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Non l’hanno liberata, ma Aung San Suu Kyi è viva?
No, non l’hanno liberata. La giunta militare del Myanmar che ha posto fine a un decennio di quasi democrazia con il colpo di stato del 1° febbraio 2021 in quello stesso giorno imprigionò la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente democraticamente eletto U Win Myint. Nei giorni scorsi, Min Aung Hlain, il Presidente autoproclamato del nuovo governo militare del Myanmar, ha annunciato che in occasione della tradizionale amnistia per il primo dell’anno birmano che ricorre il 17 aprile, verranno liberati più di 4.000 detenuti- di questi solo 290 sono detenuti politici. Ma lei non c’è. Hanno rilasciato di prima mattina il presidente eletto U Win Myint e con il passare delle ore è diventato sempre più chiaro che la consigliera non era tra i detenuti liberati; non si sa se verrà nuovamente posta agli arresti domiciliari, come molti sperano. Il figlio più giovane di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, il 19 aprile ha lanciato l’ennesima appello perché la giunta dia notizie sulle condizioni di salute della madre. In questi giorni sui social media giovani birmani  attivisti per i diritti civili hanno lanciato la campagna  “Proof of Life”: chiedono di fornire prove che la Consigliera di Stato sia ancora viva. Il 19 giugno compirà 81 anni. Da quando è stata arrestata la Cina ha fatto rinnovate richieste di poterla incontrare, ma senza successo. L’ultima notizia risale al 2023, quando il Ministro degli Esteri thailandesi disse che gli era stato concesso un incontro di un’ora con lei e ne diede conto in un incontro dell’ASEAN nel luglio di quell’anno. Agli appelli sul suo rilascio si sono aggiunti quelli ufficiali dell’ambasciata inglese a Yangon e quello della rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, ma è evidente che l’Europa non è più interessata alle vicende di quella che considera una ex “paladina dei diritti umani”. Ignora che è proprio grazie ad Aung San Suu Kyi se generazioni di birmani hanno conosciuto prima e abbracciato poi le politiche dei diritti umani e sempre grazie a lei, dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021 hanno dato vita a quel movimento nonviolento, unico nel suo genere oggi nel mondo, di difesa dei diritti umani, diventato la spina dorsale della Resistenza e che il 1° febbraio 2026 ha compiuto cinque anni: il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM). Le reazioni si sono fatte sentire soprattutto in Asia, in particolare l’appello per il suo immediato rilascio dal Paese in carica per la presidenza dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations), le Filippine. Il Myanmar è stato bandito dall’ASEAN a causa del continuo stato di violenza in cui versa il Paese e del suo rifiuto di rilasciare i numerosi prigionieri politici. Ciò nonostante, proprio in questi giorni Ming Aung Hlaing, in vesti civili, dismesse quelle di generale dell’esercito da quando si è proclamato Presidente, ha chiesto di poter tornare a far parte dell’ASEAN, nel tentativo di legittimare se stesso e il suo governo di militari. Questa richiesta fa parte del percorso in cui da qualche tempo si trova il Myanmar, una road map disegnata del suo potente partner commerciale, la Cina. Ma su di lui e altri undici membri del suo governo, pendono rinnovate sanzioni per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale (ICP) e le accuse di genocidio in corso presso la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ).     Fiorella Carollo
April 23, 2026
Pressenza
Pisa, 10 aprile: Appello alla mobilitazione per il 77° anniversario della NATO
VENERDÌ, 10 APRILE, ORE 16:00 PISA, PIAZZA XX SETTEMBRE Nei giorni scorsi si sono riunite realtà organizzate e singoli attivisti per discutere insieme sul 77° anniversario della fondazione della NATO, che precede di poco l’Ottantesimo della Repubblica Italiana. Due storie, quella della Repubblica e quella della NATO, che in Italia, non solo si intersecano, ma si intrecciano e si fondono. È necessaria al riguardo una riflessione critica collettiva diffusa, che purtroppo, bisogna ammetterlo, non c’è, o è nascosta, frazionata, interna alle coscienze, senza essere capace di arrivare alla ribalta della discussione politica, indirizzata anzi in una sola direzione: far accettare a tutti gli italiani la guerra come qualcosa di naturale ed inevitabile. Purtroppo, si può solo constatare il fatto che, davanti all’ennesima guerra di USA e Israele, la mobilitazione non è stata capace si fermare l’ennesima carneficina, di cui in Italia e in altre parti del mondo si percepiscono solo le ripercussioni economiche che vanno ad abbattersi negativamente, ancora una volta, sui redditi della gente comune, della classe lavoratrice, dei pensionati e delle famiglie, con le loro conseguenze sul potere di acquisto di salari e pensioni e sulla qualità delle esistenze. È evidente come la frenetica corsa al riarmo e il rafforzamento dell’economia di guerra che si sta cercando di compiere sotto gli occhi e il naso di tutti, sostenuta dalla malsana idea che l’economia del Paese possa beneficiare dalla sostituzione della manifattura tradizionale con quella della produzione di armenti mentre le forze politiche che la sostengono cercano, nemmeno più di tanto, di dissimulare il processo in atto. I benefici della sostituzione di un’economia di pace con una di guerra sono una bugia colossale ed un errore, oltre che un fatto incostituzionale. Dati alla mano, si può sostenere che un tale processo conduce di fatto alla perdita di milioni di posti di lavoro in Europa, non ad un loro aumento, con un ritorno economico esclusivo per una ristretta élite: i produttori degli armamenti stessi. Ma purtroppo, come sempre più spesso avviene nella società dello spettacolo, una bugia ripetuta 100 volte può diventare la verità assoluta, per chi non dispone di strumenti di analisi critica. Tali politiche di riarmo vengono ormai costantemente accompagnate da discorsi mainstream che dipingono il nostro paese e la UE come zone sotto costante minacce di un nemico esterno, per giustificarne l’implementazione, quando in realtà sono queste stesse politiche a metterci in pericolo. Nell’immaginario collettivo si sta cercando di costruire l’idea secondo la quale la guerra sia qualcosa di inevitabile, con militari che fanno propaganda nelle scuole di ogni ordine e grado. In questo quadro distopico, la stessa NATO può apparire come uno strumento di pace, agli occhi di Trump una specie di ferrovecchio. Tutto questo avviene mentre i nostri territori sono già, ogni giorno, attraversati da carichi di armi. Le Università rappresentano già il banco di prova per le tecnologie duali, ricerche che camuffate da studi a fini civili hanno, in realtà, l’obiettivo di produrre morte. Ormai già da anni questi temi attraversano innumerevoli atenei e facoltà. Ma è davvero inevitabile tale deriva? Sì, se non si va creando una coscienza pubblica critica capace di mettere in discussione la cultura della guerra e l’ennesimo pacchetto sicurezza che colpisce chi manifesta liberamente un pensiero critico. I promotori di questo documento e della mobilitazione ad essa connessa sono convinti che opporsi a certe tendenze non sia solo importante e necessario, ma che non ci sia altro da fare! Per questo si proposto di mettere in campo, in occasione dell’anniversario della NATO, un’iniziativa che porti avanti una narrazione controcorrente e critica al riguardo. La proposta concreta è quella di organizzare una piazza a Pisa, dove ciascuno possa portare un pezzo di esperienza contro la guerra, delle testimonianze di vario genere, anche di esperti studiosi della materia, un momento di informazione pubblica e di formazione dal basso, anche con un semplice microfono aperto alle realtà contro il riarmo, il militarismo e il pacchetto sicurezza; aperta a tutti coloro che provano a dimostrare a cosa serve e a chi conviene veramente la guerra, quando poi a combatterla e a subirne le conseguenze negative sono sempre i soliti noti: i Popoli, tutti noi. Questa iniziativa potrebbe segnare l’inizio di un percorso più ampio che potrà condurre più forti e preparati alla “commemorazione” dell’Ottantesimo anniversario, prevista il 2 Giugno 2026, della Festa della Repubblica Italiana che auspichiamo si trasformi in un’ulteriore occasione di riflessione sul coinvolgimento del nostro paese nella Guerra e non di una festa auto commemorativa di una repubblica, solo a parole, fondata sulla pace e contro la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione
«Il lavoro e l’edificazione della pace»: Non siamo noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università a scriverlo, ma la CEI, la Commissione Episcopale Italiana, che si occupa anche dei problemi sociali e del lavoro. La CEI, con l’avvicinarsi del 1° maggio, Festa dei lavoratori, lancia un messaggio di pace, contro la guerra e di aperta contrapposizione a quanti vogliono riconvertire la manifattura civile in produzione militare: Primo maggio 2026, i vescovi italiani: il lavoro come strumento di pace – Vatican News. Un messaggio del tutto condivisibile, quello dei vescovi, a ricordare l’inganno della guerra. Partiamo da questa importante assunzione di responsabilità perché nel mondo sindacale prese di posizioni esplicite contro la riconversione industriale a fini militari non le abbiamo ancora lette, eccezion fatta per i sindacati di base, che solitamente non sono presenti nel settore industriale, espulsi dalle Rappresentanze sindacali con l’applicazione del Testo unico sulla rappresentanza o marginalizzati dalle politiche confindustriali che privilegiano rapporti con organizzazioni non conflittuali. «Non trasformiamo gli aratri in lance perché la guerra resta il grande inganno»: questo messaggio facciamo nostro in un momento storico particolare. La guerra in Iran, infatti, provoca l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, tenendo fermi i salari, che intanto perdono sempre più potere di acquisto. La guerra si alimenta con tecnologie duali e armi sofisticate da vendere a Paesi che taglieranno le spese sociali. Il ricorso all’intelligenza artificiale ha accresciuto il numero delle vittime “civili”, dei cosiddetti effetti collaterali, così sinistramente ribattezzati per confondere le idee all’opinione pubblica. E tornano in mente le parole del compianto vescovo Tonino Bello: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita». Possono esserci dei terreni comuni con il mondo cattolico? Senza dubbio la campagna contro il ritorno della leva, la mobilitazione per impedire l’approvazione di norme legislative che rimuovano anche i pochi vincoli ancora esistenti al commercio di armi e manufatti bellici, la costante denuncia dei processi di militarizzazione ci sembrano terreni unificanti per una comune iniziativa contro la guerra e la militarizzazione. Ma possiamo anche concordare nella denuncia e nel boicottaggio dei processi di speculazione finanziaria con l’acquisto di titoli azionari dell’industria militare per non contribuire all’economia di guerra. I titoli azionari delle imprese di armi rappresentano una occasione per gli investitori nazionali ed internazionali visti gli andamenti dei listini di borsa. Uno studio realizzato qualche anno fa Economia a mano armata: l’ebook di Greenpeace e Sbilanciamoci! – Greenpeace Italia   confutava il luogo comune secondo il quale riconvertendo imprese civili in militari l’economia avrebbe avuto vantaggi in termini di posti di lavoro e crescita del PIL. In Italia, una spesa di un miliardo di euro per l’acquisto di armi porta a un aumento della produzione interna di soli 741 milioni di euro, con un impatto netto sull’occupazione di circa 3 mila posti di lavoro. Poca cosa, diremmo, risultati assai magri, se pensiamo che analoghi investimenti per istruzione e sanità avrebbero effetti assai maggiori creando oltre 16 mila posti di lavoro; stesso discorso vale per la sanità con un ritorno in termini sociali assai rilevante. Intanto nei Paesi NATO le spese in armamenti nell’ultimo decennio sono aumentate del 168%, l’aumento del numero di occupati è stato invece inferiore del 30%, stando ai dati forniti dalla Rete Pace e Disarmo. A guadagnarci sono soprattutto gli azionisti delle imprese di guerra con profitti cresciuti nell’arco di 3 o 4 anni fino al 400%. L’Osservatorio lancia quindi un invito a convergere su importanti questioni, iniziando a confutare l’orribile luogo comune secondo il quale la salvezza per la manifattura sia quella di riconvertirsi a produzione di guerra, una mera illusione smentita da economisti e studi da riprendere e diffondere nei luoghi di lavoro e nelle scuole. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Appello di Onborders: servono volontari a Oulx, alla frontiera tra Italia e Francia
Tagliati i finanziamenti al Rifugio Fraternità Massi di Oulx, alla frontiera Italia-Francia: anche donne e minori costrette al gelo. Il Rifugio Fraternità Massi è lì dove ogni anno vengono accolte migliaia di persone migranti che –  sbarcate lungo le coste italiane o provenienti dalla rotta balcanica – proseguono il proprio viaggio. A causa del taglio delle risorse, ora il Rifugio riesce a restare aperto solo in orario notturno; la mattina e fino alle 17 le persone sono costrette a vivere all’addiaccio. La temperatura nelle ore diurne è di 1-2 gradi sopra lo zero, spesso piove o nevica o tira un vento gelido. In montagna, quindi a Claviere e al Monginevro, le temperature variano da -17 a -5 gradi sotto lo zero. Le persone, in queste condizioni, devono camminare lungo i sentieri montani pieni di neve per 20 km, prima di riuscire ad arrivare al rifugio di Briançon. Le attiviste e gli attivisti di Onborders, insieme agli altri volontari del rifugio e alle associazioni presenti, si sono organizzate per provare a garantire alle persone in transito abiti caldi, cibo, informazioni, assistenza, un riparo dove possibile. Siamo in strada, assieme ai moltissimi minori, alle mamme sole con bambini piccoli, a persone in condizioni di grande fragilità. Proviamo in queste condizioni estreme ad ascoltare, raccogliere bisogni, desideri, e per quel che è possibile, mettere in sicurezza le persone.  Soprattutto proviamo a ridurre il rischio vita dovuto al passaggio in montagna, quando queste persone – in un clima di caccia all’uomo da parte dei militari francesi – provano, spesso di notte, a varcare la frontiera. Ma in strada, in queste condizioni inumane, è difficile fornire adeguato supporto materiale e informativo e i buchi di tutela in questo tratto del viaggio migrante rischiano di essere pagati con la vita. Non sappiamo per quanto tempo andrà avanti questa situazione. Ciò che sappiamo con certezza, e da qui nasce il nostro appello, è che abbiamo bisogno di volontari. Siamo in campo dalle 7,30 del mattino alle 20 di sera: siamo pochi, non riusciamo a turnare, non ce la facciamo. Abbiamo bisogno di tutti voi. Abbiamo bisogno di volontari che da adesso in avanti e per i mesi successivi siano disponibili a venire a Oulx. Abbiamo una casa dove possiamo accogliere. Normalmente noi chiediamo di restare con noi minimo un mese, ma solo per il mese di aprile, vista l’urgenza e la necessità, siamo disposti ad accogliere anche per periodi inferiori. Per ogni informazione potete fare riferimento alla mail: onbordes2022@gmail.com Grazie infinite a tutti i compagni. Andiamo avanti! https://onborders.altervista.org/             Redazione Italia
April 2, 2026
Pressenza
Tre attivisti del Convoy Nuestra América arrestati di ritorno da Cuba
Riprendiamo dalla pagina Facebook dell’attivista brasiliano Thiago Avila questo allarmante appello lanciato dal suo team di comunicazione. Thiago Avila è stato arrestato questa mattina alle 8:17 (ora locale) all’aeroporto di Panama e portato via per essere interrogato. L’ultimo contatto risale alle 9:50 e da allora non è stato più possibile comunicare con lui. Thiago Avila durante la navigazione verso Cuba. Altri due attivisti, Chris Smalls e Katie Halper, sono attualmente detenuti a Miami. Tutti avevano partecipato al Convoy Nuestra América, un’iniziativa internazionale di solidarietà con Cuba e stavano tornando a casa. Finora non ci sono informazioni chiare sulla situazione legale o sulla previsione di rilascio, il che fa temere una possibile criminalizzazione delle azioni umanitarie. Chiediamo attenzione, mobilitazione e ampia diffusione per garantire l’incolumità dei compagni e il loro immediato rilascio. Apprezziamo il vostro sostegno. Team di comunicazione di Thiago Avila Anna Polo
March 25, 2026
Pressenza
La Marcia dei bruchi si conclude a Milano sabato 28 marzo. Venite a fare l’ultimo chilometro con noi?
