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A proposito di gasolio
articoli di Demostenes Floros, Fabrizio Russo e Alberto Capece (ripresi da OttolinaTV, lafionda.org, ilsimplicissimus2.com)   L’Europa, grazie ai suoi milieu politici di infimo livello sia a livello nazionale che comunitario, è stata gravemente ferita dalla rinuncia alle risorse energetiche russe e oggi viene finita da quello che era, sì, il padrone, ma che per vecchio e inveterato inganno, veniva chiamato amico.
October 12, 2026
La Bottega del Barbieri
La vergogna sbagliata
di Mario Sommella (*) Paolo Gentiloni descrive con precisione la «guerra totale» di Putin e poi ne ricava la conclusione che la prolunga: più armi, più debito, nessuna iniziativa diplomatica europea, e la gogna per chi chiede di negoziare. Rileggiamo le sue tesi una per una, partendo dai suoi stessi numeri. 1. Il ponte Nord e la parola che manca
Occasioni sprecate per un’Europa comune – 25 anni fa il discorso di Putin al parlamento tedesco aveva suscitato grande interesse
> 25 anni fa, il 25 settembre 2001, Vladimir Putin tenne davanti al Bundestag > (parlamento federale tedesco) un discorso molto seguito sulle relazioni > tedesco-russe e sulla visione di un’Europa unita. Il verbale riportava > numerosi applausi entusiastici da parte dei 650 presenti al Bundestag e, alla > fine, «Applausi prolungati – I deputati si alzano in piedi». All’epoca, quattordici giorni dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre al World Trade Center di New York, Putin, dopo una breve introduzione in lingua russa, tenne il suo discorso in tedesco, la «lingua di Goethe, Schiller e Kant». Fece riferimento alla storia europea comune e all’unità della cultura europea. Chiese alla Germania di assumere un ruolo consapevole in Europa e nel mondo. Putin vedeva nella Germania il suo principale interlocutore europeo. Il presidente russo riprese l’idea di Gorbaciov della «Casa comune d’Europa», che nel 1990 non era stata realizzabile soprattutto a causa della resistenza degli Stati Uniti. Putin l’ha ripresa, vedendo in un’«Europa unita e sicura» il presagio di un «mondo unito e sicuro». L’Europa deve quindi rimanere un «potente e autonomo centro della politica mondiale» e, a tal fine, unire le proprie risorse a quelle della Russia. Ha sottolineato che il suo Paese intendeva proseguire lungo l’altro versante della politica di distensione, ovvero la via del disarmo, della limitazione degli armamenti e del controllo degli armamenti. Con la fine del mondo diviso tra Est e Ovest, nel 1990 si era spalancata la finestra per l’unità europea. Per l’allora cancelliere tedesco Willy Brandt era giunto il momento di realizzare la visione di una «europeizzazione dell’Europa». Ma l’Occidente non vedeva alcun motivo per riformarsi e cooperare con Mosca. L’Europa occidentale si considerava la «vincitrice» nella contrapposizione tra i sistemi. E il successore di Gorbaciov, Boris Eltsin, fece tutto ciò che l’Occidente voleva. Con un’economia di mercato neoliberista priva di tutele sociali, fece precipitare la Russia in una profonda crisi e favorì la nascita di una nuova classe oligarchica. In breve: le opportunità offerte dalla svolta storica per un’Europa comune non furono riconosciute e quindi non furono sfruttate. Nel 2001 Putin, che aveva dato nuova stabilità alla società russa, tese per la seconda volta la mano al Bundestag per una politica europea comune. Ma anche questa volta gli interessi della NATO erano più importanti e l’alleanza esclusiva con gli Stati Uniti, sia in Germania che tra i partner europei, era più forte di una politica comune di intesa e cooperazione europea. L’«Occidente» ha esteso la NATO verso est, e anche la seconda occasione è stata sprecata. La politica neoliberista ha portato il mondo in una profonda crisi. Anziché una “Casa comune europea”, si è arrivati a un nuovo scontro. Oggi l’offerta di Putin viene diffamata dai nuovi sostenitori della guerra fredda come una “mascherata ipocrita di un imperialista russo”, mentre gli applausi di approvazione al Bundestag vengono definiti “negazione della realtà”, “ingenuità da ingenui” e “russofilia sognante”. Con i conflitti in Ucraina dal 2014 e soprattutto dall’inizio della guerra nel 2022, si è consolidata l’affermazione secondo cui Putin, «ex agente del KGB», vorrebbe ripristinare l’ex Unione Sovietica e che, a tal fine, ogni mezzo gli sia lecito. Si consolida così uno scontro senza prospettive, le cui vittime sono non da ultimo i numerosi morti nella guerra in Ucraina, dove lo scorso anno sono morte tante persone quante nella guerra più sanguinosa dopo il 1945, quella in Ruanda. Il discorso di Putin è stato preparato con grande cura, anche con l’aiuto di Horst Teltschik. Liquidarlo oggi come «lavaggio del cervello» significa ricorrere a argomentazioni azzardate per giustificarlo. Putin è responsabile della guerra attuale, ma l’Europa ha sprecato per due volte l’occasione di raggiungere un’intesa. Anche questo fa parte della realtà europea. Abbiamo ancora una terza occasione? Abbiamo il dovere e la responsabilità di provarci, tanto più che solo un’Europa civile e orientata alla pace può assumere un ruolo determinante nel contesto del nuovo assetto mondiale. A tal fine è necessario rilanciare i primi passi diplomatici e della società civile verso una sicurezza comune, opporsi alla militarizzazione e alla corsa agli armamenti della nostra società, rifiutare l’immagine della Russia come nemico e chiedere iniziative tedesche ed europee per un cessate il fuoco e negoziati di pace in Ucraina. Non da ultimo, il disarmo e il controllo degli armamenti devono essere inseriti nell’agenda internazionale. Un contributo di Reiner Braun e Michael Müller -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID Pressenza Berlin
September 26, 2026
Pressenza
Russia: al via le prime elezioni parlamentari dall’inizio della guerra
Sono iniziate oggi e termineranno il prossimo 20 settembre le elezioni parlamentari russe per rinnovare i seggi della Duma, la Camera bassa del Parlamento del Paese, a cui parteciperanno per la prima volta anche i cittadini delle regioni ucraine che hanno aderito alla Federazione russa: la Repubblica Popolare di Donetsk, la Repubblica Popolare di Luhansk e gli oblast di Kherson e Zaporizhzhia. Si tratta delle prime elezioni dall’inizio del conflitto con l’Ucraina e, anche per questo motivo, il presidente russo Vladimir Putin nel suo discorso alla Nazione le ha definite decisive, prevedendo che «confermeranno l’unità della nazione e l’inutilità di qualsiasi tentativo di minare la statualità e il sistema sociopolitico del paese». Critici, invece, gli osservatori e i media occidentali che denunciano la sostanziale irregolarità del voto e la repressione dei partiti di opposizione. Nello specifico, si voterà per rinnovare i 450 seggi della Duma, la composizione degli organi legislativi locali in 39 regioni, mentre contemporaneamente sono in corso le elezioni per i capi di 11 soggetti federali. Le elezioni dirette si terranno in Mordovia, Tuva, Cecenia e nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Penza, Tver e Ulyanovsk, mentre in Daghestan, Ossezia del Nord-Alania e Karachay-Circassia si terranno le elezioni tramite i parlamenti locali. Novità delle elezioni di quest’anno è anche la possibilità di effettuare il voto elettronico a distanza in 32 regioni. A contendersi la Duma di Stato sono dieci partiti che, in totale hanno presentato 4.500 candidati, 500 dei quali appartengono all’Unione degli Stati Indipendenti (OSV). È previsto che