La strage di Amendolara: dai caporali alla GDO, un’unica filiera di sfruttamento
Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori impiegati nella
raccolta delle fragole sono stati uccisi dai loro caporali. Attraverso le voci
di chi studia e racconta il fenomeno (sociologi, sindacalisti, ricercatori e
giornalisti), la terribile vicenda rappresenta il punto estremo di un sistema
che tiene insieme criminalità organizzata, imprese legali e grande
distribuzione.
Sono stati bruciati vivi per “punizione” i quattro braccianti uccisi lunedì 1
giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole
nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano – per conto di un sistema
che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione
organizzata – hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato
benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i
29 anni.
Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal
Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano.
Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con
l’accusa di omicidio volontario plurimo.
Un solo sopravvissuto: un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito
a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il
lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli
e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più
volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole.
«Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche
cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo
raccogliere la frutta», nell’area agricola di Scanzano Jonico.
UN ASSASSINIO BRUTALE, E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI
Per Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scientifico di In Migrazione – tra
i massimi esperti dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato – la
strage di Amendolara ha tratti inediti rispetto a quanto si conosce del
fenomeno.
«Si tratta – ha detto in un’intervista alla Fondazione Feltrinelli – di un
assassinio brutale, che però ha alcune caratteristiche originali rispetto a
quello che abbiamo da sempre studiato e compreso del padronato, del caporalato e
delle agromafie: si è svolto in un’area pubblica, ripreso da una telecamera, con
un’attività assassina evidentemente brutale, con quattro persone bruciate vive
sotto gli occhi dei loro aguzzini, caporali assassini. È qualcosa di veramente
straordinario, che impatta sulle nostre coscienze. Purtroppo non su quelle delle
istituzioni, che il 2 giugno sono rimaste in silenzio dinanzi a questo
assassinio brutale: non hanno pensato di prendere parola, sono rimaste a
celebrare la festa della Repubblica, dimenticando che ci sono circa 450.000
persone che, soltanto nel settore agroalimentare, non vivono la nostra
Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma vivono dentro un sistema dispotico
– da noi organizzato anche sul piano normativo – che riduce in condizioni di
grave sfruttamento e schiavismo persone: l’80% migranti, il 20% italiani.
Obbligate a lavorare sotto padrone, a restare in silenzio, e a diventare
soggetti della cronaca solo dopo morte».
E aggiunge un appello: «È necessario prendere coscienza di tutto questo,
ribellarci, organizzarci e intervenire, perché tragedie come queste – come
quella di Satnam Singh e di molte altre – non abbiano davvero più a ripetersi.
Perché tutto questo possa diventare una riflessione di natura politica, e non
soltanto cronaca giornalistica, per quanto drammatica come quella di questi
giorni».
Notizie
SULLA MORTE DI SATNAM SINGH
Marco Omizzolo: «Sono decine di migliaia i lavoratori sfruttati, malpagati e
vessati nel nostro Paese»
1 Luglio 2024
LA TRASMISSIONE DI RADIO ONDA D’URTO
Della vicenda, si è occupato anche il Focus di Mezzogiorno di Radio Onda d’Urto,
andato in onda mercoledì 3 giugno 2026, con gli interventi di Caterina Vaiti,
segretaria generale della Flai Cgil Calabria; di Silvio Messinetti, giornalista
calabrese e collaboratore de Il Manifesto; e di Sara Manisera, reporter e
autrice del libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne.
Per Caterina Vaiti è un sistema che produce vittime su più livelli: «C’è uno
sfruttamento, dentro le campagne, da fare paura; un caporalato nelle campagne e
nell’edilizia che dovrebbe mettere i brividi. Ma poco ci si indigna». Anche i
lavoratori pakistani, osserva, «vengono assoldati con il corrispettivo di un
piccolo aumento sulla giornata, e fanno il lavoro sporco che viene loro
chiesto».
