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NATO: AL CENTRO DEL VERTICE DI ANKARA LA CORSA AL RIARMO E CENTINAIA DI MILIARDI PER L’INDUSTRIA BELLICA
Al via ad Ankara il vertice dell’alleanza NATO. Il “centro di gravità” del vertice, quest’anno, è il riarmo, cioè l’investimento, da parte degli stati membri, nell’industria militare. In particolare, il presidente Usa Trump pretende dagli alleati che spendano molti più soldi in armi per raddrizzare la traballante economia Usa prima delle elezioni di midterm, previste per il mese di novembre. Sul piatto ci sono una serie di accordi e annunci per centinaia di miliardi di euro. Per lanciare l’enorme operazione di riarmo, il segretario generale dell’alleanza atlantica, l’olandese Mark Rutte, si è inventato il “Forum dell’Industria della Difesa” (“Nato Summit Defence Industry Forum”). L’intera giornata di oggi, martedì 7 luglio – il primo di due giorni di summit – è dedicata dunque alla passerella allestita per i rappresentanti dei governi NATO e i CEO dell’industria bellica dei rispettivi paesi, che insieme annunciano le enormi spese militari in programma per i prossimi mesi e anni. “Ogni anno la NATO fa un summit. L’anno scorso, all’Aja, hanno deciso di arrivare al 5% di spese militari rispetto al PIL di ogni paese. Per arrivare a questo 5%, però, bisogna iniziare il riarmo. Per iniziare il riarmo bisogna avere le industria della difesa che rispondono alle richieste dei paesi, comunicando quanti soldi e quanto tempo ci vogliono per soddisfarle”, spiega a Radio Onda d’Urto il giornalista Cosimo Caridi. “Quest’anno, Mark Rutte, il segretario generale della NATO, ha fatto un passo in più – prosegue Caridi – e prima del summit ha organizzato una giornata in cui tutti gli alleati NATO parlano con le industrie e dichiarano quali sono i progetti per i prossimi anni. Stiamo parlando di centinaia di miliardi, una cosa che difficilmente è stata vista, così coordinata, non solo all’interno dell’alleanza atlantica ma a livello mondiale”. L’intervista di Radio Onda d’Urto al giornalista Cosimo Caridi. Ascolta o scarica.
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Intelligenza artificiale: non un destino ma una questione di potere
1. Un trasloco che vale più di mille dichiarazioni Il 30 giugno 2026 uno degli economisti più citati al mondo nello studio della crescita lascia, in aspettativa, la cattedra di Stanford per entrare nell’azienda che costruisce la tecnologia di cui da anni misura i pericoli. Charles I. Jones — Chad […] L'articolo Intelligenza artificiale: non un destino ma una questione di potere su Contropiano.
July 1, 2026
Contropiano
La scienza è davvero neutra? Il dissenso etico dei ricercatori CNR unisce l’Italia da Nord a Sud
CASO PASWING. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si estende a livello nazionale: 62 dipendenti di 21 istituti firmano una nuova lettera alla dirigenza, unendo la comunità scientifica dal Trentino a Palermo. La ricerca scientifica pubblica italiana si trova a un bivio fondamentale tra l’imperativo costituzionale della pace e le logiche dei finanziamenti all’industria bellica. Giovedì 25 giugno 2026, sessantadue dipendenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) hanno inviato una seconda e dettagliata lettera formale alla Direttrice dell’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici (ISSMC), la Dott.ssa Alessandra Sanson. L’obiettivo primario di questa mobilitazione collettiva è esigere l’interruzione immediata del contratto relativo al progetto denominato “PaSwing“. La rete denominata “La ricerca che non va in guerra”, solleva un profondo interrogativo istituzionale: come può la scienza pubblica conciliare i propri scopi di progresso sociale e tutela ambientale con lo sviluppo di tecnologie destinate a scenari di conflitto armato? Questo nuovo atto di dissenso rappresenta l’evoluzione strutturale di una protesta nata a metà maggio a Faenza, con una prima lettera scritta in occasione dell’Open Day dell’istituto ceramico. Letta pubblicamente il 17 maggio — data simbolica che coincideva con il settantottesimo anniversario della Nakba palestinese, attivisti, difensori dei diritti umani, ambientalisti e ricercatori si sono riuniti davanti ai cancelli denunciando l’ambiguità etica di una ricerca scientifica controllata da interessi economici bellici. Se inizialmente la contestazione sembrava circoscritta a un nucleo locale, oggi il panorama è radicalmente mutato. La seconda lettera unisce lo sguardo e l’impegno di professionisti provenienti da ben ventuno istituti CNR differenti, dislocati in varie sedi su tutto il territorio nazionale. Dal Trentino fino a Palermo, la comunità scientifica ha scelto di superare i confini della propria specificità disciplinare per trasformare la questione in un caso politico di rilevanza nazionale, capace di impattare direttamente sui sistemi globali di tutela dei diritti umani e del diritto internazionale. Il progetto PaSwing e la responsabilità delle istituzioni pubbliche Al centro della complessa disputa scientifica si colloca il progetto “PaSwing”, acronimo di Spinel Windows Joining by Glass. Si tratta di un accordo di cooperazione scientifica avviato nel corso del 2024 tra l’istituto ISSMC di Faenza e il Ministero della Difesa dello Stato d’Israele. Dal punto di vista strettamente tecnico, le attività di ricerca vertono sullo sviluppo e l’ottimizzazione di materiali ceramici trasparenti avanzati. I documenti tecnici e le segnalazioni fornite dai ricercatori evidenziano come tali materiali trovino applicazione diretta nella schermatura e nella componentistica di mezzi militari terrestri. La natura intrinsecamente duale o prettamente bellica di questo studio rompe la narrazione di una scienza neutra e asettica, separata dalle conseguenze materiali della sua applicazione pratica. Le strutture dirigenti locali dell’istituto di Faenza, interpellate già durante le manifestazioni di maggio, hanno storicamente risposto invocando la neutralità tecnologica. La dirigenza ha inoltre precisato di non possedere i margini di autonomia giuridica necessari per decretare la rescissione unilaterale di un simile accordo internazionale, rimandando ogni responsabilità gestionale e politica alla direzione centrale del CNR a Roma. Questo rimpallo di competenze evidenzia un nodo strutturale tipico dei grandi enti di ricerca moderni: la frammentazione burocratica rischia di oscurare le responsabilità decisionali, rendendo difficile l’applicazione di principi etici fondamentali all’interno dei singoli laboratori. Di fronte a questo blocco istituzionale, la rete dei lavoratori firmatari ha deciso di denunciare l’assenza di canali formali per l’obiezione di coscienza, un limite grave che di fatto lede il diritto del personale scientifico di non cooperare a progetti in aperto contrasto con le proprie convinzioni morali. Implicazioni geopolitiche, etica, ecologica e giustizia sociale La mobilitazione dei sessantadue dipendenti non si limita a una critica burocratica, ma si inserisce in una più ampia analisi delle connessioni esistenti tra militarismo, sfruttamento della conoscenza e violazione dei diritti umani. I firmatari ricordano che i vertici governativi israeliani sono attualmente coinvolti nelle offensive militari su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Proseguire le attività scientifiche pianificate all’interno di PaSwing espone l’ente pubblico italiano al rischio concreto di una complicità indiretta nelle violazioni del diritto internazionale e nei crimini contro l’umanità perpetrati nei teatri di guerra. L’interruzione delle collaborazioni belliche viene indicata dai lavoratori come l’unica via per dare attuazione pratica all’Articolo 11 della Costituzione Italiana, il quale sancisce in modo inequivocabile il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. L’analisi condotta dal movimento evidenzia inoltre un profondo legame con l’ecologia integrale e la salute pubblica. Le risorse economiche, l’intelligenza collettiva e le infrastrutture tecnologiche dello Stato dovrebbero essere orientate alla gestione delle gravi crisi ambientali, alla conversione ecologica e alla tutela dei beni comuni. Sottrarre fondi e competenze alla ricerca civile per destinarli all’efficienza degli apparati bellici rappresenta un danno diretto per la collettività. Durante l’Open Day dello scorso maggio, i lavoratori e vari movimenti civici di tutta la regione Emilia Romagna avevano chiesto formalmente di integrare nei programmi dei laboratori una sessione di riflessione critica sul legame tra etica e industria militare, rivendicando la necessità impellente di una piena corrispondenza tra i principi di pace professati e le scelte istituzionali quotidiane. La totale assenza di risposte concrete da parte dei vertici ha spinto i dipendenti a formalizzare un nuovo e più severo avvertimento d’azione. Verso un’ampia mobilitazione della vigilanza civile Nella missiva spedita il 25 giugno, scienziati, lavoratrici e i lavoratori del CNR hanno esplicitato i contorni di una precisa assunzione di responsabilità che chiama in causa l’intera struttura amministrativa dell’ente scientifico. Il testo dichiara testualmente la volontà di fare emergere le responsabilità individuali ai vari livelli gestionali del CNR per superare l’opacità dei processi decisionali. Il documento si conclude con una dichiarazione programmatica che delinea le prossime tappe della mobilitazione nazionale: > “Al fine di giungere quanto meno alla sospensione di tale accordo, vanno > chiarite le responsabilità ai diversi livelli di gestione dell’Ente. Le > sottoscritte ed i sottoscritti confermano il proprio impegno a promuovere > azioni tra cui manifestazioni, lettere, interviste, contributi sui mezzi di > informazione, ricorsi e interlocuzioni coerenti con l’obiettivo di evitare > ogni forma di collaborazione del CNR che possa comportare rischi di complicità > in genocidio e crimini contro l’umanità.” La rete “La ricerca che non va in guerra” non si configura come un’associazione gerarchica o formale, bensì come una rete spontanea di scienziati e tecnici che hanno scelto di esporsi in prima persona per difendere l’integrità morale della propria professione e rivendicare il diritto di fare obiezione di coscienza. La crescita del fronte del dissenso dimostra che la base lavorativa dell’ente rifiuta la logica della sottomissione alle commesse militari. Questo appello si trasforma in un invito aperto alla vigilanza democratica rivolto a tutta la società civile, al mondo universitario, al mondo della ricerca e dell’istruzione e alle reti ambientaliste: la scienza deve rimanere un presidio globale di pace, progresso e giustizia sociale, e la mobilitazione attuale rappresenta solo l’inizio di un lungo percorso di riscatto etico. Istituti coinvolti: CNR-NANO (Istituto Nanoscienze) • Istituto di Biofisica (IBF) • Istituto di Bioscienze e Biorisorse (IBBR) • Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni (ICAR) • Istituto di Farmacologia Traslazionale (IFT) • Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI) • Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri (IRET) • Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici (ISSMC) • Istituto di Scienze Applicate e Sistemi Intelligenti “Eduardo Caianiello” (ISASI) • Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) • Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) • Istituto di Scienze Marine (ISMAR) • Istituto Nazionale di Ottica (INO) • Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (IREA) • Istituto per la Bioeconomia (IBE) • Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (IMM) • Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (IPSP) • Istituto per la Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico Moderno (ISPF) • Istituto per la Tecnologia delle Membrane (ITM) • Istituto per le Applicazioni del Calcolo (IAC) • Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati (ISMN). Sedi territoriali: Agrate Brianza (MB), Bari, Bologna, Cosenza, Faenza, Genova, Lamezia Terme, Lecce, Milano, Modena, Napoli, Padova, Palermo, Perugia, Pisa, Porano, Pozzuoli, Rende (CS), Roma, San Michele all’Adige (TN), Sesto Fiorentino, Tito Scalo, Torino, Trento, Venezia. Articoli correlati: > Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra conferenza al CNR di Bologna “La ricerca non va in guerra” (febbraio 2026) Redazione Romagna
June 27, 2026
Pressenza
La Repubblica in armi
La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza …
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COME LA SOCIETA’ SI STA RIORGANIZZANDO@0
Tornano i Saperi Maledetti con la seconda puntata incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, questa volta cercando di approfondire come la società si stia riorganizzando intorno a questa tecnologia. Siamo partit3 anche stavolta intervistando l3 nostre collegh3 unoversitari3 delle materie STEM, grazie a loro siamo riuscit3 a farci strada nell’aspetto più tecnico per capire davvero di cosa parliamo quando trattiamo machine learning e ai generativa. L3 abbiamo interrogat3 anche sulla consapevolezza degli utilizzi bellici dell’AI riscontrando non solo una disillusione della potenzialità di sottrarvisi a livello individuale e, ancora una volta, come l’ipostazione delle istituzioni preposte ad educarci evada sistematicamente la tematizzazione delle contraddizioni degli utilizzi dual use di quanto studiamo, lasciando gli studenti con in mano insufficienti strumenti, prima dell’imbocco diretto in azienda. Le evidenze della natura bellica dello sviluppo di queste tecnologie digitali non sono state difficili da trovare: dagli utilizzi specifici dell’ISIS, all’IDF, alla guerra in Iran fino ai report del ministero della difesa italiano, che abbiamo menzionato per poi concentrarci sul teaming uomo-macchina, teaming macchina-macchina e autonomia decisionale con le sue estreme conseguenze. Abbiamo interrogato l3 nostr3 coetane3 anche sul proprio personale utilizzo di ai consumer, come chat gpt, per andare a scoprire il rapporto tra noi e questo mezzo e in che misura intercorre una relazione di codipendenza e sfruttamento, come le big tech cercano di indurci. È emersa una grande consapevolezza delle problematiche ambientali e dell’impoverimento cognitivo dovuto alla delega cognitiva e di apprendimento nell’utilizzo dell’AI, come testimoniato da uno studio approvato dall’Università della Pennsylvania e condotto su 1000 studenti di una scuola di secondo grado in Turchia. Su questi temi abbiamo intervistato il professore Juan Carlos Demartin, fondatore nel 2006 del gruppo NEXA e Alessio Andrioli, del gruppo di ricerca Ippolita nato a Milano nel 2005, nell’ambito degli hacklab politicizzati. Le big tech stanno cercando di renderci dipendenti da questa tecnologia, che si presenta come il nuovo orizzonte dell’accumulazione, e forse anche l’ultimo, per estrarre valore ma il mercato consumer dell’AI però sta evidentemente fallendo. In questo contesto delle aziende stanno provando allora a rendere dipendenti direttamente gli stati garantendo supremazia bellica e sorveglianza completa della popolazione. Una “globalizzazione armata”, in cui piattaforme digitali, IA e infrastrutture computazionali diventano strumenti geopolitici indispensabili in una fusione tra Big Tech e potere statale, cosicché se anche questa bolla dovesse scoppiare certe aziende come Palantir rimarrebbero intoccabili. Non si può più parlare di una distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra. Qui riportiamo l’intervista con Juan Carlos Demartin, uno dei fondatori del centro interdisciplinare Nexa che studia come le tecnologie informatiche interagiscono con la società: Di seguito potete trovare l’intervista con Alessio Andrioli del gruppo di ricerca Ippolita, che si occupa di filosofia dell’automazione, tramite la pratica dell’hacking del sé per agire la cultura come strumento di consapevolezza dei rapporti di forza. Il gruppo fa ricerca indipendente sulle tecnologie digitali contro il conformismo cui le stesse procedure delle grandi piattaforme addestrano:
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COME LA SOCIETA’ SI STA RIORGANIZZANDO@2
Tornano i Saperi Maledetti con la seconda puntata incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, questa volta cercando di approfondire come la società si stia riorganizzando intorno a questa tecnologia. Siamo partit3 anche stavolta intervistando l3 nostre collegh3 unoversitari3 delle materie STEM, grazie a loro siamo riuscit3 a farci strada nell’aspetto più tecnico per capire davvero di cosa parliamo quando trattiamo machine learning e ai generativa. L3 abbiamo interrogat3 anche sulla consapevolezza degli utilizzi bellici dell’AI riscontrando non solo una disillusione della potenzialità di sottrarvisi a livello individuale e, ancora una volta, come l’ipostazione delle istituzioni preposte ad educarci evada sistematicamente la tematizzazione delle contraddizioni degli utilizzi dual use di quanto studiamo, lasciando gli studenti con in mano insufficienti strumenti, prima dell’imbocco diretto in azienda. Le evidenze della natura bellica dello sviluppo di queste tecnologie digitali non sono state difficili da trovare: dagli utilizzi specifici dell’ISIS, all’IDF, alla guerra in Iran fino ai report del ministero della difesa italiano, che abbiamo menzionato per poi concentrarci sul teaming uomo-macchina, teaming macchina-macchina e autonomia decisionale con le sue estreme conseguenze. Abbiamo interrogato l3 nostr3 coetane3 anche sul proprio personale utilizzo di ai consumer, come chat gpt, per andare a scoprire il rapporto tra noi e questo mezzo e in che misura intercorre una relazione di codipendenza e sfruttamento, come le big tech cercano di indurci. È emersa una grande consapevolezza delle problematiche ambientali e dell’impoverimento cognitivo dovuto alla delega cognitiva e di apprendimento nell’utilizzo dell’AI, come testimoniato da uno studio approvato dall’Università della Pennsylvania e condotto su 1000 studenti di una scuola di secondo grado in Turchia. Su questi temi abbiamo intervistato il professore Juan Carlos Demartin, fondatore nel 2006 del gruppo NEXA e Alessio Andrioli, del gruppo di ricerca Ippolita nato a Milano nel 2005, nell’ambito degli hacklab politicizzati. Le big tech stanno cercando di renderci dipendenti da questa tecnologia, che si presenta come il nuovo orizzonte dell’accumulazione, e forse anche l’ultimo, per estrarre valore ma il mercato consumer dell’AI però sta evidentemente fallendo. In questo contesto delle aziende stanno provando allora a rendere dipendenti direttamente gli stati garantendo supremazia bellica e sorveglianza completa della popolazione. Una “globalizzazione armata”, in cui piattaforme digitali, IA e infrastrutture computazionali diventano strumenti geopolitici indispensabili in una fusione tra Big Tech e potere statale, cosicché se anche questa bolla dovesse scoppiare certe aziende come Palantir rimarrebbero intoccabili. Non si può più parlare di una distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra. Qui riportiamo l’intervista con Juan Carlos Demartin, uno dei fondatori del centro interdisciplinare Nexa che studia come le tecnologie informatiche interagiscono con la società: Di seguito potete trovare l’intervista con Alessio Andrioli del gruppo di ricerca Ippolita, che si occupa di filosofia dell’automazione, tramite la pratica dell’hacking del sé per agire la cultura come strumento di consapevolezza dei rapporti di forza. Il gruppo fa ricerca indipendente sulle tecnologie digitali contro il conformismo cui le stesse procedure delle grandi piattaforme addestrano:
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COME LA SOCIETA’ SI STA RIORGANIZZANDO@1
Tornano i Saperi Maledetti con la seconda puntata incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, questa volta cercando di approfondire come la società si stia riorganizzando intorno a questa tecnologia. Siamo partit3 anche stavolta intervistando l3 nostre collegh3 unoversitari3 delle materie STEM, grazie a loro siamo riuscit3 a farci strada nell’aspetto più tecnico per capire davvero di cosa parliamo quando trattiamo machine learning e ai generativa. L3 abbiamo interrogat3 anche sulla consapevolezza degli utilizzi bellici dell’AI riscontrando non solo una disillusione della potenzialità di sottrarvisi a livello individuale e, ancora una volta, come l’ipostazione delle istituzioni preposte ad educarci evada sistematicamente la tematizzazione delle contraddizioni degli utilizzi dual use di quanto studiamo, lasciando gli studenti con in mano insufficienti strumenti, prima dell’imbocco diretto in azienda. Le evidenze della natura bellica dello sviluppo di queste tecnologie digitali non sono state difficili da trovare: dagli utilizzi specifici dell’ISIS, all’IDF, alla guerra in Iran fino ai report del ministero della difesa italiano, che abbiamo menzionato per poi concentrarci sul teaming uomo-macchina, teaming macchina-macchina e autonomia decisionale con le sue estreme conseguenze. Abbiamo interrogato l3 nostr3 coetane3 anche sul proprio personale utilizzo di ai consumer, come chat gpt, per andare a scoprire il rapporto tra noi e questo mezzo e in che misura intercorre una relazione di codipendenza e sfruttamento, come le big tech cercano di indurci. È emersa una grande consapevolezza delle problematiche ambientali e dell’impoverimento cognitivo dovuto alla delega cognitiva e di apprendimento nell’utilizzo dell’AI, come testimoniato da uno studio approvato dall’Università della Pennsylvania e condotto su 1000 studenti di una scuola di secondo grado in Turchia. Su questi temi abbiamo intervistato il professore Juan Carlos Demartin, fondatore nel 2006 del gruppo NEXA e Alessio Andrioli, del gruppo di ricerca Ippolita nato a Milano nel 2005, nell’ambito degli hacklab politicizzati. Le big tech stanno cercando di renderci dipendenti da questa tecnologia, che si presenta come il nuovo orizzonte dell’accumulazione, e forse anche l’ultimo, per estrarre valore ma il mercato consumer dell’AI però sta evidentemente fallendo. In questo contesto delle aziende stanno provando allora a rendere dipendenti direttamente gli stati garantendo supremazia bellica e sorveglianza completa della popolazione. Una “globalizzazione armata”, in cui piattaforme digitali, IA e infrastrutture computazionali diventano strumenti geopolitici indispensabili in una fusione tra Big Tech e potere statale, cosicché se anche questa bolla dovesse scoppiare certe aziende come Palantir rimarrebbero intoccabili. Non si può più parlare di una distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra. Qui riportiamo l’intervista con Juan Carlos Demartin, uno dei fondatori del centro interdisciplinare Nexa che studia come le tecnologie informatiche interagiscono con la società: Di seguito potete trovare l’intervista con Alessio Andrioli del gruppo di ricerca Ippolita, che si occupa di filosofia dell’automazione, tramite la pratica dell’hacking del sé per agire la cultura come strumento di consapevolezza dei rapporti di forza. Il gruppo fa ricerca indipendente sulle tecnologie digitali contro il conformismo cui le stesse procedure delle grandi piattaforme addestrano:
DAGLI AFFARI DI LEONARDO NEL GOLFO AL “DEFENCE READINESS OMNIBUS”, LA BUSSOLA SONO SEMPRE GLI INTERESSI DELL’INDUSTRIA MILITARE
Una mozione presentata al Senato martedì 19 maggio da parte di alcuni esponenti di partiti che compongono la maggioranza di governo accennava a una possibile messa in discussione della decisione presa in ambito Nato riguardo lo stanziamento, per ciascun membro, quindi anche per l’Italia, del 5% del Pil nelle spese militari. Questa mozione è scomparsa dal testo nel giro di poco. “Il fatto che addirittura gli esponenti principali al Senato della maggioranza abbiano presentato quel punto, poi tolto, conferma, da un lato, quello che diciamo da tempo: l’aumento delle spese militari va a detrimento delle spese sociali e impedisce al governo di intervenire su questioni come, in questo caso, i rincari energetici”, commenta Francesco Vignarca, della Rete Italiana Pace e Disarmo su Radio Onda d’Urto. “Dall’altro lato – prosegue Vignarca – si tratta della conferma del fatto che il target Nato non è un obbligo, è un accordo politico che non ha mai avuto nessun tipo di giustificazione, nemmeno militare. È ovviamente un modo per spingere gli stati membri ad aumentare le spese militari, e quindi ad alimentare gli interessi dell’industria delle armi“. Più concreto, rispetto al teatrino interno alla maggioranza di governo, è il contratto firmato da Leonardo spa e Abu Dhabi Ship Building (Adsb), la divisione navale del gruppo Edge, per la fornitura di sistemi di combattimento navali di nuova generazione, destinati al programma di nuove unità navali “Al Dorra” della Marina militare del Kuwait. “Questa vendita di armi al Kuwait non viene fatta solo da Leonardo, ma c’è un accordo strategico con Edge, cioè con l’industria militare emiratina“, spiega a questo proposito Francesco Vignarca. “Si tratta di un’alleanza militare con gli Emirati Arabi Uniti fortemente voluta dal governo Meloni che non a caso ha revocato lo stop all’esportazione di alcuni tipi di armamenti agli Emirati che era stato deciso dal governo Conte II e ha sottoscritto questi accordi di partnership e joint venture”, aggiunge l’esponente pacifista intervenendo sulla nostra emittente. “Simili accordi – avverte Vignarca – rischiano inoltre di toglierci, in prospettiva, qualsiasi tipo di controllo… Perché se inizi a costruire le armi insieme a questi stati, poi questi imparano a costruirle e iniziano a fabbricarle da soli. È successo, ad esempio, con la Turchia”. “Le decisioni dei governi, giustificate con la falsa retorica della pace e della sicurezza, sono influenzate dagli interessi delle industrie militari“, commenta ancora Vignarca. “Gli interessi delle industrie belliche sono fortemente intrecciati con quelli dei governi, non solo perché i governi controllano le industrie militari, ma perché in realtà è soprattutto il contrario: gli interessi dei mega fondi che investono nelle industrie militari riescono a influenzare i governi“, aggiunge. A Bruxelles, intanto, è in discussione – tra Consiglio, Commissione e Parlamento Ue – il pacchetto legislativo “Defence Readiness Omnibus”. Tra le altre cose, il testo prevede una vera e propria deregulation nell’esportazione di armi dall’Unione europea al resto del mondo. La Rete italiana Pace e Disarmo ha criticato questo e altri aspetti del Defence Readiness Omnibus. “Si fa passare come una modifica tecnica di semplificazione una modifica che in realtà è sostanziale e politica”, spiega Vignarca. “Non è vero – specifica l’esponente della Rete italiana Pace e disarmo – che prevede solo la riduzione delle scartoffie, ma prevede l’estensione indefinita di alcune licenze globali, tutta una serie di esenzioni da vari tipi di controlli e un collegamento con compagnie extra europee che verranno considerate come se fossero all’interno dell’Unione Europea”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Francesco Vignarca della Rete italiana Pace e disarmo. Ascolta o scarica.
May 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra
La pioggia ha accompagnato l’inizio del presidio davanti al CNR di Faenza questo venerdì. Cartelli bagnati, strumenti musicali riparati alla meglio sotto gli ombrelli in via Granarolo. Poi, lentamente, il cielo si è aperto. È uscito il sole mentre le persone continuavano a parlare di guerra, ricerca scientifica, salute, ambiente, obiezione di coscienza, diritti umani e tutela dei beni comuni. Un cambiamento atmosferico che molti hanno visto quasi come un segno poetico, un legame profondo con la natura che sembrava accogliere la richiesta di trasparenza, etica e pace. Il presidio “Ceramica per la sanità, non per le armi”, organizzato il 15 maggio davanti alla sede del CNR e dell’ISSMC di Faenza, si è svolto nel giorno dell’open day dell’istituto, mentre ricercatori e tecnici aprivano i laboratori al pubblico per mostrare le ricerche sui materiali ceramici e aerospaziali. Fuori, intanto, attivisti, associazioni e cittadini chiedevano che la ricerca pubblica non venga coinvolta in progetti militari e in collaborazioni con istituzioni israeliane legate all’industria bellica. Al megafono si sono alternati diversi esponenti della società civile e del mondo della ricerca, offrendo sguardi complementari sulla responsabilità etica delle istituzioni pubbliche, degli scienziati e dei cittadini. Ha preso la parola Linda Maggiori, giornalista, scrittrice e blogger impegnata da anni sui temi dell’ecologia integrale, della mobilità sostenibile e della giustizia sociale. È intervenuto poi Pippo Tadolini del Coordinamento Ravennate per il Clima Fuori dal Fossile, ricordando le prossime tappe della Carovana “Diritti e Rovesci”. Successivamente si sono alternati il giovane attivista Gioele Angeli, in rappresentanza di OSA, Giuseppe Curcio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Marco Cervino, ricercatore del CNR di Bologna e membro della rete nazionale “La ricerca non va in guerra”, una rete di ricercatori contrari all’uso militare della ricerca pubblica. Tutti gli interventi hanno ribadito con forza che istruzione, università e ricerca dovrebbero rimanere spazi di crescita collettiva, confronto e pace, sottraendosi alle logiche della guerra e della produzione bellica. Mentre fuori dai cancelli proseguivano gli interventi e i canti, Linda Maggiori è entrata all’interno dell’istituto per partecipare alle iniziative dell’open day, intervenendo nella conferenza dedicata alle tecnologie aerospaziali. In un resoconto condiviso successivamente sui social, la giornalista ha raccontato di avere posto domande precise sul rapporto tra ricerca scientifica e industria militare, contestando apertamente l’idea di una scienza neutrale, separata dalle conseguenze concrete delle proprie applicazioni. Di fronte alle risposte di chi definisce la tecnologia uno strumento “neutro”, né buono né cattivo, i manifestanti hanno ricordato che questa impostazione rischia di cancellare la responsabilità etica degli scienziati rispetto agli effetti concreti delle loro ricerche. Il fulcro della mobilitazione faentina è rappresentato dal progetto “Pa Swing”, acronimo di “Spinel Windows Joining by Glass”, una collaborazione scientifica avviata nel 2024 tra l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici di Faenza e il Ministero della Difesa israeliano. Secondo documenti scientifici e segnalazioni dei ricercatori, il progetto riguarda lo sviluppo di materiali ceramici trasparenti destinati ad applicazioni per mezzi militari terrestri. La questione è stata sollevata dalla rete “La ricerca non va in guerra”, composta da ricercatori e lavoratori del CNR contrari ai progetti collegati a enti governativi coinvolti nell’attuale offensiva su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Per i manifestanti, interrompere queste collaborazioni significa applicare concretamente il principio costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Nei giorni precedenti all’evento, una lettera aperta era stata indirizzata alla direttrice dell’istituto, Alessandra Sanson, chiedendo che all’interno dell’open day trovasse spazio anche una riflessione critica sul rapporto tra etica, ricerca e industria militare. Nel testo si sosteneva la necessità di “una corrispondenza fra etica che ripudia i crimini di guerra e scelte individuali e istituzionali”. Secondo quanto riferito da Linda Maggiori dopo l’incontro con la direttrice, una delegazione ha consegnato una lettera chiedendo l’interruzione della collaborazione con Israele e l’avvio di progetti sanitari con la Palestina. La dirigenza avrebbe garantito libertà di espressione e dibattito interno per il personale dell’istituto, specificando però di non avere l’autonomia necessaria per interrompere unilateralmente il progetto, decisione che spetterebbe alla direzione nazionale del CNR. Il presidio si è svolto in una data dall’alto valore simbolico, il 78° anniversario della Nakba palestinese, la “catastrofe” del 1948 che segnò l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. Per le realtà organizzatrici, questa ricorrenza ha permesso di collegare la memoria storica dei diritti violati alla riflessione contemporanea sulle guerre e sulle responsabilità collettive. L’iniziativa ha mostrato come ricerca, industria e molti ambiti considerati “neutrali” abbiano invece un ruolo concreto negli attuali scenari di guerra. Ma la giornata faentina non è stata soltanto una mobilitazione contro il riarmo. È stata anche una delle tappe centrali della Carovana ambientalista e sociale “Diritti e Rovesci”, promossa da RECA Emilia-Romagna e AMAS-ER. Da aprile a giugno, la Carovana attraversa tutta la regione coinvolgendo oltre 90 associazioni, comitati e realtà territoriali sui temi della crisi climatica, del consumo di suolo, dell’inquinamento, delle alluvioni, della salute pubblica e della conversione ecologica. La tappa di Faenza ha assunto un significato particolare proprio perché ha unito questi temi a una riflessione più ampia sui diritti umani: non soltanto ambiente e diritto alla salute, ma anche guerra, ricerca scientifica, obiezione di coscienza, industria militare e libertà di dissenso nei luoghi di lavoro. A Faenza, più che gli slogan, sono rimaste impresse le immagini: le persone ferme sotto la pioggia, i dialoghi davanti ai cancelli del CNR, gli strumenti musicali e i canti, le lettere consegnate a mano, le spillette con scritto “Io non collaboro con Israele” distribuite dai ricercatori obiettori di Faenza, il tentativo ostinato di aprire spazi di discussione dentro e fuori i luoghi della ricerca. Quando il sole è comparso, illuminando bandiere, striscioni e le strade ancora bagnate, il presidio non aveva certo risolto il conflitto aperto attorno ai progetti militari. Ma aveva reso visibile qualcosa di difficile da ignorare: l’esistenza di ricercatori, cittadini, studenti e lavoratori che rifiutano l’idea che la scienza possa procedere separata da coscienza ed etica. PROSSIMI APPUNTAMENTI DELLA CAROVANA “DIRITTI E ROVESCI” : * Calendario di tutti gli eventi: https://www.recaemiliaromagna.it/ * Appuntamento sotto la sede della Regione: Bologna, 26 maggio 2026, ritrovo ore 9.00 con le reti ambientaliste, che convergeranno nella stessa giornata con il sit-in pomeridiano della rete “Basta Complicità”, in cui confluiranno anche i Giovani Palestinesi, il BDS e i Sanitari Per Gaza di Bologna per consegnare tutte le firme raccolte finora. .. video qui. > Non ci hanno permesso di fare foto o filmare gli interventi. Non hanno > permesso ad un ricercatore venuto apposta da Reggio Emilia di leggere il suo > intervento. […]  ricercatori obiettori di Faenza non possono parlare > pubblicamente del loro dissenso, tanto che nessuno di loro ha potuto parlare > nel nostro presidio. Questo ci è stato implicitamente confermato dalla > direttrice e ci sembra una cosa gravissima, che lede anche i diritti dei > lavoratori. […] Noi allora continueremo a fare presidi, sia a Faenza sia a > Roma per chiedere di fermare questa complicità criminale, e per chiedere di > iniziare progetti in campo sanitario con la Palestina. > > Continueremo a sostenere i ricercatori e le ricercatrici, a fare emergere la > verità e a non lasciare che il silenzio ricopra tutto. Basta ricerca per il > Genocidio!! > Linda Maggiori Redazione Romagna
May 17, 2026
Pressenza