Letture dalla Zona Rossa: i confini
Oltre il ponte comincia l’amore…
Giovedì sera sono stata al Giardino Madre Teresa di Calcutta (C.so Vercelli) ad
ascoltare il secondo incontro di Letture dalla Zona Rossa. Si tratta di
un’iniziativa dell’Associazione Arteria Onlus[1], che dal 2005 concentra le sue
attività nei quartieri di Porta Palazzo, Barriera di Milano e Aurora e ogni
settimana anima il Giardino con radio, libri e giochi.
Il titolo di questo mini-progetto del giovedì si rifà al provvedimento del 31
marzo scorso con il quale la Prefettura di Torino, in attuazione del
decreto-legge 24 febbraio 2026, n° 23 (noto come “Pacchetto Sicurezza”), ha
istituito sei zone a vigilanza rafforzata[2] – tra cui l’area del Giardino, dopo
il ponte di Piazza Borgo Dora – e da qui zone rosse.
Ivano Casalegno, uno dei volti dell’Associazione, media l’incontro, e ci
racconta che le loro attività mirano a smontare la narrazione di pericolosità
della zona attraverso aggregazione e sensibilizzazione. Tant’è che tutti i
contenuti sono tradotti sul momento in arabo da Soukaina e in inglese da Destiny
(collaboratori del progetto) affinché siano fruibili da tutti i presenti.
Abbracciare la multiculturalità significa in primis renderla accessibile.
Il dialogo parte dal libro Luoghi di confine: Violenze e resistenze del
territorio italiano (DeriveApprodi, 2026), frutto del contributo di trenta penne
differenti, a cura dei geografi ricercatori Noemi Bergesio e Lorenzo Mauloni,
quest’ultimo ospite del nostro incontro. Con lui Federica Tarenghi, medico di
Rainbow for Africa operante sui confini.
Il testo raccoglie storie di migrazioni da tutta Italia in una cornice post
2015, anno in cui si rileva un cambio dell’impianto discorsivo-politico sul
tema. Mauloni ci racconta come la sua disciplina, la geografia delle migrazioni,
indaghi il rapporto tra i luoghi e le persone in mobilità che li attraversano: i
confini non sono esclusivamente le frontiere, ma anche spazi, narrazioni e
dinamiche che riproduciamo ogni giorno. Per esempio, la questura, con le sue
file inesauribili alle richieste d’asilo, è un luogo di confine. Sono confini il
contingentamento alle domande accolte, le direttive informali sulla gestione,
l’approccio governativo sul tema ecc. Il confine segue il migrante perché le
violenze che subisce non si limitano alle “lontanissime” zone del Maghreb che
esotizziamo, ma continuano a riprodursi quando arriva in Europa, su una scala
che è quotidiana.
Tarenghi lavora come medico al Rifugio Massi di Oulx e nei centri ISI[3],
sportelli del sistema sanitario nazionale per stranieri non iscritti. Introduce
il tema dell’accesso alle cure come un altro dei confini che le persone in
mobilità si trovano ad attraversare: rientra tra le precarietà da cui sono
fuggite, le perseguita durante tutto il viaggio, e si perpetua ancora nel primo
luogo d’arrivo. Ci sono testimonianze di persone alle quali sulla rotta
balcanica è stato vietato l’accesso in farmacia. Così, patologie semplici da
debellare (es. scabbia) si cronicizzano, e il viaggio migratorio crea
malattia[4].
Mauloni ci parla di caporalato abitativo, ovvero quel sistema di accesso
informale alla casa nato in risposta al mancato riconoscimento del diritto
abitativo, disatteso tanto dal settore pubblico quanto dal privato. In relazione
a quest’ultimo, avremo qualche déjà-vu del “Non si affitta ai meridionali”. Si
tratta dello stesso razzismo spostato su una scala geografica più ampia. E così
una soffitta non a norma, pericolante, sovraffollata, in un quartiere ormai
ghetto, diventa essa stessa un confine.
Gli ospiti ci spiegano l’effetto imbuto che si crea in luoghi come Lampedusa,
Ventimiglia, Oulx, Trieste. Se volessimo ragionare da economisti, potremmo dire
che la domanda dei flussi migratori è superiore all’offerta di accoglienza di
questi posti. Ma l’effetto imbuto deriva anche e soprattutto dalla
militarizzazione delle frontiere. Dal 2015 attraversarle si rivela impossibile
per persone di aspetto non caucasico:
Federica: «Attraversare la frontiera militarizzata è un problema, e questo porta
anche alle morti. Dal 2015 a oggi si contano più di 40 morti alla frontiera
alpina italo-francese. Sono numeri che ci segniamo un po’ sulla coscienza,
soprattutto come Europa del libero passaggio e di Schengen.»
In chiusura ci interroghiamo su cosa possiamo fare. In quanto membri
privilegiati della società civile le risposte sono sempre la divulgazione e il
volontariato; per chi è in mobilità, ai confini rivolgersi esclusivamente alle
associazioni presenti, che saranno sempre facilmente riconoscibili e gratuite.
In una città che, forse, ormai confonde le camionette per politiche sociali,
vediamo che è ancora una volta il Terzo Settore a costruire comunità.
[1] https://www.associazionearteria.it/
[2]
https://prefettura.interno.gov.it/it/prefetture/torino/notizie/decreto-sicurezza-provvedimento-prefetto-zone-vigilanza-rafforzata
[3] Informazione Salute Immigrati.
[4] Come la nota malattia del gommone, ustioni provocate dalla miscela di
carburante e acqua marina a contatto con la pelle dei migranti.
Chiara Alabiso