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Il Perù prova a cambiare pagina. In testa il candidato della sinistra
L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù ha continuato ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno delle elezioni presidenziali. Secondo il sito web dell’autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sanchez era in vantaggio rispetto alla candidata della destra Keiko Fujimori quando erano stati conteggiati il 94,717% dei registri elettorali. Secondo i […] L'articolo Il Perù prova a cambiare pagina. In testa il candidato della sinistra su Contropiano.
June 9, 2026
Contropiano
Per Washington è l’ora di scegliere
I giorni passano, in Libano si combatte nonostante l’”accordo” – siglato da Israele con il presidente Aoun – che Hezbollah non ha accettato, nel Golfo regna una calma nervosa. Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che […] L'articolo Per Washington è l’ora di scegliere su Contropiano.
June 5, 2026
Contropiano
USA: LA CAMERA VOTA IL RITIRO DELLE TRUPPE IMPEGNATE CONTRO L’IRAN, GUERRA SEMPRE PIU IMPOPOLARE ANCHE TRA I REPUBBLICANI
Cresce il dissenso verso le politiche guerrafondaie dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Mercoledì alla Camera dei Rappresentanti, quattro Repubblicani hanno votato con i Democratici una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe impegnate contro l’Iran.  La risoluzione sottolinea il fatto che Trump non è passato dal Congresso prima di entrare in guerra. La “War Powers Resolution” del 1973 impone infatti che “dopo 60 giorni dall’avvio di un conflitto” il Congresso debba autorizzare una guerra. Una legge che tuttavia è stata “spesso aggirata”. Il “gioco della Presidenza”, spiega ai nostri microfoni il giornalista Marino Mazzonis, è quello di rompere il termine dei 60 giorni affermando che “in questo momento non stiamo combattendo” per poi ricominciare con la conta dei giorni. Nonostante l’approvazione del Congresso della risoluzione, resta il potere di Trump di porre il veto, il che farebbe rientrare il testo al Congresso, che dovrebbe approvarlo una seconda volta con i due terzi dei voti. Uno scenario “improbabile”. Da segnalare il “dissenso interno al partito Repubblicano che avviene di fronte a sondaggi che dicono che la guerra è altamente impopolare presso il pubblico americano”, specialmente tra i giovani. Proprio gli under 30, nelle elezioni del 2024, avevano “segnato uno spostamento del voto dei giovani verso Trump”, attirati dalla promessa di non fare mai più guerre. Oltre al malcontento causato dalla guerra, sottolinea ancora Martino Mazzonis, negli Stati Uniti crescono i malumori per la situazione economica, in particolare l’aumento dei prezzi. In risposta al calo dei consensi, in alcuni Stati Repubblicani “si stanno ridisegnando le mappe elettorali” per favorire il “Grand Old Party” e non perdere la maggioranza al Congresso alle elezioni di metà mandato, previste per novembre. L’approfondimento con il giornalista e americanista Martino Mazzonis. Ascolta o scarica
June 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Colombia. “Vogliamo permettere che rubino le elezioni?”
Presento le prove verificate della potenziale frode, che posso trasmettere all’autorità competente. Ho dichiarato di non aver riconosciuto i dati preliminari del conteggio dei voti provenienti dal software dei fratelli Bautista perché sono in possesso di tali dati. Il mio impegno verso il mio popolo e il mio amore per […] L'articolo Colombia. “Vogliamo permettere che rubino le elezioni?” su Contropiano.
June 4, 2026
Contropiano
ELEZIONI IN COLOMBIA: al primo turno in testa l’estrema destra di Abelardo de la Espriella
Il 31 maggio in Colombia si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali. Con il 43,72% dei voti è arrivato in testa Abelardo de la Espriella, candidato di estrema destra di Firme por la Patria. Lo segue con il 40,92% Iván Cepeda, candidato di Alianza por la Vida e principale erede politico del progetto del presidente uscente Gustavo Petro, che quattro anni fa portò per la prima volta la sinistra alla guida del Paese. Come hanno sottolineato numerosi analisti, il voto ha assunto i contorni di un secondo turno anticipato, segnato da una forte polarizzazione tra i due principali candidati. Determinante è stata la convergenza di larga parte dell’elettorato conservatore attorno a de la Espriella, che si è presentato separatamente da Paloma Valencia, candidata del Centro Democrático e principale esponente dell’area uribista. Le ingerenze statunitensi nella campagna elettorale e gli attacchi al progetto progressista hanno avuto un impatto significativo sul risultato. In vista del ballottaggio del 21 giugno, la sfida per Cepeda sarà ampliare la propria base di consenso e mobilitare una parte dell’ampio elettorato che al primo turno ha scelto l’astensione. Ne abbiamo parlato con Alioscia Castronovo, ricercatore universitario, redattore di DinamoPress ed autore dell’articolo “Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo”
Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo
Le elezioni del 31 maggio hanno aperto uno scenario che fino a poche settimane fa appariva quantomeno poco probabile: alla chiusura dei preconteggi del voto del primo turno delle presidenziali, con il 58,7 per cento di partecipazione elettorale, l’ex outsider dell’estrema destra Abelardo de la Espriella della lista “Firme por la Patria”, filo trumpiano e difensore dei paramilitari, sfiderà con il 43.74% il candidato del Pacto Histórico, candidato della coalizione “Alianza por la vida”, Iván Cepeda Castro, secondo con il 40.90%, il prossimo 21 giugno al ballottaggio per le presidenziali in Colombia. Quel giorno si definirà il nuovo governo che a partire dal prossimo 7 agosto si insedierà alla Casa de Nariño, il palazzo presidenziale nella capitale colombiana, a seguito del primo governo di sinistra della storia colombiana che durante questi ultimi quattro anni è stato guidato da Gustavo Petro: sarà una virata verso una nuova estrema destra, che va oltre (e con) l’uribismo, nel solco di Trump, Milei, Noboa e Bukele, e della ripresa della guerra, dell’estrattivismo e del paramilitarismo, o si riuscirà a rilanciare nelle urne la continuità di una proposta di governo progressista e popolare, con l’orizzonte della pace e della giustizia sociale? Se nelle scorse settimane questa seconda opzione sembrava la più probabile, dopo il primo turno lo scenario è fortemente riconfigurato: da mesi era in testa nei sondaggi la formula che vede candidato presidente Iván Cepeda Castro, senatore di sinistra, figura riconosciuta delle lotte per i diritti umani, fondatore del movimento delle vittime dei crimini di Stato (suo padre fu un leader politico della Unión Patriótica assassinato dai paramilitari nel 1994), con Aida Quilcué, leader del movimento indigeno del Cauca ed ex senatrice, oggi candidata vicepresidenta. Insieme hanno riempito le piazze con grandissime mobilitazioni, forti del sostengo popolare al presidente e al governo uscente (il più alto degli ultimi decenni) e dei buoni risultati delle elezioni parlamentari dello scorso marzo dove il Pacto Histórico si era confermato primo partito a livello nazionale. > Ma questa volta il primo turno è di fatto diventato un secondo turno > anticipato, con il voto dell’elettorato di destra spostato direttamente su > Abelardo de la Espriella, che ha fatto irruzione nell’ecosistema digitale > negli ultimi mesi, con un forte sostegno dell’estrema destra a livello > internazionale e statunitense in particolare, convogliando sulla sua figura i > voti della destra tradizionale. Infatti, la candidata del partito Centro Democratico, la destra (estrema) tradizionale dell’uribismo, Paloma Valencia, dopo aver ottenuto oltre 3 milioni di voti alle primarie di marzo, si è fermata al 6.92%, non andando oltre il milione e seicentomila voti: è evidente che gran parte del suo elettorato ha votato direttamente il candidato visto come favorito per affrontare la proposta della continuità dell’attuale governo di sinistra, e che l’alleanza con il centrodestra moderato di Oviedo, dichiaratamente omosessuale e candidato vicepresidente con Valencia, non ha pagato in termini elettorali (e proprio Oviedo difficilmente sosterrà, a differenza di Valencia, il voto per Espriella, apertamente omofobo e misogino, aprendo una contesa anche su un settore di votanti di centrodestra in vista del secondo turno). Quarto il centro moderato di Fajardo, con il 4,26 %, pochissime percentuali per tutti gli altri e le altre candidate, a partire dall’ex sindaca di Bogotà Claudia López, che per poco non ha raggiunto l’1 per cento. * * Seppur questo risultato è apparso in buona parte inatteso, la figura di estrema destra di Abelardo de la Espriella stava crescendo in maniera significativa nelle ultime settimane nelle reti sociali e nei sondaggi, fino ad arrivare a presentarsi come il più votato al primo turno in vista del ballottaggio: se la sfida delle sinistre e del progressismo nei mesi scorsi era confrontarsi con l’eredità dell’uribismo, adesso la contesa è su un piano politico differente definito dal protagonismo di una figura nuova sullo scenario politico colombiano che, in sintonia con Trump, Milei, Bukele e Noboa, punterà sulle politiche tradizionali dell’estrema destra, oltre a promettere di “sventrare la sinstra e incarcerare i suoi dirigenti”, minacciando di usare la forza contro Petro e Cepeda (in un paese devastato dalla violenza, reduce da genocidi politici e terrorismo di stato,  queste parole detto da un avvocato difensore dei paramilitari e dei narcotrafficanti pesano veramente tanto). > Nel programma di Abelardo de la Espriella troviamo le ricette dell’estrema > destra a livello internazionale: allineamento strategico in politica estera > con gli Stati Uniti e Israele, smantellamento del pubblico, mano dura > repressiva, intensificazione della guerra. Le proposte vanno dalle carceri speciali alla Bukele, fino ad un intenso e duro attacco contro le politiche sociali e le conquiste di questi anni di governo progressista, misure contro l’aborto e i diritti lgbtqi+, smantellamento della giustizia transizionale e degli accordi di pace, politiche in favore dell’impresa privata e dei latifondisti, misure in favore dell’estrattivismo e contro la transizione energetica. Con il 43,7 per cento dei voti (che corrisponde a 10.361.499 voti), De la Espriella andrà al secondo turno forte del sostegno di Uribe e della destra tradizionale, mentre Iván Cepeda, con il 40,9 per cento, avendo ottenuto il numero più alto di voti nella storia della sinistra al primo turno elettorale delle presidenziali in Colombia, con 9.688.361 voti (ben un milione in più rispetto al primo turno di Petro di quattro anni fa), dovrà comporre alleanze con parti del centro moderato, ma soprattutto conquistare voti tra le milioni di persone che si sono astenute al primo turno, che potrebbero votare, almeno in parte, al ballottaggio, e che saranno decisive per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Cepeda ha vinto sulla costa dei Caraibi, sulla costa Pacifica, nelle regioni più povere e marginalizzate, ed in quelle colpite storicamente dalla guerra, ma anche nelle grandi città della costa, a Cali e Bogotá (seppure nella capitale con risultati che si possono migliorare); nelle regioni interne, a Medellin e in alcune delle aree colpite dalla crisi umanitaria degli ultimi anni, ha invece vinto Abelardo, riproducendo una mappa elettorale simile a quattro anni fa. Saranno tre settimane decisive per mantenere la speranza e difendere la democrazia per delle elezioni che hanno un valore che andrà bel oltre i confini nazionali colombiani e riguarda quantomeno lo scenario latinoamericano, se non oltre: la contesa sarà durissima, venti giorni di campagna elettorale decisive per la definizione del prossimo presidente in un paese ancora più fortemente polarizzato di quanto non lo fosse già. Quattro anni fa, Petro ha recuperato oltre tre milioni di voti tra il primo e il secondo turno, vincendo le presidenziali, nonostante la somma dei voti del primo