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No “woke”, ma Get up, Stand up!
RAFFAELE BIONDO E AVV. GENNARO SANTORO Il dibattito sul cd. “woke”, tornato di moda anche in Italia per questa tendenza di legittimare e spiegare le proprie posizioni politiche attingendo indiscriminatamente ad esempi e culture estere neanche minimamente analoghe a quelle interne, rischia di far perdere di vista i problemi reali, quelli oltre gli slogan. Pensiamo, ad esempio, al tema del lavoro delle persone (non solo) migranti e dello sfruttamento.  Una sinistra che fatica a trasformare i propri valori politici e morali – la multiculturalità, l’uguaglianza, la tutela dei più fragili e delle minoranze, la rivendicazione dei diritti fondamentali – in proposte concrete, in spiegazioni esaustive del perché – anche a livello pratico – conviene uno Stato, un’Europa e un mondo che tali valori li concretizzano nelle politiche pubbliche e, quindi, nei propri programmi di governo su tutti i livelli. Occorre, dunque, partire dai dati concreti ed avere contezza del modello italiano attuale. Ogni anno lo Stato decide quante persone straniere possono entrare nel nostro Paese per motivi di lavoro attraverso il “decreto flussi”. Questo decreto stabilisce annualmente un numero massimo di ingressi (le cd. “quote”), assegnato con un sistema informatico che si apre a un’ora precisa di un giorno stabilito (il cd. “click day”) e si chiude quando le quote finiscono, spesso in pochi minuti. Chi non fa in tempo resta fuori, anche se ha tutti i requisiti e anche se la domanda di lavoro non è soddisfatta con le quote stabilite dal decreto stesso. Da questo meccanismo dipende se centinaia di migliaia di persone potranno lavorare regolarmente. Ed è un meccanismo, questo – è importante che lo si inizi a dire – che riguarda tutti, non solo chi migra. Nel 2025 quasi un neoassunto su quattro in Italia (in termini assoluti, più di un milione di persone) è straniero: un dato più che raddoppiato rispetto al 2019 e cresciuto del 139% dal 2017 1. Non è un’anomalia, ma la fotografia di un mercato del lavoro che in alcuni settori non trova più lavoratori italiani disponibili – anche, ma non solo, per il crollo demografico: tra il 1982 e il 2024 la fascia d’età 15-39 anni si è ridotta di 4,8 milioni di persone 2. Secondo i dati Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, cinque comparti – e precisamente turismo, agricoltura, edilizia, servizi operativi (come le pulizie) e logistica – assorbono da soli il 65% delle assunzioni di personale straniero previste nel 2025, con richieste molto concrete: personale di ristorazione (231mila posizioni), addetti alle pulizie (137mila), lavoratori agricoli (106mila), addetti alla consegna merci (86mila). Due esempi mostrano cosa succede quando questa manodopera manca. Il primo è l’assistenza agli anziani: entro fine 2026 il 14,6% degli over 65 – tradotto in termini assoluti per avere un’idea chiara di cosa parliamo, 2,2 milioni di persone – avrà bisogno di aiuto quotidiano 3. Ma le colf e badanti regolarmente occupate sono scese a 804mila nel 2025 (da quasi un milione nel 2021), senza contare che anche in questi 804mila ci sono persone che invecchiano: gli over 60 tra le badanti sono passati dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024. Entro il 2029 ne serviranno oltre 2,2 milioni: in assenza di ulteriori ingressi saranno le italiane e gli italiani a dover lasciare il lavoro per accudire i propri familiari, con un costo diretto per l’economia del Paese. Il secondo esempio è l’agricoltura, dove un prodotto su quattro è raccolto da lavoratori stranieri: Coldiretti stima un deficit strutturale di circa 100mila stagionali. Non è un dettaglio: significa raccolti persi, prezzi più alti, necessità di importazioni, aziende in difficoltà. Eppure, il meccanismo che dovrebbe governare tutto questo è rimasto quasi identico da sessant’anni. Nasce nel 1963, con una circolare del Ministero del Lavoro pensata per poche migliaia di persone l’anno, e da allora l’idea di fondo – un datore di lavoro “chiama” dall’estero uno straniero mai incontrato – è sopravvissuta tra legge Foschi (1986), legge Martelli (1990, che sottrae oltretutto la competenza al Ministero del Lavoro inquadrando l’immigrazione nella materia della sicurezza), Turco-Napolitano (1998) e Bossi-Fini (2002).  Già nel 1997-1998, spaventato dalla campagna mediatica sui flussi albanesi, il governo di centrosinistra ritirò le parti più avanzate della legge in materia – incluso il voto agli stranieri residenti – pur di non esporsi agli attacchi della destra 4. E i numeri, da allora, raccontano un fallimento continuo: nel 2001 il governo propone 63mila ingressi, quando le imprese ne chiedevano 100mila 5; il 4 dicembre 2023, per 9.500 posti nell’assistenza familiare, in soli 4 minuti arrivano 11.363 domande, quasi 77mila in un giorno; nel 2025, sono andate perse 117mila quote a causa di lungaggini burocratiche, il doppio del 2024.   I dati più recenti confermano, dunque, anno dopo anno, l’inefficacia strutturale del sistema del c.d. “decreto flussi”: secondo il monitoraggio della campagna Ero Straniero aggiornato a dicembre 2025, su circa 120.000 quote assegnate nel 2024 solo una domanda su dieci ha ottenuto il nulla osta, mentre i permessi di soggiorno effettivamente rilasciati si sono fermati a poco più del 20% delle quote disponibili. I dati relativi al 2025 mostrano un ulteriore peggioramento, con un tasso di successo prossimo a un lavoratore regolarmente inserito ogni dodici programmati. Si tratta di una filiera che si interrompe ben prima della conclusione della procedura, alimentando quel bacino di incertezza e di lavoro sommerso che la normativa dovrebbe invece contrastare. Il problema non è avere “troppi” o “troppo pochi” ingressi: è un sistema che non fa incontrare la domanda di lavoro reale con chi è pronto a farlo. Di fronte a un fallimento così evidente, le scorciatoie di pancia sono le stesse da sempre, da una parte e dall’altra. Da destra, la ricetta è più respingimenti, più controlli, meno ingressi – come se il problema fosse un eccesso di generosità, e non – purtroppo – la necessità per la nostra economia di gestire un fabbisogno reale. Da sinistra, da ciò che si percepisce dagli slogan – unica forma di comunicazione politica da anni – la risposta è “aprire le frontiere”, omettendo sistematicamente di proporre soluzioni al “dopo”: come le persone arrivano, dove lavorano, quanto e come vengono pagate, dove vivono, se e come possono esercitare i loro diritti. Posizione, anche questa, che lascia intatta la situazione di sfruttamento. I suddetti problemi rischiano di non essere risolti in tempi brevi se non si risolve il problema della politica moderna: il gioco delle parti che si ripete su ogni singolo tema, su ogni questione, e la cui regola fondamentale è delegittimare e criticare l’altrui posizione, senza occuparsi di costruire una proposta propria – necessariamente complessa, quindi di non immediata comprensione e quindi di non immediato consenso elettorale. Così la destra detta l’agenda con la propria narrazione securitaria e la sinistra si trova sempre a rincorrere – o adottando anch’essa misure che non la facciano trasparire come troppo “permissiva” (come già successo in modo netto con Marco Minniti al Viminale), oppure rifugiandosi in un principio astratto che non intacca il senso comune. Non è però solo una questione di pianificazione dei fabbisogni – che pure, come si è visto, lo Stato individua con precisione attraverso i dati citati e poi non riesce a soddisfare. Il problema è più profondo, e lo hanno messo a fuoco alcuni tra i più autorevoli giuristi italiani di diritto dell’immigrazione: quando lo Stato non prevede percorsi adeguati di ingresso regolare, si delegittima da sé, abdicando al proprio ruolo di vigilanza sul mercato del lavoro e di repressione dello sfruttamento, ma soprattutto alla propria funzione di regolatore naturale dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro straniero – lasciando campo libero a chi, in tempi di proibizionismo, è pronto a una remunerativa supplenza: i trafficanti 6. Non è un’osservazione astratta. Lo stesso Ministero del Lavoro riconosce, sul proprio sito, che i settori con maggiore incidenza di manodopera straniera sono anche quelli più esposti a irregolarità e sfruttamento: secondo dati Istat, il tasso di irregolarità è del 12,7% sull’intera economia, ma sale al 17,6% in agricoltura, al 24,4% nei servizi di alloggio e ristorazione e arriva al 55,4% nel lavoro domestico e di cura. È in queste stesse zone d’ombra – create non da chi migra, ma da un sistema che rende quasi impossibile arrivare per le vie legali – che si muovono i caporali: le ricostruzioni giornalistiche sulla strage di Amendolara, in Calabria, dove quattro braccianti sono stati bruciati vivi nel furgone che li portava nei campi, hanno documentato reti criminali che gestiscono documenti falsi e ingaggi legali solo sulla carta, un sistema di intermediazione che prospera esattamente dove lo Stato ha smesso di esserci 7. Ecco perché non basta che lo Stato sappia, sulla carta, di quanti lavoratori ci sia bisogno: deve tornare a gestire in prima persona anche la prassi quotidiana dell’incontro tra domanda e offerta – la verifica dei contratti, degli alloggi, delle condizioni di lavoro. Ogni spazio che lo Stato lascia vuoto, in questa materia, non resta realmente vuoto: viene occupato. A ben vedere, la sinistra potrebbe rinascere se riuscisse a riscoprire le radici dei propri slogan attuali. In materia di immigrazione, ad esempio, prima di parlare di totale accoglienza, di multiculturalità, scambio, mescolanza, dovrebbe chiedersi perché in un sistema neoliberale l’immigrazione svolge un ruolo centrale: non è un’esternalità “negativa” che l’ideologia egemone fatica a gestire. La gestisce, in realtà, esattamente in coerenza con i propri princìpi. Un sistema che rende quasi impossibile entrare regolarmente, ma lascia comunque entrare – o restare – centinaia di migliaia di persone senza documenti, produce esattamente ciò che Marx, ne Il Capitale, chiamava “esercito industriale di riserva” 8: lavoratori ricattabili, disposti a tutto pur di lavorare, che tirano giù i salari e i diritti anche di chi un contratto già ce l’ha, italiano o straniero. Il Dossier IDOS 2025 parla del 2024 come “l’anno degli inganni”: solo nel secondo semestre, l’80% delle prese in carico del Numero Verde Antitratta legate a sfruttamento lavorativo. Ecco perché i diritti non sono un optional: sono la condizione affinché il lavoro non diventi un’arma contro tutta la classe lavoratrice. Questa paradossale scelta si spiega, secondo autorevole dottrina, con il fatto che i migranti irregolari sono necessari per fornire una manodopera a basso costo indispensabile non solo ad alcuni settori produttivi ma anche per il lavoro di cura e l’assistenza domiciliare. Al posto di politiche di governo della popolazione inclusive si sono quindi sviluppate politiche escludenti in cui il benessere degli inclusi si fonda sullo sfruttamento neoschiavistico degli esclusi 9. Che un’alternativa esista – in un contesto estero sì, ma non lontano culturalmente e storicamente come quello statunitense – lo dimostra la Spagna: tra aprile e giugno 2026 la regolarizzazione voluta da Sánchez ha raccolto circa 1,3 milioni di domande, ben oltre le 500mila stimate inizialmente dal governo 10. Secondo Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega quasi la metà (47%) della crescita del Pil spagnolo dal 2022 (+24% cumulato nel quinquennio, contro il 16,5% italiano). E non è solo un tema di quote più larghe: l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha calcolato che, a fronte di 151mila posti previsti dal decreto flussi 2024, le imprese italiane hanno presentato quasi 680mila domande, ma i nulla osta rilasciati sono stati appena 84mila – e siccome il nulla osta ha validità di soli sei mesi, mentre l’emissione del visto consolare richiede spesso più tempo, molte pratiche decadono e vanno ricominciate da capo: nel 2024 gli ingressi effettivi per lavoro sono stati appena 40mila 11. È lo stesso problema di fondo: non basta annunciare quote più alte, se poi la macchina amministrativa che dovrebbe gestirle giorno per giorno resta la stessa che fallisce da ben oltre vent’anni. Con misure strutturali che ampliano i canali di ingresso regolare per ragioni di lavoro e riconoscono il radicamento territoriale delle persone come titolo sufficiente a ottenere un permesso di soggiorno, il governo spagnolo ha dunque dimostrato che è possibile – e conveniente – considerare la migrazione non come una crisi da contenere, ma come una risorsa. Notizie LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia continua ad essere solo fabbrica di marginalità   Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma) 29 Giugno 2026 Anche la Germania, con un sistema di ingresso per la ricerca di lavoro basato su un punteggio di qualifiche, esperienza e conoscenza linguistica (la Chancenkarte, in vigore dal 2024), e il Portogallo, che dal 2022 garantisce il diritto al lavoro già dal momento della domanda d’asilo, confermano lo stesso principio generale illustrato anche dalla letteratura giuridica comparata italiana: la migrazione per lavoro va governata come una funzione pubblica continuativa, non affrontata come un’emergenza da liquidare una volta l’anno con un click day12. Non serve necessariamente tornare a una piena competenza in materia migratoria del Ministero del Lavoro. Serve una sinistra che smetta di giocare in difesa e riprenda prima lo studio della realtà e poi l’iniziativa, mostrando non solo con gli slogan perché la cura degli anziani, l’agricoltura, la ristorazione e i cantieri italiani dipendono già da questo lavoro, e perché pianificarlo bene, con un centro pubblico e non con un mercato di intermediari – a volte fittizi – conviene a tutti: costa meno, si controlla meglio, e toglie terreno allo sfruttamento e alle organizzazioni criminali, aumentando – così sì – il senso di sicurezza. Superare il click day non vuol dire eliminare le regole: vuol dire smettere di fabbricare, con le nostre stesse leggi, manodopera a basso costo e ricattabile – a danno di chi migra, ma anche di chi in Italia lavora già. Avere dunque il coraggio di superare i decreti flussi, erigere a sistema gli sperimentali corridoi lavorativi, come sta avvenendo a Torino, avere il coraggio di costruire inedite alleanze tra associazioni datoriali e dei lavoratori, sotto la regia degli enti locali e con la partecipazione del terzo settore sono soluzioni che partono dal dato concreto e prospettano e garantiscono la sicurezza dei diritti.  1. CGIA di Mestre, Ufficio Studi, elaborazione su Sistema Informativo Excelsior (Unioncamere–Ministero del Lavoro), ripresa in “Cgia, un neoassunto su quattro è straniero“, ANSA, 21 febbraio 2026 (1,36 milioni di assunzioni straniere previste nel 2025, pari al 23,4% del totale, +139% dal 2017) ↩︎ 2. Confcommercio, “Carenza personale qualificato, cresce l’emergenza nel commercio e nel turismo“ ↩︎ 3. Centro Studi Idos per Assindatcolf, Rapporto 2026 “Family (Net) Work” — “Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici stranieri nell’Italia che invecchia” ↩︎ 4. S. Bontempelli, “Il governo dell’immigrazione in Italia: il caso dei «decreti flussi»”, in P. Consorti (a cura di), Tutela dei diritti dei migranti, Pisa, Plus, 2009, pp. 115-136 ↩︎ 5. C. Chianura, “L’appello delle imprese «Dateci 100 mila immigrati»”, La Repubblica, 12 gennaio 2001 (citato in S. Bontempelli, “Il governo dell’immigrazione in Italia: il caso dei «decreti flussi»”, cit.) ↩︎ 6. Paolo Bonetti, Madia D’Onghia, Paolo Morozzo della Rocca, Mario Savino (a cura di), Immigrazione e lavoro: quali regole? Modelli, problemi e tendenze, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, Introduzione, pp. 12-13 ↩︎ 7. “Non solo caporalato. Chi lucra sui nuovi schiavi”, L’Espresso, 29 giugno 2026 (reti criminali per documenti e ingaggi legali solo sulla carta dopo la strage di Amendolara) ↩︎ 8. K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, cap. 25 (“La legge generale dell’accumulazione capitalistica”) ↩︎ 9. “La regolamentazione dell’immigrazione come questione sociale: dalla cittadinanza inclusiva al neoschiavismo”, E. Santoro, 2010 ↩︎ 10. “Più di un milione di immigrati hanno fatto domanda di regolarizzazione in Spagna” – Il Post, 1° luglio 2026 ↩︎ 11. E. Franzetti, “Immigrazione regolare: perché in Spagna funziona meglio che in Italia”, Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, 19 dicembre 2025 ↩︎ 12. Sul sistema tedesco: Bundesministerium des Innern, “Launch of opportunity card to encourage immigration of skilled workers”, 31 maggio 2024 – (per l’inquadramento giuridico generale del sistema tedesco, cfr. anche il capitolo di Andrea De Petris in Bonetti, D’Onghia, Morozzo della Rocca, Savino, cit., pp. 17-83). Sul sistema portoghese: Asylum Information Database (AIDA) – progetto di ECRE (European Council on Refugees and Exiles) – “Access to the labour market: Portugal”, aggiornato al 22 settembre 2025 ↩︎
San Ferdinando, sgombero della tendopoli
Piana di Gioia Tauro – Il superamento dell’insediamento informale è una notizia attesa da anni. Restano però senza risposta questioni decisive per le condizioni di vita dei lavoratori braccianti: dove andranno le persone che le palazzine non potranno contenere, e con quali garanzie di lavoro, residenza e continuità di soggiorno? È iniziato il 29 luglio lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Circa cento persone lasceranno l’insediamento informale e una parte di loro sarà ricollocata nelle palazzine di Contrada Serricella, a Rosarno, costruite con fondi europei per l’immigrazione e rimaste per anni vuote in attesa di assegnazione. Il provvedimento dà attuazione ai decreti 228 e 238 del 6 e 23 marzo 2026, adottati nell’ambito del cosiddetto “Decreto Caivano” – convertito in legge il 13 novembre 2023 e presentato dal Governo Meloni come risposta al disagio giovanile e alla criminalità nelle periferie. La tendopoli nacque dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010 e fu realizzata dal Ministero dell’Interno come soluzione emergenziale. Da allora è stata smantellata e ricostruita più volte: l’ultimo grande sgombero risale al marzo 2019, quando l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini in un impeto di propaganda fece arrivare le ruspe. Ogni volta, alla distruzione è seguita la rinascita dell’insediamento, in un ciclo che associazioni e sindacati denunciano da oltre un decennio. Nel mezzo, una scia di incendi e di morti: nelle baracche di legno e lamiera, scaldate d’inverno da bracieri e stufe di fortuna, hanno perso la vita Becky Moses, Suruwa Jaiteh e Moussa Ba. Le gravi condizioni igienico-sanitarie in cui le persone sono state costrette a vivere per anni, senza acqua potabile né corrente elettrica, sono l’esito di un percorso di accoglienza fallimentare, deterioratosi nel tempo fino al completo abbandono istituzionale. Il superamento del modello della tendopoli è in sé uno sviluppo positivo. Ma la mancanza di percorsi certi, individualizzati e di lungo periodo per gli abitanti rischia di riprodurre, ancora una volta, marginalità, esclusione e ghettizzazione. Emergency che lavora accanto alla popolazione della tendopoli dal 2011 con uno sportello di orientamento socio-sanitario, continua a chiedere soluzioni strutturali per chi lavora nel territorio della Piana. Si tratta di braccianti che risiedono stabilmente da anni in Italia, in regola con le norme in materia di immigrazione. L’organizzazione esprime preoccupazione per la ricollocazione e la presa in carico delle persone più fragili presenti nell’insediamento. A oggi, sottolinea Emergency, gli enti competenti non hanno ancora illustrato quali misure intendano adottare nei prossimi mesi, in vista di una nuova stagione di raccolta e dell’arrivo di centinaia di lavoratori migranti. Molte persone non sanno ancora quando verranno trasferite, dove saranno ricollocate e con quali garanzie rispetto al lavoro, alla residenza e ai servizi. Per questo l’organizzazione ritiene che non si possa procedere con ulteriori trasferimenti o con la chiusura definitiva finché tutte le persone coinvolte non siano state adeguatamente informate, ascoltate e destinate a una soluzione concreta e sostenibile. «Il diritto alla salute non può essere garantito se le persone sono costrette a vivere in condizioni abitative disumane e precarie, in luoghi isolati, privi di collegamenti e lontani dai servizi essenziali», dichiara Mauro Destefano, coordinatore del progetto in Calabria. «Tutelare la salute e la dignità delle persone significa superare definitivamente il sistema dei grandi insediamenti, accompagnandole verso soluzioni abitative diffuse e reali percorsi di inclusione, costruiti insieme alle comunità locali». Il coordinatore punta il dito sui progetti annunciati come definitivi: «L’investimento di circa 3,6 milioni di euro per la costruzione della Fattoria Solidale, che non sarà pronta prima di un anno e mezzo, sembra essere l’ennesima costruzione di un ghetto nel quale le persone vivranno nuove forme di marginalizzazione e isolamento». Restano poco chiare, prosegue l’Ong, le ragioni del carattere temporaneo attribuito alle palazzine di Serricella, così come le modalità di gestione e i requisiti di accesso.Il tutto, conclude Mauro Destefano, deciso «senza interlocuzioni con le associazioni del terzo settore che popolano il territorio e senza un confronto con le persone migranti che vivono nella tendopoli»: l’ennesimo fallimento di una politica che continua a gestire un fenomeno radicato come se fosse un’emergenza improvvisa. Che dopo circa dieci anni le istituzioni calabresi aprano finalmente le palazzine di Rosarno può essere vista come una buona notizia: centinaia di lavoratori potranno vivere in condizioni migliori, anche grazie alla pressione esercitata negli anni da sindacati e società civile. Rimane però un problema tutt’altro che secondario, e riguarda i numeri. Lo sgombero eseguito ora, in piena bassa stagione, consente di gestire le poche decine di braccianti rimasti sul territorio a raccolta finita. Ma quando arriverà l’inverno, e con esso la stagione degli agrumi, la Piana torna a riempirsi: negli anni di picco San Ferdinando ha ospitato fino a mille persone. Le palazzine, che possono accogliere all’incirca 180 lavoratori, non basteranno.  Saprà in questo lasso di tempo la politica istituzionale ascoltare le proposte – come l’ostello diffuso o la gestione pubblica degli affitti per citare due esempi – che arrivano dal basso, ossia da chi vive il territorio e ha proposto in questi anni soluzioni alternative e durature?
La progressiva evoluzione della giurisprudenza amministrativa in materia di decreto flussi
LUDOVICA GRASSI, LINDA PEZZANO Negli ultimi anni il diritto dell’immigrazione ha vissuto una profonda trasformazione ermeneutica e una significativa evoluzione interpretativa. La giurisprudenza amministrativa ha infatti dovuto sopperire a un evidente stallo normativo, attraverso un’interpretazione sempre più orientata ai principi di proporzionalità, ragionevolezza e tutela dell’affidamento del singolo. Il fulcro normativo e dogmatico di tale evoluzione è rappresentato dai commi 5 e 9 dell’art. 5, d.lgs. n. 286/1998, considerati dalle Corti vere e proprie norme di chiusura del sistema, idonee ad impedire che il procedimento amministrativo si traduca in una pericolosa impasse giuridica generata da un’applicazione automatica e cieca delle cause ostative senza una preventiva e individualizzata valutazione della situazione concreta dell’interessato. Evoluzione che appare particolarmente evidente se si analizza l’applicazione delle procedure legate al c.d. Decreto Flussi ex art. 22 e ss. T.U.I., storicamente gravate da una spiccata complessità burocratica e frequente inerzia amministrativa. Secondo il chiaro insegnamento del Consiglio di Stato (Sez. III, sent. n. 3643/2024), l’istruttoria in questa complessa fattispecie deve essere sempre orientata al risultato sostanziale e non alla ricerca di una sterile coincidenza formale dei dati. In questo contesto, il principio costituzionale di buon andamento e imparzialità della P.A. (art. 97 Cost.), nonché i doveri di collaborazione e buona fede (art. 1, co. 2-bis l. 241/1990) impongono all’Amministrazione lo specifico dovere di tenere conto degli effetti del decorso del tempo, del comportamento delle parti e della situazione concreta del singolo lavoratore. È, dunque, utile notare come l’irregolarità procedimentale che quasi mai dipende dal lavoratore straniero finisca per ledere la sua posizione giuridica soggettiva in modo irrimediabile, esponendolo a rischi drammatici quali l’espulsione, il licenziamento, l’impossibilità di rinnovare il contratto di lavoro o di ottenere la completa iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale.  LA GIURISPRUDENZA DI MERITO PIÙ RILEVANTE Già abbiamo analizzato in questa rubrica la giurisprudenza più rilevante in tema dei decreto flussi fino a marzo scorso. Ancor più di recente meritano menzione alcune decisioni del TAR Campania – Napoli, autentica pioniera in materia, che delineano in modo netto i confini della tutela del lavoratore straniero a fronte delle carenze datoriali o dei ritardi burocratici. Con la sentenza n. 2200 del 01.04.2026 il TAR Campania – Napoli ha chiarito che il lavoratore straniero entrato regolarmente in Italia è titolare di un legittimo affidamento che va rigorosamente protetto, qualora quest’ultimo sia in buona fede e abbia dimostrato un atteggiamento collaborativo con le autorità. A ulteriore conferma di tale orientamento, si pone l’ulteriore sentenza del TAR Campania, Sezione VI, n. 3216 del 20.05.2026, con la quale il medesimo Tribunale ha statuito il carattere necessario ”[…] della valutazione da parte della Autorità della effettiva latitudine ed intensità dell’ “inserimento sociale, familiare e lavorativo (ndr dello straniero), avendo riguardo alla durata del soggiorno in Italia, ai legami di natura familiare, ai rapporti lavorativi intercorrenti in Italia nonché alla permanenza di legami con il Paese d’origine”. Successivamente, con la sentenza n. 2652 del 27.04.2026 – Sezione VI -, il medesimo Tribunale campano ha specificato l’obbligo in capo all’Amministrazione di operare un corretto bilanciamento degli interessi, escludendo automatismi espulsivi, valorizzando “invece il positivo inserimento del cittadino straniero nella vita economica e sociale (cfr. TAR Campania, sent. n. 1572 del 2025, n. 7323 del 2025 e n. 8310 del 2025; cfr. anche Cons. di Stato, sent. n. 1977 del 2025)” (…) “non potendosi addebitare al lavoratore le mancanze del datore di lavoro originario”. Un lasso di tempo abnorme dal rilascio del nulla osta dovuto ad una mancata tempestiva convocazione delle parti per la stipula del contratto di soggiorno ad opera dell’Amministrazione, ovvero l’alea del decorso del tempo, rendono di per sé illegittima la revoca del nulla osta al lavoro successivamente intervenuta, non potendo questi fattori essere irragionevolmente imputati allo straniero. Per giunta, la circostanza del rinvenimento di una nuova, redditizia e duratura occasione lavorativa da parte dello straniero dovrebbe indurre l’Amministrazione a valutare la possibilità di rilasciare un titolo di soggiorno, con diverso datore di lavoro, ovvero per attesa occupazione (c.f.r. T.A.R. Campania Napoli, Sez. VI, sentenze n. 1647 del 10.03.2026 e n. 3331 del 26.05.2026 ). Tali principi sono stati ribaditi e confermati dalla sentenza del TAR Campania, Sezione VI, n. 2653 del 27.04.2026, che ha specificato come il favor lavoratoris debba prevalere sulle rigide e automatiche determinazioni dell’Amministrazione, “nel rispetto del principio di proporzionalità e di ragionevolezza” (cfr. Tar Campania sentenza del 11.11.2025 n. 7323). L’Amministrazione è tenuta, piuttosto, a svolgere un’adeguata istruttoria, verificando se l’interessato abbia, nelle more del procedimento, intrapreso un concreto ed effettivo percorso di regolarizzazione della propria posizione lavorativa, anche mediante l’instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro (cfr. TAR Campania, Napoli, sent. n. 1572/2025 e sent. n. 4123/2025; TAR. Liguria, Genova, Sez. I, n. 549/2026; TAR Veneto, ord. n. 35/2026; TAR Marche, sent. n. 257/2026), e nel riesercizio del potere di verifica dei requisiti del nulla osta, la stessa non gode di una potestà punitiva cieca (cfr TAR Campania, con la sentenza n. 2749 del 29.04.2026 – Sezione VI). LA VALORIZZAZIONE DELLE SOPRAVVENIENZE DOCUMENTALI FAVOREVOLI L’esigenza di una valutazione dinamica nell’alveo del Decreto Flussi investe direttamente anche la fase cautelare. Il TAR Lazio, Sezione I-ter, ordinanza n. 1046 del 18.02.2026, a fronte di un provvedimento di revoca del nulla osta al lavoro subordinato emesso dalla Prefettura, ha accolto la domanda cautelare ai fini del riesame, valorizzando espressamente le sopravvenienze documentali favorevoli intervenute nelle more del giudizio (nel caso di specie, la certificazione di idoneità alloggiativa e asseverazione tardive), proprio per evitare che l’omessa ponderazione dei nuovi elementi incidesse irreversibilmente sulla vita e sulla dignità del lavoratore. Si inserisce in questo solco la successiva sentenza n. 3307 del 17.02.2026 del TAR Lazio, Sezione I-ter, dove il Giudice Amministrativo, per superare il ritardo e il silenzio dell’Amministrazione, ha individuato rimedi processuali stringenti, legittimando non solo il ricorso al rito del silenzio ex artt. 31 e 117 c.p.a., ma disponendo, inoltre, la nomina anticipata del Commissario ad acta direttamente nella sentenza di cognizione, neutralizzando le lungaggini del successivo giudizio di ottemperanza. L’assoluta centralità della tutela personalistica rispetto al mero dato formale trova un riscontro decisivo nelle ulteriori pronunce del Consiglio di Stato (Sez. III nn. 4467/2022, 5498/2023 e 11/2025) e del TAR Lazio (sent. 22278/2025).  È pacifico, dunque, che l’inutile decorso del termine di 60 giorni previsto dell’art. 5 comma 9, d. lgs. n. 286/1998 per il rilascio, rinnovo o conversione del titolo di soggiorno integri silenzio-inadempimento dell’Amministrazione, sindacabile con il rito di cui agli artt. 31 e 117 c.p.a., comportando l’obbligo in capo alla P.A. di concludere il procedimento con provvedimento espresso e motivato, come sancito dall’art. 2 l. n. 241/1990 (v. T.A.R. Campania Napoli, Sez. VI, Sentenza, 02.03.2026, n. 1427, cfr T.A.R. Toscana Firenze, Sez. II, Sentenza, 20.01.2026, n. 115). IL RIGETTO DEI FORMALISMI IN FAVORE DELLA TUTELA PERSONALISTICA DEL SINGOLO STRANIERO Quanto sopra descritto costituisce inevitabilmente il risultato dell’insostenibilità di un sistema che produce situazioni di irregolarità indipendentemente dalla volontà del lavoratore straniero. Come efficacemente sostenuto dal T.A.R. Marche Ancona, Sezione II, con sentenza n. 443 del 01.04.2026, è illegittimo il diniego di rilascio del permesso di soggiorno per lavoro stagionale fondato sul solo rilievo della mancata stipula del contratto di soggiorno con il datore di lavoro indicato nel nulla osta, allorché tale mancato perfezionamento non sia imputabile allo straniero, il quale abbia nel frattempo instaurato un nuovo rapporto di lavoro subordinato. Invero, nella pronuncia si legge quanto segue: “Un’applicazione meramente formale della disciplina di cui al d. lgs. n. 186/1998 (…) si pone in contrasto con l’art. 5, comma 5, che impone all’Amministrazione una valutazione concreta e individualizzata della posizione dello straniero, da svolgersi nel rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità, tenendo conto della sua condotta complessiva e delle circostanze maturate nel corso del soggiorno”. Non meno significativa, nelle more di un’auspicabile iniziativa del legislatore, sarebbe certamente l’adozione di un atto di indirizzo amministrativo che assicuri uniformità applicativa, sulla scia della circolare del Ministero dell’Interno del 20 agosto 2007, n. 3836, precedente di particolare rilievo che ha avuto il merito di privilegiare una lettura sostanziale della disciplina relativa ai flussi. Un analogo intervento, adeguato all’attuale quadro normativo e all’ormai consolidata evoluzione giurisprudenziale, rappresenterebbe un efficace strumento per garantire l’effettiva tutela delle posizioni giuridiche degli stranieri.
Conversione del permesso stagionale: il silenzio della Prefettura non rende irregolare il soggiorno
Il Giudice di Pace di Taranto annulla un decreto di espulsione notificato a un lavoratore in attesa da oltre due anni della definizione della domanda di conversione. IL CASO Un cittadino albanese faceva ingresso in Italia con regolare visto per lavoro subordinato, apposto sul passaporto, a seguito dell’aggiudicazione della quota nell’ambito del decreto flussi 2022. Il 3 febbraio 2023 stipulava il contratto di soggiorno presso lo Sportello Unico per l’Immigrazione della Prefettura di Taranto e, in pari data, presentava domanda di permesso di soggiorno, che gli veniva rilasciato per motivi di lavoro stagionale con scadenza 3 novembre 2023. Il 3 agosto 2023, prima della scadenza del titolo e secondo quanto previsto dalla normativa flussi, inviava al SUI di Taranto, per il tramite del CAF di Massafra, la domanda di verifica della sussistenza della quota per la conversione del permesso per lavoro stagionale in permesso per lavoro subordinato non stagionale (modello VB), allegando la proposta di contratto di soggiorno, il modello Unilav, i dati dell’impresa (CCIAA, posizione previdenziale e fiscale), l’idoneità alloggiativa e la cessione di fabbricato. Il 18 marzo 2026 – a procedimento ancora non definito e senza che fosse mai pervenuta alcuna risposta alla domanda – il Prefetto di Taranto adottava decreto di espulsione, ritenendo il lavoratore irregolarmente presente sul territorio nazionale per intervenuta scadenza del permesso per lavoro stagionale. LE POSIZIONI DELLE PARTI Il ricorrente impugnava tempestivamente il decreto davanti al Giudice di Pace di Taranto, deducendo di essere in attesa della conversione e di essere in possesso della ricevuta dell’invio telematico della domanda. L’Amministrazione si costituiva sostenendo la legittimità dell’espulsione: la domanda di conversione sarebbe risultata fuori quota e, in quanto tale, non destinataria di alcun provvedimento di rigetto. Precisava inoltre di non essere tenuta a provvedere espressamente su un’istanza tardivamente presentata, costituendo la verifica della sussistenza della quota annuale attività meramente endoprocedimentale. IL QUADRO NORMATIVO RICHIAMATO DALLA DIFESA È principio consolidato che chi abbia presentato domanda di conversione tramite decreto flussi e sia in possesso della relativa ricevuta non possa essere espulso: la ricevuta garantisce la regolarità del soggiorno per tutta la fase di verifica e definizione della procedura, con conseguente diritto a permanere e a svolgere attività lavorativa. In tal senso si pone anche la Circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n. 10 del 5 maggio 2025, che chiarisce la possibilità per i titolari di permesso stagionale di svolgere attività lavorativa non stagionale nelle more della decisione sulla domanda di conversione. L’art. 24, comma 10, del D.Lgs. n. 286/1998 riconosce la conversione del permesso stagionale in permesso per lavoro subordinato al lavoratore che abbia svolto regolare attività lavorativa per almeno tre mesi e abbia ricevuto un’offerta di lavoro subordinato. Il D.L. n. 145 dell’11 ottobre 2024, convertito con modificazioni dalla Legge n. 187 del 9 dicembre 2024, ha poi escluso tali conversioni dal sistema delle quote, sottraendo la procedura a qualsiasi contingentamento numerico. Quanto al modello VB, al tempo della presentazione della domanda esso non assolveva alla sola funzione di verifica della quota: era l’unico modulo tipizzato e utilizzabile per attivare la procedura di conversione, e dunque l’atto di impulso procedimentale indispensabile, in mancanza del quale la domanda non avrebbe potuto neppure essere istruita. Non si trattava quindi né di una mera comunicazione ricognitiva né di un adempimento istruttorio fine a se stesso. Dopo la soppressione del sistema delle quote per talune tipologie di conversione, il modello ha conservato la vecchia dicitura ma ha assunto una diversa funzione: non più verifica del contingente, bensì attività istruttoria volta all’accertamento dei requisiti sostanziali, quali la regolarità del rapporto e l’idoneità dell’offerta di lavoro. In entrambi i regimi, tuttavia, esso resta lo strumento esclusivo per l’avvio e la gestione del procedimento, rispetto al quale l’Amministrazione è tenuta a concludere con provvedimento espresso di accoglimento o di rigetto, motivato e comunicato all’interessato. Nel caso di specie nessuna comunicazione formale sull’esito della verifica era mai pervenuta al ricorrente. Tutte le comunicazioni avrebbero dovuto essere effettuate ai recapiti espressamente indicati in domanda – indirizzo di residenza e indirizzo di posta elettronica – ovvero mediante convocazione personale: la sola pubblicazione sul portale informatico, in assenza di notifica diretta, non è sufficiente né conforme ai principi di trasparenza e partecipazione procedimentale. LA DECISIONE All’esito di un’accurata istruttoria il Giudice di Pace ha accolto il ricorso, rilevando anzitutto che il modello VB inviato il 3 agosto 2023, prima della scadenza del titolo, era corredato della proposta di contratto sottoscritta dal datore di lavoro e della documentazione a supporto, e che «per principio pacificamente acquisito» l’invio telematico della pratica di conversione attesta la regolarità del soggiorno sino all’esito della pratica medesima. Ha quindi ritenuto sussistente in capo alla Prefettura l’obbligo di provvedere espressamente sull’istanza, come del resto confermato dalla stessa Amministrazione nel richiamare TAR Lecce n. 763/2024 del 5 giugno 2024; obbligo che permane nei medesimi termini anche qualora la domanda di conversione sia presentata tardivamente (Consiglio di Stato n. 7995/2022 e, ex plurimis, TAR Puglia n. 83 del 27 febbraio 2025). Poiché al momento dell’emissione del decreto di espulsione l’esito della pratica non era stato comunicato all’interessato, il Giudice di Pace, definitivamente pronunciando sul procedimento R.G. n. 1946/2026, ha accolto il ricorso e annullato il decreto di espulsione «nonché ogni altro atto al predetto connesso, sia esso presupposto, connesso o consequenziale». PERCHÉ LA DECISIONE È RILEVANTE Da diversi anni lo Sportello Unico per l’Immigrazione della Prefettura di Taranto sostiene che alle domande di conversione non debba seguire un atto finale espresso di accoglimento o rigetto. Il risultato è che numerose pratiche restano pendenti a tempo indeterminato, senza che lavoratori e datori di lavoro possano conoscere l’esito delle domande presentate per regolarizzare l’assunzione di manodopera straniera e, in molti casi, esponendo il lavoratore all’espulsione dal territorio nazionale. La pronuncia del Giudice di Pace di Taranto afferma il contrario: il procedimento va concluso con provvedimento espresso e comunicato, e fino a quel momento il soggiorno resta pienamente legittimo. Giudice di Pace, sentenza n. 1099 del 26 maggio 2026 Si ringrazia Avv. Uljana Gazidede per la segnalazione.
Puntata del 14/07/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Riccardo Antonini, ex Ferroviere e licenziato per aver fatto il RLS bene in FS, sulla recente condanna a cinque anni dell’ex amministratore delegato di Fs e Rfi Mauro Moretti per la strage di Viareggio. Per la prima volta, un dirigente d’azienda paga con il carcere le sue colpe, dopo anni di impunità. La reazione della difesa e dei media rivela un profondo disprezzo per le vittime e una gerarchia di classe nel sistema giudiziario. Il nostro ospite ha sottolineato che questo processo, avviato il 13 novembre 2013 per una immane tragedia con 32 morti e centinaia di feriti, ha assicurato a tutti gli imputati il massimo livello di garanzia previsto dal nostro ordinamento in materia di processo penale e quello che a emerge, grazie innanzitutto al lavoro incessante dei familiari delle 32 vittime, la giustizia deve essere “uguale per tutti”. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Daniele Mallamaci, Sicobas Torino, in merito alle condizioni di lavoro all’interno dello stabilimeto della Fiorentini di Trofarello (TO). Il nostro ospite ci ha presentato l’incontro che si terrà sabato 18 luglio a Trofarello: “La nostra organizzazione sindacale vi invita a partecipare all’incontro pubblico: “Fiorentini: confronto aperto e testimonianze sulle reali condizioni di lavoro nel nostro territorio” Sabato 18 luglio 2026 ore 10 conferenza pubblica presso il centro socioculturale Marzanati biblioteca civica Lelio Basso di Trofarello (TO) in via Cesare Battisti 25. Sono invitati lavoratori e lavoratrici, sindacati, istituzioni, giornalisti, giuristi e cittadini La conferenza nasce dalla situazione vissuta dalle operaie e dagli operai Elpe della fabbrica Fiorentini, che stanno portando all’attenzione pubblica la realtà delle loro condizioni di vita caratterizzate da salari insufficienti e temperature insostenibili. Riteniamo importante la presenza delle realtà rappresentanti della comunità e di tutte le persone interessate: per contribuire ad aprire un confronto pubblico tra lavoratori, sindacati, istituzioni e cittadini con l’obiettivo di individuare percorsi concreti per soluzioni condivise nell’interesse sia delle lavoratrici e dei lavoratori che della comunità territoriale.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo agomento della puntata è stato quello del lavoro stagionale bracciantile agricolo nel distretto di Saluzzo. Abbiamo ospitato in studio il ricercatore universitario Dario Fontana, che assieme a due colleghi hanno voluto presentare pubblicamente i dati delle loro ricerche al convegno dal titolo “Migrazione bracciantile: salute occupazionale e accesso ai servizi” tenutosi il 25 giugno a Saluzzo. Ad ascoltare i risultati delle ricerche e a prendere parte al dibattito che ne è seguito erano presenti anche rappresentanti delle istituzioni locali, dell’associazinismo, di chi si occupa dell’accoglienza dei lavoratori migranti e cittadinanza in generale. Dagli studio di Dario Fontana è uscita fuori una situazione preoccupante con percentuali di gravi conseguenze sulla salute con rischio di cronicizzazione, aggiunto ad una precaria salute psicologica dei lavoratori migranti impiegati nella raccolta stagionale di frutta, studiando un campione di circa 155 lavoratori. Dopo avere illustrato nello specifico tutte le cause di questi disagi, riscontrate dalle interviste effettuate dal ricercatore, quest’ultimo chiede giustamente, alla platea del dibattito, cosa si può fare per cambiare questa tendenza. In tutta risposta i rappresentanti istituzionali di Saluzzo, si sono offesi perchè il buon nome del “protocollo Saluzzo per l’accoglienza dei lavoratori stagionali” è stato infangato e di fatto se la sono presa con chi ha semplicemente presentato dei dati, che forse sono stati mal digeriti, anche dagli imprenditori agricoli e dalla stessa Coldiretti. Questo sdegno è avvenuto a mezzo stampa, tramite la pubblicazione di un articolo su “il corriere di Saluzzo” con dichiarazioni della vicesindaca di Saluzzo e del rappresentante locale della Coldiretti. Dario Fontana ha poi inviato una lettera ufficiale di risposta alla testata giornalistica, ma abbiamo voluto dargli anche l’opportunità di estendere i suoi ragionamenti a riguardo in questa intervista. Buon ascolto
Puntata del 14/07/2026@1
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Riccardo Antonini, ex Ferroviere e licenziato per aver fatto il RLS bene in FS, sulla recente condanna a cinque anni dell’ex amministratore delegato di Fs e Rfi Mauro Moretti per la strage di Viareggio. Per la prima volta, un dirigente d’azienda paga con il carcere le sue colpe, dopo anni di impunità. La reazione della difesa e dei media rivela un profondo disprezzo per le vittime e una gerarchia di classe nel sistema giudiziario. Il nostro ospite ha sottolineato che questo processo, avviato il 13 novembre 2013 per una immane tragedia con 32 morti e centinaia di feriti, ha assicurato a tutti gli imputati il massimo livello di garanzia previsto dal nostro ordinamento in materia di processo penale e quello che a emerge, grazie innanzitutto al lavoro incessante dei familiari delle 32 vittime, la giustizia deve essere “uguale per tutti”. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Daniele Mallamaci, Sicobas Torino, in merito alle condizioni di lavoro all’interno dello stabilimeto della Fiorentini di Trofarello (TO). Il nostro ospite ci ha presentato l’incontro che si terrà sabato 18 luglio a Trofarello: “La nostra organizzazione sindacale vi invita a partecipare all’incontro pubblico: “Fiorentini: confronto aperto e testimonianze sulle reali condizioni di lavoro nel nostro territorio” Sabato 18 luglio 2026 ore 10 conferenza pubblica presso il centro socioculturale Marzanati biblioteca civica Lelio Basso di Trofarello (TO) in via Cesare Battisti 25. Sono invitati lavoratori e lavoratrici, sindacati, istituzioni, giornalisti, giuristi e cittadini La conferenza nasce dalla situazione vissuta dalle operaie e dagli operai Elpe della fabbrica Fiorentini, che stanno portando all’attenzione pubblica la realtà delle loro condizioni di vita caratterizzate da salari insufficienti e temperature insostenibili. Riteniamo importante la presenza delle realtà rappresentanti della comunità e di tutte le persone interessate: per contribuire ad aprire un confronto pubblico tra lavoratori, sindacati, istituzioni e cittadini con l’obiettivo di individuare percorsi concreti per soluzioni condivise nell’interesse sia delle lavoratrici e dei lavoratori che della comunità territoriale.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo agomento della puntata è stato quello del lavoro stagionale bracciantile agricolo nel distretto di Saluzzo. Abbiamo ospitato in studio il ricercatore universitario Dario Fontana, che assieme a due colleghi hanno voluto presentare pubblicamente i dati delle loro ricerche al convegno dal titolo “Migrazione bracciantile: salute occupazionale e accesso ai servizi” tenutosi il 25 giugno a Saluzzo. Ad ascoltare i risultati delle ricerche e a prendere parte al dibattito che ne è seguito erano presenti anche rappresentanti delle istituzioni locali, dell’associazinismo, di chi si occupa dell’accoglienza dei lavoratori migranti e cittadinanza in generale. Dagli studio di Dario Fontana è uscita fuori una situazione preoccupante con percentuali di gravi conseguenze sulla salute con rischio di cronicizzazione, aggiunto ad una precaria salute psicologica dei lavoratori migranti impiegati nella raccolta stagionale di frutta, studiando un campione di circa 155 lavoratori. Dopo avere illustrato nello specifico tutte le cause di questi disagi, riscontrate dalle interviste effettuate dal ricercatore, quest’ultimo chiede giustamente, alla platea del dibattito, cosa si può fare per cambiare questa tendenza. In tutta risposta i rappresentanti istituzionali di Saluzzo, si sono offesi perchè il buon nome del “protocollo Saluzzo per l’accoglienza dei lavoratori stagionali” è stato infangato e di fatto se la sono presa con chi ha semplicemente presentato dei dati, che forse sono stati mal digeriti, anche dagli imprenditori agricoli e dalla stessa Coldiretti. Questo sdegno è avvenuto a mezzo stampa, tramite la pubblicazione di un articolo su “il corriere di Saluzzo” con dichiarazioni della vicesindaca di Saluzzo e del rappresentante locale della Coldiretti. Dario Fontana ha poi inviato una lettera ufficiale di risposta alla testata giornalistica, ma abbiamo voluto dargli anche l’opportunità di estendere i suoi ragionamenti a riguardo in questa intervista. Buon ascolto
Puntata del 14/07/2026@2
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Riccardo Antonini, ex Ferroviere e licenziato per aver fatto il RLS bene in FS, sulla recente condanna a cinque anni dell’ex amministratore delegato di Fs e Rfi Mauro Moretti per la strage di Viareggio. Per la prima volta, un dirigente d’azienda paga con il carcere le sue colpe, dopo anni di impunità. La reazione della difesa e dei media rivela un profondo disprezzo per le vittime e una gerarchia di classe nel sistema giudiziario. Il nostro ospite ha sottolineato che questo processo, avviato il 13 novembre 2013 per una immane tragedia con 32 morti e centinaia di feriti, ha assicurato a tutti gli imputati il massimo livello di garanzia previsto dal nostro ordinamento in materia di processo penale e quello che a emerge, grazie innanzitutto al lavoro incessante dei familiari delle 32 vittime, la giustizia deve essere “uguale per tutti”. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Daniele Mallamaci, Sicobas Torino, in merito alle condizioni di lavoro all’interno dello stabilimeto della Fiorentini di Trofarello (TO). Il nostro ospite ci ha presentato l’incontro che si terrà sabato 18 luglio a Trofarello: “La nostra organizzazione sindacale vi invita a partecipare all’incontro pubblico: “Fiorentini: confronto aperto e testimonianze sulle reali condizioni di lavoro nel nostro territorio” Sabato 18 luglio 2026 ore 10 conferenza pubblica presso il centro socioculturale Marzanati biblioteca civica Lelio Basso di Trofarello (TO) in via Cesare Battisti 25. Sono invitati lavoratori e lavoratrici, sindacati, istituzioni, giornalisti, giuristi e cittadini La conferenza nasce dalla situazione vissuta dalle operaie e dagli operai Elpe della fabbrica Fiorentini, che stanno portando all’attenzione pubblica la realtà delle loro condizioni di vita caratterizzate da salari insufficienti e temperature insostenibili. Riteniamo importante la presenza delle realtà rappresentanti della comunità e di tutte le persone interessate: per contribuire ad aprire un confronto pubblico tra lavoratori, sindacati, istituzioni e cittadini con l’obiettivo di individuare percorsi concreti per soluzioni condivise nell’interesse sia delle lavoratrici e dei lavoratori che della comunità territoriale.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo agomento della puntata è stato quello del lavoro stagionale bracciantile agricolo nel distretto di Saluzzo. Abbiamo ospitato in studio il ricercatore universitario Dario Fontana, che assieme a due colleghi hanno voluto presentare pubblicamente i dati delle loro ricerche al convegno dal titolo “Migrazione bracciantile: salute occupazionale e accesso ai servizi” tenutosi il 25 giugno a Saluzzo. Ad ascoltare i risultati delle ricerche e a prendere parte al dibattito che ne è seguito erano presenti anche rappresentanti delle istituzioni locali, dell’associazinismo, di chi si occupa dell’accoglienza dei lavoratori migranti e cittadinanza in generale. Dagli studio di Dario Fontana è uscita fuori una situazione preoccupante con percentuali di gravi conseguenze sulla salute con rischio di cronicizzazione, aggiunto ad una precaria salute psicologica dei lavoratori migranti impiegati nella raccolta stagionale di frutta, studiando un campione di circa 155 lavoratori. Dopo avere illustrato nello specifico tutte le cause di questi disagi, riscontrate dalle interviste effettuate dal ricercatore, quest’ultimo chiede giustamente, alla platea del dibattito, cosa si può fare per cambiare questa tendenza. In tutta risposta i rappresentanti istituzionali di Saluzzo, si sono offesi perchè il buon nome del “protocollo Saluzzo per l’accoglienza dei lavoratori stagionali” è stato infangato e di fatto se la sono presa con chi ha semplicemente presentato dei dati, che forse sono stati mal digeriti, anche dagli imprenditori agricoli e dalla stessa Coldiretti. Questo sdegno è avvenuto a mezzo stampa, tramite la pubblicazione di un articolo su “il corriere di Saluzzo” con dichiarazioni della vicesindaca di Saluzzo e del rappresentante locale della Coldiretti. Dario Fontana ha poi inviato una lettera ufficiale di risposta alla testata giornalistica, ma abbiamo voluto dargli anche l’opportunità di estendere i suoi ragionamenti a riguardo in questa intervista. Buon ascolto
Puntata del 14/07/2026
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Riccardo Antonini, ex Ferroviere e licenziato per aver fatto il RLS bene in FS, sulla recente condanna a cinque anni dell’ex amministratore delegato di Fs e Rfi Mauro Moretti per la strage di Viareggio. Per la prima volta, un dirigente d’azienda paga con il carcere le sue colpe, dopo anni di impunità. La reazione della difesa e dei media rivela un profondo disprezzo per le vittime e una gerarchia di classe nel sistema giudiziario. Il nostro ospite ha sottolineato che questo processo, avviato il 13 novembre 2013 per una immane tragedia con 32 morti e centinaia di feriti, ha assicurato a tutti gli imputati il massimo livello di garanzia previsto dal nostro ordinamento in materia di processo penale e quello che a emerge, grazie innanzitutto al lavoro incessante dei familiari delle 32 vittime, la giustizia deve essere “uguale per tutti”. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Daniele Mallamaci, Sicobas Torino, in merito alle condizioni di lavoro all’interno dello stabilimeto della Fiorentini di Trofarello (TO). Il nostro ospite ci ha presentato l’incontro che si terrà sabato 18 luglio a Trofarello: “La nostra organizzazione sindacale vi invita a partecipare all’incontro pubblico: “Fiorentini: confronto aperto e testimonianze sulle reali condizioni di lavoro nel nostro territorio” Sabato 18 luglio 2026 ore 10 conferenza pubblica presso il centro socioculturale Marzanati biblioteca civica Lelio Basso di Trofarello (TO) in via Cesare Battisti 25. Sono invitati lavoratori e lavoratrici, sindacati, istituzioni, giornalisti, giuristi e cittadini La conferenza nasce dalla situazione vissuta dalle operaie e dagli operai Elpe della fabbrica Fiorentini, che stanno portando all’attenzione pubblica la realtà delle loro condizioni di vita caratterizzate da salari insufficienti e temperature insostenibili. Riteniamo importante la presenza delle realtà rappresentanti della comunità e di tutte le persone interessate: per contribuire ad aprire un confronto pubblico tra lavoratori, sindacati, istituzioni e cittadini con l’obiettivo di individuare percorsi concreti per soluzioni condivise nell’interesse sia delle lavoratrici e dei lavoratori che della comunità territoriale.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo agomento della puntata è stato quello del lavoro stagionale bracciantile agricolo nel distretto di Saluzzo. Abbiamo ospitato in studio il ricercatore universitario Dario Fontana, che assieme a due colleghi hanno voluto presentare pubblicamente i dati delle loro ricerche al convegno dal titolo “Migrazione bracciantile: salute occupazionale e accesso ai servizi” tenutosi il 25 giugno a Saluzzo. Ad ascoltare i risultati delle ricerche e a prendere parte al dibattito che ne è seguito erano presenti anche rappresentanti delle istituzioni locali, dell’associazinismo, di chi si occupa dell’accoglienza dei lavoratori migranti e cittadinanza in generale. Dagli studio di Dario Fontana è uscita fuori una situazione preoccupante con percentuali di gravi conseguenze sulla salute con rischio di cronicizzazione, aggiunto ad una precaria salute psicologica dei lavoratori migranti impiegati nella raccolta stagionale di frutta, studiando un campione di circa 155 lavoratori. Dopo avere illustrato nello specifico tutte le cause di questi disagi, riscontrate dalle interviste effettuate dal ricercatore, quest’ultimo chiede giustamente, alla platea del dibattito, cosa si può fare per cambiare questa tendenza. In tutta risposta i rappresentanti istituzionali di Saluzzo, si sono offesi perchè il buon nome del “protocollo Saluzzo per l’accoglienza dei lavoratori stagionali” è stato infangato e di fatto se la sono presa con chi ha semplicemente presentato dei dati, che forse sono stati mal digeriti, anche dagli imprenditori agricoli e dalla stessa Coldiretti. Questo sdegno è avvenuto a mezzo stampa, tramite la pubblicazione di un articolo su “il corriere di Saluzzo” con dichiarazioni della vicesindaca di Saluzzo e del rappresentante locale della Coldiretti. Dario Fontana ha poi inviato una lettera ufficiale di risposta alla testata giornalistica, ma abbiamo voluto dargli anche l’opportunità di estendere i suoi ragionamenti a riguardo in questa intervista. Buon ascolto
July 17, 2026
Radio Blackout
La strage di Amendolara: dai caporali alla GDO, un’unica filiera di sfruttamento
Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori impiegati nella raccolta delle fragole sono stati uccisi dai loro caporali. Attraverso le voci di chi studia e racconta il fenomeno (sociologi, sindacalisti, ricercatori e giornalisti), la terribile vicenda rappresenta il punto estremo di un sistema che tiene insieme criminalità organizzata, imprese legali e grande distribuzione. Sono stati bruciati vivi per “punizione” i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano – per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata – hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.  Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Un solo sopravvissuto: un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole.  «Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta», nell’area agricola di Scanzano Jonico. UN ASSASSINIO BRUTALE, E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Per Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scientifico di In Migrazione – tra i massimi esperti dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato – la strage di Amendolara ha tratti inediti rispetto a quanto si conosce del fenomeno. «Si tratta – ha detto in un’intervista alla Fondazione Feltrinelli – di un assassinio brutale, che però ha alcune caratteristiche originali rispetto a quello che abbiamo da sempre studiato e compreso del padronato, del caporalato e delle agromafie: si è svolto in un’area pubblica, ripreso da una telecamera, con un’attività assassina evidentemente brutale, con quattro persone bruciate vive sotto gli occhi dei loro aguzzini, caporali assassini. È qualcosa di veramente straordinario, che impatta sulle nostre coscienze. Purtroppo non su quelle delle istituzioni, che il 2 giugno sono rimaste in silenzio dinanzi a questo assassinio brutale: non hanno pensato di prendere parola, sono rimaste a celebrare la festa della Repubblica, dimenticando che ci sono circa 450.000 persone che, soltanto nel settore agroalimentare, non vivono la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma vivono dentro un sistema dispotico – da noi organizzato anche sul piano normativo – che riduce in condizioni di grave sfruttamento e schiavismo persone: l’80% migranti, il 20% italiani. Obbligate a lavorare sotto padrone, a restare in silenzio, e a diventare soggetti della cronaca solo dopo morte». E aggiunge un appello: «È necessario prendere coscienza di tutto questo, ribellarci, organizzarci e intervenire, perché tragedie come queste – come quella di Satnam Singh e di molte altre – non abbiano davvero più a ripetersi. Perché tutto questo possa diventare una riflessione di natura politica, e non soltanto cronaca giornalistica, per quanto drammatica come quella di questi giorni». Notizie SULLA MORTE DI SATNAM SINGH Marco Omizzolo: «Sono decine di migliaia i lavoratori sfruttati, malpagati e vessati nel nostro Paese» 1 Luglio 2024 LA TRASMISSIONE DI RADIO ONDA D’URTO Della vicenda, si è occupato anche il Focus di Mezzogiorno di Radio Onda d’Urto, andato in onda mercoledì 3 giugno 2026, con gli interventi di Caterina Vaiti, segretaria generale della Flai Cgil Calabria; di Silvio Messinetti, giornalista calabrese e collaboratore de Il Manifesto; e di Sara Manisera, reporter e autrice del libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne. Per Caterina Vaiti è un sistema che produce vittime su più livelli: «C’è uno sfruttamento, dentro le campagne, da fare paura; un caporalato nelle campagne e nell’edilizia che dovrebbe mettere i brividi. Ma poco ci si indigna». Anche i lavoratori pakistani, osserva, «vengono assoldati con il corrispettivo di un piccolo aumento sulla giornata, e fanno il lavoro sporco che viene loro chiesto». Poi l’aspetto normativo: «Siamo al decimo anno della legge 199 [del 2016, contro il caporalato], che però non ha una funzione preventiva, ma repressiva. Quello che manca è poterci lavorare prima: non abbiamo abbastanza ispettori rispetto al problema, non c’è un luogo pubblico dove far incontrare domanda e offerta di lavoro. Così la mercificazione del mercato del lavoro è altissima». A pagarne il prezzo sono «i cosiddetti invisibili, quelli che per le lungaggini della burocrazia hanno un permesso ancora in attesa di conversione: sono invisibili, e alla mercé di chiunque li voglia sfruttare». «Due anni fa abbiamo avuto la questione di Satnam Singh, il lavoratore abbandonato davanti a casa con il braccio tranciato. Questa è l’ennesima situazione, ma a una simile ferocia non si era mai arrivati: qui siamo di fronte a un omicidio collettivo. Come Flai siamo davvero arrabbiati, e tuteleremo questi lavoratori con rabbia – sul piano legale, previdenziale, in ogni modo possibile. Non vanno lasciati soli». A interrogarsi sulle responsabilità è Silvio Messinetti, giornalista e collaboratore de Il Manifesto e del Quotidiano del Sud. «La strage di Amendolara, come unico effetto collaterale positivo, ha acceso finalmente i riflettori su una miccia esplosiva pronta a deflagrare», dice. Ma si mostra scettico sulla durata di quell’attenzione: «Sono convinto che già dopo i funerali non se ne riparlerà più. Torneremo a fare la spesa comprando le clementine della Sibaritide o le fragole, senza renderci conto che tutto questo è il frutto di un sistema oliato di sfruttamento, nel disinteresse generale e nel silenzio delle istituzioni». Messinetti ricorda un precedente preciso: «Due anni fa organizzazioni importanti come la Flai Cgil Calabria e la comunità Progetto Sud di Lamezia Terme depositarono alla procura di Castrovillari una denuncia che spiegava nel dettaglio i meccanismi di intermediazione illecita. Quel faldone è finito praticamente coperto. Poi servono le stragi per accendere i riflettori». E punta il dito sulle responsabilità politiche: «Quando il presidente della Regione Occhiuto piange i morti di Amendolara, dovrebbe chiedersi come mai sta organizzando centri di reclutamento e formazione di manodopera in Tunisia, e come mai sta creando un nuovo CPR in Calabria. Perché gli afghani morti qui sono gli stessi che sbarcano a Cutro». La filiera, sostiene, è nota a ogni livello: «Quando l’assessore all’agricoltura va di sagra in sagra a presentare i suoi prodotti, sa benissimo che quello è l’anello di una filiera che parte dai braccianti; sopra ci sono i caporali, e sopra ancora, magari, la criminalità organizzata». Sul possibile ruolo della ‘ndrangheta resta prudente: «Sarà la magistratura a verificarlo, c’è un’indagine in corso. Ma, da vecchio conoscitore di queste zone, mi suona strano che si muova foglia senza che la ‘ndrangheta ne sappia nulla». I veri beneficiari, per lui, stanno però più in alto: «I veri profittatori di questo sistema criminale sono le imprese: lucrano sui trasporti, sui salari. A loro fa comodo un sistema senza regole e senza controlli». Controlli che, denuncia, «sono diminuiti drasticamente, del 50% nell’ultimo anno», mentre la legge del 2016 sul caporalato «come quasi tutte le leggi italiane è scritta sulla carta, ma poi viene disattesa». Chiude la trasmissione la reporter e scrittrice Sara Manisera, autrice di Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne: «Oggi è peggio di ieri. Il livello di violenza nelle campagne è ormai parte sistemica del modello agroindustriale e del cibo che mettiamo in tavola: non c’è territorio escluso dallo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici». All’origine, dice, ci sono le norme sull’immigrazione: «Sono leggi razziali di fatto, che rendono le persone ancora più invisibili. Si è scelto di non permettere a queste persone di accedere facilmente a un permesso di soggiorno e a un contratto: si crea così una massa di individui che, per sopravvivere e mandare soldi a casa – spesso indebitati per il viaggio -, sono costretti ad accettare qualsiasi condizione. È l’invisibilità prodotta dallo Stato a generare altra violenza nelle campagne». E qui entra in gioco l’ultimo anello, quello che di solito resta fuori dal racconto: «Non si può parlare di braccianti senza tenere presente il ruolo della grande distribuzione organizzata. Parliamo di quattro, cinque, sei oligopoli con un potere contrattuale enorme, che impongono prezzi devastanti: e tutti quei costi finiscono per scaricarsi sull’anello più debole. Non è possibile continuare a parlare della morte di braccianti senza guardare al sistema e alla filiera». Manisera richiama anche la lunga storia delle lotte contadine – dai Fasci siciliani ai grandi scioperi del Novecento, fino alla riforma agraria del dopoguerra – per misurarne l’assenza di oggi: «Erano movimenti di massa, i sindacalisti andavano di campagna in campagna. Oggi quella spinta è pressoché assente, e la classe lavoratrice bracciante è frammentata, ai margini. Cosa resta di quelle lotte? Poco. Restano storie di chi resiste a durissimo prezzo, provando a fare un’agricoltura giusta, senza sfruttare l’ecosistema né le persone. Ma sono piccole lucciole». Il suo invito finale parte dal gesto quotidiano: «Ogni volta che entriamo in un supermercato dovremmo chiederci quali sono le storie delle mani che raccolgono la frutta e la verdura in Italia. Dietro una salsa di pomodoro da cinquanta centesimi ci sono vite, famiglie, figli dall’altra parte del mondo. Ogni volta che mettiamo quell’euro in un prodotto, dovremmo pensare a quelle storie». «LA VIOLENZA È INSITA NEL CAPORALATO» Sul senso più profondo della vicenda è stato intervistato da Radio Onda d’Urto anche Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro Il caporalato. Una storia (Carocci). «Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche», premette Ferrarese. «Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del “caporale”, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme. Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette “normali”, si ricorre addirittura alla violenza». Un caso eclatante, ma non isolato. «Non è l’unico e non è il primo. Solo nel 2018 Soumayla Sacko, un bracciante straniero, è stato ucciso in Calabria perché rivendicava diritti. C’è una lunga scia di sangue legata agli atti di violenza nelle campagne, che si affianca a quella legata agli incidenti, per arrivare sul posto di lavoro o sul posto di lavoro stesso. Non dobbiamo considerarlo un caso isolato, ma uno dei mezzi – l’ultimo, probabilmente – a cui si ricorre per garantire l’ordine interno di questo sistema». «È la cosa più normale del mondo essere pagati e chiedere diritti, ma non è la più scontata», osserva Ferrarese. «Se voglio vedere nella drammaticità del caso l’unico elemento positivo, è il fatto che queste persone cominciano a chiedere il rispetto dei loro diritti; e pare anche che siano arrivate da poco in Italia. Vuol dire che sta maturando in loro una consapevolezza. Spero che si moltiplichino i casi in cui i braccianti stranieri rivendicano i loro diritti, anche con forza». C’è poi un equivoco da smontare, quello che lega il caporalato al solo Mezzogiorno. «È una puntualizzazione che, in quanto meridionale, ogni volta mi preme fare. Siamo abituati, anche nel linguaggio giornalistico, a immaginare il caporalato nelle sue forme più violente legate al Sud. La ricerca storica ci dice invece che uno dei primi episodi di violenza da parte di un caporale verso un bracciante raccontati alla stampa avviene al Nord, a Verona, nel 1993: Ornella Gardini, bracciante veronese, viene pestata a morte per essere arrivata in ritardo sul campo. Il fenomeno non è mai stato solo meridionale: ha sempre riguardato tutta la penisola». E accanto alle forme più visibili ne esistono altre, più mimetizzate. «Questa notizia, nella sua drammaticità, ne ha scavalcata un’altra particolarmente interessante: un cantiere per la costruzione di un’ambasciata USA che utilizza il caporalato di una multinazionale, con un manager turco. È una forma più infida, più nascosta – tanto è vero che quella persona ha cercato di fuggire appena ha capito che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando. È anche socialmente più accettata, meno visibile, rispetto ai fatti consumati in Calabria. Eppure, pur sembrando realtà lontane, sono molto vicine: due modi diversi di comprimere i diritti dei lavoratori per massimizzare il profitto. Perché di questo si tratta. E ci devono portare a pensare che il cibo che consumiamo, i vestiti che indossiamo, persino gli spazi in cui abitiamo, molto spesso vedono meccanismi di questo tipo nella loro realizzazione». «NESSUNO SI SENTA ASSOLTO» Le conclusioni di questo articolo le affidiamo alle parole di Francesco Piobbichi pubblicate sulla sua pagina Facebook.  «A bruciarli lo sfruttamento. A rinchiuderli e metterli nelle mani dei caporali, le leggi della frontiera. Nessuno si senta assolto». «Probabilmente la vicenda di Amendolara va guardata dentro il fallimento del decreto flussi», prosegue Piobbichi. «Dobbiamo capire le storie di queste persone: da dove sono arrivate, chi e come le ha fatte arrivare. Dobbiamo capire se è questo meccanismo di ingresso ad aver creato le condizioni per la costruzione di una filiera di intermediazione del lavoro transnazionale che genera abusi. Una filiera dentro la quale imprese fasulle, studi commerciali farlocchi e imprese criminali dispongono di un canale di ingresso che permette – probabilmente attraverso l’indebitamento – il controllo di lavoratori sfruttabili, che diventano invisibili. Invisibili nella società, ma non nei campi e nelle fabbriche. Da Monfalcone ad Amendolara, passando per centinaia di luoghi e settori produttivi, sono decine di migliaia i lavoratori che vivono questa condizione». «E allora no: prima di tutto capiamo, ed evitiamo di costruire la solita retorica del caporale che riproduce quella dello scafista. Perché queste figure sono integrate nel nostro sistema produttivo, che non può farne a meno: così come in Medio Oriente e in altri Paesi dove è richiesta forza lavoro a basso costo, altrettanto avviene da noi. I dati delle persone arrivate in Italia regolarmente con il decreto flussi e poi scomparse, non si sa bene dove, stanno lì a dimostrarlo. Sono lì, evidenti e plateali. Basta entrare nel retro di un ristorante, nel campo dei vicini, nei cantieri delle nostre città per ritrovarli». «E sì: il fuoco dei braccianti di Amendolara ha illuminato questa merda. Evitiamo che la spengano in fretta, almeno per il rispetto di quei ragazzi così giovani, morti in modo così atroce. Evitiamo che i nostri governanti dicano che la colpa è dei caporali brutti e cattivi. Perché se è vero che chi ha commesso questa strage sono dei pezzi di merda, altrettanto vero è che c’è un sistema giuridico ed economico complice, che permette loro di agire e di ricattare. Ed è quello che dobbiamo capire: qual è il meccanismo infame che permette che queste cose avvengano».
La migrazione come risorsa sociale ed economica
LINDA PEZZANO Mentre l’Europa corre, l’Italia arranca, prigioniera di un paradosso normativo che soffoca l’economia e calpesta i diritti. Spagna, Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Francia hanno già tracciato la rotta: per questi Paesi, la gestione dei flussi migratori non è solo un’emergenza da contenere, ma una leva strategica per la crescita e la stabilità nazionale. Attraverso sistemi flessibili, ingressi autonomi e regolarizzazioni fondate sul radicamento sociale, i nostri vicini europei trasformano la manodopera straniera in una risorsa preziosa, garantendo alle imprese risposte rapide e ai lavoratori percorsi di dignità. Al polo opposto si colloca il modello italiano, incastrato nell’anacronismo dei “click day” e in una logica securitaria che genera solo precarietà e marginalità. In un continente che affronta un invecchiamento demografico senza precedenti, la capacità di integrare efficacemente il background migratorio è diventata il nuovo parametro della competitività globale: una sfida che l’Italia, tra inefficienze amministrative e cecità burocratica, rischia di perdere definitivamente. Il pericolo è che, invece di risorsa, il capitale umano straniero venga degradato a puro residuo di un meccanismo inceppato, trasformando potenziali talenti in “scarti” di un sistema al collasso. È la materializzazione di quel paradosso sociale descritto da Zygmunt Bauman: «Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più».  GERMANIA: OLTRE LE QUOTE FISSE La Germania, che si conferma il secondo Paese di destinazione al mondo dopo gli Stati Uniti, ha scelto un pragmatismo che trasforma il migrante in risorsa produttiva. Il panorama è dominato dalla Fachkräfteeinwanderungsgesetz 1(Legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati): se un’azienda ha bisogno di un professionista e il candidato risponde ai requisiti, il processo è continuo e strutturato, avviabile in qualsiasi momento dell’anno. L’unica deroga quantitativa riguarda la Westbalkanregelung (Regola dei Balcani Occidentali – per i lavoratori qualificati provenienti da Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia – che possono comunque essere assunti indipendentemente dalle proprie qualifiche formali), elevata a 50.000 (rispetto ai precedenti 25.000) ingressi annui a partire dal 2024-2025 2; tuttavia, anche in questo caso, non si procede tramite click day, ma attraverso un sistema di estrazione e registrazione continua gestito dalle rappresentanze diplomatiche per evitare il collasso dei portali e garantire una distribuzione equa durante tutto l’anno.  L’innovazione più dirompente è la “Chancenkarte” (Carta delle Opportunità) – un sistema a punti che premia età, conoscenza delle lingue e l’esperienza precedente – che permette al migrante l’ingresso e il soggiorno nel Paese per un anno alla ricerca di un impiego dignitoso, dietro prova di (almeno) due anni di formazione professionale o dietro possesso di una laurea. Il datore di lavoro può attivare la procedura accelerata per lavori qualificati (il beschleunigtes Fachkräfteverfahren) ex art. 81a del Residence Act – Aufenthaltsgesetz: pagando una tassa amministrativa di circa € 411, l’azienda delega l’autorità per gli stranieri a gestire tutti i passaggi burocratici, inclusa la verifica dei titoli e il nulla osta, riducendo drasticamente i tempi del visto.  Infine, per rispondere a una carenza drammatica di 1,8 milioni di lavoratori (specialmente nella logistica e nel social care), il Ministro degli Interni Alexander Dobrindt ha presentato il piano “Sofort-in-Arbeit” (Subito al lavoro) che diventerà effettivo il 1° luglio 2026, vedendovi la chiave per sbloccare “un bacino di talenti” essenziale per le piccole e medie imprese delle regioni provinciali, spesso le più colpite dalla carenza di manodopera: la norma, rivoluzionaria, punta a ridurre l’attesa per l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo da nove mesi a soli 90 giorni. Chiunque superi i controlli iniziali può così accedere a impieghi full time o “mini-job” mentre la procedura di asilo prosegue, accelerando l’integrazione attraverso la partecipazione societaria. Inoltre, il permesso di soggiorno, a differenza di quanto avviene in Italia, non è mai inferiore alla durata del contratto di lavoro.  PAESI BASSI: LA FIDUCIA CHE GENERA PROFITTO I Paesi Bassi hanno scelto un modello basato sulla sponsorizzazione fiduciaria e su parametri economici oggettivi. Il fulcro del sistema è il meccanismo del “Recognised Sponsor” (Referent) gestito dall’IND (Immigration and Naturalisation Service): le aziende che dimostrano solidità e rispetto delle norme 3 vengono iscritte in un registro pubblico e possono assumere lavoratori stranieri in qualsiasi momento dell’anno, senza dover attendere la pubblicazione di un decreto quote. Per i  lavoratori altamente qualificati (i cosiddetti Kennismigranten o highly skilled migrants), non esistono limiti quantitativi, anzi i datori di lavoro – riconosciuti dall’IND – possono assumere personale qualificato in sole due o quattro settimane, evitando lungaggini burocratiche e procedurali. Il legislatore olandese ha compreso che porre un tetto numerico all’eccellenza significa auto-infliggersi un danno economico. Il “filtro” è qualitativo e salariale: l’ingresso è garantito a patto che il contratto preveda una soglia retributiva minima (parametrata sull’età e sulla qualifica) che assicuri al lavoratore piena autonomia economica.  Per quanto riguarda i richiedenti asilo, ai sensi del Foreign Nationals Employment Act (Wav), essi possono lavorare solo se la loro domanda è in esame da almeno sei mesi. In questo caso, il datore di lavoro deve richiedere un permesso di lavoro specifico (TWV) all’agenzia per l’impiego (UWV). In passato, i richiedenti asilo potevano lavorare per un massimo di 24 settimane su un periodo di 52; tuttavia, a seguito di sentenze giudiziarie e riforme del 2024, tale restrizione temporale è stata dichiarata illegittima, permettendo oggi un impiego continuativo, per prevenire l’istituzionalizzazione della precarietà e favorire una reale autosufficienza. La NL Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie) vigila attentamente affinché l’inserimento lavorativo non diventi terreno di sfruttamento: il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire condizioni salariali e lavorative conformi agli standard nazionali; in caso contrario il permesso TWV viene negato o revocato. Studi condotti nel 2025 confermano che questo modello non solo riduce la dipendenza dal welfare, ma rafforza profondamente il senso di appartenenza alla comunità. PORTOGALLO: IL DIRITTO DI CERCARE DIGNITÀ  Il Portogallo rappresenta forse – insieme alla Spagna – l’approccio più aperto dell’area europea e l’avanguardia normativa in termini di diritti civili ed economici immediati. Il pilastro di questa rivoluzione è l’emendamento all’Asylum Act del 2022 4, che ha stabilito il diritto al lavoro immediato dal momento stesso della domanda di protezione internazionale. Non esistono limitazioni temporali o settoriali, una scelta che mira ad inserire il richiedente asilo nel circuito produttivo nazionale. La vera rivoluzione resta il Visto per Ricerca Lavoro (Visto de Procura de Trabalho), disciplinato dal Decreto Regulamentar n. 4/2022, che consente legalmente a un cittadino straniero di entrare nel Paese per 120-180 giorni al solo scopo di cercare impiego. Nonostante la complessa transizione burocratica verso la nuova agenzia AIMA (Agência para a Integração, Migrações e Asilo), che nel 2026 ha completato la digitalizzazione dei processi per smaltire gli arretrati, il Portogallo dimostra che la fluidità normativa, per quanto avanzata, non sia una panacea, se non accompagnata da investimenti strutturali. Infatti, nonostante il diritto legale al lavoro sia immediato, permangono barriere invisibili ma resistenti: come riportato dal Portuguese Refugee Council (CPR), senza un investimento massiccio in politiche sociali che accompagnino la norma giuridica, il rischio è che il migrante resti confinato in settori a basso valore aggiunto.  FRANCIA: RISPOSTE CHIRURGICHE AI TERRITORI In Francia, la gestione degli ingressi per motivi di lavoro si è evoluta verso un modello di “granularità territoriale” che si oppone drasticamente al centralismo del Decreto Flussi italiano. Il Paese adotta una strategia di sussidiarietà basata sulla cosiddetta “liste des métiers en tension” (lista di professioni per le quali esiste una carenza documentata di manodopera locale – come l’edilizia, la ristorazione o l’assistenza alla persona -). Questo elenco, regolato dall’Arrêté du 1er avril 2021 e aggiornato costantemente a livello regionale dalle prefetture e dalle Direzioni Regionali dell’Economia, dell’Impiego, del Lavoro e della Solidarietà (DREETS), permette di rispondere chirurgicamente alle carenze specifiche di ogni bacino locale. L’art. 27 della recente legge sull’immigrazione (Loi n. 2024-42 del 26.01.2024: Loi pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration), ha introdotto un permesso di soggiorno specifico proprio per questi lavoratori “sotto pressione”, permettendo loro di regolarizzare la propria posizione se già attivi in settori critici e dietro prova di 12 mesi di attività negli ultimi due anni, senza dover passare necessariamente per l’iniziativa del datore di lavoro. Tuttavia, il limite risiede nella rigidità dello strumento: la necessità di aggiornare costantemente le liste per evitare che interi settori emergenti restino esclusi e il rischio di creare un’integrazione a due velocità, dove solo chi serve all’economia ha il diritto di non essere considerato “scarto”.  SPAGNA: LA MIGRAZIONE CIRCOLARE CHE FUNZIONA  Infine, la Spagna si conferma pioniera della materia, muovendosi con un pragmatismo che sembra voler ricucire lo strappo tra “noi” e “loro”, approdando alla flessibilità strutturale del nuovo regolamento sugli stranieri RELOEX (El nuevo Reglamento de Extranjería), entrato in vigore il 20 maggio 2025, incorporando direttamente nel corpo normativo diritti e le garanzie delle persone lavoratrici 5. Il migrante così diventa il protagonista di una migrazione circolare che, attraverso l’ordinanza GECCO (Gestión Colectiva de Contrataciones en Origen) ha coinvolto oltre 25.000 lavoratori nel 2025, trasformando la precarietà stagionale in un modello di stabilità fissa-discontinua, blindato da garanzie sociali e alloggiative obbligatorie. A differenza dell’Italia, in Spagna sono le grandi associazioni datoriali a coordinare i flussi direttamente con il Ministero del Lavoro, garantendo una pianificazione coerente con le necessità dei territori. Il sistema si regge su tutele senza precedenti: il nuovo ordine ministeriale aggiunge l’articolo 7, destinato a proteggere il benessere socio-lavorativo dei partecipanti, obbligando il datore di lavoro a garantire un alloggio dignitoso per tutto il periodo di attività e per ogni chiamata successiva. Questa visione si concretizza nella concessione di autorizzazioni pluriennali della durata di quattro anni, prorogabili qualora sussistano i requisiti, che permettono di prestare servizio per un massimo di nove mesi l’anno. Al termine di ogni periodo stagionale, il lavoratore ha l’obbligo di rientrare nel proprio Paese d’origine, preservando la natura circolare del progetto.  La vera rottura contro la logica dello “scarto” è rappresentata dal Catálogo de Ocupaciones de Difícil Cobertura (CODC): uno strumento dinamico gestito dal Servizio Pubblico Statale per l’Occupazione (SEPE), che agisce come un polmone per l’economia nazionale. Pubblicato trimestralmente, questo elenco identifica le professioni in cui la carenza di manodopera locale o comunitaria è tale da considerare l’indisponibilità di lavoratori residenti presunta per legge, semplificando radicalmente le procedure di assunzione e l’ottenimento dei permessi. L’ultimo aggiornamento per il primo trimestre del 2026 evidenzia quanto il Catálogo sia ormai essenziale per lo sviluppo economico del Paese, includendo figure chiave che spaziano dagli atleti e allenatori professionisti fino al personale tecnico e marittimo.  ITALIA: LA LOTTERIA DEL “CLICK DAY” L’Italia si colloca oggi in una posizione paradossale: pur essendo l’undicesimo Paese al mondo per numero di migranti residenti – con 6,3 milioni di persone – il sistema del Decreto Flussi, incardinato sull’anacronismo dei cosiddetti “click day”, si rivela incapace di rispondere alle dinamiche di un mercato del lavoro in costante evoluzione 6, essendo basato piuttosto su una logica perennemente emergenziale.  In continuità con la strategia avviata nel precedente triennio (2023-2025), l’approvazione del D.P.C.M. del 2 ottobre 2025 7 ha cercato di confermare la volontà di superare la frammentazione delle gestioni annuali attraverso la programmazione triennale 2026-2028, definendo un contingente complessivo di 497.550 ingressi per motivi di lavoro (stagionale e non), basato su una logica incrementale nel corso del triennio (che prevede 164.850 unità per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.). Nonostante l’obiettivo dichiarato sia offrire un orizzonte stabile alle imprese e ai cittadini stranieri interessati – specialmente in settori critici come quello dell’agricoltura – questo modello si rivela fallimentare, fortemente proceduralizzato e rimane, inoltre, fortemente centrato sull’iniziativa del datore di lavoro: il lavoratore straniero non dispone ancora di un canale autonomo di ingresso per la ricerca di un’occupazione. Il rischio, già conclamato, è che una parte delle quote autorizzate non si traduca in occupazione effettiva, generando precarietà o irregolarità sopravvenuta. Inoltre, i dati amministrativi dell’INPS aggiornati a luglio 2025 parlano chiaro: i lavoratori stranieri in Italia sono impiegati prevalentemente in imprese a basso valore aggiunto, con un divario salariale rispetto ai nativi che tocca il 33%. Solo il 12,5% dei lavoratori stranieri possiede una laurea, una cifra irrisoria se confrontata con la media europea, a testimonianza di una struttura produttiva che relega il migrante a mansioni scartate dai connazionali per paghe misere e condizioni poco dignitose, ignorando le competenze individuali. Il divieto di lavorare per i primi mesi o il rischio di perdere l’alloggio se si diventa autosufficienti sono “trappole della povertà” che trasformano individui potenzialmente produttivi in soggetti marginalizzati 8.  La procedura ordinaria (ex D.L. n. 146/2025) prevede innanzitutto la presentazione della domanda di ingresso da parte del datore di lavoro – precedentemente precompilata – sul portale del Ministero dell’Interno. Successivamente, il datore la cui domanda è rientrata nelle quote riceverà dallo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura il nulla osta al lavoro, che sarà inviato anche alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore per il rilascio del visto. Tuttavia, come riportato dal IV rapporto di Ero Straniero, rimane basso il numero dei visti concessi rispetto ai nulla osta rilasciati 9 e la ripartizione nazionale delle quote spesso non coincide con le reali specificità locali, creando squilibri dove le stesse si esauriscono in poche ore a fronte di settori che rimangono scoperti 10. In definitiva, il panorama europeo ci restituisce l’immagine di un continente a due velocità, dove la gestione della migrazione è diventata lo spartiacque tra il pragmatismo economico e l’immobilismo ideologico. Mentre ci sono paesi che hanno scelto di smantellare le barriere burocratiche per trasformare il migrante in un attore dinamico del mercato – l’Italia resta paradossalmente ancorata a una visione statica e punitiva. La dignità del lavoro e la flessibilità degli ingressi non sono concessione etiche, bensì pilastri di un’economia che vuole restare competitiva in un contesto globale. Così facendo, l’Italia rischia di trasformarsi in una “caserma” che smaltisce rifiuti umani anziché valorizzare persone, alimentando un circolo vizioso di povertà e invisibilità, ignorando le proiezioni Eurostat che prevedono un collasso della forza lavoro entro il 2035.  1. The law has reshaped corporate hiring from abroad. When the Act entered into force on 1 March 2020, just over 200,000 third-country nationals held residence permits tied to a German employment contract. By June 2025 the figure had climbed to 420,000”, Five Years On, Germany’s Skilled-Worker Immigration Act Doubles Employment-Based Residence ↩︎ 2. Die West­bal­kan­re­ge­lung: Arbeits­kräfte aus Alba­nien, Serbien, Bosnien, Kosovo, Monte­negro und Nord­ma­ze­do­nien für deut­sche Unter­nehmen gewinnen ↩︎ 3. Dutch Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie): normative sull’impiego di cittadini stranieri e verifica delle condizioni salariali ↩︎ 4. Access to the labour market – The Asylum Information Database (AIDA) ↩︎ 5. “Occupazione, istruzione e famiglia sono i tre pilastri su cui si basano gli importanti miglioramenti apportati dal RELOEX. La norma, quindi, riduce i tempi e le formalità, elimina le duplicazioni, rafforza i diritti dei lavoratori migranti e dà garanzie alle imprese”, Revista de la Seguridad Social ↩︎ 6. Come riportato dal IV rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro a cura di Ero Straniero: p. 6 e seg. ↩︎ 7. Pubblicato sulla G.U. n. 240, il 15 ottobre 2025 e recante “Programmazione dei flussi di ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028) ↩︎ 8. “I lavoratori autoctoni non qualificati tendono a svolgere meno compiti di routine quando lavorano in aree con una maggiore concentrazione di immigrati”, p. 95 e seg. – Rapporto Inps;  “I lavoratori immigrati in Italia hanno maggiori probabilità di collocarsi nella parte inferiore della distribuzione dei redditi e hanno maggiori probabilità di avere basse retribuzioni rispetto ai loro omologhi dei paesi EA-4”, p. 25 analisi della Banca d’Italia dell’ Aprile 2025 ↩︎ 9. “Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati a dicembre 2025 sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta emessi”, p. 24 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎ 10. Le quote rimaste inutilizzate per l’anno 2025 sono in totale 117.339 contro le 49.288 del 2024 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