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Fermiamo la guerra contro l’Iran del Re Pazzo
Una lettera aperta ai membri del Congresso degli Stati Uniti di Jeffrey D. Sachs (*) – Common Dreams La guerra con l’Iran è una follia di Trump, ma è una vergogna per il Congresso non averla fermata. Cari membri del Congresso, In un discorso davvero delirante rivolto ai leader mondiali alle Nazioni Unite, Donald Trump ha dichiarato: «Ho una decisione
September 25, 2026
La Bottega del Barbieri
L’AIPAC all’assalto delle elezioni USA: 67 milioni contro i candidati critici di Israele
Sessantasette milioni di dollari per decidere chi può entrare al Congresso e chi deve essere fermato. In vista delle elezioni di MidTerm del 3 novembre, la rete di comitati legati all’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) ha già speso 67,2 milioni di dollari, più del doppio dei 29,3 milioni investiti nel ciclo 2021-2022. Il bersaglio sono soprattutto i candidati democratici progressisti che denunciano l’occupazione dei territori palestinesi, l’intensificarsi degli attacchi dei coloni in Cisgiordania, il genocidio a Gaza o l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti a Israele. Una campagna gigantesca, finanziata da una ristretta cerchia di miliardari, che interviene nelle primarie e nelle elezioni generali senza rivelare agli elettori il vero obiettivo dell’offensiva: nella quasi totalità degli spot finanziati dalla lobby, infatti, Israele non viene neppure nominato. La rete si muove attraverso due organismi direttamente riconducibili all’AIPAC e un comitato politicamente allineato. L’AIPAC PAC raccoglie fondi entro il limite federale di 5.000 dollari per ciascuna elezione e li versa direttamente ai candidati considerati affidabili. Lo United Democracy Project, il Super PAC dell’organizzazione, può invece spendere somme pressoché illimitate in campagne formalmente indipendenti e nel ciclo elettorale 2025-2026 aveva raccolto circa 104 milioni di dollari alla fine di giugno. Su un piano distinto opera il Democratic Majority for Israel PAC, formalmente autonomo dall’AIPAC ma schierato sulle stesse posizioni e concentrato sulle competizioni interne al Partito democratico. Il meccanismo è semplice, ma studiato per occultare agli elettori il vero obiettivo delle campagne. In numerose competizioni, contro candidati che criticano Netanyahu, chiedono di sospendere l’invio di armi a Israele o difendono i diritti dei palestinesi, l’AIPAC e i comitati della sua rete hanno finanziato massicce campagne pubblicitarie attraverso spot televisivi, volantini elettorali e inserzioni sui social. Il pubblico, però, non viene messo nelle condizioni di comprendere il legame tra quegli attacchi e le posizioni dei candidati su Israele. I messaggi colpiscono i candidati su questioni interne, dalla sanità alla criminalità, nascondendo il vero movente dell’offensiva: punire chi si discosta dalla linea filoisraeliana. Il banco di prova più clamoroso è stato il Michigan, che ospita una delle più numerose comunità arabo-americane degli Stati Uniti. Qui, il Super PAC dell’AIPAC ha speso 31,7 milioni di dollari, il maggiore investimento mai effettuato dall’organizzazione in una singola competizione, per sostenere la deputata moderata Haley Stevens e fermare Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo apertamente critico verso la condotta israeliana a Gaza. Nonostante l’enorme squilibrio di risorse, El-Sayed ha vinto le primarie. Operazioni analoghe, condotte direttamente dall’United Democracy Project o da Super PAC finanziati dalla stessa rete, hanno colpito Aisha Wahab in California e Melat Kiros in Colorado, entrambe critiche verso la politica israeliana. Persino Haaretz ha parlato della crescente «tossicità» dell’organizzazione nella politica americana. In alcuni casi, il fiume di denaro riversato contro un candidato può finire per accreditarlo come indipendente dai grandi interessi e rafforzarne il consenso. Ad alimentare questa potenza di fuoco è una cerchia ristretta che riunisce Wall Street, Silicon Valley, industria dell’intrattenimento, petrolio e grandi dinastie finanziarie. Tra i maggiori donatori figurano Paul Singer, fondatore di Elliott Management, che nel ciclo elettorale in corso ha speso complessivamente almeno 52,5 milioni di dollari sostenendo candidati repubblicani; Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management; il magnate Haim Saban; il cofondatore di WhatsApp Jan Koum e Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e finanziatore di organizzazioni legate a Israele. Quest’ultimo ha vietato a Macklemore di esibirsi al Gillette Stadium dopo che il rapper aveva gridato «Free Palestine» durante una precedente tappa del tour di Ed Sheeran. Proprio la famiglia Kraft, attraverso numerosi contributi, ha destinato diversi milioni ai tre principali comitati della rete. Completano il quadro le eredi e le rappresentanti di grandi patrimoni: Stacy Schusterman, proveniente dall’impero energetico di famiglia, insieme alla madre ha donato 4,675 milioni di dollari al Democratic Majority for Israel PAC; Deborah Simon, della famiglia che possiede gli Indiana Pacers, ne ha versati 3,5 milioni dal 2024. Il punto, dunque, non è soltanto quanto denaro l’AIPAC abbia riversato nella campagna elettorale, ma quanto potere una ristretta cerchia di miliardari possa esercitare sulla composizione del Congresso. Non serve comprare direttamente i voti: basta spendere senza limiti per favorire i candidati più fedeli, travolgere di pubblicità quelli sgraditi in modo da trasformare la critica a Israele in un costo politico. I 67,2 milioni già spesi serviranno a misurare la tenuta di questo sistema. Potrebbero piegare ancora una volta il voto alle esigenze della lobby, oppure, produrre l’effetto contrario, mostrando agli elettori ciò che le campagne pubblicitarie cercano di nascondere: chiunque metta in discussione l’appoggio incondizionato a Israele deve essere fermato prima che possa entrare al Congresso. The post L’AIPAC all’assalto delle elezioni USA: 67 milioni contro i candidati critici di Israele appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Michigan, tre settimane dopo le primarie:  due sviluppi che cambiano il quadro
Il 19 agosto, due settimane dopo le primarie democratiche del Michigan, scrivevamo che la vittoria di Abdul El-Sayed non dimostrava ancora che «i progressisti hanno vinto», ma che «in uno degli Stati decisivi degli Stati Uniti è cominciato un esperimento politico». Il quadro restava aperto: El-Sayed aveva vinto di misura, la sfida con il repubblicano Mike Rogers era ancora classificata come “Toss Up” e Gaza era ormai entrata direttamente nella politica interna. Il suo richiamo elettorale, tuttavia, non si esaurisce su Gaza: la campagna ha raccolto consenso anche su questioni quotidiane come sanità, costo della vita e influenza del grande denaro sulla politica. Pochi giorni dopo, due nuovi sviluppi rendono quell’esperimento ancora più interessante.1 AIPAC: da forza finanziaria a possibile costo elettorale Il primo riguarda AIPAC. Secondo Axios, alleati di Mike Rogers — pur essendo il candidato repubblicano noto per le sue posizioni filo-israeliane — hanno chiesto ad AIPAC di non fare pubblicità a suo sostegno nella campagna per novembre. Rogers ha parlato con il presidente di AIPAC, Michael Tuchin; il giorno successivo l’organizzazione ha accantonato un video pubblicitario già preparato contro El-Sayed.  È un passaggio notevole: nelle primarie AIPAC e gruppi collegati avevano speso più di 30 milioni di dollari contro El-Sayed. Ora gli alleati di Rogers temono che un sostegno troppo visibile dell’organizzazione possa diventare elettoralmente controproducente. Non significa che AIPAC abbia perso il proprio peso, ma suggerisce che il suo nome, almeno in Michigan, possa ormai rappresentare anche un costo politico.2 Da Gaza al ritorno di alcuni elettori Il secondo sviluppo viene da un reportage del Guardian a Dearborn e in altre comunità del Michigan. Il giornale ha incontrato elettori che nel 2024 avevano abbandonato i democratici per Gaza — votando “uncommitted”, Jill Stein o perfino Donald Trump — e che oggi stanno tornando, almeno in parte, nell’orbita democratica per sostenere El-Sayed. Un’elettrice che nel 2024 aveva votato “uncommitted” e poi Stein ora fa volontariato per lui; un’altra, che aveva votato Trump, dice che a novembre tornerà ai democratici per El-Sayed.3 Sono ancora testimonianze, non la prova di un riallineamento generale. Ma insieme alla frattura Rogers-AIPAC indicano qualcosa di nuovo: Gaza e il denaro politico non sono più soltanto temi della campagna di El-Sayed. Stanno iniziando a modificare concretamente i comportamenti degli avversari e di una parte dell’elettorato. È questo, a tre settimane dalle primarie, il cambiamento più importante da osservare. Aggiornamento al 26 agosto 2026 Note e fonti 1. Kazuhiro Imamura, «Michigan, due settimane dopo: che cosa dice davvero la vittoria di Abdul El-Sayed», Pressenza, 21 agosto 2026 (situazione aggiornata al 19 agosto). 2. Alex Isenstadt, «Scoop: Mike Rogers-AIPAC rupture roils Michigan Senate race», Axios, 22 agosto 2026. 3. Minnah Arshad, «I hate Democrats, but I love Abdul’: voters who left over Gaza return for progressive push», The Guardian, 23 agosto 2026. Kazuhiro Imamura
August 27, 2026
Pressenza
L’influenza di Israele sulla politica americana è già nei documenti ufficiali
L’intervista di JD Vance riporta al centro un tema documentato da anni: tra lobbying, campagne di comunicazione e atti pubblici depositati ai sensi del FARA, l’influenza israeliana sulla politica statunitense emerge da documenti ufficiali, non da teorie del complotto. Quando si parla di potere israeliano sulla politica statunitense, la tentazione più forte è quasi sempre quella di cercare la prova nascosta, l’email trapelata, il legame occulto con i servizi segreti. È la stessa tentazione che ha attraversato l’intervista di mercoledì scorso tra il vicepresidente JD Vance e Joe Rogan, quando Vance ha detto di ritenere che Jeffrey Epstein avesse «chiaramente collegamenti con i livelli più alti dell’intelligence israeliana», pur ammettendo di non avere alcuna prova documentale a sostegno. Ma proprio in quella stessa intervista, quasi in secondo piano rispetto al titolo su Epstein, Vance ha raccontato qualcos’altro: un caso di influenza israeliana sulla politica americana che non ha bisogno di essere ipotizzato, perché è già scritto nei documenti depositati per legge presso il governo degli Stati Uniti. Il caso riguarda Brad Parscale, l’uomo che ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2020, e la sua società Clock Tower X. Secondo un’inchiesta di Time pubblicata la settimana scorsa, basata su verbali depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che obbliga chi lavora per governi stranieri sul suolo americano a dichiararlo pubblicamente, Clock Tower X ha firmato a settembre un contratto con l’agenzia Havas Media per conto del governo israeliano, ricevendo un compenso mensile di circa un milione e mezzo di dollari. Lo scopo dichiarato nei documenti era combattere l’antisemitismo online e rafforzare l’immagine di Israele tra i giovani conservatori americani. Ma secondo Time, dopo la firma dell’intesa USA-Iran di giugno, funzionari dell’amministrazione hanno notato una raffica di post quasi identici, pubblicati nello stesso momento da influencer vicini al mondo MAGA, che attaccavano proprio quell’accordo, un pattern che un alto funzionario ha giudicato tutt’altro che spontaneo. Vance non ha usato mezzi termini per commentarlo: «Quando apro le pagine di Time e vedo che c’è una campagna di influenza straniera letteralmente finanziata per affossare l’accordo che stavo perseguendo, e molte delle persone che ricevevano quei soldi mi attaccavano in modi completamente disonesti, la mia risposta è: andate all’inferno». Parscale ha respinto l’accusa di aver lavorato contro i negoziati, sostenendo di aver avviato la sua attività già tre anni fa per contrastare quello che descrive come un aumento dell’odio antiebraico, non su mandato politico israeliano. Anche il ministero degli Esteri israeliano ha replicato pubblicamente, sostenendo che ogni sua attività è trasparente e pienamente conforme alla legge americana. Al netto delle smentite, resta un fatto che nessuna delle parti in causa nega: un governo straniero ha pagato, attraverso canali legalmente dichiarati, una macchina di comunicazione digitale capace di orientare il dibattito pubblico americano su una delle decisioni di politica estera più delicate del momento, la guerra e la pace con l’Iran. Non è un’ipotesi, non è un’email di dubbia provenienza, non è la ricostruzione di un informatore confidenziale: è un contratto, con un importo, un cliente e un’agenzia esecutrice, reso pubblico perché la legge americana lo impone a chiunque lavori in questo modo per un governo estero. Ed è qui che la vicenda smette di essere un episodio isolato e diventa la fotografia di qualcosa di strutturale. Il meccanismo con cui Israele prova a orientare l’opinione pubblica e il Congresso americani non nasce con Clock Tower X: è lo stesso meccanismo, rodato da decenni, di cui l’AIPAC, la lobby filoisraeliana più potente di Washington, è l’espressione più istituzionalizzata. Per sessant’anni l’AIPAC ha lavorato prevalentemente dietro le quinte, facendo pressione su parlamentari e loro staff senza esporsi direttamente nelle campagne elettorali. Poi, in vista delle elezioni di metà mandato del 2022, qualcosa è cambiato: l’organizzazione ha deciso per la prima volta di spendere direttamente per eleggere o sconfiggere singoli candidati, trasformandosi da gruppo di pressione classico in un attore elettorale a tutti gli effetti. I numeri di quella trasformazione, oggi, sono pubblici e verificabili attraverso i verbali della Federal Election Commission. Nel solo ciclo elettorale 2023-2024, tra contributi diretti del comitato AIPAC e spese indipendenti del suo braccio armato, lo United Democracy Project, la lobby ha immesso nel sistema politico americano circa 127 milioni di dollari, contribuendo all’elezione di 318 candidati al Congresso. Quel denaro non è stato distribuito a caso: è servito, tra l’altro, a finanziare le campagne che hanno sconfitto alle primarie democratiche i deputati Jamaal Bowman e Cori Bush, due tra le voci più critiche verso la condotta israeliana a Gaza allora presenti al Congresso. Non era un segreto da scoprire: era, ed è, un piano dichiarato pubblicamente dalla stessa organizzazione prima ancora di essere eseguito. Per essere onesti fino in fondo, va detto che quello di Israele non è un caso isolato nel panorama dell’influenza straniera sulla politica americana. Lo stesso servizio di Time che ha rivelato il contratto di Clock Tower X ricordava che anche Russia, Iran e Cina conducono da tempo operazioni di influenza digitale rivolte al pubblico statunitense, con obiettivi e metodi diversi ma con la stessa logica di fondo: usare gli strumenti della comunicazione online per orientare un dibattito pubblico che dovrebbe restare, almeno in teoria, appannaggio dei soli cittadini americani. La differenza, nel caso israeliano, sta nella profondità storica del canale di accesso: non un’operazione isolata condotta da un servizio di intelligence ostile, ma una rete di relazioni istituzionali, finanziarie ed elettorali costruita nell’arco di decenni da un alleato che gli Stati Uniti considerano, ufficialmente, tra i più stretti al mondo. È significativo, allora, che sia proprio il vicepresidente di un’amministrazione storicamente allineata a Israele a mettere pubblicamente in fila questi elementi, arrivando a dire che «Israele sta perdendo la battaglia dell’opinione pubblica negli Stati Uniti» e a rivendicare il proprio dovere di «rappresentare prima di tutto gli americani». Vance, però, prova anche a contenere la portata di quanto ammette: sostiene che tentare di influenzare la politica americana sia normale prassi diplomatica, praticata da alleati e avversari allo stesso modo, e che il problema sorga solo quando quell’influenza arriva a condizionare il giudizio della leadership statunitense. È una distinzione comoda, che gli permette di denunciare il singolo episodio senza rimettere in discussione l’impianto complessivo del rapporto tra i due Paesi, un impianto fatto di finanziamenti militari pluriennali garantiti per legge, di una rete di lobbying che ha imparato a muovere direttamente le leve elettorali, e ora anche di campagne digitali dichiarate ai sensi del FARA. C’è un altro nome che aiuta a capire quanto questo meccanismo sia già entrato nel linguaggio comune di Washington, ben prima dell’intervista di Vance: quello del deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, uno dei pochissimi esponenti del suo partito ad aver criticato pubblicamente la condotta di Israele e, non a caso, uno dei bersagli della spesa elettorale dell’AIPAC e di altri gruppi filoisraeliani nelle ultime tornate elettorali. È stato lo stesso Massie, in un’intervista televisiva, a sintetizzare con un’immagine diventata poi ricorrente il modo in cui i membri del Congresso vivono quella pressione quotidiana, dicendo che ogni parlamentare ha, di fatto, una sorta di «tutore AIPAC» che ne sorveglia le posizioni. Non è un’espressione neutra, ed è indicativa proprio perché arriva da un membro dello stesso establishment repubblicano che oggi, con Vance, sembra iniziare a interrogarsi pubblicamente sui limiti di quella sorveglianza. L’effetto più duraturo di un sistema costruito così non si misura soltanto nelle elezioni vinte o perse, ma in quello che non arriva mai a essere detto: posizioni critiche che restano inespresse, candidati che scelgono di non toccare certi temi, giornalisti e funzionari che calibrano le proprie parole sapendo quale genere di attenzione possono attirare. È un effetto difficile da quantificare con un numero, a differenza dei centoventisette milioni di dollari spesi nel 2024, ma è proprio in quello spazio di autocensura diffusa, più che nel singolo contratto o nella singola donazione, che si misura il vero peso di un’influenza strutturale: non la capacità di imporre una decisione dall’esterno, ma quella di rendere certe decisioni politicamente troppo costose perché qualcuno le prenda. È proprio questo impianto, nel suo insieme, a rendere l’influenza israeliana sulla politica statunitense un dato strutturale del sistema, non un’anomalia né tanto meno una teoria da dimostrare nell’ombra. Non serve immaginare un deep state per descriverla, né inseguire email di dubbia autenticità o legami mai provati con i servizi segreti: basta leggere quello che i governi, per legge, sono già costretti a rendere pubblico, e chiedersi perché quella trasparenza formale continui a coesistere, senza apparente contraddizione, con un’influenza reale sulle decisioni di guerra e di pace che riguardano milioni di persone che a quelle decisioni non hanno mai potuto votare. Fonti * ✓ Al Jazeera, “Vance says Epstein had connections to US, Israeli intelligence”, 16 luglio 2026 https://www.aljazeera.com/news/2026/7/16/vance-says-epstein-had-connections-to-us-israeli-intelligence * ✓ Middle East Eye, “JD Vance says Epstein had connections to CIA and Mossad”, 16 luglio 2026 https://www.middleeasteye.net/news/jd-vance-says-epstein-had-connections-cia-and-mossad * ✓ Time, “Brad Parscale’s Israel Influence Operation”, 13 luglio 2026 https://time.com/article/2026/07/13/brad-parscale-israel-influence-operation/ * ✓ Washington Examiner, “Brad Parscale rejects JD Vance claim Israel undermine Iran peace talks”, luglio 2026 https://www.washingtonexaminer.com/policy/foreign-policy/4651470/brad-parscale-rejects-jd-vance-claim-israel-undermine-iran-peace-talks/ * ✓ The Intercept, “How Does AIPAC Shape Washington? We Tracked Every Dollar”, 24 ottobre 2024 https://theintercept.com/2024/10/24/aipac-spending-congress-elections-israel/ * ✓ Sludge, “Here Is All the Money AIPAC Spent on the 2024 Elections”, 24 gennaio 2025 https://readsludge.com/2025/01/24/here-is-all-the-money-aipac-spent-on-the-2024-elections/ * ✓ Mediaite, “House Republican Claims Every GOP Colleague Has an ‘AIPAC Babysitter’ Who Lobbies for Israeli Interests”, giugno 2024 https://www.mediaite.com/politics/house-republican-claims-every-gop-colleague-has-an-aipac-babysitter-who-lobbies-for-israeli-interests/ Francesco Russo
July 20, 2026
Pressenza
La “cupola” dell’Aipac su Washington
La “democrazia apparente” domina là dove viene celebrata come massima espressione effettiva della “democrazia reale”. Ovvero il regime politico in cui i delegati eletti rappresentano (dovrebbero rappresentare) il più possibile fedelmente la “volontà del popolo”, dopo regolari elezioni totalmente libere e prive di condizionamenti. Attualmente negli Usa tutti i sondaggi, […] L'articolo La “cupola” dell’Aipac su Washington su Contropiano.
June 4, 2026
Contropiano
Antisemitismo di ritorno, “grazie” a Israele
Conoscete bene quel refrain “odio dire che ve l’avevo detto, ma l’avevo detto”… Fin dall’inizio del genocidio dei palestinesi di Gaza – ben prima dei raid dei coloni in Cisgiordania (con l’appoggio esplicito dell’Idf), due anni prima della guerra all’Iran e dell’ennesima invasione del Libano, quando ancora della Sumud Flotilla […] L'articolo Antisemitismo di ritorno, “grazie” a Israele su Contropiano.
May 19, 2026
Contropiano