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Le parole della guerra: un podcast su come la lingua può normalizzare la violenza
La giornalista Francesca Mannocchi, insieme a Chora Media ed Emergency, ha creato un podcast dal titolo Le parole della guerra. In questo lavoro la sua riflessione si concentra su come la lingua con cui si racconta una guerra non descriva la realtà ma la produca sulla base degli interessi di chi la guerra la racconta. Ciò avviene perché le parole hanno la capacità di plasmare la percezione collettiva e di decidere cosa si possa dire e cosa no, chi può essere sacrificato, che cosa è un crimine e cosa è semplicemente una procedura. Questi aspetti si possono comprendere a pieno se si considera che la lingua utilizzata per raccontare una guerra è anche la stessa che la prepara. In un processo lento, ma scrupoloso e ripetitivo, le persone vengono abituate all’idea della violenza e si inizia a definire il nemico. Nel costruirsi del discorso bellico emerge soprattutto la necessità di creare una distanza tra come i fatti vengono raccontati e come questi sono accaduti realmente. Francesca Mannocchi sottolinea, giustamente, che questa distanza non è fatta soltanto di omissioni e mistificazioni ma segue una logica precisa. Gli eserciti hanno capito che la lingua è un campo di battaglia e che bisogna combattere su questo campo con strumenti precisi: 1) la sostituzione. Questa tecnica consiste nel trasformare persone e luoghi in delle categorie astratte. Ad esempio, un uomo che rientra a casa diventa “un individuo che si sposta nell’area operativa”, una città assediata si trasforma in un “teatro delle operazioni”. Ogni sostituzione riduce la complessità del reale, lo spessore esistenziale degli individui in gioco e trasforma la vita in qualcosa da classificare, una procedura amministrativa da cui ci si sente distanti. Ciò consente di rendere accettabile la violenza ed è proprio per questo che generalmente nei comunicati militari si usa la sostituzione. 2) Inversione della causa. In questo caso chi spara risponde sempre a qualcosa. Lo fa sempre per reazione e quindi c’è sempre legittimità dell’operato; infatti, chiunque venga messo nella condizione di dover rispondere ad una minaccia è giustificato nelle proprie azioni, anche le più crudeli. 3) L’uso dei verbi della coscienza interiore, ad esempio percepire, ritenere, credere. Questi verbi servono a creare uno scudo intorno a ciò che viene percepito, sentito, ritenuto. La coscienza interiore non è attaccabile perché rimanda ad una sfera impenetrabile. La soggettività del soldato diventa la misura di tutto. 4) Il passivo senza agente. Ad esempio, quando si legge “i civili sono stati colpiti” senza che venga esplicitato chi sia l’autore del gesto. Questa tecnica serve a trasformare la violenza in un evento naturale, un qualcosa che accade da solo e di cui non si può incolpare nessuno. Questi meccanismi sono stati affinati nel corso dei decenni e sono diventati automatici. Hanno subito una sorta di naturalizzazione; si ritrovano nella stampa e nella politica plasmando la percezione collettiva, entrano nei tribunali e regalano l’impunità. Si mescolano con la vita quotidiana e fanno della violenza qualcosa di ordinario. Così, ad esempio, i bambini e le bambine palestinesi imparano che la guerra è il loro destino. La violenza non solo viene giustificata nel passato ma è resa pensabile anche nel futuro. Di fronte a una tale deumanizzazione chiedere giustizia – per un nonno di Nablus che deve accudire i suoi nipoti rimasti orfani per un attacco ingiustificato di soldati israeliani in borghese – significa innanzitutto restituire il nome, fare di un veicolo percepito come una minaccia terroristica, una famiglia che è stata uccisa mentre tornava a casa. Francesca Mannocchi ricorda infine l’articolo 11 della Costituzione, come chi lo ha scritto avesse conosciuto gli orrori della guerra e volesse rifiutare non solo i fatti atroci di cui è stato o è stata testimone ma anche le parole con cui la guerra era stata prima preparata e poi raccontata. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non possiamo non essere d’accordo con le parole di questo podcast. Sono parole che innanzitutto ci riportano al presente, ad un momento in cui la forte crescita degli investimenti in ambito militare si accompagna ad una normalizzazione della violenza e ad una giustificazione della guerra su scala planetaria. Pensiamo dunque che sia importante fare controinformazione mostrando il vero volto della guerra e le conseguenze nefaste di una crescente militarizzazione della società. Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=0DD56G4OIck Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Francesca Mannocchi, Franco Marcoaldi / Doppia resistenza
Grata di parole, Paul Celan. Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese. Poeti che nella guerra personale e diffusa collettivamente hanno indicato la degradazione dell’uomo difendendo la lingua, e anche strattonandola senza per questo farsi intrappolare da semplificazioni e sentenze sommarie. Francesca Mannocchi è al centro della guerra “non più dichiarata, ma proseguita” come Ingeborg Bachmann certificava in una sua poesia e che Francesca pone in esergo al suo libro: messa alla prova di quella scrittura che varca le soglie per sedersi accanto al fuoco. Sempre con la possibilità che quel fuoco allunghi le proprie lingue e bruci l’intero corpo. Il corpo della poesia è il corpo dell’autrice in questi undici testi accompagnati da un Prologo e un Epilogo. A favore della memoria, contro l’oblio, una lingua da sempre messa al servizio delle genti che in Ucraina, Siria, Afghanistan, Palestina sperimentano ogni minuto l’esattezza di missili e bombe, di crudeltà militari e politiche. Lo sappiamo, le sue testimonianze circolano in filmati e libri e articoli in cui la responsabilità del dolore è sempre in primo piano, tagliando di netto la redenzione che in nessun caso può reggere. Essere vivi per Mannocchi è sempre un riconoscersi lungo vie che vanno messe in luce attraverso ciò che l’umano ha inventato per denunciare l’inumano, anche con tutte le imperfezioni e le cadute aggiunte da malattie, paure, disgrazie temporali. Il mondo così com’è, e la lingua brucia prima di tutto incontrando gli altri avvelenati dallo spazio strappato. Autrice cancella e riscrive, riconosce le ferite con le altre ferite, e improvvisamente comprendiamo come il caos stia tutto in quella virgola fra le parole “crescere” e “guerra” – il mondo contenuto in un segno d’interpunzione. Lì imploso. Fra le ombre ostili e le macerie i nomi trovano voce in queste pagine, più che testimoni sanno stare nell’energia e nel respiro della lingua, esprimono la vera realtà attraverso un passaggio di parole, quelle che Mannocchi proietta direttamente sul foglio attraverso l’intensificazione della sua attitudine allo sguardo. A cui s’appoggia perché le genti facciano testimonianza del loro viaggio terrestre. La visione che tutto esiste, nel crogiolo delle guerre, è contraria allo scadimento mondiale, “la memoria è corpo” può servire alla resistenza degli archivi, al sentimento della “disperanza”. Quel sentimento, nel nostro tempo, trova appiglio nel libro di Franco Marcoaldi. Il secondo volume del dittico aperto con I cani sciolti si ritrova in una strada che ha fatto della tragedia l’attrezzeria compiuta da governanti fuori sesto. In questo nostro mondo l’orrore ha inzuppato le cartografie reali, che più non possono appoggiarsi ai fabbricanti antichi disegni che ci confortavano – oggi, nel crogiolo ben più che bizzarro dei confini saltati, nessuno si raccapezza più. E dunque, in questa selva di contrade dominate dagli inferi, Marcoaldi si ritrova nell’ora migliore di Orbetello, lungo l’Aurelia ascolta l’amico che improvvisamente sbotta: a vent’anni lui non sa cosa voglia dire “sperare”. A Franco, in quel pomeriggio maremmano, torna in mente il libro di Adam Greenfield Emergenza. Quell’emergenza “lunga” e concreta che avviluppa i contorni della Terra, fra riscaldamento globale e crisi climatica, e governo trumpiano. E noi, donne e uomini, angosciati e impotenti. Auto-organizzarsi? Forse. Azioni non violente come quella di Global Flotilla? Imparare a memoria le poesie di Giorgio Caproni? Soffermarsi, suggerisce Marcoaldi, sul termine desueto della “disperanza”. Il “poco ma proprio” di Caproni che con spietatezza ben conosciuta nella sua opera ci addita secondo una logica disposta da Marcoaldi al proprio sentire. Il poeta, ramingo e smarrito, e noi con lui nell’attuale epoca, è profeta di disinganno. Però indica la disperanza come sentimento che spinge in avanti verso altre libertà. Enea, l’eroe virgiliano, è solo nella guerra, ma cammina, avanza. E Il passaggio di Enea è uno dei grandi libri di Caproni. Marcoaldi viaggia veloce, nel suo sguardo la disperanza non è affatto cupa e inerte, se mai è rivolta al desiderio leopardiano di qualcosa che riempia il vuoto, se mai si rivolge alla lucidità con cui Álvaro Mutis (scrittore per lo più oggi dimenticato da troppi) guardava alla speranza come sorta di inganno che dà dipendenza. In Summa di Maqroll il Gabbiere, la poesia di Mutis assimila serenamente l’accettazione della morte escludendo l’ingenuità delle illusioni. Le aspirazioni di Maqroll, personaggio chiave di Mutis, portano a trasgredire, a adattarsi al momento in un picaresco viaggiare senza fissa destinazione ma esaltando il suo essere funambolo. Marcoaldi ne fa immagine centrale: in lui i sensi sono rivendicati, rifiuta la loro “progressiva rimozione”. Come in I cani sciolti l’autore continua il cammino per i terreni della sua Maremma, tra presente, passato prossimo e classicità, respira tra filosofi e poeti amati, colloquia intimamente con essi in nome della sempre presente wilderness: una rete prossima di pensieri e versi mai dimenticati. Come non dimentica, al termine del libro, l’amico Emilio Tadini: l’Emilio pittore che scrive e scrittore che dipinge (così definito da Umberto Eco) per il quale il comico serve a far ritirare il tragico offrendoci alla vista quel che la realtà offusca, un paesaggio di rovine. Tadini, in uno scritto qui ricordato (Sul comico), scriveva che “ciò che nel tragico è disperazione diventa nel comico qualcosa che potremmo chiamare col nome di ‘disperanza’”. Solare, beffardo Tadini. Ecco perché nella copertina di La disperanza, campeggia il tondo di due metri di diametro che fa parte del ciclo Oltremare, dipinto dall’artista nel 1992. Vi si vede “una città in pieno caos, dove tutto oscilla”, e la scritta nowhere (“nessun luogo”) che si spezza in now here (“ora e qui”, simbolo della disperanza): Per Marcoaldi, l’intero tragitto del libro.   L'articolo Francesca Mannocchi, Franco Marcoaldi / Doppia resistenza proviene da Pulp Magazine.
May 10, 2026
Pulp Magazine