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Cutro, il naufragio della civiltà
C’è un errore di fondo, drammatico e strutturale nelle ricostruzioni – burocratiche – che continuano a circolare sulle stragi in mare: l’idea che una scelta, politica o amministrativa, possa condizionare il dovere di effettuare un soccorso in mare. Sentire qualcuno che giustifica l’inazione parlando di “scelte di policy”, di “operazioni di polizia” (law enforcement) o di buona “galleggiabilità” di un caicco evidentemente carico di migranti, significa ignorare deliberatamente il pilastro fondamentale della civiltà umana e giuridica: non è e non deve mai più essere il potere, la politica, a decidere quando salvare una vita, ma è la legge a stabilire quando sorge una situazione di pericolo e quando si deve provvedere. Ma l’etica di ognuno, sulla base di esperienza e competenza, avverte ancora prima il funzionario responsabile che deve prepararsi ad agire. Il dovere di soccorso in mare, infatti, non è una concessione e non può essere stoltamente confuso con miserande strategie elettorali. Non è un’opzione discrezionale lasciata ai burocrati, ma una necessità degli uomini, un obbligo fissato anche da convenzioni internazionali (Amburgo, SOLAS, UNCLOS), le quali sono norme che costituiscono solo la codificazione giuridica dell’antico codice del mare, ovvero di un principio etico ancestrale che riconosce priorità alla fragilità dell’uomo. Una fragilità che non si consuma solo in mezzo al mare, ma che è connaturata alla stessa condizione umana: davanti alle guerre, alla miseria e persino di fronte all’indifferenza dei sistemi violentemente burocratici. Rispetto alla fragilità il mare è solo il paradigma più drammatico e immediato di questa vulnerabilità universale. Se lo Stato, le istituzioni e le leggi non servono a proteggere l’uomo proprio nel momento della sua massima fragilità — ovunque essa si manifesti —, allora perdono la loro stessa ragion d’essere. Cedere alla retorica delle “frontiere da difendere” lasciando o respingendo in mare chi è in pericolo significa rinnegare e disconoscere il legame umano fondamentale. E in pericolo si trova ogni imbarcazione sovraccarica, senza dotazioni di sicurezza o condotta da persone inesperte. Sono chiarissimi i manuali internazionali di ricerca e soccorso aero marittimo e i regolamenti europei: non c’è  da fare alcuna ulteriore interpretazione nel momento operativo, c’è da agire. Classificare una situazione così caratterizzata, come “operazione di polizia” non è legittimo, è un vero e proprio cortocircuito che calpesta l’etica e costa dolore e vite umane. Nessuna direttiva politica, nessuna circolare ministeriale può cambiare il nome alle cose; ogni elemento della catena di comando rimane responsabile e ha il dovere di osservare i trattati internazionali, oltre che di rispondere alla propria coscienza e gli uni e l’altra hanno rango superiore a qualsiasi protervia in carica pro tempore. Non si abdica alla propria responsabilità genuflettendosi al potere. In mare, come in terra, la legge della vita, il rispetto della fragilità e il dovere di umanità vengono prima di qualsiasi dinamica di potere o di polizia. Sempre. I servitori dello Stato — a ogni livello della catena di comando — giurano fedeltà alla Costituzione e alle sue leggi, non agli interessi elettorali di qualcuno e nessuna divisa o funzionario potrà mai giustificarsi, neppure con sé stesso, dietro un “Ho eseguito gli ordini” quando a naufragare è la nostra stessa civiltà.   Gregorio De Falco
July 2, 2026
Pressenza
Processo Naufragio Cutro, non era una barca con migranti… anzi sì
La differenza lessicale tra dubbio e incertezza sullo sfondo di una certezza, purtroppo, indubbiamente certa: 94 persone morte sulla spiaggia di Steccato di Cutro. È stata caratterizzata anche da questa discussione semantica la tredicesima udienza del processo ai sei militari (quattro della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto) accusati dei presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui naufragio, avvenuto il 26 febbraio 2023 sulla spiaggia di Cutro, ha causato 94 morti accertati e decine di dispersi. Protagonista, nella tredicesima udienza svolta il 30 giugno, è stato ancora il capitano di fregata Gianluca D’Agostino, all’epoca dei fatti capo dell’Italian Maritime Rescue Coordination Center. La sua è stata una deposizione proseguita nel segno delle contraddizioni in merito alla valutazione dei fatti di quella notte. “L’aereo di Frontex aveva avvistato una decina di barche quella notte, ma segnalò solo il caicco perché faceva rotta verso terra, era stata intercettata una telefonata verso la Turchia e sottocoperta c’erano altre persone”, ha dichiarato il capitano di fregata rispondendo a una domanda diretta e precisa del presidente del collegio penale del Tribunale di Crotone, Alfonso Scibona. Una risposta che ha destato un boato di sorpresa nell’aula – nella quale era presente anche l’europarlamentare Mimmo Lucano – perché fino a quel momento D’Agostino aveva sempre sostenuto che, a suo avviso, su quella barca non ci fossero persone, né tantomeno migranti. Le divergenze con Frontex nel processo di Cutro D’Agostino ha ribadito di aver avallato la valutazione dell’International Coordination Centre (struttura interforze istituita presso il Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza), secondo cui non si trattava di una barca di migranti. Questo nonostante – come emerge dagli atti, ma anche dal dibattimento e dalle stesse parole di D’Agostino – l’imbarcazione viaggiasse senza Ais acceso (il sistema di tracciamento automatico), non avesse una bandiera visibile, presentasse un’alta risposta termica sottocoperta e da Frontex fossero giunti messaggi che descrivevano il caicco come “possible migrant vessel”. Rispondendo all’avvocato di parte civile Lidia Vicchio, il capitano di fregata è arrivato a sostenere che: “Frontex cita i migranti solo per un errore di trascrizione”. Inoltre, replicando a una domanda dell’avvocato di parte civile Stefano Bertone, ha contestato le dichiarazioni fatte dal direttore di Frontex, Hans Leijtens, durante un’audizione del 23 maggio 2023 alla commissione Libe dell’Europarlamento (vedi il Crotonese del 26 maggio 2023), secondo il quale c’erano molte persone sottocoperta: “Il direttore di Frontex è un poliziotto, la sua affermazione è eccessiva”, ha chiosato D’Agostino. Ha poi ripetuto che il calore registrato dall’Eagle 1 di Frontex poteva essere provocato anche da due o tre persone, da stufette o dalla porta della sala macchine aperta: “Che ci siano due o 300 persone, la colorazione del rilievo termico non fa differenze”. La Finanza non era dove avevano detto che si trovava A proposito della sigla IM posta davanti al numero della segnalazione di Frontex, ha dichiarato: “È un codice usato perché Frontex di quello si occupa. Non è il codice IM solo perché sono immigrati. Si deve andare a controllare… e nella maggior parte dei casi si tratta di migranti.” Ricordando di aver visto in diretta il video di Frontex “un’ora prima della segnalazione ufficiale”, D’Agostino ha ribadito più volte che il caicco Summer Love – senza Ais, senza bandiera e con telefonate dirette verso la Turchia – “non era la barca tipica dello scenario e della rotta turca”. Quindi si è sfogato sulla mancata presenza di unità in mare durante il controesame del pm Matteo Staccini: “L’informazione che avevo ricevuto era che la V5006 fosse indicata nell’area delle operazioni dalle 20:00 del 25 febbraio alle 6:00 del 26 febbraio. Invece, sedici minuti dopo la telefonata che ci informava di questo, era agli ormeggi a Crotone. Vuol dire che, quando ci hanno chiamato, era praticamente in porto. Questo ha fatto scattare la mia domanda di chiarimento al generale Caci e quella mia dichiarazione di cui mi scuso: perché io sapevo che fino alle 6:00 avevo una barca lì, e invece quella barca era in un posto diverso. Una nave del genere, quando esce, non va a fare bunkeraggio (operazione di rifornimento di combustibile). Se so che dalle 20:00 alle 6:00 sei lì, fare bunkeraggio due ore dopo l’inizio delle operazioni stride un po’”. I dettagli anomali: salvagenti e telefonate nel naufragio di Cutro Il presidente Scibona, anche sulla scorta della sua esperienza nei processi agli scafisti, ha sollecitato il testimone su alcuni particolari, come l’assenza di salvagenti in coperta e la mancanza di telefonate dalla barca ai parenti o ai numeri di emergenza, elementi che D’Agostino aveva utilizzato per spiegare i motivi per cui il caicco non era stato considerato una barca di migranti. “Quanti salvagenti vengono posizionati sulla coperta di una nave di migranti? Sono sempre abbandonati in modo caotico? Ci sarebbero dovuti essere 200 salvagenti?”, ha domandato Scibona. D’Agostino ha replicato: “Solitamente sulla coperta c’è grande caos, con salvagenti di ogni tipo. Non avevo mai visto prima una barca di migranti i cui passeggeri fossero nascosti in questo modo, né una simile capacità degli scafisti di interdire le comunicazioni telefoniche.” Il presidente Scibona ha ribattuto: “Mi risulta che, proprio per evitare che telefonino e vengano intercettati, si tolgano i telefonini ai migranti. L’ho riscontrato in diversi processi.”   Redazione Italia
July 1, 2026
Pressenza
La strage di Cutro arriva a Bruxelles: l’appello per verità e giustizia
