Tag - genocidio del popolo palestinese

Milano, piazza Duomo – Quotidianamente al centro del mondo. Domenica scorsa…
Tutti giorni affollata da tanta gente – milanesi, pendolari, turisti,… – da un anno e mezzo nel tardo pomeriggio la piazza principale del capoluogo lombardo e capitale italiana dell’industria e della finanza diventa un luogo di confronto e incontro, a volte scontro, tra le persone che lavorano, fanno compere o passeggiano e quelle che manifestano contro il genocidio dei palestinesi. Ad esempio domenica scorsa quando io – che a Milano sono nata e cresciuta, ho abitato e lavorato fino ai miei primi 44 anni ed ero tornata per qualche giorno – sono andata a …vedere l’effetto che fa…, cioè a capire come viene svolta questa iniziativa e cosa succede durante il suo svolgimento: Come spiega Andrea Luotto, un ideatore e animatore dell’iniziativa, la manifestazione quotidiana coinvolge i partecipanti silenziosamente, così a protestare senza ‘disturbare la quiete pubblica‘ e pacificamente, nella forma espressiva del silenzio per la pace a Milano praticato dal marzo 2022 in via Mercanti ogni giovedì pomeriggio (Silenzio per la Pace – Milano). Dopo la prima, praticata del collettivo francese Artisans de paix nel 1982, l’ora in silenzio per la pace si è diffusa anche in Italia, dove – come illustra la mappa online dall’estate scorsa sul repertorio italiano di Pressenza (nella colonna a destra della videata) – viene svolta settimanalmente a Longare dal 1986, a Verona dal 1990, a Genova dal 2001,… e da quando è cominciata la guerra in Ucraina ed è iniziato l’assedio della Striscia di Gaza in moltissime altre città e località. L’iniziativa silente viene tacitamente approvata da molti passanti: alcuni lo dimostrano soffermandosi a osservare o fotografare i manifestanti, la maggior parte invece senza dire o fare niente, come i giovani che, pur rifiutando di venire intervistati, hanno spiegato che siccome stavano lavorando preferivano non essere ripresi però dichiarato la propria solidarietà con la popolazione palestinese e chi si erge in sua difesa. Una ragazza ha chiesto ad Andrea se poteva prestargli la bandiera della Palestina per farsi una foto. Un’altra invece… La manifestazione viene svolta tutti i giorni in piazza Duomo nel periodo estivo dalle 18:30 alle 19:30 e nel periodo invernale dalle 18 alle 19. Come spiega Andrea, l’orario invernale quest’anno comincia il 4 ottobre, quindi in una data emblematica, onomastico di San Francesco d’Assisi, che a Milano verrà celebrato con lo spettacolo messo in scena da Aldo Cazzullo insieme ad Angelo Branduardi al Teatro Carcano, lo stesso in cui è ambientata una canzone di Enzo Iannacci…   Maddalena Brunasti
October 1, 2026
Pressenza
In Italia, e tutto il mondo, la ‘maggioranza silenziosa’ va a vedere cosa fa l’IDF, e come
“OLTRE UN MILIONE DI EURO INCASSATO IN DUE GIORNI E UNA RISPOSTA DEL PUBBLICO SUPERIORE ALLE ATTESE”. NEI CINEMA ITALIANI CONTINUERÀ A VENIRE PROIETTATO A OLTRANZA. Prevista per tre date, dal 28 al 30 settembre, la programmazione è stata prolungata da I Wonder Pictures, la casa distributrice del film in Italia, il cui fondatore, Andrea Romeo, ha annunciato: “Finché le sale lo vorranno, Naza continuerà a essere proiettato nei cinema”. “A modificare quelli che erano i piani del debutto sono stati senza dubbio i numeri – riferisce Marica Lancellotti su Movieplayer.it – Ma non solo quelli degli incassi (lunedì 28 settembre 451.872 euro, martedì 29 settembre ben 623.164 euro), perché naturalmente di pari passo è salito il numero degli spettatori: 60.467 il primo giorno, 83.163 nel secondo. 392 le strutture coinvolte, molte delle quali hanno già annunciato proiezioni almeno fino a domenica 4 ottobre”. “Molte proiezioni hanno registrato il tutto esaurito – precisa la redattrice del media specializzato, dedicato all’informazione sugli spettacoli e ‘all’esplorazione del mondo del cinema e delle serie TV’ – Secondo l’ANEC [Associazione Nazionale Esercenti Cinema], l’affluenza ha interessato soprattutto le sale di qualità e il circuito d’essai, ma con un pubblico più ampio e diversificato rispetto a quello abitualmente associato a questo segmento”. “Il risultato è arrivato inoltre in un giorno feriale e all’interno di una formula inconsueta per un documentario: un’uscita-evento di lunedì, martedì e mercoledì. Un elemento che ha contribuito a rendere il debutto particolarmente significativo per gli esercenti – riferisce la giornalista di Movieplayer.it – L’affluenza ha coinvolto spettatori di età diverse e persone già interessate al tema insieme a un pubblico arrivato al film attraverso la sua esposizione mediatica e il riconoscimento ottenuto a Venezia (il Premio Speciale della giuria). È proprio questo uno degli elementi più osservati dagli operatori: un documentario fortemente legato a un tema politico e contemporaneo è riuscito a trasformarsi in un appuntamento cinematografico capace di generare una domanda superiore alle aspettative iniziali”. Queste analisi degli esperti hanno confermato la mia impressione dopo che ieri sera sono andata a vedere Gaza al cinema più vicino a casa mia, un multisala di una cittadina di provincia… proverbialmente ‘assopita’, dove i drammi che martoriano il mondo intero non fanno clamore, hanno una risonanza ‘attutita’ dalla lontananza geografica e un eco ‘ovattato’ dalla distanza emotiva. Ieri sera la sala in cui al Cinelandia di Casale Monferrato veniva proiettato Naza era piena. Gli spettatori erano persone di ogni età: tanti, come me, ‘over 60′, molti adulti e parecchi giovani. Alcuni, come me, attivisti sempre o assiduamente presenti alle manifestazioni e iniziative organizzate dai gruppi locali, come la settimanale mezz’ora di silenzio per la pace e giustizia sociale e gli incontri a tema, tra cui la rassegna EireneFest / Un libro o due al mese per parlare di pace… La gente che ieri sera vedeva Naza era, per la maggior parte, una parte della ‘maggioranza silenziosa’ che non  protesta contro il genocidio dei palestinesi andando in piazza, o frequentando circoli e salotti. E quando il film è finito, mentre sullo schermo venivano proiettati i titoli di coda e nella sala si sono riaccese le luci, tutti sono rimasti fermi ammutoliti. Per qualche istante, forse un minuto, non si è sentito il solito brusio con cui gli amici si scambiano opinioni sul film appena visto e si mettono d’accordo su cosa fare dopo, in quale bar andare a bere qualcosa, come organizzarsi per la prossima uscita insieme, per una cena in compagnia o per una partita a calcetto. Piano piano, tutti si sono alzati e sono usciti dal cinema in silenzio, un silenzio ‘assordante’, perché espressivo di ciò che ciascuno aveva percepito e capito: Naza non ‘racconta’ una storia, non è una ‘narrazione’, perché quello che mostra è la realtà, aberrante, che si compie sotto gli occhi di tutti. Qualcuno recentemente ha criticato Naza asserendo che illustra fatti, crimini di guerra e contro l’umanità denunciati ormai già da anni con molte prove documentali, le testimonianze delle vittime, e che ‘dando voce’ ai carnefici, i militari israeliani protagonisti del film, faccia più spettacolo, e business, che altro. Dopo averlo visto, ritengo che Naza mostri ‘qualcosa’ che bisogna tutti vedere, e capire. E sono convinta che il suo ‘successo’ al festival di Venezia e nei cinema italiani e non solo – anche al festival ora in svolgimento a New York e nei cinema americani e alle rassegne e nei cinema di tutto il mondo… tranne che in Israele, dove è stato censurato – sia meritato, importante e necessario.   Maddalena Brunasti
October 1, 2026
Pressenza
‘Naza’ visto da Francesca Fornario
Ho visto Naza e pensavo sarebbe stato come averlo già visto. Avevo infatti già letto e riletto tutti i rapporti di Breaking The Silence, l’associazione fondata da ex militari israeliani che raccoglie le confessioni dei soldati dell’Idf. Avevo letto le inchieste di +972 sui programmi di intelligenza artificiale utilizzati per individuare gli obiettivi da bombardare, aspettando che tornassero a casa per uccidere con loro anche moglie e figli e tirar giù l’intero appartamento, l’intero palazzo, l’intero quartiere. Avevo, soprattutto, sentito raccontare dai palestinesi delle case bombardate l’una dopo l’altra, dei bambini uccisi dai cecchini con un colpo alla testa o al cuore, degli affamati trucidati per divertimento ai punti di distribuzione del cibo. Ma non avevo visto niente, avendo già letto decine di denunce. Perché Naza non è un film su chi denuncia il genocidio, anche se i militari israeliani intervistati dicono esattamente questo: «Sì, certo che è un genocidio, certo! Sparavamo a tutti, anche ai bambini, alle donne. Anche se erano disarmati? Ma certo, certo, erano TUTTI disarmati! Credo di aver visto solo una volta un palestinese armato, ma ne abbiamo uccisi a centinaia ogni giorno…» Naza non è nemmeno il film sul genocidio che avrebbero dovuto girare i palestinesi e che non avrebbe vinto premi se fossero stati i palestinesi a girarlo, no. Naza non è un film su chi denuncia il genocidio. È un film su chi giustifica il Genocidio. Un film su chi lo normalizza. Un film su di noi. Naza è un film sul mondo che continua a girare e a dare l’acqua alle piante e il cibo al cane e a stravaccarsi sul divano a fine giornata a guardare la tele mentre a pochi chilometri di distanza i divani esplodono con il resto delle case e i cani mangiano i cadaveri dei bambini. Un mondo che la macchina da presa sbircia di notte attraverso i vetri dei grattacieli di Tel Aviv, nelle case dove i soldati tornano a giocare alla play dopo aver distrutto le case di quelli che non conoscono e che non considerano. «Stavamo bene. Eravamo contenti. Era divertente», spiegano i soldati. In che senso? Uccidere era divertente? Anche i bambini? Anche se erano disarmati? Intere famiglie? «C’era uno psicologo. Volendo, potevamo andarci. Non ci andavamo perché stavamo bene». «Era divertente. Era come un videogame». «C’era l’unità che combatteva contro il terrorismo e quella che combatteva contro la pace», racconta uno. «Contro la pace». Contro la Corte Penale Internazionale, contro i giudici che denunciano i crimini di guerra. «La mia era un’unità d’élite. Individuavamo i palazzi da far saltare in aria con tutte le famiglie che ci stavano dentro. Abbiamo distrutto interi quartieri. Abbiamo distrutto tutto il Nord della striscia perché non dovevano restare in piedi case alle quali tornare. Abbiamo dato fuoco ai ricordi, alle foto, ai libri, a tutto. Riempivamo le case di gas e davamo fuoco, oppure radunavamo i cuscini al centro del salone e davamo fuoco a quelli: la lana brucia bene, in un attimo andava a fuoco tutto l’appartamento… Era un’unità composta da giovani di sinistra, la mia. Ragazzi dell’alta borghesia di Tel Aviv… Noi non odiamo gli arabi. Lo facevamo perché andava fatto». I coloni, quelli matti, quelli che credono in un Dio storto e fanno cose strambe, tipo non lavarsi e riprodursi come conigli: quelli, forse odiano gli arabi. Ma noi giovani progressisti di sinistra no: noi facevamo quello che ci dicevano di fare e basta e poi ci fumavamo una sigaretta o tornavamo qui a fare l’aperitivo. «Io l’ho chiesto al mio ufficiale: “Cosa ne pensi di quello che stiamo facendo qui?” E lui mi ha detto: “Che è giusto”. “Dici?” “Tu devi solo fidarti del sistema”». Non serve odiare gli arabi per sterminarli o credere alla Terra Promessa per distruggere Gaza: basta che te lo chieda il sistema. Basta eseguire un ordine. Non serve farsi domande, non serve pensare di avere le risposte, basta fare, non serve domandarsi “perché”: «Facciamo quello che la società israeliana vuole che facciamo. Se ti dicono che devi radere al suolo Gaza, tu devi radere al suolo Gaza». Stessi racconti dei Nazisti e dei fascisti, identici: stesse giustificazioni, stesso distacco, stesso pensare di meritarsi una medaglia, stessa capacità di tenere in braccio i figli dopo aver sterminato i figli degli altri: «Ho solo eseguito gli ordini», la stessa frase con la quale si sono giustificati i due gerarchi nazisti Hermann Göring e Adolf Eichmann. «Io sono andato in Polonia a visitare i campi di concentramento e continuo a credere a credere che i nazisti fossero nazisti», dice un soldato che racconta di aver ammazzato centinaia di civili disarmati: «Solo, mi domando cosa sono io». Naza non è un film sul fanatismo religioso. Non si parla mai della Bibbia o di di Dio. È un film sulla banalità del male. Un male compiuto per inerzia, conformismo, pigrizia mentale, apatia, tornaconto economico, per mantenere uno stile di vita agiato a scapito di popoli resi schiavi, proprio come gli stupri della bambine etiopi da parte dei soldati fascisti e che non erano percepiti dai carnefici come violenze perché erano stati legalizzati: normati per legge come la pulizia etnica dei palestinesi da parte dei governi israeliani. Naza è un film sulla malattia dell’Occidente: pensare di essere nel giusto a prescindere, confondere il potere con il buon senso e la forza con la ragione, non interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni, credere che sia qualcun altro a causare i problemi – qualche dittatore nordcoreano, qualche terrorista islamico con sette mogli velate – mica noi che facciamo affari con Israele; mica noi che ci facciamo comandare militarmente da uno che manda la polizia in strada a sparare in faccia alla gente, uno che bombarda mezzo mondo e di preferenza le scuole con le bambine dentro ma vuole il Nobel per la Pace, uno che rapisce i capi di stato per accaparrarsi le riserve petrolifere di un altro paese; mica noi che il massimo dell’idea dell’assumerci le nostre responsabilità che abbiamo è fare governi di larghe intese. Naza è un film su di noi che ci voltiamo dall’altra parte perché ci fidiamo del sistema in quanto è il sistema invece di combatterlo in quanto è ingiusto. Correte a vederlo e teniamoci stretti. Redazione Italia
September 29, 2026
Pressenza
“Se la solidarietà è un crimine, siamo incriminabili”: documento aperto alla condivisione
«È una dichiarazione di solidarietà e corresponsabilità nell’impegno civile al fianco del martoriato popolo palestinese e della sua resistenza – spiegano i suoi estensori, Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale – È inoltre una lettera aperta rivolta ai responsabili del genocidio palestinese e a tutti quei governanti e forze economiche e tecnologiche, etnico-religiose e razziste, complici, che sostengono lo Stato d’Israele. È anche un atto di autodenuncia sottoposto all’attenzione della magistratura». > “SE LA SOLIDARIETÀ È UN CRIMINE… SIAMO INCRIMINABILI” > > Noi cittadine e cittadini, noi persone impegnate nel denunciare e nel > contrastare, per fermarlo, il genocidio del popolo palestinese, siamo > profondamente colpite nella nostra umanità e inorridite di fronte alla lucida > e spietata determinazione genocidaria del governo e dell’esercito israeliani. > > Siamo altresì colpiti nella nostra personale dignità quando vengono messe in > prigione persone che operano in soccorso delle vittime palestinesi con aiuti > materiali ed economici, in particolare rivolti ai bambini e alle bambine. > > Siamo allarmati e fortemente preoccupati quando si criminalizzano, anche da > parte della magistratura italiana, associazioni di beneficenza della diaspora > palestinese e si mettono sotto accusa i loro rappresentanti in quanto > sarebbero responsabili di destinare i fondi raccolti ad Hamas, ritenuta > organizzazione terroristica. > > — > > Essendo cittadine/i informati e consapevoli, sentiamo il dovere di precisare: > > 1 . Secondo la Convenzione internazionale per la soppressione delle attività > di finanziamento al terrorismo del 1999 è terroristico “ogni atto finalizzato > a causare la morte o lesioni personali gravi a un civile o ad ogni altra > persona che non prende attivamente parte alle ostilità in una situazione di > conflitto armato quando lo scopo di questo atto […] è quello di intimidire una > popolazione oppure di costringere un governo o un’organizzazione > internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto”. > > 2 . Alla luce di questa definizione si può affermare che Israele ha sempre > praticato il terrorismo, alle origini con Irgun e Banda Stern, successivamente > con esercito e coloni. > > Basti pensare, per esempio, al cecchinaggio durante la Grande marcia del > ritorno nel 2018-2019 e agli ordigni esplosivi usati indiscriminatamente in > Libano contro la popolazione civile nel settembre 2024, con centinaia di morti > e migliaia di feriti, tutti disarmati e inermi, che manifestavano, nel primo > caso, per il diritto al ritorno (Risoluzione ONU 194/48); nel secondo caso > tutti civili che si recavano al lavoro o a scuola, passeggiavano o guidavano > taxi. > > 3 . Con la Legge fondamentale del 19 luglio 2018, Israele si definisce “Stato > nazionale del popolo ebraico”, cioè a sovranità etnico-religiosa, e, > dichiarando “lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale”, > ha proclamato di intendere agire “per incoraggiarne e promuoverne la creazione > e il consolidamento”. > > “Insediamento ebraico” sta per colonizzazione, cioè un crimine che con questa > legge assurge a valore nazionale. Israele quindi è uno Stato occupante che > promuove il colonialismo di insediamento. > > Per il diritto internazionale la resistenza contro l’occupazione, anche > armata, è legittima e anche secondo il protocollo aggiuntivo, adottato nel > 1977, alle Convenzioni di Ginevra del 1949 relative alla protezione delle > vittime dei conflitti armati internazionali, la popolazione di un Paese > occupato da una potenza straniera ha il pieno diritto di lottare per la > propria liberazione. > > Tali norme sono applicabili “nei conflitti armati in cui i popoli lottano > contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera e contro i regimi > razzisti nell’esercizio del diritto dei popoli di disporre di sé stessi > consacrato nella Carta (Statuto) delle Nazioni Unite”. > > In specifico per il popolo palestinese la risoluzione ONU 37/43 del 1982 > afferma: “Considerando che la negazione dei diritti inalienabili del popolo > palestinese all’autodeterminazione, alla sovranità, all’indipendenza e al > ritorno in Palestina e i ripetuti atti di aggressione da parte di Israele > contro i popoli della Regione costituiscono una grave minaccia alla pace e > alla sicurezza internazionale riafferma la legittimità della lotta dei popoli > per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la > liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall’occupazione > straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”. > > 4 . Nel corso del 2024 i massimi organi giudiziari internazionali e l’ONU > hanno emesso decisioni fondamentali contro Israele. > > La Corte Internazionale di Giustizia a gennaio ha ritenuto che quello in corso > a Gaza fosse un “plausibile genocidio” e a luglio ha emesso un parere > consultivo che ha ribadito l’illegalità dell’occupazione, ha condannato > l’apartheid e ordinata la rimozione delle colonie; a marzo il Consiglio di > sicurezza dell’ONU ha ordinato un immediato cessate il fuoco, come sempre > disatteso; a settembre l’Assemblea Generale dell’ONU ha recepito il parere, > dato un termine di 12 mesi per il ritiro dei coloni e ha ordinato agli Stati > di interrompere ogni rapporto con Israele pena la complicità nel genocidio; a > novembre la Corte Penale Internazionale ha emanato gli ordini di arresto di > Netanyahu e Gallant. > > 5 . Il 23 giugno 2026 la Commissione indipendente internazionale del Consiglio > dei diritti umani ha depositato un rapporto, il secondo, ancora più analitico > del precedente. > > Vi si legge che sono stati uccisi 20.179 bambini e ne sono stati feriti 44.143 > e queste sono solo le vittime note, poi ci sono gli scomparsi sotto le macerie > ma anche nelle carceri. Inoltre che “è compromessa la salute riproduttiva e > neonatale” e che “è in atto una strategia per distruggere la continuità > biologica”. E che, come dimostra anche un rapporto dell’organizzazione per i > diritti umani B’Tselem, in Cisgiordania è da tempo in corso una feroce > offensiva tendente a espropriare e a cacciare i palestinesi, e a ripetere la > “soluzione finale” colpendo deliberatamente i bambini, come a Gaza. > > 6 . In questa situazione drammatica, che disumanizza il mondo e lo porta sul > bordo del baratro della terza guerra mondiale e nucleare, che scuote > profondamente le coscienze, cosa fa il governo italiano nonostante l’articolo > 11 della Costituzione italiana? > > Introduce il DDL che di fatto assimila antisionismo e antisemitismo; promulga > i decreti sicurezza volti alla repressione del diritto di espressione e di > manifestazione; non firma, con l’Ungheria, un documento di 79 Paesi in difesa > della Corte penale internazionale sotto sanzioni; blocca, con la Germania, la > sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele nonostante la palese > violazione della clausola del rispetto dei diritti umani; rinnova il > memorandum di intesa Italia- Israele. > > Una scelta di campo ben precisa che si traduce in una complicità nel genocidio > tanto che pende avanti alla Corte penale internazionale una denuncia di 51 > giuristi perché sia accertata la responsabilità del governo italiano. > > — > > In questo contesto di diffusa complicità anche il singolo individuo – a > maggior ragione se palestinese – ha il diritto/dovere di chiamarsi fuori, > solidarizzando e sostenendo il popolo palestinese nella sua sofferta > resistenza quotidiana, contribuendo concretamente a ridurre le conseguenze del > genocidio in corso. > > Per queste inoppugnabili ragioni, siamo inoltre a denunciare le condizioni > disumane in cui sono tenuti nelle carceri israeliane decine di migliaia di > prigionieri e detenuti palestinesi, sottoposti a torture e a stupri e lasciati > morire semplicemente perché hanno fatto il loro dovere, come il medico > pediatra Hussam Abu Safiya, ridotto in fin di vita, o come il leader Marwan > Barghouti. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra piena solidarietà ai > detenuti palestinesi in Italia, incriminati per la loro attività di aiuto e > sostegno alle famiglie palestinesi a Gaza e Cisgiordania, cui hanno concorso > organizzazioni di volontariato e persone singole, tra le quali molte che > firmano questa lettera. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra vicinanza fraterna e la > nostra solidarietà ai rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in > Italia (A.P.I.) e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo > Palestinese (A.B.S.P.P.): Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly (di > quest’ultimo in condizioni di salute precaria non si hanno più notizie nel > trasferimento dalla Calabria in un carcere della Sardegna), Ryiad Albustanji, > nonché Anan Yaeesh e Ahmad Salem. > > Benemeriti quali sono, non possono e non debbono essere incriminati e sbattuti > in carcere. > > È come vivere in un mondo alla rovescia: sono trattate da criminali le persone > solidali col proprio popolo, le persone che si battono per la difesa, il > rispetto e l’attuazione dei diritti umani e del diritto internazionale, > sistematicamente violati da Israele e dagli Stati suoi alleati e sostenitori. > > Noi, questo mondo alla rovescia lo ripudiamo e affermiamo che se la > solidarietà e la resistenza per l’autodeterminazione e la libertà dei popoli, > e del popolo palestinese in particolare, diventano un crimine anche noi siamo > incriminabili e ci sottoponiamo al giudizio, per la verità e la giustizia. Le firme alla dichiarazione vengono raccolte da oggi, 15 luglio 2026. «Chi firma la dichiarazione – precisano i promotori dell’iniziativa – può integrarla con un suo pensiero, una sua opinione e una sua proposta finalizzate a rafforzare, nel nostro Paese e nel mondo, le resistenze di “restare umani”, per il disarmo e la pace, per i diritti umani e il diritto internazionale, per la giustizia sociale e ambientale». Si sono già aggiunte quelle di centinaia persone e, in risposta alla sollecitazione di Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale, è stata presentata la richiesta di integrare il documento con la denuncia dell’ingiusto trattamento inflitto a 5 giovani tra i 16 e i 18 anni partecipanti a una manifestazione svolta nell’ambito della mobilitazione nazionale in solidarietà con il popolo palestinese. A settembre il documento e le osservazioni, le analisi e le proposte nel frattempo pervenute verranno presentati in iniziative che saranno coordinate insieme ai promotori. Le adesioni (nome, cognome, comune di residenza e/o domicilio) vanno inviate a: 80moliberazpropalestinapropace@gmail.com Redazione Italia
July 15, 2026
Pressenza
Espulsione dell’IMA dalla WMA: motivazioni, repliche e commenti
L’articolo pubblicato il 13 giugno scorso dalla rivista medico-scientifica The Lancet riferisce che alla World Medical Association (WMA) è stata presentata la petizione firmata da oltre 1˙600 professionisti, associazioni di categoria ed enti di settore con cui viene chiesto che nell’ordine del giorno della sua Assemblea Generale di ottobre prossimo sia inserita la mozione per il sanzionamento dell’Associazione Medica Israeliana (IMA). Nel riferire la notizia la redazione di The Lancet precisa di non aver reperito “alcuna dichiarazione in cui l’IMA abbia condannato pubblicamente gli attacchi israeliani al sistema sanitario di Gaza, criticato la condotta israeliana nella guerra, chiesto un cessate il fuoco o risposto ai rapporti delle Nazioni Unite sul genocidio contro i palestinesi”.  In specifico l’articolo pubblicato da The Lancet riporta che > * il People’s Health Movement (PHM) > * la rete Artsen voor Gaza (Medici / Sanitari per Gaza olandese) > * il Consiglio Consultivo Sanitario di Voce Ebraica per la Pace “chiedono la sospensione dalla WMA dell’IMA, perché non ha preso posizione contro il genocidio dei palestinesi, la distruzione delle infrastrutture sanitarie e le torture e gli omicidi di operatori sanitari a Gaza” e “chiedono il sanzionamento dell’IMA per quelle che definiscono violazioni dell’etica medica e del diritto internazionale umanitario nella guerra a Gaza”. > L’IMA ha dichiarato a The Lancet: “Le accuse contro l’IMA sono, nella peggiore > delle ipotesi, menzogne, e nella migliore, affermazioni fortemente contestate > presentate come fatti. Ancor più grave, le richieste dei firmatari di > espellere l’IMA dalla WMA sembrano confondere il governo di un Paese con la > sua associazione medica, un precedente estremamente pericoloso. Infine, la > petizione ignora qualsiasi ruolo di Hamas nella distruzione del sistema > sanitario di Gaza, come la loro strategia deliberata di nascondersi sotto e > dentro gli ospedali e di utilizzare gli ospedali come centri di comando > militari e depositi di munizioni, in violazione dell’articolo 19 della Quarta > Convenzione di Ginevra”. L’IMA aggiunge che essa e “i propri membri hanno > chiarito in numerose occasioni di sostenere l’etica medica universale”. > L’IMA ha rilasciato dichiarazioni in cui chiedeva il rispetto della neutralità > medica e del diritto internazionale umanitario, la consegna sicura degli aiuti > umanitari ai civili a Gaza e un trattamento umano dei prigionieri e dei > detenuti negli ospedali. Ad agosto ha espresso “profonda preoccupazione” per > un attacco all’ospedale Nasser di Khan Younis. > > L’IMA afferma che la sua espulsione dalla WMA “non promuoverebbe la pace, > l’assistenza sanitaria o i diritti umani. Al contrario, danneggerebbe la > collaborazione scientifica, indebolirebbe il dialogo medico internazionale e > creerebbe un precedente in base al quale le campagne di pressione politica > potrebbero essere utilizzate per isolare i professionisti sanitari sulla base > della nazionalità”. > > La WMA ha dichiarato a The Lancet: “La WMA attribuisce grande valore > all’inclusione e ritiene che il coinvolgimento dei suoi 117 membri, > associazioni mediche nazionali, sia vitale per promuovere la salute e l’etica > medica a livello globale. Preservare il dialogo e la cooperazione tra i medici > a livello internazionale è essenziale in un mondo frammentato da conflitti e > crisi umanitarie in escalation. Le nostre ferme dichiarazioni chiedono la > protezione dell’assistenza sanitaria nelle zone di conflitto, tra cui Gaza, > Libano, Ucraina, Sudan, Siria, Iran e Myanmar, sono ancora più incisive perché > riuniamo la nostra variegata professione per discutere e sviluppare le nostre > politiche”. > Il comunicato prosegue affermando che “l’IMA, uno dei nostri membri fondatori > e un forte sostenitore dell’etica e delle politiche della WMA, ha partecipato > allo sviluppo delle nostre dichiarazioni su Gaza e si è rivolta al governo > israeliano in diverse occasioni, esprimendo le preoccupazioni condivise dalla > professione medica. La WMA si oppone all’esclusione di qualsiasi suo membro > per le azioni del proprio governo: agire in tal modo ridurrebbe la nostra > capacità di denunciare le ingiustizie e rischierebbe di limitare il dialogo > tra i medici in questo momento critico, in cui è fondamentale raggiungere un > consenso a sostegno della nostra etica medica”. > > Derek Summerfield, docente clinico senior onorario al King’s College di > Londra, firmatario della petizione promossa da PHM, ha affermato che l’IMA “ha > violato ogni regola della WMA”. > Juliette Mattijsen, co-coordinatrice di PHM Europa e medico nei Paesi Bassi, > afferma che l’IMA “non sta rispettando il suo giuramento medico, ovvero quello > di difendere i professionisti sanitari e i colleghi che vengono uccisi e > detenuti”. > > Leslie London, professoressa emerita di sanità pubblica all’Università di > Città del Capo e membro di PHM Sudafrica, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA > ha “colluso con il trattamento indicibile riservato ai palestinesi durante > questa guerra. Non ha mai riconosciuto le prove del deliberato attacco alle > strutture sanitarie e agli operatori sanitari a Gaza, né le condizioni > crudeli, disumane e degradanti in cui i detenuti palestinesi sono rinchiusi > nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani. Mentre i gazawi venivano > affamati e privati dell’accesso all’acqua e alle forniture mediche, l’IMA è > rimasta in silenzio”. > Solo dopo che la British Medical Association ha sospeso i propri rapporti con > l’IMA a causa della crisi di Gaza nel giugno 2025 l’IMA “ha lanciato alcuni > deboli appelli affinché le forniture mediche venissero consentite”, afferma > London. Nell’ottobre del 2025 l’associazione medica sudafricana SAMA ha > sospeso i rapporti con l’IMA e chiesto la sospensione dell’IMA dalla WMA a > causa della “condotta dell’IMA nel contesto dell’etica medica internazionale e > degli obblighi umanitari” nella crisi di Gaza. Effettivamente sul sito dell’associazione di categoria israeliana risulta che i suoi più recenti pronunciamenti ufficiali in merito a questioni riguardanti la salute e l’incolumità della popolazione palestinese sono * il documento trasmesso il 19 novembre 2025 alla Commissione per la Sicurezza Nazionale della Knesset dal Comitato Etico dell’IMA per ribadire che la deontologia professionale vieta ai medici di “partecipare a qualsiasi aspetto delle esecuzioni” e, “citando il Giuramento del Medico Ebraico e le linee guida della WMA”, che “i medici professionisti non devono essere coinvolti, direttamente o indirettamente, nell’esecuzione della pena di morte”; * la lettera con cui Zion Hagay, il presidente dell’IMA, il 7 giugno scorso ha esortato Benjanim Netanyahu a “riconsiderare la politica di sospensione dei proventi derivanti dai servizi doganali destinati all’Autorità Palestinese, a causa del suo impatto catastrofico sul sistema sanitario palestinese”. Sicuramente “la principale associazione di categoria, che rappresenta oltre il 90% dei medici di tutte le specializzazioni e in ogni ambito disciplinare e fase della carriera professionale, da studenti e tirocinanti a specialisti e medici di base fino ai pensionati” praticanti e residenti in Israele, l’IMA, non ha preso provvedimenti disciplinari nei confronti dei propri associati che, come evidenziato da ANBAMED, hanno incitato l’esercito a bombardare Gaza e persino gli ospedali del territorio palestinese e hanno torturato gli ostaggi palestinesi detenuti nella base militare di Sde Teiman. Pubblicata dal periodico medico-scientifico e divulgativo edito dal 1823 da una società indipendente “impegnata a rendere la medicina ampiamente accessibile affinché, oltre ad avere un impatto positivo sulla vita delle persone, la medicina possa servire a migliorare la società”, la notizia della richiesta per il sanzionamento dell’IMA è subito rimbalzata sui media. Ad esempio, il 14 giugno sul quotidiano israeliano Haaretz è stata diffusa con il titolo “Complice di violazioni. Cresce la pressione per sospendere l’IMA dalla confederazione medica globale“. La campagna per il sanzionamento dell’IMA promossa dal People’s Health Movement (PHM) insieme ad Artsen voor Gaza / Doctors for Gaza e all’Health Advisory Council of the Jewish Voice for Peace (JVP-HAC) è cominciata nel maggio scorso. Da giugno a settembre coinvolge i partecipanti in attività svolte localmente, nelle rispettive nazioni, per raccogliere adesioni alla petizione. Culminerà a ottobre prossimo, con le iniziative al Congresso della WMA a Rotterdam. “Gli operatori sanitari palestinesi sono sistematicamente presi di mira dall’occupante israeliano – è spiegato sul sito di PHM – Questo non è un fatto casuale, ma parte integrante della distruzione del sistema sanitario palestinese. Tale distruzione è stata ed è tuttora un elemento cruciale del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania. La comunità medica globale non può rimanere in silenzio”. Ricordando che * 1.722 operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi dall’ottobre 2023, una media di 2-3 al giorno; * 185 operatori sanitari sono stati arrestati dalle autorità israeliane, molti senza alcuna accusa, e si segnalano casi di tortura e decessi in custodia; * sono stati rilevati oltre 250 casi di detenzione illegale, tra cui di medici di alto livello, con alcuni detenuti che risultano dispersi o deceduti in custodia; * ospedali, ambulanze e cliniche sono stati ripetutamente attaccati o distrutti, paralizzando il sistema sanitario; * dagli esperti delle Nazioni Unite queste azioni compiute dall’esercito israeliano state descritte come “medicidi” e “desanificazione”, cioè il deliberato smantellamento delle strutture e la strumentalizzazione dell’assistenza sanitaria; i promotori della petizione dichiarano: “Mentre gli operatori sanitari palestinesi vengono uccisi, detenuti, torturati e costretti a lavorare sotto assedio, l’IMA e gran parte della comunità medica israeliana sono rimaste in silenzio: hanno omesso di condannare gli attacchi contro il personale e le strutture di assistenza sanitaria o di ritenere i propri membri responsabili di violazioni dell’etica medica. A fronte di tali sistematiche distruzione e disumanizzazione, il loro silenzio compromette l’integrità professionale dei medici e permette che altri simili attacchi contro gli operatori sanitari possano venire impunemente commessi”. https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfe3SfFvOo2pgaEX6c5FAbsPivkQ2eNVMilxwMSQcAnjX64pQ/viewform Maddalena Brunasti
June 17, 2026
Pressenza