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Argentina, Milei e lobby estrattiviste all’assalto dei ghiacciai
La Ley de Glaciares, in vigore dal 2010, rischia di essere stravolta sebbene l’Argentina abbia visto la sua superficie dei ghiacciai ridursi di circa il 17% nell’ultimo decennio. La riforma su cui scommette Milei mette a forte rischio le riserve di acqua dolce dell’intero Paese. di David Lifodi La motosega del presidente argentino Javier Milei non si inceppa mai e, purtroppo, gli ingranaggi sono talmente ben oliati che il meccanismo difficilmente si blocca. E così, dopo il progetto della legge sul lavoro, presentata come una attività di modernizzazione necessaria, ma volta, tra le altre cose, a disarticolare i sindacati, consentire alle aziende di pagare gli stipendi anche in valuta estera, differenziare i salari in base alla produttività ed estendere l’orario di lavoro quotidiano dei dipendenti fino a 12 ore, ad essere a forte rischio di essere stravolta Ley de Glaciares. Lo scopo del presidente è quello di concedere campo libero alle imprese estrattive e limitarsi esclusivamente a salvaguardare i ghiacciai ritenuti strategici. Le multinazionali di litio e rame si fregano le mani, mentre in tutto il paese, già da tempo, si susseguono le proteste, soprattutto a seguito del dibattito al Congresso delle scorse settimane. Finora la Ley de Glaciares, il cui nome burocratico è Ley 26.639, aveva definito i ghiacciai come riserve strategiche imprescindibili per il consumo umano e classificato lo sviluppo dell’agricoltura e la tutela della biodiversità come “beni di carattere pubblico”. In questo contesto, lo stesso ambiente periglaciale risultava altrettanto necessario per la conservazione degli ecosistemi e il mantenimento delle risorse idriche, nonché della loro regolazione. Al contrario, l’azzardo di Javier Milei consiste nel voler tutelare solo le riserve idriche per lui rilevanti e trasferire ai governatori delle singole province (e a lui vicini) il potere di decidere se avviare o meno nuovi progetti minerari in aree ricche proprio di rame e litio, nonostante ben 85 costituzionalisti abbiano bollato la cosiddetta “riforma dei ghiacciai” come incostituzionale. A questo proposito, l’Accordo di Escazú, sottoscritto in Costarica nel 2018, entrato ufficialmente in vigore nel 2021, ma soprattutto il primo trattato della regione latinoamericana e caraibica a promuovere la partecipazione pubblica in merito alle tematiche ambientali, sostiene che non si può compiere un passo indietro in merito agli accordi di protezione e tutela in ambito ambientale. Di fronte alle proteste, soprattutto nelle aree dove l’eventuale modifica della legge avrebbe conseguenze peggiori per la presenza di governatori favorevoli a Milei (Mendoza, Catamarca, Jujuy, Salta e San Juan), il governo ha già scatenato una repressione che ha provocato diversi arresti di ambientalisti e tentato di vendere all’opinione pubblica la favola della maggiore libertà alle lobby minerarie come volano di maggior sviluppo, attrattività economica e creazione di nuovi posti di lavoro. Il governo invoca la modernizzazione della Ley de Glaciares, come già fatto per la normativa sul lavoro, e intanto reprime con estrema violenza le proteste di piazza. Anche a El Calafate, città della Patagonia meridionale e porta d’ingresso per l’imponente ghiacciaio del Perito Moreno, la mobilitazione contro la riforma di Milei è stata massiccia. Gli slogan “El agua es de los pueblos” e “La Ley de Glaciares no se toca” hanno caratterizzato le manifestazioni antigovernative. Nell’ultimo decennio l’Argentina, uno dei paesi con la maggiore estensione di ghiacciai al mondo, ha visto la sua superficie ridursi di circa il 17%. Eppure Milei può contare su molti alleati che non hanno alcuna intenzione di ascoltare gli allarmi lanciati a più riprese dall’Instituto Nacional de Glaciología y Glaciología su una riforma che mette a forte rischio le riserve di acqua dolce dell’intero paese. Dall’acqua che sgorga dai ghiacciai dipende la vita di almeno sette milioni di persone che risiedono in circa 1.800 località dell’Argentina. Quello che Milei spaccia come “adeguamento della legge” si configura, in realtà, come un enorme passo indietro a livello di tutela dell’ambiente e di violazione di un diritto umano quale è l’accesso, per tutti, all’oro blu. Fu proprio l’Assemblea generale dell’Onu, sedici anni fa, a definire l’accesso all’acqua potabile come un diritto umano essenziale. Il presidente intende applicare alla lettera lo slogan scelto per creare il partito che poi ha permesso all’estrema destra di conquistare la Casa Rosada, La Libertad Avanza, assegnando cioè la massima libertà ai governatori a favore dell’estrattivismo minerario delle singole province del paese e svendendo un bene comune come l’acqua. Nel 2010, sotto il governo di Néstor Kirchner, lo stato argentino ritenne che i ghiacciai e l’ambiente periglaciale del paese, che rappresentano il 70% delle risorse di acqua dolce nel mondo, necessitassero di una protezione legale particolare, sancita appunto dalla Ley de Glaciares, approvata e poi mantenuta, almeno fino all’arrivo di Javier Milei, da governi di diverso orientamento politico. L’attacco di Milei alla Ley de Glaciares si inserisce nell’ambito della postura assunta da gran parte dei governi di estrema destra sia a livello latinoamericano sia a livello mondiale, fieramente negazionisti in relazione al cambiamento climatico e incuranti che la perdita della biodiversità, il fenomeno del riscaldamento globale e l’esasperato estrattivismo accrescano le disuguaglianze sociali. Peraltro, già da tempo, assai prima della vittoria di Milei alle ultime presidenziali, l’Argentina aveva aperto agli investimenti stranieri tramite il Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones, volto ad offrire una serie di facilitazioni, dalle politiche fiscali a quelle doganali, favorevoli allo sfruttamento del territorio, ma con l’attuale presidente gli attacchi all’agricoltura familiare, indigena e contadina sono divenuti più violenti e le politiche pubbliche di tutela dei beni comuni, a partire dalla tutela dei boschi (in Patagonia, dallo scorso dicembre, gli incendi hanno già trasformato in cenere più di 30 mila ettari di foresta) sono state progressivamente definanziate, al pari della drastica riduzione dei fondi a prestigiosi istituti di ricerca come il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet) allo scopo di applicare il modello di sviluppo più aggressivo del capitalismo, quello che non riconosce alcuna legittimità allo sviluppo sostenibile. Nel 2019 la mobilitazione della provincia di Mendoza condusse alla revoca della legge sullo sfruttamento minerario voluta dalle destre da una popolazione che si definì orgogliosamente “guardiana dell’acqua”. Oggi occorre una mobilitazione simile, a livello nazionale, per scongiurare l’assalto di Milei alle risorse idriche all’insegna di un estrattivismo sempre più pericoloso e invadente. La Bottega del Barbieri
March 4, 2026
Pressenza
Venezuela, 3 marzo 2026: massiccia mobilitazione a Caracas per la pace in sostegno al presidente Maduro e Cilia Flores
In una giornata caratterizzata da fervore patriottico e richieste di giustizia, migliaia di venezuelani hanno invaso le strade di Caracas questo martedì per partecipare alla “Grande Marcia per la Pace, la Libertà e la Sovranità “. La mobilitazione ha avuto luogo esattamente due mesi dopo gli eventi del 3 gennaio e a darne notizia è stato il sito Laiguana.tv. La marcia, lunga oltre 2 chilometri, è partita dal Parco Alí Primera e ha proseguito lungo l’emblematica Avenida Sucre. Il fiume umano si è mosso con determinazione attraverso l’Angolo dei Taxisti e Plaza 4F, punti di grande importanza simbolica per il chavismo, culminando in un’assemblea popolare in Plaza Bolívar, nel Blocco 7, nella parrocchia 23 de Enero. La mobilitazione ha rappresentato anche un clamoroso sostegno all’amministrazione della Presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez. “Il Venezuela è una nazione pacifica; il nostro presidente ad interim mantiene la sovranità di questa patria di Bolívar” – ha affermato uno dei manifestanti. Nel corso dell’evento è stato sottolineato che la mobilitazione popolare è un preludio alla Consultazione Popolare Nazionale prevista per domenica 8 marzo 2026. Lorenzo Poli
March 4, 2026
Pressenza
La povertà in America Latina colpisce il 27,4% della popolazione
Il rapporto annuale della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) mostra che la povertà multidimensionale nella zona colpisce attualmente il 27,4 percento della popolazione, con un’ampia dispersione tra i paesi. Il citato Annuario statistico dell’America Latina e dei Caraibi 2025 della CEPAL presenta una panoramica dello sviluppo sociodemografico, economico e ambientale delle nazioni della regione. La pubblicazione presenta aspetti demografici e sociali che includono indicatori di popolazione, lavoro, istruzione, salute, alloggi e servizi di base, povertà e distribuzione del reddito e genere. Mentre Guatemala ed El Salvador registrano le situazioni più critiche, con incidenze superiori al 50 per cento, Cile, Uruguay e Costa Rica presentano percentuali inferiori al 6,0 per cento. I risultati confermano che la povertà multidimensionale è una sfida strutturale in America Latina e nei Caraibi e sottolineano la necessità di politiche pubbliche differenziate e durature. Inoltre, le disuguaglianze di genere dimostrano che le donne di età compresa tra 20 e 59 anni affrontano livelli di povertà più elevati rispetto agli uomini della stessa fascia d’età. Nel 2024, le donne di quelle età che vivevano in aree urbane avevano un tasso di povertà 1,28 volte superiore a quello degli uomini dello stesso gruppo, e la differenza raggiungeva 1,15 volte nel caso delle aree rurali. Inoltre, l’Annuario statistico dell’America Latina e dei Caraibi 2025 mostra che l’attività economica dell’area continua con una crescita moderata, che nel 2025 si è attestata al 2,4%, con andamenti differenziati tra le sottoregioni. Mentre il Sud America ha mantenuto una crescita del 2,9% nel 2025, il gruppo formato da America Centrale e Messico registra un +1,0%. Nei Caraibi, la crescita aggregata mostra differenze marcate a seconda che si includa o si escluda la Guyana, riflettendo l’eterogeneità delle dinamiche produttive della sottoregione (rispettivamente il 5,5% contro l’1,9% nel 2025). Allo stesso modo, le esportazioni e le importazioni di beni mostrano segnali di moderata ripresa (rispettivamente del 3,6 e del 3,2 percento nel 2024), sebbene con comportamenti disparati tra le nazioni. La pubblicazione rileva cambiamenti nella composizione del commercio estero in termini di scambi e saldo delle partite correnti dell’America Latina e dei Caraibi (-2,8% nel 2024), nonché il peso limitato del commercio intraregionale. Le statistiche ambientali mostrano che l’America Latina e i Caraibi sono altamente vulnerabili agli effetti negativi del cambiamento climatico, con fenomeni quali inondazioni, tempeste, siccità e frane, tra gli altri. Solo nel 2024 sono stati registrati 82 eventi pericolosi e disastri naturali, che hanno colpito più di 12 milioni di persone e causato più di 800 morti, con danni e perdite economiche per 21,777 miliardi di dollari. Tra il 1990 e il 2023, la percentuale di copertura forestale regionale è diminuita dal 53 al 46 percento, con una perdita di 160 milioni di ettari. Per quanto riguarda la qualità ambientale, l’analisi dell’inquinamento atmosferico mostra che nessun paese della zona rispetta le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il particolato (PM2.5), il che rappresenta un rischio significativo per la salute.   Per info: https://www.cepal.org/en/pressreleases/eclac-launches-statistical-yearbook-2025-key-indicators-latin-america-and-caribbeans Prensa Latina
February 22, 2026
Pressenza
