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Costruire arche ai piedi delle Alpi
-------------------------------------------------------------------------------- «Il presente è percepibile solo in superficie È lavorato in profondità da solchi sotterranei, da invisibili correnti sotto un terreno apparentemente fermo e solido…» (Edgar Morin, «La via») A volte per ritrovare i sogni di imprese tremendamente difficili o il senso di quello che pazientemente facciamo creando oggi i mondi differenti che vorremmo vivere basta mettere lo zaino in spalla. “Transizioni fest”, quest’anno dedicato al tema della convivialità, è nato tra i boschi della Brianza da un’idea della cooperativa Liberi sogni, ma è stato presto condiviso con tanti altri e per il 2026 ha fatto tappa in Val Cavallina, ospiti della cooperativa L’innesto: qui, a piedi delle Alpi, 180 persone diverse per età, passioni, saperi, provenienza (9 regioni) si sono incontrate dal 30 maggio al 2 giugno. Chi ha partecipato sapeva bene che non sarebbero bastate le parole per comporre i disegni collettivi in grado di mostrare ciò che spesso nella vita di ogni giorno ci sfugge: per questo tutti hanno contribuito in diversi modi a realizzare questo atipico festival. Qualcuno, ad esempio, ha caricato su un furgone frutta e verdura di agricoltura contadina per i pasti del festival, malgrado non potesse fermarsi per ragioni familiari. I. è un cuoco e ha chiamato invece da Firenze: da ragazzo aveva vissuto un campo in natura con Liberi sogni di cui ha sempre conservato un ricordo meraviglioso e per contraccambiare oggi si è reso disponibile in cucina. A. invece è un ragazzo che ha attraversato un periodo difficile, rinchiudendosi in casa: ha accettato di dare una mano prima nei progetti di agricoltura sociale e ora al festival per le tante questioni logistiche a cui far fronte. Già, la logistica e l’accoglienza: punto di riferimento fondamentale per tutti e tutte è stata Nicole, vent’anni ma lucidità e cordialità a palate. Naturalmente tutti i partecipanti sono stati coinvolti a dare una mano: dalle pulizie al lavaggio dei piatti passando per il montaggio e lo smontaggio delle tende. Dopo gli incontri e i laboratori, puntuale rimbalzava una voce dalla cucina: “Qualcuno può dare una mano ad apparecchiare?”. Per far emergere uno spirito comunitario sono stati importanti i pasti condivisi sotto un’accogliente tettoia, ma anche i giochi di gruppo della prima serata. Già nel pomeriggio, il giocare ha mostrato tutto il suo potente collante sociale capace di abbattere barriere di qualsiasi tipo tra i più grandi, quando la cooperativa L’Innesto ha presentato il Pirlì, antica trottola in legno di origine medievale, di fatto il progenitore comunitario del flipper, di cui si trovano versioni simili nei Paesi bassi come nel bergamasco. Le giornate hanno intrecciato in modo splendido discussioni e laboratori su temi diversi (immaginazione e narrazione, comunità, democrazia, tecnologie e pratiche conviviali, abitare condiviso, intelligenza collettiva e cambiamenti climatici…), con tanti ospiti (che hanno saputo sempre mettersi in cerchio), ma anche uno spettacolo Rosmarino, per la rimembranza, ti prego amore, ricorda di e con Candelaria Romero, attrice e scrittrice argentina, vissuta in esilio in Bolivia e in Svezia). Difficile raccontare tutta la ricchezza condivisa. Costruire arche per le comunità zapatiste significa creare spazi di autonomia e reti di resistenza comunitaria per proteggersi dalla crescente violenza delle crisi che sono inevitabilmente locali e globali. Ecco, Transizioni fest è stato prima di tutto un grande cantiere messo su per costruire arche e per essere più consapevoli che in realtà tanti e tante ovunque sono già un cantiere sociale di questo tipo. Che inevitabilmente è spesso alle prese con l’impatto devastante di norme che definiscono l’abitare, l’educazione, la salute, la socialità e soffocano il coraggio di tanti gruppi: anche per questo un laboratorio di grande interesse è stato dedicato alla critica al sistema normativo e alle possibili forme di resistenza e liberazione dal basso. Per la redazione di Comune, la presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), che raccoglie testi di Marco Calabria, è stato uno scambio di rara intensità con oltre cinquanta persone. Si è discusso di come fare mondi nuovi significa non delegare ma cominciare dal qui e ora, di quanto qualsiasi processo di cambiamento profondo sia necessariamente limitato e contraddittorio ma non per questo futile, dell’importanza di partire dalla vita di ogni giorno delle persone comuni senza rincorrere modelli eroici e spesso macisti del cambiamento. Si è ragionato insieme anche del non-fare per imparare a prendere sul serio le proprie vulnerabilità e a proteggersi a vicenda. E di come la costruzione di mondi nuovi e multipli passi per la ricomposizioni delle relazioni sociali e della fiducia. “Per Ernesto De Martino il mondo è prima di tutto un contesto affidabile, cioè fatto di fiducia tra le persone – ha detto Stefania Consigliere durante la presentazione del libro – Il problema oggi è che siamo costretti a fare molta fatica ogni mattina a costruire il mondo… In un mondo di fiducia, ad esempio, nessuno muore da solo. Ma sappiamo anche che la fiducia non basta, servono la giustizia e la nostra capacità di non delegare ad altri, neanche a macchine o a ideologie. Ci può aiutare una domanda: e se ipotizzassimo che il mondo è costruito sulla collaborazione?“. Probabilmente la creazione di relazioni di fiducia oggi ha a che fare con il bisogno di imparare ad ascoltare e con un’idea del tempo diversa da quella dell’orologio capitalista di cui ha parlato Claudio Orrù, che ha dedicato molte attenzioni al pensiero di Ivan Illich e all’Università della terra nata in Chiapas da due amici e collaboratori di Illich come Gustavo Esteva e Sergio Beltràn. «Nella lingua tojolabal, parlata da alcune comunità indigene zapatiste – ha detto Claudio – non esiste quello che noi traduciamo come “io parlo”, ma esistono verbi che implicano sempre sia l’azione di chi parla sia quella di chi ascolta, ci sono dunque sempre due soggetti agenti, sia l’io che il tu, e non un soggetto e un oggetto». Pensare alla costruzione delle arche, per le comunità zapatiste significa favorire cambiamenti profondi e complessi che hanno bisogno di “120 anni”. Insomma, è urgente uno sguardo diverso che punti al tempo lungo. La tormenta in corso sarà lunga e difficile, come dimostra il tempo di guerra che viviamo. Un orizzonte di senso, ha aggiunto Daniele, No tav accolto più volte in Rojava, resta il “facciamo quello che diciamo” abbracciato del movimento di liberazione curdo. Si tratta anche di non cadere nella frustrazione perché costretti a misurare i processi di cambiamento con le griglie dei bilanci aziendali o con quelli dei bandi pubblici. «Non dobbiamo mai dimenticare che costruiamo cornici altre – ha detto Matteo di Liberi sogni – Non siamo chiamati a prevedere tutto, ma a creare fiducia, collaborazione e liberare liberandoci. Perfino a fare nostra una certa disciplina intesa come fatica di attenzione all’altro e ai tempi lunghi». Dopo numerosi interventi, la presentazione di questo libro dedicato alla capacità di immaginare, riconoscere e creare mondi nuovi si è conclusa prima con le parole e con l’emozione di Licia: «Incontri come questo ti fanno sentire parte di una collettività diffusa, anche se, come nel mio caso, sono alla prese con il mondo della scuola e con la vita di un paese dove è facile sentirsi soli…». Poi con la lettura di un verso di una poesia di Marco Calabria: «Siate incapaci di accettare la realtà! Vi prego». L’arca dei sogni liberi che rifiuta le logiche di guerra prende forma ai piedi delle Alpi, qualcuno ha già voglia di progettare l’edizione 2027. Come la Flotilla, quell’arca ha iniziato a consegnare ovunque senso e aiuti. Un momento della presentazione di Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera) con Gianluca Carmosino, Stefania Consigliere e Claudio Orrù Si chiama Valle delle sorgenti, il “Centro di conoscenza e fruizione della biodiversità della Val Cavallina” che ha ospitato Transizioni fest 2026 Ad accogliere i partecipanti del Transizioni fest, in un panorama naturalistico meraviglioso, la prima sera è arrivata anche la luna. La terza sera invece è stato un temporale a portare il suo saluto Alla storia di un gioco comunitario come il Pirlì, la cooperativa L’Innesto ha dedicato una ricerca promossa con l’Associazione Giochi Antichi e l’Università di Bergamo: Il Pirlì c’era una volta e c’è ancora Fare colazione, pranzare e cenare insieme: difficile trovare un modo migliore per costruire relazioni di fiducia tra persone che non si conoscono Uno dei laboratori promosso lunedì 1 giugno sul tema delle energie Anche i bambini e le bambine hanno voluto dare una mano all’autogestione del piccolo grande festival dedicato alla convivialità Un momento dell’incontro Immaginario e libertà che ha aperto il Transizioni fest -------------------------------------------------------------------------------- Il comitato promotore di Transizioni fest 2026: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Costruire arche ai piedi delle Alpi proviene da Comune-info.
June 2, 2026
Comune-info
Bergamo, On the Road: studenti a fianco della Polizia di Stato durante il servizio
Secondo il progetto “educativo”, o presunto tale, On the Road – Giovani protagonisti, 80 studenti di Bergamo saranno fianco a fianco della Polizia di Stato e dei corpi di soccorso del territorio durante il servizio. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ne ha ricevuto segnalazione da parte di genitori e insegnanti. Gli stessi genitori hanno denunciato la presenza di articoli che offrivano ampia pubblicità all’evento, e come il progetto si reiterasse, in linea con il meccanismo dei protocolli d’intesa tra Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e Forze dell’Ordine e Forze Armate, anche in altri capoluoghi (clicca i seguenti link per Varese e Tirano). L’associazione organizzatrice si muove da tempo all’interno delle scuole attraverso bandi con cui vengono riconosciute borse di studio agli studenti “meritevoli”. E ancora, negli articoli sopra menzionati, si fa riferimento a valori e principi quali la cittadinanza attiva, la partecipazione diretta a operazione di sicurezza sui territori (con la piena collaborazione delle istituzioni locali) e le “esperienze dirette di legalità” (sono questi i termini utilizzati insieme alle Forze dell’Ordine). Sia ben chiaro che a indignare genitori e l’Osservatorio non sono i valori della legalità men che mai le buone pratiche di cittadinanza attiva. Ciò che ci preoccupa e indigna invece è che questi valori e determinate pratiche siano invece limitate alla imponente presenza di militari nelle scuole, rendendo questi ultimi nei esempi di gran lunga più incontrati, e trasformandoli, grazie alle narrazioni d’uopo, modelli da seguire. Ci chiediamo ad esempio perché non vengano stipulati protocolli d’intesa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito anche con enti altri, enti che portino nelle scuole anche l’operatore o operatrice ecologica o sanitaria e l’addetto o l’addetta alla sicurezza sul lavoro nelle ASL o nei dipartimenti pubblici preposti. Ci chiediamo se non sia l’insegnante un modello di cittadinanza attiva. Non sono forse queste figure rilevanti nel contesto sociale e portattrici di modelli validi per le giovani generazioni? Ancora una volta nei sopracitati articoli si sprecano fiumi di inchiostro per edulcorare una realtà rappresentata dalla presenza asfissiante delle Forze dell’Ordine e dei militari nelle scuole. Lì presenti per trasmettere ai giovani un modello di riferimento ben costruito che, spogliato di ogni essenza securitaria e militarista, diventi prima dominante nell’immaginario di ragazzi e ragazze in età scolare e poi determinante nella scelta all’arruolamento. Perché il militarismo avanza anche con tutti questi strumenti e la persistente retorica alla quale ci vogliono abituare. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ringraziamo i genitori che ci hanno contattato. Esempi luminosi delle mille forme di cittadinanza attiva che anche oggi invece la propaganda militarista non ha offuscato. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Eirenefest Bergamo: l’attualità di Don Milani
Nel corso dell’EireneFest Bergamo – libri sulla pace e la nonviolenza alla 67ª Fiera dei Librai di Bergamo, il 1° maggio 2026 è stato presentato l’edizione critica, curata da Sergio Tanzarella, ordinario di storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, del volume Lorenzo Milani, Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari, Il Pozzo di Giacobbe, 2025. Ha dialogato con l’autore Battista Villa, coordinatore del Punto pace Pax Christi di Bergamo.  Il 12 febbraio del 1965 i cappellani militari in congedo della Toscana pubblicano su “La Nazione” di Firenze un comunicato nel quale «considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Don Milani, con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana, rispondono così: «Avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo» usando, «con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi». Piovono da ogni parte lettere anonime di ingiurie e di minacce a don Lorenzo. Denunciato da un gruppo di ex combattenti per incitamento alla diserzione e vilipendio delle forze armate, Milani è rinviato a giudizio con Luca Pavolini, vicedirettore della rivista “Rinascita” che aveva pubblicato la Lettera ai cappellani. Non va al processo perché gravemente malato di linfoma, ma durante l’estate del 1965 prepara e invia una memoria difensiva – la Lettera ai giudici – in cui indica la necessità di disobbedire alle leggi ingiuste e battersi per cambiarle obbedendo solo alla propria coscienza. L’epilogo della vicenda è noto: don Milani viene assolto in primo grado, il pm ricorre in appello e chiede 4 anni per il prete. Nell’ottobre 1967 Pavolini viene condannato, il reato di Milani invece è «estinto per morte del reo» avvenuta a giugno dello stesso anno. Tuttavia, le carte del processo sono tra le “fonti meno conosciute e citate da parte di coloro che celebrano Milani senza Milani.” Tanzarella, che si era occupato dell’intero epistolario milaniano per l’Opera Omnia (Mondadori, 2017), ha voluto dedicarsi in particolare a queste due Lettere per la loro estrema attualità: sono lettere, scrive, “che fanno paura perché scardinano tutta la retorica militaresca e celebrativa della nostra storia nazionale”. Non solo, allora come oggi risultano scomode e per questo subiscono una sorta di rimozione dalla produzione milaniana.  Nel libro si ricostruisce così il contesto storico-politico, la genesi delle lettere, il loro impatto pubblico, inoltre si può comprendere la complessa e impegnativa preparazione della Lettera ai giudici. Grazie alla ricerca sulle fonti, che Tanzarella richiama nel libro assieme alla corrispondenza che intercorre nel tempo intercorso tra le due lettere (da febbraio ad ottobre 1965), sappiamo della rete di solidarietà e di consulenza che si attiva attorno a don Milani, il quale si era rivolto al giurista Arturo Carlo Jemolo, ad Aldo Capitini e a Giorgio Peyrot della Tavola Valdese per comporre e organizzare le strategie difensiva che avrà poi come risultato la Lettera ai giudici.  Come per Esperienze pastorali, anche se in tempi più stretti, il lavoro di perfezionamento (il “metodo Milani”) è un continuo rimando ai lettori per migliorare il testo, documentatissimo ma accessibile (primato della comunicazione),  perché i veri destinatari della lettera non sono i giudici ma tutti i cittadini. È in questa luce che per Milani anche la storia nazionale deve essere riscritta. Non è più possibile arroccarsi nelle celebrazioni di caduti e di vittorie, accettare l’ideologia della retorica militaresca – che si rinnova anche in ambienti ecclesiali (la Militia Christi, le preghiere dell’alpino e del bersagliere o il culto e le simbologie del Milite Ignoto) – e la propaganda sempre più pervasiva dei valori bellicisti nei luoghi della formazione (vedi l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e università). Nel presente di guerra in cui si ipotizza di ripristinare il servizio militare, questi due testi di don Lorenzo Milani, datati 1965, assumono rinnovata attualità e forza persuasiva: “Abbasso tutte le guerre”. Redazione Italia
May 4, 2026
Pressenza
Eirenefest Bergamo 2026: riflessioni sul pacifismo
Nel corso dell’EireneFest Bergamo – libri sulla pace e la nonviolenza alla 67ª Fiera dei Librai di Bergamo, il 24 aprile 2026 si è presentato il libro di Roberto Della Seta, Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa, Mimesis edizioni, 2025. Quando e come sono nati i movimenti pacifisti? Hanno ancora la valenza originaria assoluta e universale? Roberto Della Seta, già presidente nazionale di Legambiente, autore di saggi sulla storia dei pensieri, dei movimenti ambientalisti e sulla storia delle idee nel ’900, ha scritto una storia del pacifismo avvincente e complessa che è stata presentata ad EireneFest Bergamo, nell’ambito della 67° Fiera dei Librai in corso sul Sentierone cittadino. L’incontro è stato coordinato Dario Acquaroli, membro della Presidenza delle Acli di Bergamo Nel 1907 al congresso della pace di Monaco è stata enunciata la prima definizione di pacifismo: «Il pacifismo è l’unione di tutti gli uomini e le donne di ogni nazionalità che ricercano i mezzi per sopprimere la guerra, per aprire un’era senza violenza e per risolvere attraverso il diritto le controversie internazionali». L’idea di pace precede questo fatto, si sviluppa nei secoli, per assumere una fisionomia più specifica nel ‘700 (Per la pace perpetua di Kant è del 1795) per poi prendere forma in occidente con dottrine pacifiste in un quadro storico globale, per nulla lineare, che attinge a diverse tradizioni culturali e filosofiche (non solo occidentali). Una prima doppia ispirazione del pacifismo saranno nell’800 Thoreau e Tolstoj (un americano e un russo), due intellettuali impegnati in prima persona con scelte radicali ma con una diversa interpretazione pratica: il “pacifismo assoluto” di Tolstoj e il “pacifismo possibilista” di Thoreau. Della Seta ricostruisce con un’indagine accurata queste due anime del pacifismo ante-litteram (fondamentale anche per l’influenza che entrambi avranno su Gandhi) come la prova iniziale di un pacifismo che nasce come una parola plurale. Queste due posizioni, animate da una comune sensibilità umanitaria e universalista, sono rimaste in campo fino all’intervallo tra le due guerre mondiali, dove si affianca una posizione di tipo nuovo che in parte risponde a sollecitazioni opposte: non lasciarsi coinvolgere in guerre “altrui” perché “non sono fatti nostri”. Prende così forma un “nazional-pacifismo” – oggi si potrebbe dire un pacifismo “sovranista” – che negli anni ’30 del secolo scorso ha visto molti nazionalisti francesi, inglesi e americani opporsi nel nome della pace alla prospettiva di una guerra contro i fascismi. L’odierno pacifismo “sovranista” emerso con forza negli orientamenti di opinione in Europa e negli Stati Uniti di fronte alla guerra tra Russia e Ucraina, «è un sentimento alimentato da un desiderio di pace sempre più radicato nella mentalità contemporanea, lo stesso al quale da sempre fanno appello i movimenti pacifisti, ma è largamente sconnesso dalla radice umanitaria e cosmopolita da cui il pacifismo è nato». Questo estremo “strabismo” si può ancora definire pacifista? Della Seta ci invita a interrogare il pacifismo non come dogma astratto ma come un campo di battaglia politico, etico e culturale, dove la pace e la giustizia si confrontano non solo con le guerre ma anche con le diverse sfaccettature delle nostre stesse idee. Non ritiene di appartenere al paradigma di un “pacifismo assoluto”: ci sono dei casi in cui la guerra non può essere evitata e cita come esempio la scelta controcorrente di Alexander Langer che, per tentare di fermare il genocidio della popolazione musulmana in Bosnia (durante l’assedio di Sarajevo), si fa promotore di un’ingerenza umanitaria con un intervento militare sotto l’egida delle Nazioni Unite. Se vogliamo guardare all’oggi, il pacifismo – osserva l’autore – rischia di continuare a leggere le guerre attuali con occhiali ormai obsoleti, e di privarsi della visione di quel pacifismo possibilista «che si interroghi su come quel sogno di un’Europa pacifica, unita e solidale tratteggiato più di ottant’anni fa in piena guerra mondiale nel Manifesto di Ventotene e poi divenuto almeno parzialmente realtà, possa sopravvivere agli odierni scenari globali». Redazione Italia
May 3, 2026
Pressenza
Un festival dedicato alla convivialità
MAI NELLA STORIA LA NOSTRA SPECIE ERA ARRIVATA A METTERE IN DISCUSSIONE LA SUA ESISTENZA PER VIA DEL PROPRIO E INDISCUSSO MODELLO DI SVILUPPO. EPPURE LA MEGAMACCHINA SEMBRA PROSEGUIRE INGORDA, SEMPRE PIÙ ARROGANTE, PRONTA A RICORRERE ALLA GUERRA IN UNA ESCALATION SENZA FINE. NON BASTA CHIEDERCI COSA FARE RISPETTO A QUESTO SCENARIO, ABBIAMO BISOGNO DI PENSARE ANCHE AL COME. PER FARLO SAPPIAMO CHE NON SERVE UN CONVEGNO BEN ORGANIZZATO, MA UN LUOGO NEL QUALE INCONTRARCI PER PIÙ GIORNI, DOVE CONFRONTARCI SU TANTI TEMI, PARTECIPARE A LABORATORI E NUTRIRE IL SAPER FARE, TRA MUSICA, DANZA, ARTE, UN LUOGO CHE POSSA ANIMARSI CON IL CONTRIBUTO DI TUTTI E TUTTE, MOLTO PIÙ DI UN CAMPEGGIO AUTOGESTITO IN TENDA. DAL 30 MAGGIO AL 2 GIUGNO, IMMERSI UN BOSCO DELLA VALLE DELLE SORGENTI (A GAVERINA TERME, BERGAMO), PROTEGGENDO IL GUSTO DEL TEMPO LENTO E DEL CIBO BUONO, C’È TRANSIZIONI FEST, DEDICATO AL TEMA DELLA CONVIVIALITÀ. CI SARÀ ANCHE LA REDAZIONE DI COMUNE. CHI CI RAGGIUNGE? PRENOTATE PRESTO, QUI IL PROGRAMMA E IL LINK PER ISCRIVERSI -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco è all’umano. Ai corpi, annichiliti. Ai sensi, intossicati. Al pensiero dominato. Allo spirito, disincantato. Siamo superflui a noi stessi… Che fare? Provare a non lasciarsi assuefare, dando vita a cornici, percorsi e comunità anche piccole, temporanee, radicate nei luoghi che, a partire dai corpi e dalla bellezza, tornino a fare cose semplici, umane, perché quello che di fondo vogliono estirpare e sterilizzare, e noi dobbiamo custodire e rilanciare, è la gioia collettiva. È quello che abbiamo vissuto lo scorso anno a Transizioni Fest: tre giorni di vita felice insieme. E che riproveremo a fare quest’anno (dal 30 maggio al 2 giugno) in Valcavallina, in un’edizione interamente dedicata alla convivialità. Possiamo leggere i fenomeni che viviamo sui nostri corpi e intorno a noi sotto le lenti della contro-produttività. L’ipertrofia, la crescita e l’esasperazione infinita portano paradossalmente sempre a un’atrofia, a una de-abilitazione, a una paralisi: personale e collettiva. Più cresce l’intelligenza digitale più viene meno quella ecologica legata alla nostra stessa natura. La crescita dell’economia, delle grandi opere, della mobilità, della burocrazia portano ogni volta con loro un restringimento della libertà, delle spontaneità, dell’autonomia nel far fronte a bisogni e desideri mentre paesaggio e biodiversità si impoveriscono. La crescita dell’estrattivismo, della velocità, della produzione, del consumo, della tecnologia comportano inequivocabilmente un peggioramento delle condizioni di vita, fuori e dentro di noi. Intanto, l’apparato burocratico è arrivato a controllare e uniformare ogni cosa: siamo paralizzati in un labirinto di complicatissime regole, costosissimi permessi e certificazioni senza senso e alla fine siamo tutti più poveri e insicuri, più depressi, disincantati e soli. Perdiamo sempre più spontaneità. Tutto è già organizzato e previsto, ogni trama è dominata dalla finzione, ogni ogni cosa è misurata, ogni esito è scontato. Ci stiamo imprigionando e facendo del male con le nostre stesse mani. Mai nella storia la nostra specie era arrivata al punto di mettere in discussione la sua esistenza sul pianeta per via del proprio e indiscusso modello di sviluppo. Eppure la megamacchina sembra proseguire ingorda e bulimica, sempre più avida e arrogante, pronta a ricorrere alla guerra in una escalation senza fine che come un cancro assorbe e monopolizza capillarmente ogni sforzo e ogni ingranaggio di un sistema perverso. Cosa possiamo fare di fronte a questo scenario? Si tratta di trovare il coraggio di guardare in faccia le macerie e dare vita a mondi nuovi. Si tratta di sottoporre il modello totalitario a una critica radicale, di provare a ripensare il mondo rifondando le prerogative, ribaltando i paradigmi. “Come ci relazioniamo gli uni con gli altri?… Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come?… La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi…” (John Holloway, Comune-info) Può essere la convivialità uno dei paradigmi e delle categorie politiche per ripensare il mondo? Convivalità intesa come ri-connessione: con se stessi, con gli altri, col non umano, con la storia, coi luoghi, coi propri consumi. Come legame diretto e non mediato, come non delega, come consapevolezza, come mutuo appoggio fra le persone. Convivialità come comunità, come tessitura di relazioni e legami, come continuo apprendimento collettivo, come saperi e pratiche condivise. Ma anche come riconoscimento di un limite naturale all’interno del quale calibrare i consumi di energia e la produzione di cibo e manufatti sulla base dei bisogni reali dell’uomo austero, andando oltre lo spreco e l’opulenza, la velocità esasperata, l’estrazione delle materie prime, l’overtourism. Convivialità non in una logica di scarsità ma di abbondanza, di creatività, di molteplicità e di possibilità. Come biodoversità, riconoscimento, interazione e reciprocità fra essere diversi di cui salvaguardare e incoraggiare l’unicità. E ancora: convivialità come tecnologie conviviali pensate come artigianali, maneggiabili dall’uomo e non viceversa, accessibili e riparabili. Come superamento del monopolio radicale e alienante del modello vorace e dominante che tutto uniforma e sussume. Come narrazione a più voci di un presente e un futuro tutto da scrivere. Come come fiducia, come amicizia che ogni volta nasce nuova e inaspettata. Convivialità come festa e gioia collettiva, come speranza che ci muove. Ecco dunque le domande del Festival. Come dare vita a comunità conviviali in un’epoca di sfiducia? Può la convivialità essere l’ingrediente segreto per trasformare il mondo? Può una cornice conviviale cambiare tutto? Lo sperimenteremo in 4 giorni e 3 notti di vita insieme, in un villaggio autogestito. in un luogo prezioso, per immaginare, sentire, riflettere e praticare mondi nuovi. Tra persone con storie ed età diverse. Accompagnati da conduttori e facilitatori con grande esperienza che ci aiuteranno esplorare nuove possibilità, con sguardi multi e interdisciplinari per ricostruire insieme una cornice di senso e di unità. Confrontandoci, riflettendo, mettendo in gioco sogni ed emozioni, senza l’obbligo di arrivare a conclusioni univoche o risultati attesi. Insieme, immersi e immerse in un bosco, nella Valle delle Sorgenti, assaporando il gusto del tempo lento, della cura e del buon cibo, ricostruendo comunità, recuperando il saper fare con le nostre mani, il piacere della musica, della danza, dell’arte, nutrendo la nostra innata intelligenza ecologica. Quattro giorni fuori dalle mura di cemento e dalla macchina della guerra, rigenerando i corpi, il pensiero e l’immaginario per tornare nel quotidiano, con una rinnovata fiducia e con nuovi strumenti ed energie. Riprendiamoci la vita la terra la luna e l’abbondanza! -------------------------------------------------------------------------------- [Matteo Rossi, presidente cooperativa sociale Liberi Sogni] -------------------------------------------------------------------------------- Nelle stesura di questa premessa ci siamo ispirati ai contributi dei seguenti testi: * Convivialità, Ivan lllich, 1973 * Vogliamo vincere. Come? John Holloway. Comune-info.net, 2026 * Burocrazia, David Graeber, Il Saggiatore 2016 * Il Creato Parola di Dio, Marco Belleri, LEF, 2025 * Gridare, fare, creare mondi nuovi, Marco Calabria, Elèuthera, 2025 * Una storia della gioia collettiva, Barbara Ehrenreich, Elèuthera, 2024 * Ho visto anche degli zingari felici, Claudio Lolli, EMi, 1976 -------------------------------------------------------------------------------- SCOPRI QUI TUTTI GLI INCONTRI IN PROGRAMMA ISCRIVITI ORA -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 31 maggio: Comune a Transizioni fest ……… -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un festival dedicato alla convivialità proviene da Comune-info.
May 2, 2026
Comune-info
Il Vaticano copre i preti pedofili con la prescrizione
di Federica Tourn. Con un aggiornamento, a proposito di Matteo Zuppi. A seguire link ripresi dalla «Rete L’abuso» Il Dicastero per la Dottrina della Fede salva il “mendicante d’amore” don Valentino Salvoldi, prete della diocesi di Bergamo, nonostante decine di testimonianze di abusi sessuali a suo carico Federica Tourn Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro
EireneFest Bergamo – libri sulla pace e la nonviolenza alla 67ª Fiera dei Librai di Bergamo
Domenica 19 Aprile si è svolto il primo evento di Eirenefest 2026 ed è stato a Bergamo che inaugura una nuova stagione di Festival del libro per la Pace e la Nonviolenza. Come l’anno scorso Eirenefest si svolge a Bergamo all’interno e in collaborazione con la Fiera dei Librai di Bergamo. Il primo ebento in programma consisteva nella presentazione del volume di Victoria Amelina, Guardando le donne guardare la guerra. Diario di una scrittrice dal fronte ucraino, Guanda 2025. L’incontro con Yaryna Grusha, curatrice dell’edizione italiana del libro è stato coordinato da Laura Cicirata della Fondazione Serughetti La Porta. Cosa può fare una scrittrice in tempo di guerra? Mostrare ad altri cosa era successo e continuava a succedere nel suo paese, contagiare il maggior numero di persone possibili con la verità in modo che anche loro possano contagiare con la verità altre persone. Victoria Amelina è stata uccisa nel campo di battaglia della verità, aveva 37 anni.  Victoria Amelina è stata scrittrice, giornalista, poetessa e attivista ucraina deceduta in seguito alle ferite riportate nell’attacco missilistico su Kramatorsk effettuato dall’esercito russo il 27 giugno 2023, che ha colpito un ristorante pieno di civili. Victoria ha lasciato un vuoto, ma ha anche un’eredità che doveva essere custodita e tramandata. La sua voce non doveva disperdersi. Yaryna Grusha, curatrice dell’edizione italiana del libro, traduttrice e docente di Lingua e Letteratura ucraina all’Università Statale di Milano, impegnata nella promozione della cultura ucraina in Italia, fa parte della stessa generazione della scrittrice scomparsa.  Con un gruppo di amici ha collaborato a una redazione internazionale per la pubblicazione del manoscritto di Amelina rimasto incompelto: Looking at Women, Looking at War. A War and Justice Diary (scritto in inglese, tradotto in diciassette lingue e pubblicato in contemporanea in sei paesi), senza modificarne la struttura originale e senza alterare la voce di Victoria. Sono state aggiunte – dice Yaryna – solo alcune note a piè di pagina assieme a qualche commento storico di spiegazione del contesto.   L’intero racconto del libro ruota attorno al concetto di giustizia e di una pace altrettanto giusta. È così, annota la stessa Amelina, che «la ricerca della giustizia mi ha trasformato da scrittrice e madre in una investigatrice di crimini di guerra». Lo ha fatto attraverso lunghi viaggi nelle zone di confine, occupate e liberate, che Amelina farà assieme a tante donne ucraine dopo il 24 febbraio 2022, raccogliendo le loro storie straordinarie nel libro, seguendole nella loro impresa di perseguire la giustizia.  Raccontando le loro vicende, Victoria racconta anche la propria e di un paese che resiste in tempo di guerra che non accenna a finire. Nel frattempo, in Ucraina la vita va avanti e ancora si resiste anche mantenendo proposte culturali e cura per la salute mentale, in altre parole  rafforzandosi dall’interno: occorre ricalibrare l’attenzione e lo sguardo per una guerra iniziata oltre 4 anni fa e forse è già diventata una “guerra lunga” (il 2025 è stato l’anno più difficile per il numero di morti civili e per le rigidità dell’inverno). “La storia ucraina si ripete e va raccontata ed è strettamente legata alla storia e al significato di questo libro”, spiega Grusha, nel solco di altri testimoni del passato: nel manoscritto, Victoria intreccia la storia ucraina dell’inizio del Novecento con il presente, partendo dalla mancata punizione per i crimini russi commessi contro gli ucraini. In questo parallelismo, tra la generazione degli artisti ucraini degli anni 60 (e prima ancora con le persecuzioni del gruppo “Risorgimento giustiziato” degli anni 30) e la generazione di oggi, la narrazione è ricca di immagini e testimonianze, dove la cronaca si fonde con il privato, la storia con la memoria. Le sue testimoni privilegiate sono le donne, sono loro che guardano la guerra accadere e attraversare le loro vite e scelgono di fare qualcosa. E incontriamo grazie a lei le donne che si uniscono alla resistenza: la bibliotecaria del piccolo villaggio di Kapytolivka, non se ne andrà dopo l’invasione russa perché quel posto non serve solo per i libri ma per assistenza e come ritrovo per i bambini. In quello stesso villaggio vive Volodymyr Vakulenko, lo scrittore per l’infanzia il cui corpo è stato trovato in una fossa comune a Izyum dopo la ritirata russa a ottobre 2022.Victoria ritroverà il suo diario sepolto nel giardino e ne curerà la pubblicazione. Redazione Italia
April 20, 2026
Pressenza
Bergamo, lunedì 13 aprile: assemblea aperta contro la repressione nelle università
LUNEDÌ 13 APRILE ALLE ORE 14.30 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BERGAMO – AULA 10, VIA DEI CANIANA Dura legge quella che risponde ai dettami repressivi, secondo il precetto focaultiano del sorvegliare e punire. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università sostiene le istanze di quel variegato mondo della conoscenza (studenti, ricercatori, docenti) che ha scelto di esprimere la propria solidarietà al popolo palestinese in occasione della presenza nell’Ateneo di Bergamo di un esponente della cosiddetta sinistra per Israele. Negli ultimi mesi l’università italiana ha svolto un ruolo importante, è tornata al centro di un discorso politico e giuridico che la riguarda non più nella veste di luogo ove si pratica la libertà della ricerca e dell’insegnamento ma come zona potenziale di rischio per l’ordine pubblico. E il nuovo decreto sicurezza (decreto 11 aprile 2025, n. 48), poi convertito in Legge (L. 80 del 9 giugno 2025) contiene disposizioni di carattere repressivo e di prevenzione verso tutti i luoghi di aggregazione sociale e culturale, quindi il mondo delle università è direttamente coinvolto da una mutazione genetica che la trasforma in laboratorio securitario. Negli ultimi mesi, con l’approvazione del decreto, abbiamo assistito a un salto di qualità nella strategia di controllo sociale e politico, gli spazi universitari da sedi di mobilitazione contro il genocidio sono divenuti luoghi attenzionati dalle forze dell’ordine e si prestano all’applicazione delle norme repressive che vanno a colpire le realtà studentesche oggi, un domani tutte le altre. Per la prima volta, un testo normativo inserisce tra le misure di ordine pubblico disposizioni che rinviano all’università che da realtà di critica e di libero pensiero diventa invece il brodo di cultura dell’estremismo politico e di ogni forma di devianza. Siamo davanti a processi involutivi della democrazia di inaudita gravità e per questo l’utilizzo sistematico dei codici di comportamento nei luoghi di lavoro e di tutto il sistema delle norme comportamentali dentro le università è oggetto di riscrittura in un’ottica repressiva. Per questo le realtà studentesche, al pari della libera ricerca, del dissenso, e delle forme di mobilitazione sono trattati alla stregua di un danno di immagine recato all’Ateneo, alle autorità universitarie, fino a divenire un problema di sicurezza nazionale. La logica emergenziale, la governance della sicurezza hanno partorito mostri nella storia italiana e continuano a mietere vittime, prima tra tutte la democrazia, la libertà del sapere e il diritto al dissenso ridotto a mera minaccia all’ordine pubblico. Nel momento in cui la Costituzione viene considerata un bene comune da preservare, l’Osservatorio invita a considerare anche l’università e il mondo della conoscenza allo stesso modo sottraendolo a logiche securitarie. Di seguito il comunicato di ADI Bergamo, CUB Bergamo e FLC CGIL Bergamo con cui si convoca un’assemblea aperta. UNIVERSITÀ BENE COMUNE Il 13 aprile si riunirà il Senato Accademico dell’Università degli studi di Bergamo: all’ordine del giorno sono stati inseriti provvedimenti disciplinari da votare per due studenti, che hanno partecipato a una contestazione avvenuta il 23 gennaio presso l’aula Magna dell’Università durante un convegno in cui era presente l’on. Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, oggi europarlamentare. La presa di posizione degli studenti rispetto a recenti posizioni dell’on. Gori, posizioni ritenute eccessivamente filo-israeliane, ha portato a una escalation verbale dalla quale nasce, oggi, la richiesta di provvedimenti disciplinari. Prendiamo atto, inoltre, che in questa occasione si è potuta constatare la reiterata presenza, all’interno degli spazi universitari, di agenti della Digos, mai deliberata né concordata in nessuna sede istituzionale. Proprio per favorire un clima di discussione ed evitare il ripetersi di episodi di violenza (anche se solo verbale), riteniamo fondamentale instaurare un confronto costruttivo e non una repressione intimidatoria. Per questa ragione, alcuni tra docenti, dottorandi, studenti, personale tecnico dell’Università hanno deciso di prendere la parola inviando al Rettore e al Senato Accademico una lettera in cui si chiede il ritiro dei provvedimenti. Pensiamo che l’Università sia un luogo di confronto e anche di accesa dialettica, non un luogo di catechesi del pensiero ortodosso. Non riteniamo l’utilizzo dei provvedimenti disciplinari uno strumento per affermare le proprie idee e per confutare le tesi degli altri. Quanto sta accadendo in questi mesi porta a chiedersi, allora, se l’Università sia ancora uno spazio pubblico. Mentre alcuni Paesi in Europa decidono di investire su programmi pluriennali di ricerca e di reclutamento professionale per affrontare al meglio le crisi esistenti e quelle future, in Italia rimaniamo legati alle zavorre di mancanza di visione e di incapacità di agire su antichi problemi. Ogni comparto sopravvive in una situazione di difficoltà professionale e salariale e questo inasprisce il conflitto ed esaspera la tensione. A ciò si aggiunge una costante torsione antidemocratica da parte dell’attuale Governo, che cerca di controllare sempre più ogni spazio pubblico di dialogo e democrazia. Spiace notare, anche a partire dalla situazione sopra accennata, che rispetto a questi punti, il nostro Ateneo, purtroppo, non sembra muoversi in direzione differenti. Di fronte a questa situazione, ancora una volta ci sentiamo, tutte e tutti, chiamati a rispondere con forza, a organizzarci, a rivendicare un’università più giusta – in termini salariali – e migliore in termini di agibilità democratica degli spazi. Invitiamo la cittadinanza, gli organi di stampa e tutti coloro che sono interessati a un’assemblea aperta che si terrà il 13 aprile alle 14.30 presso l’aula 10 in via dei Caniana, in contemporanea con la votazione dei provvedimenti che chiediamo alle rappresentanze in Senato di tutte le componenti accademiche di non avallare. La comunità universitaria ha bisogno di maggiori spazi di incontro, confronto e discussione e non di provvedimenti e sanzioni disciplinari, peraltro gestiti in modo verticistico e senza alcun confronto preliminare con le componenti tutte che costituiscono lo spazio vivo del nostro Ateneo. ADI Bergamo, CUB Bergamo, FLC CGIL Bergamo -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Solidarietà Palestinese: mobilitazioni e boicottaggi in corso a Bergamo contro Israele
Il 1° aprile si sono dati appuntamento, a Bergamo, attivisti contro la guerra, ricercatori e studenti per contestare, ancora una volta, l’utilizzo da parte di Israele di materiali prodotti nel territorio bergamasco, per riaffermare la necessità di interrompere qualsivoglia accordo commerciale tra Italia ed Israele. Prosegue il boicottaggio attivo delle comunità locali, di realtà organizzate e no a sostegno delle istanze palestinesi per denunciare la complicità con Israele di stati ed imprese. La protesta di Bergamo, reiterata in altre città italiane, nasce contro l’uso, nei territori occupati e colonizzati da Israele, di gru provenienti dalla azienda Fassi Group che nel settore vanta una lunga tradizione accompagnata dalla realizzazione di prodotti tecnologicamente avanzati. I macchinari, prodotti in Italia, sono impiegati nella demolizione delle case palestinesi, utilizzati per la distruzione e confisca di edifici in Cisgiordania, per quel processo di annessione di aree palestinesi destinate al colonialismo da insediamento. Questo e molto altro si evince da un corposo dossier recentemente pubblicato: Clicca qui per leggere il dossier. La denuncia degli attivisti riguarda anche un’altra azienda locale, la Battaggion che, stando a quanto scrive il settimanale Altraeconomia (clicca qui per leggere l’articolo), produce macchine impastatrici “impiegate per la produzione di esplosivi”.   E gli attivisti locali anche a questa impresa, nata nel 1919, dedicano un ulteriore studio (clicca qui per leggere il dossier). Le mobilitazioni in corso nel territorio lombardo mirano direttamente a denunciare accordi e collaborazioni commerciali tra Italia e Israele costruendo documenti analitici dedicati alle esportazioni provenienti da aziende locali. La fine di ogni rapporto commerciale con paesi, come Israele, responsabili di orribili crimini, il boicottaggio attivo e le denunce della società civile (tra cui anche l’Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle università) rientrano nella campagna attiva di rifiuto della guerra e di ogni complicità con la stessa. E arrivano intanto notizie dalla Campagna Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana (SPLAI), con oltre 500 spazi protagonisti del rifiuto di ogni complicità con il genocidio e la pulizia etnica di Israele in atto contro i palestinesi e con il suo regime di colonialismo, occupazione e apartheid. Si tratta di un gruppo di collettivi, realtà variegate tra le quali bar, ristoranti, artisti, librerie, liberi professionisti e molti circoli ARCI che prendono una posizione netta. Una grandissima e variegata ondata di solidarietà dal basso, di resistenza in risposta anche agli attacchi che hanno subito i gestori della Taverna a Santa Chiara, ingiustamente accusati di antisemitismo dopo aver risposto alle provocazioni di due turisti israeliani che difendevano il genocidio del loro paese a Gaza. Il 19 luglio 2024 perfino la Corte Internazionale di Giustizia ha confermato la discriminazione sistemica e sistematica dei palestinesi rispetto agli ebrei israeliani. La stessa conferma la condanna di Israele per avere attuato politiche di apartheid portando avanti la occupazione militare della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Facendo seguito all’appello delle realtà di Bergamo, l’Osservatorio invita associazioni, sindacati, movimenti, attività produttive e commerciali, centri sociali e culturali, squadre di sport popolare e altri spazi a continuare con questa azione di boicottaggio contro la quale vanno orchestrando una campagna discriminatoria e denigratoria del tutto inaccettabile alla luce della quotidiana realtà Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle università --------------------------------------------------------------------------------