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Naufragio di Cutro, il capitano Barbera: la Finanza non ha colpe. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Il mancato intercetto in mare Le domande del pm, così come quelle dell’avvocato Marilena Bonfiglio – difensore del capitano di corvetta Francesca Perfido, ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’IMRCC di Roma – hanno provato a chiarire i motivi per i quali le due unità della Guardia di Finanza, la motovedetta V5006 e il pattugliatore d’altura Barbarisi, non fossero andate a intercettare il caicco. “L’obbligo di dover raggiungere il target direttamente non c’è, perché non c’era una situazione di pericolo”, ha ripetuto costantemente Barbera ogni volta che ha potuto, anteponendo lunghe premesse alle sue risposte. “L’unico caso che obbliga qualsiasi unità a dover raggiungere un’imbarcazione in difficoltà per operare è se questa si trova in pericolo”. L’ufficiale ha sostenuto che le comunicazioni della sala operativa del Roan di Vibo Valentia – “opereremo sottocosta e mare permettendo” – alla sala operativa della Direzione marittima di Reggio Calabria fossero state chiare e complete: “Significa – ha specificato – che le altre amministrazioni erano a conoscenza del fatto che la Guardia di Finanza non sarebbe mai andata con le proprie unità a raggiungere il target, a intercettare il target. Sono due affermazioni chiare e inequivoche.” Incalzato dall’avvocato Bonfiglio e dal pubblico ministero sull’ipotesi in cui l’imbarcazione a 40 miglia avesse trasportato droga, contrabbandieri o terroristi, Barbera ha ribadito la sua posizione: “Confermo quello che vi ho detto, è un’attività di polizia. Confermo che le procedure non cambiano nel senso dell’attività di polizia giudiziaria”, per cui “non c’è sicuramente l’obbligo di dover andare all’intercetto di un target, anche se segnalato per la polizia”.  Riguardo a precedenti simili attività l’ufficiale ha nuovamente sottolineato: “Se non c’è una situazione di pericolo, non ho mai ordinato di dover raggiungere il target a 24-40 miglia”. Anche in merito all’assenza fisica dalla sala operativa del comandante del Roan di Vibo Valentia, Antonino Lopresti (su domanda del difensore, l’avvocato Tiziano Saporito), il teste ha giustificato la gestione da remoto affermando che “non è obbligatorio essere in sala operativa; Lopresti non c’era”. Ha poi specificato a domanda: “Ha in dotazione strumenti propri, personali, quindi può usare il telefono, può usare il computer, si arrangia con i propri strumenti”. Le procedure tattiche della Finanza Il teste ha rivendicato la scelta tattica dell’osservazione occulta e persino dello sbarco controllato: “Le investigazioni vengono fatte chiaramente attraverso un’osservazione occulta, il cosiddetto monitoraggio, mediante strumentazione sufficientemente adeguata della Finanza”, spiegando che nei casi di stupefacenti “noi a volte la lasciamo spiaggiare e facciamo convergere sul posto delle pattuglie proprio allo scopo di individuare e arrestare i sodali dell’organizzazione che stanno aspettando a terra il carico”. Il problema anche qui è che, come ha detto Barbera in udienza, il caicco è stato battuto dal radar alle 3.50 “ma non era certo che fosse il nostro target, ne abbiamo avuto certezza solo dopo la telefonata dei carabinieri che ci avvisava della richiesta di aiuto in quella zona”. A quel punto l’avvocato Marilena Bonfiglio ha chiesto perché la Finanza avesse contattato la Direzione marittima se l’attività di polizia era autonoma: “È una questione di opportunità, di rapporto – si è giustificato Barbera. Abbiamo chiamato per sincerarci che la segnalazione di Frontex fosse arrivata anche alla sala operativa della Direzione marittima di Reggio Calabria e per capire come fosse stata considerata la segnalazione. Visto che anche per loro non c’erano pericoli, è stato rappresentato che si sarebbe operato con i propri mezzi, inizialmente con la V5006, sottocosta e mare permettendo. Sono stati comunicati all’altra amministrazione dello Stato dati precisi”. Non era obbligatorio andare all’intercetto Sul rientro delle unità che erano partite per intercettare il caicco prima del naufragio di Cutro, Barbera ha affermato: “In assenza di una segnalazione certificata si evita di sottoporre a stress l’unità, con il rischio di rompere gli apparati e di stressare il personale”. Un’affermazione che contrasta con quanto avvenuto, ovvero l’uscita delle due unità alle 2.30: se non c’era obbligo, perché sono andate in quelle condizioni meteo che avevano provocato l’annullamento del pattugliamento del Barbarisi la mattina e il ridimensionamento dell’attività della V5006? Anche perché l’ufficiale, rispondendo alle domande riguardanti la partenza alle 2:30 delle unità della Finanza, ha confermato che era stato fatto il lavoro per tracciare le rotte di intercetto: “Il target intorno alle 5 si sarebbe dovuto trovare a 14 miglia da terra e, intorno alle 6, a 6 miglia da terra. Sia il pattugliatore veloce Barbarisi sia la V5006 lo avrebbero intercettato, nella peggiore delle ipotesi, intorno alle 5 il target, tra le 5 e le 6 al massimo”. Una volta appreso del rientro in porto dei mezzi navali, Barbera ha confermato di aver ordinato, alle 4:12, di predisporre delle pattuglie a terra. Nella chat con il comandante della V5006 aveva scritto: “Non appena in porto, prendete le autovetture e uscite di pattuglia; portati anche uno dei due piantoni, così da formare due pattuglie da tre, comunicandolo alle due Salop, VV e KR, al fine di dirigervi sul punto ove pensi che possano sbarcare, così da provare a prendere gli scafisti”. Barbera ha specificato: “Io diedi ordine alle pattuglie di intervenire per fermare gli scafisti, ma salvaguardando la vita”. Le tensioni con la Guardia Costiera nelle chat Sempre nella chat tra ufficiali, il capitano Barbera era stato protagonista di un commento sull’attività della Capitaneria. È stata l’avvocato Bonfiglio a chiedere all’ufficiale di chiarire perché quella notte avesse scritto in chat “sono fulminati” riferendosi alla Guardia Costiera. Barbera ha spiegato che l’espressione era legata a una richiesta del collega