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Kiev attacca l’e-commerce russo, Putin: “È stato aperto il vaso di Pandora”
«Il regime di Kiev si è posto l’obiettivo di danneggiare la nostra economia. È stato lui ad aprire il vaso di Pandora». Sono le parole pronunciate da Putin all’indomani di un attacco ucraino contro un centro logistico di Ozon, colosso russo del commercio online. L’attacco, tra i primi contro un’infrastruttura commerciale, si inserisce nella campagna ucraina contro le principali infrastrutture economiche russe, in particolare quelle energetiche. Putin ha annunciato ritorsioni, mentre Zelensky si trova alle prese con difficoltà crescenti: Kiev deve fare i conti con la carenza di missili intercettori, mentre prosegue lo scontro con l’ex ministro della Difesa, che chiede nuove elezioni. Zelensky ha respinto categoricamente l’ipotesi, definendo il voto in tempo di guerra uno “tsunami” per il Paese, e ha avviato con gli inviati statunitensi i negoziati per un piano di pace. L’attacco contro il centro logistico di Ozon è avvenuto sabato 22 agosto. I droni ucraini hanno colpito uno stabilimento nella regione russa di Samara, costringendo l’azienda a evacuare oltre 300 persone dalla struttura; quattro sono rimaste ferite. La campagna contro il colosso del commercio online russo è proseguita nei giorni successivi. Il 23 agosto, il governatore della regione di Orenburg ha dichiarato che due impianti industriali sarebbero stati colpiti da detriti di droni, tra cui un magazzino di proprietà di Ozon. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, invece, sono stati segnalati due attacchi, uno contro un centro logistico dell’azienda a Makhachkala e un altro contro un ulteriore centro a Krasnodar; in entrambi i casi, i magazzini presi di mira hanno preso fuoco. La campagna contro Ozon segue di pochi giorni gli attacchi contro le infrastrutture di Wildberries, altro colosso dell’e-commerce russo e principale rivale di Ozon. Le due aziende sono rispettivamente la seconda e la prima piattaforma di commercio online del Paese.  In generale, l’Ucraina sta intensificando gli attacchi contro le infrastrutture economiche e logistiche russe, con l’obiettivo dichiarato di indebolire la capacità di Mosca di sostenere lo sforzo bellico. Tra i principali bersagli figurano le raffinerie e le infrastrutture energetiche, ma anche i grandi centri logistici e commerciali. La Crimea è un altro obiettivo privilegiato: Kiev sta cercando di isolarla attraverso attacchi contro infrastrutture energetiche, depositi di carburante, nodi logistici e installazioni militari. Parallelamente, l’Ucraina ha intensificato anche gli attacchi contro le navi russe sospettate di trasportare petrolio e gas, nel tentativo di ridurre i volumi del traffico navale russo. Dall’altra parte della barricata, Putin pare voler rispondere al fuoco col fuoco. Il presidente russo ha accusato l’Ucraina di voler «portare la Russia al collasso», sostenendo però che il tentativo starebbe fallendo, e ha minacciato ritorsioni contro le infrastrutture economiche e logistiche ucraine. «Volete interrompere la nostra logistica? Bene, le nostre misure di rappresaglia non tarderanno ad arrivare», ha affermato. Putin ha quindi avvertito che gli attacchi contro le infrastrutture economiche russe avrebbero aperto «il vaso di Pandora», preannunciando colpi contro «le aree più sensibili» dell’economia ucraina. Nelle ore successive, l’Ucraina ha segnalato nuovi attacchi russi contro infrastrutture energetiche nelle regioni di Donetsk, Kharkiv, Chernihiv, Zaporizhzhia, Odessa e Mykolaiv, con blackout in diverse aree. Da Kiev, intanto, l’ex ministro della Difesa Fedorov rilancia la richiesta di nuove elezioni. Zelensky ha escluso categoricamente l’ipotesi, sostenendo che tornare al voto durante la guerra comporterebbe un grave rischio per l’Ucraina, fino a poter «spaccare il Paese». Fedorov ha replicato in un’intervista alla BBC, sostenendo che Zelensky abbia «delle domande a cui rispondere» sugli scandali di corruzione che hanno recentemente coinvolto l’Ucraina e il suo entourage. L’ufficio anticorruzione del Paese ha infatti annunciato una «operazione speciale» per smascherare una presunta organizzazione criminale che coinvolgerebbe un deputato in carica, un ex parlamentare e alcuni alti funzionari dell’Ufficio presidenziale. Se sul fronte interno si inasprisce lo scontro con Fedorov, sul piano internazionale l’Ucraina deve fare i conti con la carenza di armamenti. Macron ha annunciato l’invio a Kiev di nuovi missili intercettori. Zelensky, intanto, avrebbe avviato colloqui con gli inviati statunitensi Jared Kushner e Steve Witkoff per elaborare un piano di pace. The post Kiev attacca l’e-commerce russo, Putin: “È stato aperto il vaso di Pandora” appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Anatomia del putinismo
Dalla scomparsa della borghesia russa alla metamorfosi del putinismo: ecco le strutture sociali, le tecniche di governo e il lessico politico della Russia… L'articolo Anatomia del putinismo sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 15, 2026
L'INDISCRETO
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza