Cittadinanza in uniforme: all’IIS Volta di Aversa (CE) l’Aeronautica è solo la punta dell’ice-berg
Dal 20 al 24 aprile e dal 4 al 8 maggio 2026 tre classi quinte dell’Istituto di
Istruzione Superiore “A. Volta” di Aversa (CE) hanno partecipato ad un percorso
di Formazione Scuola Lavoro/Orientamento in collaborazione con il 9° Stormo F.
Baracca dell’Aeronautica Militare Italiana, inquadrato dal 2006 nella 1° Brigata
aerea “operazioni speciali”, di stanza presso l’aeroporto Caserta-Grazzanise.
Fonte: wikipedia
La prima parte del percorso (aprile) è stata di tipo teorico e si è svolta
all’interno della scuola condotta dal personale militare. Gli argomenti sono
esplicitati nell’allegato A alla circolare del Dirigente scolastico e
comprendono «manutenzione aeronautica, aerotecnica, avionica, propulsione,
meteorologia aeronautica, sicurezza del volo e dei luoghi di lavoro.» Il
percorso del mese di maggio si è invece tenuto presso la sede del 9° Stormo, ma
i contenuti non sono esplicitati nella relativa circolare.
L’assenza non è un dettaglio tecnico. In un’alternanza scuola-lavoro, la parte
pratica è il cuore dell’esperienza formativa. Sapere cosa fanno concretamente
gli studenti dentro una base militare per 5 giorni è una questione di
trasparenza educativa elementare. Per quanto riguarda gli obiettivi pedagogici
l’accordo di rete cita lo sviluppo di competenze tecnico-professionali,
orientative e trasversali. Quali competenze trasversali (le così dette soft
skills) non è dato sapere.
Ma quanto sono presenti i militari in questo istituto?
Dando un’occhiata agli altri accordi di rete della scuola troviamo i «Percorsi
di legalità » descritti così nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF)
2025-2028 – il documento programmatico che definisce l’identità formativa della
scuola:
> «La scuola in rete con l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza, la
> Polizia di Stato, la polizia municipale, vigili del fuoco, ha programmato una
> nutrita serie di eventi culturali, manifestazioni, nonché concerti, allo scopo
> della conoscenza, della presa di coscienza e/o rafforzamento degli obiettivi
> di cittadinanza attiva e di convivenza democratica. Gli alunni e le alunne
> avranno modo di comprendere e fare propri i principi fondanti del rispetto del
> sé, dell’altro e delle regole.»
Il quadro si fa più chiaro: la presenza militare non si limita all’orientamento
professionale, ma entra nel cuore della formazione civica. Vale la pena fermarsi
sull’ultima parola: regole. Non si citano i diritti, la partecipazione, il
dissenso, il pensiero critico. La parola regole non è casuale, ma rivela
l’impostazione pedagogica sottostante: la cittadinanza come conformità
all’ordine esistente e non come capacità di interrogarlo, modificarlo,
contestarlo quando necessario.
Cosa significa davvero cittadinanza attiva?
> La cittadinanza attiva — nelle sue formulazioni teoriche più solide, da Dewey
> a Freire, da Nussbaum a Bourdieu — non è la conoscenza delle istituzioni né il
> rispetto delle norme. È la capacità di agire come soggetto politico:
> partecipare, deliberare, dissentire, costruire dal basso spazi di vita comune.
Include, necessariamente, la possibilità di contestare le istituzioni quando
queste si rivelano ingiuste o inadeguate. Include il conflitto come risorsa
democratica, non come patologia sociale da reprimere. Include la disobbedienza
civile, che ha una storia teorica e pratica riconosciuta in ogni democrazia
matura.
La convivenza democratica, analogamente, non è la coesistenza pacifica sotto la
tutela dell’autorità. È la capacità di gestire il pluralismo, il disaccordo, la
differenza — senza affidarsi al monopolio della forza per tenerli sotto
controllo.
Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza non sono soggetti democratici nel loro
funzionamento interno, ma sono organizzazioni gerarchiche, basate
sull’obbedienza verticale, sulla disciplina, sull’esecuzione degli ordini.
Svolgono funzioni legittime e necessarie in uno Stato di diritto, tuttavia il
modello di convivenza che incarnano strutturalmente è quello dell’ordine
garantito dall’autorità, non della partecipazione costruita dal basso.
Quando sono loro a spiegare “come si vive insieme”, il messaggio implicito —
indipendentemente dalla buona fede dei singoli operatori — è preciso: la
convivenza è una questione di rispetto delle regole; lo Stato si presenta con la
divisa; il cittadino è un soggetto da educare alla compliance.
È l’opposto di ciò che la pedagogia critica ha elaborato in decenni di
riflessione. È, per usare la categoria di Paulo Freire, un’educazione “bancaria”
applicata alla democrazia: si depositano nei ragazzi i valori dell’ordine, senza
mai attivare la loro capacità di pensiero autonomo e azione collettiva.
Il caso del Volta di Aversa non è isolato. Rientra infatti in una tendenza
documentabile a livello nazionale che come Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università portiamo alla conoscenza di
tutti: la progressiva occupazione degli spazi formativi da parte di soggetti
militari e paramilitari, che si propongono come agenti educativi su temi —
legalità, cittadinanza, convivenza, orientamento professionale — che
richiederebbero invece competenze pedagogiche, autonomia critica, pluralismo di
voci.
Questa tendenza non passa da imposizioni esplicite. Passa da convenzioni, reti,
PCTO, protocolli d’intesa, passa dal linguaggio rassicurante della legalità e
dei valori condivisi. Passa, come in questo caso, dalla sostituzione silenziosa
di una parola con un’altra: diritti con regole.
È quella sostituzione che vale la pena insegnare ai ragazzi a riconoscere. Ma
non sarà un carabiniere a fargliela notare. Purtroppo nel PTOF dell’Istituto
Volta l’educazione alla cittadinanza attiva e alla convivenza democratica appare
affidato solo alle divise.
Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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