Un ricordo di Carlo Ginzburg, lo storico che ci ha insegnato a vedere gli invisibili
La morte di Carlo Ginzburg ci ha lasciato tutti un po’ più soli, orfani di un
grande intellettuale capace come pochi di affascinare spaziando dalla storia
all’antropologia, dall’arte alla letteratura; ma vorrei ricordarlo per ciò che
il suo lavoro di storico ha significato per me, per noi, giovani studenti
universitari appassionati di storia negli anni Settanta e Ottanta.
Reduci dai manuali liceali di storia, quella con la S maiuscola, la storia dei
grandi eventi, delle guerre e delle battaglie, la storia politica dei grandi
protagonisti, oscillavamo infatti tra una visione marxista, il popolo, le masse,
entità indistinte accomunate dal lavoro, dagli eventi, le rivoluzioni, le
guerre… e quel poco che iniziava ad arrivare, in uno spazio accademico alquanto
diffidente, della Nouvelle Histoire, della scuola storiografica francese Les
Annales.
Scoprire e leggere Ginzburg fu come trovare ciò che stavamo cercando finalmente,
un metodo storico rigoroso in grado di restituirci, attraverso la lettura di
documenti redatti dagli organi del potere, un dettaglio, qualcosa che
normalmente sfugge tra le carte polverose degli archivi, una storia diversa,
quella idea di “microstoria” attorno alla quale riuscì a catalizzare il lavoro,
la passione e le ricerche di una generazione di storici italiani.
Con Il formaggio e i vermi (1976), forse il suo libro più conosciuto e famoso,
Ginzburg ci trasporta quasi magicamente nel mondo di Menocchio, un mugnaio
friulano finito sul rogo dell’Inquisizione alla fine del ‘500, e da quel
microcosmo riesce ad affiorare una cultura subalterna viva e autonoma, un
universo mentale che spaziava dall’economia alla vita quotidiana, dalla
religione alla cosmogonia. Attraverso la vita di Menocchio scopriamo ciò che il
potere tenta di nascondere, cancellare, una visione a tutto campo di un mondo
altrimenti sconosciuto.
Come ricostruire la storia degli ultimi, di chi non ha voce, soprattutto se ci
allontaniamo dalla storia contemporanea per addentrarci ancora più indietro nel
tempo? Come utilizzare le fonti, spesso redatte dalle classi dominanti come i
tribunali dell’Inquisizione? Ginzburg ci ha insegnato ad affinare lo sguardo,
cercare tracce tra i documenti ufficiali, tutto ciò che può accendere una luce
su un mondo altrimenti sommerso; è un lavoro indiziario, un metodo quasi
investigativo che permette allo storico di ricostruire concetti e dettagli
nascosti tra i meandri della storia.
Spie. Radici di un paradigma indiziario (1979), influenzò una intera generazione
di storici e storiche aprendo le porte della storiografia italiana alla
contaminazione tra discipline come l’antropologia o la sociologia, allo studio
su fonti storiche diverse e ad una produzione di “microstorie” (da cui la
collana “Microstorie” Einaudi nata dalle sue ricerche), a cui la rivista
Quaderni Storici ha dato voce. Un metodo che lo porterà ad intraprendere gli
studi sulla stregoneria (I benandanti del 1966 o la Storia notturna. Una
decifrazione del sabba, del 1989), riti magici popolari che la Chiesa trasforma
in pratiche diaboliche e una passione nata da uno dei suoi testi preferiti,
quel Mondo magico di De Martino che lui ricorderà sempre.
La sua attività ha spaziato tra critica, impegno civile e rigore intellettuale,
eredità, come lui sempre ha dichiarato, dei genitori Leone e Natalia Ginzburg,
tanto che nel 1991 in un pamphlet, Il giudice e lo storico, smonta le tesi
accusatorie del processo contro Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio
Pietrostefani, militanti di Lotta Continua condannati per l’uccisione del
commissario di polizia Luigi Calabresi.
Sarebbe impossibile citare tutto ciò che Carlo Ginzburg ci ha lasciato:
un’eredità immensa, la passione per le storie dei marginali, per la ricerca
delle tracce che il tempo cancella, delle voci di uomini e donne che il potere
ha voluto zittire, quel “mestiere di storico” che consente di vedere ciò che gli
altri non vedono.
La nascita della Società italiana delle storiche nel 1989 avvia un fecondo
periodo di studi di storia delle donne e di genere, di rapporti di
potere-sottomissione, di inferiorità e subalternità, che tanto attingerà dal
metodo della microstoria.
Anche la scuola, dagli anni ’90 in poi inizia a sperimentare metodologie di
ricerca dal basso, grazie al lavoro di associazioni, come Clio ’92 e la
sperimentazione dei laboratori storici sulle fonti, introducendo la didattica
della storia anche nei programmi e nelle linee guida nazionali della disciplina.
Di questa sua eredità avremo ancora bisogno, se pensiamo a come le riforme messe
in atto da questo governo stiano riportando la scuola italiana indietro di
mezzo secolo, con un ritorno alla storia politica e militare nazionale e con la
scomparsa della storia sociale o globale dai programmi. Oggi più che mai
dobbiamo conservare gelosamente, e continuare ad utilizzare, la cassetta degli
attrezzi che Carlo Ginzburg ci ha consegnato con il suo lavoro.
Perché nessuno riporti più Menocchio nei meandri bui della storia.
Pina Catalanotto