Wall Street brinda alla crisi: profitti in crescita del 30%
Mentre da un lato si assiste a una crisi energetica senza precedenti e
all’impennata dell’inflazione in tutto il mondo, dall’altro le previsioni degli
analisti finanziari sugli utili delle aziende quotate in borsa non sono mai
state così positive. In particolare, la piattaforma economico-finanziaria
FactSet rileva che nel terzo trimestre del 2026 i profitti dell’S&P 500 – uno
dei principali indici azionari statunitensi di Wall Street – sono attesi in
rialzo del 29,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Le stime al rialzo sono
trainate soprattutto dai profitti del settore energetico e, in seconda battuta,
da quello tecnologico, sostenuto soprattutto dai semiconduttori. Parzialmente
diversa, invece, la situazione degli indici del Vecchio continente, dove è
previsto un incremento più contenuto: per lo Stoxx Europe 600 si stima un
aumento dei profitti del 21%. Una differenza dovuta alla composizione dei
guadagni e ai criteri di valutazione. Non c’è dubbio, comunque, che la crisi –
in particolare dell’energia – stia contribuendo ad alimentare il settore
finanziario con potenziali profitti record.
In particolare, le compagnie energetiche, sullo sfondo del caro petrolio,
dovrebbero espandersi del 121%, grazie soprattutto alle attività di raffinazione
e commercializzazione che potrebbero aumentare del 462%. Nel secondo trimestre
di quest’anno, complice il rincaro dei prezzi del greggio, le otto principali
compagnie petrolifere globali (Aramco, BP, Shell, Equinor, TotalEnergies, Eni,
Chevron ed ExxonMobil) hanno incassato quasi 93 miliardi di dollari, secondo i
calcoli del quotidiano britannico The Guardian. Nei tre mesi tra aprile e giugno
il Brent ha avuto quotazioni medie di circa 100 dollari al barile rispetto ai 67
dollari dello stesso periodo nel 2025, in base a dati dell’agenzia USA EIA
(Energy Information Administration). Anche le compagnie del settore tecnologico
pesano sulle previsioni al rialzo degli utili aziendali. Secondo gli analisti,
il settore dovrebbe avere un aumento degli utili del 65,1 percento, trainato in
particolare dai semiconduttori. Senza questi ultimi, l’alta tecnologia si
accontenterebbe di un più modesto aumento del 24,4 percento. Un dato che
evidenzia l’importanza delle aspettative soprattutto nell’ambito
dell’intelligenza artificiale. Al contrario, per quanto riguarda le stime delle
aziende di servizi e apparecchiature, è prevista una flessione del nove
percento.
Al momento il rapporto tra il prezzo corrente dell’indice e gli utili per azione
(EPS) stimati per i prossimi 12 mesi è pari a 19: ciò significa che l’S&P 500,
sempre secondo FactSet, scambia a 19 volte gli utili sui prossimi dodici mesi.
In altri termini, gli investitori sono disposti a pagare 19 euro per ogni euro
di profitto stimato che le aziende dell’indice genereranno nell’anno a venire.
Secondo gli analisti, si tratta di un dato in linea sia con la media decennale
che con quella degli ultimi cinque anni. Tuttavia, questo rapporto risulta nella
media proprio perché le previsioni sui profitti sono elevate, ma se queste stime
venissero disattese al ribasso, il multiplo aumenterebbe anche a quotazioni
invariate, cambiando il quadro della situazione. Proprio questa componente
spiega la prudenza dei listini. Differente è il contesto delle borse europee
dove le stime sugli utili aziendali non sono elevate come negli USA: in Europa,
lo Stoxx Europe 600 scambia a 13,7 volte gli utili attesi nei prossimi dodici
mesi, vale a dire al di sotto della propria media decennale. Ciò è dovuto al
fatto che una parte della crescita prevista dei profitti dipende dal petrolio e
potrebbe ridimensionarsi qualora le quotazioni dell’energia scendessero.
Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è il punto di contatto
tra margini di profitto delle aziende quotate e inflazione. Secondo gli esperti
del gruppo Pharus, infatti, il margine di profitto atteso per le aziende
dell’S&P 500 “ha raggiunto il 17%, un record, e nei primi nove mesi dell’anno è
salito più che nei tre anni precedenti messi insieme”. Margini che si allargano
significano, in parte, aziende che riescono ad alzare i prezzi più in fretta dei
costi, alimentando così l’inflazione e, di conseguenza, il costo del denaro. Le
banche centrali, infatti, per tenere sotto controllo l’inflazione tendono ad
alzare i tassi, come sta facendo la Fed (Federal Reserve, la Banca centrale
statunitense). Ma secondo alcuni economisti, perché i rialzi della Fed abbiano
davvero effetto, potrebbe servire un raffreddamento dei mercati azionari.
Mentre, dunque, il mondo affronta una grave crisi energetica e inflazionistica,
i mercati finanziari cercano di ottenere i maggiori profitti speculando sulle
prospettive e sulle valutazioni degli indici, ma non è detto che queste ultime
trovino riscontro nei risultati reali delle aziende. Una circostanza che
risulterebbe ancora più difficile se gli Stati intervenissero tassando gli
extraprofitti delle grandi compagnie petrolifere e tecnologiche, che negli
ultimi mesi hanno raggiunto nuovi record.
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