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Livorno, i portuali bloccano una nave carica di materiale bellico destinato alle basi USA
È in corso un blocco al porto di Livorno. I portuali legati ad USB e al Gruppo Autonomo Portuali (GAP), insieme alla Global Sumud Flotilla, sono tornati in azione contro l’impiego dei porti italiani per il transito di materiali bellici e dual use. L’obiettivo di oggi è la nave SUNAID X, che si occupa del trasporto dei carichi militari statunitensi per la DLA (Defense Logistics Agency) destinati alla base americana di Sigonella. Tre barche della Global Sumud Flotilla sono scese in mare e hanno bloccando l’accesso della nave allo scalo, mentre i portuali stanno presidiando il varco al quale dovrebbe attraccare e hanno proclamato lo sciopero all’interno del terminal. «State rifornendo una base militare coinvolta nella guerra imperialista e nel genocidio dei palestinesi», hanno comunicato via radio all’imbarcazione, accusata di trasportare almeno quattro container di «materiali pericolosi» tra cui componentistica per droni. «Il porto per voi è bloccato, non siete i benvenuti. Siamo contro la macchina della guerra e non lasceremo che dai nostri porti passino armi e componenti militari. Cambiate rotta e andatevene». In questo momento, la Guardia di Finanza ha fermato le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, ma per ora la SUNAID X resta fuori dall’imboccatura del porto. La SUNAID X ha preso recentemente il posto della VM Vita nel trasporto di materiali per la DLA, l’agenzia logistica della difesa delle forze armate statunitensi, che viaggia dal porto di Livorno a quello di Augusta per consegnare il suo carico alla base militare di Sigonella. La DLA gestisce la catena di approvvigionamento globale per tutte le forze armate statunitensi, compresi l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e i Marines. Acquista e distribuisce beni di consumo, come cibo, carburante, uniformi, materiali da costruzione e parti di ricambio per veicoli militari e aerei, organizzando lo stoccaggio e il trasporto di tali merci verso tutte le basi militari statunitensi. In Italia rifornisce le basi della Naval Air Station Sigonella in Sicilia, la Naval Support Activity Napoli, la Camp Darby situata tra Pisa e Livorno e un’altra base a Civitavecchia. «Su questa imbarcazione ci sono quattro container di “materiali pericolosi” di classe IMO, tra cui batterie particolari di utilizzo per droni, e forse anche droni non armati,» dice Giovanni Ceraolo, rappresentante di USB Porti di Livorno, a L’Indipendente. «Oltre a materiale chimico, gas, equipaggiamento vario e non meglio identificato,» aggiunge. «Noi rifiutiamo di essere un ingranaggio di questa logistica di guerra. Per noi che si utilizzi un porto civile come questo di Livorno, e che i portuali siano costretti ad essere complici di questi traffici, è una cosa inaccettabile. È uno dei motivi principali dello sciopero del 30 ottobre, dove più di cento porti a livello mondiale sciopereranno contemporaneamente contro il traffico di armi, contro la guerra, contro il riarmo». Per i lavoratori portuali il blocco di questa nave si inserisce anche in un percorso di denuncia dell’utilizzo delle basi statunitensi – in particolare quella di Sigonella – nei recentissimi conflitti bellici. «È ormai ufficiale che la base di Sigonella è stata utilizzata per coordinare operazioni nell’ultimo conflitto in Iran,» ha continuato Ceraolo, ricordando i ringraziamenti di questa estate del segretario generale della NATO Mark Rutte all’Italia per i circa 500 aerei americani partiti dalle basi USA nel Belpaese. «Questi conflitti hanno bisogno di una rete logistica importante, altrimenti non si potrebbero fare. Se un drone deve partire da Sigonella per andare a fare attività di ricognizione per bombardamenti in Iran, bisogna che il drone arrivi a Sigonella, che le batterie vi arrivino, e questi droni e queste batterie vi arrivano perché passano da porti civili tra cui anche quello di Livorno. Ed è questo che dobbiamo – e possiamo – fermare». I portuali e la GSF erano pronti da tutta la notte per quest’azione. La SUNAID X infatti era arrivata nei radar di Livorno intorno alle 4 del mattino di oggi, ma è stato solo nel primo pomeriggio che le è stato concesso l’accesso – subito bloccato dalle barche della Global. «Questo è il primo passo per dire che è ora di agire. L’obiettivo è impedirgli l’accesso al porto, ma ogni ora che lo ritardiamo perdono comunque un sacco di soldi,» dichiara Luca Poggi a L’Indipendente. 29 anni, romano, è uno dei membri dell’equipaggio ora in mare. «La volontà è di unire le lotte in vista dello sciopero del 30 ottobre, e ricordare come l’azione diretta sia una pratica concreta contro l’economia della guerra e del genocidio. Le proteste contro il carovita, il prezzo del gasolio, la repressione, e la questione palestinese sono collegate. L’Italia è il secondo paese in UE per tagli al welfare e al sociale per fare spazio al riarmo. I soldi che vengono spesi per il genocidio dei palestinesi, per la guerra in Iran, sono soldi che vengono tolti alle scuole, ai trasporti, alla sanità, alla ricerca. È ora di dire basta». The post Livorno, i portuali bloccano una nave carica di materiale bellico destinato alle basi USA appeared first on L'Indipendente.
October 22, 2026
L'INDIPENDENTE
La sentenza del Consiglio di Stato su Ravenna fa giurisprudenza
La sentenza del Consiglio di Stato che obbliga le Dogane di Ravenna a svelare i dati aggregati di armi passati dal porto, fa giurisprudenza: d’ora in poi le  dogane faranno più fatica a negare l’accesso agli atti, soprattutto sul passaggio di materiali di armamenti ma anche di dual use o altro materiale critico. Non potranno più invocare la motivazione di una “guerra mondiale a pezzi nella quale l’Italia è coinvolta”, visto che fino a prova contraria la guerra non è stata dichiarata né deliberata e (ancora) non si possono comprimere i diritti democratici. È una vittoria per la cittadinanza che ha il diritto di sapere e del giornalismo che ha il diritto di indagare. L’avvocatura di Stato (che dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) aveva definito il mio lavoro di giornalista d’inchiesta un “interesse personale” a “scopo di lucro” confliggente con l’interesse pubblico di nascondere i dati sulle armi. Il Consiglio di Stato torna a dare dignità al lavoro di tutti noi giornalisti.  Ringrazio infinitamente il mio avvocato Andrea Maestri, persona straordinaria e instancabile, da una vita dedito a difendere i diritti degli ultimi, degli oppressi e degli emarginati, che con enorme professionalità e passione ha vinto le Dogane in tutti i gradi di giudizio. Ringrazio tutti quelli che sono ricorsi ad adiuvandum senza lasciarci soli: il sindacato USB con gli avvocati Salerni, Conte, Damizia, Guglielmi, Andrade Fajardo, Rossi, le associazioni The Weapon WATCH (Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) e Cred, e coloro che ci sono stati vicini e che hanno lottato con noi: in primis il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, BDS Italia, i portuali, i parlamentari che in questi mesi hanno fatto interrogazioni sul caso, Stefania Ascari, Marco Croatti, Marco Grimandi, gli europarlamentari Mimmo Lucano e Cristina Guarda. Ringrazio un po’ meno il Comune di Ravenna e la Regione Emilia-Romagna, che pur potendo costituirsi ad adiuvandum e nonostante le nostre preghiere a farlo, hanno scelto un’altra strada. Ognuno fa le sue scelte l’importante è non intestarsi le vittorie altrui. La vittoria però non è totale. Purtroppo si possono continuare a tenere occultate le destinazioni di queste armi, rendendo complicato valutare il rispetto della legge 185/90. Io, noi ovviamente non ci fermiamo qui. Questo è un solo primo passo. La lotta è enorme perché siamo come Davide contro Golia. La tendenza a tenere all’oscuro la cittadinanza, a militarizzare i porti civili, e facilitare il passaggio delle armi non è solo una “fissa” ravennate. È una tendenza europea. Con la military mobility, con omnibus V l’Europa sta approvando regolamenti e direttive che facilitano la libera circolazione di armi. Questa non è una lotta personale né locale ma deve diventare nazionale e europea. Soprattutto non ci basta sapere quante armi passano, ma dobbiamo fermarle perché ogni arma è destinata ad ammazzare un essere umano, spesso e volentieri un civile inerme, donne e bambini. Rilancio ancora una volta lo sciopero internazionale dei portuali contro la guerra, previsto per il 30 ottobre, organizzato dai sindacati italiani di base USB, Orsa e numerosi sindacati internazionali. Scioperiamo e manifestiamo anche a Ravenna, in ogni porto d’Italia e del mondo. Linda Maggiori
October 17, 2026
Pressenza
Gli avvocati del governo dicono che l’Italia è in guerra per nascondere i dati sulle armi
L’Avvocatura dello Stato ha reclamato il «diniego totale» all’accesso ai dati sul transito di armi nel porto di Ravenna con la motivazione che l’infrastruttura ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati potrebbe favorire le «potenze nemiche». È questa la motivazione con la quale l’Avvocatura (che dipende dal Consiglio dei ministri, quindi da governo) ha fiancheggiato le Dogane nel rifiuto alla richiesta di accesso ai dati sui traffici di armi attraverso il porto romagnolo. Una situazione paradossale dove, da una parte, il governo ha negato ripetutamente che l’Italia sia in guerra mentre, dall’altra, gli avvocati dello stesso governo affermano che il Paese è in guerra al solo fine di negare la trasparenza democratica sulle informazioni strategiche. Ma riavvolgiamo il nastro della vicenda. Il caso è nato in seguito alla richiesta di accesso agli atti presentata da chi scrive, nel gennaio 2026, alle Dogane ufficio Romagna per avere dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto di Ravenna e sulle relative destinazioni: «la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestri e divisi per export-transito». Le Dogane nel giro di un mese mi hanno inviato un diniego totale, per motivi di sicurezza nazionale e per segreto commerciale. Assistita dall’avvocato Andrea Maestri del foro di Ravenna ho quindi fatto ricorso al Tar. A inizio luglio 2026, il Tar di Bologna ha accolto parzialmente il ricorso: si devono divulgare i dati aggregati sulle armi, visto che secondo i giudici non mettono in pericolo la sicurezza nazionale, ma si possono celare le destinazioni. Non una decisione ottimale, perché le destinazioni sono necessarie a capire se quelle armi finiscono in mano a eserciti genocidiari, ma quantomeno si è trattato di un compromesso. Peraltro dal porto di Ravenna è facile capire dove finiscono i carichi, visto che la destinazione più frequente sono proprio i porti di Ashdod e Haifa dove finiscono 1000-2000 container ogni mese, mentre alle altre destinazioni (Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano…) arrivano quantità molto inferiori.  Il blocco di due ore del traffico nel porto di Ravenna, il 28 novembre 2025 Il 7 luglio, una settimana dopo la sentenza del Tar, invio a mezzo pec un sollecito alla Dogane: «in esecuzione della sentenza n.1279/2026, pronunciata dal TAR Emilia-Romagna il 1° luglio 2026 nel ricorso R.G. n. 420/2026, chiedo il rilascio dei dati da me richiesti. Visto il ritardo accumulato nella risposta, chiedo che ai dati del 2025 siano aggiunti anche i dati relativi al 2026. Qualora l’Amministrazione non provveda spontaneamente a dare esecuzione alla sentenza, mi vedrò costretta a promuovere un giudizio di ottemperanza». A questo punto le Dogane, assistite dall’Avvocatura dello Stato (che dipende dal Consiglio dei ministri), si appellano al Consiglio di Stato, massimo organo della giustizia amministrativa in Italia, chiedendo l’annullamento della sentenza e la sospensiva dell’efficacia del provvedimento. Nella memoria di consiglio scritta per l’udienza cautelare, motivano la richiesta di negare totalmente i dati aggregati sulle armi, con il fatto che il porto di Ravenna ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati avrebbe favorito le “potenze nemiche”:  «La ostensione di dati e informazioni (vieppiù a una giornalista di inchiesta) è idonea ad arrecare gravissimo e irreparabile pregiudizio agli interessi pubblici, […] alla difesa e alle questioni militari. […] La propalazione dei dati e delle informazioni consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni dello Stato del porto di Ravenna, e ciò è un’evenienza assolutamente da scongiurare nell’attuale contesto storico-politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia» si legge nel memoriale. Eppure il porto di Ravenna è classificato come porto civile e commerciale, non militare. Ma come altri porti civili, viene usato sempre più come infrastruttura dual use, anche a seguito delle decisioni europee (military mobility) sulle reti Ten-T che stanno adattando questi “corridoi” ferroviari e portuali al passaggio di armi e truppe.  L’Avvocatura dello Stato aggiunge peraltro che la mia richiesta di accesso generalizzato agli atti è un interesse privato da limitare, finalizzato al lucro (“de lucro captando”) mentre l’export e il transito di armi sono un interesse pubblico da tutelare con il segreto, sottolineano ancora che «l’interesse mediatico non equivale all’interesse pubblico».  Come se i mercanti di morte non lucrassero sul traffico di armi, e come se la professione del giornalismo non fosse un esercizio a tutela della democrazia e di rilevanza pubblica. Ma la cosa più grave, oltre all’offesa del giornalismo, è che l’avvocatura dello stato abbia dichiarato nero su bianco che ci troviamo “parte” di una guerra mondiale, mai dichiarata e mai deliberata dal Parlamento.  Il consiglio di Stato, riunito il 27 agosto per decidere sulla sospensiva, decide di non decidere: chiede a me e al mio avvocato di non esigere i dati almeno fino all’8 ottobre data della successiva udienza di merito. Accettiamo. Nel frattempo si mobilita la società civile, si costituiscono ad adivandum Weapon Watch, il centro di ricerca per la democrazia (Cred), il sindacato USB.  Nonostante ripetuti appelli da parte della società civile e del Coordinamento contro le armi dal porto di Ravenna, il sindaco Alessandro Barattoni e il presidente della Regione Michele De Pascale non si costituscono ad adiuvandum nel ricorso, preferendo agire con moral suasion verso le Dogane: a inizio settembre 2026 scrivono infatti all’ufficio nazionale delle Dogane chiedendo di rendere pubblici tutti i dati sugli armamenti che transitano da tutti i porti italiani. A oggi non ci risulta che abbiano ricevuto risposta.  L’11 settembre l’onorevole Stefania Ascari (M5S) ha chiesto che il Governo venisse in Parlamento a chiarire la rilevanza militare del porto di Ravenna, dopo aver depositato un’interrogazione parlamentare sui quantitativi di materiale d’armamento transitati dal porto di Ravenna nel 2025 e nel 2026. «Siamo in guerra? Da quando l’Italia è coinvolta in una “guerra mondiale a pezzi e ibrida”? Chi lo ha deciso? E quando sono stati informati il Parlamento, i cittadini e le cittadine? L’Avvocatura dello Stato, nel difendere l’Agenzia delle dogane davanti al Consiglio di Stato, ha definito Ravenna un porto di “rilevanza militare’’. Si parla anche di una “guerra mondiale a pezzi e ibrida’’. Parole gravissime, che non possono restare senza risposta, perché sono fatti di interesse pubblico e abbiamo il diritto di sapere. Perciò ho chiesto un’informativa urgente al Ministro Crosetto su quanto sta emergendo attorno al porto di Ravenna. Se dal porto di Ravenna, così come da tutti gli altri porti, transitano armamenti, il Governo deve dire con chiarezza quali materiali passano, verso quali destinazioni, con quali autorizzazioni, in base a quali accordi e perché ai cittadini e alle cittadine viene negato il diritto di sapere. Su Gaza e sulle armi che attraversano i nostri porti non possiamo accettare omertà, segreti e complicità» ha detto la Ascari in Parlamento.  Il presidio dell’8 ottobre a Ravenna mentre a Roma si svolgeva il Consiglio di Stato Hanno presentato interrogazioni simili anche il senatore Marco Croatti (M5S) e il deputato Marco Grimaldi (AVS), senza però, ad oggi ottenere risposte.  L’8 ottobre si è svolta l’udienza finale presso il Consiglio di Stato a Roma, mentre una folla di persone era in presidio a Ravenna. Sono passati ormai 7 giorni e i giudici non hanno emesso alcuna sentenza. L’attesa continua. Nel frattempo, le Dogane di Trieste hanno opposto diniego al mio accesso agli atti per conoscere la quantità di armi transitate nel porto friulano. Anche in questo caso si invoca la sicurezza nazionale e le relazioni tra gli Stati in virtù della quale la trasparenza è vietata: «la pubblicazione dei dati, anche quantitativi, (…) sul transito di armamenti (…) comporterebbe un concreto pregiudizio ai rapporti intercorrenti tra Stati e alle relazioni internazionali, in quanto la pubblicazione dei documenti oggetto dell’Istanza, anche in termini di dati di tipo quantitativo, consentirebbe, ad esempio, di identificare attraverso quali rotte commerciali gli Stati si garantiscono l’approvvigionamento di armamenti o sistemi di difesa e danno attuazione ai propri obblighi internazionali».   Ma la società civile e gli stessi portuali non ci stanno ad accettare la guerra. A Ravenna così come in altri porti italiani e internazionali il 30 ottobre ci sarà lo sciopero internazionale dei portuali contro le guerre. In Italia aderiscono finora USB e Orsa Porti. 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October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Israele porta la guerra nello spazio: in sviluppo armi per colpire obiettivi sulla terra
Israele prepara un nuovo salto nella propria strategia militare: portare la capacità di attacco oltre l’atmosfera e trasformare lo spazio in un nuovo fronte di guerra. Il ministero della Difesa ha inserito nel proprio piano pluriennale lo sviluppo di sistemi capaci di proteggere i satelliti israeliani da quelli ostili e, soprattutto, colpire obiettivi sulla Terra direttamente dall’orbita. Non si tratta ancora di armi operative, ma di un programma al quale saranno destinati finanziamenti specifici e che coinvolgerà le Forze di difesa (IDF), la Direzione per la ricerca e lo sviluppo (MAFAT) e l’industria bellica nazionale. L’obiettivo dichiarato dai vertici della Difesa è conquistare una posizione di «superiorità» nello spazio e assicurare a Tel Aviv un chiaro vantaggio nei conflitti futuri. Il progetto si articola su più livelli. Il primo prevede l’ampliamento delle capacità di intelligence attraverso un sistema articolato su diversi piani, in grado di sorvegliare simultaneamente più aree, giorno e notte e con qualsiasi condizione meteorologica. Il secondo punta a rendere più sicure e continue le comunicazioni militari. Il terzo introduce apertamente la dimensione offensiva: da un lato, sistemi destinati a difendere i satelliti israeliani da veicoli avversari, dall’altro armi spaziali capaci di raggiungere bersagli terrestri. La distinzione tra difesa e attacco, già piuttosto elastica nelle dottrine di sicurezza israeliane, rischia di diventare ancora più labile quando viene trasferita nello spazio. A coordinare lo sviluppo saranno MAFAT, IDF e aziende della difesa, le stesse componenti che hanno trasformato Israele in uno dei maggiori laboratori mondiali per droni, missili, sorveglianza digitale e intelligenza artificiale applicata alla guerra. Il conflitto con l’Iran ha impresso un’accelerazione al programma: durante l’operazione Roaring Lion, i satelliti sono stati impiegati per raccogliere informazioni di intelligence ad alta precisione, ampliando e aggiornando l’elenco dei potenziali obiettivi militari da colpire. La svolta era stata anticipata il 25 giugno dallo stesso ministro Israel Katz, che aveva annunciato lo sviluppo di armi laser spaziali e dichiarato l’ambizione di fare di Israele il leader mondiale nelle capacità di attacco nello spazio. Il ministro aveva inoltre evocato la capacità di «attaccare» e «distruggere» i sistemi nemici, senza precisare le tecnologie allo studio. Laser, strumenti di disturbo e dispositivi capaci di paralizzare o danneggiare i satelliti sono stati indicati successivamente dalla stampa israeliana come possibili soluzioni. Nei colloqui riservati a porte chiuse, citati dalla stampa israeliana, il ministro ha fissato un traguardo più realistico: collocare Israele tra le prime cinque potenze del settore. Il Paese dispone di circa 25 satelliti, contro gli oltre 11.600 attribuiti agli Stati Uniti, più di mille alla Cina e circa 220 alla Russia, secondo Orbital Radar. I satelliti radar Ofek 13 e Ofek 19 permettono di osservare il territorio anche di notte e attraverso le nuvole, mentre Dror 1 garantisce comunicazioni avanzate. Per Avi Berger, responsabile della Direzione spaziale, queste capacità dovranno assicurare alle IDF «libertà d’azione» e produrre «effetti» su diverse aree geografiche: formule asettiche dietro cui si delinea la possibilità di sorvegliare, costruire banche di obiettivi e, in futuro, colpire direttamente dallo spazio. Israele entra così in una corsa già dominata da Stati Uniti, Cina e Russia, mentre il diritto internazionale mostra lacune sempre più vistose. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, ratificato anche da Tel Aviv, vieta di collocare in orbita armi nucleari o altre armi di distruzione di massa, ma non proibisce esplicitamente il dispiegamento di armamenti convenzionali. Una zona grigia ereditata da un accordo concepito quando i sistemi oggi progettati appartenevano ancora in larga parte alla fantascienza e che consente alle potenze di presentare l’escalation come semplice progresso tecnologico. Ogni nuova arma viene presentata come necessaria alla deterrenza, alimentando una militarizzazione che prepara inevitabilmente quella successiva. Nel caso israeliano, la «difesa del fronte interno» torna a giustificare strumenti capaci di colpire ovunque, cancellando i limiti geografici e riducendo ulteriormente lo spazio del controllo politico. La questione non è soltanto se e quando queste armi diventeranno operative, ma quale precedente possa creare uno Stato già accusato di impiegare la propria superiorità tecnologica senza proporzione e senza riguardo per le vittime civili.   The post Israele porta la guerra nello spazio: in sviluppo armi per colpire obiettivi sulla terra appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 1, 2026
L'INDIPENDENTE
A processo per aver scritto “Life not war” su una vecchia ciminiera: Leonardo spa contro Extinction Rebellion
La principale azienda italiana del settore militare e dell’aerospazio, la Leonardo spa, vuole portare a processo quattro attivisti di Extinction Rebellion per una protesta realizzata a marzo del 2025 a Torino. L’azienda accusa il movimento di “imbrattamento” (art. 639 cp) per aver raggiunto una ciminiera in disuso all’interno del complesso industriale di corso Marche e avervi realizzato la grande scritta “Life Not War”, la cui rimozione – disposta nel giro di poche ore – sarebbe costata circa 10 mila euro. «Una delle aziende che più in questi anni ha tratto profitti dall’escalation bellica globale, vuole portare a processo 4 persone per aver scritto su un pilone di cemento abbandonato che servono investimenti nella vita e non nella guerra», afferma Extinction Rebellion. «Se c’è un messaggio che emerge da questa vicenda è che Leonardo ha scelto ancora una volta la direzione contraria: War Not Life». Il prossimo 22 giugno, al Tribunale di Torino, è fissata la prima udienza pre-dibattimentale tra i legali del movimento e quelli dell’azienda, che dovrà stabilire l’eventuale avvio del processo. Le ragioni della protesta La protesta estremamente simbolica di Extinction Rebellion aveva avuto l’obiettivo di denunciare pubblicamente le responsabilità di Leonardo e del governo italiano nella vendita di armi impiegate in bombardamenti indiscriminati in diverse aree del mondo. Il movimento punta il dito sulla fornitura di armi e servizi bellici a Israele, come, ad esempio, materiali e servizi per i velivoli M-346 su cui si esercitano i piloti dell’aeronautica militare israeliana che poi guidano i caccia F-16 e F-35 utilizzati per i bombardamenti. Allo stesso tempo, l’iniziativa del marzo scorso voleva portare l’attenzione sull’aumento dei fondi destinati al riarmo, a scapito degli investimenti per la transizione ecologica e la sicurezza sociale. L’azione arrivava infatti a pochi giorni dall’approvazione al parlamento europeo della risoluzione per Riarmare l’Europa (Rearm Europe), un progetto che mobiliterà fino a circa 800 miliardi per potenziare gli investimenti dei singoli Stati membri nella Difesa. Più in generale, la spesa militare globale è a livelli record, con aumenti che non si vedevano dalla Guerra Fredda, e nell’ultimo decennio in Italia è aumentata di circa il 30%, con ripercussioni dirette anche sul clima: il settore militare è infatti responsabile del 5% delle emissioni climalteranti, come evidenziato in un rapporto pubblicato in aprile. Contemporaneamente, gli impegni e gli investimenti degli scorsi anni sulla decarbonizzazione vengono abbandonati, come si evince dal rinvio delle chiusure delle centrali a carbone al 2038 e dagli enormi investimenti in gas fossile. Il ruolo di Torino nel settore della Difesa In questo scenario, Torino occupa una posizione centrale in Italia. Il capoluogo piemontese è infatti oggi uno dei principali poli dell’industria aerospaziale e della difesa, grazie alla presenza in crescita di numerose aziende del comparto, mentre l’automotive arretra e la crisi di Mirafiori ridisegna il tessuto industriale. Proprio nell’area di corso Marche, dove ha sede Leonardo ed è stata realizzata la scritta contestata, sorgerà la futura Città dell’Aerospazio: un progetto da 1,3 miliardi di euro, con completamento previsto entro il 2028, che punta a integrare ricerca universitaria, industria aerospaziale e della difesa e piccole e medie imprese in un unico grande distretto dell’innovazione. «Negli anni in cui sono state registrate le temperature medie più alte della storia e migliaia di persone hanno perso la vita in guerre e genocidi, l’Europa, l’Italia e le amministrazioni locali continuano ad aumentare le risorse destinate al settore militare», sostiene il movimento. «Sono fondi che dovrebbero essere impiegati per una transizione ecologica rapida, radicale e democratica, capace di affrontare le cause profonde delle crisi che stiamo vivendo». Torino laboratorio della repressione Si apre così un nuovo fronte giudiziario a Torino, legato alle mobilitazioni contro il riarmo e a sostegno della Palestina che negli ultimi due anni hanno attraversato la città e il Paese. Solo nell’ultimo autunno si sono registrate infatti decine di denunce, sanzioni da migliaia di euro, diverse misure cautelari e richieste di sorveglianza speciale in seguito a cortei e occupazioni. Questa volta, tuttavia, non è coinvolto soltanto l’apparato statale: a muoversi per pretendere misure repressive è direttamente uno dei principali colossi dell’industria della difesa. Una scelta che segna un ulteriore salto di livello nel conflitto sociale. Intanto, dal movimento, la posizione resta invariata: «Non sarà un’azienda accusata di crimini contro l’umanità come Leonardo a fermare le migliaia di persone che in questi mesi hanno chiesto giustizia. Lo abbiamo scritto sulla sua ciminiera e lo rifaremmo ancora: Life Not War». * Extinction Rebellion
June 17, 2026
Pressenza
Sosteniamo lo sciopero di oggi a testa alta
di Patrick Boylan Oggi c’è lo sciopero dei sindacati di base.  Verranno meno trasporti e servizi. Molte persone si lamenteranno del disagio che ciò crea senza chiedersi il perché dello sciopero e se ci sono dei buoni motivi. Certamente i mass media non ci dicono il perché dello sciopero e i buoni motivi per averlo indetto. Zitto e mosca. Ecco
L’ipocrisia del governo Meloni: indignazione di facciata e complicità nel genocidio
Il teatrino dell’indignazione del governo Meloni contro Ben Gvir, ministro israeliano noto per aver maltrattato la Flotilla e per le sue posizioni estremiste, è solo una maschera ipocrita. Mentre a parole si alzano voci di condanna, nei fatti l’Italia – con il sostegno diretto di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia – continua a fornire armi a Israele, alimentando un conflitto che sta causando un massacro di civili innocenti. Il Parlamento europeo ha appena bocciato un emendamento chiaro e netto, presentato dal Movimento 5 Stelle, che chiedeva lo stop immediato all’invio di armi verso Israele. Un emendamento che avrebbe potuto rappresentare un segnale concreto di discontinuità rispetto a una politica di complicità e silenzi colpevoli. Invece, la maggioranza di destra ha scelto di opporsi, confermando che per loro le parole sono solo vuote dichiarazioni, mentre i fatti – quelli che contano davvero – continuano a sostenere la macchina della guerra. Non si tratta di una semplice questione politica o di schieramenti: è una questione morale. Davanti a una richiesta di embargo sulle armi, che significa fermare la vendita, il trasferimento e il transito di armamenti verso un paese coinvolto in un conflitto sanguinoso, il Parlamento europeo ha preferito il comodo rifugio dell’astensione e del voto contrario. Un voto non vincolante, certo, ma che avrebbe potuto almeno imprimere una svolta simbolica, se non altro per mettere in discussione la logica di un’Europa che si dichiara paladina dei diritti umani ma che, nei fatti, si rende complice di massacri. Il risultato è un copione già visto e tristemente prevedibile: una parte del Parlamento prova a spingere per una linea più netta, ma la destra italiana e i suoi alleati europei bloccano ogni tentativo di agire concretamente. Nel frattempo, il conflitto si aggrava, le vittime civili si moltiplicano e l’Europa resta impantanata nella sua ipocrisia cronica. Non è più tempo di parole vuote e voti simbolici. È tempo di agire, di assumersi responsabilità politiche vere, di smettere di alimentare con le armi un conflitto che sta producendo un genocidio sotto gli occhi di tutti. L’indignazione di facciata del governo Meloni è solo una maschera per nascondere la sua complicità attiva. Siamo tutti indignati, ma questa indignazione deve trasformarsi in rabbia e azione concreta. Perché finché l’Europa continuerà a voltare lo sguardo e a fornire armi, il sangue innocente continuerà a scorrere. E questa complicità è una vergogna che non possiamo più accettare; oltretutto l’Unione europea ha un accordo commerciale con Israele che prevede la sospensione dell’accordo in caso di violazione dei diritti umani. E il governo Meloni si oppone sempre. Ray Man
May 22, 2026
Pressenza
The Weapon Watch : basta favori ai mercanti di armi
La Presidenza del Consiglio ha consegnato alle Commissioni parlamentari, secondo la legge 185/90, il documento che illustra “l’esportazione, l’importazione di materiale di armamento”. Gianni Alioti, attivista e ricercatore di «The Weapon Watch», ci aiuta a comprendere, con chiarezza, i termini di una questione assai complessa ma determinante. L’intervista integrale, pubblicata su ‘Settimana News’ https://www.settimananews.it/politica/quanto-guadagnano-mercanti-morte/ è curata da Giordano Cavallari. Ve ne proponiamo alcune parti importanti (ndr) . “Cosa prevede la legge 185/90 riguardo al Documento recentemente presentato dalla Presidenza del Consiglio alle Camere? La Legge 185/90 all’art. 5 prevede che ogni anno la Presidenza del Consiglio invii al Parlamento una relazione in ordine alle operazioni autorizzate e svolte nell’anno precedente per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento. La relazione contiene moltissime informazioni, dati e tabelle che servono in primis a deputati e senatori, ma anche alla società civile e ai media, per esercitare un controllo democratico sul commercio di armi. Una “merce” non paragonabile alle altre, il cui commercio per lunghissimi anni è stato occultato dietro il segreto di Stato, sia durante la monarchia e il regime fascista, sia dopo la liberazione e l’avvento della repubblica, sino al 1990. La Legge 185/90 è stata il risultato di una lotta condotta dal 1976 da settori del sindacalismo metalmeccanico e da molte associazioni e movimenti – specie di matrice cristiana – per il controllo dell’esportazione di armi. Fondamentale fu il ruolo di denuncia dei missionari in Africa e la Campagna contro i mercanti di morte coordinata da tre riviste: Missione Oggi dei Missionari Saveriani, Nigrizia dei Missionari Comboniani e Mosaico di Pace della sezione italiana del movimento internazionale Pax Christi. Spiegaci il meccanismo delle autorizzazioni sull’import-export di armi. La Legge 185/90 prevede all’articolo 1 che qualsiasi esportazione, importazione, transito, trasferimento intracomunitario (nell’ambito dei paesi UE) così come l’intermediazione di materiali d’armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione e la delocalizzazione produttiva, debbano essere soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato. Lo Stato ha affidato questo compito all’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento del Ministero degli Esteri (UAMA) sia per quanto concerne l’interscambio dei materiali d’armamento (esportazione e importazione) sia per il rilascio delle certificazioni per le imprese e per gli adempimenti connessi alla materia; mentre sul transito nei porti e negli aeroporti di materiali d’armamento provenienti da altri paesi e destinati a paesi extra-europei c’è tuttora un rimpallo di responsabilità su chi lo debba fare. Nei fatti, come denunciato più volte da The Weapon Watch – l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei con sede a Genova – nessun transito è stato autorizzato e documentato negli anni, perché nessun transito chiede di essere autorizzato. Questa è una cosa gravissima perché non solo viene aggirata e svuotata la Legge 185/90, ma anche il trattato internazionale sul commercio delle armi, Arms trade treaty (Att), al quale l’Italia ha aderito dal 2013, che vieta il transito di armamenti verso Stati che violano il diritto umanitario. In ogni caso, tutti i transiti (compresi quelli intra-comunitari tra i paesi UE) sono sottoposti al rispetto delle disposizioni di pubblica sicurezza che rimettono tale compito al Ministero dell’Interno tramite le prefetture territorialmente competenti. Il Ministero dell’Interno e le Prefetture conoscono con anticipo i traffici d’armi e perciò dovrebbero predisporre misure di controllo ad hoc e, in determinati casi, non lasciarli passare. Ciò solitamente non avviene. Nel marzo 2026 si sono registrate alcune positive novità dovute all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanza, che hanno sequestrato alcuni carichi di munizioni ed equipaggiamenti militari nei porti di Ancona e di Genova. Nel porto di Gioia Tauro, hanno ispezionato e bloccato (su segnalazione del sindacato USB) diversi container che trasportavano componenti in acciaio balistico prodotti in India e destinati alla fabbricazione di armi in un’azienda del gruppo israeliano Elbit Systems (tra i primi 30 al mondo per fatturato militare). Di cosa ci informa la relazione presentata in questi giorni alle Commissioni parlamentari? Nel 2025 le autorizzazioni per importazioni di materiali d’armamento hanno raggiunto quasi due miliardi di euro, con un aumento del 171% negli ultimi 4 anni; a differenza delle esportazioni, le importazioni riguardano esclusivamente materiali dai paesi extra-UE (i principali sono Svizzera, Stati Uniti, Regno Unito, Kuwait e Israele). Mentre i materiali d’armamento provenienti dai paesi UE non prevedono alcuna autorizzazione. Le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per suo conto per la realizzazione di programmi di armamento e di equipaggiamento delle Forze armate e di polizia, a loro volta, non sono incluse nelle autorizzazioni rilasciate da UAMA, in quanto possono essere consentite direttamente dalle Dogane. Il dato più controverso sulle importazioni di materiali d’armamento dai paesi extra-UE è la crescita rilevante di quelle provenienti da Israele. Nel 2025 hanno raggiunto un valore di 85 milioni di euro, pari al 4,30% del totale delle importazioni. Si tratta soprattutto tecnologie digitali per la sorveglianza, per la gestione dati, per il C3I (comando, controllo, comunicazione e intelligence) ecc.: un dato incoerente con la scelta dell’Italia di non concedere, dall’ottobre 2023, nuove licenze all’export verso Israele (una scelta questa rispettosa della Legge 185/90, valutata positivamente dalla stessa Rete italiana Pace Disarmo). Tuttavia, i dati contenuti nella Relazione dell’Agenzia delle Dogane confermano che forniture di materiali d’armamento a Israele sono continuate anche nel 2025: forniture autorizzate da licenze emesse prima dell’ottobre 2023, nonostante la normativa preveda che fossero sospese. Nel 2025 risultano movimentati verso Israele oltre 22,6 milioni di euro di materiali d’armamento, comprese attività di supporto logistico, manutenzioni, pezzi di ricambio ecc. legate, soprattutto, ai grandi contratti di fornitura di caccia addestratori e di elicotteri prodotti e venduti a Israele da Leonardo. In materia di autorizzazioni all’export di armi italiane sui mercati internazionali, la relazione evidenzia che il 2025 ha segnato un nuovo record: +19,14% rispetto al 2024. Il valore dell’export ha raggiunto 9,16 miliardi di euro. L’Italia vende ora più armi, collocandosi al 6° posto tra i maggiori esportatori al mondo, dopo USA, Francia, Russia, Germania, Cina e davanti a Israele, Gran Bretagna, Corea del Sud e Spagna. Negli ultimi quattro anni (dal 2022 al 2025) il volume delle autorizzazioni all’export è cresciuto addirittura dell’87%. Per l’ennesima volta, sono smentiti tutti coloro che, in ambito militare, politico e industriale, continuano a chiedere di depotenziare la Legge 185/90, perché limiterebbe gli affari dei fabbricanti d’armi in Italia nell’esportazione all’estero. Il fatto che anche nel 2025 oltre la metà delle armi per le quali è stata autorizzata la vendita (il 62,38%), sia destinata a paesi extra UE non appartenenti alla NATO, dovrebbe semmai aprire una riflessione critica sui casi di violazione delle norme. Se si applicassero i criteri stringenti (e spesso i divieti espliciti) previsti dalla Legge 185/90 e dal Trattato Att per le esportazioni verso i paesi in stato di conflitto armato e/o di grave violazione del diritto umanitario, il nord Africa e l’area medio-orientale non sarebbero al primo posto tra le regioni destinatarie delle armi italiane. Per impedire la modifica della Legge 185/90 è fondamentale che l’opinione pubblica e la società civile diano il loro pieno sostegno alla campagna “Basta favori ai mercanti di armi”. E, al contempo, spetta ai movimenti rilanciare la “campagna di pressione alle banche armate”, sostenuta da quest’anno anche dalla CEI, affinché cresca la sensibilità e la partecipazione all’invito di non utilizzare, per i propri risparmi e la gestione dei propri conti correnti, le banche coinvolte nella produzione o nel commercio di armi.” Redazione Italia
May 4, 2026
Pressenza