Scandalo sulla ricostruzione nelle Marche: l’infiltrazione mafiosa nei subappalti
L’enorme scandalo sulla ricostruzione post-sisma nelle Marche, che ha portato a
otto misure cautelari in carcere e a sequestri per oltre 57 milioni di euro, non
sembra trovare adeguata collocazione nelle colonne delle principali testate
italiane. Eppure, giorno dopo giorno, emergono dalle carte dei magistrati
importanti dettagli sul “sistema” oggetto dell’inchiesta, che ruota attorno a un
articolato sistema di società, prestanome e subappalti e che avrebbe consentito
a imprese riconducibili ad ambienti della camorra e della ’ndrangheta di
lavorare nei cantieri della ricostruzione marchigiana dopo il terremoto del
2016. Tra società che si avvicendano, operai trasferiti da un’impresa all’altra
e cantieri che proseguivano i lavori anche quando scattavano le interdittive
antimafia, le carte fotografano un oliato meccanismo in cui a vincere sarebbero
stati rapporti di forza, logiche monopolistiche e meccanismi corruttivi.
IL RUOLO DEI SUBAPPALTI
Gli atti d’indagine raccontano come la figura centrale in questa vicenda sia
quella di Enrico Crucianelli, titolare della Rest Edile di Tolentino e
presidente autosospeso dell’Ance di Macerata. L’impresa ha acquisito negli anni
quasi 800 cantieri, soprattutto nell’ambito della ricostruzione privata: circa
la metà risulterebbe ancora aperta. Per la Guardia di Finanza, l’imprenditore
disponeva di una forza lavoro insufficiente rispetto alle commesse e avrebbe
fatto ricorso sistematico a subappalti, affidando parte dei lavori anche a
società riconducibili a soggetti con cause ostative o ritenuti vicini alla
criminalità organizzata.
Il subappalto, di per sé legittimo, è lo specifico contratto con cui l’impresa
incaricata di un’opera ne affida una parte a un’altra. In questo caso, secondo
la Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona, il meccanismo avrebbe permesso di
portare nei cantieri soggetti che, per i loro legami opachi o per la situazione
delle proprie aziende, avrebbero incontrato ostacoli a operare direttamente. Il
rapporto sarebbe stato vantaggioso per entrambe le parti: la Rest Edile avrebbe
ottenuto manodopera per sostenere le commesse, mentre le imprese subappaltatrici
avrebbero avuto accesso alle risorse pubbliche della ricostruzione. Un elemento
centrale concerne il costo del lavoro, con la disponibilità di manodopera a
prezzi contenuti che avrebbe rafforzato la competitività dell’impresa. Secondo
la Guardia di Finanza, agli interessi dell’appaltatore ad acquisire commesse e
liquidità corrispondeva la capacità delle aziende subappaltatrici di fornire
operai.
Un filone dell’indagine riguarda poi Vincenzo Chiappalone, imprenditore ritenuto
dagli investigatori vicino ad ambienti della ’ndrangheta. La Finanza ipotizza
infatti che sue società abbiano fornito manodopera e alimentato un circuito di
fatture false per circa otto milioni di euro, con somme successivamente
restituite in contanti e in parte destinate a esponenti di cosche calabresi. Tra
le contestazioni figura anche la somministrazione illecita di manodopera: una
delle società, formalmente subappaltatrice, si sarebbe limitata a fornire
lavoratori alla Rest Edile con retribuzioni inferiori a quelle stabilite dai
contratti nazionali per l’edilizia.
SOCIETÀ E CONTROLLI ANTIMAFIA
Un altro pezzo dell’inchiesta investe società che sarebbero state riconducibili
ai fratelli Giuseppe e Raffaele Diana, ritenuti contigui al clan dei Casalesi.
Il 29 novembre 2024 la prefettura di Milano comunicava a Mira Costruzioni i
motivi ostativi al rinnovo dell’iscrizione nella white list, ovvero la lista
delle imprese per le quali le verifiche antimafia hanno avuto esito favorevole.
Pochi giorni dopo veniva costituita Prospera Costruzioni, che secondo gli
inquirenti sarebbe stata gestita dagli stessi soggetti. Nel febbraio 2025 la
nuova società iniziava a fatturare alla Rest Edile; a fine mese arrivava
l’interdittiva contro Mira. Anche la manodopera sarebbe stata coinvolta: 64
lavoratori sarebbero passati da Mira a Prospera e, successivamente, 55 da
Prospera a Omega, Adriatica e Gisa. Omega aveva iniziato a fatturare alla Rest
Edile già il 20 ottobre 2025, prima del preavviso di cancellazione dall’Anagrafe
antimafia ricevuto da Prospera il 17 marzo 2026. Il 9 aprile successivo veniva
adottata l’interdittiva contro Prospera.
Per lavorare nella ricostruzione finanziata con fondi pubblici, le imprese
devono essere iscritte all’Anagrafe antimafia degli esecutori. Il sistema di
verifiche ha previsto una fase iniziale che, in assenza di elementi
immediatamente ostativi, può portare a una liberatoria provvisoria, mentre gli
accertamenti proseguono. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’utilizzo
di prestanome e l’avvicendarsi delle società avrebbero però consentito di
aggirare i presìdi antimafia. Il commissario alla ricostruzione Guido Castelli
ha difeso l’azione di prevenzione: tre imprese coinvolte nell’indagine erano già
state colpite da interdittive, ha spiegato, richiamando oltre cento
provvedimenti antimafia adottati in tre anni. Per Castelli questi numeri
dimostrano l’attivazione dei controlli; il punto posto dall’inchiesta è capire
se siano stati sufficientemente efficaci da impedire il passaggio di lavoratori
e commesse ad altre società.
GLI ALLARMI DEI SINDACATI
Interrogativi e le preoccupazioni sul sistema alla base del lavoro nei cantieri
erano già emersi nell’estate del 2023, quando Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea
Cgil di Macerata avevano segnalato un consistente scarto tra i dati sulla
ricostruzione e la massa salariale dichiarata alla Cassa edile. Le sigle
sindacali avevano denunciato la presenza nei cantieri di «lavoratori non
correttamente inquadrati nel contratto nazionale» e forti ritardi nell’impiego
del badge per registrare gli accessi e del settimanale di cantiere. Si trattava
di rilievi generali sul settore e non una denuncia specifica delle società ora
coinvolte nell’inchiesta, ma che già dimostravano l’esistenza di un vistoso
circolo vizioso.
Nel 2025 la Feneal Uil era tornata a segnalare lavoro irregolare e carenze nei
controlli, chiedendo maggiori verifiche e tutele. La questione oggi riguarda
anche il futuro delle persone e delle aziende della filiera. Cgil, Cisl e Uil
hanno chiesto negli scorsi giorni al prefetto di Macerata una mappatura dei
cantieri, il monitoraggio dei pagamenti e un tavolo di crisi. L’obiettivo è
quello di tutelare stipendi, imprese e famiglie ancora in attesa di tornare
nelle proprie case.
IL FILONE DELLA CORRUZIONE
L’inchiesta in corso non si ferma al tema delle presunte infiltrazioni mafiose,
ma pone la sua lente anche su un possibile sistema di corruzione che avrebbe
orientato appalti e finanziamenti pubblici. Al centro di tale filone c’è Fabio
Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente delle Marche Francesco
Acquaroli. Secondo gli inquirenti, insieme agli imprenditori Antonio Cervigni e
Antonio Ezechielli, Pistarelli avrebbe infatti sfruttato i propri rapporti
istituzionali per favorire determinate operazioni, ricevendo circa 105mila euro
tra contanti e lavori di ristrutturazione. Tra le vicende in esame c’è quella
dell’ex convento delle Monachette di Macerata, acquistato dall’ente regionale
per il diritto allo studio per trasformarlo in uno studentato. L’appalto per i
lavori, di circa sei milioni di euro, è stato assegnato a un raggruppamento di
imprese di cui faceva parte la Rest Edile di Crucianelli. Secondo l’accusa, per
favorire l’aggiudicazione l’imprenditore avrebbe promesso il pagamento di
120mila euro (il 2% del valore dei lavori). Pistarelli si è detto estraneo alle
accuse, avvalendosi della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di
garanzia.
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