della Capitaneria, Arcangeli, di inviare i gommoni veloci BSO da 9 metri quando il caicco era già “a 40 metri dalla battigia”: “Impiegare un’unità navale così piccola – ha detto il capitano della Finanza – in quel tratto di mare era impossibile, per cui ho risposto di no”, definendo quel termine “riconducibile solo ed esclusivamente a quella richiesta, che mi sembrava fuori luogo, e alla circostanza del momento”. Si trattava dello stesso tratto di mare dove, secondo Barbera, il caicco sarebbe potuto spiaggiare, ed era la stessa Guardia Costiera che, sempre per l’ufficiale, aveva correttamente valutato di non dover considerare in pericolo il caicco e quindi di non attivare il piano SAR. Inoltre, in una delle chat di quella notte agli atti del processo, Barbera individuava proprio nell’inerzia della Capitaneria la radice della crisi operativa, scrivendo ai colleghi: “Cmq, mi pare di capire che il problema principale sia presso la Direzione marittima…”, e contestando direttamente ad Arcangeli: “La vostra sala operativa ha riferito che non avrebbe inviato alcuna unità perché non c’erano richieste di soccorso; adesso che il target è prossimo a spiaggiare fate uscire l’unità, mah”. Scibona ridimensiona le dichiarazioni del teste L’ultimo elemento di dibattito lo ha introdotto il presidente del collegio penale Alfonso Scibona. Barbera, che ha confermato di non essere stato in servizio quella notte, ha spiegato di “aver seguito le chat del gruppo OTC di cui facevo parte in qualità di comandante di reparto fino a una certa ora, intorno a mezzanotte, per poi riprendere la lettura delle chat intorno alle due”. Il presidente Scibona ha fatto notare come gran parte degli elementi tecnici riferiti da Barbera derivasse dalle indagini svolte successivamente ai fatti: “Ho partecipato e sono stato delegato nell’ambito dell’altro procedimento penale, quello sugli scafisti, e abbiamo fatto una ricostruzione dettagliata sui fatti”, ha confermato il teste. Proprio su questa sovrapposizione tra percezione diretta e studio successivo delle carte, il giudice Scibona ha ridimensionato la portata testimoniale delle valutazioni espresse dall’ufficiale: “Tutte le ricostruzioni e tutte le informazioni che oggi ha fornito in quest’aula si fondano su una lettura successiva degli atti. Quando lei dice ‘sulla base degli atti’, ‘documenti che ho letto’, lei ha letto tutto successivamente; lei ha avuto contezza di quello che è successo in quella data, come ha detto, alle ore 4:11. Quindi quello che è successo prima – il Barbarisi, il bunkeraggio della V5006, se stessero rientrando o verso dove fossero diretti e quant’altro – si basa sulla sua interpretazione e sulla sua lettura degli atti che lei ha visto successivamente”. In tutto questo l’operazione di polizia non è mai stata portata a termine.   Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
Naufragio di Cutro, il capitano Barbera: la Finanza non ha colpe. Prima parte
Giustificati i motivi del mancato intercetto: “Non era obbligatorio andare, non era Sar. La brusca virata vicino alla spiaggia ha causato la tragedia”. Il giudice Scibona ridimensiona l’analisi dell’ufficiale. Una difesa a spada tratta dell’attività di law enforcement intrapresa dalla Guardia di Finanza (ma mai portata a termine) nella drammatica notte del naufragio di Cutro. È questo il senso della testimonianza resa dal capitano Gaetano Barbera, all’epoca dei fatti di Steccato comandante della Sezione operativa navale della Guardia di Finanza di Crotone, nel corso della diciottesima udienza del processo sui ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, lo schianto del quale, il 26 febbraio 2023, causò la morte di 94 persone. “L’operazione di quella notte – ha dichiarato con sicurezza Barbera rispondendo alle domande del pm Matteo Staccini – era un’operazione di polizia. Non era stato attivato il cosiddetto accordo tecnico dal Comando operativo navale proprio perché non c’era la certificazione della presenza dei migranti su quella barca. C’è stata tutta una serie di analisi da parte delle autorità preposte, da cui è emerso che non c’erano situazioni di pericolo nei confronti dell’imbarcazione, che navigava autonomamente senza alcun problema. L’analisi è stata fatta da esperti che hanno valutato nel merito, ma anche noi abbiamo dato un’occhiata a quella che era la messaggistica che era arrivata. Effettivamente non c’erano situazioni per le quali ipotizzare un pericolo.” In ogni caso, ribadendo che “nel caso di Cutro l’attivazione dell’accordo tecnico era in capo al Comando operativo aeronavale, che non ha ritenuto opportuno doverlo attivare”, Barbera ha sottolineato continuamente nel corso delle sue risposte: “La Guardia di Finanza non è deputata a queste valutazioni; la Guardia di Finanza non può attivare un piano SAR a tavolino, se non avendo l’imbarcazione a vista e constatando che c’è un serio e imminente pericolo di vita”. Barbera ha attribuito la responsabilità esclusiva della qualificazione SAR alla Guardia Costiera: “In ogni caso la Guardia di Finanza non è deputata a queste valutazioni. L’autorità marittima ha correttamente valutato di non dover considerare in pericolo il natante, e quindi di non attivare il piano SAR”. Invece, ha aggiunto l’ufficiale, “il velivolo di Frontex che ha avvistato l’imbarcazione, se avesse valutato che c’era in quel momento una situazione per la quale dichiarare il SAR, avrebbe potuto dichiararlo tranquillamente.” Il mancato avvio del piano SAR Il cardine della linea esposta da Barbera risiede proprio nei motivi per cui non fu attivato l’accordo tecnico che avrebbe permesso l’intervento della Guardia Costiera con i mezzi ognitempo per andare in soccorso al caicco in un’operazione SAR. Sollecitato dall’avvocato Alice Massara, difensore del colonnello Nicola Vardaro, a specificare quali elementi determinassero l’attivazione dell’accordo tecnico, Barbera ha spiegato, citando con precisione articoli e dati: “L’accordo tecnico, all’allegato 2, tra le 17 voci prevede di dover annotare il numero di possibili migranti a bordo, a partire da una telefonata da parte dei migranti alle forze di polizia in cui si dice che sta arrivando un’imbarcazione, oppure dalla captazione di 30-40 utenze telefoniche, tali da far comprendere al velivolo che si trova sopra che effettivamente possano esserci migranti a bordo”. Quando il pm Staccini gli ha fatto notare, nella segnalazione di Frontex la dicitura “possible additional people”, l’ufficiale ha sostenuto che l’agenzia europea utilizza tale formula in modo standardizzato: “Quando Frontex segnala, segnala sempre come possible POB (people on board). Poi c’è un’analisi che ha fatto Frontex e, all’esito di quella, è stata fatta un’ulteriore analisi da parte del Comando operativo navale. Nessuno ha certificato la presenza dei migranti a bordo”. Sul punto il presidente del collegio penale, il giudice Alfonso Scibona, ha contestato al teste le risultanze istruttorie secondo cui in 9 casi su 10 le segnalazioni di Frontex riguardavano migranti. L’ufficiale, apparendo sorpreso, ha ridimensionato la statistica affermando sicuro: “No, non è così. Può succedere magari che su 10, che ne so, 6 volte abbiano ragione e 4 volte no, ma non 9 su 10”. Le stufette a bordo del caicco La linea di Barbera ha ricalcato quella delle ‘stufette’ tenuta finora da tutti gli imputati e dai loro comandanti nell’ambito del processo sul naufragio di Cutro riguardo alla forte risposta termica rilevata all’interno del caicco Summer Love dall’aereo Eagle One di Frontex: “Si vede una persona in coperta e la significativa rilevazione termica è associata al fatto che fossimo a febbraio, e quindi bastava una piccola fonte di calore perché si registrasse questa rilevazione termica”. E ancora, a giustificazione della mancata attivazione del SAR, ha addotto il fatto che “c’era la captazione di una sola utenza telefonica, quindi non 30-40 come in genere avviene quando ci sono numerosi migranti a bordo”, aggiungendo che di norma la presenza di migranti si percepiva “perché c’è tutta una serie di elementi, tipo i parabordi che vengono lasciati fuori così, i migranti in coperta, delle tende strane, o barche con un bordo libero ridotto, che indica la linea di galleggiamento”. Il capitano Barbera ha anche evidenziato il ruolo del velivolo Frontex: “In caso di dubbi può anche interrogare l’imbarcazione, quindi può chiamare con il VHF sul canale 16, canale internazionale, e chiedere informazioni all’unità, assicurandosi che sia tutto a posto”, poiché “se non rispondono c’è qualcosa che non va, perché una barca che naviga normalmente non ha motivo di non rispondere sul canale 16”. Non era una tradizionale barca di migranti Nel corso della testimonianza, l’ufficiale – citandolo in una delle sue digressioni – ha introdotto un tema che da qualche tempo la difesa stava cercando di inserire nel dibattimento per evidenziare come il caicco non fosse un’imbarcazione “tradizionale” per il traffico di esseri umani: i controlli effettuati negli anni precedenti su natanti simili. Con dovizia di particolari Barbera ha ricordato: “Era stato effettuato un controllo proprio dalla V5006 qualche tempo prima, con tre turchi a bordo che erano in navigazione ordinaria. Dalla consultazione delle banche dati SDI sui soggetti che erano a bordo, né tantomeno sull’imbarcazione, non risultavano elementi tali da ricondurre ad attività illecita”. Ha inoltre precisato che, nella sua esperienza calabrese, “i migranti viaggiavano su barche a vela, imbarcazioni a motore in ferro o pescherecci, ma barche di questo tipo che trasportassero migranti, a mia memoria, non ne ricordo”. La virata e l’analogia con l’incidente stradale Secondo l’ufficiale, la tragedia sulle coste del naufragio di Cutro fu causata dalla brusca virata effettuata dagli scafisti davanti alla spiaggia: “In questi quattro anni di servizio in Calabria non mi è mai capitato di vedere una manovra del genere e non era neanche pensabile: una manovra impossibile, una manovra che non si può fare. Senza quell’accostata, quell’imbarcazione sarebbe arrivata a terra, così come ne sono arrivate tante altre nello stesso tratto di mare e in altri tratti di mare, e non è mai successo nulla di così tragico, in quelle stesse condizioni di mare. Consideri che lì c’è un fondale di 3 metri e mezzo, quindi quell’imbarcazione, con un pescaggio di 2 metri o 2 metri e mezzo, sarebbe arrivata sospinta dal moto ondoso dritta sulla battigia”. L’ufficiale è ricorso a un’analogia stradale per escludere le responsabilità della Finanza: “È come se noi avessimo contezza che sta arrivando un camioncino, un furgone con dei migranti che deve attraversare Crotone, e decidessimo nell’ambito dell’autonoma attività di polizia di fermarlo dopo Crotone. Che succede? Che durante questo frangente l’autista del pulmino si schianta contro un albero e succede quello che succede. Non può essere imputata la Guardia di Finanza di tutto questo”. Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
Naufragio Cutro, l’equipaggio: “Il radar non ha battuto nulla”
Ripresa l’udienza a carico dei 6 militari indagati sui presunti ritardi nei soccorsi. Il pm chiede i motivi della sosta prolungata della motovedetta V5006 a Crotone. “Alle 3.20 del 26 febbraio quando siamo arrivati a Capocolonna non si poteva procedere in sicurezza e il comandante ha deciso di rientrare in porto”. Lo hanno ribadito all’unisono venerdì 18 settembre due componenti dell’equipaggio della motovedetta della Guardia di Finanza V5006 nel corso della loro testimonianza al processo sui presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui naufragio a Steccato di Cutro ha causato 94 morti e decine di dispersi. Udienze ricominciate per sei imputati Processo che vede imputati quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di porto. Sul banco degli imputati, per omicidio e naufragio colposo, figurano Giuseppe Grillo, 57 anni, capo turno della sala operativa del Reparto operativo aeronavale (ROAN) della Guardia di Finanza di Vibo Valentia; Alberto Lippolis, 51 anni, comandante del ROAN di Vibo Valentia; Antonino Lopresti, 52 anni, ufficiale in comando tattico della Guardia di Finanza; Nicolino Vardaro, 53 anni, comandante del Gruppo aeronavale della Finanza di Taranto; Francesca Perfido, 41 anni, ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’IMRCC di Roma e, infine, Nicola Nania, 52 anni, in servizio al V MRSC della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. L’udienza, davanti al collegio penale presieduto dal giudice Alfonso Scibona, è ripresa dopo la pausa estiva con l’audizione di due finanzieri scelti: Alessandro Erdas, motorista della V5006, e Roberto Camarretta, radarista a bordo dell’unità. I due sono stati interrogati dal pubblico ministero Matteo Staccini, mentre gli avvocati degli imputati e quelli di parte civile hanno scelto di acquisire agli atti le relazioni di servizio. La ricostruzione attraverso le relazioni di servizio Relazioni che fanno un resoconto freddo di quanto accaduto quella notte del 26 febbraio, quando la motovedetta V5006 dalle 20 si trovava in mare per attività di pattugliamento. Alle 23.30 la motovedetta riceveva la comunicazione della segnalazione di Frontex che avvisava della presenza di un caicco sospetto (possible migrant vessel scrive Frontex nell’avvistamento delle 21.26 del 25 febbraio 2023, ndr) che faceva rotta verso la Calabria. A quel punto il comandante dell’unità, il luogotenente Pasquale Lombardo, disponeva il rientro in porto per bunkeraggio. L’unità entrava nel porto vecchio di Crotone a mezzanotte e lì restava fino alle 2.20 del 26 febbraio, quando riprendeva il mare per andare a intercettare il caicco. Un’ora dopo, alle 3.20, all’altezza di Capocolonna a causa delle condizioni meteo avverse la V5006 invertiva la rotta tornando verso Crotone, dove giungeva alle 4.45. Da ricordare che né il primo rientro, né il secondo sono stati comunicati alla Guardia Costiera che aveva offerto il suo supporto per dirigersi verso il caicco. Soprattutto, come è ormai noto, il Roan di Vibo Valentia aveva comunicato alle 23.36 al comando regionale della Capitaneria di porto di Reggio Calabria che “per il momento è un’attività di polizia che stiamo valutando noi, abbiamo la… una nostra vedetta, la 5006, che l’attenderà… mare permettendo”. Le due ore di attesa al porto vecchio Il pm Staccini ha chiesto ai due testimoni il motivo delle due ore di attesa al porto dopo il primo rientro: “Sono serviti 40 minuti per il rifornimento, abbiamo fatto 800 litri di carburante – ha spiegato il finanziere scelto Erdas – poi ci sono ormeggio e disormeggio, pratiche burocratiche per il rifornimento. Il comandante ci ha anche chiesto di sistemare la barca per affrontare il mare successivamente. Da quando abbiamo finito alla nuova partenza, che è stata decisa dal comandante non ricorodo quanto tempo è trascorso, mi pare meno di un’ora”. Il finanziere Camarretta ha precisato: “Non abbiamo fatto solo rifornimento, ma abbiamo rifatto le stime per capire dove il caicco si sarebbe trovato e quando sarebbe arrivato in acque nazionali in base a segnalazione Frontex, che è stata l’unica avuta durante navigazione. Inoltre, abbiamo messo in sicurezza tutta l’apparecchiatura prima di uscire. Non ricordo se c’è stato un intervallo temporale tra quando eravamo pronti e quando siamo uscire”. Il sostituto procuratore ha chiesto chiarimenti sulle condizioni meteo. Entrambi i testimoni hanno dato la medesima risposta: “Alle 21 quando eravamo già in mare si poteva proseguire, alle 3.20 a Capocolonna era impossibile proseguire. Il comandante ha deciso e come prassi penso che abbia informato la sala operativa di Vibo Valentia”. Nel corso della testimonianza del motorista, l’avvocato Francesco Vetere, difensore di Alberto Lippolis, ha chiesto al finanziere Erdas se avesse mai incontrato prima imbarcazioni simili al caicco durante la sua esperienza in mare. Il militare ha iniziato a rispondere con dovizia di particolari di fatti avvenuti qualche mese prima del naufragio, ma è stato fermato dal presidente Scibona, il quale ha fatto notare come la domanda non c’entrasse con il tema della testimonianza, che era sulla relazione di servizio data per acquisita e né poteva essere desunto da domande fatte dal pm. L’avvocato a quel punto non ha insistito. Domande del pm sulle comunicazioni e sul radar Più approfondite le domande al radarista della V5006 sulle comunicazioni e sulla procedura seguita per tentare di intercettare il Summer Love. Il finanziere ha evidenziato un dato: “La comunicazione di Frontex con i dati delle coordinate del caicco quando è arrivata a noi era già di un’ora prima. Il target era a 40 miglia a sud est di Capo Rizzuto, ma per la rotta che faceva era a 50 miglia da punto di arrivo previsto, Copanello. Per andare a intercettare l’imbarcazione ci siamo basati sulla segnalazione di Frontex, che indica rotta e velocità, verificando ogni ora il punto dove presumibilmente sarebbe arrivato. Quando siamo usciti alle 2.20 l’idea era quella di intercettare il caicco; secondo i calcoli che avevamo fatto sarebbe entrato in acque nazionali alle 3, quando sarebbero mancate 25 miglia per arrivare al punto previsto di approdo. In base ai dati di Frontex il caicco sarebbe arrivato sulla costa alle 7 del mattino.” La radio non funzionava bene Il finanziere Camarretta ha spiegato al Tribunale che “quella sera la radio, probabilmente per le condizioni meteo, non funzionava bene e per questo le comunicazioni il comandante le faceva per telefono” e poi ha specificato al pm: “Il radar di bordo può avere una portata anche di 96 miglia, ma non batterebbe nulla. Quella notte non ha battuto alcun target, per le condizioni meteo che c’erano la portata non andava oltre le due, massimo 3 miglia”. E la motovedetta non è mai arrivata a quella minima distanza. Infine, nel corso delle domande degli avvocati difensori l’avvocato Alice Massara ha letto anche le sommarie informazioni testimoniali che Camarretta ha fatto alla Procura militare di Napoli che aveva aperto un’indagine in seguito al cosiddetto “Contributo civico” presentato da Cittadinanzattiva di Napoli al Tribunale militare del capoluogo campano e al Comando generale delle Capitanerie di porto.     Redazione Italia
September 19, 2026
Pressenza
A Milano presentazione del docufilm “Cutro, 94… and more”
Nel tredicesimo anniversario del naufragio di Lampedusa, la Rete milanese Nessuna Persona è Illegale ha organizzato un evento speciale all’Anteo Palazzo del cinema di Milano per domenica 4 ottobre, ore 10:30. Presenteremo in anteprima il docufilm “Cutro, 94… and more”, AR Film, 2026. Regia di Angelo Resta. Sceneggiatura: Vincenzo Montalcini, Bruno Palermo, Francesco Pupa e Angelo Resta. Regista e sceneggiatori saranno presenti per discutere col pubblico. Con la testimonianza di Mojtaba Rezapour Moghaddam, l’unico superstite del naufragio che vive ormai stabilmente nel crotonese. Il film ricostruisce il naufragio di Cutro, quando il 26 febbraio 2023 il caicco “Summer Love”, partito dalla Turchia, si infranse in una secca a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Nel naufragio, persero la vita 94 persone migranti, di cui 35 bambini; tuttora ignoto il numero dei dispersi. È un racconto rigoroso che ricostruisce contesto, responsabilità e memoria collettiva, attraverso le testimonianze dirette dei primi giornalisti giunti sul luogo e i racconti di chi c’era. Come recita la motivazione del premio Vittorio De Seta 2026, “restituisce verità, contesto e memoria a una delle stragi migratorie più gravi della storia italiana recente”. È anche un’opera di riflessione civile su temi universali, come la solidarietà, la responsabilità collettiva e il dovere della memoria. In questo momento è in corso a Crotone il processo contro sei funzionari di Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto per approfondire le falle nella catena di comando che possono essere state all’origine del naufragio. Il processo è stato silenziato, vietando perfino le registrazioni di Radio Radicale. Il film aiuta allora anche a combattere questo silenzio e a mantenere viva l’attenzione pubblica su quel naufragio. Costo del biglietto: 5 euro Prenotazioni e biglietti: https://anteo.spaziocinema.18tickets.it/film/110136 Redazione Milano
September 18, 2026
Pressenza
Cutro, il naufragio della civiltà
C’è un errore di fondo, drammatico e strutturale nelle ricostruzioni – burocratiche – che continuano a circolare sulle stragi in mare: l’idea che una scelta, politica o amministrativa, possa condizionare il dovere di effettuare un soccorso in mare. Sentire qualcuno che giustifica l’inazione parlando di “scelte di policy”, di “operazioni di polizia” (law enforcement) o di buona “galleggiabilità” di un caicco evidentemente carico di migranti, significa ignorare deliberatamente il pilastro fondamentale della civiltà umana e giuridica: non è e non deve mai più essere il potere, la politica, a decidere quando salvare una vita, ma è la legge a stabilire quando sorge una situazione di pericolo e quando si deve provvedere. Ma l’etica di ognuno, sulla base di esperienza e competenza, avverte ancora prima il funzionario responsabile che deve prepararsi ad agire. Il dovere di soccorso in mare, infatti, non è una concessione e non può essere stoltamente confuso con miserande strategie elettorali. Non è un’opzione discrezionale lasciata ai burocrati, ma una necessità degli uomini, un obbligo fissato anche da convenzioni internazionali (Amburgo, SOLAS, UNCLOS), le quali sono norme che costituiscono solo la codificazione giuridica dell’antico codice del mare, ovvero di un principio etico ancestrale che riconosce priorità alla fragilità dell’uomo. Una fragilità che non si consuma solo in mezzo al mare, ma che è connaturata alla stessa condizione umana: davanti alle guerre, alla miseria e persino di fronte all’indifferenza dei sistemi violentemente burocratici. Rispetto alla fragilità il mare è solo il paradigma più drammatico e immediato di questa vulnerabilità universale. Se lo Stato, le istituzioni e le leggi non servono a proteggere l’uomo proprio nel momento della sua massima fragilità — ovunque essa si manifesti —, allora perdono la loro stessa ragion d’essere. Cedere alla retorica delle “frontiere da difendere” lasciando o respingendo in mare chi è in pericolo significa rinnegare e disconoscere il legame umano fondamentale. E in pericolo si trova ogni imbarcazione sovraccarica, senza dotazioni di sicurezza o condotta da persone inesperte. Sono chiarissimi i manuali internazionali di ricerca e soccorso aero marittimo e i regolamenti europei: non c’è  da fare alcuna ulteriore interpretazione nel momento operativo, c’è da agire. Classificare una situazione così caratterizzata, come “operazione di polizia” non è legittimo, è un vero e proprio cortocircuito che calpesta l’etica e costa dolore e vite umane. Nessuna direttiva politica, nessuna circolare ministeriale può cambiare il nome alle cose; ogni elemento della catena di comando rimane responsabile e ha il dovere di osservare i trattati internazionali, oltre che di rispondere alla propria coscienza e gli uni e l’altra hanno rango superiore a qualsiasi protervia in carica pro tempore. Non si abdica alla propria responsabilità genuflettendosi al potere. In mare, come in terra, la legge della vita, il rispetto della fragilità e il dovere di umanità vengono prima di qualsiasi dinamica di potere o di polizia. Sempre. I servitori dello Stato — a ogni livello della catena di comando — giurano fedeltà alla Costituzione e alle sue leggi, non agli interessi elettorali di qualcuno e nessuna divisa o funzionario potrà mai giustificarsi, neppure con sé stesso, dietro un “Ho eseguito gli ordini” quando a naufragare è la nostra stessa civiltà.   Gregorio De Falco
July 2, 2026
Pressenza
Processo Naufragio Cutro, non era una barca con migranti… anzi sì
La differenza lessicale tra dubbio e incertezza sullo sfondo di una certezza, purtroppo, indubbiamente certa: 94 persone morte sulla spiaggia di Steccato di Cutro. È stata caratterizzata anche da questa discussione semantica la tredicesima udienza del processo ai sei militari (quattro della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto) accusati dei presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui naufragio, avvenuto il 26 febbraio 2023 sulla spiaggia di Cutro, ha causato 94 morti accertati e decine di dispersi. Protagonista, nella tredicesima udienza svolta il 30 giugno, è stato ancora il capitano di fregata Gianluca D’Agostino, all’epoca dei fatti capo dell’Italian Maritime Rescue Coordination Center. La sua è stata una deposizione proseguita nel segno delle contraddizioni in merito alla valutazione dei fatti di quella notte. “L’aereo di Frontex aveva avvistato una decina di barche quella notte, ma segnalò solo il caicco perché faceva rotta verso terra, era stata intercettata una telefonata verso la Turchia e sottocoperta c’erano altre persone”, ha dichiarato il capitano di fregata rispondendo a una domanda diretta e precisa del presidente del collegio penale del Tribunale di Crotone, Alfonso Scibona. Una risposta che ha destato un boato di sorpresa nell’aula – nella quale era presente anche l’europarlamentare Mimmo Lucano – perché fino a quel momento D’Agostino aveva sempre sostenuto che, a suo avviso, su quella barca non ci fossero persone, né tantomeno migranti. Le divergenze con Frontex nel processo di Cutro D’Agostino ha ribadito di aver avallato la valutazione dell’International Coordination Centre (struttura interforze istituita presso il Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza), secondo cui non si trattava di una barca di migranti. Questo nonostante – come emerge dagli atti, ma anche dal dibattimento e dalle stesse parole di D’Agostino – l’imbarcazione viaggiasse senza Ais acceso (il sistema di tracciamento automatico), non avesse una bandiera visibile, presentasse un’alta risposta termica sottocoperta e da Frontex fossero giunti messaggi che descrivevano il caicco come “possible migrant vessel”. Rispondendo all’avvocato di parte civile Lidia Vicchio, il capitano di fregata è arrivato a sostenere che: “Frontex cita i migranti solo per un errore di trascrizione”. Inoltre, replicando a una domanda dell’avvocato di parte civile Stefano Bertone, ha contestato le dichiarazioni fatte dal direttore di Frontex, Hans Leijtens, durante un’audizione del 23 maggio 2023 alla commissione Libe dell’Europarlamento (vedi il Crotonese del 26 maggio 2023), secondo il quale c’erano molte persone sottocoperta: “Il direttore di Frontex è un poliziotto, la sua affermazione è eccessiva”, ha chiosato D’Agostino. Ha poi ripetuto che il calore registrato dall’Eagle 1 di Frontex poteva essere provocato anche da due o tre persone, da stufette o dalla porta della sala macchine aperta: “Che ci siano due o 300 persone, la colorazione del rilievo termico non fa differenze”. La Finanza non era dove avevano detto che si trovava A proposito della sigla IM posta davanti al numero della segnalazione di Frontex, ha dichiarato: “È un codice usato perché Frontex di quello si occupa. Non è il codice IM solo perché sono immigrati. Si deve andare a controllare… e nella maggior parte dei casi si tratta di migranti.” Ricordando di aver visto in diretta il video di Frontex “un’ora prima della segnalazione ufficiale”, D’Agostino ha ribadito più volte che il caicco Summer Love – senza Ais, senza bandiera e con telefonate dirette verso la Turchia – “non era la barca tipica dello scenario e della rotta turca”. Quindi si è sfogato sulla mancata presenza di unità in mare durante il controesame del pm Matteo Staccini: “L’informazione che avevo ricevuto era che la V5006 fosse indicata nell’area delle operazioni dalle 20:00 del 25 febbraio alle 6:00 del 26 febbraio. Invece, sedici minuti dopo la telefonata che ci informava di questo, era agli ormeggi a Crotone. Vuol dire che, quando ci hanno chiamato, era praticamente in porto. Questo ha fatto scattare la mia domanda di chiarimento al generale Caci e quella mia dichiarazione di cui mi scuso: perché io sapevo che fino alle 6:00 avevo una barca lì, e invece quella barca era in un posto diverso. Una nave del genere, quando esce, non va a fare bunkeraggio (operazione di rifornimento di combustibile). Se so che dalle 20:00 alle 6:00 sei lì, fare bunkeraggio due ore dopo l’inizio delle operazioni stride un po’”. I dettagli anomali: salvagenti e telefonate nel naufragio di Cutro Il presidente Scibona, anche sulla scorta della sua esperienza nei processi agli scafisti, ha sollecitato il testimone su alcuni particolari, come l’assenza di salvagenti in coperta e la mancanza di telefonate dalla barca ai parenti o ai numeri di emergenza, elementi che D’Agostino aveva utilizzato per spiegare i motivi per cui il caicco non era stato considerato una barca di migranti. “Quanti salvagenti vengono posizionati sulla coperta di una nave di migranti? Sono sempre abbandonati in modo caotico? Ci sarebbero dovuti essere 200 salvagenti?”, ha domandato Scibona. D’Agostino ha replicato: “Solitamente sulla coperta c’è grande caos, con salvagenti di ogni tipo. Non avevo mai visto prima una barca di migranti i cui passeggeri fossero nascosti in questo modo, né una simile capacità degli scafisti di interdire le comunicazioni telefoniche.” Il presidente Scibona ha ribattuto: “Mi risulta che, proprio per evitare che telefonino e vengano intercettati, si tolgano i telefonini ai migranti. L’ho riscontrato in diversi processi.”   Redazione Italia
July 1, 2026
Pressenza
La strage di Cutro arriva a Bruxelles: l’appello per verità e giustizia
Prima le foto della tragedia, poi il film “Cutro 94… and more”. La strage del 26 febbraio 2023 arriva nel cuore della politica continentale, al Parlamento Europeo di Bruxelles, grazie all’iniziativa di The Left “Verità e giustizia per il naufragio di Cutro”, voluta da Mimmo Lucano e svoltasi il 23 giugno. Un incontro nella sala 7C50 dell’Europarlamento al quale hanno partecipato familiari delle vittime e superstiti. “Dobbiamo spezzare il silenzio. Contribuire a non far passare un evento drammatico come qualcosa destinato a scadere nella routine”, ha detto Mimmo Lucano spiegando i motivi dell’iniziativa. “Prima i soccorsi, poi la sicurezza” Aprendo la manifestazione, Lucano ha sottolineato: “Da quel dramma bisogna costruire rapporti e relazioni di solidarietà, non basate sull’avversione, sulla discriminazione o sulla sicurezza. Bastava dire che venivano prima i soccorsi e non la sicurezza: c’era tempo per la sicurezza. Dal naufragio, quello che succede nella mia coscienza non è la ricerca giustizialista o l’individuazione dei colpevoli. I colpevoli si sa già chi sono. Come diceva Pier Paolo Pasolini dopo la strage di Piazza Fontana: ‘Io i colpevoli li conosco, ma non ho le prove’. Cutro dimostra un modello politico che accetta la morte come effetto collaterale. Cutro è il risultato di una strategia che criminalizza chi salva e chi arriva.” La critica alle politiche europee sui rimpatri “Cutro è stato causato da un sistema che non mette la persona al primo posto. Le persone che fuggono sono, per me, come i martiri della libertà, degli eroi”, ha sottolineato. Lucano ha evidenziato il contrasto tra i valori fondanti dell’Unione Europea e l’approvazione del regolamento sui rimpatri: “Ora l’Europa apre alla deportazione di massa, mentre siamo qui davanti a una verità che molti vorrebbero evitare. L’approvazione di quei regolamenti è avvenuta anche con il contributo di forze politiche moderate: è qualcosa che annulla il motivo stesso per il quale nasce l’Europa, il rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza. Quindi è un’Europa che rinnega se stessa.” Le 94 foto della mostra de ‘Il Crotonese’ La manifestazione svolta nell’Europarlamento è stata caratterizzata da due momenti intensi. Prima un flash mob durante il quale tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, hanno sollevato le foto della mostra de Il Crotonese sul naufragio di Cutro, realizzata con gli scatti del direttore Giuseppe Pipita, che è stato il primo giornalista ad arrivare sulla spiaggia di Steccato. “Questa è la storia di 94 persone” ha detto Pipita “che non sono mai riuscite ad arrivare in Europa, perdendo la vita il 26 febbraio 2023 a Cutro, in Calabria, sulla spiaggia di un Paese occidentale, un Paese del G7 che avrebbe dovuto incarnare i valori di umanità, accoglienza e solidarietà. Al contrario l’Italia, come molti altri Paesi europei, sta subendo una deriva fascista e razziale in cui l’umanità non conta più.” Il direttore ha sottolineato l’attualità del caso Cutro: “Oggi è fondamentale essere qui, nel cuore dell’Europa. Raccontare la strage di Cutro in questa sede deriva anche dal fatto che in Italia non se ne parla più. A soli tre anni di distanza, mentre nelle televisioni nazionali si continua a discutere quotidianamente, in trasmissioni lunghe ore, di omicidi avvenuti vent’anni fa, su un processo che chiama alla responsabilità una nazione per la morte di 94 persone è calato il silenzio. Il presidente del collegio del Tribunale di Crotone ha persino vietato l’ingresso delle telecamere in aula per “garantire la serenità del processo”, sebbene le stesse siano regolarmente ammesse per i processi contro presunti scafisti o per mafia.” “Sul processo è calato il silenzio” Dal direttore è arrivato un accorato appello, soprattutto agli europarlamentari: “Vi prego, continuate a parlare di questo processo e a raccontare ciò che è successo a Cutro il 26 febbraio 2023. La mia mostra è composta da 94 foto, tante quante le vittime. Il titolo “I sogni attraversano il mare” vuole significare che quelle persone hanno comunque portato i loro sogni di una vita di libertà oltre il mare e noi dobbiamo fare in modo che si realizzino, perché quel 26 febbraio 2023 siamo stati tutti naufraghi su quella spiaggia.” La proiezione di “Cutro 94… and more” Dopo gli interventi c’è stata la proiezione del film “Cutro 94… and more”, per il quale erano presenti gli autori Vincenzo Montalcini, Bruno Palermo, Angelo Resta e Francesco Pupa con la giornalista Francesca Travierso e il sound designer Daniele Sorrentino. Momenti intensi che hanno suscitato forti emozioni tra i presenti. Ad assistere anche gli eurodeputati di The Left Pasquale Tridico, Ilaria Salis, Cecilia Strada, Leoluca Orlando, Gaetano Pedullà. “Questo è un documento che serve per conservare la memoria di quei giorni” ha detto Bruno Palermo nel suo intervento. “Per raccontarla per come è accaduta, senza che nessuno, col passare del tempo, possa poi fornire una versione diversa e magari dire che è stata colpa del mare. No. Non è colpa del mare. Il mare fa il mare. L’uomo, invece può scegliere e scegliere di non intervenire ha fatto la differenza tra la vita e la morte”.   Redazione Italia
June 24, 2026
Pressenza
Processo naufragio Cutro, l’Imrcc classificò l’evento come barca migranti
Le contraddizioni in aula del capitano D’Agostino sulla scelta di non dichiarare l’evento finito tragicamente come migratorio. Non era una barca con migranti, ma venne classificata come barca di migranti. Ci sono delle evidenti contraddizioni in quello che è accaduto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 quando il caicco Summer Love si schiantò sulla costa di Steccato di Cutro causando la morte di 94 persone. Contraddizioni emerse nel corso della testimonianza del capitano di vascello Gianluca D’Agostino al processo in corso a Crotone per i presunti ritardi nei soccorsi, nel quale sono imputati 4 militari della Guardia di Finanza e 2 della Capitaneria di Porto per omicidio e naufragio colposo. Le segnalazioni di Frontex nel processo sulla strage di Cutro L’avvocato di parte civile, Francesco Verri (che rappresenta superstiti e familiari delle vittime), ha chiesto a D’Agostino se sapesse che la Guardia di Finanza, nell’immediatezza della segnalazione di Frontex, riportò alle 23:20 sul registro di sala del Roan di Vibo Valentia la comunicazione della centrale operativa (Cenop) Natante con migranti. “Non so cosa abbia scritto allora la Finanza” ha detto l’ufficiale. “Anche noi l’abbiamo inserita nel nostro protocollo come barca con migranti perché viene catalogata così per natura statistica. C’è un protocollo parallelo nel quale classifichiamo tutte le segnalazioni provenienti da Frontex come barche con migranti. Da Frontex arrivano una decina di segnalazioni al giorno in media. Tutte sono classificate come evento migranti, poi la percentuale che non corrisponde è sotto il 10%. Ci azzeccano.” L’IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center), in particolare, ha classificato l’evento come IM533, dove IM – ha spiegato lo stesso ufficiale – sta evidentemente per immigrazione. Le valutazioni sul natante prima della strage di Cutro D’Agostino ha ribadito quanto aveva già detto al pm Staccini poco prima: “Il dubbio che sia una barca di migranti c’è sicuramente. Secondo me, però, non era una barca di migranti. Il dubbio non mi è sorto, c’era una possibilità, ma anche oggi dopo aver rivisto il video ribadisco che non era una barca con migranti. Quella era una barca di cui non si aveva contezza di cosa stesse facendo. Poteva portare droga o armi, come era stato fatto in precedenti occasioni.” L’avvocato Verri ha riportato all’ufficiale una serie di raccomandazioni della Commissaria Europea per i diritti umani ‘Lives saved. Rights protected’, secondo la quale le barche di migranti devono essere considerate in pericolo appena iniziano il viaggio. D’Agostino, pur condividendo le raccomandazioni, è rimasto sui suoi convincimenti nonostante il caicco fosse stato classificato appunto come barca con migranti sia dalla Capitaneria che dalla Guardia di Finanza: “È corretta questa raccomandazione se si tratta di un’imbarcazione giudicata con migranti. Se fosse stata un’imbarcazione con migranti ci saremmo comportati in modo diverso. Il dubbio esisteva non solo per la Guardia Costiera, ma anche per la Finanza e l’operazione di polizia nasce per dirimere il dubbio. Se si fossero palesati quegli elementi lo scenario si sarebbe modificato”. Il lato umano e la difesa delle procedure di soccorso Quando l’avvocato di parte civile ha chiesto a D’Agostino se oltre all’errore di essersi fidati della Finanza ci fossero stati altri sbagli quella notte, l’ufficiale si è sfogato: “Io ho soccorso migliaia di persone, ma ti ricordi quelle che non sei riuscito a salvare. Siamo delle persone, Guardia di Finanza e Guardia Costiera sono le uniche che la notte piangono insieme ai familiari quando hanno perso delle persone in mare.” Poi, recuperato l’aplomb, il capitano D’Agostino ha ribadito: “Non ci sono stati errori di procedura. Forse, a posteriori, quella telefonata con il mio omologo della Finanza, che non è procedurale ma che forse ho fatto mille altre volte… Questo me lo sono posto come uomo, non come tecnico”. Infine D’Agostino, rispondendo a una precisa domanda, ha detto che la rotta della barca non era verso alcun porto ma verso la costa e ha ammesso che “non avevamo valutato un eventuale spiaggiamento perché le barche che hanno migranti a bordo tendenzialmente arrivano sottocosta, alzano il telefono, chiamano, si fermano e non si schiantano.”   Redazione Italia
June 20, 2026
Pressenza
Processo naufragio di Cutro, sopravvissuta: soccorsi arrivati dopo 4 ore
“Perché quando siamo entrati nelle acque italiane nessuno è venuto a soccorrerci?”. Mamozai Nigeena, ventiseienne afgana sopravvissuta al naufragio di Cutro, è arrivata a Crotone dalla Germania per testimoniare al processo sui ritardi nei soccorsi al caicco Summer love il cui naufragio, il 26 febbraio 2023, è costato al vita a 94 persone. “Ero a bordo con mio marito. C’erano più di 180 persone. I trafficanti prima di partire ci avevano detto che eravamo pochi, invece eravamo più di 100″, ha spiegato la donna, raccontando le difficoltà di un trasbordo in mare aperto dopo che la prima imbarcazione si era fermata per un’avaria. “Hanno costretto a buttare le valigie, il mare non era calmo come quando eravamo partiti. C’erano donne e bambini che gridavano. Una situazione brutta”. Ricordando i momenti concitati, ha descritto la spietatezza del trasferimento: “Nessuno tra i passeggeri era dotato di salvagente; gli unici dispositivi di sicurezza – ha confermato la teste – erano a disposizione esclusiva dei trafficanti. L’avvistamento di un elicottero dal caicco Rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile, Enrico Calabrese, la ragazza ha ha riferito di aver udito il rumore di un elicottero (anche se non ha saputo precisare a che ora e in che zona) e visto qualcuno scattare delle foto dai finestrini della nave. Su questo dettaglio l’avvocato Francesco Vetere, difensore del tenente colonnello Alberto Lippolis, ha chiesto se potesse trattarsi di un aereo. La risposta della ventiseienne è stata netta: “Sono vissuta in Afghanistan e posso capire la differenza tra un elicottero e un aereo. Non sono solo le mie parole, ma di tanti altri che hanno dichiarato la stessa cosa”. La superstite ha poi ripercorso l’avvicinamento alla costa italiana, visibile in lontananza. “Alla vista di alcune luci che si avvicinavano, i trafficanti si sono spaventati pensando che fosse la polizia e hanno virato bruscamente. È in quel momento che l’imbarcazione si è infranta. “Si sono rotti finestrini, legni, la barca. I bambini urlavano. Mio marito ha telefonato al numero di emergenza, ma solo dopo diverse ore sono arrivati i soccorsi, circa 3 o 4 ore dopo. Non so per quale motivo non sono venuti a soccorrerci. Se la barca era entrata in acque italiane, perché non sono venuti a salvarci?”. “Sono rimasta da sola in Germania” Oggi Mamozai Nigeena vive ad Amburgo. Ha raccontato di essere seguita da una psicologa per i pesanti traumi subiti. Il giudice Scibona, permettendole di parlare liberamente, ha raccolto il suo sfogo: “Noi siamo rimasti vivi, ma ci hanno fatto tante promesse che non sono state mai attuate. Sono rimasta sola in un campo rifugiati in Germania, non abbiamo visto nulla dall’Italia. Nessuna delle promesse fatte è stata mantenuta. Quello che resta della mia famiglia è scappata in Turchia, ma nessuno ci ha aiutato a farli venire qui. Io sono sola in un Paese sconosciuto”. Il dolore di due sorelle afghane Il dolore ha trovato voce anche nella testimonianza di due sorelle afgane, Nabila e Adiba Ander (rappresentate come parte civile dall’avvocato Mareco Bona), le quali hanno perso un fratello nella strage. Avevano provato a partire dall’Afghanistan anni prima, ma solo le donne ce l’avevano fatta, perché i trafficanti le avevano divise dai maschi della famiglia che erano stati rimandati in Afghanistan dalla Turchia. Loro vivevano in Germania. Il 26 febbraio 2023 il fratello sarebbe dovuto arrivare in Europa. Era a bordo del caicco Summer Love: “Aspettava da più di dieci anni questo momento. Abbiamo visto in un video che nostro fratello stava arrivando, eravamo felici. Mia mamma aveva preparato una festa e cucinato per lui. Poi è successo il naufragio. Nostra madre ora vorrebbe uccidersi per il dolore che sta vivendo.”     Anna Polo
June 8, 2026
Pressenza