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LAVORO: ANCORA UN OPERAIO MORTO NEL BRESCIANO, QUESTA VOLTA ALLE ACCIAIERIE VENETE DI SAREZZO
Aveva 47 anni l’operaio deceduto dopo essere rimasto schiacciato in un cestello elevatore in un omicidio sul lavoro avvenuto questa mattina alle Acciaierie Venete di Sarezzo, in provincia di Brescia. L’uomo, dipendente di una ditta esterna, era impegnato in interventi nello stabilimento siderurgico quando, secondo una prima ricostruzione, il cestello su cui stava lavorando sarebbe stato urtato da un mezzo pesante. L’impatto lo avrebbe schiacciato contro la struttura del cestello. L’azienda, in concertazione con i sindacati, ha fermato completamente le attività per tutta la giornata di oggi. Il collegamento con Maurizo Oreggia, segretario generale Fiom Cgil Brescia, che si è recato alle Acciaierie Venete di Sarezzo appena appreso dell’accaduto. Ascolta o scarica
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Oltre 25.000 tarantini in corteo dicono No alla produzione inquinante di acciaio
Abbiamo pianto. Abbiamo pianto tutti, probabilmente in momenti diversi, durante i tre chilometri di corteo che separano Piazzale Democrate da Piazza Maria Immacolata. Lacrime di commozione, talune di gioia, altre di dolore. Sabato 17 ottobre Taranto era in strada, dietro uno striscione che dice tanto della nostra lotta: “Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto!” Tra le altre cose tolte, la visibilità: nel silenzio dei media nazionali (tranne due eccezioni), abbiamo gridato, una volta ancora, il nostro desiderio di voltare pagina rispetto a quel catorcio inquinante che continuano a chiamare fabbrica, con una spropositata dose di spudoratezza. Non sappiamo cosa ci sia dietro l’accanimento terapeutico a tenere in vita un siderurgico cerebralmente morto già alcuni anni fa, che ha generato dolore, malattie e morti: dati sconvolgenti se messi a confronto con l’incidenza di tutte le patologie da fonti inquinanti della regione. Quello che sappiamo è che a Genova non andò così nel 2005 e le “mamme di Cornigliano” trovarono il sostegno dei sindacati e delle istituzioni locali per far chiudere l’area a caldo che fu spostata a Taranto, raddoppiando inquinamento e capacità produttiva del polo siderurgico jonico. Sui sindacati confederali (+Usb) tarantini ci sarà modo e tempo di commissionare uno studio socio-antropologico approfondito che aiuterà a comprenderne obiettivi e valori di base, se la vita dei propri iscritti non vale il lavoro che difendono, ma la manifestazione di sabato è stata un momento di luce. Abbiamo l’obbligo di portare la lente sulla pacifica, coreografica, gioiosa onda del futuro che ha sommerso e continuerà a sommergere il buio che pure ha provato ad avvolgerci, per qualche periodo. La pressione della società civile, che prima d’ora aveva raggiunto punte altissime nel 2012, qui in Puglia non era riuscita a far chiudere i cancelli del “mostro”, come usiamo chiamare uno dei più grandi sterminatori di esseri viventi costruito da mano umana. Tra le 25 e le 30mila persone hanno camminato lente ed è stato bello rivedere volti cari con accanto figlie e figli adolescenti che il 15 dicembre del 2012 avevamo nei passeggini o tenuti stretti per mano; ragazze e ragazzi con il volto colorato con le tinte dell’arcobaleno o d’azzurro, com’è il nostro cielo anche ora che il catorcio è semispento. Alcune ragazze hanno scritto con il rossetto su una guancia ‘Ilva is’ e sull’altra ‘a KILLER’: uno dei due slogan più urlati dalla fiumana umana, che prima ancora che partisse il corteo aveva dovuto riversarsi sul “ponte di pietra”, uno dei due passaggi per la città vecchia di Taranto, che vive su un’isola. La città continuava a scendere in strada e Piazzale Democrate non bastava più: occorreva occupare la prima parte del percorso della manifestazione. Decine di croci bianche erano visibili da lontano, perché erano sul punto più alto del ponte: avevano nomi al posto di INRI e foto di bambini al posto del Cristo. Tutti bambine e bambini morti: i morti nostri! I loro nomi, quelli di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto – come recita un’iscrizione su marmo sotto la finestra di Peppino Corisi, morto di cancro ai Tamburi – sono stati abbondantemente ricordati durante il corteo. Il furgoncino apripista, su cui erano posizionate due grosse casse acustiche, era appena sceso dal ponte di pietra sulle note di “Live is life” svoltando a destra per il litorale alto dell’isola – che a Taranto chiamiamo “la ringhiera” – quando ha dovuto silenziare la musica: dal corteo si è alzato impetuoso l’inno di lotta di questi quattordici anni, “Taranto libera.” Braccia al cielo e cuori palpitanti: ognuno ha trovato vicino un compagno di lotta da abbracciare, sussurrando nell’orecchio “Ci siamo! È arrivato il nostro momento”. I ragazzi hanno pianto di gioia, perché a loro tocca salire sull’altare senza i tormenti e le ferite delle battaglie perse; le mamme con le croci in mano hanno pianto il destino infame, perché a loro hanno squartato il cuore in due; tutti gli altri hanno pianto di commozione per tutte le pietre su cui abbiamo inciampato, perché la strada è stata lunga e vigliacca. Tanti anziani erano alle finestre, agitavano fazzoletti bianchi, salutavano o mandavano baci ai nipoti in corteo. Un uomo sugli ottanta ha urlato: “Siamo vecchi, ma camminiamo sulle vostre gambe: portateci lontano!” Dalla marea di umanità si è staccata una ragazza che gli ha fatto un inchino e poi con un megafono in miniatura, tirato fuori chissà da dove, gli ha risposto: “Se siamo qui è perché ci avete insegnato come si combatte per il bene di tutti: grazie, nonno di tutti noi!” La città vecchia era oramai alle spalle e con lei il ponte girevole, buono per farci gonfiare il petto: i droni dei cineoperatori hanno ripreso per più di venti minuti il serpentone umano che entrava nel Borgo di Taranto. Il furgoncino capofila sparava con tutti i decibel concessi dalle casse “La mia terra” di Antonio Diodato, che era tra i manifestanti e si destreggiava tra un’intervista e l’altra. Si è cantato con una sola voce: “Per questa terra faremo la guerra e questa terra non avrà più pace se non nella guerra (…) Non si è mai spezzato questo sogno fatato che ci tiene legati con tutto l’amore alla terra che non abbiamo difeso e ora è un campo minato su cui crescono fiori bellissimi”. A poche ore dal pronunciamento finale della Corte di Cassazione sulla chiusura definitiva dell’area a caldo dell’ex-Ilva, quello che un’intera città ha voluto raccontare è che il futuro, dopo essere stata zona di sacrificio – come la definì David Boyd, relatore delle Nazioni Unite – non può essere deciso sui tavoli della politica, che già farnetica di navi rigassificatrici, dri, aree a caldo 2.0, ma va deciso dal basso, nelle strade della città, nei comitati, nelle piazze partecipate. E quindi stavolta il futuro lo decidiamo noi!   Mimmo Laghezza
October 20, 2026
Pressenza
MORTI SUL LAVORO, “UNA GUERRA NON DICHIARATA DELL’ORGANIZZAZIONE CAPITALISTICA DEL LAVORO”
Continua anche oggi, mercoledì 2 settembre, la strage quotidiana causata dal lavoro e dallo sfruttamento capitalistico. Tra le vittime anche chi, per questioni anagrafiche, dovrebbe potersi dedicare ad altro. È il caso dell’operaio di 79 anni morto in queste ore dopo che lo scorso 19 agosto era caduto da un ponteggio a Porto Cesareo, in provincia di Lecce. Sempre oggi un operaio di 30 anni è morto in un’azienda agricola a Ciminna, provincia di Palermo. Il lavoratore, Camara Dramane, originario del Gambia, era a bordo di un mezzo che si è ribaltato provocandogli una ferita al collo che non gli ha lasciato scampo. In Emilia, invece, un giardiniere di 75 anni è rimasto ferito a Medicina, provincia di Bologna, colpito dal coperchio di un escavatore mentre effettuava delle potature. È ricorverato in condizioni gravi. Infine tre lavoratori feriti, ieri sera, in un incidente avvenuto all’interno di uno stabilimento di A2a a Crotone. Si tratta di un dipendente diretto di A2a e due operatori di una società esterna che erano impegnati in attività di manutenzione ordinaria dell’impianto. Il commento di Vito Totire, medico del lavoro e portavoce della rete nazionale “Lavoro sicuro”, che hai nostri microfoni ha parlato di “una guerra non dichiarata e unilaterale di un’organizzazione capitalistica del lavoro che mira esclusivamente al profitto a tutti i costi. Se ne esce non solamente con la cultura della prevenzione”. È necessario aumentare le capacità d’intervento degli enti ispettivi ma spetta anche ai lavoratori “mettere in campo le proprie capacità di auto difesa”. Ascolta o scarica
September 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Il ricordificio sui morti di lavoro
Ci deve essere un ufficio apposito, da qualche parte, che si occupa di ricordare alle nostre “autorità” le date, gli anniversari che devono essere assolutamente ricordati. Tra queste spiccano le stragi di lavoratori, oggi Brandizzo, ieri Firenze, l’altro ieri Luana e via andando. Brevi spezzoni televisivi ricordano quelle giornate, chi […] L'articolo Il ricordificio sui morti di lavoro su Contropiano.
August 31, 2026
Contropiano
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sulle morti sospette di persone bisognose di cura e ascolto
PUBBLICHIAMO UN IMPORTANTE ARTICOLO DEL COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD DI PISA RELATIVAMENTE ALLE CIRCOSTANZE CHE HANNO CAUSATO LA MORTE DI FAKIR, TITOLARE DI UNA DITTA DI TRASPORTI E FACCHINAGGIO, A BOLOGNA NEL LUGLIO SCORSO. NE CONDIVIDIAMO L’IMPIANTO E L’ANALISI CHE PORTA INEVITABILMENTE IL DISCORSO SULLA PROGRESSIVA MILITARIZZAZIONE DI OGNI ARTICOLAZIONE DELLA SOCIETÀ ITALIANA IN UN’OTTICA REPRESSIVA SEMPRE PIÙ PRONUNCIATA. LA LETTURA DI OGNI FENOMENO SOCIALE, COMPRESE QUELLE SITUAZIONI IN CUI SI ESPRIMONO PARTICOLARI SOFFERENZE E BISOGNI, IN CHIAVE ESCLUSIVAMENTE SECURITARIA DIMOSTRA LA COMPLETA INCAPACITÀ E LA PATENTE INADEGUATEZZA DI APPARATI ISTITUZIONALI EVIDENTEMENTE CONVINTI CHE L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE SIANO MANETTE E MANGANELLI. COME IL COLLETTIVO, SIAMO ANCHE NOI CONVINT3 CHE «UN VERO CAMBIAMENTO NON PUÒ PASSARE CHE DALLA CONSAPEVOLEZZA DIFFUSA DELLA NECESSITÀ DI UN RITORNO ALLA DISPONIBILITÀ ALLA CURA, QUELLA VERA, FATTA DI ASCOLTO, CAPACITÀ DI RELAZIONE, VICINANZA». NO, DECISAMENTE QUESTA NON PUÒ ESSERE LA NUOVA NORMALITÀ. COMUNICATO STAMPA È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo. Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola. La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più. Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto. Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì. Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir. Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento. Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa. Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023. E chissà quante altri. Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce. Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere. Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone. Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio. La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia. Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care. Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme. Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami. Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità. Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud via San Lorenzo 38, 56100 Pisa antipsichiatriapisa@inventati.org www.artaudpisa.noblogs.org 3357002669  -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Israele cancella le prove del genocidio a Gaza
Le forze israeliane, insieme ad appaltatori civili israeliani, stanno conducendo un’operazione su vasta scala e organizzata per smaltire e rimuovere le macerie dai quartieri e dalle strutture che hanno distrutto nella Striscia di Gaza e trasferirle dalle aree sotto il loro controllo militare al di fuori della Striscia. Questo avviene […] L'articolo Israele cancella le prove del genocidio a Gaza su Contropiano.
August 7, 2026
Contropiano
Insensibili al crescente numero di morti a Gaza
Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente. Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia […] L'articolo Insensibili al crescente numero di morti a Gaza su Contropiano.
August 5, 2026
Contropiano
Basta morti nelle campagne per il caldo e la fatica
19 anni, rumeno, morto in un campo di pomodori nel cremonese, morto di caldo, di fatica, di sfruttamento, in una bollente domenica d’agosto. Ma in campagna si lavora di domenica? Certo, si lavora tutti i giorni, sabati, domeniche e festivi compresi, piegati in due sotto il solleone, per 10 – 12 ore, con paghe da fame. Certo, i banchi dei supermercati non possono attendere, c’è bisogno di quei frutti che poi finiscono sulle nostre tavole a prezzi stracciati. Certo, c’è l’ordinanza della Regione Lombardia che vieta il lavoro dalle 12.30 alle 16.00, ma chi se ne frega, tanto i controlli non ci sono, quei controlli che dovrebbero garantire condizioni di lavoro decenti e salari contrattuali. E il padrone che faceva lavorare quei migranti in quelle condizioni chi è, dove sta? Silenzio tombale, come sempre. Anche da noi la situazione è in via di peggioramento. Si, i salari sono aumentati un po’, adesso si aggirano sui 5 – 6 euro (!), neanche la metà della paga contrattuale, poche ore in busta paga, quando c’è, condizioni di lavoro spaventose. E il controlli ispettivi? Semplicemente inesistenti. Qui c’è un sistema che va smantellato, fatto d’irregolarità, di nero, di grigio; dappertutto si lavora così, non è questione di qualche “mela marcia”. I braccianti sono quei lavoratori collocati nell’ultimo gradino della scala sociale, in una filiera agroalimentare infiltrata da sempre dalle mafie, che gode di robuste coperture istituzionali. Ne sappiamo qualcosa noi in Valle Scrivia. La legge 199/2016 è totalmente inapplicata, si scarica sul caporalato, ma il caporalato è solo parte del problema, sono gli “scafisti” delle campagne; i padroni sono i veri responsabili insieme alla grande distribuzione. Nelle ultime settimane, già cinque lavoratori agricoli hanno perso la vita nelle campagne per il caldo e la fatica, denuncia la Flai – Cgil. Noi restiamo convinti che, come per gli altri “martiri” delle nostre campagne, per lo più sconosciuti, il sipario si chiuderà nei giorni a venire nel silenzio dei media. Fino ai prossimi morti. Contro questo sistema di moderno sfruttamento, non bastono le carovane solidali, le bottigliette d’acqua, i cappellini e le borse termiche; ci vuole ben altro.  Serve organizzare la lotta, quella lotta che rivendica e afferma, che rende protagonisti del proprio cambiamento. Salari, condizioni di lavoro, salute, case, lotta al caporalato è il nuovo fronte. Così si rende giustizia ai martiri delle nostre campagne. SCHIAVI MAI! In attesa di conoscere il nome della vittima di questa modernità dello sfruttamento capitalista, ci uniamo al cordoglio della famiglia. Che la terra ti sia lieve, fratello. Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza
Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump
Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti. In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca […] L'articolo Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano