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Greta Thunberg e Francesca Albanese al Marea Village: da Bagnoli a Gaza, le lotte per i diritti si incontrano
Nel Parco San Laise, ex base NATO di Napoli, un incontro gremito nonostante la pioggia battente. Al centro del dibattito il legame tra militarismo, crisi ambientale, genocidio e resistenza dei territori. NAPOLI, 10 ottobre 2026 – Una sala gremita, la pioggia battente e un pubblico che, per trovare riparo, avanza progressivamente fino a ritrovarsi quasi a ridosso dei relatori. Nessuna distanza, un unico flusso di partecipazione, scandito a più riprese dai cori «Free Palestine» e «Siamo tutti antifascisti». È questa l’atmosfera che ha accompagnato l’incontro con Greta Thunberg e Francesca Albanese al Marea Village, ospitato nel Parco San Laise di Bagnoli, negli spazi dell’ex base NATO. Un luogo tutt’altro che casuale, come è stato ricordato più volte durante il pomeriggio: un’ex installazione militare restituita alla città, mentre la presenza della NATO è stata trasferita altrove. Un territorio che porta ancora le ferite dell’industrializzazione e dell’inquinamento e nel quale le comunità locali continuano a rivendicare bonifica, salute e accesso pubblico al mare. GRETA THUNBERG: DALLA LOTTA PER BAGNOLI ALLA RESISTENZA GLOBALE Arrivata a Napoli il 9 ottobre, Greta Thunberg ha incontrato studenti e attivisti, visitato Bagnoli e partecipato a un’assemblea contro il progetto del CPR di Castel Volturno. Il giorno successivo ha preso parte al corteo cittadino per la Palestina, prima di raggiungere il Marea Village per l’incontro pubblico dedicato al rapporto tra militarismo, ecocidio e genocidio. Nel suo intervento, l’attivista svedese ha espresso innanzitutto la propria vicinanza alla popolazione di Bagnoli, riconoscendo la fatica di una battaglia che coinvolge il corpo, la vita quotidiana e il futuro di un’intera comunità. Proprio questa lotta, ha osservato, dimostra quanto sia necessario unire le rivendicazioni territoriali a quelle politiche, ambientali e sociali. «Stiamo vivendo veramente un momento senza precedenti. Questo momento fa molta paura, perché si stanno letteralmente sgretolando tutte le certezze, tutte le idee su cui avevamo fondato la nostra visione del mondo», ha affermato, denunciando un sistema ormai incompatibile con l’idea stessa di umanità. «Siamo arrivati al punto di criminalizzare l’empatia e di criminalizzare soprattutto il buon senso». Da qui il richiamo al significato simbolico del luogo che ospita l’incontro, un’ex base NATO, nella quale parlare di pace significa anche interrogarsi sul militarismo e sulle sue conseguenze. Per Thunberg, la guerra contro l’umanità e quella contro la natura sono profondamente connesse: il militarismo alimenta l’inquinamento, aggrava la crisi ecologica e contribuisce alla distruzione delle condizioni necessarie alla vita, mentre le risorse vengono sottratte alla tutela delle popolazioni. L’attivista ha insistito sulle responsabilità di un sistema nel quale gli interessi economici e i profitti di breve periodo prevalgono sulla sopravvivenza delle persone e dell’ambiente. «Le persone che in questo momento stanno distruggendo il pianeta sono le stesse persone che stanno permettendo che il genocidio sia ancora in corso». Una crisi dalle molteplici sfaccettature, ha ricordato, che coinvolge tutti, le persone che amiamo e le comunità nelle quali viviamo. Di fronte a questa realtà, «l’idea di rimanere neutrali di fronte a queste tematiche climatiche non è assolutamente accettabile». Il suo messaggio è tornato quindi a Bagnoli, alla capacità di organizzazione e resistenza dimostrata dagli abitanti: «E come le persone di Bagnoli sanno bene, non verrà nessuno a salvarci. Dobbiamo salvarci da soli, fare gruppo e rimanere attivi. Perché se una cosa è chiara è che le persone, le forze dietro a questa crisi hanno più a cuore i profitti a breve termine che l’aiuto verso le persone che ne soffrono le conseguenze». Particolarmente intenso l’appello rivolto alle nuove generazioni, alle quali Thunberg ha chiesto di trasformare la frustrazione in partecipazione politica e resistenza: «Mi rivolgo in particolare ai giovani qui presenti, a tutti i giovani, per dire che anch’io faccio parte di quel gruppo di giovani che si è visto rubare il futuro giorno dopo giorno da quegli adulti che erano in grado di proteggerci e di essere lì per noi». E ancora: «Dobbiamo sfruttare l’immensa rabbia che abbiamo, l’immensa frustrazione che abbiamo a causa di questo enorme tradimento delle generazioni precedenti e canalizzarlo in atti di resistenza». Nella parte conclusiva del suo intervento, Greta ha rivolto un durissimo attacco al governo italiano, definito apertamente «fascista». Pur riconoscendo che la popolazione italiana ha dimostrato di essere dalla parte della Palestina e contro il genocidio, ha denunciato la complicità dell’esecutivo nelle politiche migratorie del Mediterraneo: «Sappiamo bene che questo governo, fascista, continua ancora oggi ad essere complice diretto, autore diretto di politiche sistemiche volte alla completa deumanizzazione delle persone che provano ad attraversare il Mediterraneo». Una disumanizzazione che, secondo Thunberg, passa attraverso la costruzione dei CPR, definiti «veri campi di concentramento». Da qui l’appello a partecipare alla mobilitazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno, contro il progetto del nuovo centro di permanenza per il rimpatrio, e allo sciopero generale del 30 ottobre. FRANCESCA ALBANESE: QUANDO IL DIRITTO INTERNAZIONALE VIENE CAPOVOLTO Nel suo intervento, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha ripercorso il progressivo indebolimento delle garanzie del diritto internazionale, richiamando il libro di Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale. Un testo che, secondo Albanese, dovrebbe essere letto da qualsiasi giornalista e rappresentante politico che, dopo tre anni di quello che definisce genocidio a Gaza, continui a ricorrere alla legittima difesa per giustificare le operazioni israeliane. La giurista ha ricordato come il processo di erosione del diritto internazionale non sia cominciato a Gaza, ma affondi le proprie radici nella cosiddetta guerra al terrore successiva all’11 settembre 2001. Nel suo ragionamento, norme nate per proteggere i civili, i bambini, i giornalisti, il personale sanitario e gli ospedali sono state progressivamente reinterpretate fino a essere utilizzate per giustificare proprio quelle condotte che avrebbero dovuto impedire. Albanese ha poi espresso la propria soddisfazione nel condividere l’incontro con Greta Thunberg, sottolineando come la difesa dei diritti umani e quella dell’ambiente non possano essere considerate battaglie separate. Crisi climatica, siccità, scarsità delle risorse, conflitti e migrazioni sono fenomeni strettamente collegati. Nel suo intervento ha rivolto anche un riconoscimento esplicito all’attività di Sea-Watch: «Sea-Watch fa un lavoro incredibile, che si schiera contro quel tentativo di imporre l’omissione di soccorso istituzionalizzata». Una denuncia rivolta alle politiche migratorie europee che, secondo Albanese, spingono cittadini e istituzioni a voltare le spalle a chi attraversa il Mediterraneo «per sopravvivenza, non per scelta», alla ricerca di una possibilità di vita all’interno di quella che ha definito la «fortezza Europa». Un altro passaggio particolarmente significativo ha riguardato il rapporto tra economia, diritto internazionale e genocidio. Albanese ha sottolineato la necessità di superare la frammentazione delle competenze e di mettere in relazione le diverse discipline, raccontando come proprio l’approfondimento degli interessi economico-finanziari legati all’occupazione israeliana abbia segnato una svolta nel suo lavoro. «È proprio nel momento in cui ho avuto la capacità di concentrarmi sui nessi economico-finanziari del sistema che permette al genocidio di andare avanti nell’impunità più assoluta e di continuare ad aumentare i propri profitti, è lì che il sistema si è rivoltato contro con violenza». La relatrice ha richiamato le conseguenze subite dopo la pubblicazione del suo rapporto sull’economia dell’occupazione e del genocidio, evidenziando come l’indagine sugli interessi economici coinvolti abbia provocato reazioni particolarmente dure. Il suo intervento si è concluso con un invito a riconoscere le connessioni tra le diverse battaglie: «Ed è lì il segreto: dobbiamo veramente imparare a far dialogare il diritto con l’economia, l’economia con l’ambiente e riuscire noi, in quanto cittadini e cittadine, a capire perché queste cose sono collegate. E se ci uniamo, secondo me, la spuntiamo». LE ALTRE VOCI DEL MAREA VILLAGE Numerose le voci che hanno contribuito al dibattito, arricchendolo di testimonianze, analisi e differenti esperienze di attivismo. Tra gli intervenuti, il giurista Luigi Daniele, autore del volume Il diritto del più forte, e l’economista Emiliano Brancaccio, che ha richiamato le responsabilità strutturali della logica del capitale e la necessità di costruire un’alternativa a un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto. Spazio anche a Sanabel, progetto di solidarietà con i bambini e i ragazzi con disabilità di Gaza, accompagnato da una testimonianza video sulle difficoltà affrontate dagli operatori del Centro Irada nel riprendere le attività educative in un territorio devastato dalla guerra. Tra le voci intervenute anche Giulia, giovane attivista palestinese del Centro Culturale Handala Ali di Napoli, realtà impegnata nella solidarietà con il popolo palestinese e nella promozione della sua cultura e dei suoi diritti. Particolarmente intensa la testimonianza di Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch Italia, organizzazione umanitaria impegnata nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e nella denuncia delle violazioni dei diritti delle persone migranti. Linardi ha portato all’attenzione del pubblico la drammatica realtà di chi tenta di attraversare il mare per raggiungere un luogo sicuro, raccontando episodi di persone abbandonate in acqua, costrette a rimanere per giorni aggrappate a strutture di fortuna nell’attesa di un soccorso. Ha denunciato inoltre il paradosso di un sistema nel quale chi interviene per salvare vite umane rischia a sua volta provvedimenti restrittivi, sanzioni e conseguenze giudiziarie. Una testimonianza che ha riportato il dibattito alla concretezza delle operazioni di salvataggio e alla criminalizzazione della solidarietà, rendendo ancora più evidente il collegamento con le parole pronunciate poco prima da Albanese. Tra gli interventi conclusivi, Nives Monda, attivista del movimento BDS Napoli (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), ha riportato l’attenzione sull’importanza di tradurre la solidarietà con il popolo palestinese in azioni concrete. Il movimento, nato nel 2005 su iniziativa della società civile palestinese, promuove forme di pressione economica, culturale e istituzionale non violenta affinché Israele rispetti il diritto internazionale e i diritti dei palestinesi. Monda è impegnata anche nella rete degli Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana (SPLAI). Eddy Sorge, attivista del Movimento Disoccupati 7 Novembre e del laboratorio politico Iskra, tra le voci della mobilitazione contro l’America’s Cup a Bagnoli, ha sottolineato il significato politico della scelta del Parco San Laise come sede del Marea Village. Un territorio segnato da decenni di inquinamento e da una lunga storia di lotte per il lavoro, la salute e la restituzione del mare alla cittadinanza. Sorge ha criticato gli interventi legati all’America’s Cup, denunciando il rischio che, anziché rispondere alle esigenze di bonifica e riqualificazione ambientale, favoriscano nuove trasformazioni urbanistiche a danno degli abitanti. Ha infine rilanciato la mobilitazione prevista per l’11 ottobre a Bagnoli. DA BAGNOLI ALLA PALESTINA, UN’UNICA RICHIESTA DI GIUSTIZIA La serata si è così trasformata in qualcosa di più di un incontro con due figure internazionali. In un’ex base militare, tra la pioggia, gli applausi e i cori di una sala gremita, le rivendicazioni di Bagnoli hanno incontrato quelle per la Palestina, per la tutela dell’ambiente, per i diritti delle persone migranti e per la difesa del diritto internazionale. Il messaggio emerso dagli interventi di Greta Thunberg e Francesca Albanese è che queste battaglie non possono più procedere isolate: difendere un territorio, una popolazione o il diritto alla vita significa interrogarsi sulle stesse strutture di potere che ne minacciano l’esistenza. Nota redazionale: le dichiarazioni di Greta Thunberg riportate nell’articolo sono state raccolte e trascritte dall’autrice sulla base della traduzione italiana fornita dall’interprete che ha affiancato l’attivista durante l’incontro al Marea Village. Per ulteriori informazioni sugli appuntamenti e sulle iniziative del festival, consulta il programma del Marea Village . GALLERIA FOTOGRAFICA Alcuni momenti della giornata Foto: Lucia Montanaro / Pressenza La drag queen Priscilla durante il suo intervento al Marea Village, tra identità, libertà e diritti. La presentazione del progetto Sanabel a sostegno dei bambini autistici di Gaza e delle attività educative del Centro Irada, durante il Marea Village. Francesca Albanese durante il suo intervento al Marea Village, nel Parco San Laise di Bagnoli. Il pubblico gremisce gli spazi dell’ex base NATO di Bagnoli durante l’incontro al Marea Village. Greta Thunberg mostra la locandina della manifestazione nazionale contro i CPR del 24 ottobre a Castel Volturno, durante il Marea Village. Nives Monda, attivista di BDS Napoli, durante il suo intervento al Marea Village. Greta Thunberg durante il suo intervento al Marea Village, nel Parco San Laise di Bagnoli. Cartelli di protesta tra il pubblico durante l’incontro al Marea Village di Bagnoli. Eddy Sorge durante il suo intervento contro l’America’s Cup a Bagnoli, al Marea Village. Un momento del dibattito al Marea Village, nel Parco San Laise di Bagnoli. Giulia, attivista del Centro Culturale Handala Ali di Napoli, durante il suo intervento al Marea Village. Opera di Trisha esposta durante il Marea Village, al Parco San Laise di Bagnoli. Una veduta della sala gremita durante il dibattito al Marea Village, nell’ex base NATO di Bagnoli.   Lucia Montanaro
October 11, 2026
Pressenza
Palestina: basta massacri e razzismo
Articoli di Sausan Khalil, Tareq S. Hajjaj, Enas Abu Ghayad, Operazione Colomba, Francesca Campanini, Adla Alnazer, Mariana Hristova, Mario Sommella, Luigi Daniele, Anna Maria Selini, Lavinia Marchetti ed altri. Con un link ad una nostra pagina: https://www.labottegadelbarbieri.org/cinema-28-30-settembre-naza-e-the-bibi-files/ Genocidio a Gaza 26 settembre Un palestinese è stato ucciso e altri sono rimasti feriti in un raid aereo israeliano che ha preso
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Da Oppenheimer a Ulisse: il diritto internazionale che non ha retto al peso della bomba
OTTANTUNO ANNI DOPO HIROSHIMA, TRA ARMI NUCLEARI, GAZA E CRISI DELLE NAZIONI UNITE, IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN INTERROGA LA CAPACITÀ DEL DIRITTO DI CONTENERE LA FORZA. Ottantuno anni dopo Hiroshima, il modo più utile di guardare ai due ultimi film di Christopher Nolan non è chiedersi se L’Odissea sia un buon prequel o un buon sequel di Oppenheimer. È chiedersi perché, messi uno accanto all’altro, restituiscano la stessa domanda irrisolta: cosa succede quando l’ingegno umano supera la capacità del diritto di contenerlo, e a chi tocca oggi quella domanda. Oppenheimer guarda il fungo atomico nel deserto del New Mexico e riconosce di essere diventato, con le parole della Bhagavad Gita, morte e distruttore di mondi. L’Ulisse di Nolan, tornato da una guerra vinta con l’inganno del cavallo, si scopre distruttore non di un nemico ma di una civiltà intera. Ma qui il film smette di essere una metafora universale sulla tecnica e diventa, come ha notato lo studioso di letteratura Riccardo Capoferro, qualcosa di molto più preciso. Non è un caso, ha scritto Capoferro, che i greci di questa Odissea parlino un inglese americano colloquiale, che restino tali anche quando interpretati da attori inglesi, che a dare corpo a un Ulisse malinconico e tormentato sia un divo diventato icona proprio interpretando un soldato americano. Sono soldati americani travestiti da greci, e la loro Troia bruciata è la messa in scena del tramonto violento di una potenza bellicista ed espansionista che, rompendo le regole fragili pensate per contenerla, scatena il caos che poi attribuisce a un nemico immaginario: «i popoli del mare siamo noi», per usare le parole con cui Capoferro riassume il cortocircuito del film. HIROSHIMA E IL RITARDO DEL DIRITTO Quando la bomba vera, non quella del film, esplode a Los Alamos nel luglio del 1945, non esiste ancora nessuna architettura di diritto internazionale pensata per un’arma capace di cancellare una città in un lampo. La Carta delle Nazioni Unite, firmata poche settimane prima a San Francisco, parla ancora il linguaggio della guerra convenzionale che l’umanità aveva appena finito di combattere, ed entrerà in vigore solo in autunno. È lo schema che si ripete ogni volta che una tecnica nuova supera la capacità delle istituzioni di anticiparla: lo vediamo oggi con l’intelligenza artificiale, dove la corsa del legislatore europeo a inseguire sistemi che cambiano più in fretta di qualunque regolamento resta, non a caso, la cifra dell’intero dibattito sull’AI Act. Con la bomba atomica, però, quello scarto ha avuto un peso diverso, perché la posta in gioco non era la regolazione di un mercato ma la sopravvivenza della specie, e perché quel ritardo, una volta colmato sulla carta con l’articolo 11 della Costituzione italiana e con la Carta delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto chiudersi per sempre. Il punto di questo articolo è che non si è mai davvero chiuso. DALL’IRAQ A GAZA C’è, nella lettura di Capoferro, un secondo livello che merita di essere sviluppato. L’Odisseo di Nolan, osserva ancora Capoferro, è un soldato stanco che non sa più leggere i contesti in cui si muove, incapace di distinguere tra il nemico reale e quello che la propria disgregazione interna gli fa vedere ovunque. È la stessa cecità, sostiene Capoferro, degli Stati Uniti in Iraq, dove sciogliere l’esercito di Saddam Hussein ha contribuito a far nascere l’Isis: la potenza che, credendo di eliminare una minaccia, ne genera una nuova, e attribuisce a un nemico esterno il caos che ha prodotto da sé. Non è un dettaglio da critica cinematografica. È la struttura stessa attraverso cui una potenza egemone racconta le conseguenze delle proprie scelte come se fossero fatalità esterne, sottraendole così a qualunque valutazione, anche giuridica. IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE Letta così, la domanda che il film pone non riguarda l’umanità in astratto. Riguarda un soggetto storico riconoscibile, e riguarda il diritto internazionale che quel soggetto ha contribuito a scrivere e che oggi, con la stessa mano, sta smontando. È il tema al centro di un libro uscito proprio in queste settimane, Il diritto del più forte, del giurista Luigi Daniele (Laterza, 2026), che ricostruisce come Stati Uniti e Israele abbiano condotto negli ultimi due anni quello che Daniele chiama, senza mezzi termini, «un nuovo paradigma di violenza destituente, sia armata sia politica» contro l’ordine giuridico internazionale e le Nazioni Unite. Non un’infrazione isolata alle regole, ma un attacco alla loro stessa esistenza come vincolo per chi ha la forza di ignorarle. Se un simile paradigma si è affermato tra il 2023 e il 2025, come sostiene Daniele, l’Occidente non è rimasto spettatore ma ha scelto un campo, ed è la stessa scelta di campo che rende oggi minacciate le strutture giuridiche fondamentali delle democrazie. QUANDO LE SENTENZE NON BASTANO Non è una tesi che nasce nel vuoto istituzionale. Nel 2024 il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio a Gaza, e la Corte ha adottato più volte misure cautelari, riconoscendo il rischio plausibile di violazioni irreparabili dei diritti tutelati dalla Convenzione, senza che questo abbia inciso sulla condotta delle parti coinvolte né sull’appoggio militare e diplomatico che gli Stati Uniti hanno continuato a garantire. Un provvedimento della più alta giurisdizione delle Nazioni Unite reso, di fatto, ininfluente da chi quella giurisdizione dovrebbe considerare vincolante. È precisamente lo scenario che rende concreta, e non solo teorica, la tesi di un diritto internazionale sistematicamente esautorato dalla propria funzione. Ed è lo stesso disallineamento, su scala diversa, che riguarda l’arma nucleare: già nel 1996 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla liceità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, aveva riconosciuto che un simile uso sarebbe generalmente contrario ai principi del diritto internazionale umanitario, senza poter escludere in modo assoluto casi estremi di legittima difesa; un’ambiguità che i nove Stati dotati di arsenali nucleari continuano a sfruttare, ventinove anni dopo, per considerarsi al di fuori di qualunque vincolo effettivo. L’ARTICOLO 11 E IL FUTURO DEL DIRITTO Questo cambia il senso da dare al ripudio della guerra scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Nato dieci mesi dopo Hiroshima e Nagasaki, in un’architettura internazionale che si stava ancora formando attorno alla neonata Carta delle Nazioni Unite, quel principio non è mai stato accompagnato dalla sottoscrizione italiana del Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari, aperto alla firma nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per decenni si è potuto leggere quell’assenza come inerzia, come un ritardo nel tradurre in adesione concreta un principio già scritto, in attesa che gli Stati dotati di arsenali nucleari trovassero la via per un disarmo negoziato. Oggi, alla luce di quello che Daniele documenta e che la vicenda della Corte dell’Aia conferma, l’assenza pesa diversamente: non manca solo la firma dell’Italia su un trattato, manca un fronte occidentale disposto a difendere l’architettura giuridica che quel trattato presuppone, nel momento stesso in cui i suoi alleati più stretti la stanno smantellando pezzo per pezzo, a partire da Gaza, dove il genocidio commesso con armi americane apre, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, la strada a nuove violenze. IL SEQUEL CHE NON VORREMMO VEDERE Ulisse, nel film di Nolan, riconosce di aver spezzato i legami fragili che tengono insieme gli uomini, e che bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero. È la stessa ammissione, spostata di ottant’anni, che il diritto internazionale sembra oggi incapace di pronunciare con altrettanta chiarezza, perché a doverla pronunciare sarebbero proprio i soggetti che quel diritto lo stanno svuotando dall’interno. Se davvero, come scriveva Pasquale Pugliese commentando lo stesso film, dobbiamo temere un sequel che non sarà cinematografico, la domanda non è più soltanto se il diritto arriverà in tempo, come non arrivò in tempo per Hiroshima. È se qualcuno, tra chi ha oggi il potere di applicarlo, abbia ancora una qualunque intenzione di lasciarlo arrivare, o se il compito di tenerlo in vita sia ormai affidato soltanto a chi lo invoca dal basso, senza il potere di farlo rispettare. Fonti * Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale, Laterza, 2026 — pagina ufficiale dell’editore. Il diritto del più forte – Laterza * Corte Internazionale di Giustizia, South Africa v. Israel, misure cautelari del 26 gennaio 2024 — fonte ufficiale della Corte. South Africa v. Israel – ICJ, provisional measures * Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 28 marzo 2024 — ulteriore provvedimento sulle misure cautelari. Order of 28 March 2024 – ICJ * Corte Internazionale di Giustizia, Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, parere consultivo dell’8 luglio 1996 — pagina ufficiale. Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons – ICJ * Riccardo Capoferro, post pubblico, 6 agosto 2026. Francesco Russo
August 7, 2026
Pressenza
Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino
Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore provocato della guerra, infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Dopo le due edizioni precedenti a Roma (qui il convegno del 2024 e qui quello del 2025), quella di quest’anno a Torino presso la sala del Gruppo Abele è stata di fatto l’edizione che ha riscosso più successo di pubblico tra le iniziative organizzate dall’Osservatorio con circa 400 partecipanti online e circa 200 in presenza. Si tratta di un successo che conferma la scelta di privilegiare una città che è diventata un interessante laboratorio politico, dopo i fenomeni di repressione del dissenso e di restrizione degli spazi di democrazia con lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Ma si tratta anche della conferma del fatto che molte persone si stanno accorgendo di ciò che l’Osservatorio denuncia da anni, e cioè che l’orizzonte della guerra, che ci stiamo lentamente abituando ad accettare, necessita di un universo simbolico, di una narrazione mediatica e di una struttura economica che vengono costruite nelle scuole e nelle università. Il convegno, aperto dal saluto di Lucia Bianco, responsabile del Gruppo Abele che ha ospitato l’evento, e da Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ha permesso che il Convegno valesse come aggiornamento per i/le docenti, è stato introdotto da Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, la quale ha spiegato le motivazioni che hanno condotto l’organizzazione a concentrarsi sul tema del Trauma della guerra in continuità con il il convegno dello scorso anno, di cui vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra. Il primo contributo del convegno è arrivato da Bruna Bianchi, docente di storia contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La professoressa ha dimostrato quali furono le risposte di coloro che, durante la Prima Guerra Mondiale, una volta ritrovatisi al fronte, presero coscienza del loro rifiuto alla guerra. Attraverso una elegante collezione di documentazioni manicomiali, fotografie e estratti di diari, l’intervento è andato via via riabilitando la figura del disertore. Un’interessante evoluzione, a livello collettivo, che partendo dalle psicosi e passando per forme di disobbedienza e diserzione individuale (e relativa repressione) arriva a una delle ultime foto, in cui una squadra intera (meno uno) di soldati sorride. Essi hanno disertato insieme e inviano la foto al loro (ex) comandante! (In fondo trovate le slide dell’intervento). Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della Seconda guerra mondiale e, in particolare, si è soffermato sulla dimensione internazionale della resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana. Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la strutturazione della resistenza armata. CARLO GREPPI: «IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ». A seguire Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano, attraverso ampi passi del suo lavoro scientifico pubblicato ne volume Il cronico trauma della guerra ha evidenziato con drammatica abbondanza di dati quantitativi le conseguenze di lungo periodo dei conflitti armati, soffermandosi sugli effetti di malnutrizione e carestia sui civili, in particolare sui bambini e le bambine, e mettendo in evidenza il tema della cronicizzazione dei danni dovuti a questi fenomeni. L’intervento ha permesso di aprire un’ importante riflessione sulla fame come arma di guerra, fenomeno che risulta di tragica attualità nella striscia di Gaza. (In fondo trovate le slide dell’intervento). Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e autore con Betta Tusset del volume Sotto il cielo di Gaza, portando sulle spalle una kefiah palestinese, ha costruito il suo intervento partendo da una foto (in basso) che aveva comprato anni fa nella libreria di Gerusalemme, già allora bersaglio di ripetuti attacchi israeliani. La foto ritraeva due bambine a scuola in un Campo di Rafah nel 1979, entrambe con una mano alzata a chiedere la parola, perché hanno qualcosa da dire. L’immagine evoca un diritto alla scuola brutalmente calpestato, da cui traspare la durezza di una realtà dove le scuole e le università vengono appositamente colpite e poi riempite di mine, in un atto ragionato e deliberato che porta don Nandino a parlare di scolasticidio. Anche don Nandino, come altre relatrici e relatori, mostra la volontà di rinascita e resistenza in questa realtà, infatti, tenendo una “mano alzata”, anche lui come le bambine, e leggendo qualche riga di Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila narra di un popolo che, nonostante tutto, continua a studiare e crescere. Dalle parole di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati, traspare come il genocidio nel territori occupati palestinesi segni la fine di tre secoli di pensiero politico. Oggi guerra, terrorismo di Stato e genocidio sono una cosa sola: sono la forma in cui gli Stati moderni occidentali perseguono i proprio interessi nazionali. Ma la “democrazia” esiste ancora e anzi si definisce proprio come antitetica a tutto questo, sia come fine sia come mezzo, in un finale di presentazione che ci anima e tanto ci ricorda Les Justes di Albert Camus. LUIGI DANIELE: «NON ESISTE UNA GUERRA PER DIFENDERE LA DEMOCRAZIA. GUERRA E DEMOCRAZIA SI COMBATTONO SEMPRE, TALVOLTA ALL’ULTIMO SANGUE. LA GUERRA È IL TERRENO PIÙ FERTILE DEI TOTALITARISMI». Partendo da alcune citazioni dei precedenti interventi, e chiudendo con La guerra che verrà (1939) di Bertold Brecht, Francesco Schettino, docente di economia politica, ha guardato al tema del trauma della guerra attraverso una lente economica, dal momento che sistema economico capitalistico trova sempre il modo di risolvere le proprie crisi attraverso la guerra. Schettino ha mostrato e motivato la presenza di una crisi globale attuale che altro non è che un tentativo statunitense di mantenere una supremazia economica già perduta all’inizio degli anni 2000 a favore della Cina, aggiungendo ancora un tassello alla pluralità di sguardi del convegno. ((In fondo trovate le slide dell’intervento). Infine, Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha illustrato i meccanismi attraverso i quali la leva sta tornando in diversi Paesi europei. Facendo riferimento ai concetti di difesa totale e di resilienza, ha sottolineato come la distinzione tra civile e militare sia superata all’interno di un processo d israelizzazione delle nostre società. L’obiezione di coscienza nelle sue forme storiche non è più dunque praticabile e occorre trasformarla in obiezione totale, così come occorre trasformare la resilienza in resistenza. Davanti ad uno scenario geopolitico decisamente cambiato rispetto al passato, dunque, in cui le vecchie categorie sono state sostituite da nuove e in cui l’ordine mondiale si regge su un sistema politico ed economico che fa affari con la guerra, occorre che la società civile si decida ad assumere prese di posizione più radicali per fermare il Trauma della guerra. E anche davanti alla necessità di difendere la Patria, quando la Patria è governata da chi si lancia nell’offesa della Patria degli altri, sarebbe il caso, come suggerisce in chiusura Michele Lucivero, docente e attivista tra i fondatori dell’Osservatorio, di ritornare a leggere le parole che don Lorenzo Milani indirizzava nel 1965 ai cappellani militari: Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Qui alcune immagini del Convegno Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi a Torino. In fuga dalla guerraDownload Il trauma della guerra_Torino 2026Download economia_guerra_torino SchettinoDownload UN SENTITO RINGRAZIAMENTO VA ALLE RELATRICI E AI RELATORI CHE HANNO ACCETTATO DI PARTECIPARE AL NOSTRO CONVEGNO NAZIONALE, MA ANCHE ALLE CIRCA 600 PERSONE CHE HANNO SEGUITO E APPREZZATO L’INIZIATIVA. IL VOSTRO SUPPORTO, ANCHE CON UNA PICCOLA DONAZIONE, È FONDAMENTALE PER CONTINUARE A LAVORARE NELLA DIREZIONE PACIFISTA E ANTIMILITARISTA. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente