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Una strage che non bisognava vedere
LA NOTIZIA SU QUELLA CHE È STATA PROBABILMENTE LA PIÙ GRANDE STRAGE NEL MEDITERRANEO DI QUESTI ANNI, CON OLTRE MILLE DISPERSI (I CUI CORPI STANNO RAGGIUNGENDO NEGLI ULTIMI GIORNI LE COSTE ITALIANE), È STATA TRAVOLTA DA SILENZIO E INDIFFERENZA. SUI SOCIAL INVECE GLI HATERS – QUELLI FINTI PRODOTTI DALLE MACCHINE MA ANCHE TANTE PERSONE VERE – SI SONO SCATENATI CONTRO CHI DOMENICA SCORSA HA PROMOSSO UNA PREGHIERA E UN’ORAZIONE CIVILE IN MARE. QUEL GESTO D’AMORE, SCRIVE LUCA CASARINI, VERSO I NOSTRI FRATELLI E SORELLE FATTI MORIRE IN MARE, È DIVENUTO AZIONE POLITICA DIROMPENTE CONTRO IL SILENZIO DELLE AUTORITÀ SU UNA STRAGE CHE NON BISOGNAVA VEDERE Domenica 22 febbraio, le Chiese della Sicilia insieme a Mediterranea e Refugees in Libya sono andati in mare con la barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso, per un momento di preghiera accompagnato da un’orazione civile, dedicati alle vittime ai familiari di quella che probabilmente è stata la più grande strage nel Mediterraneo di questi anni (oltre mille dispersi, i cui corpi stanno raggiungendo le coste italiane in questi giorni), travolta da silenzio e indifferenza -------------------------------------------------------------------------------- Mi è capitato di discutere con Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, di quanto possa dare fastidio al potere e a quell’asservimento all’odio a cui esso si affida per tentare di garantire legittimità alle sue gesta, una preghiera, come quella che abbiamo recitato in mare domenica per ricordare i dimenticati della strage, i “fatti morire” durante i giorni del ciclone. BOT pagati dagli uffici del marketing elettorale, e persone singole che appartengono a varie conventicole, le “haters chains” digitali che si attivano solo per insultare, spargere odio razziale, menzogne sulle persone, sono come impazziti di rabbia per una preghiera innalzata per i nostri morti. “Nostri”, e già questo li manda fuori di testa. L’algoritmo aiuta questa dinamica, la amplifica, perché è così che chi detiene il controllo del “mezzo di produzione”, dello strumento social, si arricchisce. Lo scontro, la polemica, il fighting, moltiplica le interazioni, aumenta il rating con il quale si stabilisce il prezzo di vendita. Lo scontro sui social media incrementa il business perché è il motore principale dell’engagement (coinvolgimento), che si traduce direttamente in maggiore visibilità, traffico e, in ultima analisi, monetizzazione attraverso la pubblicità. Le piattaforme sono progettate per premiare soprattutto la rabbia, la polarizzazione, lo scontro, l’assalto, le minacce. La violenza, testo o immagini, è fonte di valorizzazione nel tecnocapitalismo. Ma d’altronde in un mondo dove il “Board of Peace” celebra la “colonizzazione a scopo immobiliare”, e dove il più grande investimento degli Stati sono le armi di distruzione di massa, come potrebbe essere diverso? Gli haters possono essere sia macchine, come i bot (gli agenti Smith di Matrix) sia persone vere e proprie. Le “macchine” sono prodotte, messe in funzione e vendute da centri, aziende e organizzazioni che sviluppano “bot” (intesi come chatbot basati su intelligenza artificiale, algoritmi conversazionali o automazioni). Si concentrano principalmente negli Stati Uniti, ma con una forte crescita di realtà specializzate in Italia ed Europa. Gli “umani” delle “catene dell’odio” invece, dai loro profili spesso imbarazzanti rivelano condizioni soggettive di particolare arretratezza e disagio: sembrerebbero persone molto sole, con bassa scolarizzazione, in generale piene di rancore verso un mondo che probabilmente non gli ha dato molto. L’organizzazione e la trasformazione delle psicopatie diffuse, delle crisi fobiche, delle frustrazioni, dell’alienazione, in strumenti di intimidazione digitale, è un lavoro vero e proprio per i responsabili social di molti politicanti. Il carattere filogovernativo di questa armata di sfigati nella vita reale, ma legionari minacciosi in quella virtuale davanti a una tastiera, rivela che c’è chi li usa in maniera scientifica per tentare di costruire un immaginario del “sentiment sociale” al quale poi riferirsi per tentare di rappresentarne le istanze non più individualizzate, ma divenute collettive per auto-riconoscimento. Naturalmente la funzione primaria di queste “legioni” che si attivano e attaccano, è anche quella tipicamente squadristica della minaccia e dell’intimidazione contro gli avversari e oppositori politici: dalla “character assassination” – la distruzione della reputazione mediante un processo intenzionale e duraturo che distrugge la credibilità e la reputazione – alla minaccia vera e propria. Alcuni di questi “militanti” delle haters chains filogovernative sono talvolta querelati per diffamazione aggravata o minacce e pagano con denaro contante le loro bravate in rete: ho lettere di scuse scritte da chi mi minacciava a diffamava davvero pietose (sto pensando di farne un libro) perché poi quando alla fine devono tirare fuori migliaia di euro – che vanno tutte a finanziare missioni di soccorso, e questo è davvero il bello – piangono come bambini. Comunque una messa, una preghiera, un gesto d’amore verso i nostri fratelli e sorelle fatti morire in mare, sono divenuti azione politica dirompente contro il silenzio delle autorità su una strage che non bisognava vedere. Contro il “male” fatto a sistema. La “necropolitica” che cos’è se non la strutturazione sistemica di politiche basate sul potere di imporre la morte sul desiderio di vita? La foto di don Mattia Ferrari che alza l’ostia al cielo per quei morti uccisi dal sistema e non dal mare e nemmeno dal ciclone, è una immagine potentissima contro il razzismo, contro la “globalizzazione dell’indifferenza” come diceva papa Francesco. La verità, come quella pronunciata nel suo scritto da don Corrado, fa paura a chi ha bisogno della menzogna per poter comandare. Abbiamo davanti uno straordinario esempio di che tipo di lotta e fra chi e che cosa, stia alla base di ogni idea e sogno di un mondo nuovo. Umano e disumano, verità contro menzogna, amore come arma potente e temuta in un vuoto esistenziale individualizzato e apocalittico che vogliono farci credere debba essere l’unico eterno e immutabile presente. E la “zona rossa” della religione, della fede in qualcosa che propone un sovvertimento radicale – siamo fratelli tutti – accende tutti gli allarmi degli agenti Smith di Matrix: “Dio, patria e famiglia”, o “sono madre e cristiana”, o faccio il comizio con il rosario in mano mentre aizzo la folla contro i “clandestini”, è l’unico cristianesimo consentito. E invece “cristiani diversi”, “poveri cristiani” come direbbe Ignazio Silone, cristiani che non blandiscono il potere ma mettono in pratica il Vangelo, e le due cose insieme, brama di potere e Vangelo, non possono stare, questi cristiani si stanno organizzando. Stanno “cospirando per il bene”. Insieme a tanti musulmani, o non credenti. Suore e sacerdoti insieme a laici. Con don Corrado, sorridendo della nostra comune condizione di “lapidati” da schiere di odiatori reali e macchinici sui social, concordavamo su ciò che Madleine Debreil scriveva: ”Cos’è il Male? È innanzitutto assenza di bene”. Praticare la cura, il soccorso, la protezione di coloro che sono esclusi, costruire comunità su queste basi, non sulle comodità di stanchi riti vuoti ma sulla strada rischiosa, perché non consentita dal potere e dalla cultura dominante, di quel “fratelli tutti” fatto di pratiche concrete e senza dover attendere il permesso di nessuno, È un atto rivoluzionario. Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una strage che non bisognava vedere proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Blocco navale. Un sudario su profughi e migranti
Il governo ha varato un disegno di legge che segna un ulteriore passo nella persecuzione dei migranti. Viene istituito il “blocco navale”, che prevede che “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno”. L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi sono declinati in base a circostanze tanto vaghe ed estese da consentire all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. Ma nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni. Va da se che la norma è incompatibile con il divieto di respingimento collettivo, peraltro già ampiamente aggirato dalla normativa attuale. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza trattenimento. Si alza un muro davanti alle navi delle ONG che effettuano operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale. Ne abbiamo parlato con Riccardo Gatti di Medici senza Frontiere Ascolta la diretta:
February 23, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@0
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@1
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@2
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
Harry è passato, ma è solo un avvertimento
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Le notizie sul clima non sono buone. Dall’uscita dell’amministrazione Trump dagli accordi di Parigi sulle limitazioni delle emissioni e del non raggiungimento di 1,5C° di temperatura (ormai superata), all’abbandono del New Green Deal (la strategia per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050) e al conseguente smantellamento della ricerca sulla questione ambientale, dalla resistenza all’abbandono dei motori termici per le auto a quella della diffusione delle fonti rinnovabili per favorire quelle fossili e, infine, alla dura repressione nei riguardi dei movimenti giovanili che si battono per il clima. Da una parte c’è un processo di rimozione collettiva: ci si illude che non sarà possibile la scomparsa della specie, l’innovazione tecnologica sarà in grado di fronteggiarla, prima o poi. Dall’altra le lobby del fossile pronte a sfruttare fino all’ultima goccia di petrolio esistente sotto la crosta terrestre, come ha dimostrato la recente questione del Venezuela. E poi le guerre, un po’ dovunque, che contribuiscono a incrementare la produzione di CO2 e a distruggere territorio e manufatti. Bisognerebbe ricordare, quanto alla sopravvivenza della nostra specie, che i dinosauri sono vissuti (incontrastati) su questo pianeta per 160 milioni di anni, eppure scomparsi perché diventati una specie ecologicamente insostenibile. La nostra, di specie, abita questo pianeta da circa 4,5 milioni di anni, un tempo assai più breve di quello dei dinosauri che pure sembravano i padroni indisturbati del pianeta. Molti ritengono che la crisi climatica proceda secondo una tendenza lineare con cambiamenti progressivi per cui è sempre possibile intervenire con sistemi di adattamento anch’essi progressivi tali da contenere gli effetti del riscaldamento climatico. Non è così. Nei sistemi complessi (e il clima lo è) i processi di interazione tra le variabili non sono lineari e nemmeno progressivi. Succede invece che una sollecitazione porti il sistema a collassare senza alcun preavviso (è il noto “effetto farfalla”). Questi sistemi sono caratterizzati da quelli che Federico Butera (su inTrasformazione, V.14, n. 2, 2025) chiama “punti di svolta”, ovvero quei particolari stati in cui le variabili retroagiscono tra loro positivamente in modo tale da stressare l’intero sistema. Accade per esempio nel corpo umano quando, in vecchiaia, è sufficiente una modesta malattia che mette sotto stress l’intero organismo facendo collassare, uno dopo l’altro, gli altri organi pur non direttamente colpiti dalla malattia. Conosciamo abbastanza bene i motivi che stanno accelerando la crisi climatica: utilizzo di fonti fossili, consumo di suolo, allevamenti intensivi di animali, disboscamenti, intubazioni di alvei di fiumi, impermeabilizzazione di suolo, abbandono delle zone montane con conseguente migrazione di popolazione verso le coste, e poi produzione di CO2 per auto, aerei, navi da crociera, ecc. Tuttavia questi processi non solo non vengono contrastati ma si continua a incentivarli con costruzioni più o meno abusive, aumento della mobilità nelle città, costruzione di nuovi porti per navi da crociera, nuove piste per aeroporti. Il ciclone Harry non sarà l’ultimo che si abbatterà sul Mediterraneo. Già nel 2019 Filippo Giorgi (del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico: IPCC) avvisò che nel Mediterraneo sarebbero aumentati i medicanes, ovvero gli uragani. Questo mare risulta sempre più caldo ma ciò che produce più danni è il suo innalzamento: dal 1900 esso si è innalzato di oltre 20 cm, metà dei quali avvenuti dopo il 1993. Questi due elementi combinati (aumento della temperatura e innalzamento del livello) producono le devastazioni che abbiamo visto in Calabria, Sicilia e Sardegna. Mareggiate, onde alte fino a 9 metri e piogge abbondanti (circa 550 mm tra Ogliastra, Messina e Catanzaro in quattro giorni). La legge Galasso del 1985 tentò di porre rimedio alle costruzioni in vicinanza dei fiumi e del mare: 300 mt la distanza minima dalla linea di battigia, 150 mt da ciascuna sponda di fiume o torrente e 300 mt dalla riva dei laghi. Non è un divieto assoluto di costruire ma qualsiasi intervento in queste fasce richiede l’autorizzazione paesaggistica. In Sicilia la legge vieta di edificare a meno di 150 mt e in Sardegna a meno di 300, tuttavia in quella fascia proibita si sono consumati, dal 2006 al 2021, circa 1600 ettari di suolo. È evidente per chi ha viaggiato in treno attraversando la Calabria osservare scheletri di costruzioni in cemento disseminate a pochi metri dal mare. L’abbandono delle aree interne, con conseguente degrado dei territori, e le costruzioni sulle coste hanno reso particolarmente vulnerabili questi luoghi, esposti alla furia del mare e dei venti. Non è un fenomeno che riguarda il solo Mediterraneo, l’IPCC ha rilevato che circa 680 milioni di persone vivono attualmente nelle coste e che questo numero salirà a un miliardo verso gli anni 2050. Venendo a quanto accaduto per effetto del ciclone Harry, l’ultimo rapporto dell’Ispra ci dice che nella sola Calabria dal 2006 al 2020, su 745 chilometri di litorale calabrese 347 km hanno subito modificazioni per effetto dell’erosione costiera. La provincia di Catanzaro è quella più aggredita: il 77% delle coste alterate. E già vent’anni fa, in un documento dal titolo “Opere di ricostruzione e protezione del litorale in erosione”, un gruppo di geologi messinesi spiegava: «L’antropizzazione della pianura alluvionale ha ormai comportato la quasi totale scomparsa dell’apparato dunale retrostante, tipico della costa tirrenica della Calabria». E il naturale ripascimento delle spiagge non può avvenire, perché i torrenti a secco per la siccità, ma anche tombati dalle costruzioni e spolpati dalle attività estrattive necessarie all’edilizia, non hanno più sabbia da trascinare a valle (C. Dionesalvi su il manifesto del 25 gennaio). Purtuttavia sono richiesti alla Stato milioni di lire per poter ricostruire stabilimenti balneari e altre costruzioni distrutte dalle mareggiate quando è ormai evidente che bisogna liberare zone sempre più estese in vicinanza del mare. Costruire semmai lungomare, passeggiate a piedi o in bicicletta, stabilimenti in materiali leggeri smontabili; sistemi adattavi che non contrastino il sollevamento del mare e le sue mareggiate. In Italia sono particolarmente critiche le zone della Valle del Po e la città di Venezia. Forse, afferma Federico Butera, nel 2200, continuando a salire il livello del mare, il turismo a Venezia tornerà. Ma sarà fatto con escursioni in barca per vedere le rovine dell’antica città romana di Simena, la città scomparsa per sempre e sommersa dal mare. Purtroppo le esperienze urbane di Milano, Roma e Firenze lasciano male sperare che la grave crisi ambientale sia diventata patrimonio condiviso delle amministrazioni delle nostre grandi città. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a volerelaluna.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Harry è passato, ma è solo un avvertimento proviene da Comune-info.
February 1, 2026
Comune-info
Furundulla 305 – La ricoperta dell’America
Se dobbiamo fare a chi le spara più grosse (le cazzate, intendo)  di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Bella scoperta!! Minneapolis   Memorial Day     Revivals https://www.ilpost.it/2015/09/27/asse-patto-tripartito/ Cicloni “Le vittime invisibili del ciclone Harry: 380 persone sono disperse nel
January 29, 2026
La Bottega del Barbieri
Aventure
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Baobab experience -------------------------------------------------------------------------------- Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è aventure («avventura»), e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di aventurier. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventuriers è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventuriers (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventuriers e bozayeurs (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. -------------------------------------------------------------------------------- Tratti dal libro Controdizionario del confine. Parole alla derive nel Mediterraneo centrale dell’Equipaggio della Tanimar (a cura di Filippo Torre, per Tami ed.). Il libro raccoglie 42 parole (tra cui black, cachette, boza, clandestino, fakop, soldat, tobà…) legate a chi cerca di attraversare il confine italo-tunisino, soprattutto persone dell’Africa francofona: sono termini spesso inventati, di un vocabolario precario e fluido ma straordinariamente vivo, che circolano nei campi informali e nei centri di accoglienza, parole che raccontano rapporti di potere, domini coloniali ma anche gesti ribelli di storpiatura, e ancora strategie di sopravvivenza e relazioni di solidarietà. È evidente: non si tratta solo di parole, “si tratta di vite – scrive nella prefazione Georges Kougang – che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aventure proviene da Comune-info.
January 16, 2026
Comune-info
Può esistere una cittadinanza globale?
di Luca Graziano Viviamo in un’epoca in cui la parola cittadinanza sembra aver perso il suo significato originario. Nata per unire, oggi essa divide. Definisce confini, stabilisce appartenenze, assegna diritti in modo diseguale. È diventata una condizione geografica più che un riconoscimento universale dell’essere umano. Ogni giorno, nel Mediterraneo, lungo il confine tra Messico e Stati Uniti o nei deserti
January 11, 2026
La Bottega del Barbieri
LA RIFORMA DI EUROPOL
Il 5 novembre, mercoledì, lə eurodeputatə della Commissione LIBE (Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni) voteranno una nuova proposta di regolamento su Europol, che mira ad ampliare la sorveglianza di massa in nome della lotta al “traffico di migranti”. Come avverte Leila Beladj Mohamed in un articolo scritto su questo tema, “dietro la formula […]
November 3, 2025
Radio Blackout - Info