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Cuba, inizia la distribuzione del petrolio russo
Cuba ha iniziato a distribuire in diverse provincie le 100.000 tonnellate di petrolio ricevuto dalla Russia trasportate dalla petroliera Anatoli Kolodkin, ha annunciato Irenaldo Pérez Cardoso, vicedirettore dell’Unione Cuba-Petrolio (CUPET), nel mezzo della crisi energetica causata dal blocco statunitense. Vengono distribuiti benzina, gasolio e gas liquefatto, dando la priorità alla generazione di elettricità e ai servizi essenziali. Pérez Cardoso ha spiegato che la lavorazione del greggio continua e può richiedere da 12 a 15 giorni e che la produzione giornaliera inizierà immediatamente il suo viaggio verso i centri di consumo, utilizzando camion, treni e navi che la porteranno nella regione orientale e nella Isla de la Juventud. Secondo la stima di Pérez Cardoso, però, il petrolio russo coprirà solo circa un terzo della domanda nazionale mensile. “Non risolve l’intero problema energetico, ma costituisce un’importante tregua in mezzo all’assedio imposto”, ha dichiarato. “Una petroliera russa è arrivata a Cuba. È un fatto significativo, di sostegno e vicinanza in situazioni difficili come hanno sempre fatto la Russia e il fratello popolo russo”, ha detto il presidente, Miguel Díaz Canel,  commentando a RT l’arrivo del greggio a sull’isola. Il leader cubano ha aggiunto che i primi benefici dell’arrivo del petrolio russo saranno visibili tra pochi giorni. “Ci sono persone che si chiedono: ‘Beh, perché se la nave è arrivata qualche giorno fa non si vede ancora l’impatto?’. Perché è arrivato petrolio greggio che deve essere raffinato, dopo la distribuzione, da oggi o domani si inizieranno a vedere i risultati dell’aiuto russo”. La petroliera Anatoli Kolodkin è arrivata a Cuba alla fine di marzo con circa 100.000 tonnellate di petrolio, la prima ad arrivare a Cuba da mesi, dopo che gli Stati Uniti hanno costretto il Venezuela e il Messico a tagliare la fornitura di energia all’isola. Cuba non ha ricevuto alcuna fornitura di petrolio dal 9 gennaio, il che ha causato una crisi energetica. All’inizio di aprile il Ministro dell’Energia russo Sergei Tsiviliov ha affermato che la Russia si sta preparando a spedire una seconda petroliera sull’isola caraibica e assicurato che non avrebbe lasciato solo il popolo cubano. Intanto il Messico, la Spagna e il Brasile hanno annunciato l’aumento degli aiuti a Cuba. I governi delle tre nazioni hanno firmato un documento in cui parlano della complessa situazione che la nazione caraibica sta attraversando a causa del blocco degli Stati uniti. “Esortiamo ad adottare le misure necessarie per alleviare questa situazione e a evitare azioni che aggravino le condizioni di vita della popolazione, o siano contrarie al diritto internazionale”, hanno sottolineato nel testo. Inoltre, si sono impegnati “ad aumentare in modo coordinato la risposta umanitaria volta ad alleviare la sofferenza del popolo cubano”. In precedenza la presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha chiesto, durante la sua partecipazione al IV vertice in difesa della democrazia, che i Paesi presenti all’evento raggiungessero un accordo per condannare gli attacchi contro la più grande isola delle Antille. (RT, Sputnik) www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
April 20, 2026
Pressenza
UCRAINA: “LA CRISI UMANITARIA COINVOLGE 13 MILIONI DI PERSONE”, MENTRE RUSSIA-UNGHERIA SIGLANO UN ACCORDO DI COOPERAZIONE
Prosegue la guerra con le sue conseguenze umanitarie in Ucraina, mentre Ungheria e Russia hanno siglato un accordo di cooperazione in 12 punti per rafforzare i legami economici, energetici e culturali. In risposta, Kiev esorta gli Stati Uniti a riportare l’attenzione sulla guerra alle porte dell’Europa. “Riteniamo che sia giunto il momento di una risolutezza sufficiente a costringere Mosca a cessare il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina”, ha scritto il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova giudica una “schiacciante sconfitta” l’approccio degli Usa e Israele di un ‘attacco non provocato’ contro l’Iran. Ma qual è la situazione umanitaria sul campo dopo oltre 4 anni di guerra? Lo abbiamo chiesto a Luca Rifiorati, coordinatore del programma di Emergency in Ucraina. Ascolta o scarica Per approfondire le cause del conflitto e la situazione sul campo di battaglia, Emergency organizza un incontro a Milano per presentare il libro della giornalista Marta Serafini intitolato “Brevissima storia del conflitto tra Russia e Ucraina”. L’appuntamento è per giovedì 9 aprile alle ore 19 presso Casa Emergency in via Santa Croce 19.  “Il libro ripercorre le origini e lo sviluppo del conflitto tra Russia e Ucraina, dalle proteste di Maidan del 2013-2014 fino alla guerra su larga scala iniziata nel 2022, offrendo un inquadramento storico e geopolitico degli eventi. Attraverso analisi e testimonianze dirette dal campo, vengono esplorate le recenti evoluzioni e le conseguenze del conflitto. L’incontro sarà inoltre occasione per confrontarsi sul recente report di Emergency “Care and Community in Wartime” insieme a un medico di Emergency collegato dall’Ucraina. L’obiettivo è comprendere come la guerra abbia trasformato vite, città e memoria collettiva, mettendo in luce il legame tra la resistenza ucraina e il destino dell’Europa”.
April 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Rintracciate le due barche disperse della Flotilla Nuestra América
Le due imbarcazioni della Flotilla Nuestra América che si stavano dirigendo verso Cuba, date per disperse nel Mar dei Caraibi, sono state rintracciate, riferisce la Reuters. Erano partite lo scorso fine settimana dalla Isla Mujeres, nello Stato messicano di Quintana Ro e sono state fortunatamente rintracciate a circa 80 miglia a nord-ovest  dalle coste cubane dalla Marina messicana, che ha inviato una nave per prestare gli aiuti necessari. “Le barche continuano il viaggio verso L’Avana per completare la loro missione: consegnare aiuti umanitari urgenti al popolo cubano,” ha dichiarato un portavoce della Flotilla Nuestra América.” Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Redazione Italia
March 28, 2026
Pressenza
Scomparse due imbarcazioni che portavano aiuti a Cuba
Due imbarcazioni partite dal Messico con destinazione L’Avana, parte della Flotilla Nuestra América, che trasportavano aiuti umanitari all’isola, risultano disperse nel Mar dei Caraibi. Entrambe le barche a vela sono salpate lo scorso fine settimana da Isla Mujeres, nello Stato messicano di Quintana Roo. L’obiettivo era quello di portare aiuti umanitari alla nazione delle Antille dopo l’inasprimento delle sanzioni statunitensi nei suoi confronti. Le piccole imbarcazioni trasportavano cibo, oggetti, medicinali e pannelli solari, per cercare di alleviare le gravi difficoltà energetiche sull’isola, che da tre mesi soffre di un blocco dei carburanti da parte di Washington, oltre al sessantennale blocco economico, commerciale e finanziario Secondo i rapporti preliminari, le barche a vela non erano della Marina del Messico, ma facevano parte del convoglio civile della cosiddetta Flotilla Nuestra América, che è arrivata questa settimana sull’isola per portare alimenti, generi di prima necessità, pannelli solari e altri materiali alla popolazione cubana. La Marina messicana ha comunicato che entrambe le imbarcazioni dovevano arrivare a Cuba tra il 24 e il 25 marzo. Di fronte alla loro assenza, è stato attivato il protocollo di emergenza corrispondente e in conformità con la responsabilità dello Stato messicano di salvaguardare la vita in mare. Al momento sono state dispiegate unità di superficie e aerei del tipo Persuader lungo la rotta percorsa dalle due imbarcazioni dal Messico a Cuba. Inoltre, viene mantenuto il coordinamento internazionale con Polonia, Francia, Cuba e Stati Uniti, nonché con le rappresentanze diplomatiche dei Paesi di origine delle persone a bordo. Sulle due piccole imbarcazioni viaggiavano nove persone – sei uomini, due donne e un bambino di tre anni. Altre imbarcazioni hanno subito ritardi nel loro arrivo all’Avana a causa delle condizioni meteorologiche. Tuttavia, finora non si sa quando o cosa abbia causato la perdita di comunicazione con le barche a vela scomparse. “E’ stata lanciata l’allerta dei Comandi Navali della Quinta Regione Navale, con sede a Isla Mujeres e Yucalpetén, così come delle Stazioni Navali di Ricerca, Salvataggio e Sorveglianza Marittima (ENSAR,) oltre a emettere avvisi alla comunità marittima, allo scopo di espandere le capacità di localizzazione”, ha spiegato la Marina messicana. Il presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha espresso “particolare preoccupazione” per la scomparsa delle due imbarcazioni. “Dal nostro Paese facciamo tutto il possibile nella ricerca e nel salvataggio di questi fratelli di lotta”, ha dichiarato. (RT) Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Redazione Italia
March 27, 2026
Pressenza
La Flotilla Nuestra America sbarca a Cuba accolta da una folla festante
Cuba non è sola: questo è il messaggio che ha portato con sé la piccola ma importantissima imbarcazione finalmente giunta all’Avana e ribattezzata Granma 2.0, in onore di quella che nel 1956 portò a Cuba gli 82 iniziatori della rivoluzione. Non è un semplice slogan, ma il motivo trainante di tutte le iniziative che accompagnano il sostegno e la solidarietà a Cuba, è l’impegno che i popoli del mondo si sono assunti nei suoi confronti. L’arrivo della Flotilla Nuestra America era previsto alle prime luci dell’alba del 24 marzo e una grande folla di attivisti, giornalisti, esponenti politici e sociali e gente comune si è assiepata lungo le transenne che delimitano lo specchio d’acqua del porto, scrutando l’ingresso della baia. Il molo di attracco non è grandissimo e pertanto è stato consentito solo a un ristretto numero di persone di avvicinarsi il più possibile; per non rischiare di perdere questa irrinunciabile evento quindi mi sono presentato a notte fonda insieme al mio inseparabile compagno cubano Héctor. L’imbarcazione avrebbe dovuto arrivare nei giorni scorsi, ma a causa del mare mosso e di un successivo guasto i tempi si sono dilatati fino al 24 marzo, quando l’emozione alla vista di quella piccola nave ha sovrastato qualunque altro sentimento. A causa dei lunghi black-out, sono riuscito a scrivere solo ora questo emozionante resoconto. Il molo si è riempito di musica, di urla di gioia, di benvenuto, di speranza e di sostegno per questo incredibile gesto di solidarietà che arriva in un momento difficilissimo per l’isola; ma non sono solo i materiali, i farmaci e gli alimenti che riempiono la stiva del Granma 2.0 a essere importanti; la cosa più importante è la dimostrazione tangibile che i popoli di mezzo mondo sono al fianco di Cuba. I popoli… non la stragrande maggioranza dei governi, pavidi, che non hanno mai adottato la benché minima azione concreta a sostegno di questa piccola ma importantissima nazione. La potenza di questa iniziativa, alla quale hanno aderito 120 associazioni di solidarietà con Cuba, dimostra ancora una volta che la rivoluzione cubana è radicata nel cuore di milioni di persone rappresentate qui oggi da questa moltitudine festante; gli eventi degli ultimi giorni, con il recente arrivo di centinaia di attivisti del Convoy europeo, ne sono la prova tangibile. E’ stata una giornata indimenticabile: gli attivisti a bordo della flotilla sono stati letteralmente assorbiti dalla folla che li aspettava, mentre felicità e commozione si mescolavano a baci e abbracci. I giornalisti e le loro troupe giunti da ogni angolo del mondo hanno dovuto attendere pazientemente il proprio turno per ottenere le tanto agognate interviste, tanto erano ambiti i partecipanti. Molti degli attivisti a bordo del Granma 2.0 facevano parte anche della Global Sumud Flotilla che l’estate scorsa ha tentato di rompere l’assedio di Gaza, a dimostrazione dell’internazionalismo del movimento di solidarietà verso i popoli oppressi. Faccio ritorno in Italia con un nuovo enorme bagaglio di conoscenze, di esperienze, di rinnovati vigore ed impegno per aiutare questa piccola ma indomita isola che combatte da tanto, tantissimo tempo, una guerra che non ha mai voluto e che non merita.     Redazione Italia
March 25, 2026
Pressenza
Nuestra América Convoy, incontri di solidarietà a Cuba
Gli attivisti europei giunti a Cuba come parte della campagna Let Cuba Breathe hanno visitato l’Instituto Finlay de Vacunas per conoscere i progetti di ricerca e produzione di vaccini che hanno dato a Cuba un ruolo di rilievo nell’ambito scientifico internazionale. “Grazie per la speranza e la certezza che ci state dando: Cuba non è sola!” ha dichiarato il direttore aggiunto dell’istituto, sottolineando il valore simbolico della solidarietà internazionale. Solidarietà e aiuto concreto sono giunti anche dagli Stati Uniti, con una delegazione composta da medici, avvocati, sindacalisti, professori e attivisti organizzata dal gruppo pacifista CodePink in collaborazione con l’Internazionale Progressista e Cuban Americans for Cuba. La delegazione ha portato a Cuba farmaci e forniture mediche per gli ospedali e le strutture sanitarie. Nell’Incontro di solidarietà che si è tenuto al Palazzo delle Convenzioni all’Avana con la presenza del presidente cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Medea Benjamín, cofondatrice di CodePink, ha dichiarato: “Provo orrore vedendo quello che il nostro governo sta facendo contro il popolo di Cuba. Per questo è importante essere qui come cittadini degli Stati Uniti e affermare che Trump non si prenderà Cuba per farne quello che vuole.” Foto: Enrique González (Enro)/ Cubadebate. Medea Benjamin aveva già condannato senza mezzi termini l’embargo americano. “Ci rifiutiamo di stare in silenzio mentre il nostro governo porta avanti una spregevole campagna di guerra economica, privando un Paese di carburante, medicine e beni essenziali per la vita.” Fonti: https://www.codepink.org/ http://www.cubadebate.cu/ Pressenza IPA
March 21, 2026
Pressenza
Cuba fra menzogne e propaganda
Osservate bene l’immagine sotto il titolo dell’articolo: questa è solo una parte dell’enorme galassia di piattaforme web, televisioni, radio, pagine social ecc. create e finanziate direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti per diffondere nell’isola ed all’estero ogni tipo di menzogna e falsità contro Cuba e la sua rivoluzione. Il principale ente finanziatore di questo apparato è l’USAID, il paravento utilizzato dall’impero del male per mascherare i propri interventi nei Paesi stranieri, ma spesso i finanziamenti arrivano direttamente dal Dipartimento di Stato. In questo panorama di guerra mediatica uno in particolare, El Toque, è quello che si incarica di danneggiare maggiormente l’economia dell’isola; si tratta di un presunto sito di analisi economiche, ovviamente con base a Miami, dove ha sede la peggiore mafia anticubana, che ogni giorno, a sua discrezione, stabilisce il valore di cambio del peso cubano (CUP) nel mercato nero dell’isola, valore che non ha nulla a che vedere con il cambio ufficiale. Per fare un esempio fino allo scorso anno il cambio ufficiale era di 140/150 CUP per un euro e poco meno per un dollaro, quindi lo straniero che intendeva cambiare ad esempio 100 euro a Cuba si recava in una banca o in una Cadeca (casa de cambio) e riceveva 14.000 CUP; contemporaneamente però nelle strade si trovavano persone con le tasche gonfie di pesos cubani che offrivano un cambio molto, molto più alto, attorno ai 300/350 CUP per un euro/dollaro e quindi 30/35.000 CUP. Personalmente mi sono sempre rifiutato di cambiare euro nelle strade, perché questo significa inflazionare ulteriormente il già scarso valore della moneta cubana, ma questo scrupolo sono ben pochi a farselo e la maggioranza delle mie conoscenze mi ha sempre dato dello stupido; è possibile che io sia stupido, ma di sicuro non sarò mai complice. Quel valore di cambio al mercato nero lo stabilisce El Toque, obbedendo agli ordini dei finanziatori nordamericani, con il chiaro intento di deprezzare la moneta nazionale.  Vista la situazione il governo cubano, nel tentativo di estirpare questo chiarissimo disegno criminale, ha elevato il valore di cambio ufficiale portandolo attorno ai 530/540 CUP per un dollaro/euro, così da spazzare via qualunque tipo  di contrattazione illegale. Qualcuno vuole provare a indovinare cosa è accaduto? In meno di dodici ore El Toque ha pubblicato i nuovi importi da applicare al mercato nero, che in questo momento rasentano i 600 CUP per un dollaro/euro e non cessano di salire. Nella situazione del Paese non era cambiato nulla perché un vero portale di analisi economiche potesse esprimere valutazioni differenti da quelle del giorno prima; è quindi del tutto evidente che il compito di El Toque è unicamente quello di distruggere l’economia interna cubana. Un portale straniero che si arroga il diritto di stabilire quale debba essere il valore di cambio illegale della moneta di un’altra nazione: questo è El Toque. Occorre però porsi una domanda: El Toque può scrivere quello che vuole, ma se non ci fossero i cambiavalute illegali nelle strade rimarrebbe solo uno dei tanti portali anticubani. Dove vanno quindi questi cambiavalute illegali a riempirsi di pesos da offrire agli stranieri se lo stipendio di un lavoratore qui non supera i 10.000 CUP? E’ fin troppo evidente che si tratti di un traffico organizzato, diretto e finanziato da chi ha come unico scopo quello di causare il default economico del Paese, e chi sono gli unici a volere questo? Sempre loro, quelli che si trovano a 90 miglia a nord dell’Avana…. Tutti gli altri siti web ed organi di (dis)informazione di cui sopra hanno lo scopo di diffondere ogni sorta di falsità contro Cuba, alcune della quali risultano persino patetiche tali sono le assurdità che propinano e quindi dubito che abbiano molto seguito. L’ultima in ordine di tempo di questa montagna di menzogne è quella secondo la quale gli aiuti umanitari provenienti dal Messico giunti all’Avana circa una settimana fa sarebbero stati venduti dal governo cubano per ingrassare le tasche non si sa bene di quali e quanti politici…. Ve li mostro io, eccoli qui: Héctor, il “fratello” cubano che mi ospita, sua moglie e sua figlia ricevono regolarmente gli aiuti alimentari che vengono prontamente distribuiti dal governo alla popolazione tramite la “libreta” o “canasta basica”. Cos’è la libreta, o canasta basica? Nel mondo occidentale abituato alla mentalità capitalista questo è un concetto praticamente sconosciuto, mentre nella società socialista cubana è il fondamento della vita civile della nazione: lo Stato si fa carico di fornire ad ogni suo cittadino, qualunque sia il suo reddito, un’abitazione e una fornitura di alimenti di base secondo la composizione di ciascun nucleo familiare, per garantirne la sussistenza; senza dimenticare che a Cuba l’istruzione è universale e gratuita fino alla laurea ed egualmente universale e gratuita è la sanità. E’ sempre stato così dal giorno del trionfo della rivoluzione; la solidarietà sociale di questo straordinario popolo esprime così la propria umanità. Chi ha qualche anno sulle spalle come me ricorderà (perché lo abbiamo studiato, non perché lo abbiamo vissuto) che anche in Italia esisteva qualcosa di simile, anche se non uguale, la famosa tessera annonaria istituita in piena Seconda Guerra Mondiale. Il sistema cubano di assegnazione delle abitazioni, della sussistenza alimentare e delle prestazioni sanitarie purtroppo negli ultimi anni ha subito gravi ridimensionamenti a causa del bloqueo, ma se andate a leggero quello che diffondono gli scrivani sotto dettatura che formano l’esercito mediatico dei servi dell’impero troverete scritto che no, il bloqueo non esiste, che è una invenzione del “regime” cubano, che la responsabilità della situazione dell’isola è da attribuire all’incapacità del governo di guidare il Paese, o che il sistema socialista è una sventura per il popolo cubano, che dovrebbe invece gettarsi fra le braccia amorevoli del capitalismo. Fortunatamente il 98% del popolo cubano sa benissimo come stanno realmente le cose, perché le vede e le vive, mentre il rimanente 2% sono i soliti “gusanos”, persone di scarse se non nulle conoscenze, molto facilmente manipolabili e quindi servi sciocchi dell’impero. Alcuni sono addirittura nostalgici della dittatura di Batista, quando L’Avana era la casa dei divertimenti di ricchi gangster e mafiosi newyorkesi e il Paese era spartito fra ricche oligarchie e grandi aziende nordamericane, mentre il popolo era solo carne da lavoro. Spessissimo qui mi capita di sentir ripetere una frase del Che pronunciata all’Università Alma Mater dell’Avana di fronte agli studenti e poi divenuta famosa: “No se puede confiar en el imperialismo ní tantito así, nada!”, ossia “Non ci si può fidare dell’imperialismo nemmeno un pochino, per niente!” Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
L’European Convoy to Cuba è arrivato all’Avana
Più di cento attivisti e sindacalisti e quattro eurodeputati, in rappresentanza di una rete internazionale di solidarietà che comprende  19 Paesi, tra cui Italia, Marocco, Francia, Svizzera, Grecia e Spagna sono atterrati all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana, a Cuba, con aiuti umanitari e medicine per mezzo milione di euro. Applausi e grida di gioia hanno accolto il loro arrivo. Grazie al contributo di grandi organizzazioni e di oltre 700 donatori individuali, si sono raccolti fondi per 45.000 euro. L’eurodeputata Ilaria Salis, che ha viaggiato insieme ai colleghi Mimmo Lucano, Emma Fourreau e Marc Botenga, ha dichiarato: “Questa è l’Europa solidale con il popolo cubano, che vive una situazione ingiusta e precaria. Credo che la fratellanza tra i popoli sia la base, sia il modo di superare la violenza” ha concluso, sollevando lo sguardo per parlare di un futuro senza frontiere. Mimmo Lucano le ha fatto eco esprimendo la sua ammirazione per Cuba e la sua resistenza all’impero americano. Sabato 21 marzo è previsto l’arrivo via mare dal Messico del Convoy Nuestra América, che si unità a questa manifestazione di solidarietà e aiuto concreto a un popolo che resiste da decenni al blocco americano. Fonte: http://www.cubadebate.cu/ Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra. Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania, laddove i diritti sono negati. Quali sono state le maggiori difficoltà? Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma (ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna prova in questo senso. Come vi finanziate? In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione  che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune fondazioni private.  Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia. Ci sono ancora? Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati, vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese. Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni? Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti, si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco. Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di loro sono stati accolti. È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che ci sia un internazionale tuteli i palestinesi? Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più. Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al governo, all’occupazione? Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani, come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie. Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via perché non riescono a vivere in quel contesto. Ma vanno tutti tre anni nell’esercito. Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia, dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e addirittura chi si toglie la vita.  Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare? Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il tempo si era fermato.  Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare? E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete. Quali erano i rapporti con Hamas? C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori. Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi (certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio, che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo pubblico palestinese. Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di accerchiamento e di reclusione? Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane, anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili, ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie. E adesso? Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai 13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio psicologico, di gruppo o individuale. Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis. Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il nostro personale è composto da 45 persone. Un altro problema: come fate con il materiale didattico? Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili per le famiglie.  E la corrente elettrica? Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i pannelli solari. Gli aiuti non entrano. No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza. Come avvengono invece i trasferimenti di soldi? È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati bravissimi.  Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e per le loro famiglie. Che cosa possiamo fare qua? Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto, spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale. Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera tutti e tutte. Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano? Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce la facciano a uscire da questa situazione.  I coloni armati sono dei criminali istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella propaganda.   Andrea De Lotto
March 17, 2026
Pressenza
Viaggio a Cuba tra black out e solidarietà
5 marzo, primo giorno all’Avana di questo mio viaggio dell’anno 2026. Ci sono già stato, ma ogni volta il mio amore per questo Paese, per la sua  storia, per la sua rivoluzione non fa che aumentare; è per questo che, se tutto andrà come spero (e io farò tutto il possibile perché vada così) fra poco più di due anni mi trasferirò definitivamente qui. Detto questo iniziamo a parlare di questo Paese, unico al mondo per la sua resilienza, la sua tenace difesa della propria libertà, della propria indipendenza, della propria sovranità, una resistenza che dura da moltissimi anni, esattamente dal 1° gennaio 1959, giorno del trionfo della rivoluzione, al quale a breve fece seguito quello che comunemente viene definito embargo, ma che in realtà è un assedio. E’ come se Cuba fosse un antico maniero arroccato sulla cima di una montagna e circondato dall’assediante, che da allora ha messo in campo qualunque tipo di aggressione diretta e indiretta, coercizione, minaccia, sanzione contro chiunque intrattenga qualsiasi tipo di rapporto con l’isola. Solo pochissime nazioni che non hanno praticamente rapporti con gli Stati Uniti e quindi non subiscono i loro ricatti riescono caparbiamente a far arrivare qualcosa a Cuba. Assedio che, anche se sembrava impossibile, è stato da poco ulteriormente inasprito dall’attuale inquilino della Casa Bianca (personaggio che non voglio neppure nominare tanto mi disgusta); questo inasprimento riguarda come molti sapranno l’importazione di petrolio e derivati. Gli Stati Uniti infatti colpiscono con ogni tipo di sanzione i Paesi produttori che inviano petrolio a Cuba. Come si può facilmente immaginare questo ha conseguenze terribili; i trasporti sono solo l’ultimo tassello di un sistema basato quasi interamente sulla produzione di energia elettrica da centrali termoelettriche alimentate a combustibile fossile. Infatti i problemi più grandi riguardano tutte quelle attività che senza energia elettrica non possono soddisfare le necessità primarie del Paese, ospedali in primis. Immaginiamo se questo accadesse in Italia, ospedali e strutture sanitarie senza energia elettrica… Perciò non ho nessuna remora a parlare di assedio. Nell’emergenza quindi il governo cubano ha realizzato diverse contromisure, tra cui la destinazione delle risorse energetiche disponibili alle attività imprescindibili e il razionamento dei combustibili riguardo alle altre. Con notevole lungimiranza ha anche avviato una politica energetica fortemente orientata verso la produzione fotovoltaica: già nel mio primo viaggio, nel 2023, ho potuto vedere diversi parchi fotovoltaici che si estendevano lungo la carretera central, il lungo serpentone stradale che corre da est a ovest dell’isola. Allora si trattava di impianti estesi che avevano bisogno di ampi spazi e che ovviamente non possedevano batterie di accumulo, così che l’energia prodotta veniva immessa direttamente nella rete nazionale. Oggi, già che qui il sole non manca, oltre al continuo incremento di tali parchi è stata avviata e incentivata, anche con contributi statali, l’installazione di impianti con accumulo in ogni tipo di edificio pubblico e privato. Questo soprattutto grazie allo straordinario aiuto della Cina, che come credo tutti sanno possiede tecnologie avanzatissime anche in questo campo; passeggiando per l’Avana infatti si ha la possibilità di vedere che molte aree di piccole e medie dimensioni, fino a poco tempo fa abbandonate, ora vengano sfruttate per montare questi impianti. Oggi io stesso, che mi trovo qui anche per conto dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia Cuba (ANAIC) della quale faccio parte, ho svolto una missione che mi ha riempito il cuore. I circoli lombardi dell’ANAIC sono gemellati da oltre trent’anni con la delegazione dell’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) della provincia di Las Tunas; non è un gemellaggio formale, ma un rapporto vivo e dinamico, grazie a cui la solidarietà da semplice formula si trasforma di aiuto concreto. L’anno scorso, quando in quella provincia si ruppe l’unica TAC disponibile, senza possibilità alcuna di reperire i pezzi di ricambio per via del suddetto assedio, i circoli della Lombardia si fecero prontamente carico, con moltissime donazioni da parte dei soci, dell’acquisto dei necessari ricambi e del loro invio a Cuba. Oggi invece con una nuova raccolta fondi fra tutti i soci abbiamo risposto alla loro richiesta di aiuto proprio per installare un impianto fotovoltaico con accumulo per la somma di 8.000 euro. Consegnare di persona questo aiuto concreto nelle mani della segretaria dell’ICAP di Las Tunas Maria Romero Rodriguez è stato per me un momento molto emozionante. Tutto questo però non basta, perché il percorso per una definitiva liberazione energetica è lungo e complesso; al momento la produzione di energia da fonti alternative copre solo circa il 30% del fabbisogno nazionale, mentre gli Stati Uniti stanno facendo l’impossibile per soffocare il Paese, con effetti purtroppo evidentissimi. I black-out durano decine di ore e lasciano la popolazione in uno stato di grandissima frustrazione, che si mischia alla rabbia per un castigo collettivo inumano e crudele e purtroppo anche al risentimento e alla disperazione, che rischiano di far implodere la società cubana per la mancanza di ogni tipo di bene di prima necessità. E la situazione si aggrava di giorno in giorno… Anche il turismo è ridotto al lumicino e con la sua quasi totale scomparsa viene a mancare se non la principale, quantomeno una delle più importanti risorse del Paese. Gli interventi in tema energetico però non finiscono con il fotovoltaico; camminando per le vie dell’Avana si nota subito un silenzio abbastanza surreale, sia perché i veicoli con motore a combustione in circolazione sono pochi per via del razionamento di combustibile, ma soprattutto perché le strade sono piene di moto e piccoli veicoli a tre ruote totalmente elettrici di produzione cinese. Tornando al tema degli aiuti concreti, io e molti altri viaggiatori appartenenti a ogni tipo di associazione di sostegno a Cuba non veniamo mai qui a mani vuote, ma con una o più valigie piene di ogni tipo di farmaco, che come potrete immaginare per via dell’assedio non possono arrivare qui. Trasportiamo farmaci per amici, amici degli amici, conoscenti, parenti, ma soprattutto per ospedali e strutture sanitarie. E’ proprio quando si presentano le maggiori necessità che più si concretizza la solidarietà. All’Avana vive da anni un’italiana che definire straordinaria è poco: Barbara Iadevaia, cooperante della Comunità Italiani nel Mondo, nonché rappresentante dell’ASC (Associazione Svizzera Cuba) del Canton Ticino, costituisce il ponte della solidarietà fra l’Europa e Cuba. A lei viene consegnato ogni tipo di farmaco, medicamento e presidio sanitario e Barbara si incarica di organizzare la distribuzione in ogni angolo dell’isola. L’amore incondizionato di Barbara e mio per questo Paese e per questo popolo ci spinge a fare quello che facciamo, perché Cuba è sempre stata solidale con qualunque altra nazione e merita tutto il nostro aiuto e il nostro sostegno. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza