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In Veneto continuano le mobilitazioni per la Palestina
Si è svolto domenica 28 giugno 2026 presso la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Lentiai (BL) il secondo convegno della Rete Veneta dei Comitati per la Palestina libera, contro la guerra, i genocidi e gli ecocidi, che ha visto la partecipazione, in parte in presenza, in parte online, di 26 gruppi e comitati di un ampio territorio che va da Verona a Pordenone ed oltre, che si può descrivere come la nostra città diffusa. Nel corso degli ultimi tre anni di intensificazione esponenziale delle dinamiche genocidiarie contro il popolo palestinese, la provincia veneta ha visto nascere moltissimi percorsi di mobilitazione civile che hanno avuto varie forme, dal presidio settimanale, al corteo, alle mostre, ai dibattiti, alle raccolte di fondi, ai digiuni, al minuto di silenzio nelle scuole, quasi sempre grazie a una configurazione particolare, quella dei comitati. Cittadini e cittadine si sono organizzati, spesso paese per paese, nello scambio e nella collaborazione tra territori limitrofi, così come nella partecipazione alle mobilitazioni unitarie  (il blocco di porto Marghera dello scorso anno o la manifestazione contro la guerra ad Aviano del passato 6 giugno), nella creazione di centinaia di chat dedicate, in un crescere e un diffondersi inesorabile della consapevolezza rispetto alla questione palestinese. Si è ormai compreso che per fermare lo sterminio è necessario mettere in discussione il sistema economico che lo sostiene, come un tempo è stato per il Sudafrica. Per articolare questo percorso possiamo contare sulla collaborazione con BDS italia, con i suoi referenti nel territorio, anche se, di fatto, il boicottaggio  è da tempo iniziato in forma spontanea tra le centinaia di attivisti veneti. Questo è il passaggio che pensiamo necessario per riappropriarci della nostra stessa dignità, dei principi della Carta dei diritti dell’uomo e della Costituzione antifascista, per scrivere nuovi principi, se necessario, per noi stessi e per tutti gli esseri umani. Per la sanità in Italia, in Palestina e anche a Cuba, per il welfare, per una scuola libera, per il lavoro e per un’equa distribuzione delle risorse, per l’ecosistema che sempre di più, anche a causa delle guerre e del saccheggio delle risorse naturali, mostra i segni del collasso progressivo che oggi, più di noi, vivono le popolazioni del sud del mondo. Negli ultimi due mesi e mezzo questa Rete, nella sua geometria variabile e sempre aperta, si è messa al servizio della Global Sumud Flotilla accompagnandone la partenza da ciascun presidio fino al mare, e fino a che ogni partecipante è tornato in libertà; è stata uno dei motori fondamentali della manifestazione contro la guerra e la presenza di armi nucleari di Aviano il 6 giugno scorso; ha condiviso la campagna We Rise per chiedere la sospensione degli accordi economici dell’UE con Israele; ha diffuso il messaggio e ha moltiplicato le piazze con l’iniziativa Palestina Anima Mundi che il 3 luglio avrà il suo seguito. Auspichiamo anche la condivisione di una proposta di legge per l’obiezione di coscienza, in modo che i lavoratori e le lavoratrici che non vogliono produrre o movimentare armamenti non siano oggetto, come sono ora, di ritorsioni sistematiche da parte delle aziende. Cerchiamo di dare dei punti di riferimento per le campagne in corso, in particolare per la liberazione di Marwan Bargouthi e dei 10.000 prigionieri palestinesi per i quali Assopace Palestina  sollecita la creazione di comitati locali. Il convegno del 28 giugno, al quale hanno partecipato tra le altre anche Wilpf Italia, protagonista della denuncia contro le armi nucleari sul suolo italiano e alcune sezioni dell’Anpi, ha affrontato tra gli altri il tema della repressione a cui gli attivisti e le attiviste sono soggette, della necessità di essere solidali e di schierarsi a difesa di quanti e quante sono raggiunte dai provvedimenti restrittivi dei cosiddetti “decreti sicurezza” che si susseguono nel tentativo di reprimere il dissenso, con accuse che arrivano fino al terrorismo nazionale e internazionale. Accuse che, nel contesto inglese, hanno già portato in carcere diversi attivisti. In Italia le accuse di terrorismo vengono portate avanti, spesso su mandato diretto di Israele, soprattutto nei confronti delle persone palestinesi che sostengono la causa del loro popolo, come nel caso di Yaeesh e Hannoun. Nessuno e nessuna deve essere lasciata sola. Il grande obiettivo di incidere sulle scelte di tutti i governi passa per la nostra capacità di rendere la mobilitazione non solo generale e unitaria, ma anche concreta e capillare. Gli obiettivi concordati a breve e a medio termine sono: 1) Iniziare un percorso per la creazione di un database consultabile delle iniziative di tutti i territori 2) Iniziare il ragionamento per articolare una campagna di boicottaggio mirato ed efficace verso i complici, in qualche caso i mandanti, del genocidio in atto, presenti sul nostro territorio, con particolare attenzione alle armi e ai soldi. L’auspicio per tutto il movimento italiano, europeo e mondiale, è che l’unità e la convergenza che le realtà territoriali riescono a interpretare pur tra le diverse sensibilità che le attraversano, ricercando e praticando obiettivi comuni, sia suggerimento e invito a tutte e a tutti a convergere e a essere insieme motore delle molteplici, vecchie e nuove, forme della disobbedienza generalizzata. Le date di mobilitazione che sono state annunciate a livello regionale e che attraverseremo sono: 3 luglio, Palestina Anima Mundi (che già ha portato il 19 giugno 170 realtà in Italia a unirsi virtualmente in un’unica mobilitazione), ovunque in Italia. 17 luglio a Venezia, quando l’ambasciatore americano, in crociera nel Mediterraneo, attraccherà in laguna per assistere alla Festa del Redentore, ultima e più popolare delle feste veneziane, con il suo maxi yacht da 117 metri. La sua presenza, simbolo di un’ancora peggiore sottomissione della nostra classe dirigente ai voleri imperiali, sarà contestata nei tempi e nei luoghi che il movimento veneziano saprà indicarci. Da ultimo, dal Friuli si richiede un’attenzione speciale alla mobilitazione contro la partecipazione della nazionale israeliana di baseball under 18 al campionato europeo che si svolgerà a Ronchi dei Legionari tra il 14 e il 16 luglio. Rete Veneta dei Comitati per la Palestina Libera Per info: retevenetadeicomitati@protonmail.com         Redazione Italia
July 2, 2026
Pressenza
Dopo il tabù nucleare: il mondo oltre la soglia dell’irreversibile
Da Hiroshima non abbiamo imparato nulla. Il crimine più atroce mai compiuto non basta a mettere al bando la bomba atomica. Nel mese di agosto del 1945 l’umanità ha oltrepassato una soglia che, ancora oggi, resta moralmente e storicamente irriducibile. Le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki non furono soltanto un evento bellico: rappresentarono il primo e unico utilizzo nella storia di un’arma capace di annientare in pochi istanti intere città e centinaia di migliaia di civili. Molti storici e filosofi della politica vi riconoscono uno dei più gravi crimini mai compiuti nella storia dell’umanità, perché non colpì soltanto un nemico in guerra, ma introdusse una nuova possibilità: la distruzione totale come strumento politico. Eppure, a ottant’anni di distanza, quella frattura originaria non ha prodotto una rinuncia definitiva alla logica dell’annientamento. Al contrario, il mondo continua a investire ingenti risorse nella modernizzazione degli arsenali nucleari, nello sviluppo di nuove testate “tattiche”, più “limitabili” solo in apparenza, e nel perfezionamento di sistemi di deterrenza sempre più sofisticati. La stessa idea che aveva giustificato la corsa atomica del Novecento – la sicurezza attraverso la minaccia della distruzione reciproca – non è stata superata, ma aggiornata. Si è così consolidato un paradosso storico: l’arma che ha mostrato in modo definitivo il limite estremo della violenza umana continua a essere considerata uno strumento legittimo di equilibrio internazionale. Ma proprio questa permanenza della logica nucleare apre una domanda inquietante: come può la civiltà contemporanea convivere con un dispositivo che, per sua natura, rende possibile la fine della storia stessa? Da Hiroshima a oggi, il tabù è rimasto intatto solo nella forma del suo non-uso, mentre nella sostanza la sua potenza simbolica e politica continua a strutturare le relazioni tra Stati, alimentando una tensione permanente tra sicurezza e distruzione. In questa contraddizione si gioca ancora oggi il destino della pace mondiale. Per oltre ottant’anni l’ordine internazionale si è retto su un paradosso inquietante ma stabile: l’idea che esistano armi costruite per non essere mai utilizzate. La deterrenza nucleare ha funzionato come una sorta di architettura invisibile della politica globale, fondata sulla paura reciproca della distruzione totale. Ma cosa accadrebbe se questa soglia venisse superata? Anche un solo ordigno tattico basterebbe a incrinare non solo gli equilibri militari, ma la stessa struttura della civiltà contemporanea. La grammatica della politica internazionale moderna si è costruita attorno a un equilibrio paradossale: la sicurezza garantita dalla minaccia dell’annientamento. L’arma nucleare non è mai stata pensata per essere impiegata, ma per impedire qualsiasi conflitto su larga scala attraverso la certezza della distruzione reciproca assicurata. Tuttavia, immaginare il superamento di questa linea rossa significa confrontarsi con uno scenario che va ben oltre la catastrofe militare. Significa ipotizzare il collasso dell’intero ordine mondiale così come lo conosciamo. Il “giorno dopo” un attacco nucleare non segnerebbe soltanto la devastazione di territori e popolazioni, ma la fine delle categorie politiche, giuridiche e morali che hanno regolato la convivenza internazionale nel secondo dopoguerra. Il primo effetto immediato sarebbe la frattura delle alleanze storiche. I sistemi di sicurezza collettiva, costruiti per garantire stabilità e deterrenza, verrebbero messi alla prova da un istinto primario: la sopravvivenza. Di fronte al rischio concreto di un’escalation incontrollabile, anche le alleanze più consolidate potrebbero incrinarsi. Stati membri di coalizioni storiche inizierebbero a riconsiderare impegni e trattati, scegliendo in alcuni casi la neutralità come unica forma di autodifesa. Questo processo innescherebbe un effetto domino. Le garanzie collettive perderebbero credibilità e le medie potenze globali accelererebbero programmi di armamento nucleare autonomo, convinte che solo il possesso diretto dell’arma atomica possa assicurare la sopravvivenza e la sovranità. Il risultato sarebbe un mondo radicalmente più instabile, segnato dalla proliferazione e dalla dissoluzione progressiva del Trattato di non proliferazione, ridotto a testimonianza storica di un’epoca conclusa. Parallelamente, l’economia globale subirebbe uno shock sistemico di portata irreversibile. Non si tratterebbe di una semplice recessione, ma di un blocco strutturale dell’intero sistema interconnesso della produzione e degli scambi. Le catene logistiche globali si interromperebbero immediatamente: energia, semiconduttori, alimenti e beni essenziali verrebbero a mancare su scala planetaria. I mercati finanziari reagirebbero non con oscillazioni, ma con un congelamento. La fuga verso beni materiali e territori considerati sicuri provocherebbe la disintegrazione della fiducia economica globale. Anche le regioni non direttamente coinvolte nel conflitto verrebbero travolte da una crisi senza precedenti, dimostrando quanto la globalizzazione abbia reso la vulnerabilità un destino condiviso. Ma è sul piano politico e civile che le conseguenze assumerebbero una dimensione ancora più profonda. Anche nell’ipotesi di un contenimento della crisi, la conseguenza sarebbe l’emergere di un ordine mondiale fondato sulla sorveglianza permanente e sullo stato di eccezione. Le libertà democratiche verrebbero progressivamente ridimensionate in nome della sicurezza, mentre la logica emergenziale diventerebbe la nuova normalità. Se invece prevalesse la dinamica della ritorsione, lo scenario evolverebbe verso una catastrofe globale: inverno nucleare, collasso dell’agricoltura, migrazioni di massa e dissoluzione delle strutture statali. In entrambi i casi, la modernità entrerebbe in una fase di regressione storica, in cui le istituzioni perderebbero la capacità di governare il caos. La rottura del tabù nucleare non rappresenterebbe soltanto una sconfitta militare o diplomatica, ma il fallimento filosofico dell’idea stessa di civiltà moderna. L’uso dell’arma atomica cancellerebbe ogni distinzione tra vincitori e vinti: anche lo Stato aggressore si ritroverebbe isolato, segnato da una condanna politica e morale irreversibile, trasformato in una potenza paria in un sistema mondiale frantumato. A emergere sarebbe un nuovo assetto globale instabile, in cui la legittimità politica si sposterebbe verso attori neutrali o marginali rispetto al conflitto originario. Ma la trasformazione più profonda sarebbe di natura psicologica e antropologica: la perdita della fiducia nel futuro. L’umanità scoprirebbe che la propria civiltà, per quanto complessa e interconnessa, può essere distrutta in pochi istanti da una singola decisione. Il superamento della soglia nucleare obbligherebbe quindi a una presa di coscienza definitiva: la pace non è una condizione naturale, ma un equilibrio fragile, costruito storicamente e mantenuto attraverso una vigilanza costante. In questa consapevolezza risiede forse la lezione più profonda del nostro tempo: la civiltà non è garantita dalla sua potenza tecnica, ma dalla sua capacità di contenere se stessa. E ogni volta che quella soglia viene evocata o avvicinata, ciò che è in gioco non è soltanto la politica internazionale, ma la continuità stessa della storia umana.        Laura Tussi
June 28, 2026
Pressenza
Firmato l’accordo tra USA e Iran: i punti sanciscono la sconfitta americana
Pare ormai ufficiale: gli Stati Uniti hanno perso la guerra contro l’Iran. Ieri, 17 giugno, a margine degli incontri del G7 ospitati dalla Francia, Trump ha firmato il memorandum d’intesa con la Repubblica Islamica, annunciato all’inizio della settimana. Il testo non è stato rilasciato da canali ufficiali statunitensi, ma è stato presentato integralmente ai giornalisti da un ufficiale di Washington durante una teleconferenza privata, per poi essere pubblicato anche dai media di Stato iraniani. Il documento diffuso sancisce la fine immediata delle ostilità su tutti i teatri di conflitto, «Libano incluso», e disciplina la revoca dei reciproci blocchi nel Golfo. Il resto dei punti delinea una sconfitta pressoché totale per gli Stati Uniti: Washington avrebbe ottenuto dall’Iran l’impegno a non dotarsi di un’arma nucleare, concedendo in cambio il ritiro di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e l’istituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari come forma di risarcimento, piegandosi a tutte le richieste della Repubblica Islamica. “La sconfitta in Iran è più pesante di quella in Vietnam”. L’autorevole rivista statunitense di politica estera e relazioni internazionali Foreign Policy titola così il proprio articolo sul memorandum firmato ieri da Trump e dalle autorità iraniane. «Sembra scritto dall’Iran», commenta invece il giornale israeliano Haaretz. La cerimonia ufficiale per la firma avrebbe dovuto svolgersi domani in Svizzera, a Lucerna (inizialmente era stata individuata Ginevra come sede), ma alla luce della firma di ieri non è chiaro se si terrà lo stesso. Il testo del memorandum è stato diffuso nella mattina da Bloomberg e da media arabi, che ne avrebbero ottenuto una copia. Nel tardo pomeriggio, è stato letto ad alta voce da un funzionario anonimo durante una teleconferenza con i giornalisti. In Iran, nel frattempo, è stata fornita una copia all’agenzia di stampa di proprietà governativa Irna, che ne ha riportato il testo integralmente. Il memorandum si intitola “Memorandum d’intesa di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran” e si sviluppa in 14 punti. Esso costituisce una sorta di pre-accordo e istituisce un cessate il fuoco di 60 giorni estendibili, periodo entro cui le rispettive delegazioni porteranno avanti le negoziazioni per raggiungere un accordo definitivo sui punti ancora oggetto di negoziato. Il primo punto del memorandum sancisce «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano» da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto assieme all’impegno ad astenersi da ulteriori attacchi; questo medesimo punto garantisce inoltre «l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Il memorandum prevede poi che USA e Iran rispettino la reciproca sovranità e impegna Washington e Teheran a non interferire negli affari interni reciproci. USA e Iran si impegnano poi a revocare immediatamente i rispettivi blocchi marittimi: la revoca del blocco sullo Stretto di Hormuz dovrà venire accompagnata da operazioni di sminamento e dovrebbe portare a una graduale ripresa del traffico ai volumi prebellici. I punti che seguono questi primi impongono dure condizioni agli USA. «Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran», si legge nell’accordo. «Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America». Gli USA si impegnano poi a sbloccare i fondi congelati dell’Iran e a porre fine «a tutte le tipologie di sanzioni» contro il Paese, «comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie»; per coprire il periodo in cui la cessazione delle sanzioni entrerà in effetto, gli USA rilasceranno deroghe al commercio di petrolio e greggio iraniano. L’Iran, intanto, «ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari». Le discussioni sul programma nucleare iraniano verranno portate avanti nei prossimi 60 giorni e il memorandum non presenta alcun altro vincolo sulla questione. Come per il tema del programma nucleare, la maggior parte degli altri punti verrà approfondita nella fase di negoziazione che viene inaugurata dal memorandum. I punti inderogabili a cui il memorandum viene subordinato restano la fine completa delle ostilità e l’impegno a non portare avanti ulteriori attacchi in alcun teatro di conflitto, il riconoscimento della integrità territoriale libanese, il sollevamento dei rispettivi blocchi marittimi, le deroghe temporanee al commercio di petrolio iraniano e lo sblocco dei beni congelati di Teheran. Il memorandum verrà adottato con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Alla luce di tutto, le critiche che la stampa di tutto il mondo ha riservato a Trump sono pienamente comprensibili: gli USA hanno mosso una guerra che in breve tempo è finita per incentrarsi sul tentativo di riaprire uno stretto di mare che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata. L’Iran otterrà l’accesso ai propri beni sequestrati, l’annullamento di 47 anni di sanzioni e 300 miliardi di dollari di risarcimento; davanti a queste richieste gli USA sono riusciti a ottenere un ritorno della situazione sul Golfo Persico alla normalità e l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un ordigno bellico che la Repubblica Islamica ha sempre detto di non avere intenzione di ottenere. L'Indipendente
June 18, 2026
Pressenza
L’inaccettabile “normalità” della minaccia di guerra atomica
Il ministro della Difesa Crosetto e quello degli Esteri Tajani sono intervenuti davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. Ma nella relazione di Crosetto, relativamente alla guerra in corso in Ucraina, c’è stato un passaggio che deve far scorrere un brivido lungo la schiena di chiunque lo […] L'articolo L’inaccettabile “normalità” della minaccia di guerra atomica su Contropiano.
June 11, 2026
Contropiano
L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa
Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta […] L'articolo L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa su Contropiano.
June 4, 2026
Contropiano
Perugia 2026: l’energia delle nuove generazioni sfida l’inverno nucleare
Perugia non è solo una città che ospita un evento; per quattro giorni all’anno, le sue pietre medievali diventano le pareti di una redazione a cielo aperto. L’edizione 2026 del Festival Internazionale del Giornalismo (#ijf26) ha celebrato il suo ventennale non con una rassegna nostalgica, ma con uno sguardo netto sul presente. Ciò che ha definito questa edizione, più di ogni altra, è stata la presenza massiccia degli under 25. Migliaia di studenti universitari, giovani reporter freelance e volontari provenienti da ogni angolo del globo hanno occupato Corso Vannucci. Non erano lì per “fare numero”: li si trovava in prima fila, taccuino alla mano, a incalzare i direttori delle testate internazionali o a partecipare a workshop tecnici con una competenza spesso sorprendente. È la “Generazione Perugia”: un pubblico che non si accontenta più di consumare notizie, ma vuole capirne i processi e interrogare il potere. Tra i molti temi affrontati, l’incontro del 17 aprile “Cosa devono sapere i giornalisti sulle armi nucleari” ha offerto una delle analisi più dense del programma. Coordinato da Robert K. Elder, il panel ha messo al centro un dato ormai consolidato: l’era della riduzione degli arsenali nucleari è finita. L’intervento di Matt Korda, direttore associato del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists (FAS) e co-autore del Nuclear Notebook — una delle principali stime indipendenti sulle forze nucleari globali basata su fonti aperte — ha delineato un quadro preciso. Dopo decenni di riduzione post-Guerra Fredda, tutti e nove i Paesi dotati di armi nucleari stanno modernizzando i propri arsenali, con decisioni che incideranno sulla sicurezza globale per i prossimi 75 anni. Parallelamente, la trasparenza diminuisce: sempre più informazioni vengono classificate, rendendo difficile il controllo pubblico. In questo contesto, Korda ha sottolineato il ruolo cruciale dell’OSINT (Open Source Intelligence): oggi, grazie a immagini satellitari e dati accessibili, è possibile ricostruire dinamiche che un tempo erano appannaggio esclusivo delle agenzie di intelligence. Uno strumento fondamentale, soprattutto mentre il sistema nucleare evolve da un equilibrio tra due superpotenze a un quadro più complesso e multipolare, in cui le dinamiche tra Stati producono effetti a catena. Nel dibattito, Beatrice Fihn — direttrice di Lex International Fund ed ex Executive Director della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), la coalizione vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2017 — ha spostato il focus sulle implicazioni politiche e democratiche. Tre i punti centrali del suo intervento: – Il deficit democratico: la presenza di armi nucleari in Italia (Ghedi e Aviano) senza che il Parlamento sia mai stato informato ufficialmente. – Il paradosso operativo: piloti italiani chiamati a sganciare bombe statunitensi su ordine di un presidente straniero, con implicazioni giuridiche e morali rilevanti. – I limiti della deterrenza: nei conflitti contemporanei, ha sostenuto, le armi nucleari non si sono dimostrate strumenti efficaci di controllo, pur continuando ad assorbire risorse significative. Riprendendo le analisi della Croce Rossa, il panel ha inoltre evidenziato le conseguenze umanitarie di un eventuale uso dell’arma nucleare: in caso di esplosione, non esiste una risposta efficace. Gli operatori umanitari stessi, secondo i protocolli, dovrebbero ritirarsi per proteggere le proprie vite, poiché non vi sarebbe modo di assistere adeguatamente le vittime. Da qui il richiamo al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), indicato come tentativo di riportare il dibattito dal piano strategico-militare a quello della sicurezza umana. L’immagine finale è quella della Sala dei Notari gremita di giovani che, all’uscita, continuano a discutere di arsenali, trattati e responsabilità politica. Se il tema nucleare è stato a lungo confinato negli spazi della strategia militare, a Perugia è tornato al centro del dibattito pubblico.   Tiziana Volta
April 21, 2026
Pressenza
Il più grande furto nucleare della storia. Fallito
LE ULTIME CONTRADDIZIONI EMERSE NELLE RICOSTRUZIONI DIFFUSE DAL PENTAGONO MOSTRANO CHE SIAMO PROBABILMENTE DI FRONTE A QUALCOSA SENZA PRECEDENTI: UN TENTATIVO STATUNITENSE DI COMPIERE IL PIÙ GRANDE FURTO NUCLEARE DELLA STORIA, ORGANIZZATO USANDO COME COPERTURA IL SALVATAGGIO DI UN PILOTA, E FALLITO IN MODO CATASTROFICO SU UNA PISTA ABBANDONATA CON MORTI NON DICHIARATI E NOMI DI SOLDATI CHE IL PENTAGONO SI RIFIUTA DI RICONOSCERE O SMENTIRE Foto di Vishu Joo su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente. Un F-15E statunitense viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro. Poi succede qualcosa che non torna. I C-130 Usa – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre duecento chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza. A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 chilometri dalla pista dove sono stati trovati i C-130. I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L’uranio iraniano è stoccato in contenitori di piombo da 10-20 chilogrammi ciascuno: compatti, trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato un’ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza. Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota. Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l’accesso iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa? Trump aveva detto pubblicamente, settimane prima, di voler “esfiltrare” l’uranio iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati. La tv iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d’identità di una certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale statunitense con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a 35 chilometri dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo, non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull’identità del pilota “salvato”, che non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia. Poi c’è il dettaglio più brutale di tutti: all’interno dei rottami del C-130 si vedono resti umani carbonizzati. Un’autodistruzione controllata – la procedura che il Pentagono dice di aver eseguito – prevede che il personale evacui prima di far saltare il mezzo. Se c’è un corpo dentro, significa che qualcuno non è uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto “nessun americano ferito o ucciso”. Il ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora negoziati aperti, ha detto che l’operazione “potrebbe essere stata” una copertura per rubare l’uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è precisamente questo sussurro calibrato – non un’accusa urlata ma una domanda posta con le prove in mano – che dovrebbe far riflettere. Il portavoce Baghaei ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei da trasporto erano a Isfahan? L’Iran chiama questo evento la “seconda Tabas” riferimento al disastro del 1980, quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri bruciati nel deserto e otto soldati morti. Allora come oggi: aerei statunitensi distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in pezzi. La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via materiale nucleare. Se tutto questo è vero – e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane sono difficili da spiegare altrimenti – siamo di fronte a qualcosa senza precedenti: un tentativo statunitense di compiere il più grande furto nucleare della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non dichiarati e un nome su un documento – Amanda M. Ryder – che il Pentagono si rifiuta di riconoscere o smentire. Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di due C-130 in un deserto iraniano. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > L’incertezza al comando -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il più grande furto nucleare della storia. Fallito proviene da Comune-info.