Prima le foto della tragedia, poi il film “Cutro 94… and more”. La strage del 26 febbraio 2023 arriva nel cuore della politica continentale, al Parlamento Europeo di Bruxelles, grazie all’iniziativa di The Left “Verità e giustizia per il naufragio di Cutro”, voluta da Mimmo Lucano e svoltasi il 23 giugno. Un incontro nella sala 7C50 dell’Europarlamento al quale hanno partecipato familiari delle vittime e superstiti. “Dobbiamo spezzare il silenzio. Contribuire a non far passare un evento drammatico come qualcosa destinato a scadere nella routine”, ha detto Mimmo Lucano spiegando i motivi dell’iniziativa. “Prima i soccorsi, poi la sicurezza” Aprendo la manifestazione, Lucano ha sottolineato: “Da quel dramma bisogna costruire rapporti e relazioni di solidarietà, non basate sull’avversione, sulla discriminazione o sulla sicurezza. Bastava dire che venivano prima i soccorsi e non la sicurezza: c’era tempo per la sicurezza. Dal naufragio, quello che succede nella mia coscienza non è la ricerca giustizialista o l’individuazione dei colpevoli. I colpevoli si sa già chi sono. Come diceva Pier Paolo Pasolini dopo la strage di Piazza Fontana: ‘Io i colpevoli li conosco, ma non ho le prove’. Cutro dimostra un modello politico che accetta la morte come effetto collaterale. Cutro è il risultato di una strategia che criminalizza chi salva e chi arriva.” La critica alle politiche europee sui rimpatri “Cutro è stato causato da un sistema che non mette la persona al primo posto. Le persone che fuggono sono, per me, come i martiri della libertà, degli eroi”, ha sottolineato. Lucano ha evidenziato il contrasto tra i valori fondanti dell’Unione Europea e l’approvazione del regolamento sui rimpatri: “Ora l’Europa apre alla deportazione di massa, mentre siamo qui davanti a una verità che molti vorrebbero evitare. L’approvazione di quei regolamenti è avvenuta anche con il contributo di forze politiche moderate: è qualcosa che annulla il motivo stesso per il quale nasce l’Europa, il rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza. Quindi è un’Europa che rinnega se stessa.” Le 94 foto della mostra de ‘Il Crotonese’ La manifestazione svolta nell’Europarlamento è stata caratterizzata da due momenti intensi. Prima un flash mob durante il quale tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, hanno sollevato le foto della mostra de Il Crotonese sul naufragio di Cutro, realizzata con gli scatti del direttore Giuseppe Pipita, che è stato il primo giornalista ad arrivare sulla spiaggia di Steccato. “Questa è la storia di 94 persone” ha detto Pipita “che non sono mai riuscite ad arrivare in Europa, perdendo la vita il 26 febbraio 2023 a Cutro, in Calabria, sulla spiaggia di un Paese occidentale, un Paese del G7 che avrebbe dovuto incarnare i valori di umanità, accoglienza e solidarietà. Al contrario l’Italia, come molti altri Paesi europei, sta subendo una deriva fascista e razziale in cui l’umanità non conta più.” Il direttore ha sottolineato l’attualità del caso Cutro: “Oggi è fondamentale essere qui, nel cuore dell’Europa. Raccontare la strage di Cutro in questa sede deriva anche dal fatto che in Italia non se ne parla più. A soli tre anni di distanza, mentre nelle televisioni nazionali si continua a discutere quotidianamente, in trasmissioni lunghe ore, di omicidi avvenuti vent’anni fa, su un processo che chiama alla responsabilità una nazione per la morte di 94 persone è calato il silenzio. Il presidente del collegio del Tribunale di Crotone ha persino vietato l’ingresso delle telecamere in aula per “garantire la serenità del processo”, sebbene le stesse siano regolarmente ammesse per i processi contro presunti scafisti o per mafia.” “Sul processo è calato il silenzio” Dal direttore è arrivato un accorato appello, soprattutto agli europarlamentari: “Vi prego, continuate a parlare di questo processo e a raccontare ciò che è successo a Cutro il 26 febbraio 2023. La mia mostra è composta da 94 foto, tante quante le vittime. Il titolo “I sogni attraversano il mare” vuole significare che quelle persone hanno comunque portato i loro sogni di una vita di libertà oltre il mare e noi dobbiamo fare in modo che si realizzino, perché quel 26 febbraio 2023 siamo stati tutti naufraghi su quella spiaggia.” La proiezione di “Cutro 94… and more” Dopo gli interventi c’è stata la proiezione del film “Cutro 94… and more”, per il quale erano presenti gli autori Vincenzo Montalcini, Bruno Palermo, Angelo Resta e Francesco Pupa con la giornalista Francesca Travierso e il sound designer Daniele Sorrentino. Momenti intensi che hanno suscitato forti emozioni tra i presenti. Ad assistere anche gli eurodeputati di The Left Pasquale Tridico, Ilaria Salis, Cecilia Strada, Leoluca Orlando, Gaetano Pedullà. “Questo è un documento che serve per conservare la memoria di quei giorni” ha detto Bruno Palermo nel suo intervento. “Per raccontarla per come è accaduta, senza che nessuno, col passare del tempo, possa poi fornire una versione diversa e magari dire che è stata colpa del mare. No. Non è colpa del mare. Il mare fa il mare. L’uomo, invece può scegliere e scegliere di non intervenire ha fatto la differenza tra la vita e la morte”.   Redazione Italia
June 24, 2026
Pressenza
Processo naufragio Cutro, l’Imrcc classificò l’evento come barca migranti
Le contraddizioni in aula del capitano D’Agostino sulla scelta di non dichiarare l’evento finito tragicamente come migratorio. Non era una barca con migranti, ma venne classificata come barca di migranti. Ci sono delle evidenti contraddizioni in quello che è accaduto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 quando il caicco Summer Love si schiantò sulla costa di Steccato di Cutro causando la morte di 94 persone. Contraddizioni emerse nel corso della testimonianza del capitano di vascello Gianluca D’Agostino al processo in corso a Crotone per i presunti ritardi nei soccorsi, nel quale sono imputati 4 militari della Guardia di Finanza e 2 della Capitaneria di Porto per omicidio e naufragio colposo. Le segnalazioni di Frontex nel processo sulla strage di Cutro L’avvocato di parte civile, Francesco Verri (che rappresenta superstiti e familiari delle vittime), ha chiesto a D’Agostino se sapesse che la Guardia di Finanza, nell’immediatezza della segnalazione di Frontex, riportò alle 23:20 sul registro di sala del Roan di Vibo Valentia la comunicazione della centrale operativa (Cenop) Natante con migranti. “Non so cosa abbia scritto allora la Finanza” ha detto l’ufficiale. “Anche noi l’abbiamo inserita nel nostro protocollo come barca con migranti perché viene catalogata così per natura statistica. C’è un protocollo parallelo nel quale classifichiamo tutte le segnalazioni provenienti da Frontex come barche con migranti. Da Frontex arrivano una decina di segnalazioni al giorno in media. Tutte sono classificate come evento migranti, poi la percentuale che non corrisponde è sotto il 10%. Ci azzeccano.” L’IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center), in particolare, ha classificato l’evento come IM533, dove IM – ha spiegato lo stesso ufficiale – sta evidentemente per immigrazione. Le valutazioni sul natante prima della strage di Cutro D’Agostino ha ribadito quanto aveva già detto al pm Staccini poco prima: “Il dubbio che sia una barca di migranti c’è sicuramente. Secondo me, però, non era una barca di migranti. Il dubbio non mi è sorto, c’era una possibilità, ma anche oggi dopo aver rivisto il video ribadisco che non era una barca con migranti. Quella era una barca di cui non si aveva contezza di cosa stesse facendo. Poteva portare droga o armi, come era stato fatto in precedenti occasioni.” L’avvocato Verri ha riportato all’ufficiale una serie di raccomandazioni della Commissaria Europea per i diritti umani ‘Lives saved. Rights protected’, secondo la quale le barche di migranti devono essere considerate in pericolo appena iniziano il viaggio. D’Agostino, pur condividendo le raccomandazioni, è rimasto sui suoi convincimenti nonostante il caicco fosse stato classificato appunto come barca con migranti sia dalla Capitaneria che dalla Guardia di Finanza: “È corretta questa raccomandazione se si tratta di un’imbarcazione giudicata con migranti. Se fosse stata un’imbarcazione con migranti ci saremmo comportati in modo diverso. Il dubbio esisteva non solo per la Guardia Costiera, ma anche per la Finanza e l’operazione di polizia nasce per dirimere il dubbio. Se si fossero palesati quegli elementi lo scenario si sarebbe modificato”. Il lato umano e la difesa delle procedure di soccorso Quando l’avvocato di parte civile ha chiesto a D’Agostino se oltre all’errore di essersi fidati della Finanza ci fossero stati altri sbagli quella notte, l’ufficiale si è sfogato: “Io ho soccorso migliaia di persone, ma ti ricordi quelle che non sei riuscito a salvare. Siamo delle persone, Guardia di Finanza e Guardia Costiera sono le uniche che la notte piangono insieme ai familiari quando hanno perso delle persone in mare.” Poi, recuperato l’aplomb, il capitano D’Agostino ha ribadito: “Non ci sono stati errori di procedura. Forse, a posteriori, quella telefonata con il mio omologo della Finanza, che non è procedurale ma che forse ho fatto mille altre volte… Questo me lo sono posto come uomo, non come tecnico”. Infine D’Agostino, rispondendo a una precisa domanda, ha detto che la rotta della barca non era verso alcun porto ma verso la costa e ha ammesso che “non avevamo valutato un eventuale spiaggiamento perché le barche che hanno migranti a bordo tendenzialmente arrivano sottocosta, alzano il telefono, chiamano, si fermano e non si schiantano.”   Redazione Italia
June 20, 2026
Pressenza
Processo naufragio di Cutro, sopravvissuta: soccorsi arrivati dopo 4 ore
“Perché quando siamo entrati nelle acque italiane nessuno è venuto a soccorrerci?”. Mamozai Nigeena, ventiseienne afgana sopravvissuta al naufragio di Cutro, è arrivata a Crotone dalla Germania per testimoniare al processo sui ritardi nei soccorsi al caicco Summer love il cui naufragio, il 26 febbraio 2023, è costato al vita a 94 persone. “Ero a bordo con mio marito. C’erano più di 180 persone. I trafficanti prima di partire ci avevano detto che eravamo pochi, invece eravamo più di 100″, ha spiegato la donna, raccontando le difficoltà di un trasbordo in mare aperto dopo che la prima imbarcazione si era fermata per un’avaria. “Hanno costretto a buttare le valigie, il mare non era calmo come quando eravamo partiti. C’erano donne e bambini che gridavano. Una situazione brutta”. Ricordando i momenti concitati, ha descritto la spietatezza del trasferimento: “Nessuno tra i passeggeri era dotato di salvagente; gli unici dispositivi di sicurezza – ha confermato la teste – erano a disposizione esclusiva dei trafficanti. L’avvistamento di un elicottero dal caicco Rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile, Enrico Calabrese, la ragazza ha ha riferito di aver udito il rumore di un elicottero (anche se non ha saputo precisare a che ora e in che zona) e visto qualcuno scattare delle foto dai finestrini della nave. Su questo dettaglio l’avvocato Francesco Vetere, difensore del tenente colonnello Alberto Lippolis, ha chiesto se potesse trattarsi di un aereo. La risposta della ventiseienne è stata netta: “Sono vissuta in Afghanistan e posso capire la differenza tra un elicottero e un aereo. Non sono solo le mie parole, ma di tanti altri che hanno dichiarato la stessa cosa”. La superstite ha poi ripercorso l’avvicinamento alla costa italiana, visibile in lontananza. “Alla vista di alcune luci che si avvicinavano, i trafficanti si sono spaventati pensando che fosse la polizia e hanno virato bruscamente. È in quel momento che l’imbarcazione si è infranta. “Si sono rotti finestrini, legni, la barca. I bambini urlavano. Mio marito ha telefonato al numero di emergenza, ma solo dopo diverse ore sono arrivati i soccorsi, circa 3 o 4 ore dopo. Non so per quale motivo non sono venuti a soccorrerci. Se la barca era entrata in acque italiane, perché non sono venuti a salvarci?”. “Sono rimasta da sola in Germania” Oggi Mamozai Nigeena vive ad Amburgo. Ha raccontato di essere seguita da una psicologa per i pesanti traumi subiti. Il giudice Scibona, permettendole di parlare liberamente, ha raccolto il suo sfogo: “Noi siamo rimasti vivi, ma ci hanno fatto tante promesse che non sono state mai attuate. Sono rimasta sola in un campo rifugiati in Germania, non abbiamo visto nulla dall’Italia. Nessuna delle promesse fatte è stata mantenuta. Quello che resta della mia famiglia è scappata in Turchia, ma nessuno ci ha aiutato a farli venire qui. Io sono sola in un Paese sconosciuto”. Il dolore di due sorelle afghane Il dolore ha trovato voce anche nella testimonianza di due sorelle afgane, Nabila e Adiba Ander (rappresentate come parte civile dall’avvocato Mareco Bona), le quali hanno perso un fratello nella strage. Avevano provato a partire dall’Afghanistan anni prima, ma solo le donne ce l’avevano fatta, perché i trafficanti le avevano divise dai maschi della famiglia che erano stati rimandati in Afghanistan dalla Turchia. Loro vivevano in Germania. Il 26 febbraio 2023 il fratello sarebbe dovuto arrivare in Europa. Era a bordo del caicco Summer Love: “Aspettava da più di dieci anni questo momento. Abbiamo visto in un video che nostro fratello stava arrivando, eravamo felici. Mia mamma aveva preparato una festa e cucinato per lui. Poi è successo il naufragio. Nostra madre ora vorrebbe uccidersi per il dolore che sta vivendo.”     Anna Polo
June 8, 2026
Pressenza
Naufragio Cutro, il pescatore: “Nessun soccorso, abbiamo tolto noi le persone dal mare”
Le parole dei testimoni oculari della strage di Cutro nel corso dell’udienza del 17 aprile. “Non abbiamo mai visto arrivare soccorsi dal mare, in mare non c’era nessuno. Solo le persone morte”. Sono le parole di Paolo Cefaly, uno dei pescatori che il 26 febbraio 2023 si trovava sulla spiaggia di Steccato di Cutro mentre il caicco Summer love si schiantava su una secca e affondava causando 94 morti. Il giovane pescatore è stato tra i testimoni che venerdì 17 aprile hanno preso parte all’udienza del processo sui presunti ritardi nei soccorsi all’imbarcazione naufragata sulla spiaggia calabrese, per i quali sono indagati per omicidio e naufragio colposi quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto. “Eravamo lì vicino al fiume Tacina – ha detto il pescatore rispondendo agli avvocati delle ONG costituitesi parte civile – perché con la secca e il terreno sabbioso lì ci sono le spigole. Abbiamo visto arrivare questa barca e gli abbiamo fatto segno con le luci perché c’erano le nostre canne da pesca lì. Loro hanno girato e si è sentito un boato quando la nave si è schiantata. Io ho provato vero panico sentendo le urla, ma poi ho pensato che bisognava salvare le persone. Non ricordo gli orari, né quanto tempo ci hanno messo i soccorsi. Non me lo posso ricordare, cerco di dimenticare tutta quella storia. So che abbiamo cercato di fare il più presto possibile per tirare fuori le persone perché il mare era troppo agitato e poteva portare via anche noi. Abbiamo tirato fuori tanta gente morta. Tanta. Non ci siamo mai fermati”. Il rumore del legno che si spezzava e le urla La testimonianza di Cefaly ha ribadito anche le parole pronunciate dall’altro pescatore che era in spiaggia, Ivan Paone: “Abbiamo notato l’imbarcazione. Non sapevamo fosse una barca con migranti, abbiamo fatto delle segnalazioni con le torce e la barca ha girato verso il largo. Poi abbiamo sentito urla e visto le luci dei telefoni. Poi abbiamo visto una luce rossa, forse un razzo e sentito un rumore di legno che si spezza e le urla. Abbiamo chiamato la Capitaneria”. Paone racconta gli attimi successivi al naufragio: “Abbiamo tirato fuori persone vive e persone morte. Abbiamo cercato di portare soccorso. Non so dire quanto tempo è trascorso; eravamo presi dalla foga si soccorrere. Le condizioni di visibilità erano pessime, c’era salsedine e mare forte. Abbiamo provato a fare il massaggio cardiaco ad alcuni, ad altri abbiamo sentito il polso per capire se erano morti. I primi ad arrivare sono stati i carabinieri, ma non so dire quanto tempo dopo il naufragio”. L’udienza del 17 aprile ha permesso di far transitare nel fascicolo del dibattimento le parole dei testimoni oculari del naufragio. Ci sarebbero dovute essere anche tre donne afgane, una superstite e due parenti di vittime, che però non sono potute arrivare a Crotone dalla Germania a causa, ha spiegato il loro avvocato, Enrico Calabrese, della cancellazione dei voli per la carenza di carburante. Il medico legale: morti soprattutto per annegamento Sempre nell’udienza del 17 aprile è stato sentito il medico legale, Massimo Rizzo, nominato come consulente dal pubblico ministero, che ha spiegato come la morte sia stata causata da più fattori: “La morte per assideramento è rara, serve un tempo più lungo. Le persone sono morte per annegamento e altri fattori: traumi, incapacità di nuotare, panico. Molti avevano ferite post mortem per la permanenza in acqua accanto a detriti o per il travolgimento subito dal natante”. Il medico ha confermato che ci sono ulteriori dispersi: “Il fatto che i cadaveri di bambini non venivano reclamati non avendo trovato altri parenti deceduti ci ha fatto pensare a un alto numero di dispersi”.   Redazione Italia
April 19, 2026
Pressenza
Processo Cutro, le Ong del soccorso in mare chiedono verità e giustizia
EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE, parti civili nel processo, chiedono verità e accertamento delle responsabilità. La coalizione di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare (SAR) costituitesi parti civili nel processo penale per il naufragio di Cutro – EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE – era rappresentata all’udienza di oggi presso il Tribunale di Crotone dai propri legali. Le ONG chiedono di fare piena luce sulla dinamica di fatti, sottovalutazioni, ritardi e omissioni che hanno portato al naufragio, sia per restituire verità e giustizia alle vittime, sia per evitare che tragedie simili si ripetano in futuro. Segue il processo come osservatore internazionale, inoltre, Amnesty International Italia. La coalizione di organizzazioni SAR ricorda che nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 non venne attivato nessun piano di ricerca e soccorso e il caso del caicco Summer Love fu trattato come un’operazione di law enforcement per la protezione delle frontiere. Ecco perché non si può dire che le 94 vittime accertate e i dispersi siano una tragica fatalità, ma vanno accertate negligenze e responsabilità di questo dramma umano. “Scrivere pagine di verità – commentano le ONG parti civili – è forse il solo modo rimasto per restituire dignità e giustizia a tutte le persone morte e disperse nel naufragio, nonché per aiutare i sopravvissuti e le famiglie delle vittime a ritrovare una parvenza di serenità”. Elementi assai rilevanti al fine della ricostruzione dei fatti sono contenuti anche nei documenti di Frontex (tra cui il video che riprende il caicco Summer Love) e in una circolare della Guardia di Finanza arrivati dopo la chiusura dell’indagine. Documenti che le ONG parti civili hanno esaminato dopo essere state formalmente autorizzate e di cui è stata chiesta e ottenuta l’acquisizione al Collegio. All’udienza di oggi hanno reso la loro testimonianza i pescatori che la notte del naufragio hanno materialmente soccorso le vittime dopo aver sentito le loro grida e hanno portato a riva persone in fin di vita e anche cadaveri per i quali non c’era più nulla da fare. Sempre oggi è stato sentito il medico legale, nominato come consulente dal pubblico ministero, che ha ricostruito le cause della morte dei 94 naufraghi, ha specificato come sono intervenuti gli operatori a livello medico e psicologico, ha confermato che è stato accertato come vi siano ulteriori dispersi che non sono mai stati ritrovati in mare. Nell’udienza di oggi, inoltre, sono stati ascoltati alcuni altri testi d’accusa; rinviata invece la prima audizione delle vittime. Nel naufragio di Cutro avvenuto al largo delle coste calabresi, le autorità italiane sono accusate di aver dato priorità all’operazione di polizia e di aver solo successivamente considerato l’intervento di soccorso, ma con grave ritardo e con scarso coordinamento a livello locale tra i due corpi di forze dell’ordine coinvolti. E l’esito che ne è scaturito è stato drammatico. Capire esattamente quale sia stata la catena di decisioni, sottovalutazioni e negligenze che hanno portato al naufragio è importante anche per assicurarsi che non si ripetano e che siano evitate stragi simili in futuro. Esigenza drammaticamente attuale, considerando che in questi tre anni i naufragi non si sono mai fermati, che solo dall’inizio dell’anno al 9 aprile l’OIM ha censito lungo la rotta del Mediterraneo centrale oltre 770 persone morte o scomparse e che nei soli primi giorni dell’anno sono stati stimati quasi mille dispersi a causa del ciclone Harry. Cifre vertiginose, ma che sono entrambe sottostimate, riferendosi solo ai casi di cui si è venuti a conoscenza. In attesa di sapere quando, nelle prossime udienze, verranno ascoltati i consulenti tecnici delle organizzazioni di ricerca e soccorso in mare costituitesi parte civile nel processo, le ONG ricordano che: “il diritto internazionale è prevalente e che la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in pericolo in mare sono prioritari”. Redazione Italia
April 17, 2026
Pressenza
Naufragio Cutro, consulente Procura: ritardi nei soccorsi ed errori sui radar
Emergenze sottovalutate, radar gestiti in modo inadeguato e un fatale ritardo nelle operazioni di mare. È un quadro drammatico quello tracciato dall’ammiraglio Salvatore Carannante. “Anche se era un’operazione di polizia, la Guardia di Finanza poteva chiedere la collaborazione della Capitaneria, che aveva i mezzi per portare a termine l’attività di law enforcement, che sarebbe stata comunque coordinata dalla Guardia di Finanza”. È questo uno dei passaggi della lunga testimonianza dell’ammiraglio Salvatore Carannante, consulente della Procura della Repubblica di Crotone nel processo legato al naufragio di Cutro sui presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love il cui naufragio, il 26 febbraio 2023, causò 94 morti tra i migranti partiti dalla Turchia. Sul banco degli imputati del processo ci sono quattro militari della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera, accusati di omicidio e naufragio colposo. Dopo una fase procedurale per l’acquisizione di documenti, l’ottava udienza del processo è iniziata con la segnalazione, da parte dell’avvocato Marilena Bonfiglio, difensore di Francesca Perfido, ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’IMRCC di Roma, della presenza in aula del capitano della Guardia di Finanza Gaetano Barbera che, in qualità di comandante all’epoca della Sezione operativa navale di Crotone, è anche nell’elenco dei testimoni della Procura e quindi non poteva assistere all’udienza per non inficiare la genuinità della sua futura testimonianza. Il presidente del Tribunale, Alfonso Scibona, lo ha pregato di lasciare l’aula dalla quale continuano, invece, a restare fuori le telecamere delle tv che minerebbero la genuinità della prova. Naufragio Cutro: analisi tecnica sulle motovedette Quindi il pm Matteo Staccini ha iniziato l’esame del consulente tecnico Carannante, che ha esaminato lo scenario di quella notte tra il 25 e il 26 febbraio partendo dalla rotta del caicco affondato fino alle attività svolte da Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto. Le domande del pubblico ministero si sono incentrate subito sulle due unità della Guardia di Finanza: la motovedetta V5006 e il pattugliatore veloce Barbarisi. Due unità che, dopo la segnalazione da parte di Frontex di una barca con “possibili migranti a bordo” la sera del 25 febbraio, levarono l’ancora dal porto di Crotone alle 2.30 del 26 febbraio per intercettare l’imbarcazione poi naufragata, in quella che era un’operazione di polizia, ma tornarono indietro per le brutte condizioni meteo. Dalle relazioni si apprende che quella notte il mare era forza 4 con vento forza 5: “In queste condizioni – ha detto Carannante – le onde diventano lunghe; sono valori che possono rendere difficile la navigazione, ma non pericolosa”. Il consulente, in base all’esame delle schede tecniche delle due unità, ha detto: “La motovedetta V5006 della Guardia di Finanza, con le condizioni di quella sera, poteva sostenere in sicurezza una velocità massima di circa 30 nodi. Quindi non è stato coerente aver dichiarato il rientro in porto per condizioni meteomarine avverse, a meno che il comandante dell’unità non avesse altre problematiche per cui riteneva che l’imbarcazione non potesse andare. Questa è una condizione che noi non conosciamo”. Diversa la situazione per il pattugliatore d’altura Barbarisi. “Poteva navigare al limite, ma a circa 15 nodi con mare forza 4. Può darsi che Il comandante del Barbarisi abbia valutato il mare superiore a forza 4 e deciso di tornare indietro, valutazione su cui non posso entrare nel merito. Io sarei andato avanti. Il Barbarisi era al limite perché la scheda tecnica prevede come massimo stato di navigazione mare 4. C’era una sorta di rischio. Il comandante non se l’è sentita. Le motovedette della Guardia Costiera, Cp 321 e 326, invece, erano in grado di affrontare il mare. Sono motovedette ognitempo, possono andare in mare in qualsiasi condizione”. Il nodo dei radar nel disastro del naufragio di Cutro L’ammiraglio Carannante è stato chiamato a spiegare al Tribunale anche la situazione dei radar del Roan della Guardia di Finanza sul versante ionico (Campolongo, Brancaleone e Punta Stilo). La situazione descritta dal consulente della Procura è stata drammatica: “Il radarista – ha detto – non ha operato per cambiare la scala di portata. Certo, più è lunga la portata meno precisa è la risposta, soprattutto se ci sono condizioni meteo avverse. Però, sapendo che ho un bersaglio segnalato da Frontex, dovevo scoprire quello che c’era con ogni mezzo. Il monitoraggio del bersaglio doveva dirigerlo l’OTC. L’operatore avrebbe dovuto eseguire l’ordine dell’OTC e cercare con ogni mezzo, operando sul radar, per individuare il bersaglio. Il radarista, al momento dell’escussione sul sito, ha detto che non era in grado di fare nulla, era un osservatore che guardava lo schermo. Non era in grado di fare monitoraggio e poi quel radar era impostato su una portata fino a 12 miglia, anche se aveva potenzialità più alta. Se non è in grado di manovrare il radar, non siamo capaci di scoprire il bersaglio, che non spunta come un fungo, bisogna cercarlo. La bravura sta nel superare le difficoltà delle condizioni meteo. Si fa operando sulle manopole di controllo del radar. Qualunque radarista ha competenze e conoscenze per ricercare e scoprire bersagli. Quella sera si poteva scoprire il bersaglio. La strumentazione del radar per eliminare gli eventi meteo, se io la vado ad attivare li esclude, ma se io non lo so fare, che ci sia o no questa strumentazione, per l’operatore non ha significato. L’apparizione del target sul radar è stata fortuita e non ricercata. Il bersaglio è uscito fuori all’improvviso”. La questione del radar ha aperto anche il tema sul monitoraggio occulto del caicco fino alle acque territoriali: “Si poteva fare con il radar, che era l’unico modo visto che le motovedette non sono andate, ma il radar non era settato oltre 12 miglia e la telecamera termica della Finanza al radar di Campolongo non funzionava. Al momento della segnalazione di Frontex non c’erano le condizioni per fare il monitoraggio occulto”. Le rotte e i ritardi fatali Carannante è stato poi interrogato sulla rotta del caicco ed ha spiegato che “i dati forniti da Frontex erano fuorvianti ed inattendibili perché, in base alla segnalazione ricevuta, i miei calcoli davano un punto di arrivo diverso da quello di approdo indicato da Frontex: loro dicevano Copanello, dai miei calcoli era Le Castella, poco distante da dove è avvenuto l’evento”. Il consulente ha riconosciuto che il Gruppo aeronavale di Taranto aveva ricalcolato la rotta, come si evince anche dalle conversazioni WhatsApp tra ufficiali. “La rotta stimata da Frontex non ha comunque influenzato l’intervento, perché la Finanza si è attardata a uscire visto che sapevano che il caicco sarebbe arrivato nei pressi di Le Castella”. Il pm ha poi chiesto al consulente se ritenesse che l’intervento da attivare fosse di law enforcement o SAR: “Era law enforcement perché l’imbarcazione, come descritta da Frontex, stava navigando in tranquillità. Stava navigando con mare di poppa, il che vuol dire che il timoniere era esperto perché navigava dritta. Aveva il pieno controllo. Insomma, la Guardia di Finanza era pienamente titolata a intervenire”. Il ritardo nella partenza delle unità della Finanza dal porto, secondo il consulente, è stato decisivo: “Se fossero partiti alle 00.17 come chiedeva Lippolis, sollecitando la partenza del Barbarisi, lo avrebbero intercettato a 6 miglia dal punto di arrivo, quindi prima della tragedia. Invece, quando sono usciti alle ore 2.30, anche proseguendo a una velocità di 10 nodi non sarebbero riusciti ad arrivare in tempo per evitare lo spiaggiamento”. L’esame di Carannante ha riguardato anche il ruolo della Capitaneria di Porto: “Le motovedette della Guardia Costiera non dovevano uscire se il caicco stava navigando. La centrale operativa di Reggio Calabria, dopo aver saputo che l’operazione la gestiva la Finanza in mare, non si è più interfacciata con il Roan per sapere se erano uscite le loro unità. Nania (in servizio al V MRSC della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria) prima di andare a dormire doveva chiedere se la GdF era uscita”. Stufette o migranti? Era una barca con migranti Nel corso della sua testimonianza, Carannante ha anche parlato delle valutazioni sull’origine del caicco fatte da Frontex: “La situazione era da investigare, il dubbio dei migranti ci stava anche per la telefonata verso la Turchia. C’era un rilievo termico dal boccaportello di prua, ma poteva essere qualche stufa. Però era un sospetto”. Sul punto l’avvocato di parte civile, Francesco Verri, riferendosi a un’annotazione della centrale operativa nazionale della Finanza che riportava sul giornale ‘barca con migranti alle 23.20’, ha chiesto a Carannante: “Il documento di Frontex è interpretato dalla GdF come barca con stufette o barca con migranti?”. “Barca con migranti”, ha risposto Carannante, che ha anche spiegato che dopo il rientro in porto delle unità navali “non ha chiesto l’intervento di un’altra forza o di altre navi nella zona”.   Redazione Italia
April 8, 2026
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