“Congo Boy”: di cosa parla il film girato da un rifugiato che ha commosso Cannes
Tra le cicatrici della guerra e il desiderio di futuro, il regista congolese
conquista il pubblico con un’opera vitale che rifiuta la disperazione e celebra
la forza dell’arte.
Non si è trattato solo di una lunghissima standing ovation: la sala
è letteralmente esplosa alla fine della prima proiezione di Congo Boy,
trascinata dalla musica, commossa per una storia autentica che unisce arte e
pericolo, dolore e speranza, sullo sfondo di un Paese dilaniato dalla violenza e
agonizzante a causa della povertà. Presentato alla 79ª edizione del Festival di
Cannes (12-23 maggio 2026) nella sezione Un Certain Regard è il primo
lungometraggio di finzione di Rafiki Fariala, classe 1997, nato nel Kivu, nella
Repubblica Democratica del Congo, regista che avevamo già scoperto alla
Berlinale con il suo promettente documentario Nous, étudiants.
La storia del film il regista l’ha vissuta in prima persona: è fuggito nella
Repubblica Centrafricana a causa della guerra e si è affermato come musicista,
per poi diventare regista. Prima della proiezione del film, questa storia e la
storia di tutti i rifugiati ce l’ha cantata lui stesso, coloratissimo griot,
evocando le esperienze di tanti. Lo sa bene lui, che porta sulla pelle i segni
della Storia. Prima di approdare al cinema si è affermato come musicista,
pubblicando non a caso la canzone dal titolo Why War? passando poi dietro la
macchina da presa per un’opera prima fortemente autobiografica.
Il protagonista del film è Robert, un diciassettenne che vive a Bangui, la
capitale della Repubblica Centrafricana. Il ragazzo sogna di diventare
musicista, mentre intorno a lui la città è attraversata da instabilità politica,
violenza armata e precarietà permanente. Quando i genitori vengono arrestati,
Robert si ritrova improvvisamente da solo a occuparsi dei quattro fratelli più
piccoli. Il rapporto di Robert con i fratellini è di una tenerezza infinita,
come infinito è l’amore per la madre che va a trovare in carcere e il rispetto
per il padre, vecchio incartapecorito, dai cui occhi arrossati traspare una vita
di tragedie. Il ragazzo cerca di sopravvivere tra lavori occasionali, scuola e
musica. Il padre, infermiere, dalla prigione gli raccomanda di studiare per
diventare medico. E lui studia la notte, dopo essersi stancato a morte con i
lavori più svariati, provato dalla fatica della quotidianità.
Respinto una prima volta, riesce nel secondo tentativo a procurarsi
il baccalauréat, anche se frequentare l’università è chiaramente un miraggio. La
sua vera passione è la musica: in ogni momento libero compone testi rap, cerca
in ogni modo l’occasione per farsi strada, disposto ad accettare umiliazioni e
compromessi, senza mai lasciar svanire il suo sogno.
Trailer di Congo Boy.
«Ho realmente vissuto tutto ciò che viene raccontato nel film» ha detto il
regista, e da questo deriva sicuramente la grande forza di Congo Boy. «Proprio
come il protagonista del mio film, durante un attacco degli Antibalaka venni
colpito a un piede da un proiettile di kalashnikov. Porto ancora la cicatrice, »
racconta. Molti altri elementi del film appartengono direttamente alla realtà
del regista: la zia del protagonista è interpretata dalla vera zia di Fariala,
alcuni militari sono veri militari e gran parte delle location coincidono con
luoghi realmente attraversati dalla sua storia personale.
E anche la musica nel film smette di essere semplice elemento narrativo di
evasione e diventa esperienza concreta per poter sopravvivere; Robert alla fine
partecipa a un concorso musicale, vince e può pagare il riscatto per far uscire
i genitori dalla prigione.
La cifra stilistica del film è vibrante, le luci dei locali e l’incubo della
notte si succedono incessantemente. Non c’è ombra di autocompatimento, ma
piuttosto un’energia straordinaria che deriva forse anche dal mix
di autobiografia, documentario e racconto di formazione. Il suo cinema lavora
sull’energia dei corpi, sul movimento della città, sul rapporto tra violenza
quotidiana e desiderio di futuro. Ed è forse proprio qui che il film trova il
suo equilibrio più convincente. Pur raccontando guerra, migrazione, povertà e
violenza politica, conserva un’energia vitale molto forte: la musica, le
amicizie, il movimento urbano, la possibilità di inventarsi un futuro anche
dentro condizioni quasi impossibili. Non è un film sulla disperazione, quindi,
ma sulla resistenza quotidiana di chi crede in qualcosa e lo rende possibile
superando le difficoltà più ardue.
Il film è una coproduzione tra Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica
del Congo, Francia e Italia, con la partecipazione della società italiana Karta
Film. Un elemento che ci fa sperare di vedere presto Congo boy nelle nostre
sale.
Africa Rivista