turno dei due candidati di destra fosse superiore a quanto ottenuto, in termini di numeri di voti, dalla sinistra. > Seppure ci troviamo in uno scenario differente e difficile, la possibilità di > tornare a vincere per le sinistre è aperta, e queste tre settimane di campagna > saranno decisive per negoziare accordi elettorali ma anche e soprattutto per > convincere nuovi votanti in uno scenario più polarizzato che mai. Da ieri è cominciata una campagna elettorale completamente nuova, dove ogni passaggio, ogni parola e azione saranno decisive, e dove è in gioco non solo la scelta di un presidente, ma il futuro del paese, la possibilità stessa della democrazia, della pace e della difesa della vita in un paese che viene da sessant’anni di conflitto armato, diseguaglianza e violenza, e che in questi quattro anni ha conosciuto importanti avanzamenti e iglioramenti in termini di crescita economica, di diritti sociali e condizioni socio-economiche, dall’innalzamento del salario minimo all’abbassamento del tasso di disoccupazione ed informalità, con significativi avanzamenti per i diritti del lavoro, delle economie popolari e delle comunità indigene ed afrodiscendenti, in un panorama però segnato anche dai limiti incontrati dal processo della pace totale e da una nuova intensificazione delle violenze dei gruppi armati e del narcotraffico. In questo scenario, bisogna tener conto del contesto geopolitico, oltre a quello ideologico: un fattore di grande importanza è l’influenza sulle elezioni dell’ingerenza statunitense, passato negli ultimi mesi per le minacce di Trump di bombardare la Colombia e le misure contro Petro (dopo l’attacco contro il Venezuela a gennaio, mentre continuano le minacce e il blocco criminaale contro Cuba), ai dazi e alle tensioni militari al confine con l’Ecuador attraverso le politiche del presidente filo trumpiano Noboa, fino alle fake news e agli ingenti finanziamenti per campagne mediatiche e nelle reti sociali contro il governo Petro che arrivano da tanti esponenti dell’estrema destra statunitense e latinoamericana: un campo di battaglia decisivo in vista del ballottaggio. > Nelle piazze, nelle reti sociali e nelle strade ieri sono cominciate le > mobilitazioni per questo secondo turno elettorale: nei quartieri popolari e > nelle università, in tanti e tante sono scese in strada per fare campagna e > difendere la democrazia e la vita contro l’estrema destra, e per dare > continuità al progetto di trasformazione sociale cominciato con gli accordi di > pace, le rivolte sociali e il governo Petro. Ivan Cepeda, dopo aver chiesto di attendere i risultati ufficiali dello scrutinio elettorale, denunciando rischi di frodi elettorali nel preconteggio, a seguito dell’annuncio del presidente Petro, che ha presentato una denuncia di una alterazione del censo elettorale corrispondente a poco più di 800mila voti (poco più della differenza di voti tra De La Espriella e Cepeda), ha dichiarato che bisognerà mobilitarsi per vincere le elezioni contro il fascismo e il paramilitarismo, e per continuare il progetto del cambiamento sociale e politico in Colombia. Poche ore dopo, il presidente Petro ha dichiarato: “Abbiamo tutti il dovere morale di lottare contro il fascismo mafioso che ha governato per decenni la Colombia con Uribe e che oggi vuole tornare al potere con Abelardo. Ma Abelardo ha perso nella sua regione natale, ed è stato sconfitto in tutta la regione dei Caraibi: la gente del suo territorio sa cosa può succedere se un fascista difensore del paramilitarismo torna al potere. Invito tutte le persone democratiche a unirsi per difendere la democrazia contro la morte che si avvicina. Invito la gioventù colombiana a votare in massa per difendere la vita. Oggi serve una vera e grande alleanza per la vita”. Dalla forza e dall’efficacia di questa alleanza per la vita passerà la possibilità e la speranza della Colombia, dell’America Latina e oltre, per resistere alla guerra e al fascismo e all’estrattivismo, e per costruire orizzonti politici di trasformazione nel regime di guerra globale.   Immagine di copertina a cura di Alioscia Castronovo, mobilitazione contro l’ingerenza di Trump in Colombia, Bogotá, 2026. L'articolo Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo proviene da DINAMOpress.
June 2, 2026
DINAMOpress
La prossima tappa del fronte antirusso passa le elezioni in Armenia
Tra le Repubbliche del Caucaso ex sovietico incombe un pericolo di svolta dittatoriale. Al momento, l’allarme riguarda più da vicino l’Armenia di Nikol Pašinjan, dove tra una decina di giorni si terranno le elezioni parlamentari, in cui non è così sicura la vittoria delle forze che fanno capo al primo […] L'articolo La prossima tappa del fronte antirusso passa le elezioni in Armenia su Contropiano.
May 30, 2026
Contropiano
Lo spazio elettorale avvelenato
Ad ogni tornata elettorale sentiamo ripetere gli stessi discorsi, gli stessi annunci trionfali, le stesse giustificazioni di prammatica per risultati deludenti. Nella cosiddetta o sedicente “sinistra radicale” l’arrampicata sugli specchi è pratica così consolidata da apparire ormai una seconda natura. Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata […] L'articolo Lo spazio elettorale avvelenato su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
Perché il fujimorismo continua a tormentare il Perù?
Un fantasma si aggira per il Perù. Non è lo stesso che terrorizzava le élite del XX° secolo, né quello delle rivoluzioni che promettevano di spazzare via il vecchio ordine. È un altro, più strano e inquietante: il fantasma del fujimorismo. Il 12 aprile 2026, nessuno dei 35 candidati alla presidenza del Perù è riuscito ad andare oltre un quinto dell’elettorato. Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori e candidata presidente di Fuerza Popular, ha ottenuto la percentuale più alta al primo turno delle elezioni generali con circa il 17% dei voti validi, accedendo così al secondo turno per la quarta volta consecutiva dal 2011. Al ballottaggio si troverà in compagnia di Roberto Sánchez, candidato presidente del centrosinistra di Juntos por el Perú che ha ottenuto il 12% dei voti, superando di poco il candidato di estrema destra Rafael López Aliaga, del partito Rinnovamento Popolare, il quale ha denunciato brogli senza però presentare prove. Per comprendere questo momento, è importante fare un passo indietro nella storia e capire che il Perù è arrivato agli anni 1990 in una specie di coma. L’iperinflazione durante il governo di Alan García [1985-1990 – ndt] aveva sgretolato il potere d’acquisto delle famiglie lavoratrici e il conflitto armato tra lo Stato e i guerriglieri di Sendero Luminoso aveva reso inabitabili vaste aree del Paese. Il governo – debole, centralizzato a Lima e storicamente distante dalla maggioranza della cittadinanza – era stato sopraffatto. In tale contesto, Fujimori padre si presentò come un outsider: ingegnere, figlio di immigrati giapponesi e senza un partito consolidato alle spalle. Sconfisse, anche con il sostegno di una parte della sinistra –la casta – rappresentata nel 1990 da Mario Vargas Llosa [scrittore e candidato presidente per la coalizione Frente Democratico – ndt]. Quando si parlava del sistema clientelare di Fujimori negli anni ’90, si faceva spesso riferimento ai pacchi alimentari. Si diceva che il dittatore comprasse voti distribuendo questi pacchi nei quartieri più poveri. Ci sono stati anche momenti in cui l’elettorato ha rifiutato il fujimorismo: nel 2011 con Ollanta Humala, nel 2016 con Pedro Pablo Kuczynski e nel 2021 contro Pedro Castillo, un’ampia maggioranza sociale ha riattivato la memoria storica che associa il nome Fujimori a crimini contro l’umanità, sparizioni forzate, corruzione senza scrupoli e decadenza morale delle istituzioni repubblicane. > Si potrebbe affermare che l’identità politica peruviana più forte sia > l’antifujimorismo. Nonostante questo, il fujimorismo rimane protagonista in > ogni elezione presidenziale in Perù e ha sempre una possibilità di vittoria. > La domanda che ci inquieta così tanto è: perché ne siamo ancora sorpresi? L’ARCHITETTURA DEL VOTO DI FUJIMORI Nelle recenti campagne presidenziali, Jorge Nieto, uno də diversə candidatə di sinistra del partito Buen Gobierno, ha sollevato un tema che ci ha creato non pochi problemi. Le misure redistributive attuate durante le dittature nel Perù del XX secolo sono state, sistematicamente, superiori a quelle implementate durante i periodi democratici. Nieto, a tratti in maniera un po’; forzata, ha tracciato un parallelo tra la dittatura militar-populista di Juan Velasco Alvarado, salito al potere con un colpo di stato nel 1968 e che ha varato la Riforma Agraria nel 1969, e la dittatura di Fujimori, dove la crisi macroeconomica venne scongiurata. La legittimità politica del fujimorismo è direttamente correlata all’importanza che i diversi settori della popolazione attribuiscono alla pacificazione e alla stabilità economica raggiunte durante quel governo. Quel ricordo fondativo (per quanto accompagnato da autoritarismo, corruzione sistemica e gravi violazioni dei diritti umani) è rimasto impresso nella memoria di un’intera generazione come il momento in cui qualcuno “ha ristabilito l’ordine”. Ecco perché Keiko Fujimori non governa: eredita. In un sistema politico nel quale le altre forze si sono screditate da sole, ereditare qualcosa (per quanto sporco, per quanto discutibile) rappresenta un vantaggio strutturale che nessuna campagna elettorale può erodere facilmente. Non è un caso che il programma di governo di Keiko Fujimori per queste elezioni, che rafforza il ricordo dell’eredità paterna, si chiami “Perù in ordine”.. > Oggi, le principali basi di sostegno del fujimorismo sono distribuite tra le > associazioni di piccole e medie imprese, insieme a una parte del settore > informale della vendita ambulante informale e a vari gruppi di credenti > evangelici. Questa coalizione è più rivelatrice e complessa di quanto sembri: il grande capitale sostiene il fujimorismo, così come altri candidati di destra come l’estremista López Aliaga, però rappresenta anche il voto di coloro che hanno costruito il proprio sostentamento ai margini dello Stato. Il fujimorismo è privo di un fondamento ideologico concreto: è una macchina identitaria piuttosto che un programma politico. Non offre alcuna visione per il Perù ma si limita a decifrare un riconoscimento: la promessa che il caos possa essere scongiurato risvegliando vecchi fantasmi per garantire che quel poco che si è costruito non venga spazzato via dai comunisti di Sendero Luminoso nelle loro nuove versioni democratiche. Questa promessa, in un Paese dove oltre il 70% dell’economia è informale e quasi tre peruviani su dieci vivono in povertà, non viene scalfita dall’;accusa (l’ennesima) di corruzione. CAMPAGNE DI SICUREZZA «Il Perù non vota “male”, vota come vive: a stomaco vuoto e con la mente sotto assedio», ha dichiarato Héctor Béjar non appena sono stati annunciati i risultati delle elezioni di aprile. Béjar è stato uno dei fondatori dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) negli anni ‘70 e ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri [estate 2021 – ndt] nel governo di Pedro Castillo [2021- 2022 – ndt]. In questa tornata elettorale in Perù, non è stata soltanto la destra a incentrare la propria campagna elettorale su criminalità, giustizia e sicurezza. Persino la sinistra ha adottato una strategia incentrata sulla sicurezza, credendo erroneamente che “il popolo”; desideri un pugno di ferro fine a se stesso. Durante i dibattiti televisivi Ronald Atencio, candidato dell’alleanza elettorale Venceremos, si è spinto fino ad affermare che, se eletto presidente, avrebbe guidato una “squadra di annientamento”; per combattere la criminalità organizzata. Si tratta della stessa retorica utilizzata da Fujimori padre negli anni 1990. In un Paese dove l’estorsione è diventata di fatto una tassa sul lavoro, questo appello trova riscontro in un pubblico reale, ma sa anche smascherare gli impostori. Sebbene questo ordine promesso non affronti nessuna delle cause profonde del disordine, le pressioni della vita quotidiana rendono possibili candidature sempre più estreme, e non solo tra i partiti di destra. Anche la sinistra afferma alcune cose vere: che l’attuale modello politico ed economico è escludente, che la ricchezza non viene ridistribuita e che la Costituzione del 1993 protegge gli stessi privilegi di sempre. Ma queste verità non bastano. Non riescono a convincere i territori, non riescono a raggiungere le emozioni, non riescono ad affermarsi nel momento in cui qualcuno deve decidere, nella solitudine dell’urna, chi rappresenta la sua paura più immediata. Esiste un divario tra la veridicità dell’analisi e la capacità di coinvolgere chi vive ai margini della società, e questo divario rappresenta anche una responsabilità politica, non solo un problema di comunicazione o di campagna elettorale. IL FANTASMA CHE NON SE NE VA, UN RICORDO CONTROVERSO In tutte e tre le precedenti candidature alla presidenza, Keiko Fujimori è andata vicina alla vittoria. Dispone di una base solida che nessuna crisi può intaccare completamente, perché non si fonda sull’entusiasmo bensì su qualcosa di più resiliente: la memoria, le reti di contatti e un’identità costruita in opposizione a tutto il resto. Il fujimorismo 1.0 ha colto qualcosa di reale: l’energia dei settori esclusi che rivendicavano un posto nell’economia e nella politica. Non si è trattato soltanto del periodo in cui il Consenso di Washington venne implementato alla lettera (con la violenza e la repressione che le sue misure comportarono): si trattava anche degli anni in cui si sviluppò un capitalismo popolare, concepito inizialmente da Hernando de Soto [Direttore della Banca Centrale del Perù dal 1978 al 1980 durante il governo militare di Francisco Morales Bermúdez (1975-1985) – ndt] per Vargas Llosa e che rimane rilevante non solo a livello teorico ma anche pratico. Marx ed Engels scrissero che uno spettro infestava l’Europa e che tutte le potenze si erano unite per esorcizzarlo. Lo spettro peruviano è più difficile da esorcizzare perché non viene dall’esterno: viene dall’interno, da una ferita non rimarginata, da una domanda a cui nessuno è ancora riuscito a dare una risposta definitiva. Ogni volta che il fujimorismo arriva al ballottaggio, una parte dell’analisi progressista latinoamericana compie lo stesso gesto automatico: diagnostica l’alienazione popolare, pronuncia la parola clientelismo, fa riferimento a mafie e corruzione e chiude rapidamente il dibattito. > Ma il voto per Fujimori è trasversale e sfida la segmentazione di classe e le > semplici divisioni elettorali. Invece di essere il voto dei poveri manipolati > e impotenti o quello delle élite compiacenti, il sostegno al partito ora > chiamato Fuerza Popular attraversa classi sociali e regioni (sulla costa e > nella parte orientale del Perù). Sta accadendo qualcosa di più complesso. Il voto a Fujimori non è stato frutto di circostanze fortuite; si tratta di una preferenza espressa con coerenza nel tempo. La mera ipotesi di manipolazione dell’elettorato di Fujimori, che infantilizza le complesse razionalità dei settori popolari in contesti di espropriazione e violenza quotidiana, è anch’essa un pretesto per non riflettere. Il 7 giugno, alcunə də 27 milioni di elettorə peruvianə aventi diritto al voto torneranno alle urne. Voteranno per scegliere tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez in un ballottaggio che, secondo l’istituto di sondaggi Ipsos, inizia con un sostanziale pareggio al 38%. La domanda rimane la stessa: basterà ancora una volta l’antifujimorismo a contenere lo spettro che incombe sul Perù? Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. La versione originale in spagnolo è stata pubblicata sul sito messicano www.ojala.mx La copertina è di Nestor Soto (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 25, 2026
DINAMOpress
Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione
Nella giornata di ieri, la polizia turca ha fatto irruzione nella sede nazionale del CHP, il principale partito di opposizione al governo di Erdogan, con tanto di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Un’azione che ha lasciato molti senza parole, per la sua immediatezza e per l’audacia con cui il […] L'articolo Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano