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Torino, da città dell’auto a polo del nuovo caccia da guerra
DA INDOTTO DELL’AUTOMOBILE A CITTADELLA DELLA GUERRA. DOPO DECENNI DI DESERTIFICAZIONE INDUSTRIALE, TORINO SPERA NEL RILANCIO GIOCANDO OGNI CARTA SULLA PRODUZIONE DI GUERRA. Grandissime aree su cui sorgevano stabilimenti industriali sono state abbandonate per decenni e la crisi della Fiat ha determinato la rapida decadenza dell’indotto e dei servizi collegati al complesso metalmeccanico, un’autentica desertificazione industriale con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. La fabbrica fordista ha lasciato spazio per pochi anni alla fabbrica Toyota. Pochi lustri prima della decadenza industriale, per ogni tre posti di lavoro perduti il complesso militare ne offre a dire tanto uno. La riconversione dell’industria a fini militari sarà forse conveniente per la finanza e la speculazione, ma a fini occupazionali e industriali presenta risultati a dir poco deludenti. È di pochi giorni fa la nascita del primo sito internazionale del Global Combat Air Programme (GCAP) con la produzione del caccia di nuova generazione, doppione di altri aerei da guerra, che nasce dalla collaborazione di tre Paesi, Italia, Giappone e Regno Unito, riuniti nella joint venture Edgewing, a sua volta partecipata, con pari divisione delle quote azionarie, da Leonardo, BAE Systems e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd. (JAIEC). Leggiamo testualmente dalla dichiarazione di un alto dirigente di Leonardo che «Il GCAP è uno dei programmi più sfidanti e all’avanguardia dell’intero settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza, in grado di preservare sovranità tecnologica per le generazioni future. Il GCAP guiderà lo sviluppo tecnologico e la crescita a lungo termine delle economie dei Paesi coinvolti, creando posti di lavoro altamente qualificati e sostenendo gli ecosistemi produttivi lungo l’intera filiera. Attraverso il GCAP, stiamo garantendo un futuro più sicuro e prospero per l’Italia, così come per i nostri alleati, Giappone e Regno Unito» (clicca qui per le informazioni). Quando parliamo di riconversione dell’industria civile a fini militari intendiamo molti dei processi trasformativi delle imprese, il riutilizzo di aree dismesse destinate a nuove imprese, join venture appositamente costruite per fare impulso alla produzione di guerra e allo sviluppo di tecnologie duali. E Torino non è scelta a caso, ha una importante università, laboratori e centri di ricerca all’avanguardia, un sistema rodato che mette insieme strutture pubbliche e private, è il territorio adatto allo sviluppo della produzione di guerra, a sistemi di arma come l’aereo di ultima generazione che mette insieme il digitale con la IA, la meccanica con la ricerca, la robotica con l’informatica, l’elettronica con il mondo cyber. La realizzazione di questo nuovo caccia sarà propedeutica per lo sviluppo di nuove cittadelle della guerra, per il salto di qualità tecnologico a lungo ricercato, il progetto di un nuovo caccia presenta poi risorse tali da mettere insieme le principali aziende di armi italiane con il loro indotto, le filiere al completo, i centri di ricerca e le start up, piccole e medie aziende. Non sarà impresa facile mettere d’accordo le aziende dei vari Paesi coinvolti, ma da quanto sappiamo hanno già creato un’organizzazione nella quale incanalare i contributi delle industrie nazionali. Siamo davanti alla realizzazione degli intenti comunitari ossia una industria europea capace di superare gli egoismi nazionali. Ad oggi siamo già nella fase operativa a tre anni dall’avvio del progetto la cui realizzazione è prevista nel 2035 con il sistema aereo di nuova generazione. La scelta di Torino, come dicevamo sopra, non è casuale, è una città industriale sui cui territorio operano centri di ricerca, aziende aeronautiche all’avanguardia. Quanto ai numeri di Leonardo, scordiamoci che possa nascere una nuova Fiat, ad oggi abbiamo poco più di 5.000 addetti alle sue dipendenze che diventano in tutta la Regione circa 14mila se consideriamo l’intero sistema che ruota attorno al bacino militare, spesso con maestranze impegnate in produzioni duali. Numeri deludenti che poi corrispondono a qualche reparto della vecchia Fiat. Chi pensava che la produzione di guerra facesse da volano alla occupazione presto dovrà ricredersi. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
October 21, 2026
Pressenza
I Confederali e Leonardo: quando il sindacato parla la lingua dell’economia di guerra
