Nazional-sionismo pericolo per gli ebrei--------------------------------------------------------------------------------
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In questi giorni nella commissione Affari costituzionali alla Camera, prende il
via la discussione sul Decreto di legge Antisemitismo. Dal momento che la legge
italiana vieta la propaganda razzista, è ovvio che vieta anche la propaganda
antisemita. Dunque perché questo decreto? La decisione di perseguire
specificamente l’antisemitismo – quando le autorità israeliane tacciano di
antisemitismo persino l’ONU – non è rivolta a punire chi agisce contro gli ebrei
in quanto ebrei, ma è rivolta a difendere uno stato genocida e perseguire chi lo
denuncia.
Il Decreto Legge si ispira alla definizione proposta dall’International
Holocaust Remembrance Alliance secondo cui, tra l’altro, sarebbe antisemita fare
paragoni tra la politica israeliana e quella dei nazisti. Purtroppo è
impossibile comprendere la storia contemporanea se si ignora che l’occupazione,
l’apartheid, la pulizia etnica, il genocidio, la tortura, e soprattutto la
definizione di Israele come Stato degli ebrei sono manifestazioni di nazismo. Il
Decreto Legge che si discute il 9 di settembre mi vieta di scrivere quello che
ho scritto. Eppure lo penso. E lo pensano molti.
Da quando Israele ha scatenato un genocidio contro la popolazione di Gaza, da
quando i coloni israeliani hanno intensificato un’aggressione contro gli
abitanti palestinesi della Cisgiordania, da quando cioè lo stato di Israele ha
iniziato la pulizia etnica con l’intento di realizzare la soluzione finale della
questione palestinese, in molti paesi occidentali si sono adottate misure di
repressione contro chiunque esprima protesta e solidarietà con i palestinesi.
Tra coloro che sono stati attaccati dalle autorità tedesche come antisemiti ci
sono numerosi intellettuali ebrei. Lo stesso accade negli Stati Uniti, dove un
governo dichiaratamente razzista perseguita chi protesta contro il genocidio.
L’Europa, responsabile dello sterminio di oltre sei milioni di ebrei non ha
pagato alcun prezzo per risarcirli, ma in compenso gli ha offerto la possibilità
di occupare da padroni un territorio su cui gli inglesi esercitavano il loro
dominio coloniale, e ha successivamente appoggiato l’aggressione contro i
palestinesi che venivano cacciati dalle loro case per far posto alle vittime
degli europei. Era del tutto prevedibile che questo avrebbe provocato una
violenta risposta da parte dei palestinesi. Ma dopo decenni di false promesse
sulla creazione di uno stato palestinese, dopo l’arrogante rifiuto da parte di
Israele di una soluzione concordata di questo genere, dopo la detenzione di
massa della popolazione palestinese in campi di concentramento, era prevedibile
che la reazione prima o poi sarebbe stata violenta. Il 7 ottobre questa risposta
è venuta. Quel che ne è seguito è il genocidio, già in atto in maniera
strisciante da 75 anni.
Non sappiamo in che misura Netanyahu sia stato al corrente di quel che Hamas
stava preparando, e lo abbia lasciato accadere per scatenare poi quello che ha
scatenato. Non lo sappiamo perché Netanyahu si è opposto a un’indagine sul suo
operato. Finora. Oggi Haaretz ha pubblicato notizie che possono costringere
Israele a fare i conti con la verità (Revealed: Netanyahu Received an Explicit
Warning Days Before Oct. 7. He Didn’t Brief Israel’s Security Chiefs).
Potremo continuare a dire la verità sul genocidio, se passa il Decreto legge in
discussione?