Poi l’aspetto normativo: «Siamo al decimo anno della legge 199 [del 2016, contro
il caporalato], che però non ha una funzione preventiva, ma repressiva. Quello
che manca è poterci lavorare prima: non abbiamo abbastanza ispettori rispetto al
problema, non c’è un luogo pubblico dove far incontrare domanda e offerta di
lavoro. Così la mercificazione del mercato del lavoro è altissima». A pagarne il
prezzo sono «i cosiddetti invisibili, quelli che per le lungaggini della
burocrazia hanno un permesso ancora in attesa di conversione: sono invisibili, e
alla mercé di chiunque li voglia sfruttare».
«Due anni fa abbiamo avuto la questione di Satnam Singh, il lavoratore
abbandonato davanti a casa con il braccio tranciato. Questa è l’ennesima
situazione, ma a una simile ferocia non si era mai arrivati: qui siamo di fronte
a un omicidio collettivo. Come Flai siamo davvero arrabbiati, e tuteleremo
questi lavoratori con rabbia – sul piano legale, previdenziale, in ogni modo
possibile. Non vanno lasciati soli».
A interrogarsi sulle responsabilità è Silvio Messinetti, giornalista e
collaboratore de Il Manifesto e del Quotidiano del Sud. «La strage di
Amendolara, come unico effetto collaterale positivo, ha acceso finalmente i
riflettori su una miccia esplosiva pronta a deflagrare», dice. Ma si mostra
scettico sulla durata di quell’attenzione: «Sono convinto che già dopo i
funerali non se ne riparlerà più. Torneremo a fare la spesa comprando le
clementine della Sibaritide o le fragole, senza renderci conto che tutto questo
è il frutto di un sistema oliato di sfruttamento, nel disinteresse generale e
nel silenzio delle istituzioni».
Messinetti ricorda un precedente preciso: «Due anni fa organizzazioni importanti
come la Flai Cgil Calabria e la comunità Progetto Sud di Lamezia Terme
depositarono alla procura di Castrovillari una denuncia che spiegava nel
dettaglio i meccanismi di intermediazione illecita. Quel faldone è finito
praticamente coperto. Poi servono le stragi per accendere i riflettori».
E punta il dito sulle responsabilità politiche: «Quando il presidente della
Regione Occhiuto piange i morti di Amendolara, dovrebbe chiedersi come mai sta
organizzando centri di reclutamento e formazione di manodopera in Tunisia, e
come mai sta creando un nuovo CPR in Calabria. Perché gli afghani morti qui sono
gli stessi che sbarcano a Cutro». La filiera, sostiene, è nota a ogni livello:
«Quando l’assessore all’agricoltura va di sagra in sagra a presentare i suoi
prodotti, sa benissimo che quello è l’anello di una filiera che parte dai
braccianti; sopra ci sono i caporali, e sopra ancora, magari, la criminalità
organizzata».
Sul possibile ruolo della ‘ndrangheta resta prudente: «Sarà la magistratura a
verificarlo, c’è un’indagine in corso. Ma, da vecchio conoscitore di queste
zone, mi suona strano che si muova foglia senza che la ‘ndrangheta ne sappia
nulla». I veri beneficiari, per lui, stanno però più in alto: «I veri
profittatori di questo sistema criminale sono le imprese: lucrano sui trasporti,
sui salari. A loro fa comodo un sistema senza regole e senza controlli».
Controlli che, denuncia, «sono diminuiti drasticamente, del 50% nell’ultimo
anno», mentre la legge del 2016 sul caporalato «come quasi tutte le leggi
italiane è scritta sulla carta, ma poi viene disattesa».
Chiude la trasmissione la reporter e scrittrice Sara Manisera, autrice di
Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne: «Oggi è peggio di ieri. Il livello
di violenza nelle campagne è ormai parte sistemica del modello agroindustriale e
del cibo che mettiamo in tavola: non c’è territorio escluso dallo sfruttamento
di lavoratori e lavoratrici».
All’origine, dice, ci sono le norme sull’immigrazione: «Sono leggi razziali di
fatto, che rendono le persone ancora più invisibili. Si è scelto di non
permettere a queste persone di accedere facilmente a un permesso di soggiorno e
a un contratto: si crea così una massa di individui che, per sopravvivere e
mandare soldi a casa – spesso indebitati per il viaggio -, sono costretti ad
accettare qualsiasi condizione. È l’invisibilità prodotta dallo Stato a generare
altra violenza nelle campagne».
E qui entra in gioco l’ultimo anello, quello che di solito resta fuori dal
racconto: «Non si può parlare di braccianti senza tenere presente il ruolo della
grande distribuzione organizzata. Parliamo di quattro, cinque, sei oligopoli con
un potere contrattuale enorme, che impongono prezzi devastanti: e tutti quei
costi finiscono per scaricarsi sull’anello più debole. Non è possibile
continuare a parlare della morte di braccianti senza guardare al sistema e alla
filiera».
Manisera richiama anche la lunga storia delle lotte contadine – dai Fasci
siciliani ai grandi scioperi del Novecento, fino alla riforma agraria del
dopoguerra – per misurarne l’assenza di oggi: «Erano movimenti di massa, i
sindacalisti andavano di campagna in campagna. Oggi quella spinta è pressoché
assente, e la classe lavoratrice bracciante è frammentata, ai margini. Cosa
resta di quelle lotte? Poco. Restano storie di chi resiste a durissimo prezzo,
provando a fare un’agricoltura giusta, senza sfruttare l’ecosistema né le
persone. Ma sono piccole lucciole».
Il suo invito finale parte dal gesto quotidiano: «Ogni volta che entriamo in un
supermercato dovremmo chiederci quali sono le storie delle mani che raccolgono
la frutta e la verdura in Italia. Dietro una salsa di pomodoro da cinquanta
centesimi ci sono vite, famiglie, figli dall’altra parte del mondo. Ogni volta
che mettiamo quell’euro in un prodotto, dovremmo pensare a quelle storie».
«LA VIOLENZA È INSITA NEL CAPORALATO»
Sul senso più profondo della vicenda è stato intervistato da Radio Onda d’Urto
anche Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul
Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di
Salerno, autore del libro Il caporalato. Una storia (Carocci).
«Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e
soprattutto con forme così terribili e drammatiche», premette Ferrarese. «Però
in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel
fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione,
come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo
dice il nome stesso del “caporale”, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove
non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche
con forme estreme. Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni
sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di
diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a
controllare con i mezzi tra virgolette “normali”, si ricorre addirittura alla
violenza».
Un caso eclatante, ma non isolato. «Non è l’unico e non è il primo. Solo nel
2018 Soumayla Sacko, un bracciante straniero, è stato ucciso in Calabria perché
rivendicava diritti. C’è una lunga scia di sangue legata agli atti di violenza
nelle campagne, che si affianca a quella legata agli incidenti, per arrivare sul
posto di lavoro o sul posto di lavoro stesso. Non dobbiamo considerarlo un caso
isolato, ma uno dei mezzi – l’ultimo, probabilmente – a cui si ricorre per
garantire l’ordine interno di questo sistema».
«È la cosa più normale del mondo essere pagati e chiedere diritti, ma non è la
più scontata», osserva Ferrarese. «Se voglio vedere nella drammaticità del caso
l’unico elemento positivo, è il fatto che queste persone cominciano a chiedere
il rispetto dei loro diritti; e pare anche che siano arrivate da poco in Italia.
Vuol dire che sta maturando in loro una consapevolezza. Spero che si
moltiplichino i casi in cui i braccianti stranieri rivendicano i loro diritti,
anche con forza».
C’è poi un equivoco da smontare, quello che lega il caporalato al solo
Mezzogiorno. «È una puntualizzazione che, in quanto meridionale, ogni volta mi
preme fare. Siamo abituati, anche nel linguaggio giornalistico, a immaginare il
caporalato nelle sue forme più violente legate al Sud. La ricerca storica ci
dice invece che uno dei primi episodi di violenza da parte di un caporale verso
un bracciante raccontati alla stampa avviene al Nord, a Verona, nel 1993:
Ornella Gardini, bracciante veronese, viene pestata a morte per essere arrivata
in ritardo sul campo. Il fenomeno non è mai stato solo meridionale: ha sempre
riguardato tutta la penisola».
E accanto alle forme più visibili ne esistono altre, più mimetizzate. «Questa
notizia, nella sua drammaticità, ne ha scavalcata un’altra particolarmente
interessante: un cantiere per la costruzione di un’ambasciata USA che utilizza
il caporalato di una multinazionale, con un manager turco. È una forma più
infida, più nascosta – tanto è vero che quella persona ha cercato di fuggire
appena ha capito che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando. È anche
socialmente più accettata, meno visibile, rispetto ai fatti consumati in
Calabria. Eppure, pur sembrando realtà lontane, sono molto vicine: due modi
diversi di comprimere i diritti dei lavoratori per massimizzare il profitto.
Perché di questo si tratta. E ci devono portare a pensare che il cibo che
consumiamo, i vestiti che indossiamo, persino gli spazi in cui abitiamo, molto
spesso vedono meccanismi di questo tipo nella loro realizzazione».
«NESSUNO SI SENTA ASSOLTO»
Le conclusioni di questo articolo le affidiamo alle parole di Francesco
Piobbichi pubblicate sulla sua pagina Facebook.
«A bruciarli lo sfruttamento. A rinchiuderli e metterli nelle mani dei caporali,
le leggi della frontiera. Nessuno si senta assolto».
«Probabilmente la vicenda di Amendolara va guardata dentro il fallimento del
decreto flussi», prosegue Piobbichi. «Dobbiamo capire le storie di queste
persone: da dove sono arrivate, chi e come le ha fatte arrivare. Dobbiamo capire
se è questo meccanismo di ingresso ad aver creato le condizioni per la
costruzione di una filiera di intermediazione del lavoro transnazionale che
genera abusi. Una filiera dentro la quale imprese fasulle, studi commerciali
farlocchi e imprese criminali dispongono di un canale di ingresso che permette –
probabilmente attraverso l’indebitamento – il controllo di lavoratori
sfruttabili, che diventano invisibili. Invisibili nella società, ma non nei
campi e nelle fabbriche. Da Monfalcone ad Amendolara, passando per centinaia di
luoghi e settori produttivi, sono decine di migliaia i lavoratori che vivono
questa condizione».
«E allora no: prima di tutto capiamo, ed evitiamo di costruire la solita
retorica del caporale che riproduce quella dello scafista. Perché queste figure
sono integrate nel nostro sistema produttivo, che non può farne a meno: così
come in Medio Oriente e in altri Paesi dove è richiesta forza lavoro a basso
costo, altrettanto avviene da noi. I dati delle persone arrivate in Italia
regolarmente con il decreto flussi e poi scomparse, non si sa bene dove, stanno
lì a dimostrarlo. Sono lì, evidenti e plateali. Basta entrare nel retro di un
ristorante, nel campo dei vicini, nei cantieri delle nostre città per
ritrovarli».
«E sì: il fuoco dei braccianti di Amendolara ha illuminato questa merda.
Evitiamo che la spengano in fretta, almeno per il rispetto di quei ragazzi così
giovani, morti in modo così atroce. Evitiamo che i nostri governanti dicano che
la colpa è dei caporali brutti e cattivi. Perché se è vero che chi ha commesso
questa strage sono dei pezzi di merda, altrettanto vero è che c’è un sistema
giuridico ed economico complice, che permette loro di agire e di ricattare. Ed è
quello che dobbiamo capire: qual è il meccanismo infame che permette che queste
cose avvengano».