Mangiare a Mayotte. Cibo, dipendenza e frontiere

Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, August 18, 2026

LUISA STAGI 1

Del periodo trascorso a Mayotte, tra le tante cose che mi hanno impressionata – e sarà forse perché tra i miei interessi di ricerca c’è l’alimentazione – ci sono la ristrettezza del repertorio culinario e i prezzi dei generi alimentari.

Nei ristoranti e lungo le strade, abbiamo ritrovato spesso gli stessi pochi piatti: varianti di spiedini di carne accompagnati da banane o manioca. È possibile che le cucine domestiche custodiscano molte più preparazioni di quelle che noi abbiamo incontrato, e sarebbe sbagliato trasformare un’osservazione parziale in un giudizio definitivo sulla cultura mahorese. Tuttavia, il contrasto con altre isole dell’Oceano Indiano è apparso piuttosto evidente.

A La Réunion la cucina creola racconta l’incontro, spesso violento e diseguale, tra mondi africani, malgasci, indiani ed europei. Anche in Madagascar ingredienti, tecniche e memorie di diversa provenienza sono stati incorporati e trasformati in un linguaggio culinario riconoscibile. Sono cucine nate dentro storie coloniali e rapporti di dominio, che mostrano tuttavia una capacità di assorbire ciò che arriva, modificarlo e infine dichiararlo proprio.

A Mayotte, almeno nello spazio pubblico che abbiamo attraversato, sembra talvolta prevalere un movimento diverso, quasi per sottrazione. Ciò che viene da fuori non sempre è accolto e trasformato. Forse è azzardato leggere una società attraverso i suoi piatti, ma l’immagine risulta difficile da ignorare quando si osservano insieme cibo e frontiere.

Un pollo congelato proveniente dalla Francia può percorrere migliaia di chilometri ed essere considerato indispensabile. Una persona partita da una distanza di poche decine di chilometri può invece essere rappresentata come un’intrusa, un peso per un’isola che ha «troppe poche risorse per poterle condividere anche con les Africains», come ci ha spiegato in un’intervista una delle rappresentanti del movimento delle donne mahoresi contro le migrazioni.

Attraverso la lente alimentare si possono allora osservare alcune delle contraddizioni più profonde di Mayotte: un territorio dell’Oceano Indiano, legato storicamente e culturalmente allo spazio comoriano e africano, ma fortemente dipendente dalla Francia per nutrirsi.

Il cibo si può acquistare nei piccoli mercatini situati nei principali nodi stradali, nei punti vendita della catena Douka Bé, carissima e diffusa capillarmente sul territorio, in qualche market Carrefour oppure al Baobab, il grande supermercato di Mamoudzou.

Dai miei appunti di campo: «La mattina andiamo a fare la spesa al supermercato Baobab. Ogni volta rimango sorpresa dai prezzi. È tutto caro per noi: più caro rispetto all’Italia e, a detta del collega spagnolo, anche della Spagna. Nel reparto dei surgelati compriamo pollo e maiale provenienti dalla Francia. Dietro alle casse campeggiano i nomi di noti marchi collegati alla grande distribuzione agroalimentare. Gli scaffali sono pieni: il problema non è tanto la presenza del cibo, quanto la possibilità di acquistarlo.»

A Mayotte una parte amplissima della popolazione vive in povertà. Quando il reddito è basso o discontinuo, il prezzo diventa uno dei principali criteri delle scelte alimentari. Si acquistano prodotti sazianti e conservabili: riso, pasta, manioca, carne congelata, bevande zuccherate, alimenti industriali.

Le ricerche sui territori d’oltremare mostrano come i nuclei più poveri siano spinti verso un’alimentazione importata a basso costo, un cibo processato spesso ricco di zuccheri, sale e grassi. Mangiare male, qui, può essere una forma concreta della disuguaglianza.

Il problema è aggravato dalla dipendenza dalle importazioni. Le economie d’oltremare sono state inserite in circuiti commerciali fortemente orientati verso l’Europa e soprattutto verso la Francia “metropolitana”.

La distanza produce costi e vulnerabilità, ma non è solo una questione geografica: è inscritta in infrastrutture, norme e modelli di consumo che rendono più semplice importare un prodotto finito che costruire una filiera locale.

Questa dipendenza mi è apparsa quasi caricaturale quando siamo andati al supermercato Baobab con alcune donne del campo rifugiati per acquistare gli ingredienti del pranzo che avevamo deciso di organizzare insieme: «Nel reparto delle spezie le osservo mentre prendono alcune confezioni, le rigirano tra le mani e cercano di capire che cosa contengano. Ho l’impressione, forse sbagliata, che facciano fatica a riconoscere ingredienti che dovrebbero essere familiari. Mi vengono in mente spezie partite dall’Africa o dall’Oceano Indiano, entrate nei circuiti europei della trasformazione e della distribuzione e ritornate infine a Mayotte dentro confezioni industriali che le rendono quasi estranee. È come se perfino ciò che è geograficamente vicino dovesse passare attraverso un centro lontano per acquistare legittimità commerciale e poter tornare sull’isola.»

La scena restituisce bene il significato della dipendenza alimentare. Il problema non è solo che Mayotte produca semplicemente troppo poco, ma che possieda un controllo limitato sui circuiti attraverso cui il cibo è prodotto, trasformato e reso disponibile. È qui che la sovranità alimentare diventa una questione centrale. 

Sovranità alimentare non significa immaginare un’autosufficienza totale, difficilmente realizzabile in un piccolo territorio insulare sottoposto a forte pressione demografica e climatica. Significa chiedersi chi decida che cosa produrre, quali colture sostenere, che cosa importare, quali risorse marine utilizzare e dove investire.

Le ricerche sulla resilienza alimentare insulare suggeriscono infatti una posizione intermedia tra autonomia assoluta e dipendenza dal libero scambio che prevederebbe di mantenere le importazioni necessarie, rafforzando allo stesso tempo produzione locale, filiere corte e alimenti legati alle pratiche del territorio.

I piccoli appezzamenti familiari e il jardin mahorais hanno a lungo prodotto manioca, banane, tuberi, frutta e ortaggi. Oggi l’espansione urbana riduce il terreno disponibile e i prodotti locali competono con merci industriali importate.

Il ciclone Chido ha reso evidente questa vulnerabilità, distruggendo coltivazioni e infrastrutture e mostrando quanto l’isola dipenda dal porto, dalle strade e dalla distribuzione esterna. Le difficoltà nel portare acqua, alimenti e medicinali fino agli insediamenti più isolati hanno reso concretamente visibile il peso della distanza nei momenti di crisi.

Anche la pesca presenta un paradosso simile.

Mayotte è circondata dal mare, ma una parte importante del pesce consumato è importata. La pesca locale resta prevalentemente artigianale, costiera e in larga misura informale. Le piccole imbarcazioni sono adatte soprattutto alla laguna, mentre le risorse della barriera corallina non possono sostenere un aumento indiscriminato delle catture.

Per sviluppare la pesca servirebbero imbarcazioni adeguate, punti di sbarco, ghiaccio, celle frigorifere, sistemi di trasformazione e una rete commerciale capace di far arrivare rapidamente il prodotto ai consumatori. Il pesce può essere nel mare e, nello stesso tempo, risultare economicamente lontanissimo.

Le importazioni possono così diventare un dispositivo di mantenimento della dipendenza: risolvono una carenza nell’immediato, ma rendono meno urgente investire nelle filiere locali. Lo stesso vale per compensazioni e aiuti alimentari, indispensabili nell’emergenza ma incapaci, da soli, di modificarne le cause.

Il rapporto con la Francia è quindi ambivalente. L’appartenenza alla Repubblica garantisce trasferimenti, protezione sociale e interventi d’emergenza, ma orienta norme, consumi e scambi verso l’“Hexagone”. Inoltre, standard elaborati per un’economia europea formalizzata possono essere difficili da sostenere per piccoli produttori e pescatori. La relazione centro-periferia resta così anche una relazione di potere.

A questa fragilità alimentare si aggiunge il grande problema dell’acqua. La scarsità idrica è una delle questioni più controverse a Mayotte e investe l’alimentazione sotto diversi profili. Innanzitutto, riguarda l’agricoltura: senza acqua non si può coltivare.

Ma incide anche direttamente sulle pratiche alimentari quotidiane. Se l’acqua deve essere acquistata, conservata o trasportata, cambia ciò che è possibile cucinare. Preparare riso, legumi o manioca richiede acqua che serve anche per lavare alimenti, mani e pentole. Dove c’è scarsità di acqua si privilegiano prodotti che necessitano di minore preparazione, mentre la precarietà igienica può aggravare la denutrizione infantile.

A Mayotte convivono denutrizione, carenze di micronutrienti, sovrappeso e obesità: il “triplo fardello della malnutrizione” che caratterizza molte economie insulari dipendenti da alimenti industriali importati. Si possono assumere molte calorie e, allo stesso tempo, essere malnutriti.

È qui che alimentazione e migrazioni si incontrano. La precarietà riguarda gran parte della popolazione mahorese, ma diventa più severa per chi vive senza un reddito stabile, un alloggio sicuro o documenti regolari. Per chi non può entrare nel mercato del lavoro formale, mangiare può dipendere da lavori giornalieri, piccoli commerci, aiuti associativi e reti familiari.

La scarsità produce allora una potente narrazione della concorrenza per cui acqua, case, scuole, ospedali e cibo sarebbero insufficienti perché troppe persone li reclamano. La crescita demografica esercita certamente una pressione sulle infrastrutture, ma non basta a spiegare carenze che dipendono anche da investimenti insufficienti, fragilità delle reti e dipendenza dalle importazioni.

La persona migrante diventa così il volto visibile di processi strutturali meno facili da rappresentare. È più immediato attribuire la scarsità d’acqua agli abitanti dei banga che interrogarsi sul perché non si investa in un sistema idrico efficiente; è più facile accusare chi arriva di consumare risorse che chiedersi perché un territorio insulare importi buona parte del proprio cibo e del proprio pesce.

C’è poi una contraddizione ancora più profonda. Mayotte è stata separata politicamente dal resto delle Comore, ma continua a essere parte dello stesso spazio storico, familiare e culturale. Le persone provenienti dalle isole vicine lavorano spesso nell’agricoltura, nei cantieri, nei servizi domestici e nei piccoli commerci.

Il loro lavoro contribuisce alla riproduzione materiale dell’isola, mentre la loro presenza è spesso raccontata e rappresentata come un peso. Il confine interrompe la mobilità delle persone molto più di quella delle merci.

Nel pranzo condiviso al campo queste grandi questioni tornano a ridursi alle dimensioni di una pentola: «Le donne che hanno fatto la spesa con noi, les cuisinières, cominciano a cucinare. I movimenti sono lenti, apparentemente senza regia. Una pulisce il pollo, un’altra lo taglia, qualcuna porta altre pentole. Due bracieri vengono alimentati con la carbonella comprata al supermercato e con canne recuperate nei dintorni. Poco a poco capisco che quella lentezza è un’organizzazione precisa. I fuochi devono essere sorvegliati, ventilati, alimentati; le pentole spostate, il cibo girato. Ci vorrà tutto il pomeriggio.»

La scena mostra insieme scarsità e competenza. Mancano una cucina attrezzata, fornelli sufficienti, acqua corrente, ma la precarietà è trasformata in cooperazione. Il sapere circola nei gesti: chi conosce il fuoco, chi i tempi della carne, chi sa quando intervenire e quando aspettare.

Il cibo diventa un’infrastruttura sociale, capace di produrre reciprocità laddove le infrastrutture materiali sono insufficienti. E forse proprio questa scena offre una possibilità diversa dalla chiusura. Il pollo importato e le spezie confezionate sono trasformati, mescolati e restituiti come qualcosa di comune.

In quel gesto c’è già un’altra idea di sovranità che non è l’illusione di non dipendere da nessuno, ma la capacità di appropriarsi di ciò che arriva, trasformarlo e farlo proprio.

La questione, allora, non è semplicemente come produrre più cibo, ma chi abbia il potere di decidere che cosa può entrare, che cosa può essere trasformato e che cosa deve invece rimanere fuori. È su questo terreno che sovranità alimentare, dipendenza economica e politica delle frontiere finiscono per sovrapporsi.

Garantire l’acqua, sostenere agricoltori e pescatori locali, ridurre la dipendenza dalle importazioni significa restituire al territorio una parte della capacità di scegliere il proprio futuro; ma significa anche riconoscere come risorsa, e non soltanto come presenza da contenere, i saperi, il lavoro e le pratiche portati da chi arriva dalle isole e dai paesi vicini.

Il confronto con le altre cucine dell’Oceano Indiano acquista allora un significato che va oltre il cibo. Accogliere non significa semplicemente aggiungere una ricetta a un repertorio, ma essere capaci di prendere ciò che arriva, trasformarlo e produrre qualcosa che prima non esisteva. È ciò che fanno le cucine vive che costruiscono attraverso gli incontri, gli scambi e le ibridazioni.

A Mayotte la frontiera sembra invece attraversare anche il piatto: rende familiare ciò che arriva da migliaia di chilometri e sospetto ciò che proviene dalle isole più vicine; facilita la circolazione delle merci e restringe quella delle persone; organizza la dipendenza dal lontano mentre tenta di recidere le relazioni con il vicino.

Forse è proprio questo il paradosso che il cibo rende più evidente. Un territorio può difendersi da ciò che viene da fuori fino al punto di impoverire le proprie possibilità di trasformazione. Può scegliere la dipendenza da un centro lontano pur di non riconoscere ciò che arriva dal vicino. Ma una società, come una cucina, vive anche di ciò che riesce a incorporare.

A forza di preferire il non avere all’accogliere, la frontiera rischia allora di non tenere fuori soltanto “gli altri”, rischia invece di restringere il repertorio del possibile, e con esso ciò che Mayotte potrebbe diventare.

  1. Luisa Stagi è professoressa associata di Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Genova, dove insegna Sociologia dell’immaginario e culture visuali e Cibo, cultura e comunicazione. Presso lo stesso ateneo è attualmente presidente del Comitato Pari Opportunità. È tra le fondatrici del Laboratorio di Sociologia Visuale di Genova ↩︎