di resistenza. Una resistenza che non risiede nelle armi, ma nel sopravvivere, nel raccontare, nell’insistere a esistere contro ogni tentativo di cancellazione. In un mondo dove la morte è diventata uno strumento di legittimazione, forse l’unica forma di resistenza possibile è restare in vita come atto politico: resistere non per gli Stati, né per opposizioni che rappresentano l’altro volto dello stesso ordine, ma per la vita, per la giustizia, per la fine di una politica che trasforma l’essere umano in obiettivo militare. Ciò che accade oggi in Iran è parte di un quadro più ampio: l’ordine globale del capitalismo bellico. Un ordine che, sotto la maschera della democrazia e della sicurezza, rende le popolazioni obiettivi legittimi da colpire. In quest’ordine, la morte non è un errore, ma una necessità funzionale. Resistere a questa realtà è possibile solo se si trasformano le narrazioni, si ricostruiscono i confini etici e si riportano i soggetti popolari dal margine al centro dell’azione politica. Solo allora potremo tornare a parlare della vita come atto politico, e non più della morte. Immagine di copertina di Mohammadjavad Alikhani (wikimediacommons) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Tra bombe, sanzioni e retoriche di potere: resistere in Iran proviene da DINAMOpress.
June 17, 2025
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Netanyahu il leone
Di Collettivo EuroNomade L’operazione “Rising Lion”: è un nome perfetto per quello che sta succedendo, e descrive bene l’intero senso della strategia di Netanyahu: sentitosi smascherato davanti al mondo, si solleva da questa verità, ormai sotto gli occhi di tutt-, alzando il livello del conflitto, da vero sovranista, come il leone è il re della savana. La tensione con l’Iran è cosa di lunga data, certo, ma l’attacco missilistico israeliano è partito nel momento in cui la solidarietà globale per la Palestina ha messo all’angolo Netanyahu e la sua politica genocidaria.  È la denuncia della sua violenza che l’ha fatto tremare, è alla potenza della solidarietà che sta rispondendo, è al terrore della verità che sta emergendo da Gaza che deve ribattere, e sceglie di farlo distogliendo l’attenzione, alzando il livello del conflitto, e optando ancora una volta per la violenza – la solita vecchia via di uscita. È tutta una questione di reputazione, la sua e quella dello stato israeliano, e per queste rappresentazioni è disposto a giocarsi il tutto per tutto. Una mossa da leone stanco, ma ancora pericolosissimo, che scarica tutta l’aggressività di cui è in grado, con una zampata che cerca di imporre nuovamente dominio e autorità, giustificandosi a posteriori su potenziali attacchi nucleari iraniani, sovvertendo l’ordine della narrazione, facendo gaslighting, come i peggiori narcisisti.  A farne le spese è, come sempre, la popolazione civile, su entrambi i fronti della guerra. L’aggressione dell’Iran viene raccontata come un attacco preventivo e come un’azione di difesa, una narrazione, questa, che ricorda molti altri conflitti che hanno segnato la storia contemporanea dai primi anni duemila. Come ci ricorda il collettivo Roja, non è questione di prendere le parti dello stato della repubblica islamica, quanto piuttosto essere sempre a fianco delle lotte popolari e  femministe che si danno nel territorio iraniano. Un’indicazione analoga viene dal PJAK: contro ogni uso strumentale di “Jin, Jiyan, Azadi”, quelle parole sono il rinnovato fulcro di una fase rivoluzionaria che, rompendo la logica del regime di guerra, rifiuti tanto gli attacchi israeliani quanto il governo iraniano, mettendo al centro l’autogoverno, la solidarietà e la lotta delle donne. Questo vuol dire riconoscere che, davanti alle pratiche mortifere degli stati, la parte da sostenere e con la quale allearsi è sempre e comunque quella dei movimenti contro la guerra e per la libertà, fuori dalla narrazione dell’esportazione della democrazia occidentale, dalla logica dei blocchi e dalla altrettanto ideologica narrazione del “campismo”. Sullo sfondo, il disegno di un nuovo ordine regionale, a partire dal controllo dell’area su cui dovrebbe passare l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC) attraverso l’imposizione di un regime di guerra permanente, con Trump che definisce l’attacco israeliano all’Iran come “eccellente”, avvertendo che l’offensiva continuerà, e che le risorse militari israeliane, di fabbricazione statunitense, sono ben più potenti di quelle a disposizione dell’esercito iraniano, fornendo così a Netanyahu una sponda nel distogliere l’attenzione da Gaza per ri-focalizzarla sugli accordi sul nucleare. Ancora una volta, però, non dice una parola su quanto sta succedendo in Palestina, mentre, nel frattempo, Putin si propone come mediatore. In Europa, Macron si dice pronto a difendere Israele, e nulla ha detto dell’eurodeputata Rima Hassan de La France Insoumise, catturata in acque internazionali da Israele mentre era a bordo con Greta Thunberg e Thiago Avila (tra gli altri), né tantomeno si è pronunciato su i tre membri dell’equipaggio, Pascal Maurieras e Yanis Mhamdi (Francia) e Marco van Rennes (Paesi Bassi), ancora detenuti nelle carceri israeliane, Sempre in  Francia, però, sabato 14 giugno, è stata una giornata di mobilitazione contro la guerra e contro il genocidio a Gaza, indetta da La France Insoumise e da CGT, CFDT, Solidaires, UNSA e FSU. Da queste altezze, fondate sulla morte, sulla miseria e sulla violenza, non possiamo che augurarci che cada. Non succederà presto, in questo regime di guerra, non sarà facile, e chissà dopo quanti morti, dopo quanta distruzione, ma prima o poi accadrà. Immagine creata con ChatGPT. L'articolo Netanyahu il leone proviene da EuroNomade.
June 16, 2025
EuroNomade
Costruire pratiche collettive contro la guerra
Dal 28 al 30 marzo oltre cento persone hanno partecipato all’incontro nazionale contro la guerra Rearm? No, reset! promosso dalla Rete per lo Sciopero Sociale Eco-Transfemminista contro la guerra (RESET Against the War). Nell’arco dei tre giorni, singole soggettività, appartenenti a spazi sociali, collettive studentesche, coordinamenti e sindacati di base hanno accettato la sfida di affrontare il disorientamento che da tre anni attraversa i movimenti, mettendo la guerra al centro della discussione. I quattro tavoli tematici hanno permesso un confronto aperto e franco, che ha consentito di fare passi avanti condivisi nell’analisi della fase attuale e verso il superamento di blocchi e automatismi che hanno costituito un limite evidente in questi anni. Per questo, i report dei tavoli che mettiamo a disposizione [Regime di guerra e diritto alla città; Riconversione economica? Guerra, produzione e riproduzione; Quale “nuovo” internazionalismo di fronte alla guerra?; Cassetta degli attrezzi per movimenti insorgenti] contengono ipotesi, pongono problemi, smontano linguaggi e categorie. L’incontro non solo ha raccolto il lavoro di mesi di preparazione da parte di singol*, gruppi e collettivi, ma ha affermato praticamente l’urgenza di costituire un luogo aperto per ripensare il nostro modo di fare movimento, oltre le formule e le pratiche consolidate, guardando con lenti diverse la realtà di una guerra che non parla da sola e non è confinata allo scontro militare sui campi di battaglia, ma scandisce incessantemente il nostro presente. Organizzarsi per lottare dentro e contro la guerra è l’urgenza che l’incontro consegna e da cui ripartire. Per quanto registriamo positivamente la ripresa di iniziative di contestazione delle politiche di riarmo avviate nel contesto europeo e di rifiuto del genocidio in atto in Palestina, affermiamo al tempo stesso l’importanza di costruire e ampliare un percorso di crescita collettiva e trasformazione sociale che sappia produrre un linguaggio comune, superando i blocchi che sin qui hanno impedito lo sviluppo di un movimento esteso e radicale contro la guerra e la sua logica trasversale. Manifestazione a Coltano, giugno 2022 In opposizione alla guerra, che produce morte e distruzione su molteplici fronti, frammentandoli, l’incontro ha riconosciuto l’orizzonte comune che li lega e che connette ciò che accade lungo questi fronti con le trasformazioni transnazionali – economiche, politiche e sociali – che attraversano ogni territorio e realtà nazionale. La guerra