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Le ultime elezioni negli Stati Uniti?
La minaccia di Donald Trump di annullare le elezioni di medio termine non è una finzione. Ha tentato di ribaltare i risultati delle elezioni del 2020 e ha affermato che non avrebbe accettato l’esito delle elezioni del 2024 in caso di sconfitta. Riflette sulla possibilità di sfidare la Costituzione per […] L'articolo Le ultime elezioni negli Stati Uniti? su Contropiano.
Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale
Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast? Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. […] L'articolo Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale su Contropiano.
La sinistra irachena a un bivio: rinnovamento, unità e riconquista dell’azione dal basso
1. La sinistra irachena: una crisi di strumenti, non una crisi di valori Questo articolo arriva in un momento critico che la sinistra irachena (1) sta attraversando. I risultati delle recenti elezioni di novembre 2025 non possono essere letti come una semplice sconfitta elettorale passeggera, né come una conseguenza diretta […] L'articolo La sinistra irachena a un bivio: rinnovamento, unità e riconquista dell’azione dal basso su Contropiano.
La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra
«Se Pinochet fosse vivo voterebbe per me». Questa frase, da sola, basterebbe per descrivere la portata di quello che è successo in Cile domenica 14 dicembre 2025, giorno delle ultime elezioni presidenziali. A pronunciarla, qualche anno fa, nel 2021, fu José Antonio Kast, che oggi è il nuovo Presidente della Repubblica. Leader dell’estrema destra, Kast proviene da una famiglia tedesca emigrata in Cile dopo la seconda guerra mondiale. Suo padre, Michael Kast, fu membro del Partito Nazista e servì nella Wehrmacht durante la guerra, mentre uno dei suoi fratelli, Miguel Kast, fu ministro durante il regime di Pinochet. Tuttavia, per il nuovo Presidente questo pedigree non è affatto imbarazzante. Così come per una parte consistente della popolazione cilena non sono un’eredità imbarazzante i quasi 17 anni di dittatura. Ma l’assenza di una memoria condivisa, a 52 anni dal golpe, non è l’unico motivo che ha portato alla vittoria dell’ultradestra. Il Cile in cui Kast si è affermato è un Paese prima di tutto dominato dalla paura, ma soprattutto dalla delusione. Una delusione che, per essere compresa fino in fondo, richiede un passo indietro di quasi sei anni. LE PROTESTE DEL 2019 Nel 2019, 30 anni dopo il ritorno alla democrazia, il Cile continua a fare i conti con l’eredità del modello neoliberista imposto durante la dittatura di Pinochet: uno stato sociale debole e frammentato e una distribuzione della ricchezza profondamente diseguale. L’economia cilena è tradizionalmente considerata come una delle più solide dell’America Latina, ma l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, mentre il 50% più povero appena il 2%. A questa situazione si aggiungono un sistema sanitario pubblico limitato e un sistema pensionistico gestito da compagnie assicurative private, con pensioni che spesso non raggiungono i 400 euro mensili. Le diseguaglianze economiche logorano la coesione sociale e il Paese è una pentola a pressione pronta a esplodere. > Il 7 ottobre 2019, dopo l’entrata in vigore dell’aumento delle tariffe del > sistema di trasporto pubblico, Santiago diventa l’epicentro delle proteste che > saranno poi conosciute come “estallido social”, a partire dal 18 ottobre. Le e gli studenti iniziano a rifiutare in massa di pagare il biglietto e a occupare le fermate della metro. Scendono in strada manifestando contro le disuguaglianze, il carovita e la corruzione. Il 18 ottobre la situazione si aggrava, alcune linee della metropolitana vengono chiuse a causa di forti scontri tra carabineros e manifestanti. Le proteste si fanno sempre più violente, nella notte la capitale è in preda a incendi e saccheggi, mentre incominciano a verificarsi episodi di rivolta in tutto il Paese. La mattina del 19, il Presidente Sebastian Piñera sospende l’aumento della tariffa della metro e dichiara lo stato di emergenza, con un coprifuoco in tutta l’area metropolitana di Santiago. Ma ormai è troppo tardi, la bomba cilena è già esplosa. > Lo stato d’emergenza viene esteso in quasi tutte le città capoluogo e > l’esercito viene dispiegato per le strade per far rispettare l’ordine e > reprimere le rivolte. Il 21 ottobre Piñera dichiara: «Siamo in guerra contro > un nemico potente e implacabile». Quel nemico è il suo stesso popolo. Il 25 ottobre, più di un milione di persone scendono in strada a Santiago, in quella che sarà considerata da autorità e stampa come «La marcha más grande de Chile». Non è noto con certezza il numero dei manifestanti che hanno partecipato in tutto il Paese. L’estallido raggiunge la sua fase più intensa tra novembre e dicembre del 2019, affievolendosi nei primi mesi del 2020 con l’arrivo della pandemia di COVID-19, ma i suoi effetti sulla società cilena sono destinati a perdurare nel tempo. Accanto ai casi di rivolte violente e saccheggi, sono molteplici le segnalazioni di abusi e violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti: torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e verbali. Echi da un passato oscuro. Un passato che la società cilena credeva di aver lasciato alle spalle. di Luca Profenna IL GOVERNO BORIC E IL PROCESSO DI RIFORMA COSTITUZIONALE Tuttavia, l’estallido social ha portato con sé anche una serie di promesse e speranze: riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento dello stato sociale, giustizia sociale, riconoscimento delle popolazioni indigene, una nuova costituzione. Queste speranze hanno consentito, nel 2022, l’elezione del governo Boric e l’avvio di un tentativo di riforma costituzionale teso a superare la Carta del 1980, un’ulteriore eredità del regime di Pinochet. L’11 marzo del 2022, Gabriel Boric raccoglie il 56% dei voti al ballottaggio, battendo proprio José Antonio Kast, diventando il presidente più giovane nella storia recente del Cile. Proveniente dai movimenti studenteschi e portatore di un linguaggio radicalmente diverso da quello della politica tradizionale, Boric conquista la presidenza a capo di una coalizione di partiti e movimenti sinistra. Il suo programma prevede la sostituzione del sistema pensionistico privato con uno pubblico, l’introduzione di tasse più progressive, l’aumento del salario minimo e la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, la riforma delle forze di polizia e investimenti nella lotta contro il cambiamento climatico. In poche parole, un nuovo Cile. L’assemblea costituente, intanto, redige una nuova costituzione, che per alcuni osservatori sarebbe stata una delle più progressiste del mondo. Sicuramente più progressista di quanto la maggior parte dei cileni si aspettasse: ampi diritti alle popolazioni indigene, protezione ambientale, disposizioni sulla parità di genere, impegni più ampi in materia di welfare e un significativo intervento economico statale. La destra sale sulle barricate, inizia una massiccia campagna mediatica contro la riforma costituzionale. A peggiorare la situazione, la lunghezza e la complessità della nuova Carta, di fatto uno dei progetti costituzionali più estesi al mondo, con 388 articoli e numerose disposizioni transitorie, che rendono difficile per molti cittadini capire come e quando le riforme sarebbero entrate in vigore. Ampia tematicamente e complessa nel linguaggio, la proposta introduce concetti innovativi e ostici per l’elettorato cileno: come lo Stato plurinazionale e i sistemi di giustizia paralleli per le popolazioni indigene. Concetti sostenuti dai settori progressisti, ma percepiti come radicali da una parte rilevante dell’elettorato. > Al referendum del 4 settembre 2022, gli elettori respingono la proposta con > quasi il 62% dei voti: una sconfitta schiacciante. A meno di un anno > dall’inizio del suo mandato, Boric si trova così ad affrontare il primo grande > fallimento del suo governo. Non è soltanto il fallimento di un testo > costituzionale, ma il collasso del principale veicolo simbolico del > cambiamento. L’opposizione, rinvigorita, cerca di avviare un nuovo processo costituzionale, producendo un secondo documento, più conservatore. Ma anch’esso viene affossato nel referendum del 17 dicembre del 2023. Ma quel giorno, a Santiago del Cile, non ci sono folle festanti. La costituzione voluta da Pinochet è ancora in vigore. Dopo il primo referendum, il governo Boric entra in una nuova fase. La spinta riformista lascia il posto alla necessità di governare in un contesto istituzionale ostile, con un Parlamento frammentato e un’opinione pubblica più prudente, se non addirittura diffidente. Boric rimescola il governo, apre agli esponenti più moderati della sinistra tradizionale e abbassa il tono della sua agenda. Questo passaggio produce una frattura profonda. I settori che avevano visto in lui il rappresentante politico dell’estallido iniziano a percepirlo come normalizzato, assorbito dalle logiche del potere che aveva promesso di cambiare. Al tempo stesso, i settori moderati continuano a giudicarlo inesperto e indeciso. Il risultato è un governo che fatica a costruire una maggioranza sociale solida e riconoscibile. di Luca Profenna Uno dei punti di maggiore attrito riguarda il tema della sicurezza. L’estallido nasce anche come reazione agli abusi delle forze dell’ordine e alla repressione statale. Boric aveva promesso un nuovo approccio, più garantista e rispettoso dei diritti umani. Tuttavia, durante il suo mandato, la percezione di insicurezza cresce: criminalità organizzata, narcotraffico e violenza urbana diventano temi centrali nel dibattito pubblico. La destra cilena alimenta questa percezione e riesce a far breccia. Di fronte a questa pressione, il governo è costretto a rafforzare polizia ed esercito, adottando misure che contraddicono la narrativa originaria. Un altro nodo cruciale, profondamente legato alle aspettative dell’estallido, è la questione mapuche. Durante la campagna elettorale, Boric aveva promesso un cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e popoli indigeni: dialogo politico, riconoscimento dei diritti territoriali e fine della militarizzazione del Wallmapu, territorio mapuche che comprende la cosiddetta “Macrozona sur”. Una promessa che si inscriveva perfettamente nella narrativa di rottura con il passato e nella visione di uno Stato plurinazionale. Una volta al governo, però, queste aspettative si sono scontrate con le esigenze politiche. L’esecutivo ha prorogato più volte lo stato d’emergenza, mantenendo la presenza militare nell’area. Questo ha generato una forte delusione tra le comunità indigene e parti della società cilena che avevano sostenuto Boric, alimentando l’accusa di continuità con le politiche securitarie dei governi precedenti. > Sul piano sociale ed economico, i risultati del governo appaiono parziali, con > riforme promesse come epocali e poi annacquate dal compromesso parlamentare. > Mentre il mandato di Boric sta per finire, pensioni, sanità, istruzione e > costo della vita restano problemi centrali per ampi settori della popolazione > cilena. È innegabile la sproporzione tra le aspettative nate nel 2019 e l’impatto concreto delle politiche pubbliche sulla vita quotidiana. La sensazione diffusa è che il cambiamento promesso non si sia tradotto in miglioramenti tangibili. L’estallido aveva alimentato l’idea di una svolta storica, mentre il governo Boric appare invece intrappolato nella gradualità e nei limiti del sistema che voleva superare. Tuttavia, il fallimento più profondo dell’era Boric non è misurabile in leggi o riforme, ma nella sfera simbolica. Gabriel Boric rappresentava una generazione che chiedeva un nuovo modo di fare politica: più vicino ai movimenti, più empatico, più trasparente. Con il passare del tempo, questa promessa si è scontrata con la realtà delle istituzioni e del potere. Per molti giovani e per una parte della società scesa in piazza nel 2019, la delusione non riguarda solo un programma mancato, ma la sensazione che un momento storico irripetibile sia stato sprecato. Non tanto perché il Cile non sia cambiato abbastanza, ma perché l’energia collettiva che sembrava poterlo trasformare si è dissipata senza trovare una forma duratura. di Luca Profenna IL TRIONFO DELL’ESTREMA DESTRA È in questo clima di sconforto che prende il via la campagna per l’elezione del 37° Presidente della Repubblica del Cile. Al primo turno, gli avversari principali di Kast sono: Jeannette Jara, candidata della sinistra unitaria, espressione del Partito Comunista del Cile ed ex-ministra del Lavoro del Governo Boric; Evelyn Matthei, esponente della destra moderata, ma comunque conservatrice su economia e ordine pubblico; Johannes Kaiser, figura di destra radicale, con posizioni più conservatrici e controverse dello stesso Kast; infine, Franco Parisi, del “Partido de la Gente”, figura populista di centro-destra con posizioni anti-establishment. > La campagna viene fin da subito dominata dai temi della sicurezza, della > criminalità e dell’immigrazione. Questioni che la destra cilena è riuscita a > far percepire all’elettorato come prioritarie, nonostante le statistiche > offrano una descrizione del Cile come uno dei paesi più sicuri del continente. Inizialmente i sondaggi sembrano dare Evelyn Matthei come favorita, ma un esercito di bot inizia a intraprendere una campagna tesa a minare la sua credibilità, sostenendo addirittura che fosse affetta da Alzheimer. Evelyn Matthei denuncia la presenza di gruppi dell’estrema destra vicini a Kast dietro le diffamazioni. La guerra sucia è talmente violenta da indurre Janette Jara a prendere le sue difese, nonostante siano politicamente agli antipodi. José Antonio Kast riesce ad arrivare secondo con il 23% dei voti, a pochi punti di distanza da Janette Jara, che ottiene il 26%. Evelyn Matthei arriva quinta e, visibilmente contrariata, viene costretta dal suo partito ad appoggiare pubblicamente e far convergere i propri voti su Kast. Passerà il resto della campagna elettorale postando sui social contenuti con oggetti di colore rosso, chiaro riferimento alla candidata di sinistra. Janette Jara tenta di affrontare nel migliore dei modi un’elezione che la vede partire sfavorita fin dall’inizio. Mantenendo l’impostazione progressista del suo programma, cerca di presentarsi come un profilo moderato, la giusta via di mezzo tra l’entusiasmo giovanile dell’estallido e la concretezza di una dirigente di esperienza pronta a governare il Paese. Incalza Kast, che rifiuta persino di partecipare ai dibattiti. Riprende alcune proposte di Evelyn Matthei, come quella di coprire l’intero acconto per l’acquisto della prima casa per i giovani tra i 25 e i 40 anni. Cerca di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma non ci riesce. Il 14 dicembre 2025, Kast ottiene il 58% dei voti. L’estrema destra vince in tutte le regioni del Paese, dal deserto di Atacama ai boschi australi, dalle Ande al mare. Il Cile che nel 2019 riempiva le piazze chiedendo dignità, diritti e giustizia sociale è oggi un Paese diverso, profondamente cambiato. Un Paese che vota ordine e sicurezza, dove la paura è diventata programma politico. La Cordigliera, che da sempre osserva Santiago come una madre silenziosa, resta lì, immobile. Ma i sogni che ai suoi piedi avevano preso forma sembrano oggi più lontani che mai. Copertina a cura dell’autore. Immagini nell’articolo di Luca Profenna SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra proviene da DINAMOpress.