Russia Unita, il partito del presidente russo, riuscirà a ottenere la maggioranza costituzionale detenuta nella legislatura uscente, in cui aveva 321 seggi su 450. Ad affiancarla sulla scheda elettorale ci saranno il Partito Liberal Democratico di Russia, il Partito Democrazia Diretta, i Verdi, Russia Giusta, Rodina, il Partito Comunista della Federazione Russa, il Partito dei Pensionati, i Comunisti di Russia e Nuovo Popolo. L’attuale sistema elettorale è misto: la metà dei seggi elettorali sarà distribuita tra le liste dei partiti che hanno superato la soglia del cinque percento, mentre i restanti vincitori saranno determinati nei collegi uninominali. Tra le funzioni principali della Duma compaiono la discussione e l’approvazione delle leggi federali, l’approvazione del bilancio dello Stato e la ratifica dei trattati internazionali. In questo contesto, non sono mancati i giudizi negativi e le polemiche per avere escluso dalle elezioni quello che è considerato il più antico partito liberale e filoccidentale del Paese e l’unico con una posizione contraria alla guerra in Ucraina, il partito Yabloko. La formazione è stata esclusa lo scorso 18 agosto dalla Corte suprema russa, che ha accolto le accuse del partito nazionalista Rodina, secondo il quale lo schieramento liberale avrebbe – tra le altre cose – ricevuto finanziamenti dall’estero attraverso canali illeciti. Inoltre, secondo il portale indipendente Vyorstka, 17 candidature sono state respinte a causa di vecchie citazioni di Aleksei Navalny nei propri contenuti online, mentre altri 7 politici sono stati incriminati per aver condiviso link a piattaforme social vietate in Russia. Vyorstka è un portale fondato nel 2022 dalla giornalista russa Lola Tagaeva, contraria alla guerra in Ucraina e ostile alle politiche del Cremlino. Ma questi non sono gli unici aspetti che il mondo democratico contesta al sistema elettorale russo: secondo molti opinionisti e cronisti occidentali, quelle russe non sono elezioni libere perché non sarebbero presenti osservatori neutrali in grado di verificare la regolarità del voto o dei sistemi elettronici. Da parte sua, la presidente della Commissione elettorale centrale, Ella Pamfilova, ha annunciato che oltre 380.000 osservatori, la maggior parte dei quali inviati dai partiti politici, monitoreranno le elezioni russe. Secondo la presidente, 209.548 osservatori sono stati nominati da 11 partiti politici, più di 97.000 da Russia Unita, più di 42.000 dal Partito Comunista della Federazione Russa, 28.000 da Nuovo Popolo e 17.000 ciascuno dal Partito Liberal Democratico di Russia e da Russia Giusta.  Il presidente della Duma cittadina di Mosca, Alexei Shaposhnikov, ha aggiunto che esperti internazionali, tra cui i partner del movimento parlamentare delle capitali dei BRICS, monitoreranno le elezioni di Mosca dal 18 al 20 settembre. «Esperti internazionali, compresi i nostri partner del movimento parlamentare delle capitali BRICS, monitoreranno la Giornata del voto unificato del 2026», ha scritto Shaposhnikov sul suo canale di messaggistica Max lunedì. Le elezioni si svolgono in un momento particolarmente delicato per la Russia: la guerra con l’Ucraina, infatti, non vede all’orizzonte prospettive di risoluzione nel breve-medio termine, mentre gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno fatto aumentare i prezzi del petrolio con inevitabili ricadute per l’economia del Paese. Per questo le elezioni sono considerate un banco di prova per sondare la tenuta della società russa durante la guerra: «Vi chiedo di esercitare il vostro diritto costituzionale e di prendere una decisione ponderata e responsabile, affinché i risultati elettorali confermino la maturità e la resilienza della società russa. Questa sarà la nostra risposta comune a