Rinviata l’illegale udienza per Nicolás Maduro e Cilia Flores, rapiti negli Stati Uniti
La corte federale di New York ha riprogrammato la seconda udienza – illegale per il diritto internazionale – per il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, la deputata Cilia Flores, per il 26 marzo 2026, in seguito a un accordo tra l’accusa e la difesa. Secondo il documento ufficiale, il cambio di data, originariamente previsto per il 17 marzo, è stato autorizzato dal giudice Alvin K. Hellerstein a causa di “problemi di pianificazione e logistici”. E’ stato rivelato che il Presidente Maduro e Cilia Flores avevano effettuato una visita consolare con un rappresentante del Venezuela. In una comunicazione, l’ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale di New York ha informato il giudice Hellerstein che il 30 gennaio 2026 i due avevano effettuato una visita consolare con un funzionario in rappresentanza della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Il documento, datato 17 febbraio 2026, è conforme all’ordinanza del tribunale emessa durante la presentazione e la lettura delle accuse del 5 gennaio, quando Hellerstein ordinò al governo degli Stati Uniti di facilitare l’accesso degli imputati ai servizi consolari e di informare il tribunale una volta che la decisione fosse stata presa. La comunicazione è firmata dal procuratore federale Jay Clayton e dai suoi sostituti e conferma che lo Stato venezuelano ha potuto esercitare il suo diritto di protezione consolare sul presidente costituzionale e sulla primera combatiente, rapiti il 3 gennaio. Il rapimento di un Presidente in carica – secondo le disposizione della Dottrina Rubio – e il suo trasferimento a un tribunale straniero costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale, contraria ai principi di sovranità e di non-ingerenza, nonchè una dichiarazione di guerra al diritto internazionale che rischia di ridefinire il perimetro del diritto internazionale e dei poteri extraterritoriali degli Stati Uniti. Lorenzo Poli
February 21, 2026
Pressenza
Venezuela, Delcy Rodríguez firma la storica Legge sull’Amnistia per la Coesistenza Democratica
La Presidente vicaria (1) venezuelana Delcy Rodríguez ha firmato giovedì 19 febbraio 2026 la Legge di Amnistia per la Coesistenza Democratica (Ley de Amnistía para la Convivencia Democrática), approvata all’unanimità lo stesso giorno dall’Assemblea Nazionale. La legge è il risultato di un disegno di legge da lei stessa presentato lo scorso gennaio, volto a promuovere la riconciliazione nazionale. La Presidente ha espresso la speranza che la legge “serva a sanare le ferite lasciate dal confronto politico alimentato dalla violenza e dall’estremismo; che serva a ripristinare la giustizia […] e la coesistenza pacifica tra i venezuelani”. Una delegazione di parlamentari, guidata da Jorge Arreaza e Nora Bracho, ha lasciato il Campidoglio Nazionale dopo l’approvazione del disegno di legge e si è recata al Palazzo di Miraflores per consegnarlo a Delcy Rodríguez. “State portando speranza al Venezuela”, ha detto ai deputati che le hanno presentato il testo. Rodríguez ha ringraziato tutti i parlamentari per aver approvato la legge. “È stato un atto di grandezza, di altruismo… che ha eliminato un po’ di intolleranza”. “Dobbiamo sapere come chiedere perdono e come riceverlo”, ha affermato. La legge appena approvata mira a “concedere un’amnistia generale e completa” agli individui “perseguiti o condannati per la presunta o comprovata commissione di reati politici o correlati, dal 1° gennaio 1999 al 30 gennaio 2026”. Gli eventi considerati in tale periodo sono: * Il colpo di stato dell’11 aprile 2002, compresi gli assalti e gli attacchi contro governatorati, uffici sindacali e strutture pubbliche e private. * Gli atti di violenza per motivi politici commessi nell’ambito dello sciopero e del sabotaggio commerciale e petrolifero da dicembre 2002 a febbraio 2003. * Gli atti di violenza di matrice politica avvenuti nel febbraio, marzo e agosto 2004; nel maggio 2007; dopo le elezioni presidenziali del 2013; nel febbraio e giugno 2014; nel marzo e agosto 2017; nel gennaio e aprile 2019 e nelle elezioni presidenziali del luglio 2024. Una volta entrata in vigore la legge, la polizia, gli organi investigativi e l’esercito “concluderanno tutte le indagini e i procedimenti relativi ai suddetti eventi”. Allo stesso modo, tutti i fascicoli relativi ai casi aperti contro coloro che hanno ottenuto l’amnistia dovranno essere distrutti. La legge stabilisce inoltre che l’Esecutivo Nazionale sarà responsabile dello sviluppo e dell’attuazione di meccanismi per garantire il rispetto delle norme di legge.  Come primo passo è stata nominata una commissione speciale, composta da 23 parlamentari di tutte le correnti politiche, che avrà il compito di monitorare l’attuazione dell’amnistia. E’ giusto ricordare che non è la prima volta che i governi bolivariani approvano amnistie importanti. Il 31 agosto 2020 il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha annunciato un decreto d’indulto per 110 detenuti con procedimenti in corso o che stavano scontando condanne. Tra di loro vi furono anche guarimberos e terroristi di gruppi paramilitari di estrema destra.   (1) Molti siti latinoamericani e occidentali si riferiscono a Delcy Rodriguez come “Presidente ad interim”, coem se fosse le la Presidente del Venezuela a tutti gli effetti. Questa è una definizione errata e confusionaria che rientra perfettamente nel caos informativo sul Venezuela, come ha denunciato Mariela Castro Espìn. Definirla Presidente ad interim ha il fine mediatico di assimilarla a tutti/e quelli/e che hanno fatto di tutto in questi anni per destabilizzare, non solo il Venezuela Bolivariano, ma anche altri Paesi dell’America Latina guidati da governi progressisti, cercando di impossessarsi del potere politico (alcune volte riuscendoci).  Vedasi: Jeanine Anez, golpista di estrema destra che prese il potere dopo la detronizzazione di Evo Morales in Bolivia, si autoproclamò Presidente ad interim; Dina Boluarte, la golpista peruviana di destra che voltò le spalle al Presidente socialista Pedro Castillo, si definì Presidente ad interim; e anche Juan Guaidò, il golpista d’estrema destra che nel 2019 non riconobbe la sconfitta elettorale in Venezuela, si autoproclamò fallacemente Presidente ad interim. In Venezuela il Presidente costituzionale rimane Nicolas Maduro Moros, nonostante il sequestro illegale in violazione del diritto internazionale da parte degli USA; mentre Delcy Rodriguez è la Presidente vicaria, ovvero la Presidente incaricata di fare funzioni del potere esecutivo dalla Corte Suprema. Questa è una differenza che gli stessi chavisti tengono a sottolineare per ribadire che la presidenza di Delcy Rodriguez è legittima e sostenuta dallo stesso Maduro. https://www.eluniversal.com/politica/226938/presidenta-e-delcy-rodriguez-sanciona-emblematica-ley-de-amnistia Lorenzo Poli
February 21, 2026
Pressenza
Putin ha definito inaccettabili le nuove sanzioni statunitensi contro Cuba
Mercoledì il presidente russo  Vladimir Putin ha definito inaccettabili le nuove sanzioni contro Cuba . Le sue dichiarazioni sono state rilasciate durante un incontro con il ministro degli Esteri cubano  Bruno Rodríguez Parrilla , in visita ufficiale a Mosca. “Siamo in un periodo particolare, con nuove sanzioni. Sapete già cosa pensiamo al riguardo. Non accettiamo nulla del genere “, ha dichiarato il presidente, sottolineando che la posizione del Ministero degli Esteri russo è percepita come “aperta, chiara e senza ambiguità”. Allo stesso tempo, Putin ha sottolineato le relazioni storiche e di lunga data tra Russia e Cuba, aggiungendo che Mosca ha sempre sostenuto l’isola “nella sua lotta per l’indipendenza”. ” Siamo sempre stati al fianco di Cuba nella sua lotta per l’indipendenza , per il diritto di perseguire il proprio percorso di sviluppo, e abbiamo sempre sostenuto il popolo cubano”, ha sottolineato. “Sappiamo quanto sia stato difficile per il popolo cubano, in questi decenni di indipendenza cubana, lottare per il diritto  a vivere secondo le proprie regole e a difendere i propri interessi nazionali “, ha osservato. In precedenza, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva dichiarato che “è chiaro che l’incontro è di  particolare importanza,  dato il  momento difficile che la nostra amica e sorella” L’Avana sta attraversando . Ha inoltre sottolineato che la Russia, come molti altri Paesi, si oppone fermamente al blocco statunitense dell’isola caraibica. “Apprezziamo molto le nostre relazioni [con Cuba] e intendiamo svilupparle ulteriormente, naturalmente, in questi tempi difficili, fornendo un’assistenza adeguata ai nostri amici”, ha concluso. SUPPORTO FERMO Lo stesso giorno, Rodríguez ha avuto colloqui con il suo omologo russo, Sergey Lavrov, che ha ribadito la piena solidarietà di Mosca con L’Avana. Il Ministro degli Esteri russo ha inoltre sottolineato che il suo Paese  continuerà a sostenere Cuba  nella difesa della sua sovranità e sicurezza, sottolineando al contempo che questa cooperazione non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti o per qualsiasi altro Paese. Lavrov ha definito  “inaccettabili”  le azioni di Washington  , dopo l’emissione di un decreto speciale che dichiarava che Cuba e la sua cooperazione con la Russia rappresentavano una minaccia per gli interessi statunitensi. “Naturalmente, respingiamo categoricamente le accuse assurde contro Russia e Cuba , contro la nostra cooperazione, che presumibilmente costituisce una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti o di chiunque altro”, ha sottolineato. LE MINACCE DI TRUMP A CUBA Il 29 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump  ha firmato  un ordine esecutivo che dichiarava lo  “stato di emergenza nazionale”  in risposta alla presunta  “minaccia insolita e straordinaria”  che, secondo Washington, Cuba rappresentava per la sicurezza degli Stati Uniti e della regione. Sulla base di queste misure, sono stati annunciati  dazi doganali  per i paesi che vendono petrolio alla nazione caraibica, insieme a minacce di ritorsione contro coloro che agiscono in contrasto con l’ordine esecutivo della Casa Bianca. In seguito, l’occupante della Casa Bianca ha ammesso che la sua amministrazione era in contatto con l’Avana e ha indicato l’intenzione  di raggiungere un accordo , sebbene abbia descritto il paese caraibico come una “nazione in declino” che “non fa più affidamento sul Venezuela” per il sostegno. Queste parole giungono nel contesto del blocco economico e commerciale che gli Stati Uniti mantengono contro Cuba  da oltre sei decenni . L’embargo, che colpisce gravemente l’economia del Paese, è stato ora rafforzato con numerose misure coercitive e unilaterali da parte della Casa Bianca. “Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci detta cosa fare. Cuba non attacca; è stata attaccata dagli Stati Uniti per 66 anni e non minaccia; si prepara,  pronta a difendere la patria  fino all’ultima goccia di sangue”, ha dichiarato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Tutte le accuse infondate di Washington sono state sistematicamente respinte dall’Avana, che ha avvertito che difenderà la propria integrità territoriale. (Tratto da RT en Español ) Fonte: http://www.cubadebate.cu/noticias/2026/02/18/putin- califico-de-inaceptables-las-nuevas-sanciones-de-estados-unidos-contra-cuba/ Traduzione: italiacuba.it VEDI ANCHE: > Il ministro degli Esteri russo ribadisce il suo sostegno a Cuba dopo aver > ricevuto il suo omologo cubano Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
February 21, 2026
Pressenza
José Balcázar è il nuovo presidente ad interim del Perù
> Al secondo turno, con 64 voti del Congresso a favore, José María Balcázar è il > nuovo presidente del Perù. Il presidente ad interim appartiene al partito Perú > Libre (di sinistra, N.d.R.), lo stesso che ha portato al potere l’ex > presidente Pedro Castillo. Ha sconfitto Maricarmen Alva (Acción Popular), che > ha ottenuto 46 voti. José Balcàzar governerà il Paese fino al prossimo 28 luglio, quando avverrà il cambio di governo con il nuovo presidente eletto nelle elezioni generali del 12 aprile. Dopo aver prestato giuramento come presidente ad interim, ha invitato a lasciarsi alle spalle i conflitti politici, indicando che “qui non c’è destra né sinistra, è possibile costruire una vera democrazia”. Nel suo primo messaggio alla nazione ha affrontato la polarizzazione che vive il Paese tra sinistra e destra, i cambiamenti o le correzioni che richiede l’attuale democrazia, la stabilità del modello economico che presenta attualmente il Perù e aspetti più delicati per la popolazione come l’insicurezza dei cittadini, tra gli altri. Tuttavia, il deputato e attuale presidente dovrà affrontare un Paese totalmente deluso dalla sua classe politica, con un indice di disapprovazione del Congresso della Repubblica che raggiunge l’89% secondo Ipsos, e il deterioramento dell’immagine presidenziale, a causa dei recenti scandali che hanno coinvolto l’ex presidente José Jerí e l’ex presidente Dina Boluarte. Anche Balcazar ha un passato controverso che gli toglie credibilità agli occhi dei cittadini, credibilità che dovrà costruire con la sua gestione fino al prossimo luglio. In precedenza, l’Ordine degli Avvocati di Lambayeque gli aveva contestato accuse di natura etica, civile e penale, quali appropriazione indebita di fondi, querele, frode ai danni di persone giuridiche, ed era stato espulso dall’istituzione. Inoltre, mantiene una posizione che giustifica il matrimonio infantile. L’elezione del nuovo presidente da parte del Congresso della Repubblica è stata contestata dalla popolazione, che ritiene che sia “sempre la stessa cosa, con elezioni tra partiti caratterizzati dalla corruzione e che pensano solo ai propri interessi, non a quelli del Paese”. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI STELLA MARIS DANTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Redacción Perú
February 19, 2026
Pressenza
Quando la storia entra in classe: l’incontro con Guillermo Canova al liceo Parini
Avvicinare gli studenti al mondo reale attraverso chi quel mondo lo ha vissuto significa trasformare la scuola in uno spazio di crescita autentica. Le testimonianze dirette e i momenti di confronto con persone che hanno attraversato la storia non sono semplici incontri culturali: sono passaggi fondamentali nella formazione dell’individuo, perché permettono ai ragazzi di comprendere che la storia non è fatta solo di date e manuali, ma di vite, scelte e conseguenze reali. È in questo spirito che martedì 10 febbraio 2026, nella sede di via Gramsci a Seregno del liceo Parini, gli studenti hanno incontrato Guillermo Segundo Canova Jara, 83 anni. Accanto a lui la moglie Eliana e, nel ruolo di intervistatore, il nipote Filippo Canova, studente dell’ultimo anno dell’istituto. Non è stato un semplice racconto storico, ma la narrazione di una vita attraversata dal lavoro, dall’impegno politico, dalla repressione e dalla resistenza. Guillermo ha iniziato dal sud del Cile, dal lavoro duro della segheria e della miniera, raccontando un Paese che alla fine degli anni Sessanta viveva una contraddizione profonda: enorme ricchezza naturale e forti disuguaglianze sociali. Il rame, ha spiegato agli studenti, non rappresentava solo un bene economico ma la possibilità concreta di autodeterminazione del Paese. In quegli anni il Cile era guidato dal presidente Salvador Allende, primo capo di Stato socialista eletto democraticamente in America Latina. Il suo governo portò avanti riforme profonde, dalla nazionalizzazione del rame alla riforma bancaria, sanitaria e scolastica, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali e restituire al Paese il controllo delle proprie risorse. Quel progetto politico divise profondamente la società cilena e si inserì in un contesto internazionale segnato dalla Guerra Fredda. È in quel contesto storico che Guillermo si avvicinò al movimento sindacale e alla sinistra cilena, lavorando come segnalista e collaboratore nei contesti vicini al progetto politico di Allende. Non come osservatore esterno, ma come parte di una stagione in cui molti credevano possibile costruire una società più equa. Una parte particolarmente intensa del racconto ha riguardato il territorio in cui viveva. Guillermo ha descritto un fiume che divideva due mondi: da una parte le comunità lavoratrici e i centri abitati, dall’altra le comunità Mapuche. Ha spiegato cosa significasse vivere accanto a un popolo che difendeva la terra come parte della propria identità culturale e spirituale, raccontando una convivenza fatta di presenza quotidiana, scambio umano e resistenza silenziosa. Quando ha parlato del 1973, l’aula si è fatta più silenziosa. Con lucidità ha raccontato la tensione che cresceva: le comunicazioni bloccate, gli incontri clandestini, la paura che lentamente diventava realtà. L’11 settembre 1973 il golpe militare guidato dal generale Augusto Pinochet pose fine al governo di Allende. Quel giorno il presidente morì durante l’assedio al palazzo presidenziale della Moneda, diventando per molti il simbolo della fine di un progetto politico e dell’inizio di una lunga stagione di repressione. Nel 1974 arrivò l’arresto di Guillermo. Ha raccontato la prigionia senza spettacolarizzare il dolore, ma con una precisione che ha colpito profondamente gli studenti. Ha parlato della tortura, della pressione psicologica e del tentativo sistematico di spezzare la volontà delle persone. Ha spiegato perché non parlò: non per eroismo, ma perché sapeva che una confessione non sarebbe mai bastata e avrebbe solo aperto la strada ad altre richieste. Accanto a lui, la presenza della moglie Eliana ha reso evidente che quella storia non era stata vissuta da un uomo solo, ma da una famiglia intera. Ha raccontato cosa significasse cercarlo tra caserme e strutture militari provvisorie, crescere figli piccoli mentre il padre era detenuto e vivere sospesi tra speranza e paura. La liberazione non segnò la fine della storia. Otto mesi dopo, grazie all’aiuto delle reti religiose cattoliche ed evangeliche, arrivò la possibilità di lasciare il Cile e rifugiarsi in Italia. Non fu una scelta di opportunità, ma una scelta di sopravvivenza. Agli studenti del Parini Guillermo non ha lasciato solo una testimonianza politica. Ha lasciato una domanda aperta: cosa significa restare fedeli a se stessi quando il prezzo può essere la libertà, la sicurezza o la vita stessa? Ha mostrato come la storia non sia fatta solo da governi, eserciti o leader, ma da persone comuni che si trovano, spesso senza volerlo, dentro eventi enormi. Ed è forse questo il senso più profondo di incontri come questo. Quando la scuola permette agli studenti di ascoltare chi la storia l’ha attraversata davvero, accade qualcosa che nessun manuale può insegnare: la storia smette di essere passato e diventa responsabilità. Perché la scuola forma davvero quando non insegna solo cosa è successo, ma aiuta a capire cosa significa essere umani dentro la storia. E quando una testimonianza entra in classe, non porta solo memoria: porta coscienza, consapevolezza e la capacità di riconoscere il peso delle scelte umane. Ed è in quel momento che la scuola smette di essere solo il luogo dove si studia il mondo, e diventa il luogo dove si impara a viverlo. Cristina Mirra
February 19, 2026
Pressenza
Venezuela, il sequestro della sovranità e l’etica del possibile
CARACAS – per L’Antidiplomatico – La storia del socialismo è costellata di gesti che definiscono un’epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: “Non scambierò un soldato con un generale”, egli sigillò l’etica del comunismo del Novecento. Era l’etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della “dittatura del proletariato”, dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto la tenuta del fronte. Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera dell’”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due guerre e l’ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali. Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l’azione per smascherare i meccanismi dell’oppressione, fosse essa di classe o coloniale. Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori. Quell’atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico assoluto: “Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento della vostra colonizzazione”. Kurtz rimane folgorato dalla “purezza” di quell’odio e dalla volontà d’acciaio di un popolo che preferiva l’automutilazione piuttosto che accettare il “dono” dell’invasore. E il Che Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”. Il Socialismo del XXI Secolo, di cui Hugo Chávez è stato il principale architetto, opera invece, fin dal suo inizio, su un terreno ontologicamente diverso. Chi ha appoggiato la rivoluzione bolivariana, e ancor di più quella “dei cittadini” in Ecuador o “degli indigeni” di Evo Morales in Bolivia, sapeva (o avrebbe dovuto sapere) che non stava appoggiando il Vietnam di Ho Chi Minh, né la Cuba di Che Guevara, quella che oggi rivendica di “inviare medici e non bombe”: anche a governi italiani di destra, come abbiamo visto in Italia. Le cose stanno così perché non ci sono state rivoluzioni, o cambi radicali in Europa, e nei paesi capitalisti dove si decide il costo del lavoro e si decidono le guerre imperialiste. E dove ai guerriglieri sconfitti, ma non arresi, viene negato il diritto di parola. In Venezuela, le parole di Brecht o di Fanon offrono ancora gli strumenti per smontare le distorsioni prodotte dalla propaganda odierna e dalla “filosofia del frammento”, ma in un altro contesto storico. Così, l’unione civico-militare di un esercito “pacifico, però armato” viene apparentata alla “guerra di tutto il popolo” di Ho Chi Minh, e il centenario di Frantz Fanon, Malcolm X e Lumumba viene celebrato in nome di un “nuovo umanitarismo”, da imporre più con la forza del progetto trasformativo che con quella della coercizione statale. Equivoco o sfida da cogliere anche per chi, pur guardando in faccia il nemico, pur senza sottrarsi, scommette di non trasformarsi nella bestia che si vuole combattere? Una sfida che, comunque, dovrebbe piacere a chi, in Europa, ha fatto della “non violenza” un principio assoluto. Il pulpito di chi ha guardato in faccia la questione, dal punto più alto e più ostico della lotta di classe in Europa – la lotta armata – non consente di proporre assoluti: né entusiasmi senili per un realismo senza socialismo, né voli pindarici che trasformino gli strumenti in principi, tanto astratti da addormentare o paralizzare. Chi critica da “ultrasinistra” il negoziato per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores, evocando la necessità di una risposta armata definitiva o di un sacrificio estremo (posizione, peraltro, inesistente, in Venezuela, e solo ventilata da fuori), ignora la lezione gramsciana che il chavismo ha fatto propria: la rivoluzione è una guerra di posizione lunga, estenuante, che si gioca dentro e contro le istituzioni borghesi. Smantellare lo Stato borghese dall’interno non significa soccombere ad esso, ma occuparne le crepe per costruire potere popolare, dice la rivoluzione bolivariana. In questa logica, il presidente e la “primera combatiente” non sono solo figure individuali, ma garanti della stabilità istituzionale e della pace. La loro incolumità è la condizione necessaria affinché il processo rivoluzionario non scivoli nel caos sanguinario che l’imperialismo ha già testato in Libia o in Siria. Mentre il comunismo del Novecento operava per rottura violenta, il socialismo bolivariano opera per trasformazione egemonica. La logica di Stalin arrivava a sacrificare il figlio per salvare il principio dell’uguaglianza nel dolore. La logica di Chávez, di Maduro, e ora della presidenta incaricata Delcy Rodriguez è quella di proteggere la leadership per salvare il legame sociale e il diritto alla vita del popolo. La ricerca di un negoziato nel caso del sequestro del 3 gennaio non viene intesa dunque come un cedimento, ma come un atto di maturità politica in un contesto di ricatto inedito. Chi invoca la lotta armata fino all’estremo sacrificio (in casa d’altri), dimentica che l’obiettivo del socialismo bolivariano non è la morte eroica, ma la “suprema felicità sociale”. Il ricatto del sequestro punta, invece, proprio a spingere la Rivoluzione verso un vicolo cieco di violenza che giustificherebbe l’annientamento totale. Serve quindi lucidità per contrastare i fascisti venezuelani scatenati nelle accademie italiane in veste di “difensori della democrazia contro la dittatura”, fiancheggiati da quei presunti “chavisti” che, alleandosi con le destre, hanno contribuito a costruire la narrativa che ha portato all’attacco. Questa strana alleanza punta anche adesso alla destabilizzazione per favorire l’occupazione del paese e imporre l’ordine egemonico nordamericano. Quanti più spazi si riesce a sottrarre al fascismo, è dunque un guadagno per la rivoluzione. Negoziare, peraltro, non significa tradire. La storia è piena di ritirate strategiche che hanno salvato la Rivoluzione: nel 1954, Ho Chi Minh firmò la pace di Ginevra. Accettò la divisione del Vietnam per consolidare il Nord e preparare la vittoria finale, nonostante le critiche dei massimalisti. In questo secolo, nel 2007, l’amnistia di Chávez liberò i golpisti del 2002 per isolare l’ala violenta e rafforzare la legalità rivoluzionaria. E gran parte della guerriglia colombiana accettò il passaggio dalla lotta armata alla lotta politica, anche per preservare la vita delle comunità. E, anche ora, nel parlamento venezuelano si sta discutendo un’amnistia generale proposta dalla presidente incaricata. C’è, invece, una sinistra che sembra amare solo le rivoluzioni sconfitte, i martiri caduti e le bandiere insanguinate. È una sinistra che critica il negoziato perché lo vede come un compromesso, quando in realtà è l’uso tattico (e anche obbligato) della diplomazia di pace (e della diplomazia proletaria, come stanno dicendo gli operai invitando i lavoratori alla solidarietà mondiale) in un momento di asimmetria militare. Contestualizzare e difendere la linea del negoziato significa capire che oggi la resistenza si misura nella capacità di mantenere lo Stato funzionante, di garantire il pane e la salute, e di riportare a casa i leader scelti dal popolo. Il socialismo bolivariano non cerca la gloria del martirio, ma la concretezza della vittoria. Non abbiamo – dice – bisogno di eroi morti, abbiamo bisogno di una rivoluzione viva e capace di farcela da una posizione di dignità, come dimostra la fermezza di Cilia Flores che, pur potendo salvarsi dal sequestro, è rimasta al fianco del compagno e del progetto politico. Come ci ha insegnato Lenin, i comunisti a volte devono passare per porte strette, sapendo che possono perdere qualche piuma e perfino la coda, ma l’importante è non perdere la testa che continua a guardare all’orizzonte. Il mantenimento del potere politico è la precondizione per qualunque trasformazione sociale. Cedere al ricatto dell’imperialismo o scivolare nella provocazione violenta significa consegnare il paese all’occupazione definitiva, e a litanie simili a quelle del “ce lo chiede l’Europa” per imporre la tagliola sui diritti delle classi popolari. Non siamo più, d’altronde, nel cuore del Novecento, ma in un complesso contesto internazionale, governato dai meccanismi del mercato anche ove si disegna la possibilità di un mondo multicentrico e multipolare. E siamo nel pieno di una guerra ibrida, multidimensionale, dove il nemico non cerca solo di conquistare territorio, ma di distorcere la psiche collettiva e l’architettura istituzionale di un popolo attraverso quella “balcanizzazione dei cervelli” che mira a distruggere l’identità nazionale e il consenso internazionale. È ormai chiaro che, dietro le parole d’ordine della “democrazia” e della presunta crociata contro il narcotraffico si cela la Codicia extrapesada, come recita un nostro recente libro sulla relazione fra potere e petrolio in Venezuela: la brama esistente per una risorsa che, pur in via di esaurimento, costituisce l’oggetto di una contesa geopolitica per un modello di sviluppo, quello capitalista, in crisi strutturale e di prospettiva. Questa brama è di natura interna ed esterna. Chi critica oggi la presunta arrendevolezza del Venezuela, ignora che il progetto bolivariano è bersaglio dell’imperialismo perché ha osato mettere il petrolio al servizio dei popoli e non solo dei mercati. Bisogna rispondere per le rime a chi, da una sinistra europea spesso imbelle, critica oggi il processo bolivariano lanciando bordate “puriste”, sospinto dalle “bombe cognitive” chiamate fake-news. Ma cosa hanno fatto questi critici per evitare che le “sanzioni” strangolassero il Venezuela? Dov’erano mentre il blocco finanziario impediva l’acquisto di cibo e medicine? Dov’erano mentre si sequestravano le raffinerie di Citgo e le riserve d’oro del Venezuela a Londra? Sono forse scesi in piazza tutti i giorni per dire “no” all’illegalità di misure coercitive unilaterali contro un paese pacifico o contro il bloqueo a Cuba? No, in molti hanno prima appoggiato l’autoproclamato Juan Guaidó, e poi applaudito al premio Nobel per la pace dato alla trumpista Maria Corina Machado. È troppo facile fare i “puristi” della rivoluzione con il sedere al sicuro nelle democrazie liberali. Dal pulpito di certi bollettini, si critica il negoziato per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores come se fosse un cedimento e non un passaggio obbligato, ma la domanda è brutale: chi è disposto oggi a immolarsi con un fucile in mano, dentro e fuori dal Venezuela? Nessuno di questi critici “radicali” è pronto all’estremo sacrificio, eppure pretendono che il popolo venezuelano scelga il suicidio collettivo per soddisfare il loro narcisismo della sconfitta. E per poi, magari, criticarli in nome della “non violenza”. A chi esige il martirio altrui, risponde un post del rivoluzionario basco Agustín Otxotorena: “Vedo alcuni insultare dalla Spagna Delcy per aver tentato di frenare il saccheggio e la distruzione militare del Venezuela attraverso la diplomazia e l’accordo. Ricordo loro che in Spagna ci sono diverse basi degli Stati Uniti e possono lanciarsi quando vogliono a praticare la lotta armata contro l’esercito nordamericano. Per dare l’esempio rivoluzionario. Insultare, calunniare ed esigere fuoco e morte da una tastiera a 8.000 chilometri di distanza, mentre ti copri con la copertina a casa o ti bevi un vino al bar, definisce te, non il Venezuela, né il chavismo, né Delcy.” Oggi la IA e la manipolazione mediatica agiscono come armi di distrazione di massa e per capovolgere simboli e senso: si sdoganano i fascismi, palesi o mascherati, e si criminalizza la resistenza bolivariana, e quella di classe nei singoli paesi. D’altro canto, secondo le indicazioni lasciate dal presidente Maduro, la classe operaia venezuelana è preparata anche a “bruciare i pozzi”, ma segue la linea del governo: aprire brecce e guadagnare tempo. E così fa il movimento delle donne, che ha lanciato la Brigata internazionale Cilia Flores. Difendere il Venezuela oggi significa difendere il diritto internazionale e la “tenerezza dei popoli”, che non è un sentimento debole, ma la forza di chi non perde la testa mentre attraversa la tempesta. Geraldina Colotti
February 18, 2026
Pressenza
Il problema siamo noi
Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale «Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito. La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali differenti. La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali. In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda: cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui? CONTRADDIZIONI ETICHE E FINANZIAMENTI Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni tra valori dichiarati e contesto istituzionale, un tema comune in molti movimenti sociali. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS, iniziative di consumo critico e reti orizzontali come l’EZLN o Wu Ming 1, dove il volto del leader cede spazio al “noi” e ai processi condivisi. Pur dando l’impressione di frammentazione, queste reti possono dimostrare pluralità, diversità di approcci e cooperazione orizzontale in caso di emergenze³. Movimenti come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono stati criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Anche in Europa, la criminalizzazione del dissenso colpisce chi pratica forme di protesta non violenta ma destabilizza la cornice culturale dominante. Nessuno è privo di contraddizioni: persone come Madre Teresa, anche Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate⁴ : la reazione scandalizzata spesso riflette identificazione individualista, quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. RESISTENZE STORICHE E ATTUALITÀ DEI CONFLITTI Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. L’asimmetria del conflitto – tecnologica, militare o giuridica – è centrale per interpretarne la legittimità. Questo quadro storico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”. Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali. Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano centri strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non significa condividerle o praticarle, ma evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale. Nel continente americano, manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione e procedimenti giudiziari — anche giornalisti, osservatori e mediatori — sollevando gravi preoccupazioni per i diritti civili. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, come evidenziano le azioni dell’ICE negli USA e le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano crimini ambientali. La violazione dei diritti umani è documentata e dimostra come nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, sia risparmiata. Questa distinzione etica resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali extra europei. In Europa, attivisti e movimenti definiti altrove “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, suscitano disagio, così come accade quando voci afrodiscendenti italiane denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. PROSPETTIVA DECOLONIALE In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali⁵. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra e non è sempre legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società. Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica o o restano gerarchiche? Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Noam Chomsky. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile: qual è la differenza tra democrazia e dittatura? NOTE A PIÈ DI PAGINA ¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è stata criticata per violazioni del giusto processo, come detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista. ² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza. ³ Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva. ⁴ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995); in almeno un’occasione ricevette cure mediche all’estero per problemi cardiaci e respiratori, in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici spesso assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata e per il suo rapporto con il sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014); José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore. ⁵ Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR. Organizzazioni per i diritti umani segnalano che misure preventive e penali colpiscono anche proteste non violente. Valentina Fabbri Valenzuela
February 18, 2026
Pressenza