Aventure
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Foto Baobab experience
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Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia
quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni:
pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o
inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a
risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o
del movimento perpetuo.
Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra
coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale.
I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo
imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia,
ne privilegiano altre. Una fra tutte è aventure («avventura»), e il modo
soggettivo di definirsi è quindi quello di aventurier. Con questo termine si
allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e
mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria,
l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello
sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile
a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola
aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del
movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e
sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo
sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e
culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è
tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da
dire).
Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la
necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non
visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è
quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica
del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è
un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica
che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla
della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea
collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti
all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i
quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale
(si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto
piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato
l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita
altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali,
dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo
aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere
se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita.
Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una
partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si
lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione
fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a
due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli
aventuriers è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di
una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità,
ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli
aventuriers (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli
studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione
sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice
configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente
differenti già a partire dal paese di origine.
Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro
offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come
quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda
Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono
tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato
verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi
quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più
poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti
quando prendono il mare divengono aventuriers e bozayeurs (si veda Boza).
Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito
che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di
cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso
lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è
stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi
anni 2000.
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Tratti dal libro Controdizionario del confine. Parole alla derive nel
Mediterraneo centrale dell’Equipaggio della Tanimar (a cura di Filippo Torre,
per Tami ed.). Il libro raccoglie 42 parole (tra cui black, cachette, boza,
clandestino, fakop, soldat, tobà…) legate a chi cerca di attraversare il confine
italo-tunisino, soprattutto persone dell’Africa francofona: sono termini spesso
inventati, di un vocabolario precario e fluido ma straordinariamente vivo, che
circolano nei campi informali e nei centri di accoglienza, parole che raccontano
rapporti di potere, domini coloniali ma anche gesti ribelli di storpiatura, e
ancora strategie di sopravvivenza e relazioni di solidarietà. È evidente: non si
tratta solo di parole, “si tratta di vite – scrive nella prefazione Georges
Kougang – che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle
ascoltare”.
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