coloro che vogliono indebolire la Russia […]» ha affermato Putin nel suo messaggio alla nazione. Al momento, secondo il Ministero russo dello Sviluppo Digitale, delle Comunicazioni e dei Mass Media, «metà degli elettori registrati ha già espresso il proprio voto sulla piattaforma federale di voto elettronico a distanza». «L’affluenza sulla piattaforma federale REV alle 12:15 ora di Mosca del primo giorno di votazione era del 50 per cento: 2 milioni di persone hanno già votato», si legge nella dichiarazione. The post Russia: al via le prime elezioni parlamentari dall’inizio della guerra appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Il falso attentato a Zelensky finisce in prima pagina, silenzio sulla smentita
Per quasi ventiquattr’ore, i media hanno raccontato un attentato che non c’è mai stato. Un drone russo avrebbe tentato di abbattere l’aereo di Volodymyr Zelensky in partenza dalla Moldavia, spingendo l’Europa ancora più vicino allo scontro diretto con Mosca. Secondo le ricostruzioni, il presidente ucraino era «nel mirino», il jet era stato «sfiorato» e la tragedia evitata per un soffio. Poi, sono emersi i fatti: l’aereo era ancora a terra e il drone era precipitato 43 minuti prima del decollo, a circa 160 chilometri dall’aeroporto. Nessun contatto ravvicinato, tantomeno nessun attentato all’orizzonte. La notizia è così evaporata dalle prime pagine, senza rettifiche né scuse, ma la grande stampa, ormai in permanente assetto da terza guerra mondiale, aveva già raggiunto il proprio obiettivo: indicare Mosca come responsabile e alimentare un nuovo allarme. La sera del 9 settembre, parlando da Slottsplassen con l’emittente pubblica norvegese NRK, il premier Jonas Gahr Støre ha affermato che l’aereo di Zelensky sarebbe stato «quasi colpito da un drone mentre stava per decollare» dalla Moldavia. Non ha precisato, però, né la traiettoria del drone né la sua distanza dal jet. Tanto è bastato: l’intervista è stata immediatamente rilanciata dalla stampa internazionale senza alcuna verifica. I fatti, però, raccontano un’altra storia. L’8 settembre due droni, identificati dalle autorità moldave come russi, erano entrati nello spazio aereo del Paese: uno aveva proseguito verso la Romania, mentre l’altro era precipitato intorno alle 17.15 in un campo nel distretto di Rîșcani, a circa 160 chilometri dall’aeroporto di Chișinău, provocando alcuni incendi, ma nessun ferito. Per precauzione, le autorità avevano chiuso temporaneamente lo spazio aereo, ritardando tre partenze e quattro arrivi, compreso il volo del presidente ucraino. Il portavoce del governo moldavo Dumitru Ciorici ha confermato che il jet, ancora fermo all’aeroporto durante l’allarme, è decollato soltanto alle 17.58, dopo la caduta del drone e la riapertura dello spazio aereo. Anche una fonte della presidenza ucraina interpellata dall’AFP ha definito «esagerata» l’ipotesi che Zelensky fosse stato in pericolo. L’aereo di Zelensky non ha rischiato in alcun modo di essere colpito: ha subito semplicemente un ritardo, come altri sei voli. Mentre le autorità ricostruivano l’accaduto, la stampa italiana aveva già trasformato un ritardo precauzionale in un attentato russo. RaiRadio1 dopo aver riportato l’intervista di Jonas Gahr Støre, ha aggiunto che «Il ministro delle Finanze di Oslo ed ex segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, era presente quando Zelensky ha parlato del volo dalla Moldavia: “Ce ne ha parlato durante un incontro, non voglio entrare nei dettagli, ma il volo ha subito un ritardo e ci sono state delle minacce contro l’aereo”». Passando ai quotidiani cartacei e online, il 10 settembre Repubblica apre la prima pagina con un titolo cubitale: Attentato a Zelensky. Sul sito scopriamo, inoltre, che il presidente trascorrerebbe una «vita blindata», in quanto sarebbe finito «nel mirino» dei russi fin «dalla prima notte», «inseguito da cecchini e 007». Nella ricostruzione di De Feo, il drone avrebbe «sfiorato il suo aereo» e si ipotizza perfino un «tentativo di distruggere il velivolo». Il Corriere della Sera rilancia Il jet di Zelensky sfiorato dal drone, «quasi colpito» e «ipotesi attentato». Soltanto in seguito, ricostruisce tempi e traiettorie, arrivando alla conclusione inevitabile: «Non c’è stato alcun attentato» e l’aereo di Zelensky non è stato sfiorato da alcun drone. La Stampa riesce, invece, a sostenere contemporaneamente che il drone abbia sfiorato il volo e che, secondo Kiev, Zelensky non abbia corso alcun pericolo. Il Foglio scrive inizialmente il 9 settembre che un drone «ha quasi colpito» l’aereo di Zelensky. Il giorno seguente, nonostante le smentite e la ricostruzione di tempi e distanze, rilancia la tesi: un drone sarebbe «probabilmente» arrivato in Moldavia «per attentare» al viaggio del presidente ucraino. Anche il Giornale oscilla tra la ricostruzione prudente e il richiamo al «mancato attentato» nell’edizione cartacea. Nel giro di poche ore, la smentita e l’allarme finiscono così per convivere nella stessa narrazione. Quando il castello è crollato, per non pubblicare una rettifica, è cambiato soltanto il vocabolario: il drone non aveva più «sfiorato» l’aereo, ma lo aveva «minacciato». L’11 settembre Repubblica ha persino rilanciato la narrazione, descrivendo Zelensky come preda di un «safari umano» e il drone come quello che avrebbe «cercato di ucciderlo». L’attentato era stato smentito, ma nell’immaginario restava la scena più efficace: Putin che tenta di eliminare Zelensky nei cieli europei. È lo stesso copione visto nel settembre 2025 con il presunto jamming russo contro l’aereo di Ursula von der Leyen: un sabotaggio mai avvenuto attribuito a Mosca senza prove, poi utilizzato dalla Commissione UE per invocare più difesa e più sostegno all’Ucraina. Il meccanismo è collaudato: un episodio reale viene deformato e trasformato in un’aggressione deliberata. L’allarme conquista le prime pagine, la smentita sparisce dai “radar”, mentre l’opinione pubblica viene mantenuta in uno stato permanente di paura, pronta ad accettare il riarmo e un’escalation sempre più pericolosa. The post Il falso attentato a Zelensky finisce in prima pagina, silenzio sulla smentita appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Kiev attacca l’e-commerce russo, Putin: “È stato aperto il vaso di Pandora”
«Il regime di Kiev si è posto l’obiettivo di danneggiare la nostra economia. È stato lui ad aprire il vaso di Pandora». Sono le parole pronunciate da Putin all’indomani di un attacco ucraino contro un centro logistico di Ozon, colosso russo del commercio online. L’attacco, tra i primi contro un’infrastruttura commerciale, si inserisce nella campagna ucraina contro le principali infrastrutture economiche russe, in particolare quelle energetiche. Putin ha annunciato ritorsioni, mentre Zelensky si trova alle prese con difficoltà crescenti: Kiev deve fare i conti con la carenza di missili intercettori, mentre prosegue lo scontro con l’ex ministro della Difesa, che chiede nuove elezioni. Zelensky ha respinto categoricamente l’ipotesi, definendo il voto in tempo di guerra uno “tsunami” per il Paese, e ha avviato con gli inviati statunitensi i negoziati per un piano di pace. L’attacco contro il centro logistico di Ozon è avvenuto sabato 22 agosto. I droni ucraini hanno colpito uno stabilimento nella regione russa di Samara, costringendo l’azienda a evacuare oltre 300 persone dalla struttura; quattro sono rimaste ferite. La campagna contro il colosso del commercio online russo è proseguita nei giorni successivi. Il 23 agosto, il governatore della regione di Orenburg ha dichiarato che due impianti industriali sarebbero stati colpiti da detriti di droni, tra cui un magazzino di proprietà di Ozon. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, invece, sono stati segnalati due attacchi, uno contro un centro logistico dell’azienda a Makhachkala e un altro contro un ulteriore centro a Krasnodar; in entrambi i casi, i magazzini presi di mira hanno preso fuoco. La campagna contro Ozon segue di pochi giorni gli attacchi contro le infrastrutture di Wildberries, altro colosso dell’e-commerce russo e principale rivale di Ozon. Le due aziende sono rispettivamente la seconda e la prima piattaforma di commercio online del Paese.  In generale, l’Ucraina sta intensificando gli attacchi contro le infrastrutture economiche e logistiche russe, con l’obiettivo dichiarato di indebolire la capacità di Mosca di sostenere lo sforzo bellico. Tra i principali bersagli figurano le raffinerie e le infrastrutture energetiche, ma anche i grandi centri logistici e commerciali. La Crimea è un altro obiettivo privilegiato: Kiev sta cercando di isolarla attraverso attacchi contro infrastrutture energetiche, depositi di carburante, nodi logistici e installazioni militari. Parallelamente, l’Ucraina ha intensificato anche gli attacchi contro le navi russe sospettate di trasportare petrolio e gas, nel tentativo di ridurre i volumi del traffico navale russo. Dall’altra parte della barricata, Putin pare voler rispondere al fuoco col fuoco. Il presidente russo ha accusato l’Ucraina di voler «portare la Russia al collasso», sostenendo però che il tentativo starebbe fallendo, e ha minacciato ritorsioni contro le infrastrutture economiche e logistiche ucraine. «Volete interrompere la nostra logistica? Bene, le nostre misure di rappresaglia non tarderanno ad arrivare», ha affermato. Putin ha quindi avvertito che gli attacchi contro le infrastrutture economiche russe avrebbero aperto «il vaso di Pandora», preannunciando colpi contro «le aree più sensibili» dell’economia ucraina. Nelle ore successive, l’Ucraina ha segnalato nuovi attacchi russi contro infrastrutture energetiche nelle regioni di Donetsk, Kharkiv, Chernihiv, Zaporizhzhia, Odessa e Mykolaiv, con blackout in diverse aree. Da Kiev, intanto, l’ex ministro della Difesa Fedorov rilancia la richiesta di nuove elezioni. Zelensky ha escluso categoricamente l’ipotesi, sostenendo che tornare al voto durante la guerra comporterebbe un grave rischio per l’Ucraina, fino a poter «spaccare il Paese». Fedorov ha replicato in un’intervista alla BBC, sostenendo che Zelensky abbia «delle domande a cui rispondere» sugli scandali di corruzione che hanno recentemente coinvolto l’Ucraina e il suo entourage. L’ufficio anticorruzione del Paese ha infatti annunciato una «operazione speciale» per smascherare una presunta organizzazione criminale che coinvolgerebbe un deputato in carica, un ex parlamentare e alcuni alti funzionari dell’Ufficio presidenziale. Se sul fronte interno si inasprisce lo scontro con Fedorov, sul piano internazionale l’Ucraina deve fare i conti con la carenza di armamenti. Macron ha annunciato l’invio a Kiev di nuovi missili intercettori. Zelensky, intanto, avrebbe avviato colloqui con gli inviati statunitensi Jared Kushner e Steve Witkoff per elaborare un piano di pace. The post Kiev attacca l’e-commerce russo, Putin: “È stato aperto il vaso di Pandora” appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Anatomia del putinismo
Dalla scomparsa della borghesia russa alla metamorfosi del putinismo: ecco le strutture sociali, le tecniche di governo e il lessico politico della Russia… L'articolo Anatomia del putinismo sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 15, 2026
L'INDISCRETO
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza