Nel CPIA con le speranze e il dolore degli studenti iraniani
Insegno in un CPIA in una scuola serale per studenti stranieri e in classe ho
molti studenti iraniani che studiano l’italiano per poter frequentare le
università italiane. Studiano informatica, ingegneria e medicina nelle
Università di Torino. Si chiamano Masha Arvis Narsest, Alirezha Mohsen Pegah.
In questi giorni è difficile fare lezione perché questi studenti di solito così
compiti educati, timidi a volte quasi all’eccesso, timorosi di esprimere le loro
idee e anche le loro emozioni, quando arrivano in classe iniziano a piangere e
stanno incollati ai loro cellulari piangendo per vedere se riescono ad avere
notizie dal loro paese È difficile fare lezione perché loro piangono tutto il
tempo e a volte a me mi viene da piangere con loro. Piangono perché sanno che il
regime degli ayatollah è disposto a uccidere migliaia di persone, sacrificare la
loro generazione di giovani pur di non mollare la presa del potere. Era già
successo negli anni ’90, era già successo nel 2011 ed era già successo pochi
anni fa con il movimento delle donne curde iraniane “donna vita e libertà.”
Da diverse fonti arrivano notizie di più di 10.000 morti altri parlano di 2000 e
3000 morti comunque sono già troppi morti. Così ieri non riuscendo più a fare
grammatica con metà della classe che piange abbiamo deciso di sospendere le
elezioni e siamo andati insieme al flash mob che si è tenuto a Milano. Abituato
alle manifestazioni della sinistra per Gaza per la Palestina e per l’America
Latina, sono stato dispiaciuto di non trovare i compagni e le compagne, gli
attivisti che generalmente incontro alle manifestazioni, e mi è dispiaciuto
perché credo che non si possa essere solidali soltanto nella cornice ideologica
della nostra comfort zone.
Ieri sono stato a contatto con persone che portavano la bandiera americana e
anche la bandiera della monarchia e mi ha fatto certamente un certo disagio. Ho
provato a spiegare che quella bandiera a stelle e strisce è sempre meno un
sintomo o un simbolo di libertà. Ma di fronte al medioevo in cui è precipitato
l’Iran da 25 anni, di fronte a uno stato che è diventato per i giovani una
prigione, loro vedono gli Stati Uniti come la libertà; anche la possibilità di
ballare in strada con una cuffietta incollata alle orecchie è un sintomo di
libertà e come dargli torto? E così ci siamo trovati circa un migliaio di
persone a Milano a manifestare davanti all’ambasciata americana: alcuni pensano
e sperano che dall’America possa arrivare un aiuto, altri più vicini al
movimento curdo pensano che sono le donne e gli uomini iraniani che devono
autodeterminarsi, altri ancora pensano che questo sarebbe giusto ma non è
possibile perché il regime è troppo potente ed è troppo crudele. Come dargli
torto? In Iran in questi giorni c’è anche un mio caro amico. Si chiama Sail, è
un rifugiato politico afgano sfuggito ai talebani perché appartiene alla
famiglia di Mansoud, famoso comandante antisovietico durante l’occupazione. Era
partito a Natale per reincontrare la mamma che non vedeva da 8 anni. Si sono
dati appuntamento in Iran al confine con l’Afghanistan. Sahil è arrivato in
Italia ed è stato accolto dalla diaconia valdese è diventato un compagno di
viaggio della sinistra a Pinerolo è venuto alle manifestazioni No Tav ha
lavorato un anno come servizio civile nel nostro circolo Arci. Le ultime notizie
che mi ha mandato erano di qualche giorno fa e mi dicevano che stava bene ma la
polizia e l’esercito stavano sparando a tutti.
So che a sinistra molti si chiedono ma cosa succederà dopo questa protesta? chi
gestirà il paese? come sarà la transizione? A volte queste domande di politica
internazionale rischiano di esaurire o diminuire o svalorizzare la nostra
reazione emotiva.
Vorrei ricordare quello che diceva Hanna Arendt che anche le peggiori dittature
negli ultimi momenti della protesta si ricompattano per non perdere il potere.
Io penso che il privato è politica e anche le emozioni sono politiche e di
fronte all’uccisione di giovani donne e uomini, per la maggior parte con meno di
30 anni, penso che l’emotività e la politica ci devono spingere a reagire.
Cosa sarà dell’Iran sono domande che verranno dopo, adesso penso che bisogna
stare accanto alle donne e agli uomini che che vivono e studiano qui da noi,
accompagnarli nel loro dolore e fargli sentire tutta la nostra solidarietà,
sono esseri umani molto raffinati, molto profondi, molto intelligenti che
vivono nelle nostre città, studiano nelle nostre università, vengono nelle
nostre scuole e cercano soltanto una scorcio di libertà, anche di libertà
borghesi e individuali come mettersi una gonna corta, lasciare liberi i capelli
o ballare al suono della musica. Anche se sfuggono alle nostre categorie
interpretative, penso che abbiano diritto di sentire un po’ di solidarietà.
Manfredo Pavoni Gay