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Perché è importante parlare di spese militari nella Giornata della Terra
Il militarismo è profondamente connesso alla crisi climatica. Privilegiando la dominazione e l’estrazione di combustibili fossili, alimenta i conflitti e provoca danni ambientali. Le operazioni militari richiedono enormi quantità di energia, e le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili e tra i principali emettitori di gas serra a livello mondiale. Con il continuo aumento delle spese militari, non solo si alimentano le guerre e si incrementano le emissioni, ma si sottraggono anche risorse vitali alle soluzioni climatiche di cui abbiamo urgente bisogno. In questa Giornata della Terra (Earth Day) è importante rilanciare questi concetti nell’ambito delle Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari, per chiedere ai Governi un cambiamento concreto e urgente. Questa giornata, coordinata dal Gruppo di Lavoro su Armi, Militarismo e Giustizia Climatica, riflette una crescente consapevolezza che pace e giustizia climatica sono strettamente interconnesse. Battiamoci per la riduzione delle spese militari e per il reindirizzamento delle risorse verso l’azione climatica, la cura e una transizione giusta.  Unisciti a noi durante la Giornata della Terra 2026 a sostegno della Campagna Globale contro le Spese militari e le sue giornate internazionali GDAMS: Smilitarizzare per la Giustizia Climatica! Militarismo e crisi climatica: i punti chiave Il militarismo e la crisi climatica sono profondamente interconnessi, in modi che spesso rimangono invisibili nel dibattito pubblico. Le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo, alimentando jet, navi da guerra, basi militari e catene di approvvigionamento globali che producono enormi emissioni di gas serra, in gran parte non rendicontate. Si stima che il settore militare globale sia responsabile di circa il 5,5% delle emissioni annue di gas serra: se fosse uno Stato, avrebbe il quarto impatto climatico più grande al mondo, dopo Cina, USA e India. Solo l’esercito statunitense è già il maggiore emettitore istituzionale di gas serra del pianeta. I numeri sono impressionanti. Ogni 100 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — pari alle emissioni annue di circa 23 milioni di automobili. La spesa militare globale ha raggiunto almeno 2.700 miliardi di dollari nel 2024 e continua a crescere, con proiezioni che la portano a 6.600 miliardi entro il 2035. I primi venti Paesi per spesa militare hanno accumulato, solo nel primo quarto del XXI secolo, almeno 10 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni legate alle attività militari, a fronte di 40.000 miliardi di dollari spesi per i propri arsenali dal 2001 ad oggi. Il legame tra militarismo e combustibili fossili non riguarda solo le emissioni dirette. Il controllo sulle riserve di petrolio e gas ha storicamente alimentato conflitti geopolitici: si stima che tra il 25 e il 50% dei conflitti interestatali dal 1973 sia stato collegato alle risorse petrolifere. L’estrazione di combustibili fossili è inoltre spesso militarizzata, con forze armate e contractor privati schierati a protezione dei siti estrattivi e per reprimere le resistenze locali. Tra il 2012 e il 2023, oltre 1.900 difensori dell’ambiente e del territorio sono stati uccisi a livello globale, con un impatto sproporzionato su popolazioni indigene e donne. I conflitti armati aggravano ulteriormente la crisi ambientale. La guerra di Israele a Gaza nei suoi primi 15 mesi ha generato emissioni stimate in 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, equivalenti alle emissioni annue della Giordania. La guerra della Russia in Ucraina ha causato danni climatici stimati in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1950 e il 2000, nove conflitti armati su dieci si sono svolti in aree ad altissima biodiversità, causando deforestazione e danni ambientali duraturi ben oltre la fine dei combattimenti. L’idea di “rendere verde” l’esercito è una falsa soluzione: non esistono prove concrete che le forze armate possano decarbonizzarsi in modo reale e su scala adeguata. I sistemi d’arma acquistati oggi (come ad ese,pio i cacciabombardieri F-35, previsti in servizio ben oltre il 2050) vincolano la dipendenza dai combustibili fossili per decenni. Le emissioni militari sono quasi sempre escluse dagli obiettivi nazionali di neutralità climatica, e gli impegni esistenti sono vaghi e privi di obiettivi concreti. Nel frattempo, i Paesi più ricchi spendono per i propri eserciti trenta volte di più di quanto destinano ai finanziamenti climatici per i Paesi più vulnerabili. Eppure, riallocare anche solo il 15% della spesa militare globale del 2024 (circa 387 miliardi di dollari) sarebbe sufficiente a coprire i costi annuali di adattamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Ridurre le spese militari e riorientarle verso la transizione ecologica non è solo possibile: è una delle leve più potenti a nostra disposizione per affrontare insieme la crisi climatica e costruire un mondo più giusto e pacifico.   Rete Italiana Pace e Disarmo
April 22, 2026
Pressenza
Stellantis ritira 700 mila auto ibride per pericolo di incendio
Una doccia fredda colpisce il colosso automobilistico Stellantis. Il gruppo ha avviato una massiccia operazione di richiamo precauzionale che coinvolge circa 700 mila veicoli ibridi in tutto il mondo. Il motivo è un potenziale rischio di incendio nel vano motore legato a un difetto di assemblaggio in alcuni dei modelli […] L'articolo Stellantis ritira 700 mila auto ibride per pericolo di incendio su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano
UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza
La Von der Leyen prende una posizione netta durante il vertice sul nucleare convocato a Parigi da Macron il 10 marzo scorso: “credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”. Il nucleare è strategico […] L'articolo UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza su Contropiano.
March 18, 2026
Contropiano
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione – di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo [...]
March 6, 2026
Effimera
Auletta: una storia meridionale di lotta
di Sara Manisera (*) Introduzione: re-immaginare i margini Nell’ambito degli studi sullo sviluppo territoriale e sulla transizione ecologica, i cosiddetti “margini” svolgono un ruolo cruciale nell’elaborazione di alternative sociali e istituzionali. Come sostiene l’intellettuale afroamericana bell hooks, il margine non è solo una categoria geografica, ma uno spazio epistemico, politico di “apertura radicale”, capace di produrre visioni non assimilate ai centri
Nessuna gigafactory di batterie a Termoli, l’elettrico non attira
Quello che per anni è stato presentato come il simbolo della transizione ecologica del Mezzogiorno si è ufficialmente trasformato in un miraggio. Automotive Cells Company (ACC), la joint venture che riunisce Stellantis, Mercedes-Benz e TotalEnergies, ha comunicato il definitivo abbandono del progetto per una gigafactory a Termoli. La fabbrica di […] L'articolo Nessuna gigafactory di batterie a Termoli, l’elettrico non attira su Contropiano.
February 11, 2026
Contropiano
La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo
Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU). Si tratta di un testo molto lungo, ma che […] L'articolo La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo su Contropiano.
December 20, 2025
Contropiano
Retromarcia UE sui motori endotermici. L’unica transizione è bellica
Ieri la Commissione Europea ha presentato il pacchetto di sostegno all’automotive che ha fatto molto discutere nelle ultime settimane. Un po’ perché si tratta del settore che fa da spina dorsale all’industria continentale, anche se gli imperialisti europei si preparano ad affidare questo primato alle filiere belliche, un po’ perché […] L'articolo Retromarcia UE sui motori endotermici. L’unica transizione è bellica su Contropiano.
December 17, 2025
Contropiano
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
December 16, 2025
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La Cop30 si chiude senza una tabella di marcia precisa per superare i fossili
La Cop30 di Belém, in Brasile, la prima a svolgersi dopo che il pianeta ha registrato una temperatura media globale più alta di 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale (nel 2024), la Cop che è stata definita da più parti come il momento della verità, si è infine conclusa ieri, 22 […] L'articolo La Cop30 si chiude senza una tabella di marcia precisa per superare i fossili su Contropiano.
November 23, 2025
Contropiano