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5 marzo, Giornata internazionale su Disarmo e Non Proliferazione: fermare la corsa alle armi è possibile
Riarmo record, guerre in corso: il 5 marzo è la Giornata internazionale per la consapevolezza sul Disarmo e la Non Proliferazione. Le parole del Segretario ONU Guterres risuonano mentre la spesa militare globale sale a livelli record: «Smettete di agitare la spada nucleare, il nostro sogno di pace è in pericolo!». Mentre i governi scelgono le armi, la società civile sceglie la pace. Rete Italiana Pace e Disarmo rilancia la ricorrenza ONU e inaugura il nuovo Video Notiziario. Il mondo in cui viviamo è sempre più dominato dalla logica della guerra. Le spese militari globali hanno raggiunto livelli record. L’Unione Europea ha varato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro, livello ulteriormente moltiplicato dalle scelte armate di Governi che competono a chi aumenta di più il proprio bilancio della difesa. E la retorica della deterrenza armata (anche nucleare) ha colonizzato il dibattito politico europeo e italiano. Nel frattempo le guerre continuano: in Ucraina, a Gaza, e con le notizie di questi giorni — l’attacco militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — il rischio di un’escalation ancora più devastante è concreto e drammatico. Di fronte a tutto questo, Rete Italiana Pace e Disarmo ha ribadito con forza la propria posizione: nessun obiettivo geopolitico giustifica la violenza militare e il suo inevitabile carico di morti, feriti e distruzione tra le popolazioni civili. Il riarmo non produce sicurezza: produce guerra. Ed è esattamente in questo contesto — il più urgente degli ultimi decenni — che si celebra il 5 marzo la  Quarta Giornata Internazionale per la Consapevolezza sul Disarmo e la Non Proliferazione (istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/77/51 del 7 dicembre 2022). Il messaggio dell’ONU: disarmo come condizione di pace La Giornata internazionale ha un obiettivo preciso: approfondire la comprensione dell’opinione pubblica mondiale su come gli sforzi per il disarmo contribuiscano a rafforzare la pace e la sicurezza, a prevenire e porre fine ai conflitti armati, a ridurre le sofferenze umane causate dalle armi. Il messaggio diffuso in occasione dell’edizione 2026 di questa ricorrenza dal Segretario Generale ONU António Guterres è netto e urgente: «Il nostro sogno di pace è in pericolo». Perché «la minaccia dell’uso delle armi nucleari è la più alta degli ultimi decenni. Le tensioni globali stanno spingendo la spesa militare a livelli stratosferici. Le armi leggere e di piccolo calibro stanno proliferando. E le tecnologie emergenti stanno rendendo i conflitti ancora più letali.» Di fronte a questo scenario, Guterres rivolge un appello diretto ai governi: «Smettete di agitare la spada nucleare. Fermate la corsa agli armamenti. È tempo di investire nell’architettura della pace, non negli strumenti di guerra». Ciò significa, secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, rispettare gli obblighi di disarmo, ricostruire la fiducia e rafforzare i sistemi e gli strumenti che impediscono la proliferazione, il collaudo e l’uso di armi letali. Parole che risuonano con forza ancora maggiore nel contesto attuale in cui i governi europei e mondiali sembrano andare esattamente nella direzione opposta, scegliendo il riarmo come risposta alle crisi internazionali. Le campagne della Rete: costruire pace ogni giorno La Rete Italiana Pace e Disarmo non si vuole limitare a commemorare questa giornata: ne incarna ogni giorno i valori attraverso un’azione concreta e articolata. Le sue campagne — che spaziano dall’abolizione delle armi nucleari (ICAN) al contrasto al riarmo e alle spese militari (Ferma il Riarmo – GCOMS), dal controllo delle esportazioni di armamenti (Control Arms – ENAAT) alle armi letali autonome (Stop Killer Robots), dalle armi esplosive nelle aree popolate (INEW) alla difesa civile nonviolenta — rappresentano nel loro insieme una strategia alternativa alla logica della guerra: quella di una sicurezza fondata sulla cooperazione, sulla giustizia e sul rispetto dei diritti umani. Un lavoro che si sviluppa anche in stretta connessione con i principali network internazionali per la pace nella consapevolezza che solo un approccio globale e sistemico può invertire la rotta verso cui il mondo sembra dirigersi. Da domani, 5 marzo: debutta il “Video Notiziario di Pace e Disarmo” In occasione della Quarta Giornata Internazionale sul Disarmo e la Non Proliferazione la Rete Italiana Pace e Disarmo ha deciso di inaugurare proprio mercoledì 5 marzo 2026 un nuovo strumento informativo: il “Video Notiziario di Pace e Disarmo”. Si tratta di un formato audiovisivo periodico attraverso cui la RIPD intende amplificare la voce delle proprie organizzazioni aderenti, rilanciandone le analisi, le proposte e le iniziative di campagna. Il Video Notiziario nasce dalla consapevolezza che la costruzione di pace e disarmo passa anche attraverso un’informazione libera, indipendente e capillare. In un contesto mediatico dominato dalla narrazione del riarmo e della falsa necessità di militarizzazione, la Rete Pace Disarmo vuole offrire uno spazio alternativo dove trovino voce le organizzazioni della società civile impegnate quotidianamente per un futuro senza guerre e senza armi. Il nuovo notiziario sarà accessibile attraverso i canali digitali della Rete — sito web, newsletter e social media — e si propone come punto di riferimento per chiunque voglia seguire da vicino le attività del movimento per la pace e il disarmo in Italia e nel mondo. In un momento in cui i governi scelgono il riarmo, noi scegliamo la pace. Non è ingenuità: è la scelta più razionale, più umana e più giusta che possiamo fare per il futuro del pianeta. Il 5 marzo ci ricorda che un’altra strada è possibile e che tante organizzazioni, in Italia e nel mondo, già la percorrono ogni giorno. Rete Italiana Pace e Disarmo
March 4, 2026
Pressenza
Un Artico smilitarizzato per il bene comune
> Questo non è l’ennesimo commento geopolitico sull’Artico. È una proposta di > pace visionaria che può salvare la regione dalla rivalità militarizzata e > dalla rovina ecologica. Un progetto per la sicurezza condivisa, lo sviluppo > sostenibile e la dignità umana, a beneficio della Groenlandia, dell’Artico e > di tutti noi. QUATTRO PRINCIPI PER UNA NUOVA VISIONE DELL’ARTICO L’Artico è spesso descritto come un freddo teatro di rivalità, un luogo in cui le grandi potenze mettono alla prova la reciproca determinazione. Ma questa visione del mondo è obsoleta, priva di immaginazione e, in definitiva, autodistruttiva. L’Artico non è un vuoto che aspetta di essere militarizzato; è una regione viva, uno stabilizzatore climatico e una patria culturale il cui futuro plasmerà il futuro dell’umanità. Se partiamo da questa consapevolezza, diventa possibile un assetto dell’Artico molto più razionale, pacifico, cooperativo e incentrato sulle persone che vivono effettivamente in quella regione. Questa visione si basa su quattro principi pratici. Nessuno di essi è utopistico. Tutti si fondano sul buon senso, sulla dignità umana e su una visione strategica a lungo termine. 1. I groenlandesi devono essere al centro di qualsiasi prospettiva per l’Artico La Groenlandia non è un premio strategico, ma una società con una propria civiltà, un proprio sistema di conoscenze e il proprio diritto di plasmare il futuro della regione. Qualsiasi modello di governance artica che emargini i groenlandesi è destinato al fallimento. Le loro conoscenze ecologiche, la loro continuità culturale ed esperienza diretta del ghiaccio li rendono partner indispensabili in qualsiasi futuro sostenibile. Non si tratta di ingenuità, ma dell’unica base realistica per una governance artica legittima. L’autodeterminazione diventa la forma più efficace di legittimità. 2. La cooperazione riduce la necessità di militarizzazione e consente un enorme risparmio di risorse La militarizzazione dell’Artico non è un segno di potenza, bensì un sintomo di sfiducia. La Russia, che possiede di gran lunga la costa artica più estesa, è un attore indispensabile. La Cina, pur non essendo uno Stato artico, è una presenza scientifica ed economica globale il cui coinvolgimento nella regione è inevitabile. Gli Stati Uniti, i Paese nordici, il Canada e altri hanno tutti interessi legittimi. Ma la legittimità non può basarsi sulla rivalità. Gli interessi non significano intimidazione. E l’influenza non riguarda la militarizzazione. Esistono approcci più intelligenti. Le navi cacciatorpediniere in grado di navigare tra i ghiacci, i sottomarini nucleari, le basi fortificate e i sistemi di sorveglianza satellitare sono tra le risorse militari più costose al mondo. Ogni corona, dollaro, rublo o yuan speso per la militarizzazione dell’Artico è denaro sottratto all’adattamento climatico, all’istruzione, alla salute, alle energie rinnovabili e al benessere delle comunità artiche. Quando gli Stati condividono i dati, coordinano le politiche e creano istituzioni comuni, la necessità percepita di assumere una posizione militare diminuisce naturalmente, così come i costi. Non si tratta di ingenuità, ma di una strategia intelligente e sostenibile. La cooperazione diventa la forma più efficace ed economica di disarmo. 3. L’uso sostenibile delle risorse artiche dovrebbe andare a beneficio dell’umanità, non solo dei potenti e dei militari I minerali, le risorse ittiche, le rotte marittime e le conoscenze scientifiche dell’Artico sono importanti a livello globale. Trattarli come un bottino per chi possiede le flotte più grandi non solo è ingiusto, ma anche irrazionale. Un ordine internazionale civile utilizza le risorse in modo saggio, protegge gli ecosistemi fragili e distribuisce i benefici in modo equo. Lo sviluppo sostenibile è una necessità planetaria, resa impossibile dalle politiche di potere militariste. Se realizzato in modo cooperativo, può servire tutta l’umanità, non solo coloro che possono esercitare la forza. Coloro che ora pensano “oh, che ingenuità” non hanno idea di come prevenire altrimenti il collasso ecologico e i conflitti geopolitici. La sostenibilità diventa la forma più efficace di prosperità. 4. Le Nazioni Unite dovrebbero fungere da custodi della pace e amministratori condivisi L’Artico è troppo importante – dal punto di vista ecologico, climatico e culturale – per essere governato dagli interessi nazionali frammentati di potenze grandi ma non sagge. Le Nazioni Unite forniscono la legittimità, la continuità e il quadro normativo necessari per ancorare un ordine pacifico nell’Artico. Una zona di pace e sostenibilità nell’Artico riconosciuta dall’ONU integrerebbe la smilitarizzazione, i diritti degli indigeni, la cooperazione scientifica e lo sviluppo sostenibile in un quadro globale che trascende le tensioni a breve termine. La gestione condivisa diventa la forma più efficace di sicurezza. Se questi quattro principi vengono accettati – e non sono né irrealistici né ingenui – allora emerge una nuova domanda: come sarebbe un sistema di governance artico basato su legittimità, cooperazione, sostenibilità e gestione condivisa? La risposta è un progetto per un Artico smilitarizzato, governato congiuntamente, scientificamente fondato, ecologicamente protetto e incentrato sulle persone che lo chiamano casa.   UN PROGETTO PRATICO PER UN FUTURO PACIFICO NELL’ARTICO 1. UN ARTICO SMILITARIZZATO: SICUREZZA ATTRAVERSO LA COOPERAZIONE Un Artico in pace inizia con la creazione di una zona smilitarizzata artica, una regione in cui le basi militari e le esercitazioni vengono gradualmente eliminate e sostituite con funzioni civili, scientifiche e umanitarie. Ciò non diminuisce la sovranità nazionale, ma riconosce semplicemente che le minacce più urgenti per l’Artico non sono di natura militare. Lo scioglimento dei ghiacci, le condizioni meteorologiche estreme, il collasso degli ecosistemi e le rotte marittime imprevedibili non possono essere arginati con sottomarini o aerei da combattimento. Un Artico smilitarizzato riduce le tensioni tra le grandi potenze, previene incidenti ed escalation e protegge gli ecosistemi fragili. Inoltre, libera enormi risorse finanziarie attualmente vincolate ai sistemi militari. La verifica si baserebbe sul monitoraggio satellitare, sui dati aperti e su ispezioni periodiche, idealmente sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’Artico diventerebbe un simbolo di come dovrebbe essere la sicurezza cooperativa nel XXI secolo: non l’assenza di sovranità, ma la presenza di fiducia. L’insistenza degli Stati Uniti sul “Golden Dome” – e sulla Groenlandia come elemento fondamentale da controllare – è un grande fattore di destabilizzazione perché mira a consentire agli Stati Uniti di distruggere la Russia o la Cina e abbattere i missili di ritorsione di entrambi. Ciò abbassa la soglia per l’inizio di una guerra nucleare da parte degli Stati Uniti, perché i suoi decisori potrebbero sperare di poterla iniziare e vincere senza costi. La risposta a questa filosofia basata sul terrore è un nuovo accordo tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione e infine sull’abolizione delle armi nucleari. Non è quella di militarizzare ulteriormente la Groenlandia. 2. Una nuova architettura di governance: il Consiglio di Cooperazione Artica Il Consiglio Artico, pur essendo prezioso, non è più sufficiente. Non è mai stato concepito per gestire le tensioni geopolitiche odierne o l’accelerazione della crisi climatica. Un nuovo Consiglio di Cooperazione Artica si baserebbe sui punti di forza del Consiglio esistente, correggendone al contempo i punti deboli. Sarebbe inclusivo, trasparente e in grado di prendere decisioni vincolanti in settori in cui la cooperazione è essenziale. Le autorità groenlandesi e le popolazioni indigene sarebbero pienamente coinvolte nel processo decisionale. Gli Stati artici, gli Stati osservatori e le organizzazioni scientifiche parteciperebbero a una struttura che utilizza il voto a maggioranza qualificata, mandati chiari e diritti di veto indigeni su questioni culturali ed ecologiche. Il suo mandato includerebbe la protezione dell’ambiente, la gestione sostenibile delle risorse, la regolamentazione del trasporto marittimo, la cooperazione scientifica, la risposta alle emergenze e la gestione dei conflitti per prevenire la violenza. Non si tratta di un’autorità sovranazionale, ma di un luogo in cui gli Stati e i popoli coordinano le politiche, risolvono le controversie e costruiscono la fiducia. 3. La Groenlandia come zona di responsabilità speciale La Groenlandia è il cuore morale e strategico dell’Artico. La sua popolazione ha dovuto sopportare secoli di colonialismo, sfruttamento strategico e pressioni geopolitiche. Un futuro pacifico per l’Artico deve quindi includere un Patto di partenariato con la Groenlandia, ancorato al sistema delle Nazioni Unite, che garantisca il pieno rispetto dell’autodeterminazione groenlandese e protegga l’isola dalla diplomazia coercitiva. L’accordo garantirebbe alla Groenlandia l’accesso prioritario ai proventi delle risorse locali e riceverebbe investimenti sostenuti nell’istruzione, nella sanità, nella conservazione culturale e nelle infrastrutture sostenibili. La Groenlandia ospiterebbe anche un Centro di Pace Artico delle Nazioni Unite, un polo dedicato alla ricerca, alla diplomazia e alle competenze indigene. Questo approccio riconosce che la Groenlandia non è un oggetto passivo di interesse internazionale, ma un soggetto attivo con le proprie aspirazioni. 4. Uso sostenibile delle risorse: un’alternativa civile alla rivalità per lo sfruttamento Le risorse dell’Artico devono essere utilizzate con saggezza, parsimonia e a beneficio di tutti. Ciò richiede soglie ecologiche rigorose, il consenso delle popolazioni indigene, valutazioni d’impatto trasparenti e meccanismi di condivisione dei proventi. Richiede corridoi di navigazione puliti, normative sulla navigazione a velocità ridotta e la designazione di vaste aree protette – i Parchi della Pace dell’Artico – che salvaguardino la biodiversità e il patrimonio culturale. Questo è uno sviluppo responsabile, l’unico che abbia senso in una regione la cui salute ecologica ha un impatto sull’intero pianeta. 5. L’ONU come custode: completare l’UNCLOS Le Nazioni Unite consoliderebbero l’intero sistema attraverso una serie di nuovi strumenti: un Trattato delle Nazioni Unite sulla Smilitarizzazione dell’Artico, una Carta delle Nazioni Unite sui Beni Comuni dell’Artico, un Patto di Partenariato tra le Nazioni Unite e la Groenlandia, una Convenzione delle Nazioni Unite sulle Risorse Sostenibili dell’Artico e un Accordo delle Nazioni Unite sulla Mobilità e la Conoscenza dell’Artico. Questi strumenti non sostituirebbero la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Al contrario, la completerebbero. L’UNCLOS fornisce la base giuridica per le zone marittime, i diritti di navigazione e le rivendicazioni sulle risorse. Tuttavia, non affronta questioni quali la smilitarizzazione, i diritti degli indigeni, la governance cooperativa o lo sviluppo sostenibile. Il quadro delle Nazioni Unite qui proposto colmerebbe tali lacune nel pieno rispetto dei principi dell’UNCLOS. In questo modo, l’Artico non diventa un vuoto giuridico, ma una regione in cui il diritto internazionale viene rafforzato, chiarito e modernizzato. CONCLUSIONE: UN FUTURO ARTICO PIÙ RAZIONALE, CIVILE E LUNGIMIRANTE L’Artico non è destinato a diventare un’arena militarizzata di sospetti e posizioni strategiche. Questa strada è semplice pigrizia intellettuale e mancanza di immaginazione. Ciò che questo progetto dimostra è che un futuro artico diverso non solo è possibile, ma anche profondamente razionale. È più vantaggioso in termini di costi, più stabilizzante, rispettoso delle persone che vi abitano e molto più benefico per l’umanità rispetto a qualsiasi cosa concepita attraverso la lente ristretta della geopolitica transazionale. Questa visione riconosce le realtà del XXI secolo. La vasta costa artica della Russia lo rende indispensabile. La presenza scientifica ed economica della Cina lo rende inevitabile. Gli Stati Uniti, i Paese nordici, il Canada e altri hanno tutti interessi legittimi. Questo non è ingenuo. È ingenuo credere che un maggior numero di basi, sottomarini e operazioni di segnalazione strategica possano in qualche modo portare alla pace, allo sviluppo e alla cooperazione, tutti elementi di cui c’è un disperato bisogno. Ciò che è ingenuo è presumere che l’Artico possa essere militarizzato senza conseguenze o che la crisi climatica possa essere gestita attraverso la deterrenza. È ingenuo immaginare che il futuro possa essere garantito ripetendo le cattive abitudini del passato. La politica, nella sua forma migliore, è l’arte di immaginare ciò che ancora non esiste e poi costruire le istituzioni che lo rendono reale. È la capacità di includere gli altri in un orizzonte condiviso di sviluppo e sicurezza. È il coraggio di dire: possiamo fare meglio della rivalità, meglio della paura, meglio della logica del più forte. Questo progetto è un invito a tornare al significato più profondo della politica – la politica della visione, della responsabilità e dello scopo comune – del pensare globalmente e localmente invece che solo a livello nazionale. Non è un caso che una proposta del genere nasca dalle tradizioni della ricerca sulla pace e degli studi sul futuro. Questi campi hanno sempre sostenuto che la sicurezza non è l’assenza di guerra, ma la cooperazione per la realizzazione delle potenzialità della società. Che il futuro non è predeterminato, ma plasmato dalle scelte; che l’umanità progredisce quando sostituisce il dominio con il dialogo e la competizione con la creatività. L’Artico, più di qualsiasi altra regione, richiede questo tipo di approccio: rigoroso, a lungo termine, interdisciplinare e fondato sul rispetto delle realtà vissute dalle comunità locali. La questione non è se questa visione sia troppo ambiziosa. L’Artico e il mondo non possono permettersi nulla di meno. Un Artico militarizzato promette solo instabilità, spreco di risorse e distruzione ecologica. Tutte le “grandi” potenze coinvolte devono ripensare e uscire dai loro schemi militaristi abituali. Un Artico cooperativo, smilitarizzato e sotto l’egida delle Nazioni Unite offre stabilità, sostenibilità e vantaggi condivisi per tutti noi. L’Artico rappresenta una brillante opportunità per pensare in modo nuovo e plasmare un futuro più civile. Esistono molte alternative (TAMA, There Are Many Alternatives) e questa proposta non è l’unica. Tuttavia, l’attuale escalation intimidatoria verso uno sfruttamento selvaggio e privo di visione, con ricorso alla forza militare e al nucleare, non può essere una di queste. Il mondo ha bisogno di visioni, immagini di un futuro migliore e di un pensiero costruttivo-creativo per realizzare quel mondo migliore. Accogliamo con favore le idee e visioni costruttive, perché non possiamo camminare verso un mondo migliore e desiderabile con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Transnational Foundation for Peace and Future Research
February 26, 2026
Pressenza
L’ONU respinge la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese
L’organismo indipendente dell’ONU che supervisiona i relatori speciali ha condannato gli attacchi contro la Relatrice Speciale per i Territori palestinesi Francesca Albanese, definendoli politicamente motivati e basati sulla disinformazione. Il comitato ha quindi respinto la richiesta di dimissioni avanzata dalla Francia e sostenuta anche da Italia e Germania, sottolineando che le trascrizioni dell’intervento contestato non confermano alcune delle frasi che le erano state attribuite. Il Comitato ONU parla di “attacchi politicamente motivati, basati sulla disinformazione, contro chi documenta crimini e violazioni. Invece di chiedere le dimissioni della Relatrice Speciale Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze molto difficili, inclusi intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti dei governi dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili, compreso davanti alla Corte Penale Internazionale, leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, invece di incoraggiare o difendere le azioni illegali del governo di Israele”.     Redazione Italia
February 19, 2026
Pressenza
No all’Italia Paese osservatore del Board of Peace
Esprimiamo la nostra forte contrarietà nell’apprendere che l’Italia parteciperà come Paese osservatore al Board of Peace. Il Board è un’organizzazione il cui presidente a vita, quindi oltre qualsiasi mandato istituzionale, è Trump.  L’accesso avviene solo su suo invito, previo pagamento di un miliardo di dollari. L’ambigua e indefinita figura di osservatore è un palese tentativo di aggirare l’art. 11 della Costituzione che prevede la “condizione di parità con gli altri Stati”. Nessun Paese UE, tranne l’Ungheria, ha accettato l’invito. Tutte le forze di opposizione hanno contrastato la decisione del governo italiano. La Santa Sede non parteciperà al Board. Si tratta di una gigantesca operazione immobiliare di natura neocoloniale che prescinde dal diritto del popolo palestinese ad avere una patria. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza che legittima il Board nega in sostanza la stessa carta dell’ONU. Il Board di fatto surroga e tendenzialmente sostituisce le Nazioni Unite. Il governo deve recedere da una decisione sbagliata che contribuisce a legittimare un nuovo ordine mondiale fondato non sulla forza del diritto, ma sul diritto della forza. Segreteria nazionale ANPI ANPI Nazionale
February 18, 2026
Pressenza
Oltre cento star firmano una lettera a sostegno di Francesca Albanese
Oltre cento figure del cinema e della cultura mondiale, da Mark Ruffalo a Javier Bardem, hanno firmato una lettera aperta a sostegno di Francesca Albanese. La relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi è nel mirino di Francia e Germania, che ne hanno chiesto le dimissioni giudicando le sue parole su Gaza incompatibili con la neutralità richiesta dal ruolo. Gli artisti chiedono di tutelare l’indipendenza di chi documenta quanto accade sul campo Oltre cento personalità internazionali del cinema, della musica e della cultura hanno firmato una lettera aperta per sostenere Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. L’iniziativa arriva in risposta alla richiesta di dimissioni avanzata da Francia e Germania, secondo cui alcune recenti dichiarazioni della funzionaria italiana sulla situazione a Gaza non sarebbero compatibili con la neutralità prevista dal suo incarico ONU. La mobilitazione punta a respingere le pressioni politiche e a mantenere Albanese nel suo ruolo. La mobilitazione degli artisti La raccolta firme è stata promossa dal collettivo Artists for Palestine, attivo da anni sul fronte dei diritti umani. Tra i firmatari figurano Mark Ruffalo, Javier Bardem, Annie Lennox, Ken Loach, Brian Eno, Viggo Mortensen, Jim Jarmusch, la Nobel per la Letteratura Annie Ernaux e, per l’Italia, Asia Argento. Nel documento, gli artisti affermano di voler difendere l’autonomia del mandato di Albanese, il cui compito è monitorare e documentare eventuali violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi. La lettera esprime “pieno supporto” alla relatrice, ritenuta una figura essenziale per garantire un’osservazione indipendente sul campo. Le dichiarazioni al centro del caso diplomatico L’appello degli artisti si inserisce nel solco delle tensioni tra la relatrice e i governi di Francia e Germania, che ne hanno chiesto formalmente le dimissioni a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate nel fine settimana. Al centro della polemica, l’utilizzo del termine ‘genocidio’ per descrivere l’operazione militare a Gaza e l’espressione ‘nemico comune dell’umanità’, che i Ministeri degli Esteri di Parigi e Berlino hanno interpretato come un riferimento diretto allo Stato di Israele, giudicandolo incompatibile con il dovere di imparzialità richiesto dal ruolo ONU. Albanese ha respinto le accuse, parlando di una ‘manipolazione’ delle sue parole e negando ogni forma di pregiudizio o intento antisemita. La questione dell’autonomia dell’ONU Nel testo diffuso da Artists for Palestine, i firmatari richiamano la necessità di garantire piena indipendenza ai funzionari delle Nazioni Unite, soprattutto a coloro che operano in aree di conflitto. Secondo gli artisti, interferenze politiche possono ostacolare la capacità dei relatori speciali di svolgere correttamente il loro mandato. La lettera ribadisce che gli incarichi ONU devono essere esercitati senza pressioni esterne e che la documentazione delle violazioni dei diritti umani richiede un margine di autonomia pieno e riconosciuto a livello internazionale. Redazione Italia
February 15, 2026
Pressenza
Come costruire pace quando si è in guerra?
Intervento di Andrés Lasso a Firenze, il 14 febbraio 2026 come analisi del contesto, alla prima assemblea Firenze Città Operatrice di Pace. Siamo in guerra, viviamo in un paese in guerra e in un continente in guerra. Siamo in guerra perchè mandiamo armi e soldi in contesti di guerra (in conflitto con la legge 185/90 e con l’articolo 11 della costituzione), perché sempre più esponenti di spicco parlano di entrare in conflitto diretto tra due anni, tra un anno, ecc. Ma soprattutto perché siamo in una narrazione bellicista, manichea.  Buoni (noi) contro cattivi (gli altri).  Un tempo le guerre si dichiaravano, oggi no. Inoltre, almeno per ora, non sono i nostri connazionali a morire. Il rifornimento di beni e servizi non sembra intaccato per cui non ci sentiamo in guerra. Ma c’è un Occidente  disposto a portare guerra ovunque pur di evitare il proprio declino. L’Occidente non è più un luogo geografico, o culturale, è una narrazione, un racconto del mondo. Siamo immersi in questa narrazione, come i pesci sono immersi nell’acqua. Narrazione in cui il doppio standard, per “noi” e per “gli altri”diventa sempre più clamoroso. Tra chi è nostro “amico” che può compiere qualunque nefandezza fino al genocidio, senza pagar pegno, e chi è nostro avversario o nemico. Amplificare pagliuzze “degli altri” e rimuovere travi “nostre”, è ormai diventato consuetudine diffusa anche nei media meno schierati.  Il Nobel alla Machado, un nobel di guerra, è uno dei tanti campanelli d’allarme di questi tempi di guerra. Anche una commissione prestigiosa come quella del Nobel è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo declino. Ocasio Cortez che vota a favore di finanziamenti per armi a Israele nonostante il genocidio (perché sono difensive, a suo dire) è un altro campanello d’allarme. Anche la “sinistra-sinistra” negli USA è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo declino. Il Comitato Olimpico, la FIFA, la UEFA, che con sanzioni sportive come quelle applicate a Sudafrica e Zimbabwe ai tempi di quell’apartheid, potrebbero dare un duro colpo all’apartheid attuale. Ma non lo fanno. Perché sono un pezzo di quel mondo in declino, di quella narrazione del mondo. Gli esempi sono infiniti. Il “board of peace”, che anziché venir rigettato come sconcezza dalla comunità internazionale, come definitiva picconata all’ONU e alle sue istituzioni, viene portato avanti fino a coinvolgere personalità come Blair, responsabile di mezzo milione di morti in Irak insieme a Bush. I file Epstein, scandalo del secolo secondo Rula Jebral, che mostrano il marciume di un potere globale tenuto insieme da ricatti, crimini indicibili, non suscita mai un titolo in prima pagina. Stiamo assistendo a una rottura, non a una transizione, ha detto il premier canadese Carney a Davos. Ha detto che il mondo che abbiamo sostenuto fino ad ora era una bugia, ma una bugia conveniente. Adesso molti si accorgono che non conviene più. Ma fanno fatica a passare da queste consapevolezze verso un mondo nuovo, dove tutti sono alla pari, in cui ai crimini degli amici viene dato lo stesso peso che se fossero crimini dei nemici. Carney ha detto molte cose vere, ma non ha usato la parola genocidio. O apartheid. O citato ciò che ha scritto il 19 luglio 2024 la ICJ. Anche in un discorso coraggioso, tutto ciò è tabù. Le voci dissenzienti sono isolate, perseguitate, sanzionate. Persino se rappresentano l’ONU. O un tribunale internazionale. O se sono state voci autorevoli. Le sanzioni Usa a Francesca Albanese, il calvario di Assange, le sanzioni europee a Baud. Gli algoritmi di Meta che censurano Premi Pulitzer e docenti universitari come fake news e lasciano correre fake news e odio sociale. Grazie ad autoproclameti fact checker, una via di mezzo tra il ministero della verità orwelliano e il Minculpop fascista.  20 anni fa non era così, non ancora a questi livelli almeno. Manifestavamo contro la guerra in Irak, pur sapendo che Saddam era un criminale non speravamo in un regime change a suon di bombe a stelle e strisce. Piazze enormi nel 2003 assenti oggi.  Oggi, con una potenziale guerra ben più devastante con l’Iran, molti sembrano pensare che un regime change fatto strizzando l’occhio al suprematismo sionista, alla follia trumpista e al ritorno della monarchia, tutto sommato sia cosa accettabile. Pochi si spendono per una nuova iniziativa diplomatica, come quella che nel 2014, sotto la presidenza Obama, portò all’accordo sul nucleare iraniano e da cui Trump uscì unilateralmente nel 2018. Pochi cercano di mettere sul tavolo la fine delle sanzioni in cambio di diritti. Nel 2012, in questa città all’istituto Stensen, padre Dall’Oglio, gesuita sequestrato e poi ucciso in Siria, diceva queste parole: “se siamo disposti ad accettare che Israele abbia l’atomica, dobbiamo allora metterci anche a un tavolo a stabilire quante testate atomiche possa avere l’Iran”. Parole e pensieri scomodi,  quasi blasfemi. Dopo pochi mesi venne sequestrato. Nel mondo in guerra è difficile considerare che il nemico abbia gli stessi diritti ed esigenze dell’amico, dell’alleato. L’alleato può rifiutare ispettori dell’AIEA nel proprio territorio, anche se il nemico, lo stato canaglia per eccellenza, le accetta. Può avere testate atomiche, il nemico neanche elettricità fatta con l’atomo. Può bombardare impunemente sei sette paesi in modo “preventivo”. Può uccidere extra-territorialmente, sequestrare in acque internazionali, vessare attivisti e persino parlamentari e diplomatici catturati. Può uccidere 300 giornalisti, torturare medici, sparare a bambini in fila per il pane, e i video e le prove di tutto questo non provocare niente.  Abbiamo assistito alla bancarotta morale dell’Occidente. Il primo obiettivo, per un mondo pacifista, è non farsi trascinare in questo declino. Già questo è difficile, perché essere in un contesto di guerra non dichiarata ma fattuale, significa trovarsi ogni giorno dentro una bolla propagandistica di cui non sempre si scorge l’influenza.  Senza questo, la messa in discussione dell’atlantismo sarebbe naturale. Sarebbe non più qualcosa di caratterizzante la piccola nicchia della “sinistra radicale”, sarebbe un pensiero trasversale a tutto l’arco politico, a tutte le persone di buonsenso. Sappiamo ad esempio che giornalisti occidentali hanno ricevuto l’indicazione di non chiamare “sequestro” o “rapimento” ciò che è stato compiuto con Nicolas Maduro e Cilia Flores.  Non è in discussione il grado di corruzione del chavismo, il fatto plausibile che ci siano stati brogli alle ultime elezioni. Ma che con accuse senza alcun fondamento (quelle di narcotraffico su cui non ci sono elementi, e di terrorismo) si possano violare le regole, il diritto internazionale. Si possa minacciare interventi armati anche in Colombia, Messico, Cuba e altri paesi non allineati. Eppure nemmeno le minacce USA alla Groenlandia, cioè a territorio europeo, nemmeno la barbarie dell’ICE sembra portare a una messa in discussione della NATO. A una proposta di smantellamento della presenza militare USA da noi, 80 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Basi conseguenti a una guerra che ormai dista tre generazioni da quella presente. L’UE, che poteva essere un attore protagonista di un mondo multipolare, per storia, demografia, competenze, è diventata sostanzialmente un inutile appendice del mondo unipolare in guerra verso i paesi emergenti. In ogni scenario di conflitto, si mostra generalmente irrilevante, talvolta persino impegnata nell’acuire il conflitto e ostacolare la via diplomatica. Insomma: un pezzo dell’Occidente in declino. In questo contesto con così tante storture, ingiustizie, contraddizioni, è difficile individuare delle priorità. Eppure è necessario farlo. Perché se tutto è prioritario, niente è prioritario rispetto al resto. E’ illusorio pensare di fare una sommatoria di battaglie. Non si raggiunge così una massa critica. Non si ottiene l’aumento della partecipazione, ma talvolta persino una riduzione. Pensare che tutti quelli che sono contro il potere per i motivi più disparati, si troveranno insieme e rovesceranno lo stato delle cose, il potere, non funziona.  Molti di noi hanno vissuto le stagioni movimentiste, della rete di Lilliput, del Social Forum. Conoscono le difficoltà del fare rete, sanno che non bastano le buone intenzioni. Conoscono le difficoltà di istituire coordinamenti che coordinino davvero. Hanno maturato l’esigenza di una struttura funzionale, oltre a quella della partecipazione più larga possibile. Delle modalità più efficaci di confronto con il potere a tutti i livelli, dal locale al globale.  Questa iniziativa nasce per confrontarsi con le istituzioni, quindi con chi è al potere. Pur conoscendone i limiti. Anzi, proprio in vista dei limiti palesati dalle istituzioni in tempi recenti. Abbiamo visto altre città, altri comuni, fare meglio, fare prima, fare di più.  E guardando alla storia e alla tradizione della nostra città abbiamo pensato che invece Firenze debba tornare a essere capofila, esempio, ispirazione. La percezione che spesso si ha in questo confronto, è che nelle istituzioni, anche da parte di persone aventi ruoli “super partes”, la preoccupazione principale sia quella legata agli equilibri della propria area, coalizione, partito. E che quindi le scelte vengano dettate spesso dalla paura.  La paura del sassolino che può far crollare un gigante dai piedi di argilla, cioè un potere grande ma fragile.  In questo contesto si colloca l’impossibilità di dare un riconoscimento ad esempio a Francesca Albanese, (addirittura definita divisiva, pur rappresentando per ruolo 197 paesi) di firmare una lettera rivolta al Quirinale sulla visita di Herzog, di invitare voci ebraiche contro il genocidio come Amos Goldberg, di dar seguito alle richieste di 10mila cittadini che chiedevano che il console di un paese alla sbarra per genocidio non possa presiedere una fondazione che si occupa di bambini. Il pacifismo deve confrontarsi con le istituzioni ma mantenendo sempre chiarezza, capacità di pungolare, di stanare, di entrare in conflitto se necessario.  Perché nel mondo in guerra, nell’Occidente in declino, le istituzioni sono spesso invischiate in vari modi in questo declino, in questa gigantesca bolla di guerra.  Il pacifismo e la società civile deve confrontarsi con tutte le forze politiche, per mantenersi super partes, un po’ perché la pace è interesse di tutti, ma un po’ perché in tempi di guerra a volte si scoprono convergenze inattese da parti politiche distanti, e divergenze dalle più prossime. La guerra, e più in generale ogni forma di crisi, rimescola tante cose.  In questo caos, non ci sono risposte facili, preconfezionate. Noi non le abbiamo. Le dobbiamo cercare con fatica e apertura mentale. Come creare pace in tempi di guerra resta una domanda aperta.  Il tema pace viene visto talvolta come qualcosa di naturale, che mette automaticamente d’accordo tutti. Non è così, può essere un tema estremamente divisivo. Soprattutto in tempi di guerra. Redazione Toscana
February 15, 2026
Pressenza
Francesca Albanese replica alla falsa accusa di antisemitismo della Francia
Proprio nel giorno in cui il documentario Disunited Nations veniva proiettato in 122 sale italiane, coinvolgendo 10.000 spettatori, il Ministro degli Esteri francese Barrot ha chiesto le dimissioni di Francesca Albanese accusandola di antisemitismo per una frase che non appare nel video del forum promosso da Al Jazeera. L’accusa è infatti quella di aver definito Israele “nemico comune dell’umanità”, mentre l’intervento di Francesca Albanese è il seguente: “Il fatto che invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è una sfida. Se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. Collegata insieme all’eurodeputata Cecilia Strada alle 122 sale dove è stato proiettato il documentario, la Relatrice Speciale dell’ONU per i territori occupati palestinesi ha replicato con il consueto tono diretto e appassionato alle accuse del ministro francese, a cui si sono puntualmente accodati molti esponenti della destra italiana. “Mi aspetto che il ministro si scusi perché ha detto una cosa sbagliata. Se non lo farà è malafede. C’è un’organizzazione il cui compito è quello di difendere l’apartheid israeliana, che fa circolare un video manomesso, che è stato corretto. Non posso credere che il Ministro degli Esteri abbia visto quello invece della mia risposta. Mi ha accusato di antisemitismo e ha chiesto le mie dimissioni per aver detto una cosa che non ho detto, cioè che Israele è un nemico dell’umanità. Cioè è una roba folle. Siamo in una fase orwelliana, in cui la menzogna è verità e la verità menzogna“. Ennesima menzogna, dunque ed ennesima occasione per esprimere solidarietà a una donna coraggiosa, bersaglio delle peggiori fake news solo per aver detto la verità sull’orrore del genocidio a Gaza e sulle vergognose complicità che lo hanno permesso. Anna Polo
February 12, 2026
Pressenza
Disunited Nations, proiezioni simultanee in cento sale italiane
Evento nazionale Mercoledì 11 febbraio 2026 proiezioni simultanee in 100 sale Ore 21:00: inizio proiezione Ore 22:30: inizio diretta streaming con un unico Questions and Answers con Francesca Albanese e Cecilia Strada Modera Giulia Zaccariello (Il Fatto Quotidiano) Nel marzo 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato un genocidio a Gaza. Seguendo i suoi passi tra missioni, incontri istituzionali e pressioni politiche, questo documentario ci porta nel cuore della crisi delle Nazioni Unite, messa di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei civili. Attraverso interviste, materiali d’archivio e il dietro le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra diritto internazionale, informazione e potere, mostrando come l’ONU e la comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto. Le Nazioni Unite nacquero nel periodo in cui, nel 1947, venne deciso il Piano di Partizione della Palestina. Oggi la questione palestinese è la prova decisiva: l’ONU saprà reggere, o ne uscirà irreversibilmente indebolita? Negli ultimi eventi internazionali torna una domanda chiave: quanto vale davvero il diritto internazionale quando a pagare sono i civili? Informazioni e biglietti nel sito https://mescalitofilm.com/distribuzione/disunited-nations/ Redazione Italia
February 5, 2026
Pressenza
Tutte le nazioni dovrebbero rifiutare l’assurdo e temibile “Consiglio per la pace” di Trump
Rifiutare di aderire sarebbe un atto di rispetto nazionale. L’ordine internazionale fondato sull’ONU, per quanto imperfetto, deve essere rinnovato attraverso il diritto e la cooperazione, e non sostituito da una caricatura. Il cosiddetto “Consiglio per la pace” creato ad hoc dal presidente Donald Trump attenta profondamente alla ricerca della pace e alle nazioni che vorrebbero attribuirgli una legittimità. Si tratta semplicemente di un cavallo di Troia destinato a smantellare le Nazioni Unite. Qualsiasi nazione invitata ad aderire dovrebbe rifiutarsi di prendervi parte categoricamente. Nella Carta, il Consiglio per la pace (Board of Peace) si presenta come una “organizzazione internazionale che si adopera nella promozione della stabilità, a ristabilire un governo credibile e legittimo e a garantire una pace duratura nelle zone toccate o minacciate da un conflitto”. Se ciò vi sembra familiare è del tutto normale: si tratta di un mandato delle Nazioni Unite. Creato all’indomani del secondo conflitto mondiale, la missione principale dell’ONU è quella di manere la pace e garantire la sicurezza internazionale. Nessuno ignora il disprezzo manifestato da Trump per il diritto internazionale e le Nazioni Unite. Durante il suo discorso a settembre 2025 lui stesso ha dichiarato presso l’Assemblea generale e recentemente si è ritirato dai 31 organismi delle Nazioni Unite. Fedele alla lunga tradizione della politica estera americana, egli ha sistematicamente violato il diritto internazionale, in maniera particolare bombardando sette paesi l’anno scorso, senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e senza che ciò rientri nella legittima difesa ai sensi della Carta (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Yemen e Venezuela). Ormai rivendica la Groenlandia, ostentando una ostilità palese e provocatoria verso gli alleati europei degli Stati Uniti. Allora cosa pensate del Consiglio per la pace? In parole povere, si tratta di un giuramento di fedeltà a Trump, che aspira al ruolo di presidente del mondo e arbitro supremo del pianeta. Il Consiglio esecutivo del Board of Peace (BoP) sarà composto esclusivamente da donatori politici, membri della famiglia e cortigiani di Trump. I responsabili politici delle nazioni firmatarie avranno l’opportunità di stare a stretto contatto e di ricevere ordini da Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner et Tony Blair. Marc Rowan, proprietario dei fondi speculativi e grande finanziatore del Partito Repubblicano, avrà un posto al tavolo. Ancor più importante, qualsiasi decisione presa dal Board of Peace sarà subordinata all’approvazione di Trump. Se la farsa dei rappresentanti non bastasse, le nazioni dovranno sborsare un miliardo di dollari per un «seggio permanente» nel Consiglio. Ogni paese partecipante deve sapere cosa sta «acquistando». Ovviamente non si tratta di acquistare la pace né tanto meno una soluzione per il popolo palestinese (poiché il denaro dovrebbe essere utilizzato per la ricostruzione di Gaza). L’obiettivo è quello di acquistare un accesso illusorio a Trump, fintanto che ciò serve ai propri interessi. Si tratterebbe di acquistare l’illusione di un’influenza momentanea in un sistema in cui le regole di Trump vengono applicate secondo i suoi capricci. Questa proposta è assurda, soprattutto perché pretende di “risolvere” un problema che beneficia già di una soluzione globale vecchia di 80 anni. L’ONU esiste proprio per impedire la personalizzazione della guerra e della pace. È stata creata dopo le devastazioni delle due guerre mondiali per fondare la pace mondiale su regole collettive e sul diritto internazionale. L’autorità delle Nazioni Unite deriva, giustamente, dalla Carta delle Nazioni Unite, ratificata da 193 Stati membri (tra cui gli Stati Uniti, dal Senato americano nel luglio 1945) e sancita dal diritto internazionale. Se gli Stati Uniti rifiutano di rispettare la Carta, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe sospendere la loro accreditazione, come ha fatto per il Sudafrica dell’apartheid. Il «Consiglio per la pace» di Trump costituisce un palese rifiuto delle Nazioni Unite. Trump lo ha affermato chiaramente, dichiarando recentemente che tale Consiglio «potrebbe» effettivamente sostituire l’ONU. Questa sola dichiarazione dovrebbe porre fine al discorso per qualsiasi leader nazionale serio. Partecipare a un tale Consiglio dopo una simile dichiarazione equivale a scegliere deliberatamente di sottomettere il proprio Paese all’autorità mondiale personale di Trump. Significa accettare in anticipo che la pace non sia più regolata dalla Carta delle Nazioni Unite, ma dallo stesso Trump. Tuttavia, alcune nazioni, desiderose di ingraziarsi gli Stati Uniti, potrebbero cadere nella trappola. Farebbero bene a ricordare le sagge parole pronunciate dal presidente John F. Kennedy nel suo discorso di insediamento: «Coloro che, per follia, hanno cercato il potere cavalcando la tigre, hanno finito per rimanere intrappolati». La storia dimostra che la lealtà nei confronti di Trump non è mai sufficiente a placare il suo ego. Basta guardare la lunga lista di ex alleati, consiglieri e collaboratori di Trump che egli ha umiliato, allontanato e attaccato non appena hanno smesso di essergli utili. Per qualsiasi nazione, partecipare al Consiglio di pace sarebbe un errore strategico. Entrare a far parte di questo organo danneggerebbe in modo duraturo la sua reputazione. Anche molto tempo dopo che Trump avrà lasciato la presidenza, qualsiasi associazione con questa farsa rimarrà un segno di errore di valutazione. Sarà una triste testimonianza del fatto che, in un momento critico, un sistema politico nazionale ha confuso un progetto faraonico con un atto di saggezza politica, sprecando così un miliardo di dollari. -------------------------------------------------------------------------------- Gli autori: Jeffrey D. Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile dell’Università di Columbia. Sybil Fares, consulente senior per il Medio Oriente e l’Africa presso la Rete delle soluzioni per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI Other News
February 2, 2026
Pressenza
La filosofia di Caligola. Riflessioni sull’Onu e il discorso di Mark Carney a Davos
Il premier canadese Mark Carney è certamente un vero statista e un leader come vorremmo averne, oggi in Europa. Ci risuona ancora nelle orecchie il suo discorso a Davos, il solo che abbia opposto ragioni al delirio di Trump e all’altalena europea fra i Capitan Fracassa e le servitù volontarie.  Carney ha bollato con le parole di Vaclav Havel la finzione, diffusa in tutto l’Occidente, che l’“ordine internazionale basato sulle regole” governasse ancora le relazioni internazionali, mentre “sapevamo” che non era (più) vero. Che i più forti se ne esentavano volentieri, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico e i doppi standard abbondavano nell’applicazione del diritto internazionale. Partecipavamo al rito che sostiene il potere, senza minimamente crederci in privato: come il fruttivendolo di Havel che esponeva ogni mattina il cartello “proletari di tutto il mondo unitevi”, senza minimamente crederci. Come lui, vivevamo nella menzogna. Onore al merito – e guai se intendessimo quel discorso come un paradossale elogio di Trump che ha squarciato il velo dell’ipocrisia, dietro al quale i potenti della terra sono tutti uguali. Chiarito questo punto, resta un interrogativo. Di più: come ogni discorso che contenga una verità – basterebbe la citazione di Havel – apre una questione che non è politica e non è storica, è sulla politica e sulla storia. E’ una questione filosofica.  Nel suo discorso non si parla del diritto internazionale e nemmeno dell’Onu. Perché? Carney parla del Rules-based order, in cui nessuno credeva più veramente. Ma il RBO non era l’Onu. Il RBO è spesso presentato come un quadro normativo in linea con il diritto internazionale, che promuove la governance democratica, i diritti umani, l’apertura economica e il multilateralismo. E di fatto ha gradualmente sostituito l’Onu negli ultimi trent’anni. Tuttavia, il RBO mancava di basi giuridiche e funzionava piuttosto come uno strumento utilizzato dagli Stati Uniti e dai loro alleati per interpretare e applicare in modo selettivo le norme internazionali in funzione dei propri interessi strategici. E infatti l’ottimo premier canadese, di una necessaria riforma dell’Onu non parla proprio. Eppure. Si può discutere se l’autorizzazione che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 18 novembre 2025 ha dato alla costituzione del Board of Peace autorizzi effettivamente quel club privato che si è costituito a Davos, con molti monarchi, qualche autocrate, alcuni criminali internazionali, e la presidenza eterna di Donald Trump. Ad esempio Marina Castellaneta (Le Nazioni Unite degli affari senza regola, “Il manifesto”, 23 gennaio) lo nega, e con buone ragioni.  Resta il fatto che la Risoluzione 2803 è talmente poco vincolante che ci si chiede: ma come è stato  possibile mettere ai voti un testo come quello? Non è stato una sorta di autoinganno, che perpetua la contraddizione fra la Carta dell’Onu, col suo principio di eguale sovranità degli Stati, e il funzionamento dell’Onu, per cui alcuni Stati sono più uguali degli altri? Ma non è l’autoinganno  moralmente ancora peggiore della menzogna a fini di sopravvivenza, o della semplice ipocrisia che asseconda e giustifica il potere? Se non altro, perché obnubila il soggetto stesso che si auto-inganna, fino a cancellarne l’identità morale. Non è proprio questo che sembra stia succedendo alla voce stessa dell’Onu, o alle voci che principalmente incarnano la sua identità morale? Oso una generalizzazione, alzando lo sguardo in modo da allargare la visuale oltre le atroci contingenze di questi giorni.  E’ come se dalle menti dei leader politici visibili sulla scena internazionale, perfino i migliori, fosse scomparsa del tutto l’idea di un vincolo ideale, fondato altrove che negli interessi di qualche potenza – e sia pure di quelle “medie”. Questo altrove non esiste più. Il miracolo di una politica che si sforzi di incarnare nel mondo ciò che gli sta contro, il “dovuto all’umano” (Grozio), non si produrrà più? L’Onu non aspirava a essere questo, dopo la dismisura del male? Nessun politico sogna più una riforma dell’Onu, che adegui il suo funzionamento ai suoi principi? Ai “valori” che Carney – erroneamente – chiama “nostri”, con un ossimoro che contraddice e annulla l’universalità di quei valori? Qualcuno si ricorda il Caligola di Camus? Ebbene, rileggetelo. Quel Caligola lì, dei primi anni ’40, aveva tentato un esperimento morale. “Gli uomini piangono perché le cose non sono quelle che dovrebbero essere.” Ecco: basta cancellare del tutto, con il potere assoluto di un dio, l’altra metà del vero – il dover essere – e restano i fatti puri, la storia e le sue forze, grandi o medie. Eccolo, il progetto politico di Caligola: che il mondo “viva nella verità”. Camus aveva mostrato che questo mondo di fatti puri, senza ombra di cielo né di pianto, non era che l’inferno. Ci siamo già, nella civitas diaboli, questo mondo liberato dal suo altrove, con le voci del pianto o del cielo – le voci del diritto – zittite, o suicide? Questo, per l’ottimo premier canadese, non sembra un problema. Non ci sono più politici che guardano altrove?  “Anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare le cose con il loro nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme per i nostri interessi”. Anche Caligola voleva proprio questo. Farla finita con le finzioni e gli autoinganni. “Vivere nella verità”. Redazione Italia
January 29, 2026
Pressenza