Tag - repubblica democratica del congo

Rep. Dem. Congo: le comunità locali di fronte all’epidemia di Ebola
> Negli ultimi mesi, l’epidemia di Ebola si è diffusa nella Repubblica > Democratica del Congo. L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, contro il > quale non esiste ancora un vaccino. Il Paese ha ricevuto dosi limitate di un > vaccino sviluppato per un altro ceppo di Ebola, con scarsa efficacia contro > Bundibugyo. Come spiegato in un precedente articolo di Pressenza sulla crisi dell’Ebola, la Repubblica Democratica del Congo ha una notevole esperienza nella lotta contro questa malattia. Nel corso degli anni, le autorità sanitarie e i partner internazionali hanno sviluppato competenze importanti in materia di sorveglianza, laboratorio, vaccinazione, trattamento e mobilitazione della comunità. Allora, come si spiega questa nuova epidemia, con una diffusione che sembra fuori controllo? Come si evince da uno studio (1) recentemente pubblicato sulla rivista African Journal of Reproductive Health, la comprensione di questa epidemia, come delle precedenti, non può essere ridotta a una questione sanitaria: «Ci ricorda che le epidemie non sono causate solo da agenti patogeni biologici, ma anche da disuguaglianze sociali, sconvolgimenti ambientali, sistemi sanitari fragili e conflitti armati persistenti. Se Ebola fa notizia per i suoi terribili sintomi e la sua elevata mortalità, molto meno studiate sono le condizioni che ne favoriscono la diffusione.» Gli autori aggiungono: «Molte delle comunità colpite nella parte orientale della RDC soffrono di carenza cronica di acqua potabile, servizi igienico-sanitari, elettricità, trasporti e accesso all’assistenza sanitaria.» Ciò comporta ritardi nella diagnosi, e di fatto aumenta il rischio di trasmissione all’interno del nucleo familiare e della comunità. Un altro fattore di ritardo nella diagnosi può essere la povertà estrema del nucleo familiare, perché una diagnosi di infezione comporta l’interruzione di un’attività e la perdita di reddito. Concludono: «Una prevenzione sostenibile richiede che siano affrontate le condizioni sociali e ambientali che favoriscono la proliferazione degli agenti patogeni. Se l’origine dell’Ebola è un virus, le epidemie sono alla fine alimentate da vulnerabilità che le società non riescono a gestire.» I CONSIGLI DEGLI OPERATORI SANITARI SUL CAMPO Pressenza ha intervistato Byenigulu Deidei Pacifico, animatore comunitario della zona sanitaria di Uvira, in RD Congo, Sud Kivu. Pressenza: Quali sono i timori della popolazione riguardo alla malattia da virus Ebola? BDP: Da noi, a Uvira, siamo nella zona vicino al confine tra il Burundi e il Congo. La gente teme di essere contaminata nel passaggio fra Uvira e Bujumbura, visti questi movimenti della popolazione. Pressenza: Quali sono le difficoltà della popolazione ad andare in un centro sanitario per fare un test? BDP: Innanzitutto le persone hanno timore della diagnosi e anche di conoscere il loro stato di salute generale. Il secondo problema è la distanza, che impedisce alle persone di accedere al centro sanitario. E il terzo punto è la mancanza di informazioni: le persone non sanno dove sono i laboratori per lo screening del virus Ebola. Pressenza: Qual è il suo messaggio alla popolazione sulle misure preventive? BDP: La chiave è lavarsi le mani con acqua corrente e sapone. Se non c’è il sapone, allora una soluzione idroalcolica. Altrimenti la cenere, da noi spesso utilizzata. Se non ci sono questi tre elementi, allora si può usare l’acqua contenente cloro allo 0,05%. Secondo messaggio: chiedo alla popolazione di Uvira di non stigmatizzare le persone che hanno un contatto con questa malattia. Chiederei anche alla popolazione di Uvira di avere il coraggio di andare a farsi testare. Pressenza: Ha un messaggio per le organizzazioni partner? BDP: Sì, raccomando ai partner di aiutare la popolazione nell’accesso ai servizi di cura: poiché c’è la paura, la mancanza di informazioni e anche la distanza, chiederei ai partner di sostenere i centri sanitari in materia di test, di materiale, in modo che le persone possano sapere dove andare per essere testate e avere altre informazioni sulla prevenzione. TENERE CONTO DELLE NORME E DELLE PRATICHE SOCIALI E CULTURALI La lotta contro un virus deve essere globale. Lo abbiamo visto in tutto il mondo al tempo della crisi da Covid-19, ora lo vediamo nell’Africa centrale con Ebola: le popolazioni esitano a fidarsi dei governi e delle agenzie pubbliche. Nell’est della RDC, ci sono state troppe violenze dovute ai conflitti armati, troppa violenza economica con la povertà legata allo sfruttamento delle ricchezze minerarie. Di fronte a Ebola, la popolazione si sente ancora una volta abbandonata a se stessa. In un articolo (2) apparso sulla rivista medica The Lancet, gli autori insistono sul fatto che questa lotta non potrà essere efficace se non si fonda sulle comunità locali. > «Le misure di intervento devono tenere conto delle norme e delle pratiche > sociali e culturali delle comunità colpite”, ma riconoscono che nella pratica > il coinvolgimento della comunità viene generalmente considerato solo dopo le > decisioni tecniche. Riconoscono anche che le comunità sono fonti di > informazione, data la conoscenza che apportano circa le norme sociali e i temi > delicati.  > > «Pertanto, una risposta incentrata sulla comunità deve includere leader > autorevoli a livello locale e affrontare gli ostacoli concreti che determinano > se le persone segnalano i sintomi o nascondono la malattia: costi di > trasporto, timore dell’isolamento, perdita di salario, presa in carico dei > bambini, accesso a cure di supporto gratuite, trattamento rispettoso delle > famiglie e procedure trasparenti per sepolture sicure e dignitose.» > > Si fa anche notare l’importanza delle persone che sono state infettate dal > virus e ne sono sopravvissute. «I sopravvissuti sono tra le risorse > comunitarie più potenti in qualsiasi risposta a Ebola, fornendo un supporto > tra pari, dimostrando che la sopravvivenza è possibile e contribuendo a > ridurre la dissimulazione della malattia spinta dalla paura, che ne ritarda > l’individuazione e ne amplifica la diffusione.» Per la redazione francofona, Roger Seko Raphaël e Jean-Marc Dunet -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: (1) Anne Baber Wallis e Friday Okonofua – Il ne s’agit pas seulement de virologie : l’épidémie d’Ebola de Bundibugyo, en RD Congo et en Ouganda, exige une réponse de santé publique plus large – African Journal of Reproductive Health, 2026, DOI 10.29063/ajrh2026/v30i13.1 (2) Placide Mbala-Kingebeni, Yap Boum, Mosoka P Fallah, Barthalomew Wilson, Marie-Roseline Belizaire, Nicole A Hoff, Armand Sprecher, Lisa E Hensley, Jason Kindrachuk, Anne W Rimoin – Bundibugyo Ebola in DR Congo and Uganda: community-centred response must be operational, not rhetorical – 23/06/2026 – https://doi.org/10.1016/S1473-3099(26)00322-1 -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARINELLA CORREGGIA. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
October 21, 2026
Pressenza
[Semilla] Rumba della Repubblica Democratica del Congo
Scaletta della puntata: - Mose 'fan Fan' - Kwala Rumba - Faya Tess & Lokua Kanza - Bana - Pépé Kalle - Wendo Kolosoy - Grupo Lokito - Esengo Ya Ko Bina - Ricardo Lemvo & Makina Loca - Mama Kiyelélé - Sam Mangwana - Ya Mbemba - Kiembeni - Patenge - Kekele - Kaka Ngai - Sam Mangwana - Caro Mabanzo (Remastered) - Staff Benda Bilili - Tonkara  
October 13, 2026
Radio Onda Rossa
Musica della Repubblica Democratica del Congo #2
Scaletta della puntata: - Kin'Gongolo Kiniata - Tekjara - BBK - Muriagombe - Konono N°1 - Guiyome - Lady Aicha & Pisko Crane's Original Fulu Miziki Of Kinshasa - Tikanga - Staff Benda Bilili - Sopeka - Ray Lema - Transcendance - Baloji - Kongalouse - Tussle vs Konono n1 - Soft crush - Mbongwana Star - Masobélé - Staff Benda Bilili - Sala Mosala  
October 6, 2026
Radio Onda Rossa
L’isola dei tesori
di Mauro Armanino Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo …
September 19, 2026
Osservatorio Repressione
«Pensavo questa fosse la Francia». Le rotte dall’Africa continentale e il campo di Tsoundzou
RASSA GHAFFARI 1 Tsoundzou, periferia di Mamoudzou, una caldissima mattina di fine maggio. Lo spettro dell’Ebola inizia ad aggirarsi sull’isola sotto forma di un panico morale che, a poche ore dalla conferma da parte dell’OMS dei primi casi nella Repubblica Democratica del Congo, ha già investito il dibattito pubblico e politico maorese, alimentato da settimane di mobilitazioni xenofobe e dall’insediamento del nuovo prefetto. È proprio in attesa della sua prima visita ufficiale al campo di Tsoundzou, dove vivono oltre mille richiedenti asilo provenienti soprattutto dall’Africa continentale, che assistiamo all’arrivo di una famiglia congolese appena sbarcata sull’isola.  Sono una donna e due uomini, hanno attraversato direttamente il tratto di oceano che separa il Congo da Mayotte a bordo di un kwassa-kwassa, una delle piccole imbarcazioni utilizzate sia per la pesca sia per l’attraversamento irregolare del Canale di Mozambico 2. Appena arrivati, hanno chiesto ad un connazionale incontrato per caso indicazioni per raggiungere il campo, dove alcuni conoscenti hanno promesso loro un posto dove trascorrere le prime notti. Il clima di securitizzazione e militarizzazione che avvolge Mayotte da diversi mesi trova un’ennesima attuazione con l’arrivo della scorta che accompagna il prefetto al campo e che, sotto i nostri occhi impotenti, prende in carico la famiglia e il connazionale che li ha guidati. «Noi non gli abbiamo dato un soldo, ma pensano che sia il nostro trafficante perché ci ha condotti qui», commenta la donna congolese prima di salire su un’auto della polizia. L’episodio restituisce bene il clima che oggi attraversa Mayotte, dove la mobilità proveniente dall’Africa continentale è ormai letta quasi esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza (intesa anche come salute pubblica) in un contesto nel quale ogni nuovo arrivo sembra confermare un’emergenza percepita come permanente e ormai pienamente istituzionalizzata. Se per lungo tempo i movimenti migratori verso Mayotte hanno riguardato soprattutto le altre isole dell’arcipelago delle Comore, in particolare la più vicina Anjouan, negli ultimi anni è andata gradualmente consolidandosi una rotta diversa, ancora relativamente poco studiata ma sempre più visibile, che collega la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa con l’isola francese nell’Oceano Indiano. Congolesi, somali, sudanesi, burundesi, ruandesi e yemeniti raggiungono la Tanzania – descritta nelle testimonianze come una sorta di Turchia dell’Africa orientale, paese di transito più o meno prolungato – attraversano il mare fino alle Comore e da lì vengono trasferiti a Mayotte. La quota più consistente di questi flussi è composta da cittadini congolesi, che costituiscono difatti la prima nazionalità tra i richiedenti asilo; chi vuole abbandonare il Congo ha a disposizione due rotte diverse: una occidentale, che sbocca sull’Oceano Atlantico, ma che viene descritta come più impervia e ostica a causa dei numerosi conflitti armati che interessano le zone circostanti; ed una orientale, più recente, che vede nel minuscolo dipartimento francese la sua più recente destinazione. I racconti collezionati durante la ricerca hanno evidenziato un dato parzialmente inatteso quanto interessante: a differenza di quanto si potrebbe supporre, una parte consistente delle persone in movimento dichiara di non aver partecipato attivamente alla scelta di Mayotte come propria meta, affidandosi a smugglers che negli ultimi anni hanno costruito reti collaudate di passaggio tra la Tanzania e le Comore.  «Non avevo mai sentito parlare di Mayotte», racconta un giovane congolese incontrato nel campo. «Il trafficante ci aveva promesso solo un posto tranquillo, in pace. Quando siamo arrivati mi hanno detto che eravamo in Francia. Mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: dov’è la Torre Eiffel?». Alcuni giovani somali raccontano invece di essere partito da Bosasso, nel Puntland, in gruppo composto da ventiquattro persone, impiegano tredici giorni per giungere a destinazione, cambiando imbarcazione e capitano direttamente in mare aperto. «Non sapevamo dove stavamo andando», commentano in modo analogo ai compagni congolesi. «Ci dicevano soltanto che lì c’era la pace». Mayotte si configura così nelle traiettorie migratorie come una Francia immaginata prima ancora che realmente conosciuta; l’isola rappresenta sì l’Europa, ma appare più come una sua appendice periferica, sconosciuta all’opinione pubblica internazionale e persino a molti francesi della métropole. In mancanza di un sistema di accoglienza istituzionale adeguato e sufficiente, per questi richiedenti asilo, l’approdo a Mayotte coincide quasi sempre con l’ingresso nel campo informale di Tsoundzou, situato alla periferia del più grande agglomerato urbano di Mamoudzou e caratterizzato da una situazione socio-economica di generale difficoltà. Sorto nell’autunno del 2025 dopo lo sgombero del precedente insediamento, il campo ospita oggi oltre un migliaio di richiedenti asilo – tra cui circa un centinaio di minori – provenienti da contesti molto diversi tra loro, ma accomunati dall’essere definiti localmente come les Africaines. La storia del campo degli Africaines è soprattutto una storia di espulsioni e spostamenti. Negli ultimi anni gli insediamenti in cui i richiedenti asilo trovano rifugio sono stati progressivamente allontanati dagli spazi più centrali dell’isola, transitando dal vecchio stadio di Kavani, nel cuore di Mamoudzou, fino all’attuale accampamento, arroccato tra le mangrovie e il mare e costantemente minacciato dalle maree: ogni sgombero coincide con un ulteriore arretramento verso luoghi meno visibili ed accessibili. Il suo ingresso, compresso tra un cantiere edile e alcuni alloggi gestiti da una NGO locale, appare difatti quasi invisibile dalla strada, segnalato solamente dalla presenza fissa di uomini e donne seduti all’ombra ad aspettare un passaggio o un incontro. Soltanto una volta superato uno stretto accesso si scopre che dietro e dentro la vegetazione vive una popolazione numericamente paragonabile a quella di un piccolo villaggio. Il presidente del campo, un giovane congolese eletto dagli stessi abitanti dopo l’ultimo trasferimento coatto, conferma questa impressione: «Prima il campo era ben evidente dalla strada. Adesso hanno fatto di tutto per metterlo dove nessuno possa vederlo: i maoresi non ci vogliono visibili». Da diversi mesi, inoltre, le autorità maoresi portano avanti un progetto di demolizione del campo al fine di costruirne uno formale gestito da NGO francesi direttamente dipendenti dallo Stato; proposta, questa, ostacolata dalla ferma opposizione dei sindaci dei diversi villaggi, contrari a vedere le proprie municipalità coinvolte, e da parte della popolazione locale, rappresentata dal Collectif des citoyens de Mayotte, attivo in iniziative di stampo sovranista e xenofobo 3. L’invisibilità non è soltanto una caratteristica geografica, ma una precisa modalità di gestione politica dello spazio e dei corpi che lo abitano. Sebbene rappresenti sempre più un argomento politico di primo piano, il campo di Tsoundzou rimane ai margini del paesaggio urbano e del discorso pubblico; come spesso accade nei contesti di frontiera, lo spazio diventa in questo caso uno strumento di governo, secondo cui allontanare e marginalizzare significa anche sottrarre allo sguardo. La quotidianità del campo è segnata soprattutto dall’attesa: attesa del primo appuntamento in Prefettura per formalizzare la domanda di asilo, per cui spesso è necessario attendere anche sei mesi, sebbene il diritto europeo preveda tempi molto più rapidi; attesa che la domanda venga analizzata; attesa di poter lasciare l’isola, una possibilità che rimane preclusa fino all’ottenimento dello status di rifugiato e dei documenti necessari, ma concretamente ostacolata anche dalla mancanza di risorse economiche in un contesto in cui le possibilità di costruire una vita autonoma sono estremamente limitate. L’accesso al mercato del lavoro formale, per les africaines, è quasi impossibile e il sostegno economico previsto dalle autorità consiste in un contributo minimo totalmente insufficiente. Una giovane ragazza somala conosciuta dentro al campo, ad esempio, racconta come la gioia di aver trovato impiego informalmente come estetista sia minata dalle discriminazioni subite da parte della clientela locale, decisa a «non farsi servire da una africaine come me».  A dispetto di un relativo fermento interno al campo, dove proliferano micro-business informali, organizzazioni di mutuo aiuto dal basso e gruppi di parola e attività religiose, la maggioranza degli abitanti di Tsoundzou sembra vivere una quotidianità sospesa in una condizione nella quale il tempo sembra perdere qualsiasi prospettiva e si configura come un dispositivo politico di controllo e repressione estremamente efficace. Più che una semplice lentezza burocratica, l’attesa, in questo caso, appare come una modalità di governo della mobilità, capace di trasformare la precarietà in una situazione permanente. Le poche associazioni che forniscono assistenza all’interno del campo sono giudicate insufficienti a gestire l’incessante condizione di bisogno di una comunità in continua espansione.  Sebbene la denominazione les Africaines possa sembrare, di primo acchito, meramente descrittiva, la ricerca etnografica condotta fa emergere al contrario la costruzione di una categoria identitaria profondamente stigmatizzante. «Mi chiamano africano, nero, per distinguermi», osserva un giovane congolese con un sorriso ironico. «Ma anche loro sono africani. Siamo tutti neri». Questa osservazione mette chiaramente in luce un paradosso emblematico del caso maorese, isola africana ma amministrativamente e politicamente francese, in cui il termine “africano” non indica tanto una provenienza geografica ma concorre a costruire discorsivamente un processo di distanziamento morale e sociale. Les Africaines, in quest’ambito, diventano dunque gli “altri” per eccellenza, corpi estranei e capri espiatori ai quali vengono attribuiti l’aumento dell’insicurezza, il degrado urbano ed ecologico, la pressione sui servizi pubblici e ultimamente la stessa emergenza sanitaria legata al virus Ebola. Tale distanza si concretizza anche negli aspetti più minuti della vita quotidiana del campo, soggetto a incursioni frequenti da parte della polizia e di gruppi di giovani locali che vi entrano per intimidirne gli abitanti o danneggiare beni e possedimenti. Durante la nostra permanenza ci vengono mostrate numerose testimonianze di queste aggressioni: un piede gravemente ferito, un braccio immobilizzato, una tenda distrutta. L’accesso alle cure è difficile e molti rinunciano a rivolgersi alle strutture sanitarie se la situazione non viene considerata sufficientemente grave, «perché tanto l’ambulanza non arriva».  Queste condizioni di precarietà sono rese ancora più problematiche dal particolare regime giuridico di Mayotte che, nonostante diverse segnalazioni da parte di associazioni e istituzioni europee, continua a rappresentare un’eccezione rispetto al diritto comune in materia di asilo. I richiedenti asilo, infatti, incontrano enormi difficoltà nel beneficiare del sistema nazionale di accoglienza formalmente previsto e sono costretti ad affrontare tempi amministrativi molto più lunghi rispetto alla Francia metropolitana. La distanza geografica dal continente europeo si traduce così anche in una distanza giuridica in cui gli stessi diritti formalmente garantiti sul territorio trovano un’applicazione profondamente differenziata.  Osservata da Tsoundzou, Mayotte appare come una frontiera che continua a operare anche dopo lo sbarco sulle sue coste cristalline. Un confine che non si esaurisce con il mare attraversato dai kwassa-kwassa, ma prosegue nella lentezza esasperante delle procedure burocratiche, nelle marginalità degli spazi, e nelle categorie identitarie con cui le persone vengono nominate, escluse e rese estranee.  «Pensavo questa fosse la Francia» è un leit motiv che ha accompagnato le nostre interazioni con gli abitanti di Tsoundzou e che ha agito, anche, come dispositivo di riflessività dato che a lungo, nelle nostre analisi preliminari, la scelta di Mayotte come destinazione in qualità di dipartimento francese è stata data per scontata. La sorpresa – nostra e loro – non origina soltanto dall’assenza di una Torre Eiffel di riferimento, ma esprime, forse inconsapevolmente, il paradosso di un territorio pienamente francese dove l’esperienza concreta dei richiedenti asilo rimane segnata da forme di esclusione che sembrano collocarlo ai margini dello spazio politico e giuridico europeo. È proprio in questa tensione tra appartenenza formale ed esclusione sostanziale che Tsoundzou diventa un osservatorio privilegiato per comprendere come i confini europei contemporanei non si limitino a impedire l’ingresso, ma continuino a produrre distanza anche ben dopo l’approdo. Attraverso tecnologie di controllo mirate a minimizzare l’empatia, la solidarietà e le possibilità di resistenza dal basso, i confini europei ri-emergono così come sistemi coercizione ubiqui, multimodali e traslazionali, capaci di diffondersi ben oltre la linea territoriale – nei corpi, negli spazi quotidiani, nelle gerarchie morali – creando una distanza al contempo fisica ed etica.  Mentre questo reportage viene scritto, le mille persone che abitano il campo di Tsoundzou si ritrovano ad affrontare un nuovo assalto frontale senza che vengano forniti loro un preavviso congruo o alternative fattibili. Da diversi giorni, difatti, le autorità maoresi hanno cominciato a smantellare la porzione di insediamento più prossima alla strada principale; la motivazione ufficiale è la necessità di ampliare il cantiere attiguo che prevede la costruzione di un impianto di desalinizzazione 4. Come avviene periodicamente in circostanze analoghe, l’evento è divenuto oggetto di narrazioni e discorsi contrastanti, sintomatici del clima di estrema polarizzazione che permea il dipartimento francese. Invocata di volta in volta come misura definitiva contro “il degrado ecologico” e l’insicurezza di cui les africaines sono additati come principali responsabili, l’iniziativa si colloca perfettamente nel solco delle politiche di esclusione ed espulsione che distinguono la gestione tutta francese della questione migratoria a Mayotte.  Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. ↩︎ 2. French border police accused of causing shipwrecks and deaths of migrants from Comoros, Le Monde – 16.09.2025 ↩︎ 3. Immigration : le collectif des citoyens de Mayotte 2018 manifeste contre le projet de création d’un nouveau camp pour les migrants d’Afrique continentale, franceinfo: -11.05.2026 ↩︎ 4. Tsoundzou II : évacuation d’une partie du camp située près du chantier de la future STEP, franceinfo: – 17.07.2026 ↩︎
Repubblica Dem. Congo: nuovi scontri nella provincia di Sud-Kivu
Si segnalano nuovi scontri sugli altipiani del Minembwe, nella provincia del Sud-Kivu, dove le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) sono impegnate in combattimenti contro i gruppi armati attivi nella regione, tra cui i ribelli del Movimento M23 e dell’Alliance Fleuve Congo (AFC), alleati con le Forze di difesa ruandesi (RDF) e il gruppo ribelle burundese RED Tabara. Secondo varie fonti presenti sul territorio, proseguono le operazioni militari con un ricorso sempre maggiore a droni e offensive aeree, a testimonianza di un’evoluzione delle tattiche messe in atto sul campo. Inoltre, diverse fonti attive a livello locale parlano di attacchi con droni da parte del movimento M23 contro le postazioni delle FARDC. Si segnalano perdite umane e materiali, ma al momento nessun bilancio ufficiale o indipendente ha permesso di confermare con precisione il numero di vittime o l’entità dei danni. In aggiunta, una fonte indipendente, che ha chiesto di rimanere anonima, ha confermato quanto sta circolando sui social media riguardo a un bombardamento a opera delle Forze di difesa ruandesi (RDF) a Mikenge e a ingenti perdite. La situazione resta in costante evoluzione. Per la redazione Pressenza francofona, Roger Seko Raphaël -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI LAURA FRESCINA Rédaction Rep. Dem. Congo
July 11, 2026
Pressenza
Rep. Dem. Congo, sostegno alle donne vulnerabili e sviluppo sostenibile
Nel Nord Kivu, dopo un susseguirsi di guerre, massicci spostamenti di popolazioni e crisi sociali di ogni genere, le donne sono costrette ad affrontare una situazione di estrema vulnerabilità. Portano le conseguenze della guerra nel corpo, nella salute mentale, nella vita quotidiana. Talvolta nel silenzio più totale. Per molte di loro, sopravvivere non significa solo trovare cibo o un alloggio dove dormire, ma anche trovare quotidianamente la forza di vivere con il carico mentale che tutta questa sofferenza comporta in una società ingiusta. In questo contesto, il sostegno alle donne va ben oltre l’ambito umanitario, per diventare una questione di dignità umana e una vera sfida a favore della pace. Di fronte a questi problemi complessi, diverse organizzazioni si sono mobilitate per accompagnare le donne nella loro ricostruzione personale e sociale. Tra queste, Wadhi asbl, Women in Action for Human Dignity, una giovane organizzazione non governativa. Nel quadro di uno dei suoi progetti, riguardanti la produzione di combustibili ecologici e sistemi di cottura che risparmiano legna, un centinaio di donne beneficiarie partecipano attivamente a una dinamica collettiva che combina protezione dell’ambiente, indipendenza finanziaria e solidarietà comunitaria. Ogni settimana, le donne coinvolte producono bricchette ecologiche destinate a sostituire progressivamente la carbonella. Dietro questa idea c’è una sfida molto più ampia: ridurre la pressione sulle risorse forestali e creare alternative energetiche accessibili per tutti. Vengono utilizzate materie prime accessibili a tutti: scarti organici domestici, foglie secche, residui agricoli, escludendo rigorosamente le materie plastiche al fine di preservare la qualità ecologica del prodotto finale. Quest’approccio ha diversi vantaggi. In primo luogo, permette di trasformare i rifiuti spesso abbandonati in diversi angoli delle strade in una risorsa utile. In secondo luogo, riduce sensibilmente la dipendenza dalla carbonella, contribuendo così a limitare la pressione esercitata in particolare sul parco nazionale del Virunga. Secondo i responsabili di Wahdi asbl, le donne possono produrre fino a 350 chilogrammi di bricchette alla settimana. La coordinatrice della Ong, Gratias Kibandja spiega le fasi della produzione: > «Per permettere alle donne di arrivare a produrre il carbone ecologico, > innanzitutto raccogliamo i rifiuti biodegradabili. Foglie di banano, bucce di > patata e di certi frutti, tutto ciò che può essere trasformato facilmente. > Niente sacchetti, niente plastica. In seguito procediamo all’essiccazione; con > la successiva carbonizzazione e macinazione, otteniamo una polvere nera come > il carbone. Mescoliamo con altre materie prime naturali, in particolare > argilla e acqua, ricavando una sorta di pasta che passiamo in una pressa > ottenendo le bricchette. Il prodotto viene nuovamente essiccato prima di > essere immesso sul mercato.» Alcune di queste donne sono state costrette a più riprese ad abbandonare i propri villaggi a causa dell’insicurezza. Alla fine hanno trovato rifugio in città, ma in una realtà molto difficile: la disoccupazione, l’elevato costo della vita, la precarietà degli alloggi, ecc. Tra loro ci sono anche madri single e persone disabili, costrette ad affrontare una grande vulnerabilità economica. In precedenza, molte erano costrette a raccogliere legna da ardere nel parco o in aree isolate per poter cucinare o vendere la legna per sopravvivere. Spostamenti che esponevano le donne a diversi pericoli. Alcune hanno rivelato di essere state stuprate più volte da banditi durante questi viaggi. Dopo diverse settimane di formazione, la produzione delle bricchette è diventata la loro fonte di sostentamento. Un’attività che comincia ad essere conosciuta. Con la speranza che duri nel tempo e contribuisca a salvare le loro vite. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARINELLA CORREGGIA Rédaction Rep. Dem. Congo
June 11, 2026
Pressenza
“Congo Boy”: di cosa parla il film girato da un rifugiato che ha commosso Cannes
Tra le cicatrici della guerra e il desiderio di futuro, il regista congolese conquista il pubblico con un’opera vitale che rifiuta la disperazione e celebra la forza dell’arte. Non si è trattato solo di una lunghissima standing ovation: la sala è letteralmente esplosa alla fine della prima proiezione di Congo Boy, trascinata dalla musica, commossa per una storia autentica che unisce arte e pericolo, dolore e speranza, sullo sfondo di un Paese dilaniato dalla violenza e agonizzante a causa della povertà. Presentato alla 79ª edizione del Festival di Cannes (12-23 maggio 2026) nella sezione Un Certain Regard è il primo lungometraggio di finzione di Rafiki Fariala, classe 1997, nato nel Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, regista che avevamo già scoperto alla Berlinale con il suo promettente documentario Nous, étudiants. La storia del film il regista l’ha vissuta in prima persona: è fuggito nella Repubblica Centrafricana a causa della guerra e si è affermato come musicista, per poi diventare regista. Prima della proiezione del film, questa storia e la storia di tutti i rifugiati ce l’ha cantata lui stesso, coloratissimo griot, evocando le esperienze di tanti. Lo sa bene lui, che porta sulla pelle i segni della Storia. Prima di approdare al cinema si è affermato come musicista, pubblicando non a caso la canzone dal titolo Why War? passando poi dietro la macchina da presa per un’opera prima fortemente autobiografica. Il protagonista del film è Robert, un diciassettenne che vive a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. Il ragazzo sogna di diventare musicista, mentre intorno a lui la città è attraversata da instabilità politica, violenza armata e precarietà permanente. Quando i genitori vengono arrestati, Robert si ritrova improvvisamente da solo a occuparsi dei quattro fratelli più piccoli. Il rapporto di Robert con i fratellini è di una tenerezza infinita, come infinito è l’amore per la madre che va a trovare in carcere e il rispetto per il padre, vecchio incartapecorito, dai cui occhi arrossati traspare una vita di tragedie. Il ragazzo cerca di sopravvivere tra lavori occasionali, scuola e musica. Il padre, infermiere, dalla prigione gli raccomanda di studiare per diventare medico. E lui studia la notte, dopo essersi stancato a morte con i lavori più svariati, provato dalla fatica della quotidianità. Respinto una prima volta, riesce nel secondo tentativo a procurarsi il baccalauréat, anche se frequentare l’università è chiaramente un miraggio. La sua vera passione è la musica: in ogni momento libero compone testi rap, cerca in ogni modo l’occasione per farsi strada, disposto ad accettare umiliazioni e compromessi, senza mai lasciar svanire il suo sogno. Trailer di Congo Boy. «Ho realmente vissuto tutto ciò che viene raccontato nel film» ha detto il regista, e da questo deriva sicuramente la grande forza di Congo Boy. «Proprio come il protagonista del mio film, durante un attacco degli Antibalaka venni colpito a un piede da un proiettile di kalashnikov. Porto ancora la cicatrice, » racconta. Molti altri elementi del film appartengono direttamente alla realtà del regista: la zia del protagonista è interpretata dalla vera zia di Fariala, alcuni militari sono veri militari e gran parte delle location coincidono con luoghi realmente attraversati dalla sua storia personale. E anche la musica nel film smette di essere semplice elemento narrativo di evasione e diventa esperienza concreta per poter sopravvivere; Robert alla fine partecipa a un concorso musicale, vince e può pagare il riscatto per far uscire i genitori dalla prigione. La cifra stilistica del film è vibrante, le luci dei locali e l’incubo della notte si succedono incessantemente. Non c’è ombra di autocompatimento, ma piuttosto un’energia straordinaria che deriva forse anche dal mix di autobiografia, documentario e racconto di formazione. Il suo cinema lavora sull’energia dei corpi, sul movimento della città, sul rapporto tra violenza quotidiana e desiderio di futuro. Ed è forse proprio qui che il film trova il suo equilibrio più convincente. Pur raccontando guerra, migrazione, povertà e violenza politica, conserva un’energia vitale molto forte: la musica, le amicizie, il movimento urbano, la possibilità di inventarsi un futuro anche dentro condizioni quasi impossibili. Non è un film sulla disperazione, quindi, ma sulla resistenza quotidiana di chi crede in qualcosa e lo rende possibile superando le difficoltà più ardue. Il film è una coproduzione tra Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Francia e Italia, con la partecipazione della società italiana Karta Film. Un elemento che ci fa sperare di vedere presto Congo boy nelle nostre sale. Africa Rivista
June 3, 2026
Pressenza
Buon compleanno, Still I Rise!
30/04/2026 – h.18:00 Spirit de Milan, via Bovisasca 59, Milano Ingresso su prenotazione Donazione minima: € 2 Il prossimo 30 aprile 2026, Still I Rise celebra il suo ottavo compleanno con un evento speciale aperto al pubblico, in programma a Milano presso lo Spirit de Milan (via Bovisasca 59, ore 18.00). Nata otto anni fa sull’isola di Samos da un gruppo di volontari, nel pieno di una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee, Still I Rise è oggi un’organizzazione internazionale impegnata a garantire istruzione d’eccellenza gratuita a bambini e adolescenti in alcuni dei contesti più difficili del mondo. Attualmente conta sei scuole attive e ha raggiunto oltre 77mila persone attraverso i suoi progetti educativi. L’evento sarà un’occasione per raccontare il percorso dell’organizzazione e guardare alle sfide future. Interverranno i cofondatori: Nicolò Govoni, che approfondirà l’evoluzione del Metodo Educativo sviluppato da Still I Rise e il suo impatto sulla vita degli studenti; Giulia Cicoli, che porterà una testimonianza diretta dalla Scuola della Repubblica Democratica del Congo, con un focus sulle violazioni dei diritti umani nelle miniere di Kolwezi. La partecipazione è aperta a tutti previa prenotazione sul sito dell’organizzazione, con donazione libera a partire da 2 euro. Il ricavato sosterrà le attività educative nella Still I Rise Academy – Kolwezi, in R.D. Congo. Still I Rise
April 27, 2026
Pressenza