“Signor John, cosa sta succedendo nel mondo?”. Me lo ha chiesto un ragazzino di quinta elementare durante un incontro in Val Camonica. “E perché fanno le guerre?”, ha aggiunto una bambina di prima elementare, forse la più piccola del gruppo. Eravamo riuniti nell’atrio di una scuola elementare, con tutte le classi, dalla prima alla quinta. Ero stato invitato a incontrare gli alunni e alunne di questa scuola alla vigilia della marcia che, martedì 10 marzo scorso, ha coinvolto a Darfo Boario Terme circa 500 persone tra alunne, alunni e docenti. Come si fa a rispondere a domande così difficili, soprattutto quando arrivano da bambini così piccoli, con uno sguardo e un tono molto più seri di quelli di tanti adulti dei nostri tempi? Mi chiamo John Mpaliza, sono un cittadino italo-congolese. Vivo a Trento e sono in Italia da 34 anni: ne ho 57. Ingegnere informatico di formazione e di professione fino al 2014, oggi sono attivista per i diritti umani a tempo pieno. Da 16 anni organizzo marce nazionali e internazionali con l’obiettivo di creare momenti di dialogo e di confronto sui temi dei diritti umani, della giustizia e della pace. Da cinque anni promuovo la Marcia dei bruchi, un’iniziativa che ogni anno scolastico, sempre in una regione diversa, coinvolge migliaia di giovani, soprattutto studenti attraverso le scuole. In questo momento sto attraversando a piedi la Lombardia con la quinta edizione di questa iniziativa, partita sabato 21 febbraio da Mantova, che si concluderà a Milano nel pomeriggio di sabato 28 marzo. Ti starai probabilmente chiedendo come sarà andata a finire con le domande di quei bambini! Me lo chiedo ancora anch’io. Non so bene cosa abbia detto per convincerli. Si poteva leggere nei loro occhi e nell’espressione dei loro volti che erano soddisfatti della risposta. Ricordo solo che ho sorriso, ho chiesto scusa per non avere una risposta semplice pronta e ho iniziato a raccontare. Cosa? Non ricordo, ma ricordo le loro facce. Sembrava ascoltassero una fiaba. Erano circa ottanta, tutti curiosi, tranquilli e attentissimi. Alla fine ho visto sui loro volti quella bellissima espressione di soddisfazione, senza maschera, che solo i bambini hanno. Cos’era successo? Mistero! In quel momento ho capito che le mie spiegazioni erano arrivate a destinazione: nei loro cuori. Potevo quindi fermarmi. Ho quindi messo una canzone che speravano conoscessero ed hanno cantato a squarciagola. “Me la sono cavata piuttosto bene”, ho pensato tra me e me. E se fosse capitato a voi? Mi piacerebbe davvero saperlo come avreste risposte a quelle domande! Tornando a noi adulti, purtroppo la situazione attuale nel mondo non è delle migliori. Tra governanti criminali e armi di distruzione di massa — non solo quelle atomiche, ma anche la sempre più invasiva intelligenza artificiale — l’umanità sembra avvicinarsi come non mai a un punto di non ritorno. Palestina, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Iran, Ucraina, Venezuela, Libia, Cuba, Haiti, Siria. La lista è purtroppo lunghissima! Basta che nel sottosuolo di un Paese ci siano importanti riserve di materie prime, soprattutto petrolio, per finire nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati. Tra questi, secondo me, soprattutto la nostra Europa — soprattutto quella cosiddetta “unita e fondata sui diritti” — che sembra non rendersi conto di essere una marionetta in una relazione transatlantica in cui a guidare, comandare e trarre beneficio sono sempre, e da sempre, gli Stati Uniti. Gli esempi di questa relazione malata, tossica, sono tanti. Uno dei più evidenti, dopo i dazi introdotti da Trump e accettati dall’Unione Europea senza grandi reazioni, è la richiesta ai Paesi della NATO di contribuire con il 5% del PIL al finanziamento dell’organizzazione. La NATO, dalla sua nascita, è stata spesso il braccio armato della principale potenza occidentale, partecipando a diverse guerre sanguinosissime provocate dagli USA senza l’avvallo preventivo delle Nazioni Unite che, seppure siano rappresentative quasi del solo “Nord del mondo”, dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti umani e lavorare per la mediazione e la pace. Non sarebbe corretto però fare di tutta l’erba un fascio. C’è anche chi dice “no”. La Spagna guidata da Pedro Sánchez, ad esempio, si è opposta al finanziamento della NATO con il 5% del PIL e ha negato l’utilizzo delle proprie basi militari per gli attacchi contro l’Iran, oltre alla sua recente decisione di richiamare definitivamente la sua ambasciatrice da Tel Aviv. Quindi allora, qualcosa si può fare, giusto? La speranza è che, poco alla volta, altri Paesi seguano questa strada e che le cittadine e i cittadini europei decidano di sostenere e proteggere queste scelte della Spagna: lo stesso sostegno che chiediamo per i Paesi che si trovano nel mirino degli Stati Uniti, come Cuba, affamata, e Venezuela, ma non solo. Quando la legge del più forte diventa la norma, nessun Paese ricco di materie prime o di energia è davvero al sicuro. Anzi, nessun Paese è proprio al sicuro, nemmeno l’Italia! Per questo, l’umanità — o ciò che ne resta — deve fare una cosa sola: unirsi e lottare contro ogni forma di imperialismo, capitalismo e neocolonialismo. Pensare che non toccherà mai a noi, o che finché riguarda i Paesi del cosiddetto “Sud del mondo” siano affari loro, è come vedere la casa del vicino andare a fuoco e voltarsi dall’altra parte, convinti che le fiamme non arriveranno mai fino alla nostra. E la Marcia dei bruchi? Questa iniziativa porta avanti queste lotte nei territori, coinvolgendo soprattutto quei giovani che spesso definiamo “il nostro futuro” ma che, in realtà, sono già “il nostro presente”. La marcia è alla quinta edizione. Mancano 15 regioni! Ce la faremo? Un appello a fare insieme a noi l’ultimo km, sabato 28 marzo a Milano Vorrei quindi lanciare questo appello a tutte le persone e ai gruppi di buona volontà di Milano, della Lombardia e non solo: venite sabato 28 marzo, nel pomeriggio, e facciamo insieme l’ultimo chilometro e chiudiamo insieme questa edizione, con un messaggio di speranza: ci siamo e ci impegniamo per un futuro miglio! Portate bandiere o cartelloni con messaggi per dare voce alle cause e ai Paesi che vi stanno a cuore. La marcia si svolgerà nel pomeriggio, dopo le 15, e si concluderà entro le 18. PS: informazioni e dettagli su orario, piazza di ritrovo e percorso saranno disponibili da mercoledì 25 marzo sul sito della Marcia dei bruchi: www.marciadeibruchi.org Potete anche contattarmi direttamente per informazioni o adesioni: 320 430 9765. “Cammineremo insieme e, come bruchi, ci trasformeremo in farfalle. E così vogliamo trasformare anche il mondo”. Sono le parole di Giacomo, l’adolescente che diede il nome a questa iniziativa quando aveva 9 anni. Quest’anno ha partecipato anche lui alla marcia in Val Camonica. John Mpaliza https://www.marciadeibruchi.org https://www.marciadeibruchi.org/appello-ultimo-km-a-milano       Redazione Italia
March 20, 2026
Pressenza
Varese, rompiamo il silenzio sul genocidio e sulle donne palestinesi in carcere
Il Comitato Varesino per la Palestina alza la voce per rispondere all’appello “Rompiamo il silenzio” sulle donne palestinesi in ostaggio e sul genocidio in corso in Palestina. Ci ritroviamo a Varese in Piazza Garibaldino sabato 7 marzo dalle 16,30 alle 17,30: porta una pentola e un mestolo da battere! Porteremo la protesta e il nostro sostegno a tutte le donne anche nel corteo dell’8 marzo. Giornate globali di azione 6-8 marzo 2026. FreePalHostages Testo dell’appello: In occasione della Giornata internazionale della donna, alziamo la voce per le 66 donne palestinesi ancora in ostaggio, trattenute dietro le mura delle carceri israeliane; tra di loro tre giovani ragazze. Madri, studentesse, figlie e membri della comunità, strappate alle loro famiglie e private dei diritti fondamentali che ogni essere umano merita. La loro sofferenza non è una statistica. È una realtà quotidiana di isolamento, paura e ingiustizia. Ogni ora che rimangono imprigionate è un’altra ora rubata alle loro vite, ai loro figli e al loro futuro. La loro libertà non è uno slogan, è un diritto. Il mondo non può restare in silenzio. La giustizia chiede il loro rilascio e l’umanità chiede che la loro voce venga ascoltata. Stiamo al loro fianco. Parliamo per loro. Chiediamo giustizia.     Redazione Varese
March 5, 2026
Pressenza
“No alla guerra contro l’Iran”. Un appello di accademici iraniani
La guerra è il male peggiore che la politica possa produrre. Uccide, distrugge, getta le famiglie nel lutto. Annichilisce le infrastrutture, genera povertà, sacrifica gli innocenti e alimenta nuova violenza. Riduce la nostra capacità di affrontare le crisi e offusca qualsiasi prospettiva di sviluppo, democrazia e giustizia per l’Iran. Netanyahu […] L'articolo “No alla guerra contro l’Iran”. Un appello di accademici iraniani su Contropiano.
March 2, 2026
Contropiano
Lettera aperta al governo Meloni: “Non siate complici del Board of Peace!”
Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese: NON SIATE COMPLICI del Board of Peace! L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca. Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla, ma solo di affari. Con pochi Paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania. E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese[1], l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa. Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati e inquinanti, che serviranno da “materiale da costruzione”? Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale? Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità. Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente? RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello. . Per maggiori informazioni sulle adesioni: Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Maiindifferenti6@gmail.com www.maiindifferenti.it Pagina Facebook  LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com Pagina Facebook [1] Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio. Redazione Italia
February 26, 2026
Pressenza