Razzismo divino
Intanto, alle domande di un intervistatore della BBC, Yehuida Shimon, un
avvocato israeliano che difende i coloni armati da Smotrich e Ben Gvir per
aggredire gli abitanti palestinesi della Cisgiordania, ha risposto che i coloni
israeliani hanno tutto il diritto di uccidere gli abitanti di un intero
villaggio per rispondere all’uccisione di un colono da parte di palestinesi che
si stavano difendendo contro un’aggressione. L’intervistatore gli ha fatto
osservare che in questo modo per lui la vita di un israeliano vale quella di
centinaia o anche migliaia di vite palestinesi. Il signor Yehuda ha risposto:
“Una vita ebrea vale quella di dieci milioni di palestinesi”. Poiché il
giornalista gli fa notare che la sua risposta ha qualcosa di razzista,
l’avvocato non lo nega, ma conclude dicendo: “Sai, la verità è che Dio ha scelto
noi, e per questo tutti voi siete invidiosi” ((Dal website della BBC del 3
Agosto 2026).
Non credo né mai ho creduto nell’identità etnica o nazionale, nell’appartenenza
e nel diritto di sangue. Per quanto mi riguarda sono solo sanguinose
superstizioni. Non ho mai creduto che esista un’identità fondata sul sangue o
sulla terra. Credo piuttosto che esistano processi di identificazione dinamica
che si fondano sui libri che hai letto, sui musicisti che hai amato, sulle città
in cui hai vissuto. Per quanto mi riguarda sono un po’ italiano ma certamente
anche un po’ francese, sono molto russo e abbastanza anche spagnolo. Ma direi
che più di tutto sono ebreo anche se mia madre non era ebrea.
La parola ebreo ha avuto per me molti significati: mio padre, partigiano
comunista, mi ha insegnato che gli ebrei erano le vittime del nazismo. Poi ho
imparato che gli ebrei non sono stati solo vittime, ma sono anche stati i primi
a concepire la politica e il diritto come sfere indipendenti dall’appartenenza
nazionale. Proprio perché costretti alla condizione di esuli spesso perseguitati
dalle maggioranze razziste, gli ebrei sono quelli che hanno più di tutti voluto
e affermato l’indipendenza del diritto dall’appartenenza. E sono quelli più
odiati dai razzisti che credono nell’identità, nel sangue e nella patria. Perciò
la parola ebreo è diventata per me sinonimo di libertà del pensiero, e di
emancipazione dall’ossessione dell’identità.
Nel suo libro sull’antisemitismo Jean Paul Sartre scrive che
“l’universale è ebraico, essendo oggetto d’intelligenza… per l’antisemita
l’intelligenza è ebraica,… il vero francese, radicato nella sua provincia… non
ha bisogno di intelligenza” (L’antisemitismo riflessioni sulla questione
ebraica, SE, pag. 18).
Inoltre Sartre scrive che
“gli ebrei non hanno tra loro una comunità di interessi né di credenze. Non
hanno patria, non hanno storia. L’unico legame che li unisce è il disprezzo
ostile in cui li tengono le società che li attorniano” (63).
Ma questa visione di Sartre, che ho sempre condiviso, è oggi smentita dalla
realtà storica seguita alla nascita di Israele. Il sionismo è una smentita di
quella declinazione della parola ebreo che Sartre ci proponeva nel 1954.
Per ragioni storiche del tutto comprensibili una parte degli ebrei, i
nazional-sionisti hanno pensato che l’unico modo per non essere schiacciati dai
nazisti era diventare nazisti. Il nazional-sionismo ha cinicamente incarnato
questa convinzione. Con l’aiuto dell’Occidente i nazional-sionisti hanno fondato
uno stato che fin dal principio era destinato a perseguire il genocidio della
popolazione che su quel territorio viveva da secoli. Gli israeliani disprezzano
gli ebrei che non diventano israeliani. Come i nazisti considerano gli ebrei non
israeliani un pericolo per l’identità del sangue e della terra.
Per tutto questo la parola ebreo sta diventando di nuovo difficile da
pronunciare senza provare un certo imbarazzo, soprattutto per chi (come me) sa
di avere molto ebraismo nella sua formazione culturale, letteraria, filosofica,
esistenziale. Per l’ebreo che è in me è diventato difficile non sentirmi
minacciato dal nazional-sionismo. Ogni giorno di più mi rendo conto del fatto
che la grande maggioranza della popolazione mondiale odia gli israeliani, la
loro arroganza e la crudeltà che esercitano contro un popolo di persone
indifese.
Lo sanno gli israeliani che tutto il mondo li odia? Oppure pensano di essere
protetti dal fatto che i poteri tedeschi, francesi, polacchi e italiani,
responsabili di un genocidio che uccise sei milioni di ebrei, ora sono
untuosamente proclivi a perseguitare chiunque dica la verità su Israele? È
imprudente fidarsi degli europei, perché l’antisemitismo, quello vero, quello
delle camicie brune, minaccia di riemergere insieme al nazionalismo bianco che è
in ascesa non soltanto in Sassonia.
Dal 7 ottobre 2023, l’esercito israeliano ha iniziato a perdere soldati anche
così: non per un razzo, non per un’imboscata. Per mano propria. Il dato è
tracciabile, e la sua traiettoria è verticale. Nel 2022 i suicidi tra i militari
erano 14. Nel 2023 sono saliti a 28, sette dei quali tra ottobre e dicembre. Nel
2024, 21. Nel 2025, 22 , il numero più alto degli ultimi quindici anni. Nei
primi sei mesi del 2026, almeno 16. A luglio, due soldatesse si sono tolte la
vita a meno di 48 ore l’una dall’altra. Il dato pre-guerra, nella decade
precedente, oscillava intorno a 12 all’anno. Ma questa è solo la superficie. Un
rapporto della Knesset parla di 279 tentativi di suicidio tra gennaio 2024 e
luglio 2025. Un rapporto di sette a uno tra tentativi e suicidi portati a
termine. Il 78% dei suicidi nel 2024 riguardava soldati di combattimento. Prima
della guerra la percentuale era tra il 42 e il 45%. Solo il 17% di chi si è
ucciso aveva parlato con uno psicologo militare nei due mesi precedenti.
Il Ministero della Difesa ha ammesso di aver trattato 20.000 soldati feriti in
due anni. Il 56% presentava disturbi psichiatrici. Magen David Adom ha
registrato un aumento del 45% nelle chiamate di emergenza legate alla salute
mentale. Le diagnosi di PTSD tra i militari sono cresciute del 40% dal settembre
2023, e le proiezioni parlano di un aumento del 180% entro il 2028. Oltre 1.100
soldati sono stati congedati per disturbo post-traumatico dalla guerra di Gaza.
Israele sta giocando col fuoco
I segni si moltiplicano: nel medio oriente è finita l’epoca in cui gli Arabi
accettavano la tracotanza di Israele in cambio di sicurezza e di soldi
statunitensi. La guerra all’Iran ha messo in moto un processo di disintegrazione
dell’egemonia Usa sull’area.
Si può essere indifferenti all’odio che cresce contro Israele? L’odio non è un
buon sentimento, né un buon consigliere. Ma non c’è modo di sottrarsi all’odio
quando tutti sono costretti ad assistere all’esecuzione di un genocidio, alla
tortura prolungata di una intera popolazione indifesa e stremata. Se l’odio non
è un buon sentimento, l’odio per un popolo intero è foriero di orrori futuri, ma
come evitare che l’odio dilaghi, se un popolo di assassini semina terrore contro
una popolazione indifesa? L’odio per Israele e per gli israeliani dilaga, questo
è risaputo.
Dopo avere letto la notizia del suicidio di tre soldati israeliani (due dei
quali donne) negli ultimi giorni, sono andato in Instagram a vedere le reazioni.
I commenti a questa notizia sono interessanti (e agghiaccianti). Prima c’è la
notizia ufficiale:
Two female soldiers in the ‘Israeli’ military took their own lives over the past
two days, according to a report by Haaretz. Military police have opened
investigations into both cases. The report says 16 active-duty ‘Israeli’
soldiers have taken their own lives since the start of 2026. It also states that
at least nine regular and reserve soldiers who participated in the Gaza war died
after taking their own lives following the completion of their active service.
The cases come amid growing concerns over the mental health of military
personnel since the start of the war in Gaza.
Poi ci sono i commenti:
Good news. I want more!
Une vie consacrée à assassiner des enfants et à coloniser la Terre des pauvres
palestiniens. Quel gâchi pour tout le monde ! Le colonialisme est un cancer.
We want more, we want more!
Un torturador no se redime suicidándose, pero algo es algo
Excited to hear more!
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