La bozza di piattaforma FIM, FIOM e UILM per il rinnovo dell’integrativo del Gruppo Leonardo racconta una trasformazione profonda: la crescita dell’industria bellica viene accolta come una prospettiva positiva, mentre il mondo precipita nella corsa al riarmo e milioni di lavoratori pagano il prezzo delle guerre e del carovita. Basterebbe togliere i loghi di FIM, FIOM e UILM dalla prima pagina della bozza di piattaforma per il rinnovo del contratto integrativo del Gruppo Leonardo 2027-2029 e il documento potrebbe tranquillamente sembrare una relazione destinata agli investitori della multinazionale italiana degli armamenti. La premessa si apre celebrando la «forte crescita degli ordinativi» nel settore civile e della difesa, le prospettive di ulteriore espansione commerciale, le nuove alleanze internazionali e i risultati economici «più che positivi» del Gruppo. Tutto vero. Manca però una domanda, forse la più importante per un’organizzazione che dovrebbe rappresentare gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori: da dove arriva questa crescita e quale mondo stiamo contribuendo a costruire? Perché quella che viene descritta come una favorevole congiuntura industriale è anche il risultato di una gigantesca accelerazione della militarizzazione dell’economia mondiale. Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto il record di 2.887 miliardi di dollari. La sola Europa ha registrato un aumento del 14% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, i Paesi della NATO hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla difesa e alle spese connesse alla sicurezza. Questa corsa al riarmo rappresenta evidentemente una straordinaria occasione di mercato per le multinazionali degli armamenti. Ma non per questo può diventare automaticamente una prospettiva da condividere per il movimento sindacale. La guerra non può diventare un piano industriale e il sindacato non può ridursi a contrattarne i dividendi. Nel primo semestre del 2026 Leonardo ha registrato oltre 16 miliardi di nuovi ordini, in crescita di circa il 45% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un portafoglio complessivo prossimo ai 59 miliardi di euro. Numeri impressionanti, che aiutano a comprendere quanto la nuova stagione di riarmo stia rafforzando le prospettive economiche dei grandi produttori di sistemi militari. Eppure, parlando di Leonardo e di scenari geopolitici, è impossibile ignorare quanto accaduto e quanto continua ad accadere in Palestina. Leonardo non è un soggetto estraneo ai rapporti industriali e militari con Israele. L’azienda ha fornito gli addestratori M-346 all’Aeronautica israeliana, ha sottoscritto contratti per sistemi d’artiglieria navale destinati alla Marina israeliana e, attraverso Leonardo DRS, ha integrato nel proprio perimetro industriale la società israeliana RADA, specializzata in sistemi radar militari. Ancora più significativo è quanto ammesso dalla stessa Leonardo nelle risposte fornite agli azionisti in occasione dell’assemblea del maggio 2026. L’azienda ha confermato l’esistenza di contratti relativi alla fornitura di materiali e servizi per gli M-346 israeliani ancora in esecuzione sulla base di licenze precedenti alla sospensione delle nuove autorizzazioni. Ha inoltre riconosciuto di aver spedito, dopo il 7 ottobre 2023 e fino al 2024, ricambi e attrezzature per i sistemi navali 76/62 destinati a Israele. Non si tratta dunque di semplici ipotesi o di accuse prive di riscontri: esistono rapporti commerciali e forniture documentate. La valutazione delle eventuali responsabilità giuridiche è altra questione e non può essere sostituita da una dichiarazione politica. Nel giugno 2025 Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ha pubblicato il rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio ponendo al centro dell’attenzione proprio il ruolo delle imprese e delle filiere industriali internazionali nel sostenere l’apparato militare israeliano. La discussione sulle responsabilità economiche e industriali rispetto alla devastazione di Gaza non riguarda più soltanto le piazze e i movimenti per la Palestina. È entrata anche nelle sedi giudiziarie: diverse associazioni hanno promosso un’azione civile contro Leonardo e lo Stato italiano, chiedendo di accertare la validità dei contratti di fornitura militare a Israele alla luce del diritto nazionale e internazionale. Davanti a tutto questo, è possibile che tre organizzazioni sindacali aprano una piattaforma nazionale limitandosi a celebrare le prospettive commerciali del Gruppo? C’è poi una questione che riguarda direttamente milioni di lavoratrici e lavoratori italiani. Mentre l’industria degli armamenti accumula ordinativi e prospettive di profitto, il lavoro continua a perdere potere d’acquisto. Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. È la perdita più consistente tra le grandi economie dell’organizzazione. È il ritratto di un Paese nel quale la ricchezza prodotta non si traduce in un corrispondente miglioramento delle condizioni di chi lavora. E non si può separare questa situazione dall’economia di guerra. Le crisi internazionali e le tensioni sui mercati energetici si scaricano sui prezzi dei carburanti, sulle bollette, sul trasporto delle merci e sul costo della vita. Famiglie e lavoratori affrontano rincari continui, mentre una parte crescente delle scelte economiche pubbliche viene orientata verso la sicurezza militare e il rafforzamento degli apparati bellici. È una precisa gerarchia di priorità politiche e industriali, non una necessità economica inevitabile. La premessa della piattaforma riconosce la necessità di distribuire ai lavoratori una quota maggiore degli utili e richiama, in un passaggio successivo, anche l’esigenza di investimenti nelle attività civili. Sono rivendicazioni legittime. Ma sono sufficienti? Il problema non è soltanto quanto delle maggiori entrate di Leonardo debba finire nelle buste paga. È anche quale sviluppo industriale debba essere perseguito, quali produzioni debbano essere sostenute e quale ruolo debba avere un grande gruppo a partecipazione pubblica nel futuro del Paese. Occorre respingere una contrapposizione che rischia di diventare sempre più pericolosa: quella tra la difesa dei posti di lavoro e il rifiuto del riarmo. Le lavoratrici e i lavoratori di Leonardo rappresentano un patrimonio enorme di competenze ingegneristiche, tecniche, industriali e scientifiche. Nessuno può chiedere loro di rinunciare alla sicurezza occupazionale. Ma proprio per questo il sindacato dovrebbe avanzare un progetto industriale capace di garantire occupazione stabile, investimenti e sviluppo tecnologico senza subordinare il futuro degli stabilimenti alla crescita permanente della domanda di armamenti. Aerospazio civile, trasporti, tecnologie energetiche, ricerca, infrastrutture e produzioni ad alto contenuto tecnologico costituiscono altrettanti terreni sui quali orientare investimenti pubblici e capacità produttive. Questo richiede scelte industriali, programmazione e risorse, non qualche generico riferimento alle produzioni civili inserito tra gli obiettivi di un integrativo. Il compito del sindacato dovrebbe essere quello di rivendicare una politica industriale autonoma dagli interessi delle multinazionali e dalle priorità militari dei governi. Perché se la sicurezza del salario e del posto di lavoro dipendono sempre più dalla prosecuzione dei conflitti, allora è il modello industriale a dover essere messo in discussione. È anche da questa contraddizione che nasce la necessità dello sciopero generale del 30 ottobre proclamato dall’USB. Uno sciopero che mette insieme ciò che troppo spesso viene tenuto separato: la lotta contro il carovita, il recupero del potere d’acquisto dei salari, la richiesta di nuove politiche industriali e l’opposizione alla guerra e al riarmo. Non è accettabile che si trovino risorse crescenti per gli armamenti mentre per salari, pensioni, sanità, scuola e servizi pubblici si continua a invocare la necessità dei sacrifici. Non è accettabile che la crescita degli utili delle grandi imprese venga presentata come un successo collettivo mentre milioni di persone devono fare i conti con benzina, bollette, affitti e beni essenziali sempre più costosi. Per questo rivendichiamo il ritorno a un meccanismo automatico di adeguamento dei salari al costo della vita, il blocco dei prezzi dei beni essenziali, interventi sulle accise e sull’IVA, aumenti salariali consistenti e un diverso indirizzo degli investimenti pubblici. E per questo la mobilitazione contro il carovita deve incontrare quella contro il riarmo e la militarizzazione, a partire dai porti, dove il 30 ottobre è prevista una giornata internazionale di lotta dei lavoratori contro la guerra. La piattaforma per il rinnovo dell’integrativo Leonardo potrebbe essere l’occasione per aprire una discussione di grande rilevanza sul rapporto tra lavoro, industria, partecipazione pubblica e politica internazionale. Rischia invece di trasformarsi nell’ennesima dimostrazione di quanto una parte del sindacalismo abbia interiorizzato le priorità delle imprese, fino a considerare la crescita dell’industria bellica come una buona notizia di per sé. Il sindacato non deve scegliere tra la pace e il lavoro. Deve battersi perché il lavoro non sia costretto a dipendere dalla guerra. E soprattutto deve ricordare una cosa: gli interessi di chi produce la ricchezza non coincidono necessariamente con quelli di chi realizza i profitti. Il 30 ottobre serve anche a riaffermare questa differenza. Unione Sindacale di Base
October 13, 2026
Pressenza
Per strada a Longare e in piazza a Livorno sulla ‘via della pace’ tracciata da Gandhi
La Giornata Internazionale della Nonviolenza viene celebrata dal 2007 nella ricorrenza di una data emblematica, il 2 ottobre, perché il giorno in cui nel 1869 in India nacque il mahatma Gandhi, la cui eredità è condensata nelle sue ultime parole: «La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire». Persino Wikipedia riferisce che la valenza del suo lascito “In Italia è stata diffusa con la prima Marcia Mondiale per la pace e la nonviolenza e oggi è sostenuta da diverse associazioni e alcune scuole che si sono costituite in rete per promuovere pratiche di nonviolenza nell’educazione”. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo la nonviolenza politica è da sempre la stella polare delle nostre azioni e campagne, e la strada concreta per costruire la pace attraverso il disarmo… Lo abbiamo dimostrato con i fatti. Il 25 settembre, insieme a CNESC e Sbilanciamoci!, abbiamo depositato al Senato 57˙136 firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare Un’altra difesa è possibile, ben oltre il quorum di 50˙000 adesioni. Un risultato storico, ottenuto nonostante le difficoltà iniziali e il silenzio dei grandi media, grazie all’impegno di gruppi locali, associazioni ed enti di servizio civile in tutto il Paese – 2 OTTOBRE 2026 Alla memoria di Gandhi è dedicato il monumento posto nel giardino del ‘Palazzo di Vetro’ a New York, la sede principale delle Nazioni Unite, che lo ritrae e con incisa la scritta Non esiste una via per la pace, la pace è la via, cioè la frase a lui attribuita perché espressiva della sua concezione di nonviolenza, che lui mise in pratica in molti modi, tra cui conducendo la ‘marcia del sale’ e praticando lo sciopero della fame. Un’idea che ha spiegato in numerose occasioni, in particolare nel 1926 – cent’anni fa… – nel suo discorso contro la guerra in cui esordì affermando “La via della pace è la via della verità…”. > la menzogna è la madre della violenza… Non esiste una via di mezzo tra la > verità e la nonviolenza da un lato, e la menzogna e la violenza dall’altro… La > verità di pochi conterà; la menzogna di milioni svanirà come pula al soffio > del vento. [War or Peace ? / My Non-violence, M.K. Gandhi / 1960] La verità a cui il mahatma si riferiva un secolo fa, nel presente viene testimoniata dalle vittime dei conflitti bellici e delle ingiustizie e persecuzioni, cioè dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità documentati nelle indagini svolte da associazioni e organizzazioni non governative e da funzionari e relatori dell’ONU. La stessa verità viene cercata, accertata e descritta o illustrata dai reporter, cronisti e film-maker, indipendenti, cioè non ‘imbavagliati’, che la rivelano facendo inchieste e, così, scoprendo i segreti di stato malcelati nei traffici d’armi e svelando le ipocrisie e le menzogne di governanti, generali e imprenditori corruttori o corrotti… mandanti o esecutori, insieme ‘soci’ in affari lucrosi illeciti e complici di interventi ferali o letali e operazioni belliche micidiali. Affari, interventi e operazioni ‘giustificati’ anche con tesi demagogiche – come la teoría de los dos demonios asserita dai dittatori argentini negli anni ’70 del XX secolo – che però, purtroppo, convincono molte persone ad assecondare e persino a ‘legittimare’ provvedimenti e decreti, come quelli recentemente adottati in molti stati per lo stanziamento di fondi pubblici al riarmo degli eserciti e alla ‘conversione’ delle produzioni industriali per la fabbricazione di armi e mezzi militari e in Italia – dopo il fallimento dell’abrogazione dal codice penale degli articoli 613-bis e 613-ter sul reato di tortura e di una riforma costituzionale – sulle norme per la sicurezza dei cittadini e di contrasto all’antisemitismo che, in realtà, sono repressive del dissenso politico e della protesta sociale. La stessa verità a cui Gandhi si riferiva nel 1926 a distanza di cent’anni viene proclamata dai numerosi gruppi pacifisti e nonviolenti che manifestano costantemente, ogni giorno o settimana, nelle piazze delle città italiane: i gruppi che praticano il silenzio per la pace, le Donne in Nero che si radunano all’insegna del motto Fuori la guerra dalla storia coniato da Lidia Menapace… il collettivo di antimilitaristi che, come ogni domenica mattina dal 21 dicembre 1986 e dal 1997 anche nelle giornate del 6 e 9 agosto, alla ricorrenze del bombardamento di Hiroshima e di Nagasaki, oggi, 4 ottobre, ha presidiato la base americana Pluto a Longare esponendo le bandiere arcobaleno. La prima presenza all’ingresso del sito dell’AFI / American Force Italy – allora un deposito di armi tattiche nucleari – è stata organizzata da Bruno Matteo Bonato consegnando alla Questura di Vicenza la lettera in cui comunicava lo svolgimento dell’iniziativa in concomitanza alla “presenza nonviolenta dei pacifisti a Comiso”. Il testimone della staffetta è stato raccolto da numerosi altri, in seguito coordinati con gli attivisti che nell’area vicentina si sono opposti all’insediamento dell’esercito USA nell’aeroporto Dal Molin. Il gruppo pratica il presidio settimanale per chiedere che: il Governo italiano rispetti la Costituzione e in particolare l’art. 11; metodi nonviolenti e diplomazia vengano utilizzati per dirimere questioni internazionali; una commissione indipendente faccia chiarezza sui fatti dell’11 settembre 2001, a partire dal crollo dell’Edificio 7 (WTC-7); le basi militari USA su territorio italiano vengano riconvertite ad uso civile; l’Italia esca dalla NATO e aderisca al Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari e ne rispetti gli obblighi che ne derivano; la Commissione Difesa metta a calendario la proposta di legge su difesa civile e nonviolenta Un’altra difesa è possibile. Donne in Nero a Livorno: “Ieri, sabato 3 ottobre, è stato il nostro 40° presidio: 30 donne schierate CONTRO TUTTE LE GUERRE CONTRO IL GENOCIDIO. Abbiamo stretto in braccio i nostri sudari come fossero figli…”     Maddalena Brunasti
October 4, 2026
Pressenza
la Valle del Sacco tra produzione bellica, inquinamento ambientale e resistenza
il 13 agosto esplode a Colleferro una parte dello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, attualmente di proprietà della KNDS Ammo Italy. Un’azienda specializzata nella produzione di munizioni di medio e grosso calibro. Ma questa esplosione è solo uno degli aspetti che preoccupa la cittadinanza del territorio. Disarmiamoli e Rete per la Tutela della Valle del Sacco sono alcune delle realtà che denunciano l’espansione della produzione bellica sul territorio così come l’aggravarsi dell’inquinamento di questa zona, già dichiarata Sito di Interesse Nazionale (bacino del fiume Sacco). Si aggiunge la recente e preoccupante notizia della possibile costruzione di un data center. Ne parliamo con Roberto, compagno di Disarmiamoli, che ci racconta di questo territorio e delle partecipate assemblee pubbliche di questo ultimo mese. Un’esperienza politica e una testimonianza importante che ci racconta di come la lotta contro la guerra si intrecci con la lotta a difesa del territorio. Per maggiori informazioni e aggiornamenti: https://www.instagram.com/disarmiamoli.valledelsacco https://www.facebook.com/p/Disarmiamoli-Valle-del-Sacco-61576154503815 https://retuvasa.org
September 10, 2026
Radio Blackout - Info
Iglesias, il Comune propone il nuovo PUC: speculazione edilizia e industria militare
AUMENTO FORSENNATO DI VOLUMETRIE EDIFICABILI LUNGO COSTA E IN CAMPAGNA, ETTARI PER NUOVI CENTRI COMMERCIALI, E ISTITUZIONE DI UNA ZONA INDUSTRIALE IN AREA SAN MARCO, A RIDOSSO – E A BENEFICIO – DELL’RWM E DEL SUO POSSIBILE INDOTTO. Con vent’anni di ritardo il comune di Iglesias si dà una scossa per il Piano Urbanistico Comunale in tardiva ottemperanza col Piano Paesistico Regionale pubblicato nel 2006, ma l’elaborato approvato dal Consiglio comunale lo scorso giugno 2026 riporta una quantità di criticità e aspetti squalificanti – cartografie non aggiornate, incoerenze di calcolo, mancata attuazione della normativa urbanistica di riferimento a partire dal PPR, previsioni inattendibili come quella sulla crescita demografica (laddove la diminuzione della popolazione è purtroppo una tendenza consolidata dadecenni). A improbabili previsioni demografiche corrisponde nella proposta di PUC la disposizione di ampie zone di espansione residenziale senza neanche mettere in conto il recupero del patrimonio edilizio esistente in città, in contrasto con le disposizioni del PPR. Pur essendo Iglesias dotata in eccesso di centri commerciali, 10.000 mq sono messi a disposizione per nuove strutture di vendita. Stessa destinazione avrà la zona irrigua e coltivata ad orti tra la circonvallazione SS130, la ferrovia e la rampa per entrare a Iglesias venendo da Cagliari. Saranno altri 17.000 mq per nuovi grandi insediamenti commerciali e artigianali. Non solo la città, ma anche le campagne e le coste nelle previsioni del PUC stanno nell’ottica di un’ulteriore cementificazione. Campagne nelle vicinanze della città gravate da un certo abusivismo edilizio vengono “risanate” in zone C2 con un indice territoriale per volumi in gran parte residenziali doppio o più che doppio rispetto all’indice territoriale che avevano per sole installazioni funzionali all’attività agricola.      Le zone costiere vedono notevoli incrementi della volumetria edificabile a fini turistici (36.000 mc) distribuiti su tre aree costiere tra Nebida e Masua, zone soggette a tutela perché inserite nella Rete Natura 2000.  Tale previsione non tiene conto delle opere ricettive già presenti, e neanche dell’effettiva fruibilità della costa che in vari tratti si presenta alta, rocciosa e inaccessibile.  Tra gli “insediamenti produttivi” sono inserite le zone D6 – discariche industriali – in corrispondenza dell’area occupata dalla discarica di Genna Luas in cui vengono conferiti i residui di lavorazione della Portovesme Srl. Manca però la necessaria valutazione dell’inquinamento causato dal percolato contaminato da metalli pesanti che fuoriesce dalla discarica a causa del cattivo funzionamento dell’impianto, e manca la previsione di una fascia di rispetto intorno alla discarica i cui reflui tendono a compromettere il terreno e i corsi d’acqua circostanti. Infatti il PUC inspiegabilmente cancella la fascia di salvaguardia H1 prevista nel vecchio Piano regolatore generale creando una situazione di ulteriore pericolo. Un aspetto particolarmente eclatante è l’allocazione delle nuove aree di sviluppo industriale D1.b che vengono situate nei terreni a nord e a sud dello stabilimento RWM, isola amministrativa di San Marco, in quella che è attualmente una “zona bianca”, priva cioè di destinazione d’uso e in cui la RWM ha rilevato uno stabilimento che produceva esplosivi per miniera trasformandolo in una fabbrica d’armi. Spinta dai grandi profitti realizzati dalla vendita di bombe MK alla coalizione saudita in guerra contro lo Yemen, la RWM ha abusivamente realizzato (2021) un ampliamento di strutture e linee di produzione, e solo dopo due condanne in Consiglio di Stato, si è supportata con uno studio di Valutazione di impatto ambientale che è adesso oggetto di contenzioso presso il TAR della Sardegna. L’area dello stabilimento RWM e le zone adiacenti che il PUC vorrebbe dedicare allo sviluppo industriale per circa 34 ettari, si trovano alle pendici del monte Linas Marganai, ambiente di notevole pregio naturalistico, inserito tra i siti di Natura 2000 come Zona Speciale di Conservazione (ZSC ITB041111) che attualmente risente della vicinanza con la fabbrica di bombe (si consideri anche solo il campo prove per ordigni esplosivi che raggiunge rumori sino a 118,5 decibel, secondo i rilievi ARPAS) – e la situazione non potrebbe che peggiorare se la zona subisse un ulteriore incentivo all’industrializzazione. Incentivo che andrebbe certamente all’indotto dell’industria bellica RWM in fase di controversa espansione. Per ora non viene riportata la richiesta di alcuna nuova attività in quest’area (Rapporto CRES 2025). Intanto la situazione dello stabilimento rimane precaria sul piano della sicurezza idrogeologica, in quanto la sua area è attraversata da un fiume (il rio Figu e affluenti) a carattere torrentizio ad alto rischio di esondazione, e le nuove strutture – abusive – sono costruite sulla fascia di rispetto del fiume (150 metri da ogni sponda).       Queste sono solo le motivazioni più eclatanti tra quelle che hanno portato varie organizzazioni ambientaliste e pacifiste (Italia Nostra, Comitato per la Riconversione dell’RWM, Collettivo Malarittas, di Iglesias) a depositare dettagliate Osservazioni tecniche contro questo PUC, chiedendo all’amministrazione comunale di non procedere all’approvazione definitiva del Piano, ma di coinvolgere la cittadinanza per un piano urbanistico radicalmente modificato secondo il reale fabbisogno abitativo della comunità, i principi di sostenibilità ambientale, la corretta pianificazione del territorio e dei suoi bisogni. Nel frattempo si terranno incontri pubblici cittadini, il primo è fissato per il 27 agosto, in cui si diffonderà informazione sul PUC e le conseguenze che ne dipendono per tutta la città e il suo territorio. Osservatorio  contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Cagliari Elaborati del PUC – Comune di Iglesias: https://www.comune.iglesias.ca.it/it/amministrazione/voci-correlate/amministrazione-trasparente-00001/pianificazione-e-governo-del-territorio/piano-urbanistico-comunale/index.html. Osservazioni depositate da Italia Nostra https://mega.nz/file/PllgmYKC#RkdJsirkjvItZL9db4LocAvOi9GViwetz0ucUMDlPoI. Osservazioni depositate dal Comitato per la riconversione dell’RWM – Warfree: https://drive.google.com/file/d/179b8FGcueg3BZkExxJGm4J59cRaSyA2H/view?usp=sharing. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sinergie industriali e integrazione dell’industria di guerra ucraina nel contesto europeo