April 6, 2026
Comune-info
Armi nucleari e la distruzione dello spirito umano
Intervento presentato nell’ambito della tavola rotonda di Pressenza intitolata «Armi nucleari, minacce esistenziali e giornalismo: uno sguardo al futuro» durante il 3° Festival della Comunicazione della Juntanza de Nuestra América CIESPAL, a Quito, in Ecuador, venerdì 20 marzo 2026. Le armi nucleari hanno già distrutto la società che avrebbero dovuto proteggere. Anche senza che una sola bomba sia esplosa, la loro mera esistenza ha corrotto il tessuto morale, etico e umano della nostra civiltà. Generano una forma di violenza istituzionale così profonda, una disumanizzazione così totale, che la società destinata a essere protetta da esse sta crollando dall’interno, disintegrandosi davanti ai nostri occhi. Tendiamo a ragionare in termini materiali. Ci rassicuriamo: nessuna bomba nucleare cadrà su New York, Città del Messico, Parigi, Berlino, Calcutta o Pechino. Ma ciò che non vediamo è il livello di distruzione psicologica e spirituale che queste armi hanno già provocato: una paura diffusa e una violenza ambientale che superano ciò che gli esseri umani possono sopportare per crescere, per svilupparsi e rimanere pienamente umani. Questa è la vera crisi dell’era nucleare. Consideriamo gli Stati Uniti, l’unico paese che ha usato queste armi, e che continua a essere il più potente del mondo, eppure una nazione in uno stato di paura permanente, che opera in modalità di sopravvivenza. Spende più in sicurezza e in spese militari che il resto del mondo messo insieme, non per forza, ma per gestire una paura irrazionale: la paura dell’altro, degli immigrati, dell’opposizione politica, del cambiamento stesso. Le armi nucleari non hanno creato sicurezza, hanno creato una civiltà ostaggio del proprio arsenale. Queste armi hanno anche provocato un effetto più sottile e forse più dannoso: hanno distorto la nostra bussola interiore. Hanno eroso la nostra capacità di distinguere tra gli stati interiori di declino e compulsione, il crepuscolare, il moribondo, e qualcosa di molto più significativo: la possibilità di crescita interiore, di profondità, di una vita orientata verso uno scopo piuttosto che verso la sopravvivenza. Quando l’annientamento è uno stato mentale permanente, diventa più difficile immaginare, e molto più difficile costruire, qualcosa per cui valga la pena vivere. Noi, come comunicatori, siamo anche noi parte del problema. Trasmettiamo la violenza come una sorta di radiazione, normalizzandola,  trasformandola in un elemento fisso della nostra coscienza quotidiana, fino a quando la lotta sembra quasi impossibile. Conflitto dopo conflitto, bomba dopo bomba, genocidio dopo genocidio, lo spirito umano viene spazzato via da un nemico invisibile. Anche quando i droni fanno gran parte della strage e non viene fatta esplodere nessuna arma nucleare, la distruzione spirituale è la stessa. Siamo sorpresi dal crollo dell’ordine internazionale, ma perché dovremmo esserlo? Le stesse strutture che hanno prodotto quest’arma demoniaca, trasformando l’equilibrio di potere in un meccanismo di distruzione di massa, ora si aggrappano disperatamente al controllo a qualsiasi costo. Abbiamo normalizzato l’assurdo e ora ne subiamo le conseguenze. Siamo nella fase finale di questo processo. E anche se non venisse utilizzata alcuna arma nucleare in Iran, in Ucraina o in qualsiasi altro luogo, la loro esistenza è in definitiva insostenibile. La prossima civiltà non avrà altra scelta che andare oltre, non come atto di idealismo, ma per necessità, reindirizzando l’energia e le risorse spese negli arsenali nucleari verso le priorità che rendono davvero possibile la vita umana e che valgono la pena di essere vissute. Lavorare per l’eliminazione delle armi nucleari significa lavorare per l’umanizzazione del mondo. Video completo della presentazione: https://youtu.be/epcjQedyAok?si=1co-TMhE6KLBroov   Foto dell’evento https://photos.app.goo.gl/AfiH18Wdx1uaQBfv5 Il Festival de la Juntanza si è affermato come forum regionale dedicato alla riflessione e allo scambio su temi quali la comunità, le basi sociali e la comunicazione alternativa, intesa come pratica politica, culturale e sociale al servizio del pieno diritto alla comunicazione. David Andersson
March 25, 2026
Pressenza
UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza
La Von der Leyen prende una posizione netta durante il vertice sul nucleare convocato a Parigi da Macron il 10 marzo scorso: “credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”. Il nucleare è strategico […] L'articolo UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza su Contropiano.
March 18, 2026
Contropiano