Kids Act: cosa prevede la legge UE che vuole vietare i social ai minori di 13 anni
Finora i limiti di età previsti dai social network sono rimasti quasi sempre
sulla carta: per aggirarli bastava inserire una falsa data di nascita. Ora,
l’Unione Europea vuole trasformare quel confine formale in un divieto effettivo.
Il 17 settembre la Commissione ha presentato il Kids Act, la proposta di
regolamento che vieta gli account social sotto i 13 anni, ammette tra i 13 e i
15 soltanto profili controllati dai genitori e fissa a 15 anni la soglia per
iscriversi autonomamente. Il provvedimento interviene anche su piattaforme
video, videogiochi, app store e chatbot, introducendo un principio destinato a
pesare sulle Big Tech: saranno le aziende a dover dimostrare che i propri
servizi sono sicuri fin dalla progettazione, non le famiglie e i minori a
provarne la pericolosità.
Il nome completo è EU Keeping Internet Digital Spaces Accountable and
Trustworthy. Non è ancora una legge in vigore, ma una proposta della Commissione
che dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Sotto i tre
anni verrebbe escluso anche l’accesso alle piattaforme video, dai tre ai tredici
niente profili social: sarebbero ammessi soltanto servizi video per bambini,
tramite l’account del genitore, senza feed personalizzati e per non più di
un’ora al giorno. A 13 e 14 anni arriverebbero i “mini account”, sorvegliati dai
genitori, con contatti approvati e un limite quotidiano di un’ora. Dai 15 anni,
si potrebbe creare un account indipendente, con tutele specifiche fino ai 18.
Secondo un’indagine Eurobarometro, gli adolescenti europei dichiarano di
trascorrere davanti agli schermi in media 4,5 ore nei giorni di scuola e 6,1 nel
fine settimana. Il 38% riferisce difficoltà ad addormentarsi a causa dei social
e il 33% dichiara di sentirsi spesso stressato o ansioso. Il tentativo è,
dunque, quello di sostituire le diverse norme nazionali con un’unica soglia
valida nei Ventisette.
Il punto più incisivo non è però il divieto anagrafico, ma l’attacco ai
meccanismi con cui le piattaforme trattengono i minori. Verrebbero proibiti lo
scorrimento infinito e la riproduzione automatica senza pause, le notifiche
progettate per richiamare il minore senza essere collegate a una sua azione e
quelle inviate durante le ore di sonno, le ricompense per la pubblicazione di
contenuti o le dirette rivolte a un pubblico indeterminato e le “streak”, che
penalizzano chi non ritorna ogni giorno. Gli algoritmi dovrebbero privilegiare
le scelte esplicite del minore: la personalizzazione basata sul tracciamento
sarebbe disattivata per impostazione predefinita, non potrebbero essere
impiegati dati raccolti fuori dal servizio e dovrebbe essere sempre disponibile
almeno un feed privo di profilazione, evitando percorsi capaci di condurlo verso
contenuti sempre più dannosi. I profili sarebbero privati per impostazione
predefinita, con geolocalizzazione, microfono e fotocamera spenti. Gli
sconosciuti non potrebbero contattare un minore senza approvazione preventiva;
sarebbero bloccati il download e gli screenshot dei suoi contenuti, mentre la
possibilità di trasmettere in diretta sarebbe disattivata per impostazione
predefinita. Gli acquisti dovrebbero indicare il valore in denaro reale, mentre
gli app store avrebbero l’obbligo di classificare le applicazioni per età e di
impedire ai minori di scaricare o acquistare quelle non adatte. La proposta
investe anche gli “AI companion” e i chatbot, che non potrebbero impiegare
sistemi capaci di simulare relazioni umane in modo tale da favorire una
dipendenza emotiva. La memoria delle conversazioni resterebbe disattivata per
impostazione predefinita, salvo quando necessaria alla sicurezza del minore, e i
sistemi dovrebbero essere testati prima del lancio e monitorati successivamente.
Se integrati in un social o in un videogioco, non potrebbero attivarsi da soli
né essere messi in evidenza nell’interfaccia e dovrebbero poter essere
disabilitati facilmente.
Rimane il nodo decisivo: come verificare l’età senza trasformare la tutela dei
bambini in un sistema di identificazione generalizzata? La Commissione prevede
strumenti certificati e indipendenti dalle piattaforme, tra cui un’app europea
gratuita e, in futuro, il portafoglio europeo di identità digitale. Con la
tecnologia zero-knowledge proof, i social riceverebbero soltanto un sì o un no
sul superamento della soglia, senza poter identificare o tracciare l’utente.
Entro sei mesi dall’applicazione delle nuove regole, gli account sotto i 15 anni
o di età incerta andrebbero disattivati. Le piattaforme con almeno 45 milioni di
utenti mensili nell’UE dovrebbero presentare un piano di conformità verificato,
a proprie spese, da revisori indipendenti e rischierebbero sanzioni fino al 6%
del fatturato mondiale. Se approvato, il regolamento si applicherebbe sei mesi
dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Il Kids Act sposta così
il bersaglio dai ragazzi agli algoritmi e al modello economico che monetizza la
loro attenzione. Resta, però, da capire se saprà piegare davvero le Big Tech,
senza trasformare la verifica dell’età nel cavallo di Troia per rendere
identificabile ogni cittadino online.
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