Un ottimo articolo pubblicato su «IlSole24Ore», dal titolo L’Ue ha ridisegnato la deterrenza con la fabbrica ucraina. Schema valido anche per il fianco Sud, ci riporta con i piedi per terra e alla realtà: l’industria di guerra ucraina, costruita dalla UE e dagli USA (ma anche con l’apporto israeliano) è tra le più moderne e attive e in grande sinergia con il sistema bellico di Bruxelles. E la guerra di posizione ha determinato una veloce evoluzione delle tecnologie militari e anche degli strumenti giudicati indispensabili alla guerra. La presenza di un conflitto armato è sempre più necessaria per testare l’attendibilità dei sistemi di arma. La storiella secondo la quale gli USA avrebbero scaricato alla UE l’onere del sostegno all’Ucraina come risposta al definanziamento della spesa militare nel vecchio continente regge fino ad un certo punto. A fiutare l’affare sono state le principali imprese produttrici di armi che hanno creato join venture in Ucraina dando vita ad una composita filiera produttiva che anticipa quanto preconizzato dai Ministri della difesa comunitari, quando parlano di difesa e industria europea comune. L’aumento delle spese di guerra nei Paesi UE non è quindi risultato delle richieste USA, o almeno questa semplicistica spiegazione non permette di raccontare in maniera esaustiva e puntuale la realtà. Tutto è iniziato un decennio fa e innumerevoli decisioni assunte dalla NATO e dai Paesi membri sono conseguenza di decisioni assunte allora e debitamente supportate, corrette e comunque alimentate da tutte le successive iniziative intraprese a partire dagli scenari di guerra costruiti a tavolino, dalle cosiddette minacce ibride che hanno alimentato innovazioni e tecnologie in alcuni campi. Oltre dieci anni fa gli Stati Uniti giudicarono strategico l’asse Indo-Pacifico iniziando, in funzione anticinese, a foraggiare l’aumento della spesa militare in Paesi come Giappone, Corea del Sud e Australia. Si sono per questo, almeno in parte, disimpegnati dalla Europa, sapendo che in ogni caso la UE avrebbe impiegato anni prima di acquisire autonomia dalle tecnologie militari statunitensi. Insomma, avrebbero speso meno per la difesa in Europa legando al contempo il Riarmo europeo alla tecnologia e produzione statunitense. E non stupisca la velocità con la quale, in meno di due anni, l’Unione europea ha predisposto interventi, cambiamenti e nuove strategie per dotarsi non solo di una politica industriale bellica, ma anche di un impianto finanziario, normativo e legislativo adeguato all’economia di guerra. In questa ottica vanno lette le deroghe ai tetti di spesa, i prestiti e i Regolamenti comunitari dai quali scaturiscono miliardi in sovvenzioni a fondo perduto all’Ucraina e straordinari, per grandezza, prestiti di varia natura. Un fiume di denaro è stato indirizzato verso l’Ucraina e parte di queste risorse finalizzate a costruire il sistema di guerra con la indispensabile partecipazione di importanti aziende europee. Per evitare la trappola del debito, le risorse destinate all’Ucraina sono il frutto della capitalizzazione delle rendite nette straordinarie generate dai miliardi di euro di asset sovrani della Banca Centrale Russa di fatto tenuti fermi in Europa. Parliamo di flussi continui di miliardi di euro destinati all’approvigionamento militare. Ma chi sono i Paesi a beneficiare maggiormente di queste scelte? I paesi che hanno attive imprese e multinazionali produttrici di armi e che poi sono anche le principali economie del continente: Germania, Francia, Regno Unito e Italia. Forse, alla luce di queste considerazioni, si capisce perché questa guerra non finisca allontanando un accordo di pace tra i due popoli. Non entreremo nel merito degli accordi economici, lo fa meglio di noi l’articolo pubblicato da «IlSole24Ore», documentando tutti i sistemi di guerra venduti o donati all’Ucraina, che resta un banco di prova per attestare anche la efficacia dei nuovi sistemi di guerra. E, in questo girone infernale, l’Italia sta giocando tutte le perdine possibili per favorire intese industriali con le grandi multinazionali italiane, prime tra tutte Leonardo e Fincantieri. Se di grande efficacia è stata la manovra finanziaria, risulta invece in difficoltà la manifattura vera e propria, da qui l’iniziativa incessante negli ultimi due anni per dare vita a un sistema di ricerca e produzione integrato e capace di superare i limiti e le specificità nazionali aumentando la produzione, evitando doppioni e sprechi e peggio ancora, per fare un esempio calzante, munizioni diverse che non si adattano alle armi in dotazione agli eserciti nazionali. E in questi scenari anche la riconversione di imprese civili a militari, soprattutto in Germania, sta diventando una priorità approfittando della crisi del settore automative. Il salto di qualità della manifattura è dato anche dalla costruzione di industrie moderne e con strumenti tecnologicamente avanzati, testare le armi e portare modifiche e miglioramenti ai sistemi di guerra in tempo reale, del resto un drone dopo un anno è già superato e fuori produzione. In questa ottica le imprese belliche europee necessitano di sinergie, finanziamenti, aumento della produzione, investimenti che attraversino la intera catena del valore, una struttura finanziaria che assicuri i dovuti aiuti e una impalcatura normativa atta a favorire l’economia di guerra, inclusi degli appalti agevolati per il settore militare e l’utilizzo di centri di ricerca pubblici e privati. Da qui nascono le join venture, i progetti di ricerca, le officine militari, i centri di progettazione e i percorsi di studio su tecnologie spesso duali, le sinergie tra imprese belliche europee è parte di quel processo che ha portato alla integrazione tra industria bellica ucraina e europea Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Dossier BDS “Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”
Rilanciamo con piacere il dossier, intitolato “La scuola di Leonardo” e curato da BDS Roma (clicca qui), il quale analizza criticamente il legame tra il sistema d’istruzione pubblico e l’industria militare, concentrandosi sul caso specifico di Roma e provincia e sul ruolo della multinazionale della difesa Leonardo S.p.A. Come da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia, anche il movimento BDS contesta a Leonardo il coinvolgimento commerciale e industriale con l’apparato militare israeliano, specialmente in relazione alle operazioni nella Striscia di Gaza (es. fornitura di cannoni navali OTO Melara, velivoli M-346, e rimorchi pesanti). Secondo il dossier, i programmi scientifici, didattici e le iniziative STEM proposti nelle scuole servono all’azienda per ripulire la propria immagine pubblica e normalizzare l’economia di guerra e i dispositivi di controllo sociale agli occhi delle nuove generazioni, una sorta di pernicioso Social e Peace Washing. Viene denunciato, inoltre, il passaggio della scuola pubblica a un paradigma neoliberale in cui l’istruzione è subordinata alle esigenze di mercato (“capitale umano”). L’aziendalizzazione e la militarizzazione scolastica sostituiscono lo sviluppo del pensiero critico con la formazione di competenze immediatamente spendibili nell’industria bellico-tecnologica. L’inchiesta, condotta tramite un’analisi sistematica dei siti web istituzionali (SWDA), ha mappato la capillarità di Leonardo nelle scuole di Roma ed è risultato che: * Scuole secondarie di II grado: Su 125 istituti statali analizzati a Roma, ben 19 (il 15,2%) presentano collaborazioni formali con Leonardo o con la Fondazione Leonardo. Le interazioni avvengono tramite percorsi di Formazione Scuola Lavoro (FSL / ex PCTO), orientamento e progetti STEM. * Il caso del “Liceo Digitale”: All’IIS Carlo Matteucci di Roma è stata attivata dal 2022 una sperimentazione curricolare strutturata in cui esperti di Leonardo co-progettano i programmi ed entrano direttamente in classe nel quinquennio scolastico per insegnare intelligenza artificiale, machine learning e Python. * Centri di Formazione Professionale (CFP): È emerso un accordo formale e continuativo (rinnovato dal Sindaco Metropolitano a inizio 2024) con il CMFP di Acilia per un corso triennale gratuito in Cybersecurity, integrato da stage nell’azienda. * Editoria scolastica: Viene evidenziata la partnership tra Fondazione Leonardo e la piattaforma digitale HUB Scuola (Gruppo Mondadori), che distribuisce video-lezioni di esperti Leonardo usate nella didattica ordinaria di tutta Italia. Gli autori segnalano che il quadro descritto rappresenta solo la punta dell’iceberg. Molti eventi e accordi vengono gestiti tramite canali interni e non pubblicamente rendicontati nei siti web delle scuole. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è al fianco di BDS nel mettere in atto campagne di boicottaggio. Il dossier supporta, infatti, azioni di collettivi studenteschi e reti sindacali (come Docenti per Gaza o RUP) per spingere gli istituti e la Città Metropolitana di Roma all’interruzione di qualsiasi accordo duale e alternanza scuola-lavoro con l’industria delle armi, richiamando l’Articolo 11 della Costituzione. Scarica qui il dossier in pdf. la scuola di Leonardo – dossier_web3Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente