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«Non abbiate paura: il vecchio muore, il nuovo sta nascendo». Contro le vestali dell’ordine mondiale sul riarmo
«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni cruenti più svariati». Antonio Gramsci scriveva queste righe dal carcere, mentre l’Europa scivolava verso la catastrofe. Un secolo dopo sembrano scritte per noi. Guerre che si moltiplicano, prezzi che salgono, salari che non bastano, democrazie che si svuotano. Sugli schermi dei ragazzi e delle ragazze scorre ogni giorno un mondo in fiamme. Eppure, proprio nell’interregno, qualcosa si muove. E a chi oggi ha vent’anni va detta una cosa semplice: non abbiate paura. La storia insegna che i momenti più bui sono anche quelli in cui le generazioni nuove hanno saputo cambiare il corso degli eventi.  _________   GAZA, IL VIETNAM DI QUESTA GENERAZIONE Negli anni Sessanta furono le immagini del Vietnam, portate per la prima volta nelle case dalla televisione, a scuotere la coscienza di milioni di giovani. Oggi è Gaza, che entra ogni giorno nelle chat e nei feed di una generazione cresciuta con lo smartphone in mano. Bambini sotto le macerie, ospedali distrutti, la fame usata come arma: per molti ragazzi il genocidio dei gazawi è diventato il simbolo della tracotanza di un potere che non risponde a nessuno. Un potere che ha volti precisi. Donald Trump e Benjamin Netanyahu sul piano politico e militare; Jeff Bezos ed Elon Musk su quello economico e tecnologico. Uomini a cui è stato permesso perfino di colonizzare il bene comune per eccellenza: lo spazio. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 lo definiva «patrimonio di tutta l’umanità»; oggi l’orbita terrestre è affollata di satelliti privati che decidono chi è connesso e chi no, persino in guerra. È la rappresentazione plastica di un’epoca in cui ciò che è di tutti diventa proprietà di pochissimi. L’IPERLIBERISMO È UN MODELLO DI POTERE L’iperliberismo non riguarda solo affitti impossibili e buste paga leggere. È un modello di potere, e sempre più spesso di guerra, che si allarga a macchia d’olio. La ricchezza si concentra in pochi patrimoni legati alla finanza, alle piattaforme digitali, all’energia fossile e all’estrazione mineraria. I numeri sono impressionanti: secondo il rapporto Oxfam 2026, l’1% più ricco del pianeta controlla in media il 43,8% della ricchezza globale, mentre una dozzina di individui possiede più ricchezza della metà dell’umanità. Per la prima volta, i miliardari nel mondo sono oltre 3.000. A quei livelli il confine tra potere economico e potere politico diventa poroso. Chi possiede le piattaforme su cui si forma l’opinione pubblica, chi finanzia le campagne elettorali, chi controlla le infrastrutture critiche, siede di fatto al tavolo dove si decide il destino di miliardi di persone. Intanto, il lavoro resta mal retribuito, precario, frammentato. Il salto tecnologico, che potrebbe liberare tempo e generare benessere diffuso, produce invece rendite per una ristretta cerchia di nuovi “benefattori” e insicurezza per tutti gli altri. La ricchezza dei miliardari è più che raddoppiata dal 2020 rispetto ai salari medi. È la conseguenza di scelte politiche. LA GUERRA CHE ENTRA NELLE NOSTRE TASCHE A questo divario si somma la crisi prodotta dalle guerre. L’ultima, la più scellerata, è quella aperta contro l’Iran dai nostri stessi “alleati”. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di attacchi contro l’Iran, e da allora Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, attaccando navi, posando mine e imponendo pedaggi per il transito. Da quel braccio di mare transita di solito un quinto del petrolio mondiale in uscita dal Golfo. A settembre la tensione si è estesa a Bab el-Mandeb, con gli Houthi che minacciano le rotte saudite nel Mar Rosso e il greggio tornato sopra i 100 dollari al barile. Il risultato lo paghiamo tutti: bollette, carburanti, carrello della spesa, inflazione che erode salari già poveri. E mentre l’economia reale soffre, la spesa per le armi corre. Secondo il Sipri, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita, e il suo peso sul Pil globale è salito al 2,5%, il livello più alto dal 2009. La spesa dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953, e l’Alleanza ha fissato l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035. L’Italia non fa eccezione: è dodicesima al mondo, con un incremento del 20% in un solo anno. È una corsa insensata. I ragazzi e le ragazze del ‘26 lo sanno: ogni euro speso in armi è un euro sottratto a case, scuole, sanità e transizione ecologica. Lo sanno anche perché la guerra non resta più un’astrazione lontana. In Russia e in Ucraina i giovani vengono mandati al fronte con la forza. In Europa si parla apertamente di “mentalità di guerra” e di ritorno della leva. Non a caso ha fatto discutere la segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, quando dal palco della Festa dell’Unità ha detto: «non saremo noi i soldati delle vostre guerre». Ha dato voce a un sentimento diffuso: l’idea che sia normale pensare di poter andare in guerra domani non va giù a nessuno. IL ’68 CI DICE CHE SI PUÒ VINCERE Ma la storia non insegna solo pericoli. Insegna anche che si può vincere. Nel ’68 i movimenti studenteschi incalzavano vecchie classi dirigenti e incrociavano sindacati forti e partiti di massa. Insieme seppero trasformare la protesta in riforme: lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, il diritto allo studio, un welfare che ha garantito dignità a intere generazioni, lo stesso che oggi le destre stanno smontando pezzo dopo pezzo. E fu in quegli anni che il rifiuto della guerra si saldò con la battaglia contro l’atomica: proprio nel 1968 veniva firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Oggi, con gli arsenali che tornano a crescere e le minacce nucleari pronunciate con leggerezza, la messa al bando delle armi atomiche è più attuale che mai. Anche oggi i movimenti esistono, e cominciano a parlarsi. Quelli per la casa dialogano con quelli contro l’overtourism. Le mobilitazioni per il clima si intrecciano con quelle per la pace e per Gaza. Le lotte per salari più alti e contro l’inflazione incontrano quelle per la scuola e la sanità pubblica. Dagli Stati Uniti al Nepal, dal Marocco al Madagascar all’Indonesia, una generazione cresciuta sui social sfida governi percepiti come autoritari, corrotti e distanti. In contesti diversissimi si diffonde la stessa sensazione: si è giunti al limite. Sono movimenti ancora frammentati, ma la convergenza è il primo passo verso la forza. L’ALLEANZA TRA I POPOLI Gramsci parlava dei “fenomeni morbosi” dell’interregno. Ma l’interregno non dura per sempre: prima o poi il nuovo nasce. Quale nuovo dipenderà da noi. Dipenderà dalla capacità di unire le lotte nei singoli Paesi e nel mondo, di trasformare la rabbia in organizzazione e l’organizzazione in proposte: tassare i grandi patrimoni, fermare la corsa al riarmo, mettere al bando le armi nucleari, rilanciare il welfare e la transizione ecologica. La pace si costruisce nell’alleanza tra i popoli, non nelle alleanze militari. E nei comuni obiettivi globali si sconfigge l’ingiustizia climatica e sociale. Ai ragazzi e alle ragazze di oggi non serve la paura. Serve la consapevolezza che, come nel ’68, il futuro non è ancora scritto. E che tocca a loro scriverlo. > CE N’EST QU’UN DEBUT CONTINUONS LE COMBAT… > >   VERSIONE PER PRESSENZA Aurelio Angelini
October 20, 2026
Pressenza
I fascisti della «fine dei tempi» stanno…
… stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara. di Naomi Klein e Astra Taylor; pubblicato sul «Guardian». Abbiamo ripreso la traduzione di Lavinia Marchetti (dal suo sito). Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli. Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di
September 15, 2026
La Bottega del Barbieri
LA RENDITA MOLECOLARE
COME LE PIATTAFORME STANNO SMATERIALIZZANDO LA PROPRIETÀ E POLVERIZZANDO LA RESPONSABILITÀ C’è una frase nel materiale promozionale di Arrived — piattaforma statunitense di investimento immobiliare frazionato, sostenuta tra gli altri da Jeff Bezos — che vale la pena fermarsi a leggere con attenzione: niente telefonate a tarda notte. È una promessa rivolta agli investitori, e si riferisce agli inquilini. Questi ultimi, nella grammatica della piattaforma, sono la fonte del disturbo, l’elemento di frizione da eliminare. L’investimento perfetto è quello da cui la persona scompare. Arrived non è un caso isolato né una semplice curiosità americana. È il caso esemplare di una trasformazione strutturale che sta ridisegnando i rapporti tra capitale, abitazione e responsabilità. Capire cosa sta accadendo lì significa anticipare ciò che si sta già muovendo altrove. L’ARCHITETTURA DELLA PIATTAFORMA Il meccanismo è semplice nella forma, complesso nelle implicazioni. Arrived acquista immobili residenziali — abitazioni unifamiliari, case vacanze — e li fraziona in quote acquistabili da chiunque a partire da cento dollari. Gli investitori ricevono dividendi trimestrali proporzionali ai canoni di locazione e partecipano alla rivalutazione dell’immobile in caso di vendita. La piattaforma gestisce tutto il resto: ricerca dell’immobile, finanziamento, ristrutturazioni, rapporti con gli inquilini, manutenzione ordinaria e straordinaria. Alla fine del 2025, oltre 850.000 investitori avevano aderito alla piattaforma, investendo complessivamente più di 300 milioni di dollari in oltre 550 proprietà distribuite in 65 città americane. Nel novembre dello stesso anno, Arrived ha annunciato un nuovo round di finanziamento da 27 milioni di dollari e il lancio di un mercato secondario: una piattaforma dove gli investitori possono scambiarsi tra loro quote di singoli immobili in pochi minuti, con la possibilità di uscire rapidamente dalle posizioni o di ribilanciare il portafoglio. Il CEO Ryan Frazier ha descritto il modello come un “unbundling” del REIT — il fondo comune di investimento immobiliare — applicato ai singoli immobili, così che ciascun investitore possa scegliere le proprietà di proprio gradimento. Alcune case hanno più di mille investitori. La visione dichiarata è quella di un mercato azionario applicato al patrimonio immobiliare residenziale. COSA SI SMATERIALIZZA DAVVERO La narrativa ufficiale presenta tutto questo come “democratizzazione”. L’accesso al mattone, storicamente riservato a chi disponeva di capitale sufficiente per un mutuo o per un acquisto diretto, verrebbe aperto a chiunque abbia cento dollari e uno smartphone. È una storia che funziona perché contiene un dato vero: la proprietà immobiliare è stata a lungo uno strumento di accumulazione riservato alle classi medie e superiori. Ma la democratizzazione dell’investimento non è la stessa cosa della democratizzazione dell’abitare. Anzi, le due cose si muovono in direzioni opposte. Quando un immobile residenziale viene trasformato in strumento finanziario frazionato, accade qualcosa di preciso sul piano strutturale: la catena proprietaria si allunga e si opacizza fino a diventare irrintracciabile. Il proprietario formale non è più una persona fisica o una società identificabile, ma una costellazione dispersa di micro-investitori, ciascuno titolare di una quota infinitesimale, nessuno responsabile di nulla. La gestione è delegata alla piattaforma, che risponde agli investitori ma non agli inquilini. Questa architettura produce un effetto specifico: la responsabilità si dissolve. Non si riduce, non si distribuisce equamente: si dissolve. Chi abita la casa non ha più un interlocutore reale. Ha un’app, un numero di assistenza, un sistema di ticketing. Il rapporto tra chi abita e chi possiede, già asimmetrico nelle sue forme tradizionali, perde qui anche l’ultimo residuo di concretezza umana. LA RENDITA COME CATEGORIA ASTRATTA La finanziarizzazione dell’abitare non è un fenomeno nuovo. I fondi pensione, i fondi immobiliari e le grandi società di gestione patrimoniale hanno da decenni una presenza massiccia nel mercato residenziale. Ma il modello delle piattaforme di investimento frazionato rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso: porta quella logica fino alla sua conseguenza più estrema, applicandola non alla scala istituzionale ma a quella molecolare. La rendita immobiliare esiste da quando esiste la proprietà privata. Ma nella sua forma tradizionale comportava almeno una relazione, per quanto squilibrata: tra un proprietario identificabile e un inquilino. Quella relazione poteva essere conflittuale, sfruttativa, ingiusta — e spesso lo era. Ma era pur sempre una relazione tra soggetti e, in quanto tale, produceva responsabilità, diritti, obblighi reciproci, talvolta perfino accordi. Il modello di Arrived elide quella relazione alla radice. La casa diventa un asset come un’azione in borsa. L’inquilino diventa un flusso di cassa. La rendita diventa una categoria puramente astratta, separata dal suo substrato umano. E l’investitore — il nuovo proprietario molecolare — può tranquillamente non sapere in quale città si trovi la casa in cui investe, chi la abiti, in quali condizioni. Questa astrazione non è un effetto collaterale del modello. È il suo prodotto principale, la sua promessa centrale. “Concentrati solo sui guadagni”, dice Arrived ai propri utenti. Tutto il resto — la manutenzione, le riparazioni, le persone — è rumore da cui proteggersi. L’IDEOLOGIA DELLA LIQUIDITÀ Il lancio del mercato secondario nell’autunno del 2025 introduce un elemento ulteriore di complessità. Gli investitori possono ora acquistare e vendere quote di singoli immobili in pochi minuti, con la possibilità di bilanciare rapidamente il proprio portafoglio. Si tratta, nella sostanza, dell’applicazione della logica dei mercati finanziari alla casa intesa come luogo fisico abitato da persone reali. Le implicazioni sono serie. Un mercato azionario applicato agli immobili introduce volatilità là dove la stabilità è un bisogno primario. Se tutti gli investitori decidono di liquidare contemporaneamente le loro quote in un certo mercato — perché i rendimenti calano, perché un’altra piattaforma offre di più, perché un algoritmo segnala un’opportunità altrove — cosa accade agli inquilini? Chi gestisce le proprietà in fase di liquidazione di massa? Chi risponde delle manutenzioni sospese, dei contratti non rinnovati, degli sfratti strumentali? I critici del modello sottolineano come trasformare le abitazioni unifamiliari in prodotti d’investimento aggravi i problemi di accessibilità abitativa, aggiungendo domanda speculativa a mercati già compressi. Non si tratta di una preoccupazione teorica. Quando i capitali si spostano velocemente su scala geografica, attratti dai rendimenti più alti nelle aree “ad alta crescita”, i prezzi delle locazioni nelle aree target aumentano, le comunità si destabilizzano e le fasce di popolazione a reddito medio-basso vengono progressivamente espulse. DEMOCRATIZZARE IL PEGGIO C’è un paradosso al cuore della narrazione democratizzante. Arrived e piattaforme simili si presentano come strumenti di inclusione finanziaria: anche chi non ha i capitali per acquistare una casa può partecipare alla crescita del mercato immobiliare. È un argomento che ha una sua coerenza interna e intercetta una domanda reale, in un momento in cui la proprietà della casa è sempre più inaccessibile per le generazioni più giovani. Ma quello che viene “democratizzato” non è il diritto all’abitare. È la partecipazione alla rendita. E queste due cose non solo non coincidono: sono strutturalmente antagoniste. Più persone partecipano alla rendita come investitori, più la casa come bene d’uso si allontana da chi ne ha bisogno come inquilino. In altri termini, la piattaforma trasforma una quota sempre più ampia della popolazione in piccoli rentier, ciascuno con un interesse diretto alla massimizzazione del canone di locazione e alla valorizzazione del patrimonio. L’effetto politico di lungo periodo non è trascurabile. Chi possiede quote di immobili — anche minute, anche simboliche — tende a sviluppare un orientamento diverso rispetto alle politiche abitative, alla regolamentazione degli affitti, agli investimenti pubblici nell’edilizia. La molecolarizzazione della rendita è anche una molecolarizzazione del consenso a un certo ordine del mercato immobiliare. LA RESPONSABILITÀ COME CATEGORIA OBSOLETA Sul piano giuridico, il modello di Arrived solleva questioni che i sistemi normativi esistenti faticano a inquadrare. In molti ordinamenti, il rapporto di locazione presuppone l’esistenza di un locatore identificabile, con obblighi precisi: manutenzione dell’immobile, rispetto delle norme igienico-sanitarie, responsabilità per i danni. Quando la proprietà è frazionata tra migliaia di micro-investitori e la gestione è delegata a una piattaforma tecnologica con sede in un’altra giurisdizione, chi è il locatore? Chi risponde in caso di inadempimento? Chi può essere convenuto in giudizio? La piattaforma non è neutra: è un intermediario che esercita potere reale sulle condizioni abitative degli inquilini, selezionando le proprietà, fissando i canoni, decidendo le ristrutturazioni, gestendo le procedure di sfratto. Ma la sua posizione giuridica è costruita in modo da minimizzare la responsabilità verso gli abitanti e massimizzarla verso gli investitori. Questo squilibrio non è accidentale. È il prodotto di una precisa scelta di design, che riflette una precisa scelta politica: quella di trattare la casa come un asset finanziario e l’inquilino come un centro di costo da ottimizzare. COSA RIMANE DA FARE Esiste un’alternativa alla finanziarizzazione molecolare dell’abitare. Non è misteriosa né inedita: è l’investimento pubblico nell’edilizia residenziale, la costruzione di patrimonio abitativo sottratto alla logica del mercato, la regolamentazione stringente degli affitti e dei processi di cartolarizzazione immobiliare. Sono politiche che esistono, che hanno funzionato e che in molti contesti sono state smantellate nel corso degli ultimi decenni, precisamente per fare spazio al mercato che oggi si presenta come unica soluzione al problema che ha contribuito a creare. Quello che piattaforme come Arrived rendono evidente — involontariamente, per eccesso di franchezza — è la direzione di marcia di un sistema che ha deciso di trattare il bisogno fondamentale di un tetto come un’opportunità di rendita. La novità non è nella sostanza, che è vecchia quanto il capitalismo. La novità è nella forma: la velocità, la scala, la granularità con cui quella logica viene ora applicata. E soprattutto nella sua presentazione come progresso, come inclusione, come democratizzazione. Quando la promessa è “concentrati solo sui guadagni”, la domanda da fare è sempre la stessa: chi si concentra, invece, sulle persone? FONTI * https://www.nationalmortgageprofessional.com/news/bezos-backed-arrived-launches-real-estate-stock-market-platform * https://www.geekwire.com/2025/bezos-backed-real-estate-startup-arrived-raises-27m-launches-trading-platform/ * https://www.cnbc.com/2025/11/13/arrived-launches-trading-platform-for-shares-of-rental-homes.html * https://www.bisnow.com/national/news/capital-markets/arrived-raises-27m-launches-secondary-marketplace-127117 * https://jacobinitalia.it/con-amazon-tutti-micropadroni-di-casa/ * https://arrived.com Francesco Russo
May 12, 2026
Pressenza