La legge elettorale toscana va cambiata. Il ricorso di Toscana Rossa riapre la discussione
La legge elettorale toscana (l.r. 51/2014) ha vari problemi: soglie di sbarramento molto alte per le liste singole, complessità legate al voto disgiunto, un impianto poco comprensibile per l’elettore… È forse ora di cambiare la legge per favorire una più … Leggi tutto L'articolo La legge elettorale toscana va cambiata. Il ricorso di Toscana Rossa riapre la discussione sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Cile. Il voto dei poveri contro se stessi
Nelle ultime elezioni cilene, è emerso un fenomeno inquietante: ampi settori di lavoratori e casalinghe hanno votato per candidati contrari all’aumento del salario minimo e alla riduzione della settimana lavorativa a 40 ore. Questo fatto non può essere compreso solo con una logica economica, ma piuttosto attraverso un complesso mix […] L'articolo Cile. Il voto dei poveri contro se stessi su Contropiano.
Intervista a Héctor Llaitul: “Se il prossimo presidente del Cile sarà tedesco…”
In un’intervista inviata dal carcere di Concepción (Penitenziario di Biobío), Héctor Llaitul, leader della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), condannato a 23 anni di carcere ai sensi della Legge sulla Sicurezza dello Stato, affronta diversi argomenti nel contesto delle recenti elezioni presidenziali. L’offensiva dell’estrema destra con i suoi tre candidati presidenziali, […] L'articolo Intervista a Héctor Llaitul: “Se il prossimo presidente del Cile sarà tedesco…” su Contropiano.
Honduras: movimenti popolari respingono l’ingerenza statunitense nelle elezioni
Basta violazioni della sovranità nazionale! Ulteriori prove della frode Il 4 dicembre scorso organizzazioni indigene e contadine si sono mobilitate dai loro territori verso la capitale per denunciare e respingere l’ingerenza degli Stati Uniti nel processo elettorale appena svoltosi in Honduras, mettendo in guardia dal ritorno al potere di settori politici ed economici violenti e criminali. “Il processo elettorale nel nostro Paese dimostra la reale capacità degli Stati Uniti di influenzare la nostra fragile democrazia (…) Che la propaganda del presidente Trump abbia favorito il Partito nazionale, nonostante i suoi comprovati legami con il narcotraffico, è stato un atto palesemente d’ingerenza e violatorio della libera volontà dei popoli”, si legge nel comunicato delle organizzazioni che si sono radunate davanti al centro operativo del Consiglio nazionale elettorale (Cne). Seminare paura Pochi giorni prima del voto, il presidente statunitense ha rotto il silenzio elettorale con un messaggio pubblicato sul suo account Truth Social, in cui annunciava il suo sostegno incondizionato al candidato del Partito nazionale, Nasry Asfura, definendo “quasi comunista” e “poco affidabile” il candidato del Partito liberale, Salvador Nasralla, e “comunista” e “ammiratrice di Fidel Castro” la sua avversaria del partito di governo Libertà e Rifondazione (Libre), Rixi Moncada. Poco dopo, il presidente argentino di estrema destra Javier Milei si è unito all’appello di Trump. Il giorno seguente, lo stesso Trump ha gettato benzina sul fuoco annunciando che avrebbe graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per reati legati al traffico di droga. In caso di sconfitta di Asfura, gli Stati Uniti non avrebbero più investito nel Paese, tanto meno – ha scritto – se avesse vinto Moncada. Il giorno dopo le elezioni, il leader statunitense ha pubblicato nuovamente minacce contro coloro che starebbero organizzando una frode per impedire la vittoria del candidato nazionalista. Mai, nella storia elettorale dell’Honduras, si era vista un’ingerenza straniera così grossolana e sfacciata come quella attuale, con il silenzio complice delle missioni di osservazione internazionale. Con l’88% dei voti trasmessi, Asfura è in testa alle elezioni presidenziali honduregne, con un margine di 20 mila voti su Nasralla. “Non ci piegheranno” Mentre i candidati del bipartitismo e della destra tradizionale si scambiano accuse e si proclamano vincitori, Rixi Moncada e Libre denunciano brogli attraverso la manipolazione del sistema di trasmissione dei risultati preliminari (Trep), l’ingerenza straniera e l’alterazione dei verbali. “La manovra è grossolana: un intervento straniero sfacciato, minaccioso, ingiusto e infame per distorcere la volontà popolare e frenare Rixi”, attacca dal suo account X  l’ex presidente Manuel Zelaya. “Signor Donald Trump, lei non ci intimidisce, abbiamo resistito a colpi di Stato, frodi monumentali, omicidi politici e persecuzioni. Se siamo sopravvissuti alla narcodittatura, crede che un suo tweet ci piegherà?”, ha aggiunto. Per l’analista politico Óscar Chacón, intervistato dal Diario Uchile, l’atteggiamento del presidente statunitense rivela una forte contraddizione. “C’è tutta una narrativa che cerca di creare l’immagine di (Nicolás) Maduro come un capo di Stato a capo di un’organizzazione narcoterroristica, senza che fino ad oggi siano state presentate prove convincenti al riguardo. Allo stesso tempo, negli Stati Uniti viene liberata una persona su cui esiste una quantità monumentale di prove che dimostrano che ha introdotto enormi quantità di cocaina negli Stati Uniti”. Venti di frode Le organizzazioni indigene e contadine hanno puntato il dito contro “l’ipocrita lotta internazionale contro il narcotraffico” e hanno denunciato la “liberazione del narco-dittatore Juan Orlando Hernández” che, insieme al suo partito, “ha trasformato l’Honduras in uno Stato narco, strumentalizzando le istituzioni per affari criminali e la proliferazione di gravi violazioni dei diritti umani”. Il comunicato del movimento popolare honduregno indica anche i due partiti tradizionali che si contendono il potere come “responsabili storici della povertà e dell’ingiustizia che affliggono l’Honduras”. In questo senso, hanno chiesto il rispetto della volontà sovrana del popolo honduregno, la garanzia di uno scrutinio rigoroso e l’attribuzione delle responsabilità alla consigliera del Cne, Cossette López, e a tutte le persone responsabili delle cospirazioni contro il processo elettorale. Nelle settimane precedenti alle elezioni, il consigliere del Cne, Marlon Ochoa, aveva denunciato l’esistenza di un piano orchestrato dall’opposizione per destabilizzare il processo elettorale. Diverse registrazioni audio coinvolgevano López, il capogruppo del Partito nazionale, Tomás Zambrano, e un membro delle Forze armate. Ieri (4/12), lo stesso Ochoa ha tenuto una conferenza stampa per denunciare quello che considera un colpo di Stato elettorale (qui il comunicato ufficiale). Su 15.297 verbali trasmessi, 13.246 (86,6%) presentano errori e incongruenze tra la registrazione biometrica e il contenuto del verbale trasmesso tramite il Trep. La differenza ammonta a oltre 982 mila voti. Inoltre, Ochoa ha spiegato che è stato rilevato che il Trep non leggeva né interpretava correttamente i numeri dei voti scritti a mano nei verbali e che trasferiva i voti da un candidato all’altro o da un partito all’altro. Ha anche denunciato che 16.615 verbali sono stati trattenuti all’interno del sistema per 40 ore, la pagina di divulgazione dei risultati è rimasta inattiva per diverse ore e ha subito continue interruzioni. “Una matematica fatta su misura per il bipartitismo con il sostegno pubblico di Washington”, ha affermato il consigliere. Per Ochoa si tratterebbe di una “operazione coordinata tra forze interne alla leadership del bipartitismo e un’ingerenza straniera alleata, che sta imponendo una decisione elettorale che spetta solo al popolo sovrano”. Appello all’unità Le organizzazioni sociali si sono mobilitate verso l’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa, dove hanno lanciato un appello alle organizzazioni contadine, operaie, indigene, femministe e ambientaliste del Paese affinché consolidino la più ampia unità popolare, “per costruire un programma di lotta e difendere l’autodeterminazione dei nostri popoli e territori”. “Si tratta di una flagrante violazione della sovranità nazionale e di un tentativo di plasmare la percezione pubblica e la stabilità sociale in un momento critico per l’Honduras. È inaccettabile che i messaggi di altri Stati vengano utilizzati per esercitare pressioni, influenzare o condizionare l’esito politico dell’Honduras”, ha avvertito Wendy Cruz della Vía Campesina Honduras. “Denunciamo una frode e una manipolazione mediatica che si sta preparando da giorni da parte dei gruppi di potere nazionali e degli Stati Uniti, che stanno giocando un ruolo determinante nelle elezioni”, ha detto Bertha Zúniga, coordinatrice del Copinh. “Non possiamo rimanere in silenzio”, ha continuato, “invitiamo tutte le persone consapevoli a unirsi a questa protesta, perché stanno tornando al potere le strutture criminali che stanno dietro a questi candidati. Dobbiamo alzare la voce!”.   Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
Movimenti popolari respingono l’ingerenza statunitense nelle elezioni
Il 4 dicembre scorso, organizzazioni indigene e contadine si sono mobilitate dai loro territori verso la capitale per denunciare e respingere l’ingerenza degli Stati Uniti nel processo elettorale appena svoltosi in Honduras, mettendo in guardia dal ritorno al potere di settori politici ed economici violenti e criminali. “Il processo elettorale nel nostro Paese dimostra la reale capacità degli Stati Uniti di influenzare la nostra fragile democrazia (…) Che la propaganda del presidente Trump abbia favorito il Partito nazionale, nonostante i suoi comprovati legami con il narcotraffico, è stato un atto palesemente d’ingerenza e violatorio della libera volontà dei popoli”, si legge nel comunicato delle organizzazioni che si sono radunate davanti al centro operativo del Consiglio nazionale elettorale (Cne). Seminare paura Pochi giorni prima del voto, il presidente statunitense ha rotto il silenzio elettorale con un messaggio pubblicato sul suo account Truth Social, in cui annunciava il suo sostegno incondizionato al candidato del Partito nazionale, Nasry Asfura, definendo “quasi comunista” e “poco affidabile” il candidato del Partito liberale, Salvador Nasralla, e “comunista” e “ammiratrice di Fidel Castro” la sua avversaria del partito di governo Libertà e Rifondazione (Libre), Rixi Moncada. Poco dopo, il presidente argentino di estrema destra Javier Milei si è unito all’appello di Trump. Il giorno seguente, lo stesso Trump ha gettato benzina sul fuoco annunciando che avrebbe graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per reati legati al traffico di droga. In caso di sconfitta di Asfura, gli Stati Uniti non avrebbero più investito nel Paese, tanto meno – ha scritto – se avesse vinto Moncada. Il giorno dopo le elezioni, il leader statunitense ha pubblicato nuovamente minacce contro coloro che starebbero organizzando una frode per impedire la vittoria del candidato nazionalista. Mai, nella storia elettorale dell’Honduras, si era vista un’ingerenza straniera così grossolana e sfacciata come quella attuale, con il silenzio complice delle missioni di osservazione internazionale. Con l’88% dei voti trasmessi, Asfura è in testa alle elezioni presidenziali honduregne, con un margine di 20 mila voti su Nasralla. “Non ci piegheranno” Mentre i candidati del bipartitismo e della destra tradizionale si scambiano accuse e si proclamano vincitori, Rixi Moncada e Libre denunciano brogli attraverso la manipolazione del sistema di trasmissione dei risultati preliminari (Trep), l’ingerenza straniera e l’alterazione dei verbali. “La manovra è grossolana: un intervento straniero sfacciato, minaccioso, ingiusto e infame per distorcere la volontà popolare e frenare Rixi”, attacca dal suo account X  l’ex presidente Manuel Zelaya. “Signor Donald Trump, lei non ci intimidisce, abbiamo resistito a colpi di Stato, frodi monumentali, omicidi politici e persecuzioni. Se siamo sopravvissuti alla narcodittatura, crede che un suo tweet ci piegherà?”, ha aggiunto. Per l’analista politico Óscar Chacón, intervistato dal Diario Uchile, l’atteggiamento del presidente statunitense rivela una forte contraddizione. “C’è tutta una narrativa che cerca di creare l’immagine di (Nicolás) Maduro come un capo di Stato a capo di un’organizzazione narcoterroristica, senza che fino ad oggi siano state presentate prove convincenti al riguardo. Allo stesso tempo, negli Stati Uniti viene liberata una persona su cui esiste una quantità monumentale di prove che dimostrano che ha introdotto enormi quantità di cocaina negli Stati Uniti”. Venti di frode Le organizzazioni indigene e contadine hanno puntato il dito contro “l’ipocrita lotta internazionale contro il narcotraffico” e hanno denunciato la “liberazione del narco-dittatore Juan Orlando Hernández” che, insieme al suo partito, “ha trasformato l’Honduras in uno Stato narco, strumentalizzando le istituzioni per affari criminali e la proliferazione di gravi violazioni dei diritti umani”. Il comunicato del movimento popolare honduregno indica anche i due partiti tradizionali che si contendono il potere come “responsabili storici della povertà e dell’ingiustizia che affliggono l’Honduras”. In questo senso, hanno chiesto il rispetto della volontà sovrana del popolo honduregno, la garanzia di uno scrutinio rigoroso e l’attribuzione delle responsabilità alla consigliera del Cne, Cossette López, e a tutte le persone responsabili delle cospirazioni contro il processo elettorale.   Nelle settimane precedenti alle elezioni, il consigliere del Cne, Marlon Ochoa, aveva denunciato l’esistenza di un piano orchestrato dall’opposizione per destabilizzare il processo elettorale. Diverse registrazioni audio coinvolgevano López, il capogruppo del Partito nazionale, Tomás Zambrano, e un membro delle Forze armate. Ieri (4/12), lo stesso Ochoa ha tenuto una conferenza stampa per denunciare quello che considera un colpo di Stato elettorale (qui il comunicato ufficiale). Su 15.297 verbali trasmessi, 13.246 (86,6%) presentano errori e incongruenze tra la registrazione biometrica e il contenuto del verbale trasmesso tramite il Trep. La differenza ammonta a oltre 982 mila voti. Inoltre, Ochoa ha spiegato che è stato rilevato che il Trep non leggeva né interpretava correttamente i numeri dei voti scritti a mano nei verbali e che trasferiva i voti da un candidato all’altro o da un partito all’altro. Ha anche denunciato che 16.615 verbali sono stati trattenuti all’interno del sistema per 40 ore, la pagina di divulgazione dei risultati è rimasta inattiva per diverse ore e ha subito continue interruzioni. “Una matematica fatta su misura per il bipartitismo con il sostegno pubblico di Washington”, ha affermato il consigliere. Per Ochoa si tratterebbe di una “operazione coordinata tra forze interne alla leadership del bipartitismo e un’ingerenza straniera alleata, che sta imponendo una decisione elettorale che spetta solo al popolo sovrano”. Appello all’unità Le organizzazioni sociali si sono mobilitate verso l’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa, dove hanno lanciato un appello alle organizzazioni contadine, operaie, indigene, femministe e ambientaliste del Paese affinché consolidino la più ampia unità popolare, “per costruire un programma di lotta e difendere l’autodeterminazione dei nostri popoli e territori”. “Si tratta di una flagrante violazione della sovranità nazionale e di un tentativo di plasmare la percezione pubblica e la stabilità sociale in un momento critico per l’Honduras. È inaccettabile che i messaggi di altri Stati vengano utilizzati per esercitare pressioni, influenzare o condizionare l’esito politico dell’Honduras”, ha avvertito Wendy Cruz della Vía Campesina Honduras. “Denunciamo una frode e una manipolazione mediatica che si sta preparando da giorni da parte dei gruppi di potere nazionali e degli Stati Uniti, che stanno giocando un ruolo determinante nelle elezioni”, ha detto Bertha Zúniga, coordinatrice del Copinh. “Non possiamo rimanere in silenzio”, ha continuato, “invitiamo tutte le persone consapevoli a unirsi a questa protesta, perché stanno tornando al potere le strutture criminali che stanno dietro a questi candidati. Dobbiamo alzare la voce!”. (foto Luis Méndez) Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile
Lo scorso 16 novembre si è tenuto il primo turno elettorale delle presidenziali cilene: seppure è arrivata al primo posto la candidata della sinistra, Jeannette Jara, del Partito Comunista – Unidad por Chile, con il 26,78%, gli altri candidati della destra, divisi in almeno tre liste, rendono assolutamente complicato il ballottaggio del prossimo 14 dicembre. Al secondo posto, l’estrema destra di José Antonio Kast, del Partito Repubblicano, con il 24,02%, che andrà al ballottaggio contro Jara. Al terzo e quarto posto, rispettivamente, altri candidati di destra, Franco Parisi Fernández, del Partido de la Gente, al 19% e Johannes Kaiser Barents con il 13%. Indicativamente sosterranno tutti Kast, uscito sconfitto quattro anni fa dal ballottaggio contro Boric e oggi principale candidato alla vittoria presidenziale. Pubblichiamo un testo di analisi dello scenario politico ed elettorale cileno a cura di Rordrigo Karmy Bolton, docente dell’Università del Chile. Quanto destituito dalla rivolta del 2019 è stato capitalizzato dalla nuova destra. La sinistra ha finito per espellere la moltitudine che si era mobilitata al punto di arrivare a redigere una nuova Carta Fondamentale, depoliticizzando tutto il processo e infarcendolo di discorso giuridico (il ripristino di un sapere giuridico che ha oscurato la dimensione politica dei sentimenti), al punto che il “legalismo” della sinistra si è concentrato molto più sul contenuto esatto che sull’effetto politico della Nuova Carta redatta da quell’entità, tanto sfuggente quanto problematica nella storia cilena, chiamata “il popolo”. La sinistra ha sostituito il popolo con il diritto. In questo scenario, la destra ha fatto la sua parte e, attraverso i meccanismi oligarchici del Senato, lo ha spogliato del suo potere costituente. Però il processo costituente è rimasto aperto, nonostante molte proposte siano state respinte sia nella prima che nella seconda Assemblea Costituente. Tuttavia, tra le due Assemblee Costituenti [2020 e 2022 – ndt] si è verificata una congiuntura decisiva: le coalizioni tradizionali, sia progressiste che neoliberiste conservatrici, sono state rimaste fuori dai giochi. Altri attori sono entrati in scena, altri volti sono emersi. È in questo “fuori dai giochi” che irrompe sulla scena il Frente Amplio con al timone. Gabriel Boric [Presidente della Repubblica dal 2022 – ndt] e Daniel Jadue [candidato sconfitto alle primarie del Frente Amplio – ndt] Tuttavia, la situazione affrontata dal governo Boric ha fatto sì che, anziché essere un governo di trasformazione, diventasse un governo di “normalizzazione”, replicando così la razionalità politica concertativa degli ultimi 30 anni, ma in un momento storico in cui il governo era stato destituito dalla rivolta del 2019. Da allora, non potendosi fondare su alcun patto costituzionale, il governo Boric è rimasto un governo etereo. Con il pretesto delle “divergenze” su questioni di sicurezza, il governo ha accettato l’agenda della destra con l’ingresso di Carolina Tohá [ex Ministra dell’Interno,  candidata alle presidenziali per il PPD – Partito per la Democrazia – ndt] e per questo, invece di munirsi di un nuovo patto giuridico e istituzionale, hanno concertato un accordo performativo per la sicurezza. La sicurezza (ovvero il meccanismo fondamentale della guerra civile globale) si è trasformata in un sostitutivo della Costituzione, nonostante fosse stata respinto per ben due volte da una cittadinanza in agitazione. > Il progressismo (o la sinistra, per i più ottimisti) è rimasto intrappolato > dal governo per quattro anni: nella misura in cui ha optato per la razionalità > “transitoria” già destituita, non ha potuto rinnovare il proprio immaginario > politico e, non potendolo fare, ha ceduto alla destra il terreno della > mobilitazione emotiva. A questo proposito, è fondamentale affrontare la questione del contatto. Per quanto sia stato decisivo nella rivolta del 2019, nella misura in cui non è stato altro che un incontro affettivo che ha generato una connessione erotica all’interno della moltitudine, ha però sofferto le pene dell’inferno durante la pandemia di Covid19, visto che , con il senno di poi, il contatto non è stato semplicemente oggetto della repressione giuridico-statale, ma piuttosto di gestione biopolitica nella quale bisognava imporre il “distanziamento sociale” e utilizzare le mascherine. Il “contatto” è stato doppiamente pericoloso: per la polizia durante la rivolta e per motivi sanitari durante la pandemia. Di conseguenza, la sinistra intrappolata al governo è stata piuttosto il sintomo di una situazione in cui l’affetto cristallizzato nel “contatto” era stato criminalizzato e patologizzato e, in questo senso, completamente dis-affezionato. Così, il governo di Gabriel Boric ci ha proposto uno scenario ormai vecchio e non ha generato altro che “rabbia” (emozione gioiosa che grida giustizia), immediatamente trasformata dalla destra in “odio” (emozione triste e xenofoba). > La sicurezza ha prevalso. Sia a livello “legale” che “medico”. Ma non come un > punto all’ordine del giorno, bensì come un macchinario mitologico che potuto > compensare con fantasia, attraverso una serie di meccanismi statali, grandi > società di sicurezza private e mezzi di comunicazione in mano agli oligarchi, > lasciando incompiute le trasformazioni costituzionali. Torniamo al punto precedente: il progressismo è stato manchevole di immaginazione politica perché, intrappolate al governo, le masse erano già state tagliate fuori da ogni “contatto”. Tutto è diventato individuale,  tutto apparteneva a “ognuno”, e “l’altro” è diventato un nemico assoluto. La giustizia è stata cancellata dalle priorità e il cammino verso il fascismo internazionale è iniziato proprio in questi anni. L’eventuale vittoria di José Kast [candidato di estrema destra del Partito Repubblicano, fondato nel 2019 da alcuni fuoriusciti dall’UDI Unione Democratica Indipendente – ndt] al secondo turno delle elezioni presidenziali non farà che confermare formalmente il seguente punto: il progressismo ha trovato conforto nella freddezza del Leviatano (lo Stato, secondo Hobbes), ma la nuova destra ne ha catturato l’anima (le emozioni). In breve, il progressismo ha governato seguendo una razionalità politica (la transizione dalla dittatura) che non è riuscita a mobilitare le emozioni. E, di conseguenza, è stata proprio la destra a gestire le anime dei cileni. Stiamo assistendo alla fine del progressismo neoliberista e della visione di transizione che ha rappresentato. La democrazia è diventata così profondamente securitaria che funzionerà come nuova forma di dittatura “civile” (o cibernetica, se vogliamo), precipitando il Paese nella dilagante guerra civiles globale. Ovviamente, tutto questo deve essere spiegato nel contesto globale del trionfo delle destre. Ma nulla può essere spiegato se non si analizza l’impatto locale della mobilitazione emotiva del fascismo alimentata dalla paralisi governative e delle istituzioni. Nulla può essere spiegato se non riconosciamo la sua metamorfosi in quella ragione politica di transizione che la cittadinanza stessa aveva rifiutato. Lo spettro di Portales [Diego Portales, politico cileno durante la Repubblica Conservatrice, ucciso durante un’insurrezione contro la guerra contro la Confederazione Perù-Bolivia del 1836-1839 – ndt], (immagine che riassume il panorama politico della storia cilena) è più attuale che mai: Diego Portales ha instaurato una dittatura e in caso di vittoria al secondo turno, José Kast non eserciterebbe una dittatura nel senso tradizionale del termine, ma intensificherà l’intero apparato securitario che la democrazia fornisce già per iniziare a interferire in spazi ed erodere diritti un tempo considerati inalienabili. Immaginare che la “democrazia liberale” sia l’unico orizzonte politico per la sinistra non è soltanto ingenuo, ma anche complice della trappola in cui è stata catturata. La copertina ritrae Gabriel Boric dopo l’elezione presidenziale (wikimedia) Articolo pubblicato originariamente sul sito lavozdeloquesobra.cl. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile proviene da DINAMOpress.