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Condannata la prassi discriminatoria di Adecco di limitare i contratti alla scadenza del permesso di soggiorno
Con sentenza pubblicata il 15 gennaio 2026, il Tribunale di Milano – Sezione Lavoro, in una causa promossa da CGIL Lombardia, ha accertato il carattere discriminatorio della politica aziendale di Adecco Italia S.p.A. consistente nell’escludere dalle selezioni, o nel limitare la durata del contratto offerto, ai lavoratori extra UE il cui permesso di soggiorno avesse validità residua inferiore alla durata della missione richiesta dall’utilizzatore. Adecco, nelle proprie attività di selezione, sistematicamente o escludeva dalla selezione il candidato extra UE o offriva loro un contratto di durata non superiore alla validità residua del permesso, indipendentemente dalla valutazione professionale. La giustificazione addotta era di natura penalistica: evitare la responsabilità ex art. 22, comma 12, T.U. Immigrazione. Per poter stipulare un contratto con scadenza successiva a quella del permesso, Adecco pretendeva che il lavoratore producesse già in sede di selezione – anche mesi prima della scadenza – la ricevuta della domanda di rinnovo. Il Giudice dott. Mariani ha accolto il ricorso chiarendo che la responsabilità penale del datore di lavoro può sorgere soltanto dopo la scadenza del permesso – se il rinnovo non è stato tempestivamente richiesto – e non certo in sede assuntiva: la ricevuta della domanda di rinnovo va resa disponibile nel corso del rapporto di lavoro, non prima della sua instaurazione. Sul piano antidiscriminatorio, il Giudice ha richiamato la sentenza Chez Razpredelenie Bulgaria (C. Giust. 16 luglio 2015, C-83/14) e la giurisprudenza CGUE sul concetto di disadvantage, affermando che anche una misura apparentemente neutra capace di produrre effetti sfavorevoli minimi ma sistematici verso un gruppo protetto integra una discriminazione indiretta, salvo giustificazione obiettiva e proporzionata. L’obiettivo di evitare la responsabilità penale – pur legittimo – non giustificava la misura adottata, poiché l’ordinamento mette già a disposizione strumenti meno restrittivi e ugualmente idonei. Il Tribunale ha pertanto ordinato ad Adecco di cessare il comportamento e di adottare una direttiva interna che prescriva ai selezionatori di non tener conto della scadenza del permesso di soggiorno, procedendo all’assunzione anche quando la scadenza del contratto sia posteriore a quella del permesso. Ha inoltre ordinato la pubblicazione del provvedimento sulla home page del sito aziendale. Tribunale di Milano, sentenza n. 144 del 15 gennaio 2026
Moby Ovadia incanta a Milano
Dal 3 all’8 Marzo, teatro Carcano. Moni Ovadia. Il cartellone lo mette in grande. lui il centro, il fulcro, di una storia, della storia, una delle storie più forti che siano mai state scritte: Moby Dick. Lui il baricentro impazzito, il capitano che ha perso il senno, l’inseguitore del destino che vuole prenderlo e sconfiggerlo, lui che sfida l’infinito, la vita e la morte. Lo spettacolo inizia, ma per i primi 20 minuti il capitano Achab non appare. Eppure, la sua presenza si avverte, ogni volta che entra qualcuno in scena potrebbe essere lui, saranno in 9 alla fine sulla scena, tutti rigorosamente uomini, come su una baleniera deve essere. Giovani e meno giovani, coraggiosi, goffi, cialtroni, tutti sbeffeggianti la vita. Ma poi c’è l’ufficiale, il quacchero Starbuck, quello che prova a resistere ad Achab, quello che, quando la profezia iniziale dice che uno solo si salverà, tutti pensano a lui, lui che vuole salvare le vite dei suoi, lui che cerca di frenare il delirio del suo capitano. Sarà lui a salvarsi? Che abbiate letto o non abbiate letto il libro, se potrete, andate a vedere questa rappresentazione esemplare. Questo spettacolo debuttò a Roma, quasi un anno fa e da allora è stato solo a Roma, Siena e ora a Milano. Troppo poco. Bello immaginare, come ai vecchi tempi, la compagnia andare in giro, salire e scendere da treni, forse da pullmini, forse da aerei, le valige coi costumi, gli alberghi, le cene a tarda ora, l’aspettarsi, il bere, il raccontarsi. Questo spettacolo merita di prendere il largo. Dopo decine e decine di repliche, l’equipaggio sarà davvero tale. Questo spettacolo puo’ solo crescere. Moni Ovadia, a un passo dai suoi 80 anni, compare a metà del primo atto e, come per ogni vecchio attore amato, dal pubblico partono indecisi applausi. In fondo siamo a Milano, il pubblico è serio, composto, piuttosto attempato, solo alla fine pioveranno applausi commossi. Come in quel formidabile romanzo, lo spettacolo è un crescendo: prima parte dominata da risate sguaiate di uomini imbarcati, e il capitano appare serio, staccato, concentrato, lui cambia il ritmo dei dialoghi. I silenzi circondano le sue parole. Moni non recita, è il capitano Achab, è in guerra con una balena, è in guerra contro un mondo folle dove piovono bombe, dove si compie un genocidio, dove si sta impazzendo, dove l’essere umano rischia di cancellarsi. Moni conosce la balena bianca, l’ha vista, davvero. Moni-Achab trascina tutti, ha una forza dettata dalla sua vita, dalla sua conoscenza, dalle lingue che parla, dal mondo che ha visto, dagli uomini e dalle donne che ha conosciuto, dai libri che ha letto. Moni-Achab sa, quello che gli altri non sanno, lui è il più vecchio, lui ha visto, ha sperimentato, ha perso un pezzo di sé. Moni-Achab mangia il cuore di una balena presa, ma è cotto male, il cuoco deve imparare, deve imparare prima di tutto a parlare con i pescecani che disturbano la quiete, deve trovare le parole giuste. Moni-Achab spiega, riprende, prova a formare la sua ciurma, ma in fondo stima tutti questi giovani uomini; lui sa verso dove li sta portando, sa che il fine è alto, ma che la fine si avvicina. La storia piano piano si ribalta. Gli uomini che ridevano adesso sono atterriti, ma è Achab che ora ride, ride degli iceberg, della sorte ignota, delle disgrazie. Lui punta alla balena bianca, tutto il resto non esiste al confronto. L’assoluto lo aspetta, e lui lo sfida, lo vuole. Moni è un capo compagnia, come il grande Eduardo. Intorno ha attori, anche giovani. Bravi, ma recitano, stanno in superficie, sperano di avere la moneta inchiodata sull’albero maestro. Vogliono bere e fornicare. Lui, burbero e affettuoso, li scuote, li prende poi per mano, e li fa scendere, lentamente, quasi senza che se ne accorgano, negli inferi. E così da attori che recitano, anche bene, ma ripetono la loro parte, piano piano, lungo le due ore della scena, il loro atteggiamento cambia. La drammaticità diventa loro, sono loro su quella barca che è in mezzo ai flutti, alla tempesta e alla bonaccia, è loro il compagno che muore, quello che si sente morire, quello che rimane sotto un albero caduto. Hanno capito dove sono finiti, ma è tardi e si buttano col loro capitano. Lui è pazzo, ma è pur sempre il capitano, un capitano gigantesco, quanto l’impressionante balena bianca. Andrea De Lotto
March 4, 2026
Pressenza
Io, Zack e Rogoredo li ho conosciuti bene
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Anni fa, per via di un progetto documentaristico poi abbandonato perché troppo emotivamente pesante, ho avuto l’occasione di conoscere molto bene, direttamente, il mondo del boschetto e della stazione di Rogoredo. Per un annetto lo ho frequentato molto, passandoci innumerevoli ore e giornate, immerso in quell’umanità disperata, conoscendo e raccogliendo le testimonianze e i racconti dolorosi dei tossicodipendenti, dei senzatetto che per pochi euro lavoravano come “pali” o “sentinelle” e vedendo al lavoro i venditori e gli agenti di polizia. Ho visto risse violentissime, gente morire di overdose davanti ai miei occhi, retate con fuggi fuggi generale, apparizioni di Brumotti di Striscia la notizia con telecamere, scene terribili. Era un decennio fa, ma Zack, il morto, me lo ricordo benissimo. Era un ragazzino ma già tra i principali pusher della famiglia che gestiva le piazze. Ricordo anche i suoi familiari: come il quindicenne morto investito da un treno mentre spacciava sui binari, che era fratello o cugino di Zack. Ricordo bene quel mondo e lo ricordo con orrore. Un mondo spietato, cinico, disperato, dove di umanità ne rimaneva pochissima. I Mansouri, compreso Zack, non erano belle persone. Erano una gang di trafficanti di una cattiveria pazzesca. Con i clienti erano violenti, aggressivi, a volte con punte di sadismo. Erano tutt’altro che lo “spacciatore amichevole”. Difficilmente usavano droghe, erano solo affaristi. Comunque non usavano armi da fuoco, ma bastoni, machete e sassi per farsi rispettare. Poi, probabilmente, fuori di lì avranno avuto un’umanità anche loro come tutti, ma certo non appariva. Abitualmente tossiche anche minorenni si prostituivano con loro nel bosco per una dose, tanto per dire. Quanto disprezzavano e deridevano e godevano a umiliare i tossici italiani: “gli italiani venderebbero la madre per una dose” dicevano ridendo. Erano in questo molto razzisti verso i clienti italiani. Se uno stava malissimo, era in astinenza, quelli si divertivano a sfotterlo, mai che, anche se era un cliente abituale, gli dessero anche solo una punta da 2 euro a credito per fargliela passare, che a loro costa pochi centesimi. Molti portavano cose rubate da barattare, questi se le prendevano dando in cambio una miseria, 2 euro di droga per un cellulare o una bici, che so. Con questo, nemmeno uno come Zack meritava di fare quella fine. Nessuno lo merita e in uno stato di diritto una persona così deve essere arrestata e scontare una pena tendente alla riabilitazione e nel pieno rispetto dei suoi diritti umani, non deve essere certo giustiziata, è qualcosa di inaccettabile. Come un quindicenne messo a spacciare dai genitori già dai 13 anni non merita di morire sotto un treno ma andrebbe recuperato alla società, almeno sarebbe necessario provarci. A Rogoredo però la morte era la normalità: sotto i treni e per overdose o per sparatorie o accoltellamenti, morivano regolarmente lì sia tossici che spacciatori con frequenza allora impressionante. Davvero era l’inferno sulla terra ai tempi, nel periodo di massima espansione, nel 2015-2017, quando c’erano addirittura due bande rivali in guerra violenta di spacciatori nel boschetto e una altrettanto potente dall’altro lato della stazione lungo i binari sotto un ponte e altre più piccole nei dintorni. Anche solo quelle due piazze principali erano arrivate al livello di essere aperte 24 su 24 con centinaia di clienti ogni giorno, che poi infestavano la stazione chiedendo elemosina e scippando i passeggeri per pagarsi le dosi. Era diventato un incubo anche solo prendere il treno lì, vedevi la fila a ogni ora di fantasmi in processione verso il bosco o l’ultimo binario. Verso la metà del 2017, stanco di tutto quell’orrore abbandonai quel progetto e quei luoghi. Da quasi un decennio non ho più voluto avere notizie di quel mondo, però passando ogni tanto di lì col treno la stazione sembrava molto ripulita, non vedevi più le processioni in direzione bosco e decine di eroinomani in giro: avevo letto che anni fa c’era stata una riqualificazione del boschetto, che avevano tagliato pure gli alberi che facevano da nascondiglio e che in gran parte era stato debellato lo spaccio. Mi faceva piacere e invece negli ultimi giorni sui giornali riconosco Zack, la foto e il nome, e scopro che è ancora tutto come prima o quasi, hanno solo cambiato di poco le zone, ma addirittura erano le stesse persone di allora, i ragazzini ormai trentenni. Faccio una ricerca sul web, leggo i nomi negli articoli sui giornali e li riconosco: come Soufiane, quello che ricordo meglio di tutti, di cui leggo dei recenti molteplici arresti. Entrano e poi escono e ricominciano, mentre uno è dentro, il cugino gli dà il cambio. Penso non finirà mai, temo. Un’altra cosa che ricordo bene di Rogoredo era che c’era almeno un poliziotto, già allora, che regolarmente si presentava a taglieggiare gli spacciatori, che prendeva mazzette quotidiane. Chissà se era già lui, Cinturrino, o altri. Molti clienti lo conoscevano con un soprannome che non ricordo. Io ho sempre avuto l’impressione che ce ne fosse più di uno, a dare protezione in cambio di soldi. Ma di uno ricordo con certezza (come ricordo alcuni agenti di grande umanità). Ecco, a me gli spacciatori di Rogoredo fanno orrore come si è capito, ma i poliziotti che gli permettono di fare quello che fanno e si approfittano di tutta la sofferenza e degrado che creano il mercato dell’eroina e della cocaina per monetizzare, mi fanno ancora più rabbia. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO: > Rogoredo non è un caso isolato -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Io, Zack e Rogoredo li ho conosciuti bene proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Volontari dentro e contro Milano-Cortina 2026 – di Lucio Monocrom
L'economia dell'evento è oramai diventata un volano di marketing e accumulazione territoriale ad elevato valore aggiunto, non tanto per il grado tecnologico che presenta ma soprattutto per i bassi se non quasi inesistenti costi del lavoro e della manodopera necessaria per il suo funzionamento. Come ci ricorda il presente articolo, scritto all'indomani della chiusura [...]
February 23, 2026
Effimera
Milano: «Scomodo» e un libro di Michele Gambino
di Giuliano Spagnul. Via Tofane a Milano, che affianca il Naviglio della Martesana, si trova in quella periferia a nord-est che ha visto “nel giro di pochi anni, quattro fiorenti borghi [diventare una] superaffollata zona 10”. Continuando a consultare questa vecchia ma, a mio parere, insuperata guida di Milano del 1983 (1) si legge che per spiegare questa trasformazione “alcuni
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Meloni-Ue: più bianchi e meno diritti
Articoli di Maurizio Alfano, Andrea Ceredani, Marco Bellandi Giuffrida e della redazione Diogene. A seguire un podcast di Lunaria.   La profilazione razziale. La militarizzazione delle politiche migratorie. di Maurizio Alfano I fenomeni migratori in Europa, come in Italia, sempre più rappresentati come una minaccia per autoctoni e vecchi residenti, sono attraversati, da alcuni anni, da un’analisi politico-istituzionale che non
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
40 anni fa la polizia uccideva Luca Rossi
il 23 febbraio 1986 un poliziotto della Digos, coinvolto in una rissa spara, e colpisce “per errore” il giovane militante di Democrazia Proletaria.   23 febbraio 1986 Milano, Piazzale Lugano, Bovisa, luogo abituale di spaccio, tre persone all’angolo che discutono, prima con calma poi sempre più animatamente, una delle tre persone è il digos Policino, la discussione finisce in rissa,
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Milano, Festival Internazionale di Poesia 2026: “Elogio della fragilità”
Il 23 maggio 2026 il Mudec – Museo delle Culture – si farà casa della parola poetica. Non una semplice rassegna, ma un attraversamento: il Festival Internazionale di Poesia di Milano torna con un titolo che è già una dichiarazione di poetica, Elogio della fragilità. In un tempo che ostenta forza e semplificazione, la poesia sceglie la crepa, la soglia, l’esitazione. La direzione artistica è affidata a Milton Fernández, editore e fondatore di Rayuela Edizioni, realtà che nel nome richiama l’antiromanzo di Cortázar e la sua idea di letteratura come esperienza da costruire, saltando da una casella all’altra del mondo. «Il festival è intimamente legato alla realtà con la quale viviamo», osserva Fernández. «La poesia non è un ornamento: è uno strumento di conoscenza, una forma di resistenza civile». Fu il Comune di Milano a chiedergli, anni fa, di immaginare un progetto dedicato alla poesia. Da quell’invito è nato un appuntamento che oggi intreccia editoria, scuole, dimensione internazionale. Rayuela – che pubblica, tra gli altri, volumi come Il cielo sopra Gaza e un’antologia dedicata a Gabriela Mistral – è anche sponsor del festival e promotrice del Premio Internazionale di Poesia Città di Milano, assegnato ogni due anni: al vincitore la pubblicazione di un libro e l’invito ufficiale al Festival Internacional de Arte y Literatura di Santa Ana, in El Salvador, come rappresentante dell’Italia. Il tema 2026, la fragilità, non è un cedimento ma un varco. «È ciò che trema e dunque è vivo», suggerisce Fernández. Fragile è l’adolescenza che cerca parole, fragile è la memoria che resiste all’orrore, fragile è l’identità che si muove tra lingue e geografie. E proprio in questa oscillazione il festival trova la propria necessità. La giornata si apre con i ragazzi del liceo linguistico Severi-Correnti: Lo sguardo e la parola è un laboratorio che insegna a riconoscere le emozioni e a trasformarle in scrittura. Segue l’esperienza trentennale del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Opera: Oltre gli ostacoli, calendario poetico-fotografico ispirato a Olimpiadi e Paralimpiadi, è un gesto contro il pregiudizio, nel solco rieducativo della pena. Nel pomeriggio, l’omaggio a Stefano Benni – tra ironia, satira e jazz – dialoga con il Poetry Slam, dove la parola si fa performance. La poesia indigena brasiliana al femminile porta al Mudec un femminile ancestrale, mentre l’incontro La lingua in cui vivo riunisce autori provenienti da Palestina, Senegal e Uruguay per interrogare il “dispatrio” creativo. Non mancano la poesia civile – in un libro corale che testimonia l’orrore di un eccidio contemporaneo – e l’omaggio a Gabriela Mistral, Nobel 1945, voce luminosa della maternità e della giustizia sociale. Alle 17.30, nell’Agorà, l’installazione di Chiharu Shiota (The Moment the Snow Melts) diventa scena per Sonetto d’inverno: neve come lingua antica che attenua e rivela. La serata si chiude con la proclamazione del Premio. La fragilità, allora, non come resa ma come coscienza. «Riconoscere il limite – insiste Fernández – significa aprirsi alla cura». In un’unica giornata, dalle 11 del mattino alla sera, Milano si lascia attraversare da voci che vengono da lontano e da vicino, da celle e aule scolastiche, da continenti diversi. Per partecipare al Premio Internazionale di Poesia Città di Milano 2026 occorre inviare entro il 28 febbraio una poesia inedita in lingua italiana, non oltre i cinquanta versi. Nessuna quota d’iscrizione: la cultura, qui, è servizio. Il testo vincitore sarà annunciato al Mudec e pubblicato in antologia da Rayuela. In un’epoca che teme ciò che vacilla, il festival sceglie di sostare proprio lì, dove la parola è più esposta. Perché è nella fenditura che entra la luce, e la poesia – ancora una volta – si fa atto necessario. Programma – 23 maggio 2026, Mudec (Museo delle Culture) Ore 11 – Spazio delle Culture Lo sguardo e la Parola – con IIS Severi-Correnti (a cura di Rossana Bartolo) Ore 12.30 – Spazio delle Culture Oltre gli ostacoli – Laboratorio Casa di reclusione di Milano Opera Ore 13.30 – Spazio delle Culture Comici Spaventati Lettori – Omaggio a Stefano Benni Ore 14 – Bistrot Fragile Poetry Slam – conduce Paolo Agrati Ore 15 – Spazio delle Culture La madre del Brasile è indigena – con Sheila Maués Autiello e Marianna Scaramucci, Ilenia Corradin. TarotPoesia – esperienza partecipativa – con Lucia Bellonese Ore 15.30 – Spazio delle Culture La lingua in cui vivo. Letteratura & Identità – con Khaled Soliman Al Nassiri, Modou Gueye, Angel Galzerano Ore 16 – Spazio delle Culture Fragilità – con Simone Fanti, Luis Portilla, Antonio Paiola, Carlo Marconi Ore 16 – Bistrot Microfono aperto (a cura di Serena Rossi) Ore 17 – Spazio delle Culture Era quello il tempo del ferry-boat – con Francesco Iarrera Presentazione antologia poetica civile Omaggio a Gabriela Mistral Ore 17.30 –Spazio delle Culture Il cielo sopra Gazza – Antologia 18.30 –Spazio delle Culture Gabriela Mistral. Antologia –con Claudia Sanchez Azua Lorella De Luca Partecipazione di Christian von Loebenstein – Console Generale del Cile a Milano Amb, Juan Carlos Castrillòn – Console Generale dell’Ecuador a Milano. Ore 19.30 – Agorà Sonetto d’inverno – con Lorella De Luca, Elisabetta Cagni, Kristján Hreinsson A seguire Premiazione del Premio Internazionale di Poesia Città di Milano 2026.   Per saperne di più: https://rayuelaedizioni.it/blogs/notizie/premio-internazionale-di-poesia-citta-di-milano-antonio-giuseppe-malafarina Simona Duci
February 15, 2026
Pressenza
Milano ancora in piazza per il Rojava e per Ocalan.
Diverse centinaia di persone, malgrado la pioggerellina milanese, hanno attraversato la città, gridando per la difesa dell’esperienza del Rojava e per la liberazione del leader kurdo Ocalan da 27 anni incarcerato nell’isola turca di Imrali. La forte musica kurda si è alternata senza sosta ai numerosi interventi volti a raccontare cosa è stata e cosa è quell‘esperienza rivoluzionaria che dovrebbe essere un faro in questa umanità allo sbando ed invece è sottoposta ad attacchi continui. Ocalan, che continua a guardarci dai suoi enormi ritratti che coprono il camion, riesce a dare la linea al suo popolo pur nella sua durissima detenzione. Un popolo che lo ama e che lo richiede a gran voce, in libertà. Ogni volta che dalla Turchia sembra che qualcosa si sblocchi, ogni volta tutto si ferma, la lentezza del processo di pace è estenuante. Dall’altra parte la rivoluzione in quel pezzo di Kurdistan, il Rojava, che vede un formidabile protagonismo delle donne. La comunità kurda e i movimenti milanesi oggi erano in piazza, segnati, questi ultimi, sicuramente dalla stanchezza di due anni e mezzo che ha visto tutti impegnati ad arginare il genocidio in Palestina, tutt’ora in corso. Le lotte, oggi, almeno in parte, si sono incontrate: sicuramente quella con i giovani e le giovani iraniane, ma anche quella con la resistenza palestinese. Nel frattempo per le strade si incrociano turisti o supporters delle squadre delle olimpiadi: guardano straniti, forse si chiedono di quale squadra sia quella bandiera rossa, verde, gialla. E’ quella di milioni di kurdi, un popolo che resiste con tutte le sue forze. Per capire meglio la situazione della regione, si può ascoltare, da Radio Onda d’Urto, la registrazione di un importante incontro tenutosi a Milano il giorno 11 febbraio. https://www.radiondadurto.org/2026/02/13/mesopotamia-la-pace-possibile-la-proposta-di-ocalan-gli-audio-dellincontro-dell11-febbraio-2026-a-milano/ Andrea De Lotto
February 15, 2026
Pressenza
Milano, 14 febbraio: tenda contro la guerra e l’economia di guerra
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, insieme ad altre associazioni e organizzazioni, partecipa alla Tenda Contro la Guerra e l’economia di guerra di sabato 14 febbraio a Milano dalle 10:00 alle 13:00 in Piazza Vigili del fuoco (Lambrate). Durante l’incontro in piazza, che cade nella settimana di mobilitazione per le libertà d’insegnamento, sarà presentato anche il Vademecum contro la militarizzazione e gli Appunti Resistenti per la libertà d’insegnamento da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. LAVORO, SANITÀ, SCUOLA E SERVIZI SOLDI PER I QUARTIERI, NON PER LA GUERRA In che modo la guerra sta condizionando la nostra vita, il lavoro, la vita del quartiere, la nostra salute? Vieni alla Tenda: spazio al dialogo con microfono aperto, banchetto con materiale informativo, spazio per i bambini per disegni e lettere da inviare in Palestina. Confrontiamoci, organizziamoci, facciamo rete, mobilitiamoci! Mettiti in contatto con noi: tendacontrolaguerra.zona3@gmail.com MILANO PER LA PALESTINA, CASORETTO PER LA PALESTINA, SANITARI PER GAZA, LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA_LOC, GIOVANI PALESTINESI D’ITALIA_GPI, PANETTERIA OCCUPATA, P.CARC, PATRIA SOCIALISTA, OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
February 13, 2026
Pressenza