I Confederali e Leonardo: quando il sindacato parla la lingua dell’economia di guerraLa bozza di piattaforma FIM, FIOM e UILM per il rinnovo dell’integrativo del
Gruppo Leonardo racconta una trasformazione profonda: la crescita dell’industria
bellica viene accolta come una prospettiva positiva, mentre il mondo precipita
nella corsa al riarmo e milioni di lavoratori pagano il prezzo delle guerre e
del carovita.
Basterebbe togliere i loghi di FIM, FIOM e UILM dalla prima pagina della bozza
di piattaforma per il rinnovo del contratto integrativo del Gruppo Leonardo
2027-2029 e il documento potrebbe tranquillamente sembrare una relazione
destinata agli investitori della multinazionale italiana degli armamenti.
La premessa si apre celebrando la «forte crescita degli ordinativi» nel settore
civile e della difesa, le prospettive di ulteriore espansione commerciale, le
nuove alleanze internazionali e i risultati economici «più che positivi» del
Gruppo.
Tutto vero. Manca però una domanda, forse la più importante per
un’organizzazione che dovrebbe rappresentare gli interessi delle lavoratrici e
dei lavoratori: da dove arriva questa crescita e quale mondo stiamo contribuendo
a costruire?
Perché quella che viene descritta come una favorevole congiuntura industriale è
anche il risultato di una gigantesca accelerazione della militarizzazione
dell’economia mondiale. Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare globale ha
raggiunto il record di 2.887 miliardi di dollari. La sola Europa ha registrato
un aumento del 14% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, i Paesi della
NATO hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla
difesa e alle spese connesse alla sicurezza.
Questa corsa al riarmo rappresenta evidentemente una straordinaria occasione di
mercato per le multinazionali degli armamenti. Ma non per questo può diventare
automaticamente una prospettiva da condividere per il movimento sindacale.
La guerra non può diventare un piano industriale e il sindacato non può ridursi
a contrattarne i dividendi.
Nel primo semestre del 2026 Leonardo ha registrato oltre 16 miliardi di nuovi
ordini, in crescita di circa il 45% rispetto allo stesso periodo dell’anno
precedente, con un portafoglio complessivo prossimo ai 59 miliardi di
euro. Numeri impressionanti, che aiutano a comprendere quanto la nuova stagione
di riarmo stia rafforzando le prospettive economiche dei grandi produttori di
sistemi militari.
Eppure, parlando di Leonardo e di scenari geopolitici, è impossibile ignorare
quanto accaduto e quanto continua ad accadere in Palestina.
Leonardo non è un soggetto estraneo ai rapporti industriali e militari con
Israele.
L’azienda ha fornito gli addestratori M-346 all’Aeronautica israeliana, ha
sottoscritto contratti per sistemi d’artiglieria navale destinati alla Marina
israeliana e, attraverso Leonardo DRS, ha integrato nel proprio perimetro
industriale la società israeliana RADA, specializzata in sistemi radar militari.
Ancora più significativo è quanto ammesso dalla stessa Leonardo nelle risposte
fornite agli azionisti in occasione dell’assemblea del maggio 2026.
L’azienda ha confermato l’esistenza di contratti relativi alla fornitura di
materiali e servizi per gli M-346 israeliani ancora in esecuzione sulla base di
licenze precedenti alla sospensione delle nuove autorizzazioni. Ha inoltre
riconosciuto di aver spedito, dopo il 7 ottobre 2023 e fino al 2024, ricambi e
attrezzature per i sistemi navali 76/62 destinati a Israele.
Non si tratta dunque di semplici ipotesi o di accuse prive di riscontri:
esistono rapporti commerciali e forniture documentate.
La valutazione delle eventuali responsabilità giuridiche è altra questione e non
può essere sostituita da una dichiarazione politica.
Nel giugno 2025 Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui
territori palestinesi occupati, ha pubblicato il rapporto Dall’economia
dell’occupazione all’economia del genocidio ponendo al centro dell’attenzione
proprio il ruolo delle imprese e delle filiere industriali internazionali nel
sostenere l’apparato militare israeliano.
La discussione sulle responsabilità economiche e industriali rispetto alla
devastazione di Gaza non riguarda più soltanto le piazze e i movimenti per la
Palestina.
È entrata anche nelle sedi giudiziarie: diverse associazioni hanno promosso
un’azione civile contro Leonardo e lo Stato italiano, chiedendo di accertare la
validità dei contratti di fornitura militare a Israele alla luce del diritto
nazionale e internazionale.
Davanti a tutto questo, è possibile che tre organizzazioni sindacali aprano una
piattaforma nazionale limitandosi a celebrare le prospettive commerciali del
Gruppo?
C’è poi una questione che riguarda direttamente milioni di lavoratrici e
lavoratori italiani.
Mentre l’industria degli armamenti accumula ordinativi e prospettive di
profitto, il lavoro continua a perdere potere d’acquisto.
Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani risultavano
ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021.
È la perdita più consistente tra le grandi economie dell’organizzazione.
È il ritratto di un Paese nel quale la ricchezza prodotta non si traduce in un
corrispondente miglioramento delle condizioni di chi lavora.
E non si può separare questa situazione dall’economia di guerra.
Le crisi internazionali e le tensioni sui mercati energetici si scaricano sui
prezzi dei carburanti, sulle bollette, sul trasporto delle merci e sul costo
della vita.
Famiglie e lavoratori affrontano rincari continui, mentre una parte crescente
delle scelte economiche pubbliche viene orientata verso la sicurezza militare e
il rafforzamento degli apparati bellici.
È una precisa gerarchia di priorità politiche e industriali, non una necessità
economica inevitabile.
La premessa della piattaforma riconosce la necessità di distribuire ai
lavoratori una quota maggiore degli utili e richiama, in un passaggio
successivo, anche l’esigenza di investimenti nelle attività civili.
Sono rivendicazioni legittime. Ma sono sufficienti?
Il problema non è soltanto quanto delle maggiori entrate di Leonardo debba
finire nelle buste paga. È anche quale sviluppo industriale debba essere
perseguito, quali produzioni debbano essere sostenute e quale ruolo debba avere
un grande gruppo a partecipazione pubblica nel futuro del Paese.
Occorre respingere una contrapposizione che rischia di diventare sempre più
pericolosa: quella tra la difesa dei posti di lavoro e il rifiuto del riarmo.
Le lavoratrici e i lavoratori di Leonardo rappresentano un patrimonio enorme di
competenze ingegneristiche, tecniche, industriali e scientifiche. Nessuno può
chiedere loro di rinunciare alla sicurezza occupazionale.
Ma proprio per questo il sindacato dovrebbe avanzare un progetto industriale
capace di garantire occupazione stabile, investimenti e sviluppo tecnologico
senza subordinare il futuro degli stabilimenti alla crescita permanente della
domanda di armamenti.
Aerospazio civile, trasporti, tecnologie energetiche, ricerca, infrastrutture e
produzioni ad alto contenuto tecnologico costituiscono altrettanti terreni sui
quali orientare investimenti pubblici e capacità produttive. Questo richiede
scelte industriali, programmazione e risorse, non qualche generico riferimento
alle produzioni civili inserito tra gli obiettivi di un integrativo.
Il compito del sindacato dovrebbe essere quello di rivendicare una politica
industriale autonoma dagli interessi delle multinazionali e dalle priorità
militari dei governi.
Perché se la sicurezza del salario e del posto di lavoro dipendono sempre più
dalla prosecuzione dei conflitti, allora è il modello industriale a dover essere
messo in discussione.
È anche da questa contraddizione che nasce la necessità dello sciopero generale
del 30 ottobre proclamato dall’USB.
Uno sciopero che mette insieme ciò che troppo spesso viene tenuto separato: la
lotta contro il carovita, il recupero del potere d’acquisto dei salari, la
richiesta di nuove politiche industriali e l’opposizione alla guerra e al
riarmo.
Non è accettabile che si trovino risorse crescenti per gli armamenti mentre per
salari, pensioni, sanità, scuola e servizi pubblici si continua a invocare la
necessità dei sacrifici. Non è accettabile che la crescita degli utili delle
grandi imprese venga presentata come un successo collettivo mentre milioni di
persone devono fare i conti con benzina, bollette, affitti e beni essenziali
sempre più costosi.
Per questo rivendichiamo il ritorno a un meccanismo automatico di adeguamento
dei salari al costo della vita, il blocco dei prezzi dei beni essenziali,
interventi sulle accise e sull’IVA, aumenti salariali consistenti e un diverso
indirizzo degli investimenti pubblici.
E per questo la mobilitazione contro il carovita deve incontrare quella contro
il riarmo e la militarizzazione, a partire dai porti, dove il 30 ottobre è
prevista una giornata internazionale di lotta dei lavoratori contro la guerra.
La piattaforma per il rinnovo dell’integrativo Leonardo potrebbe essere
l’occasione per aprire una discussione di grande rilevanza sul rapporto tra
lavoro, industria, partecipazione pubblica e politica internazionale.
Rischia invece di trasformarsi nell’ennesima dimostrazione di quanto una parte
del sindacalismo abbia interiorizzato le priorità delle imprese, fino a
considerare la crescita dell’industria bellica come una buona notizia di per sé.
Il sindacato non deve scegliere tra la pace e il lavoro. Deve battersi perché il
lavoro non sia costretto a dipendere dalla guerra.
E soprattutto deve ricordare una cosa: gli interessi di chi produce la ricchezza
non coincidono necessariamente con quelli di chi realizza i profitti.
Il 30 ottobre serve anche a riaffermare questa differenza.
Unione Sindacale di Base