produce oggi una violenta riaffermazione di gerarchie e ruoli sociali, coazione al lavoro e sfruttamento, limitazione degli spazi di liberazione di cui possono beneficiare solo gli Stati e il capitale. Ma sbaglia chi pensa che questi ultimi abbiano, con il ricorso alla guerra, ripreso il controllo del disordine sistemico. Stato e capitale devono imporre con l’uso della forza e con una continua e incessante propaganda e militarizzazione i loro propositi: inseguire un lavoro vivo riottoso a farsi sfruttare e arruolare per il bene dello Stato e delle imprese; individuare sempre nuovi nemici nei migranti, nelle donne, nelle persone LGBTQI+, nei lavoratori e nelle lavoratrici e in chiunque contesti lo stato di cose presenti. Alcun* di noi hanno usato in questi anni modi diversi per riferirsi e registrare questo cambiamento di scenario, parlando di “regime di guerra” o “terza guerra mondiale”. Si tratta di una discussione aperta e che continuerà, di cui i report restituiscono alcuni elementi. L’uso di queste diverse formule non ha tuttavia impedito di puntare alla costruzione di un discorso comune: ciò su cui vogliamo porre l’accento è che registrare la centralità politica della guerra, del suo ritorno sulla scena mondiale, più che riattivare parallelismi storici, serve a indicare la condizione generale in cui ci troviamo, dove la guerra viene mobilitata come principio d’ordine, scontrandosi con l’instabilità irriducibile di ogni assetto sociale e politico > Nella drammaticità del momento, riconosciamo nella guerra una posta in gioco > che chiama in causa i movimenti organizzati e chiunque voglia qualcosa di più > della miseria di questo presente. Cogliere questa posta in gioco è oggi > decisivo per non rimanere invischiati nella logica del nemico, nella > geopolitica dei fronti e dei blocchi che fanno degli Stati, delle > rappresentazioni omogenee e monolitiche dei popoli, delle identità, gli unici > soggetti legittimi all’ombra del capitale. Opporsi alla guerra e alle sue logiche è oggi il punto di partenza per ogni lotta che punti a non essere meramente residuale e reattiva: contrastare le pretese ordinatrici del militarismo, della violenza patriarcale, del razzismo, dello sfruttamento e della devastazione ambientale è il punto di partenza per fare della pace un orizzonte reale di lotta al di là di ogni condivisibile, ma insufficiente, evocazione morale. Serve dunque costruire praticamente una politica altra, che sappia finalmente produrre un piano di comunicazione tra soggetti sociali, precarie, migranti, donne e soggetti LGBTQI+ che subiscono ovunque gli effetti e i costi sociali della guerra e li rifiutano con i loro comportamenti e le loro rivendicazioni. Organizzare l’opposizione alla guerra, imporre la sua fine, vuol dire per noi oggi rifiutare ogni arruolamento per affermare un terreno comune di lotte capaci di richiamarsi, sostenersi, rafforzarsi, allargarsi. Significa valorizzare ciò che c’è, al fine di superarlo e attivare altro, trovando parole condivise per produrre iniziativa e sapendo che la ricerca di queste parole può essere il terreno su cui scontare anche conflittualmente le nostre divergenze. Non ci serve richiamare parole d’ordine abusate, insufficienti quando non controproducenti, ma costruire un discorso e una pratica condivisi capaci di fare i conti con le differenze tra soggetti organizzati, condizioni sociali e geografiche. Sottrarsi, disertare, resistere, non è più sufficiente: ciò che è necessario è costruire le condizioni per le quali i soggetti colpiti dalla guerra e dalle sue logiche di sfruttamento, razzismo, patriarcato, devastazione ambientale possano convergere, acquisire potenza e sovvertire. Ciò rende decisivo pensare oltre i confini nazionali, ripensare l’internazionalismo oltre la tradizione dell’internazionalismo stesso. Per quanto possiamo considerare odiose e bisognose di risposta le politiche portate avanti dal governo o le condizioni che dobbiamo affrontare nei territori e negli spazi metropolitani, infatti, non è più rinviabile riconquistare una capacità di immaginazione e azione transnazionale. Ciò non significa solo riconoscere che tutte e tutti siamo presi in processi che agiscono su questa dimensione, ma anche comprendere che è su questo piano che possiamo trovare la forza necessaria per contrastare quei processi, a partire dalla dimensione europea. Alla sterile opposizione tra europeisti e non europeisti dobbiamo opporre una politica in grado di rovesciare un’Europa di guerra che va ben oltre il piano di riarmo e si profila come spazio in cui il comando sul lavoro vivo diventa sempre più violento, sotto il segno dell’autoritarismo, del patriarcato, del razzismo e dello sfruttamento. Essere parte dell’elaborazione di un discorso e di una pratica di lotta transnazionali ed europei, capaci di guardare l’Europa oltre i suoi confini istituzionali, è parte integrante dell’opposizione alla guerra. Per andare in questa direzione – oltre a continuare a stare nei percorsi e nelle mobilitazioni in cui siamo impegnat* e a cui parteciperemo nei prossimi mesi portando l’approccio che ha caratterizzato la residenza – vogliamo promuovere ulteriori incontri aperti di discussione che permettano di approfondire le ipotesi e i temi qui sollevati. > Non vogliamo aggiungere date a calendari già pieni di scadenze che ci vedono > in molte occasioni coinvolt*, ma riaprire un terreno di confronto e > discussione per alimentare un processo di accumulo di capacità di > comunicazione e organizzazione. Chiamiamo sciopero questo processo organizzativo, dal momento che deve essere in grado di interrompere le logiche di sfruttamento, razzismo, patriarcato e devastazione ambientale che la guerra estende a tutta la società. Interrompere non significa inseguire momenti decisivi, ma fare di ogni momento una possibilità affinché chi è più colpito da questo presente di violenza e sfruttamento possa riconoscersi in una condizione comune e tornare a cospirare insieme. Immagini di copertina e nel corpo del testo di Andrea Tedone, manifestazione a Coltano, giugno 2022 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Costruire pratiche collettive contro la guerra proviene da DINAMOpress.
May 6, 2025
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Essere giovani nel regime di guerra globale
Questo testo parte dal bisogno di mettere a fuoco, con un taglio generazionale, alcune riflessioni sedimentate all’interno della residenza di ReSET (Rete per lo Sciopero Sociale Ecologista e Transfemminista), tra le aule di Roma Tre e lo spazio sociale Acrobax, dal 28 al 30 marzo. Viviamo in una congiuntura di guerra, che porta con sé un accumulo di crisi, climatica, economica, politica, pandemica e sociale e in cui, attraverso la guerra, si tenta di portare ordine dove questo non c’è. La guerra è già qui e gli assetti della società vengono riallineati e riordinati in questo senso; lavoro, scuola e università, e così le soggettività che al loro interno abitano, vengono arruolate, sia sul piano materiale che simbolico-ideologico. Il nostro Governo, parte di un blocco reazionario che si esprime sul piano europeo ed extra-europeo, ha reso evidente, fin da subito, la logica binaria e dicotomica della guerra, attraverso la muscolarità di un articolato impianto normativo, anche di carattere emergenziale, che stigmatizza e reprime soggetti e comportamenti “devianti” e “dissonanti” e che, sul piano del discorso pubblico, esalta la nazione e il suo apparato militare e tecnologico. “Armarsi”, nella logica del ReArm Europe, significa investire in spesa militare a detrimento di quella sociale, significa rilanciare l’industria dell’automotive e colmare il divario tecnologico, economico e commerciale con la Cina e gli Stati Uniti, significa consolidare i confini nazionali ed europei, significa sacrificare la ricerca alle logiche delle imprese che lucrano sulle guerre, i conflitti e le ricostruzioni, significa affamare intere popolazioni e colonizzare i territori e le risorse naturali, significa disciplinare e governare il lavoro, i saperi, le vite. In questi giorni, a più riprese, le maggiori testate del Paese si rincorrono in un susseguirsi di articoli ed editoriali che attestano la drammaticità della situazione del lavoro e della formazione delle/dei giovani, tutto d’un tratto ci accorgiamo dei fenomeni di esodo dalle nostre città che non hanno mai smesso di darsi. LA CONDIZIONE DEL LAVORO GIOVANILE Non è più sorprendente sostenere che gli stipendi in Italia sono al palo da trent’anni, siamo il paese che ha registrato il calo dei salari reali più forte tra le principali economie OCSE. La questione è riemersa con molta forza nell’ultimo periodo, a causa della relativa riduzione del potere d’acquisto e della forte crisi inflazionistica creatasi a partire dalla guerra in Ucraina e dalla pandemia. Come ha scritto Biagio Quattrocchi in un recente articolo pubblicato sul sito clap-info (La guerra dei trent’anni: povertà retributiva e disuguaglianze strutturali in Italia – Clap – Camere del lavoro autonomo e precario), siamo davanti a una guerra di classe che dura da ormai trent’anni, vecchia quanto l’imposizione del neoliberismo come paradigma globale di governance, in cui i salari scendono e salgono solo i profitti per le imprese. Elementi che si enfatizzano e si aggravano sulla linea di frattura sociale del genere, della razza e delle generazioni, dove a emergere è un quadro dalle tinte fosche fatto di precarietà, lavoro povero e gratuito, addestramento alla disponibilità. Un quadro generale a cui si deve aggiungere che di lavoro si continua a morire, anche mentre si studia, come le storie di Lorenzo Parelli, Giuliano De Seta e Giuseppe Lenoci tragicamente ci ricordano.  Se si guarda poi la questione a partire da quanto emerge dai documenti (EUROSTAT, 2025) che ritraggono la situazione delle giovani generazioni (dai 18 ai 35 anni) il quadro peggiora ancora. Dal 2019 al 2023 la retribuzione media dei giovani è diminuita del 17%. Questo dato è soltanto la punta dell’iceberg. Per scoprire il mondo della precarietà giovanile bisogna leggere i dati all’interno e far emergere che il 40,9% degli under35 ha un contratto precario, a tempo determinato o stagionale e che molti di questi sono a cortissima durata, con paghe irrisorie; senza contare che il mondo del lavoro giovanile è costituito in ampia parte dal lavoro nero e sommerso, da lavoretti che difficilmente emergono dalle analisi ufficiali. Le statistiche valgono infatti se si ha la “fortuna” di avere un lavoro, perché così non è per il 21,3% che ne è privo. Sono anche altre le questioni che vengono meno rappresentate: una tra tutte, il fatto che la dinamica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro nel mercato sia un falso mito, poiché se un impiego si trova si deve al capitale relazionale e sociale che si ha a disposizione, quindi anche alle proprie condizioni di partenza. La rete parentale e amicale svolge un ruolo centrale e costituisce il miglior servizio per il lavoro a disposizione dell3 ragazz3. Non deve sorprenderci che questa rete rimane anche l’unica forma di welfare efficace, anche se ormai praticamente esaurita. > Per il resto, come giovane, costituisci “dote” a disposizione dell’appetito di > imprese e di agenzie private che operano nel mercato del lavoro. Oltre ai dati quantitativi, già drammatici, è necessario denunciare la qualità del lavoro e delle condizioni in cui si realizza. Da una parte abbiamo visto consolidarsi come elemento strutturale del lavoro l’economia della promessa e il lavoro gratuito collegato a essa. Due fattori che costituiscono i pilastri dello sfruttamento del lavoro vivo giovanile attraverso forme di ricatto e di presunta premialità che creano una costante aspettativa di miglioramento che difficilmente viene esaudita. Essendo due fenomeni strutturali e agendo subdolamente, risultano completamente introiettati soprattutto dalle nuove generazioni che sono educat3 alla logica del sacrificio, dell’ “innovazione interiore”, sin dalla scuola, con i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO), ma anche attraverso i social, dove veniamo costantemente sommersi dagli standard di successo del capitalismo digitale incarnati dai “cripto-guru”, canoni di successo e competitività che allo stesso tempo sono canoni di muscolarità e machismo. Uno dei campi dove emerge maggiormente la condizione dello sfruttamento giovanile è il lavoro stagionale. Non è un caso che si apra ad aprile questo dibattito: come ogni anno bisogna fare i conti con l’estremo bisogno della macchina del lavoro estivo di assorbire forza lavoro. Questo è il settore in cui si concentrano con maggior visibilità e intensità le dinamiche di sfruttamento; infatti, è un settore che richiede forza-lavoro poco qualificata, dove i turni sono massacranti, le paghe irrisorie e le tutele sono spesso inesistenti. Quindi i lavori che ci vengono “naturalmente” attribuiti sono quelli in cui il nostro percorso di formazione spesso non ha alcuna importanza e per cui siamo sovraqualificat3. Il lavoro per noi è, oggi, fonte di frustrazione, sfruttamento, alienazione. Non si tratta di elementi di novità, ma nuovo è l’impianto “culturale” in cui si inseriscono. Il lavoro nel regime di guerra subisce una riconversione non solo economica verso un assetto bellicista, ma compie un salto di tipo culturale di stampo militarista. La guerra è un imperativo che viene fatto pesare sul rapporto di sfruttamento della forza lavoro e il militarismo aiuta a rinsaldare i vincoli patriarcali della produzione e della riproduzione. Se nei conflitti è strategico il controllo delle risorse, il lavoro vivo diventa esso stesso una risorsa strategica da controllare e pacificare. Incorporando i vincoli patriarcali, nella formula beffarda dello sfruttamento lavorativo, ai ragazzi e alle ragazze vengono richiesti costantemente sforzi e sacrificio per sostenere la terra dei padri, a fronte di una costante svalutazione delle proprie conoscenze e con la sola promessa che “in futuro andrà meglio”, cosa che vorremmo poter auspicare ancora, nonostante la guerra sia il nostro presente e l’unico orizzonte visibile. > L’incorporazione dei vincoli patriarcali emerge plasticamente nelle richieste > stesse dei datori di lavoro, rivolte non solamente a rafforzare le competenze > di “cura, linguaggio, disponibilità, relazione”, ma allo stimolo ad “amare” il > proprio lavoro, a percepire l’ambiente lavorativo come “seconda famiglia”, > facendo leva su immaginari e sentimenti affettivi forti che servono a tenere > salde le catene del controllo. Mentre si afferma tra noi con forza il sentimento di sfiducia verso il lavoro come strumento di emancipazione e di ascesa sociale, il comando capitalista rinsalda le sue posizioni attraverso il mito del “self-made man”, sappiamo che bisogna primeggiare, emergere e che non importa a costo di chi o a costo di cosa. Chi non ce la fa si merita di perdere e di subire tutte le conseguenze della sconfitta, autocolpevolizzandosi. In fondo, non esiste niente di più simile alla logica della guerra se non questo: non ci sono amici, solo nemici da distruggere. RESISTENZE INFORMALI Dove sono finite in questo scenario le forme di organizzazione? Nonostante l’economia della promessa funzioni come blocco per impedire forme di conflitto nei luoghi dello sfruttamento, nonostante vi sia una sfiducia generalizzata nella lotta come motore capace di generare un cambiamento reale, una buona parte dell3 ragazz3 riconosce l’importanza delle strutture sindacali e sente il bisogno di migliorare le proprie condizioni (CNG, 2023). È vero che la difficoltà che si incontra oggi nell’organizzazione delle lotte del lavoro è dovuta alle sue stesse forme, spesso sommerse, frammentate e individualizzate e ai meccanismi del comando sul lavoro vivo che lo imbrigliano, ma bisogna forse tematizzare anche i limiti interni alle organizzazioni sindacali, che al di là di rare eccezioni sono incapaci di riconoscere, intercettare e organizzare tale complessità. Se guardiamo al fenomeno delle “grandi dimissioni”, negli Stati Uniti ha costruito un meccanismo virtuoso di condivisione di pratiche e regimi discorsivi. Infatti, andando oltre le forme sindacali tradizionali, si sono costituiti forum di socializzazione del malessere legato alla propria condizione lavorativa che attraverso le piattaforme digitali hanno permesso la contaminazione e la proliferazione fino ad assumere il rifiuto del lavoro come rivendicazione principale. Da noi, in Italia, ha assunto più la forma del quiet quitting ed è rimasto principalmente esperienza individuale, senza neanche l’aspirazione a costruire rivendicazioni comuni. Questo ci può far ragionare su due cose: forme di sabotaggio individuali del dominio capitalista si continuano a dare anche laddove non le vediamo esplicitamente e che bisogna costruire spazi dove queste si incontrino per favorire la contaminazione e la collettivizzazione. L’altra questione è che il salario rimane una rivendicazione centrale come strumento di riappropriazione del proprio valore, ma assumono altrettanta importanza gli aspetti qualitativi del comando sul lavoro vivo, con la conseguente manifestazione del bisogno di trovare del tempo per la socialità e per sé stessi e della necessità di costruire forme di relazionalità al di fuori delle maglie che la competizione con violenza produce. Non è un caso che, in questo quadro, in questi ultimi anni siano state agite da3 ragazz3 sempre più significative forme di esodo dal Paese e dal lavoro. L’Italia è un corpo morto, non può dare più nulla, per trovare maggiore prospettiva di crescita professionale, per avere la possibilità di lavorare in settori innovativi, per avere una formazione migliore e per essere pagat3 meglio l’opzione migliore, per chi se la può permettere, è andarsene. Per chi rimane la tragedia è ancora più grande. Lo spettro del presentismo e la crescita delle “passioni tristi” dominano le tonalità emotive della nostra generazione. Siamo di fronte a una perdita di senso; all’antropologia novecentesca non ne è subentrata, per ora, un’altra egemone. DISCIPLINAMENTO: UN PERCORSO CHE INIZIA DALLA SCUOLA La palestra in cui inizia il processo di disciplinamento dei soggetti rimane la scuola. La scuola non ha più alcun valore perché gli unici saperi che servono ora sono quelli tecnici che si possono apprendere anche attraverso corsi di formazione professionale e in generale nel privato. L’unico ruolo che le viene accordato è quello di riprodurre e fomentare la logica di una guerra culturale per la difesa dei valori dell’identità nazionale e occidentale e di abituare allo sfruttamento spersonalizzante e selvaggio, punto centrale nel programma del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.  Il processo di dismissione del sapere “in sé” e “per sé” realizzato scientificamente dalle riforme della scuola e del lavoro degli ultimi decenni lo conosciamo bene: la scuola non vale più niente, l3 ragazz3 devono lavorare. Si confonde, volutamente, l’educazione scolastica con la formazione alle “competenze”. Competenze cognitive, sociali, trasversali funzionali non ad accrescere i processi di capacitazione delle persone, non alla promozione e valorizzazione dei vissuti e delle esperienze di ognun3, ma all’addestramento al lavoro. In questo modo studenti vengono mandati a lavorare, senza che vi sia stato un percorso di conoscenza del mondo del lavoro e dei diritti ad esso legati, in segmenti del mercato del lavoro precarizzati, fragili, meno tutelati. Giuseppe Lenoci e Lorenzo Parelli, morti qualche anno fa, secondo la normativa vigente, erano soggetti agli adempimenti regolati dall’alternanza scuola-lavoro/PCTO, categoria ampia, diversamente nominata negli anni, che attiene alla relazione stretta tra formazione e inserimento lavorativo, tra formazione pratica e teorica, alla dualità sapere/mercato, che è divenuto elemento centrale di riflessione pedagogica, valutativa e didattica, in un processo di sistematico smantellamento della scuola pubblica, del valore del sapere e dell’ingresso sempre più prepotente delle imprese nel sistema educativo e nella programmazione formativa. L’UNIVERSITÀ DELLA GUERRA Rimanendo all’interno del processo di smantellamento del valore del sapere, anche l’università non è stata risparmiata da questa guerra. Infatti, da trent’anni a questa parte tagli e riforme ne hanno riscritto completamente la forma verso quella che possiamo definire università neoliberale. Anche il governo Meloni non è da meno e quest’anno ha messo in fila il taglio del Fondo di Finanziamento Ordinario e una proposta di riforma precarizzante sul preruolo voluta dalla ministra Bernini, che per adesso è stata ritirata. Quando diciamo università neoliberale parliamo di un’istituzione il cui controllo è diventato centrale per il capitalismo ed è stato rinsaldato attraverso un processo di privatizzazione, mercificazione e aziendalizzazione della conoscenza. Modello che risulta l’alleato perfetto del regime di guerra. Partendo dai percorsi di laurea, questi vengono classificati a secondo della spendibilità sul mercato del lavoro, ancora una volta le lauree umanistiche sono all’ultimo posto, mentre le facoltà più tecniche primeggiano. Attraverso la riduzione dei fondi e l’adozione del New Public Management le università sono indotte a cercare collaborazioni con le aziende del comparto militare (Leonardo) o energetico (Eni), indirizzando il sapere verso gli interessi di profitto e di sviluppo unidirezionale e mascherando questi programmi dietro le tecnologie dual-use, creando veri e propri percorsi di laurea ad hoc per formare futura forza lavoro per queste aziende. Nel campo della ricerca negli ultimi anni sono aumentate le borse o i contratti di ricerca finanziati direttamente dalle aziende private, con lo stesso intento. Le università concorrono, pertanto, direttamente alla costituzione del regime di guerra e svolgono un ruolo centrale per accrescere know-how e profitti per le aziende belliche. La svalutazione e il disinvestimento delle istituzioni del sapere tradizionale, la trasformazione delle università in esamifici e la mercificazione delle conoscenze nutrono almeno due fenomeni: la migrazione verso le scuole e le università private, con un forte incremento delle telematiche, che cambiano anche il volto delle città e le forme e l’accesso all’abitare, e la strutturazione di rapporti basati unicamente sulla competizione tra soggetti. DISCIPLINAMENTO DELLA VITA L3 ragazz3 del neoliberismo devono “farsi impresa” e se il neoliberismo si fa guerra devono diventare soldat3. Questo significa che non c’è spazio per relazioni mutualistiche e solidali, l’unico mantra da seguire è quello della competizione, dell’utile, del valore della nazione, violento e paternalistico al tempo stesso. Non a caso a inaugurare il mandato del nostro governo sono stati un decreto “anti-rave” e il taglio al reddito di cittadinanza. Il disegno normativo prosegue oggi con il ddl sicurezza, che viene fatto passare d’urgenza come decreto costituendo un precedente gravissimo per le nostre istituzioni democratiche. Si tratta di un piano che trasversalmente copre diversi ambiti: criminalizzazione delle occupazioni, cooperazione tra università e servizi segreti, galera per chi organizza un picchetto, colpevolizzazione dei soggetti migranti, arresto per chi blocca il traffico e, come se tutto ciò non bastasse, le forme di solidarietà, anche con i detenuti, vanno completamente bandite. Il disciplinamento della devianza fa il paio con il progetto neo-autoritario che colpisce preventivamente, attraverso la paura, qualsiasi forma di conflitto e dissenso rispondendo alla necessità del governo di mantenere saldo il dominio, senza avere un’egemonia reale, come la cosiddetta crisi politica e della rappresentanza ci dimostra. L’assenza di egemonia emerge anche sul terreno della guerra e del riarmo, verso cui nei sondaggi la netta maggioranza del Paese si posiziona contrariamente. Convertire la società a favore di un assetto maggiormente bellicista, fatto anche di misure di austerity economica e di mobilitazione simbolica, non è poi un terreno così neutro e piano. Il regime di guerra è un campo in formazione, tesse e riannoda i fili con ciò che c’era prima intensificandone gli aspetti più brutali, con l’obiettivo di portare ordine. Davanti a questo mutamento in continuo assestamento si aprono spazi di possibilità. Superare il vertenzialismo connettendo le differenze, rompere i campi degli schieramenti, riappropriarci e risignificare le pratiche di sottrazione, uscire dagli isolamenti che le forme di dominio producono non sono semplicemente slogan, ma gli orizzonti di organizzazione entro cui potremo giocare questa partita. Immagine di copertina di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Essere giovani nel regime di guerra globale proviene da DINAMOpress.
April 30, 2025
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