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Festival della Pace, della Nonviolenza e dell’Accoglienza: fino al 29 settembre a Pisa
L’iniziativa del comitato che, insieme a varie realtà del territorio, coordina la rassegna di incontri, eventi e spettacoli in piazze, teatri e spazi culturali della città è promossa dal Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, che ne illustra il programma: > Si parte il 20 settembre al Giardino Scotto con la partecipazione dei gruppi > Scout AGESCI, seguita il 21 settembre dalla 2ª Camminata della Gentilezza con > il simbolico girotondo attorno alla Torre e dall’incontro con Padre Renato > Kizito Sesana presso San Frediano. > > Il 21 e 22 settembre l’Auditorium Toniolo ospiterà dibattiti dedicati ai > diritti internazionali, all’educazione alla nonviolenza, al valore dello sport > inclusivo e al concorso “I Giovani per i Giovani”. > > Il 22 settembre, dalle 10:35, è previsto un intervento del CISP dal titolo > “Educare alla pace: formare donne e uomini capaci di costruire comunità in > dialogo”. > > Ancora, dal 22 al 25 settembre il Cineclub Arsenale programmerà proiezioni a > tema migratorio e diritti (“Terraferma”, “Io sono Li”, “Sta per piovere” e “Io > Capitano”), affiancate dagli approfondimenti promossi da Pax Christi. > > Gli eventi finali vedranno la lezione del professor Johnny J. Mack > sull’educazione alla pace e lo spettacolo “La Zona BLU” della Compagnia > Kepler-452 al Teatro Nuovo la sera del 29 settembre. FESTIVAL DELLA PACE, DELLA NONVIOLENZA E DELL’ACCOGLIENZA Nell’anno 1998 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 novembre proclamò il primo decennio del XXI secolo e del III millennio, gli anni dal 2001 al 2010, Decennio internazionale di promozione di una cultura della nonviolenza e della pace a vantaggio dei bambini del mondo. Martin Luther King affermò con forza il concetto che “l’alternativa presente è tra la nonviolenza e il reciproco annientamento”. Le armi moderne di distruzione di massa e soprattutto la bomba atomica hanno messo fuori gioco l’idea di una possibile difesa, perché la loro potenza distruttiva colpisce proprio i territori e le popolazioni che si vorrebbero difendere. L’Ucraina e Gaza ne sono in questi anni la lampante dimostrazione. In questa prospettiva, il pensiero di Mahatma Gandhi resta un riferimento imprescindibile: “la nonviolenza è la più grande forza a disposizione dell’umanità” e “non c’è strada per la pace, la pace è la strada”. La nonviolenza non è solo alternativa alla violenza, ma metodo per trasformare i conflitti e costruire una pace duratura, come evidenziato anche dagli studi di Johan Galtung. Bisogna apprendere a gestire i conflitti in modo nonviolento, non solo come alternativa alla violenza, ma come via per costruire una pace duratura (“pace con giustizia”) e trasformare i conflitti stessi, sviluppando competenze di dialogo, empatia e ricerca di soluzioni creative attraverso il suo metodo TRANSCEND. Più recentemente, Papa Leone XIV ha ribadito la necessità di promuovere percorsi educativi alla nonviolenza e all’accoglienza, affinché ogni comunità diventi una “casa della pace”, fondata su dialogo, giustizia e perdono. La pace, ha sottolineato, non è un’utopia, ma una via concreta fatta di gesti quotidiani. Ci siamo inoltrati, ormai in modo drammaticamente esplicito a partire dal conflitto russo-ucraino, in una nuova fase della modernità che, insieme alla crisi della globalizzazione e della sua ormai naufragata strategia di omologazione planetaria, vede una ripresa su scala globale di guerre di conquista. Ci troviamo oggi in una fase segnata da conflitti globali, crisi sociali, disuguaglianze, migrazioni, emergenze ambientali e ritorni di fondamentalismi. In questo scenario, le categorie tradizionali della convivenza appaiono insufficienti: si impone la necessità di una nuova grammatica della pace. In tale direzione, appare urgente recuperare quella “terza via” spesso rimossa: la nonviolenza, “antica come le montagne”, che – come ricordava Mahatma Gandhi – ci mette in guardia dal fatto che “un occhio per occhio rende il mondo intero cieco”. Liquidata come un’opzione politica perdente e rinunciataria, o come una visione priva di effetti pratici, c’è da ritenere che essa vada al contrario rilanciata e diffusa quale ingrediente essenziale di una cultura della pace, particolarmente urgente presso le più giovani generazioni. Ad essa intende ispirarsi la filosofia che sta all’origine del progetto, si comprende di qui la centralità della figura dei “Centri per la pace”, un’istituzione il cui importante ruolo si inscrive nel quadro delle raccomandazioni dell’UNESCO nella costruzione della “cultura di pace” (Recommendation concerning Education for International Understanding, Co-operation and Peace and Education relating to Human Rights and Fundamental Freedoms, UNESCO, 1974). L’educazione alla cittadinanza globale e promozione dei diritti umani è un’area tematica complessa, che, per essere affrontata in un ambito vasto come quello regionale, con azioni concrete e non con astratte enunciazioni di principio, deve tenere insieme gli aspetti diversi della sua complessità, così come sono prefigurati nei termini di riferimento: “la pace, la memoria, il dialogo tra le diverse culture, azioni che facilitino la valorizzazione di esperienze di partecipazione democratica nell’ambito della promozione della cittadinanza globale” e “Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza” (Papa Francesco – 28 feb 2022). Sotto l’aspetto educativo i termini di riferimento chiariscono che “l’educazione alla cittadinanza globale”, rivolta ad ogni studente di ordine e grado, compreso i corsi universitari, riassume un insieme di nuove dimensioni educative: • l’educazione alla cittadinanza democratica, inclusiva delle educazioni civica, alla convivenza civile, ai diritti umani, • l’ educazione interculturale, • l’educazione alla pace e alla gestione dei conflitti, • l’educazione allo sviluppo sostenibile. In questo ambito, assume rilievo il metodo maieutico di Danilo Dolci, fondato sulla partecipazione attiva, sulla valorizzazione delle comunità e sulla “capacitazione” delle persone. Accogliere non è soltanto un gesto di solidarietà: è una scelta di pace. In un mondo segnato da paure e divisioni, l’incontro con l’altro diventa occasione di riconoscimento reciproco. Come ricordava Mahatma Gandhi, “la misura di una civiltà si vede da come tratta i suoi membri più deboli”: l’accoglienza diventa così il cuore stesso della nonviolenza. Ha scritto Kant nel suo celebre Progetto filosofico “Per la pace perpetua” (1795) che «lo stato di pace tra gli uomini che vivono gli uni accanto agli altri non è uno stato di natura». Accogliere non è soltanto un gesto di solidarietà: è una scelta di pace. In un mondo attraversato da paure, confini e diffidenze, ogni volto che incontriamo e decidiamo di non respingere diventa un ponte, una possibilità di riconoscersi umani prima ancora che diversi. Dal 1961, grazie al Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, Edmondo Marcucci e Giovanni Pioli, nacque l’idea della Marcia Per La Pace Perugia-Assisi per testimoniare l’impegno delle persone, delle associazioni, degli Enti Locali alla costruzione di un mondo senza violenza e senza guerra e per la promozione della nonviolenza. La pace si impara e si insegna. Come affermava Maria Montessori, costruire la pace è compito dell’educazione. In questa prospettiva, risuona ancora l’invito di Mahatma Gandhi: “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. L’obiettivo è contribuire concretamente alla riduzione della violenza attraverso formazione, informazione e diffusione delle pratiche nonviolente. Infine, sia Gandhi sia San Francesco sottolineano l’importanza dell’esempio personale. Non basta parlare di valori: è necessario viverli. Questo concetto è riassunto nell’idea francescana: “Predicate con la vita, e se necessario anche con le parole”. Per questo motivo, il nostro progetto non si limita alla teoria, ma propone azioni concrete che possano essere messe in pratica nella vita quotidiana. Festival della Pace, della Nonviolenza e della Accoglienza contatti: festivaldellapace.pisa@gmail.com Redazione Italia
September 22, 2026
Pressenza
Dal 17 al 20 settembre in Piemonte sulla ‘via maestra’ di Danilo Dolci
DUE INCONTRI, GIOVEDÌ POMERIGGIO A CASALE MONFERRATO E VENERDÌ SERA A POZZOLO FORMIGARO, E UN CICLO DI LABORATORI, SABATO POMERIGGIO A IVREA E DOMENICA MATTINA A CASTELLO DI ALBIANO. Nel centenario della nascita di Danilo Dolci (1924-1997), è tornata vigorosamente alla ribalta la figura del sociologo, educatore e poeta che elesse dimora in Sicilia, dove lottò contro ogni forma di mafia e sopraffazione, e uno tra i più influenti pensatori della nonviolenza. I suoi insegnamenti hanno tracciato un solco indelebile nella strada per l’emancipazione del Sud e per il diritto al pane, al lavoro e alla democrazia e nella via della pace. Un suo collaboratore sin dal 1985, attualmente vicepresidente del Centro per lo Sviluppo Creativo ‘Danilo Dolci’ e coordinatore del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci, Giuseppe Barone nel 2024 ha aggiornato il libro edito da Altrɘconomia con un’intervista di Mao Valpiana a Dolci e un ricordo di Luca Baranelli del suo incontro con il Gandhi italiano. In questi anni caotici, mesi turbolenti e giorni frenetici la biografia di Danilo Dolci è una ‘guida’ utile. UNA RIVOLUZIONE NONVIOLENTA. LA VITA E L’OPERA DI UN UOMO DI PACE rammenta che Dolci si era posto una domanda cruciale, Come puoi essere felice se intorno a te i tuoi fratelli vengono consumati e travolti dalla fame e dalla miseria?, a cui ha dato molte risposte tuttora molto attuali, tra cui “l’obiezione di coscienza è importante… Preferisco parlare di obiezione/azione di coscienza. Perché obiettore sembra solo uno che dice di no… ma ‘dire di no’ non basta… Il lavoro preventivo è un lavoro per la salute; ‘dire di no’ alla guerra è intervenire già nella malattia, nella nevrosi“, e ai propri collaboratori, contemporanei e posteri ha lasciato un monito di esortazione alla premura, cioè ad agire con tempestività e con concretezza: Fare presto (e bene) perché si muore. E, a distanza di 20 anni dal suo primo reportage, nel 2025 il regista Alberto Castiglione è tornato a ‘indagare’ sulla vita e sull’operato di Danilo Dolci: «Qual è lo scopo di un’inchiesta? E quali i suoi contorni? La verità senza dubbio! E se al centro di una ipotetica inchiesta ci fosse l’opera e l’operato di un personaggio “al di sopra di ogni sospetto”? In un mondo devastato da conflitti e da una incapacità nella costruzione di percorsi di dialogo e pace, forse è possibile delineare un nuovo orizzonte sulla scia della grande eredità lasciata da Dolci».   L’EREDITÀ DI DANILO DOLCI IN UN LIBRO BIOGRAFICO E UN FILM DOCUMENTALE Casale Monferrato, AL – giovedì 17 settembre alle h 18:00 Salone della Casa del Terzo Settore (via Magnocavallo 13) «Un viaggio nell’opera del Gandhi italiano, l’incontro con Giuseppe Barone e il figlio di Danilo Dolci, Amico, esplora la sociologia di comunità e il metodo educativo della maieutica reciproca – spiega Monica Simioni, referente degli organizzatori dell’iniziativa – Si tratta di un’esperienza di dialogo in cerchio dove non c’è un maestro che sale in cattedra, ma sono le persone stesse a confrontarsi e a far nascere le idee dal basso. Una testimonianza forte su come l’ascolto, il pensiero critico e la partecipazione attiva siano le vere chiavi per lo sviluppo della consapevolezza e per l’emancipazione umana». Svolta nell’ambito del ciclo Un libro o due al mese per parlare di pace incluso nella rassegna EireneFest / Festival del libro per la pace e la nonviolenza 2026, l’iniziativa è coordinata dalla bottega cittadina della Società Cooperativa EquAzione ETS insieme ad associazione EduCare, centro comunitario MonFree–Style, gruppo di volontari della Rete Radié Resh, circolo ARCI Il Paniere e Consulta di Partecipazione ‘Centro Storico’ con patrocinio della Città di Casale Monferrato.   DA POZZOLO AL MONDO. LA TESTIMONIANZA DI UN UOMO DI PACE Pozzolo Formigaro, AL – venerdì 18 settembre alle h 21  Palazzo Raggio (ex Asilo) Insieme al direttore del Centro Studi ‘Pietro Gobetti’ di Torino, Pietro Polito, e al giornalista Luca Rolandi, Giuseppe Barone e Amico Dolci parteciperanno all’incontro pubblico in svolgimento nella cittadina alessandrina in cui Danilo Dolci visse la propria adolescenza e negli anni della seconda guerra mondiale: il luogo dove maturò l’avversione al fascismo, alla dittatura e al militarismo. Poi, dopo essere arrestato e riuscito a scappare, si rifugiò negli Appennini abruzzesi.   LA PACIFICA INVASIONE: TANTI MODI PER VOLERE LA PACE sabato 19 settembre alle h 16 / Ivrea – Liceo A. Gramsci domenica 20 settembre alle h 10 / Albiano d’Ivrea – CISV Insieme a Ettore Macchieraldo, Giuseppe Barone e Amico Dolci condurranno i laboratori svolti nel programma di eventi e attività coordinato da Emergency, Sentieri di Pace e Presidio per la pace di Ivrea. INFORMAZIONI: * Casale Monferrato – https://www.eirenefest.it/evento/danilo-dolci-film-e-bio/ * Pozzolo Formigaro – https://www.alexala.it/it/eventi/danilo-dolci-da-pozzolo-al-mondo-la-testimonianza-di-un-uomo-di-pace/   Maddalena Brunasti
September 15, 2026
Pressenza
“Sbellichiamoci!” nell’anno scolastico 2026/2027
Al webinar di presentazione e progettazione del Programma nazionale di Educazione Civica per la formazione di giovani costruttrici e costruttori di pace aperto alle scuole di ogni ordine e grado è prevista la partecipazione di oltre 500 docenti e dirigenti scolastici. Promosso dalla Rete Nazionale delle Scuole per la Pace e dalla Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace, Sbellichiamoci! “fornisce gli strumenti necessari per realizzare un’educazione civica di qualità, formare coscienze libere, attente alla guerra cognitiva e alla manipolazione del consenso, promuovere la presa di coscienza dei problemi dell’umanità e sviluppare la volontà degli alunni/studenti di affrontarli con gli strumenti della pace”. “In un mondo lacerato da molteplici crisi glocali, che sembra precipitare verso la guerra totale, l’educazione alla pace è un prerequisito per la sopravvivenza”, è spiegato nell’informativa sull’incontro online che, coinvolgendo anche il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, il Centro Diritti Umani Antonio Papisca e la Cattedra UNESCO Diritti Umani, Democrazia e Pace dell’Università di Padova e la Rete delle Università per la Pace (RUniPace), propone gli interventi di * Alessandro Bergonzoni – artista, attore e autore; * Fabiana Cruciani – dirigente dell’ITTS A. Volta di Perugia e coordinatrice della Rete Nazionale delle Scuole di Pace; * Italo Fiorin – docente di Pedagogia e presidente della Scuola di Alta Formazione EIS-LUMSA di Roma; * Leopoldo Grosso – psicologo e psicoterapeuta, presidente onorario del “Gruppo Abele”;  * Flavio Lotti – coordinatore del Programma “Sbellichiamoci!”; * Marco Mascia – coordinatore della Rete delle Università per la Pace (RUniPace); * Enza Pellecchia – coordinatrice della Rete delle Università Italiane per la Pace, Università di Pisa; * Massimiliano Presciutti – presidente della Provincia di Perugia e presidente del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani; * Alessandro Saggioro – coordinatore del Dottorato di interesse nazionale in Peace Studies all’Università Sapienza di Roma; *  Aluisi Tosolini – coordinatore della Rete Nazionale delle Scuole di Pace.   WEBINAR: piattaforma Zoom – http://bit.ly/3S72Nvm modulo di registrazione : https://us02web.zoom.us/meeting/register/uzqUuZtLSc69Ggk8lI3Xng#/registration INFORMAZIONI: info@scuoledipace.it PROGRAMMA: https://www.lamiascuolaperlapace.it/sbellichiamoci_31agosto2026/ o15:45 – Accoglienza 16:00 – Saluti di benvenuto 16:05 – Insieme per formare giovani costruttrici e costruttori di pace / Massimiliano Presciutti, Fabiana Cruciani, Enza Pellecchia e Alessandro Saggioro 16:25 – “Sbellichiamoci Anno Secondo”. Il Programma di Educazione Civica 2026-2027 / Flavio Lotti Quest’anno a scuola * 16:40 – Le sfide che ci attendono / Italo Fiorin * 16:50 – Ripartiamo da loro! La condizione degli alunni e studenti oggi / Leopoldo Grosso * 17:00 – Affrontiamo la guerra cognitiva ed educhiamo al pensiero critico / Aluisi Tosolini * 17:10 – Studiamo cosa succede sulla terra / Marco Mascia * 17:20 – Sbellichiamoci per davvero! / Alessandro Bergonzoni 17:35 – Come aderire alla Rete Nazionale delle Scuole di Pace 17:45 – Domande e risposte 18:00 – Conclusione https://www.lamiascuolaperlapace.it/sbellichiamoci_31agosto2026/ Redazione Italia
August 29, 2026
Pressenza
Corea del Sud: libertà di coscienza e umanità nel caso Lee Man-hee
Il procedimento giudiziario che coinvolge Lee Man-hee, fondatore della Chiesa di Shincheonji, continua a suscitare attenzione in Corea del Sud e all’estero. Il leader religioso, oggi novantacinquenne, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine che ipotizza un coinvolgimento organizzato di membri della comunità religiosa in attività politiche tra il 2021 e il 2024. Le autorità coreane ritengono che possano essere state violate le norme che regolano il rapporto tra organizzazioni religiose e attività politica; la comunità di Shincheonji respinge le accuse e sostiene che i fedeli abbiano agito liberamente, esercitando i propri diritti civili. Sarà la magistratura a stabilire se siano stati commessi reati. Al tempo stesso, la vicenda richiama principi che riguardano ogni società democratica. Ogni persona deve poter scegliere liberamente se credere o non credere, aderire o meno a una comunità religiosa, sostenere un partito politico o partecipare alla vita pubblica secondo la propria coscienza. La libertà di coscienza e la libertà di associazione costituiscono diritti fondamentali che meritano la massima tutela. Accanto alla legittima esigenza dello Stato di garantire il rispetto della legge, emerge anche un’esigenza di umanità. Considerata l’età di Lee Man-hee, 95 anni, e in assenza di una condanna definitiva, la prosecuzione della detenzione solleva interrogativi sul principio di proporzionalità. In molti ordinamenti democratici, situazioni analoghe vengono affrontate, quando possibile, attraverso misure meno restrittive, che consentono di proseguire le indagini senza rinunciare al rispetto della dignità della persona. Lee Man-hee è conosciuto a livello internazionale soprattutto per il suo costante impegno pubblico a favore della pace, del dialogo tra le religioni e del superamento dei conflitti attraverso mezzi non violenti. Indipendentemente dall’esito del procedimento giudiziario, questo patrimonio di iniziative rappresenta un elemento significativo del suo percorso pubblico. Per questo motivo, una misura alternativa alla detenzione, che permetta alla giustizia di seguire il proprio corso nel pieno rispetto delle garanzie processuali, costituirebbe un segnale di equilibrio e di fiducia nello Stato di diritto. Una democrazia dimostra infatti la propria maturità quando riesce a coniugare l’applicazione della legge con il rispetto della dignità umana e della libertà di coscienza. Fonti: > A 95-Year-Old Religious Leader in Custody: South Korea Crosses a Line https://www.jonghapnews.com/news/articleView.html?idxno=486547 https://www.job-post.co.kr/news/articleView.html?idxno=219473 https://www.nbntv.kr/news/articleView.html?idxno=340391 https://www.chungnamilbo.co.kr/news/articleView.html?idxno=895907 https://www.yjb0802.com/news/articleView.html?idxno=59710 https://www.ijournalist.co.kr/news/articleView.html?idxno=8779 https://www.g-enews.com/article/General-News/2026/06/2026062800432342219ae5042aca_1 https://www.wooriilbo.com/news/article.html?no=101040# Pressenza Praha
July 20, 2026
Pressenza
Un’arma non è un regalo
DAL REVOLVER DONATO DAL PRESIDENTE TURCO RECEP TAYYIP ERDOĞAN AI LEADER DELLA NATO NASCE LA LETTERA APERTA DEL CARDINALE DOMENICO BATTAGLIA, UN INVITO AI “POTENTI DELLA TERRA” A RIFLETTERE SUL SIGNIFICATO DELLE ARMI, DEI SIMBOLI E DELLA PACE. La diplomazia parla anche attraverso i doni. Al termine dei grandi vertici internazionali è consuetudine che il Paese ospitante consegni ai capi di Stato e di governo un oggetto simbolico, scelto per rappresentare la propria identità culturale e lasciare il ricordo dell’incontro. È una tradizione consolidata che, attraverso opere d’arte, manufatti, libri e altri oggetti rappresentativi, racconta la storia e la cultura di una nazione. Al termine del vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio, quella consuetudine ha assunto però un significato diverso. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha consegnato ai leader dell’Alleanza Atlantica un revolver personalizzato con il nome del destinatario. Il gesto ha suscitato un dibattito che è andato ben oltre il protocollo diplomatico. Un dono istituzionale non è soltanto un ricordo dell’incontro: è un simbolo. E i simboli raccontano il modo in cui un Paese sceglie di presentarsi al mondo. Da questo episodio prende origine la lunga lettera che il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha rivolto ai “potenti della terra”. Più che commentare un fatto di cronaca, l’arcivescovo invita a riflettere sul significato che alcuni gesti assumono quando vengono compiuti da chi esercita responsabilità di governo. L’apertura della lettera colpisce per la sua forza evocativa. Il male, osserva Battaglia, non sempre si manifesta con la violenza più evidente. Talvolta si presenta in forme rassicuranti, si veste di eleganza e rischia di essere accolto senza che ci si interroghi davvero sul messaggio che porta con sé. Da qui si sviluppa il cuore della sua riflessione. Il problema non è soltanto il dono di un’arma, ma il rischio di trasformare la morte in una forma di cortesia, facendo di uno strumento costruito per togliere la vita un oggetto di rappresentanza tra i governanti. Per Battaglia, i simboli contribuiscono a educare lo sguardo di una società. Definiscono ciò che viene percepito come normale, autorevole, perfino degno di essere celebrato. Per questo denuncia il rischio di aver “addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare”: una frase che riassume l’intero significato della sua lettera. Uno dei passaggi più intensi riguarda il nome inciso sulla pistola. Accanto a quello del leader che riceve il dono, l’arcivescovo invita a immaginarne un altro, invisibile: il nome della persona contro cui quell’arma potrebbe essere puntata. È un’immagine che sposta immediatamente l’attenzione dall’oggetto alle conseguenze della guerra, ricordando che dietro ogni arma ci sono sempre vite umane, famiglie e destini. La riflessione si apre poi alla prospettiva evangelica. Battaglia richiama il gesto di Cristo durante l’Ultima Cena: invece di consegnare un’arma ai discepoli, si cinge un asciugatoio e lava loro i piedi. Da una parte il potere che si afferma attraverso la forza, dall’altra quello che sceglie il servizio. Due modi profondamente diversi di intendere l’autorità. Nella parte conclusiva della lettera, il cardinale rivolge un appello ai responsabili delle nazioni. Li invita a rifiutare l’idea che un’arma possa diventare un omaggio tra popoli e propone un gesto semplice quanto eloquente: lasciare una sedia vuota al prossimo vertice internazionale. Non una sedia riservata a un presidente o a un generale, ma all’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle guerre. A chi non partecipa ai negoziati, non compare nelle fotografie ufficiali e non firma trattati, ma resta sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. La lettera di Battaglia nasce da un episodio preciso, ma supera i confini della cronaca. Invita a interrogarsi sul linguaggio con cui il potere sceglie di rappresentarsi e sul valore dei simboli che accompagnano le relazioni internazionali. Perché un dono diplomatico non è mai soltanto un oggetto. È anche un messaggio. È questa la domanda che il revolver di Ankara consegna al dibattito pubblico: quale idea di sicurezza e quale idea di pace vengono trasmesse quando un’arma diventa il simbolo di un incontro tra nazioni? Per il cardinale, la risposta passa attraverso un cambiamento di sguardo. La pace non è una debolezza né un segno di ingenuità, ma una responsabilità che interpella chiunque eserciti il potere e chiunque sia chiamato a costruire relazioni tra i popoli. Lucia Montanaro
July 11, 2026
Pressenza
Disarmare la cultura della guerra: dalla militarizzazione della società alla civiltà della cura
La costruzione della pace non passa soltanto attraverso il rifiuto delle guerre e del riarmo, ma richiede una profonda trasformazione culturale capace di contrastare la progressiva militarizzazione della società, della ricerca, della scuola e dell’università. È una riflessione che trova eco anche nelle iniziative dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università e nelle analisi del prof. Michele Lucivero, che denunciano la crescente permeabilità delle istituzioni educative alle logiche militari e invitano a promuovere una cultura della pace, della cooperazione e della responsabilità civile. La critica contemporanea alla guerra si trova oggi di fronte a un bivio decisivo. Da una parte vi è la reazione immediata, necessaria e doverosa contro la materialità del conflitto: il rifiuto dei bombardamenti, dell’aumento delle spese militari, della corsa agli armamenti e di ogni forma di coinvolgimento bellico. Dall’altra emerge una consapevolezza più profonda, che invita a riconoscere come la guerra non sia soltanto l’esito di una crisi geopolitica, ma il prodotto di una subcultura che, in modo spesso invisibile, permea la ricerca scientifica, l’economia, l’educazione e l’immaginario collettivo. Contrastare questa subcultura significa andare oltre la richiesta di un cessate il fuoco. Vuol dire mettere in discussione un modello di società che ha progressivamente normalizzato la violenza, la competizione permanente e la gerarchia come strumenti ordinari di gestione dei conflitti. È proprio su questo terreno che si collocano le riflessioni dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università e del professor Michele Lucivero, secondo i quali la penetrazione delle logiche militari negli spazi della formazione rappresenta uno dei passaggi più delicati del processo di normalizzazione della guerra. La militarizzazione, infatti, non si manifesta soltanto nelle basi militari o nei teatri di guerra, ma anche attraverso i linguaggi, i programmi educativi, le collaborazioni tra istituzioni accademiche e industria bellica, fino alla rappresentazione culturale della forza come valore assoluto. Il cuore di questa militarizzazione silenziosa risiede nella costruzione di un preciso archetipo antropologico, oggi rappresentato dal mito del future warrior. Nei laboratori della ricerca militare e nell’industria dell’intrattenimento viene progressivamente elaborata e celebrata la figura del soldato-macchina: un individuo addestrato a massimizzare la prestazione bellica, reso sempre più impermeabile al dolore proprio e altrui e orientato esclusivamente all’efficienza operativa. Questo “corpo-arma” non costituisce soltanto uno strumento della guerra, ma rappresenta il punto di arrivo di una precisa concezione della maschilità, fondata sul dominio, sulla competizione e sulla rimozione della vulnerabilità. La pedagogia implicita di questo modello educa alla durezza, trasforma l’altro in un potenziale nemico e rende la violenza una possibilità ordinaria anziché un fallimento della politica e delle relazioni umane. A questa deriva tecnocratica e militarista occorre contrapporre una prospettiva radicalmente diversa, fondata sul biocentrismo e sull’empatia. Il disarmo materiale, infatti, rischia di rimanere incompleto se non viene accompagnato da un autentico disarmo culturale e psicologico, capace di smontare l’immaginario del guerriero e di restituire dignità a un modello di umanità fondato sulla relazione e sulla cura. In questa prospettiva assume particolare rilievo la valorizzazione di un maschile capace di riconoscere la propria fragilità senza viverla come una sconfitta. La vulnerabilità diventa così una risorsa, una condizione che permette di sviluppare relazioni autentiche e di costruire comunità fondate sulla solidarietà. La forza non coincide più con la capacità di esercitare il dominio o infliggere la morte, ma con la disponibilità a prendersi cura degli altri, delle persone più fragili, delle nuove generazioni, degli anziani, dei malati e di chi vive situazioni di marginalità. Questa etica della cura si estende inevitabilmente oltre la dimensione umana. La stessa logica che militarizza i corpi è infatti quella che considera il pianeta come una riserva inesauribile di risorse da sfruttare e i territori come spazi da conquistare. Le guerre moderne producono devastazione ambientale, consumo indiscriminato di risorse ed enormi emissioni climalteranti, alimentando una crisi ecologica che colpisce soprattutto le popolazioni più vulnerabili. Prendersi cura della Terra significa allora opporsi contemporaneamente alla guerra, all’estrattivismo e a ogni forma di dominio sulla natura. La tutela degli ecosistemi, della biodiversità e degli equilibri ambientali diventa parte integrante di una più ampia cultura della pace. La vera obiezione di coscienza del XXI secolo, dunque, non può limitarsi al rifiuto della leva militare o delle armi. Essa si configura come un’obiezione complessiva alla militarizzazione dell’essere umano, delle istituzioni educative, delle relazioni sociali e dell’intero modello di sviluppo. Solo sostituendo la logica della competizione con quella della cooperazione e quella della forza con la pratica quotidiana della cura sarà possibile costruire una civiltà autenticamente orientata alla pace. testo pubblicato il 29 giugno 2026 da Il Faro di Roma Laura Tussi
June 30, 2026
Pressenza
EireneFest Casale Monferrato: appuntamento con Claude AnShin Thomas
Un attivista per la nonviolenza tra i più celebri al mondo, il monaco buddhista zen nel primo fine settimana di luglio sarà ospite del Centro Zen dell’Acero Rosso a Casorzo Monferrato, dove si terrà un ritiro di meditazione. Prima, mercoledì 1° luglio, dialogherà con i partecipanti all’incontro sul tema “Fare pace con la propria irrequietezza”. L’evento è incluso nel ciclo intitolato Un libro o due al mese per parlare di pace e svolto nella rassegna di EireneFest – Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza. Nato nel 1947, come tanti giovani americani della sua generazione Claude AnShin Thomas ad appena 17 anni si è arruolato volontario ed è andato a combattere la guerra in Vietnam, dove ha compiuto numerose missioni in cui sono morte tante persone e sono stati distrutti molti villaggi, e al ritorno in patria ha cominciato a combattere di nuovo… Devastato da stress post-bellico e rimorsi, ha affrontato la dipendenza dalle droghe, l’indigenza e la disperazione e ha vinto la battaglia contro l’autodistruzione praticando la meditazione. Impegnato a offrire agli altri il proprio supporto e assistenza a senza tetto, carcerati, drogati e disagiati, da molti anni testimonia che la nonviolenza insegna a trasformare la cultura della violenza in cultura della pace. In particolare lo ha dimostrato con i pellegrinaggi che lo hanno reso famoso: da Auschwitz a Hiroshima e Nagasaki, una camminata iniziata nel dicembre 1994 e conclusa nell’agosto 1995; nel 1998 la marcia da New York alla California; nel 1999 e ancora nel 2002 in Europa, ai campi di battaglia della seconda guerra mondiale e ai campi di prigionia e di sterminio; nel 2004 dal Massachusetts al Ground Zero di New York e poi al Memorial dei Veterani del Vietnam di Washington; nel 2007 lungo il confine tra USA e Messico. Nell’incontro a Casale Monferrato, racconterà di queste proprie esperienze che ha anche descritto in due libri: Alle porte dell’Inferno – Il percorso di un soldato alla guerra alla pace pubblicato nel 2004 e Una volta ero un soldato – Dall’orrore del Vietnam all’incontro con il buddhismo edito nel 2023. Redazione Piemonte Orientale
June 25, 2026
Pressenza
Addomesticare le frontiere
di Mauro Armanino Dalla pelle alle parole, dai volti alle porte, ogni confine nasce prima nelle coscienze che sulle mappe: solo ricostruendo legami, responsabilità e umanità condivisa sarà possibile disarmare …