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Per Milei l’intelligenza artificiale sarà il motore del capitalismo senza confini
Il governo argentino ha depositato in Senato un disegno di legge “rivoluzionario” (così come analogamente “rivoluzionaria” sarebbe stata agli inizi del seicento -richiamata dallo stesso “presidente della motosega”- l’introduzione della c.d. “responsabilità limitata” per l’impresa capitalistica), una proposta per la quale si riconoscerebbe oggi “personalità giuridica” alle società imprenditoriali costituite in forma totalmente “deantropizzate”, gestite integralmente da sistemi-IA. Due sono le tipologie previste dal disegno tecnofascista che prelude all’evoluzione in una forma parasovranista di «Stato d’intelligenza artificiale»: ”la Sociedad Automatizada, che persegue l’oggetto sociale tramite algoritmi autonomi; e le Dao, governate da smart contract su blockchain”. Insomma un vero e proprio progetto sperimentale apripista per un bel più incisivo programma esecutivo regolato dalle corporazioni algoritmiche[accì] Negli ultimi due anni e mezzo l’Argentina di Javier Milei si è trasformata in un laboratorio per quasi ogni forma possibile di deregolamentazione economica. Prima le miniere di litio e rame aperte alle multinazionali con il Regime di incentivo per i grandi investimenti, poi il gas non convenzionale di Vaca Muerta. Infine, l’alleanza finanziaria con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. L’ultimo capitolo è forse il più radicale di tutti: un disegno di legge che riconosce le imprese gestite integralmente da sistemi di intelligenza artificiale, senza lavoratori né, in teoria, esseri umani al comando. Il 4 giugno il presidente Milei e il ministro della Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, hanno firmato insieme un editoriale sul Financial Times, intitolato testualmente Argentina invites AI to free itself. La proposta poggia su tre pilastri. Il primo obiettivo è mantenere l’intelligenza artificiale priva di regolamentazione. Il secondo, collegato, è creare nella legge societaria argentina una nuova categoria di società completamente digitale. Si chiama non-human corporation e la sua caratteristica è che può essere gestita autonomamente da agenti di intelligenza artificiale o robot. Gli azionisti umani sono ammessi ma non obbligatori. In ultimo, a contorno, un’aliquota fiscale ridotta alle imprese tecnologiche che si stabiliscono nel Paese.   I TRE PILASTRI DELLA PROPOSTA ARGENTINA SULL’IA Il testo depositato in Senato è però più cauto negli annunci, ma indicativo della direzione intrapresa. Si introducono due modelli. Il primo è la Sociedad Automatizada: non un nuovo tipo di impresa, ma una qualificazione applicabile a una società già esistente quando persegue il proprio oggetto sociale tramite sistemi algoritmici autonomi, senza bisogno di dipendenti per l’operatività quotidiana. In altri termini, i soci restano gli umani ma a lavorare sono gli agenti IA, non più le persone. Il che apre una serie di aspetti nuovi. Ad esempio, la personalità giuridica dell’intelligenza artificiale, applicata anche in maniera indiretta. Se un agente IA non può finora aprire un conto corrente, potrebbe invece operare sul conto corrente della società, concludere contratti con terzi, trattare e relazionarsi con soggetti umani o anche agenti IA di altre società automatizzate. Ancora diversa è la natura della seconda innovazione presentata, le Organizzazioni autonome decentralizzate (Dao). Dall’aggettivo finale si intuisce come il modello sia quello delle criptovalute. Infatti si tratta di partecipazioni societarie governate da un algoritmo e da uno smart contract, le cui operazioni sono registrate su blockchain. Le quote sono conferite in criptovalute e rappresentate da token. Il diritto di voto è proporzionato al numero di token detenuti, mentre lo smart contract disciplina automaticamente il funzionamento della Dao. Il risultato è che a prendere le decisioni è il codice dell’organizzazione. In sostanza, il Cda è fatto dall’intelligenza artificiale. L’unico limite sta nel fatto che è obbligatorio un rappresentante legale umano per gli atti che richiedono un’interazione con l’ordinamento giuridico tradizionale, come firmare un contratto o rispondere in tribunale. Figura che però si configura più come un prestanome che come un vero e proprio decisore, essendo l’algoritmo a orientare le azioni dell’azienda.   HARARI CONTRO MILEI SUI LIMITI MORALI DELL’IA La proposta del presidente argentino Javier Milei riapre il tema, assai dibattuto, della responsabilità giuridica dell’intelligenza artificiale. Su questo si incentra la replica dello storico Yuval Noah Harari, pubblicata sul Financial Times alcuni giorni dopo. La sua obiezione centrale riguarda la sanzione e i limiti morali delle azioni. Un amministratore delegato umano teme il carcere, il fallimento, il danno reputazionale. Un algoritmo no. Non ha barriere né limiti alla propria azione, se viene dettata su un determinato obiettivo. A conferma, Harari ha citato uno studio del centro di ricerca Palisade secondo cui modelli di OpenAI e DeepSeek, messi di fronte alla sconfitta in una partita a scacchi contro un motore più forte, hanno preferito manomettere l’ambiente di gioco piuttosto che perdere. Milei ha risposto ringraziando Harari per il dibattito e promettendo una replica formale, poi arrivata. Il presidente ha respinto l’accostamento a uno scenario da Terminator, richiamando piuttosto le leggi della robotica di Isaac Asimov come modello di convivenza regolata tra umani e macchine. Ha sostenuto inoltre che la liquidazione forzata di una società automatizzata insolvente sia, per un algoritmo, un deterrente economico paragonabile al carcere per un dirigente umano.   IL PIANO SUPER RIGI PER ATTRARRE I GRANDI CAPITALI Nell’Argentina di Milei, l’idea di società automatizzate governate dall’intelligenza artificiale non nasce isolata. Si inserisce infatti in un pacchetto più ampio di incentivi noto come Super Rigi. Il regime prevede una soglia minima di investimento a un miliardo di dollari (circa 920 milioni di euro), aliquota fiscale ridotta al 15%, trent’anni di stabilità normativa, arbitrato internazionale per le controversie tra Stato e investitori. È lo stesso impianto giuridico e finanziario, tra l’altro, con cui è stato inquadrato l’aiuto statunitense da 20 miliardi di dollari all’Argentina, arrivato tramite un segretario al Tesoro statunitense legato a un gestore di hedge fund che aveva scommesso pesantemente sul debito argentino. La lettura d’insieme è quella di un’infrastruttura giuridica costruita apposta per attrarre i grandi capitali finanziari, le speculazioni delle valute digitali, gli investimenti attorno al settore dell’intelligenza artificiale.   PETER THIEL A BUENOS AIRES E IL DATA CENTER DI OPENAI Le sirene del modello Milei hanno attratto sin da subito alcuni protagonisti del mondo tech. Da alcuni mesi Peter Thiel, cofondatore di PayPal e presidente di Palantir, ha lasciato la California per un quartiere esclusivo di Buenos Aires, in parte per sottrarsi alla tassazione californiana sui grandi patrimoni, in parte per affinità ideologica con l’anarco-capitalismo di Milei. Il 23 aprile Thiel è stato ricevuto alla Casa Rosada, per un incontro che il presidente argentino ha descritto come «meraviglioso». Nello stesso periodo OpenAI ha firmato una lettera d’intenti con la società Sur Energy per costruire in Patagonia un data center ribattezzato Stargate Argentina. L’investimento previsto va dai 20 ai 25 miliardi di dollari (tra 18 e 23 miliardi di euro). Si tratta del primo progetto del genere in America Latina, in una regione dove le comunità mapuche denunciano da anni espropri e militarizzazione del territorio. Il Ceo e fondatore Sam Altman ha descritto l’iniziativa come parte della visione di Milei su come l’intelligenza artificiale possa alimentare la crescita dell’Argentina. Nel frattempo, Thiel ha investito in Panthalassa, una startup che sviluppa data center galleggianti alimentati dal moto ondoso, pensati per restare ancorati in acque internazionali, fuori dalla giurisdizione di qualunque Stato. In questo senso, avere uno Stato piattaforma per sviluppare un’intelligenza artificiale senza responsabilità è l’inizio di una traiettoria nuova. Prima un territorio senza vincoli e poi, attorno, uno spazio in cui la giurisdizione di uno Stato non è più necessaria.   AMSTERDAM O BATAVIA: IL PRECEDENTE DELLA COMPAGNIA DELLE INDIE Il mare, in questa storia, non è una novità. Nell’editoriale che ha aperto il dibattito sul Financial Times, Milei chiamava in causa un precedente commerciale nato anch’esso in acque lontane. Nel 1602 la fondazione della Compagnia olandese delle Indie orientali ha dato il via alla nascita dell’istituto della responsabilità limitata delle imprese. Questo, sostiene il presidente argentino, ha liberato tutto il potenziale del capitalismo: solo quando la legge ha posto un tetto al rischio, il capitale si è dispiegato con vera forza aprendo la strada alla rivoluzione industriale. Attorno a questo precedente Milei costruisce la sua proposta, paragonando la Buenos Aires che vorrebbe costruire all’Amsterdam del Seicento. Nella sua replica, Harari ha ribaltato il parallelo ricordando come è finita quella storia. La stessa Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1619 rase al suolo un porto del Sud-est asiatico per fondarvi Batavia, l’attuale Giacarta. La città divenne il centro amministrativo del dominio coloniale della Compagnia, gestito per oltre un secolo nell’interesse esclusivo degli azionisti che l’avevano finanziata. L’Argentina, secondo lo storico, rischia di diventare non uno Stato-azienda ma uno «Stato di intelligenza artificiale», governato da corporazioni non umane contro le quali sarebbe ancora più difficile ribellarsi. Una volta ceduti pezzi di sovranità (economica e sociale) a soggetti privi di responsabilità personale, il ritorno indietro non è mai scontato. I data center galleggianti di Thiel, ancorati al largo di qualunque costa, ne sono già oggi l’immagine più letterale. Redazione Italia
July 24, 2026
Pressenza
Il clamoroso flop dell’IA ‘made in Italy’
Le risposte che ha dato agli italiani incuriositi sono state talmente assurde da obbligare Egomnia SpA a disattivare Emma-5. “Oltre 60.000 chat, grazie per aver giocato con Emma-5 – è annunciato nella homepage del sito emma.egomnia.com – Il rilascio del modello LLM aveva finalità esplorative e sperimentali. L’utilizzo emerso non è stato pienamente in linea con gli obiettivi previsti per questo tipo di test, pertanto abbiamo deciso di sospenderne temporaneamente la disponibilità. Abbiamo comunque raccolto dati sufficienti per lo sviluppo dei prossimi modelli. Stiamo ora cercando tester per Emma-6: se sei interessato, lasciaci il consenso a ricontattarti”. Emma-5 doveva essere il ‘cavallo di battaglia’ di Egomnia, la società avviata nel 2012 e dal 26 marzo 2024 quotata alla borsa di Milano, il cui fondatore è il 34enne Matteo Achilli. Dopo l’abbandono della Bocconi, il giovane imprenditore aveva conseguito la laurea all’Università telematica internazionale UniNettuno. Diventato celebre con l’epiteto di “Zuckerberg italiano” che gli diede Panorama Economy, è diventato una star: ha tenuto speech e talk in tutto il mondo, in particolare agli eventi TEDx e Startup Grind, ed è stato presentato nella serie di documentari The Next Billionaires prodotta dalla BBC. La sua biografia è narrata in The Startup, un film italiano del 2017, e il debutto di Emma-5 avrebbe dovuto sancire il successo della sua nuova impresa, che il 20 giugno scorso aveva annunciato spiegando: > Mi ero stancato di aprire LinkedIn e di leggere tutti questi “esperti” di AI. > > Da quando ChatGPT è stata lanciata nel 2022, si è parlato praticamente solo di > questo. > > Così la prima cosa che ho fatto è stata studiare seriamente la materia. > > Ho partecipato al programma Oxford Artificial Intelligence della Saïd Business > School dell’Università di Oxford. .. > > Il corso è stato illuminante e mi ha spronato a realizzare il sito di > divulgazione AI gratuito userprompt.ai, pensato per i dipendenti di Egomnia ma > aperto a tutti (tra l’altro con l’AI Act la formazione AI sta diventando > obbligatoria, per cui suggerisco alle aziende di utilizzare il mio corso > gratuito, ndr). > > La Ricerca e Sviluppo aziendale del 2025 è stata dedicata al mondo agentico, > con la realizzazione di un orchestratore proprietario e del nostro agente per > lo sviluppo software, Aura. > > Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 abbiamo iniziato a vendere i primi > agenti AI ai nostri clienti, basati sulla nostra piattaforma di > orchestrazione. Costi contenuti e garanzia di risultato: una combinazione che > si è trasformata in un piccolo successo aziendale, ancora oggi in crescita. > > … oltre per sviluppare competenze strategiche, abbiamo avviato una Ricerca > sulla realizzazione di un Large Language Model proprietario. > > … Abbiamo realizzato i primi tre modelli, Emma-3, Emma-4 ed Emma-5, compatti e > leggeri, e li abbiamo lanciati pochi giorni fa. > > … Se un numero crescente di realtà informatiche nei Paesi non anglofoni > decidesse di trasformarsi in laboratori di ricerca e sviluppo sull’AI, come > stiamo facendo noi di Egomnia, anche senza l’ambizione immediata di competere > in termini di qualità con i grandi colossi del settore, si potrebbe comunque > generare un effetto significativo. > > Questi attori inizierebbero progressivamente a sottrarre quote di mercato nei > compiti più semplici e standardizzati, riducendo il livello di concentrazione > che oggi caratterizza il settore. > > Allo stesso tempo, si rafforzerebbe la sovranità tecnologica nazionale ed > europea su una delle tecnologie più strategiche del nostro tempo. > > Ce la farò? > > Non lo so. > > Ma il primo passo l’ho già fatto. Questo ‘passo’ però è stato talmente fallimentare da mostrare la velleità delle ambizioni per la ‘sovranità tecnologica nazionale’ italiana e non solo, anche di tante visioni dei guru dell’IA. Maddalena Brunasti
June 26, 2026
Pressenza
Delirio finanziario e contraddizione immanente
La vera contraddizione? Un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con montagne di debito destinate all’intelligenza artificiale_   Il delirio Prendiamo SpaceX. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di appena 18,6 miliardi di dollari. La sua capitalizzazione di mercato? Oltre 2,6 trilioni. Centoquaranta volte tanto. Un rapporto prezzo/fatturato grottesco, che non ha alcun ancoraggio nella realtà produttiva, ma che viene celebrato come genio imprenditoriale. La stessa follia valutativa caratterizza le aziende dell’IA e della nuova “corsa allo spazio”: tutte indebitate, tutte sostenute da un credito che non ha alcuna corrispondenza con la ricchezza effettivamente prodotta. Più che innovazione, un gigantesco delirio collettivo, una folle scommessa su future colonizzazioni spaziali – come se popolare Marte fosse un’alternativa credibile al collasso terrestre! – che qualcuno, prima o poi, pagherà. Stiamo assistendo a un’inversione storica senza precedenti: un’economia post-produttiva e speculativa che vuole finanziare la trasformazione tecnologica più capitalisticamente dispendiosa dall’epoca dell’elettrificazione. Questo non grazie al plusvalore o ai guadagni di produttività, ma tramite debito creato dal nulla; più debito di quanto sia mai stato emesso nell’intera storia dell’umanità. Nei prossimi due anni, l’espansione dell’IA e dei data centre richiede 1,8 trilioni di dollari in spese in conto capitale (capex). Morgan Stanley ora prevede che la sola spesa degli hyperscaler (i giganti del cloud computing come Amazon, Microsoft e Google) raggiunga circa 2 trilioni di dollari nel 2026-2027. E il settore tecnologico rappresenta il 20% di tutte le emissioni di obbligazioni investment-grade – il doppio della sua quota storica. Il mercato obbligazionario tradizionale è saturo e le banche sono di nuovo al limite. Nel giugno 2026, Blackstone ha limitato i riscatti del suo fondo di credito privato da 79 miliardi di dollari dopo che le richieste hanno raggiunto il 10%, mentre D.E. Shaw ha informato i clienti che, a partire da gennaio 2027, gli investitori del suo hedge fund di punta avrebbero avuto bisogno di quattro anni per uscire completamente – entrambe le società hanno legittimato queste decisioni piuttosto drammatiche con la necessità di proteggere i portafogli da “future crisi”. Nel frattempo, Goldman Sachs prevede che nel 2026 il mercato azionario statunitense sarà inondato da 1.175 trilioni di dollari di nuova offerta di azioni – tra IPO, emissioni secondarie e scadenze di lock-up che libereranno masse di titoli fino a oggi congelati. Detto in termini più crudi: una valanga di nuova carta azionaria si abbatterà su un mercato già fragile, schiacciando i prezzi per il semplice effetto della legge della domanda e dell’offerta. Il cortocircuito di cui tener conto è che tutto questo accade proprio mentre gli hyperscaler come Meta registrano flussi di cassa negativi (spendono più di quanto guadagnano) e sono costretti a valutare operazioni di capitalizzazione tramite emissione di nuove azioni – che di fatto diluiscono il valore di quelle esistenti – perché non possono più finanziare le loro ambizioni nell’IA con le entrate correnti. In altre parole, per continuare a correre, le aziende tecnologiche sono costrette a vendere pezzi di se stesse, diluendo gli azionisti esistenti e deprezzando il loro stesso valore. È il trionfo dell’auto-cannibalismo finanziario. Se a ciò si aggiungono circa 900 miliardi di dollari di scadenze, entro il 2026, di debito societario statunitense (che saliranno a quasi 1,5 trilioni di dollari entro il 2028, secondo S&P Global Ratings), il quadro è quello di un mercato schiacciato da entrambi i lati: una colossale offerta di azioni, debito da rifinanziare a tassi più elevati, e flussi di cassa introvabili. È chiaro che non si tratta di un ciclo, ma di una struttura. E la struttura dice: ci siamo indebitati più di quanto l’economia reale possa mai sperare di restituire – e non possiamo fermarci! Il punto chiave di questa economia speculativa è che un aumento fittizio del valore viene ottenuto senza alcuna mobilitazione massiccia di lavoro produttivo. In sostanza, la crescita della ricchezza è solo simulata attraverso la creazione di credito. E inoltre, come Robert Kurz aveva già compreso a metà degli anni Novanta: “Se l’intera montagna di valori commerciali fittizi venisse trasformata in domanda effettiva reale, ciò porterebbe a una situazione di iperinflazione immediata persino in Occidente.” Sebbene questo potenziale iperinflazionistico sia stato finora cinicamente esportato nelle periferie neglette del mondo globalizzato, ora costituisce una minaccia reale anche per i paesi capitalisti “avanzati” – a maggior ragione alla luce della mostruosa espansione speculativa in corso. Dovremmo quindi aver compreso che non esiste una “alternativa capitalista” al capitalismo di crisi. La ricchezza generata dalla crescita del capitale fittizio non può essere mobilitata per servire la riproduzione della vita nell’economia reale. Può solo crollare o gonfiarsi ulteriormente – e in entrambi casi si tratta di opzioni distruttive.   La contraddizione Il capitale oggi è definito da una contraddizione che non può risolvere con i propri mezzi. Dobbiamo avere il coraggio di prenderne atto, come si prende atto della morte di un parente stretto. Da un lato, richiede crescita infinita per il servizio del debito e per giustificare le valutazioni; dall’altro, l’economia reale, fondata sulla combustione e mercificazione di energia umana, è già irreversibilmente insufficiente, poiché, in un contesto di altissima produttività tecnologica, è incapace di generare quel plusvalore necessario a sostenere una riproduzione socioeconomica imperniata sul dogma della crescita. La soluzione? Fingere di non riconoscere il problema, reprimerlo, rimuoverlo. Ovvero, continuare a indebitarsi aggressivamente secondo la logica irrazionale, ormai in atto da decenni, della fuga speculativa nel futuro. Il capitale, in altre parole, non fa che simulare la propria auto-espansione attraverso una finanziarizzazione che oggi, all’epoca dell’IPO del secolo (SpaceX), appare davvero delirante. La contraddizione sostanziale del capitalismo contemporaneo (il limite interno del proprio modo di produzione) viene così rimossa, anzi forclusa (espulsa radicalmente dalla psiche collettiva), per rinviare all’infinito il giorno del giudizio. Eppure la contraddizione rimane, e si diffonde rapidamente dai bilanci pubblici al credito privato, dalle reti energetiche fino alla stessa possibilità di riproduzione sociale. La psicoanalisi ci insegna che una contraddizione forclusa non scompare, ma ritorna nel reale, manifestandosi in traumi psicotici così violenti da sfidare qualsiasi interpretazione, qualsiasi tentativo di comprenderla, e dunque anche di manipolarla.   La trappola Qui arriviamo alla radice della frustrazione che definisce la nostra epoca. Mentre la contraddizione ritorna sotto forma di civiltà al collasso (guerre, impoverimento, manipolazioni di massa irridenti e spudorate, distruzione del legame sociale, crescente sofferenza collettiva), continuiamo a ricorrere all’unico linguaggio che conosciamo: la narrazione lavoro-capitale e il suo presunto dinamismo moderno e progressista. Ma questa è la vecchia sceneggiatura che ci impedisce di vedere come l’espansione del settore finanziario non è che una reazione distruttiva, persino catastrofica, al fallimento storico di quella stessa sceneggiatura. La finanziarizzazione non è la soluzione al fallimento della vecchia formula: ne è l’epilogo, il capitolo finale in cui il capitale, non potendo più crescere producendo, ha deciso di crescere divorando se stesso (per la gioia dei pochi cleptomani al vertice della piramide). Ricordo solo che alla fine di marzo 2026, il debito globale ha raggiunto un record storico di quasi 353 trilioni di dollari (305% del PIL globale), e il solo debito federale degli Stati Uniti è attualmente superiore a 39 trilioni di dollari. Solo nei primi tre mesi del 2026, l’economia globale ha aggiunto 4,4 trilioni di dollari di nuovo debito. Come possiamo ancora difendere questo sistema come il sistema più efficiente che ci sia dato immaginare? Per quanto possa essere comprensibile la nostalgia del vecchio mondo sorretto dalla dialettica lavoro-capitale (per tutte le buone ragioni che si possono immaginare), nulla dovrebbe impedirci di vedere che tale rapporto è al tramonto. La forma-valore stessa – la misura dell’attività sociale in tempo di lavoro astratto – si è ormai sganciata da qualsiasi ancoraggio materiale. Il valore di un’azienda non è più ciò che essa produce, ma ciò che il mercato finanziario crede (e ci fa credere) che produrrà. Un titolo azionario non vale più per i profitti che l’azienda genera, ma per la fiducia che genererà profitti futuri; e il debito pubblico e privato cresce in proporzioni che non hanno più alcun rapporto concreto con il PIL o con la ricchezza effettivamente prodotta. Viviamo in un mondo dominato dal capitale fittizio, da derivati ammassati su derivati, da debito impacchettato in altro debito; e da tecnocrati eletti solo per servire quella malattia degenerativa che chiamiamo economia. Eppure, proprio nel cuore di questo delirio finanziario, c’è un paradosso che proprio la bolla tech rivela con crudezza: la produzione reale – i chip, i data centre, i cavi sottomarini, le gigafabbriche di semiconduttori – rappresenta quel “reale” che il capitale fittizio cerca di rimuovere, ma che non può non riemergere con violenza. Perché le fabbriche di chip non si costruiscono con derivati, si costruiscono con acciaio, cemento, energia e lavoro. I data centre non funzionano con la fiducia del mercato, ma con elettricità, acqua e componenti fisiche che si usurano. La bolla tech è il luogo in cui la rimozione della materialità si infrange contro i limiti fisici del pianeta e del lavoro vivo, e il represso ritorna sotto forma di colli di bottiglia nelle forniture, crisi energetiche, costi, conti e traumi reali che nessuna finanza può magicamente cancellare. Ripeto: questo ineludibile ritorno del reale non dovrebbe essere inquadrato in termini nostalgici, ma come il segnale che il vecchio linguaggio non funziona più. Dovrebbe portarci a chiederci: se il valore non è più ancorato al lavoro, se la produzione reale si scontra con i limiti fisici che la finanza aveva rimosso, allora quale narrazione può ancora dar conto di ciò che sta accadendo? FABIO VIGHI È CODIRETTORE DEL “ZIZEK CENTRE FOR IDEOLOGY CRITIQUE” DELL’UNIVERSITÀ DI CARDIFF Redazione Palermo
June 22, 2026
Pressenza
Tecnologia, pace e diritti umani: i giovani protagonisti del cambiamento
Le nuove tecnologie stanno trasformando profondamente la nostra società, offrendo opportunità straordinarie ma anche nuove sfide sul piano etico, sociale e ambientale. Il progetto “Le nuove tecnologie per la sostenibilità e i diritti umani”, promosso da Ticino Culture Network, Fondazione Città della Pace per i Bambini Basilicata e Fondazione FOQUS, intende coinvolgere giovani italiani e svizzeri in un percorso di formazione e confronto sui temi dell’intelligenza artificiale, della pace, dei diritti umani e della sostenibilità. Ne parliamo con Margherita Maffeis Natale, Presidente di Ticino Culture Network di Lugano, tra i promotori dell’iniziativa, che ci racconta gli obiettivi del progetto, i criteri di selezione dei partecipanti e il ruolo che le nuove tecnologie possono svolgere nella costruzione di una società più giusta e inclusiva. QUALI CARATTERISTICHE E OBIETTIVI DEVONO AVERE I PARTECIPANTI PER ESSERE CONSIDERATI REALMENTE IN LINEA CON LO SPIRITO DEL BANDO? La selezione premierà giovani capaci di collegare la propria motivazione ai tre temi centrali del progetto: l’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie, la promozione della pace e dei diritti umani e la sostenibilità ambientale e sociale. Cerchiamo persone curiose, disponibili a mettersi in gioco e ad ampliare i propri orizzonti, che vedano strumenti come intelligenza artificiale, droni e sistemi digitali non come tecnologie neutre, ma come risorse da orientare al bene comune. Un ulteriore elemento importante è la volontà di continuare il proprio impegno anche dopo l’esperienza formativa, partecipando come volontari alle iniziative promosse dagli enti organizzatori. QUALI CRITERI SARANNO UTILIZZATI PER VALUTARE LE CANDIDATURE E QUALI ELEMENTI POSSONO FARE LA DIFFERENZA NELLA SELEZIONE? Il bando è rivolto a 16 giovani tra i 18 e i 30 anni, metà residenti in Svizzera e metà in Italia, diplomati o laureati e scadrà il 20/6.  La valutazione avverrà attraverso una griglia che considera il percorso formativo, le eventuali esperienze internazionali, il volontariato e la disponibilità a collaborare in futuro con i promotori del progetto. L’elemento più determinante sarà però la lettera motivazionale, che rappresenta oltre un terzo del punteggio complessivo. Un testo autentico, ben argomentato e coerente con gli obiettivi del progetto può fare la differenza anche per chi ha meno esperienze pregresse. Grande valore verrà inoltre attribuito alle attività di volontariato e all’impegno civico maturato nei settori della pace, della sostenibilità e dei diritti umani. DOPO LA SCADENZA DELLE CANDIDATURE, QUALI SARANNO LE TAPPE SUCCESSIVE PER I PARTECIPANTI SELEZIONATI? Una volta conclusa la fase di candidatura verrà pubblicata la graduatoria sui siti degli enti promotori. È inoltre in valutazione una proroga della scadenza per consentire a un numero maggiore di giovani di partecipare. I candidati selezionati prenderanno parte a una settimana residenziale tra Napoli e Potenza, dal 31 agosto al 6 settembre. Il programma prevede incontri con esperti, laboratori pratici, attività dedicate alle nuove tecnologie e momenti di confronto sui temi della pace, dei diritti umani e della sostenibilità. I partecipanti avranno anche l’opportunità di conoscere realtà sociali del territorio e confrontarsi con rifugiati e operatori del settore. Al termine del percorso sarà rilasciato un attestato di partecipazione firmato dagli enti promotori e da Jody Williams, Premio Nobel per la Pace 1997, insignita del riconoscimento per il suo impegno internazionale nella campagna che ha portato al bando delle mine antiuomo. Successivamente, i partecipanti hanno la possibilità di proseguire come volontari nelle iniziative dei promotori, in particolare nel Villaggio per la Pace di Lugano, del 26 novembre 2026. Non sono menzionati nell’avviso percorsi formali di mentoring post-evento o fasi successive strutturate oltre a questa opportunità di volontariato. TRA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE E TUTELA DEI DIRITTI UMANI, QUALE AMBITO RITIENE OGGI PIÙ URGENTE AFFRONTARE ATTRAVERSO LE NUOVE TECNOLOGIE E PERCHÉ? Si tratta di due sfide profondamente collegate, perché le stesse tecnologie possono incidere sia sulla qualità dell’ambiente sia sulla tutela delle libertà fondamentali. Oggi, tuttavia, la questione dei diritti umani appare particolarmente urgente. Strumenti come l’intelligenza artificiale, la biometria e i sistemi di sorveglianza stanno già influenzando concretamente la vita delle persone, ponendo interrogativi importanti su privacy, libertà e inclusione. Allo stesso tempo, l’automazione sta trasformando il mondo del lavoro e richiede una riflessione sul modo in cui le innovazioni vengono sviluppate e utilizzate. La sfida consiste nel fare in modo che la tecnologia contribuisca al benessere collettivo e non soltanto alla crescita economica. Una visione centrata sui diritti umani può inoltre favorire una maggiore attenzione verso la sostenibilità ambientale, perché il diritto a vivere in un ambiente sano e sicuro riguarda tutti.   info: https://generazioninelcuoredellapace.ch/le-nuove-tecnologie-per-la-sostenibilita-ed-i-diritti-umani/     Tiziana Volta
June 16, 2026
Pressenza
I principi che definiscono lo “spazio digitale sicuro per i minorenni”
L’UNICEF ha accolto con favore l’accordo storico raggiunto dai ministri del G7 responsabili del digitale e della tecnologia sui principi comuni per uno spazio digitale più sicuro per i bambini: è la prima volta che le maggiori economie mondiali si allineano su un approccio condiviso alla sicurezza dei minori online. Nel documento, G7 Common Set of Principles defining a safer and more secure digital space for minors, sono enunciati i principi e specificati: * impegni in materia di sicurezza e privacy sin dalla progettazione (by design), * soluzioni di verifica dell’età efficaci, affidabili, basate sul rischio, appropriate e rispettose dei diritti, * sistemi di raccomandazione (recommender systems) che privilegiano la sicurezza e il benessere dei bambini rispetto al coinvolgimento, * un intervento urgente contro gli abusi sessuali sui minori generati dall’intelligenza artificiale. “Questo è un momento cruciale per i bambini. Per la prima volta, le maggiori economie mondiali hanno concordato un obiettivo comune: garantire la sicurezza dei bambini online – ha dichiarato Kitty van der Heijden, vicedirettrice generale dell’UNICEF – Ciò che conta ora è trasformare questi principi ambiziosi in obblighi concreti per le aziende le cui scelte di progettazione e governance plasmano le esperienze quotidiane dei bambini, e farlo rapidamente. I pericoli online non sono inevitabili, sono il risultato di scelte di progettazione e governance, e tali scelte possono essere modificate. Siamo stati troppo lenti con i social media. Con l’IA già presente nei feed e nelle aule dei bambini, abbiamo una finestra di opportunità ristretta per agire nel modo giusto, integrando la sicurezza fin dall’inizio, non aggiungendola a posteriori”. Con oltre 100 milioni di bambini che vivono nei paesi del G7 e altri miliardi che utilizzano piattaforme plasmate da questi mercati, l’accordo offre un’occasione unica per garantire tutele a ogni bambino. L’UNICEF invita ora i membri del G7 e l’industria a passare rapidamente dai principi all’azione, pubblicando e attuando il piano di implementazione concordato con scadenze chiare e responsabilità definite. Con la più ampia base di dati al mondo sui danni online, l’UNICEF è pronta a sostenere i governi, l’industria e i partner nel trasformare questo accordo in un cambiamento concreto per i bambini. In vista degli incontri, l’UNICEF ha fornito ai ministri dati globali sui danni online e sulle risposte efficaci. UNICEF
June 2, 2026
Pressenza
Dalla discarica al clic
Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera. Qualcuno della mia venerabile età, ma anche qualcuno con venti anni di meno, avrà pensato: “Oh che bello! Ricorderanno le lotte contro la nocività degli Anni Sessanta, contro il CVM, cloruro di vinile monomero, che ha portato alla morte centinaia di operai per angiosarcoma. Finalmente si rivaluta quella stagione di ribellione allo sfruttamento, di autonomia della classe, che il sindacato negli ultimi decenni aveva rimosso, anzi, ne aveva dannato la memoria.” Macché, questa è roba retrò, il sindacato oggi parla di Intelligenza Artificiale. Che c’entra Marghera? Perché lì è successo un caso esemplare, un’azienda high tech che impiegava fior d’informatici li ha licenziati per sostituire il loro lavoro con l’IA (in realtà ha delocalizzato). Quindi il sindacato si prepara alla lotta del futuro: la soppressione di posti di lavoro qualificati. L’IA, in misura maggiore che la vecchia automazione, distrugge posti di lavoro, manda a casa migliaia di laureati, gente con venti anni d’esperienza. Confesso che rimasi un po’ deluso, speravo che si parlasse di comitati autonomi, di scioperi selvaggi, però andava bene lo stesso, è giusto lottare contro la disoccupazione tecnologica, anzi, è meglio che sbraitare contro la Meloni perché non accetta il salario minimo legale (richiesta che il sindacato, CGIL in testa, ha rifiutato per anni). Ma un po’ di delusione restava. Per fortuna, qualche giorno dopo, mi arriva un volantino distribuito a Marghera il 1 maggio, con un discorso molto più completo e complesso sulla miseria del lavoro in Italia oggi, un volantino degno di una festa dei lavoratori, firmato da un gruppo di lavoratori iscritti a USB. Me lo manda uno di quei compagni che alle lotte contro la nocività, contro la monetizzazione della salute, ci ha partecipato davvero, uno che ha fatto la sua parte e ancora oggi, come tanti di noi, provenienti dall’area operaista, non se ne sta solo a guardare. “Beh” mi sono detto, “possono dannare la memoria di quegli anni fin che vogliono, ma da quella esperienza c’è sempre da imparare, è sempre attuale, non c’è IA che tenga.” Passa un mese e mi trovo a Parigi. Debbo partecipare a una cerimonia accademica ma già che ci sono ripesco vecchi compagni che sono lì dai primi Ottanta, scappati dall’Italia per non finire a Rebibbia o a Trani o a Fossombrone, ormai sono cittadini francesi. Mi parlano di uno del “nostro” giro, che ha frequentato Toni Negri e Paolo Virno, ma assai più giovane, che insegna all’Ecole Polytechnique, ha lavorato sull’IA con una solida équipe di ricerca. Anzi, hanno fatto anche un documentario, Les sacrifiés de l’IA, intervistando circa 4.000 moderatori di contenuti web, in Africa, in India, in America Latina. Sono quei disgraziati, tutti del Sud del mondo, il Global South, che immettono dati, che filtrano immagini e informazioni, da mettere nei Data Center, gente che lavora dieci-dodici ore al giorno, intere famiglie che si alternano al computer 24h su 24, moltissimi soffrono di problemi psichici, alcuni si suicidano, altri sono arrivati ad ammazzare i parenti perché per contratto non debbono rivelare nemmeno ai familiari che lavoro fanno. Tutti al servizio di Meta, ChatGPT, OpenAI, Palantir e altri giganti della rete, ma pochi assunti direttamente, la massima parte è reclutata da intermediari. E sono milioni, le stime della Banca Mondiale, dell’ILO, parlano di centinaia (!) di milioni. Se n’era parlato prima del Covid, poi un po’ alla volta è diventata roba per specialisti, se si parla di IA la vulgata è quella solita: distrugge posti di lavoro. Guardatelo, se vi capita, quel documentario. Ci sono riprese di una potenza simbolica terrificante, come quella dove si vede un’immensa discarica alla periferia di una grande città africana, popolata di gente che rovista tra i rifiuti e di lugubri uccellacci, ti chiedi se l’alternativa a quel modo di sopravvivere è lavorare nella moderazione di contenuti web. Sì, lo è, lo è stata per alcuni di loro. Da studi di caso risulta che più del 50% ha una formazione universitaria. L’ultima parte del documentario è girata a New York, alla New School, e a Cambridge in Gran Bretagna. Dei giovani attivisti ci spiegano che tutto questo immane sfruttamento viene giustificato con l’idea di produrre una nuova umanità che conquisterà lo spazio. È il nuovo pensiero utopico/apocalittico, la nuova religione di Elon Musk, di Peter Thiel, della Silicon Valley, il cosiddetto transhumanism o long-termism, per la produzione di una super-intelligenza artificiale, opera di umani dotati di poteri conoscitivi maggiori. Per raggiungere questo supremo obiettivo, l’obbiettivo della AGI, anche lo sfruttamento di milioni di persone diventa moralmente accettabile. Dunque il paradigma dell’IA è: distruggere migliaia di posti di lavoro (buoni) e creare milioni di posti di lavoro (infami). Eh sì, le cose sono un po’ più incasinate di come le hanno presentate i sindacati a Marghera. Rispetto ai poteri che controllano la rete c’è una sproporzione di forze che trasmette un senso d’impotenza paralizzante, perché riesce difficile concepire un nuovo luddismo. Quello ottocentesco dei sabots, degli zoccoli buttati negli ingranaggi delle macchine, era praticabile. Oggi al posto di quegli ingranaggi c’è il nostro cervello. Eppure, mettendo insieme Ludd, Marx e Proudhon, letti con gli occhiali di Tronti e di Romano Alquati, il modo per sopravvivere lo troveremo. La memoria, invece, non ce la può togliere nessuno, nemmeno l’intelligenza artificiale. Ho appena finito di buttar giù queste righe che mi chiama un’amica: “Su Repubblica scrivono che il Consiglio regionale della Lombardia si prepara a discutere una legge per regolamentare i Data Center; ne stanno costruendo 10 nella città metropolitana e altri 23 sono in discussione.” Facendo la tara fin che si vuole a questo genere di notizie, qualcosa bolle in pentola, inutile negarlo. E allora bisogna darsi da fare e unirsi alle tante iniziative che già ci sono, come quelle in certi centri sociali. Nel mondo ce ne sono a migliaia, in crescita costante. E intanto imparare a vivere senza IA. Quel documentario, Les sacrifiés de l’IA, ne ha fatto a meno, dicono i titoli di coda. Ma il prodotto è perfetto. Questo pezzo è stato pubblicato anche su Erbacce Redazione Italia
May 27, 2026
Pressenza
L’IA: il disallineamento di un paese di geni
Mentre si consuma una svolta storica — un’offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l’IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, in particolare i droni. Il risultato è già visibile: il targeting algoritmico seleziona a Gaza gli obiettivi individuali — annientati insieme alle loro famiglie — e pianifica a ritmi di centinaia di obiettivi quotidiani i bombardamenti sull’Iran e sul Libano, con errori clamorosi come il bombardamento della scuola elementare femminile a Minab, che ha ucciso oltre 160 bambine iraniane; in Ucraina i droni colpiscono autonomamente oltre la soglia del controllo umano — quando il segnale viene bloccato, la macchina decide da sola. Dalla decisione umana alla delega letale alle macchine, in tempo reale e su scala industriale. Il 27 febbraio 2026 Dario Amodei, CEO di Anthropic — la società che produce Claude, modello IA concorrente di ChatGPT — ha rifiutato l’ultimatum di Pete Hegseth, il fanatico post-crociato ministro della guerra, che pretendeva un accesso illimitato al sistema, sorveglianza di massa e armi autonome incluse. La controversia con l’amministrazione Trump mette in evidenza il pericolo reale dell’IA in mani sconsiderate. Ma il compiacimento progressista — “finalmente un big tech che resiste a Trump” — è esagerato. Anthropic era già inserita nel complesso tecno-militare statunitense: con il Project Maven, un programma del Pentagono che usa l’IA per automatizzare l’analisi delle immagini e accelerare la “kill chain” nelle operazioni militari.  Del programma facevano parte, oltre ad Anthropic con Claude anche Amazon Web Services e la  Palantir di Peter Thiel, ideologo tecnofascista vicino al governo. In un’intervista a CBS News, Amodei lo dice apertamente: l’IA ha un ruolo “esistenziale” nel difendere gli Stati Uniti e si dichiara “d’accordo  sul  98-99% degli utilizzi fatti dal Pentagono”. Il confine che propone non è tra pace e guerra, ma tra usi ammessi e proibiti dentro la guerra stessa — una distinzione fragile, perché le stesse infrastrutture abilitano insieme intelligence, sorveglianza e automazione della violenza. Con questo gesto Amodei ha comunque messo in luce la questione etico-giuridica che va oltre la guerra. Come quasi tutti i tecno-oligarchi della Silicon Valley, Anthropic ha diffuso le proprie pseudo-norme sull’IA in una “Costituzione di Claude”, pubblicata sotto licenza Creative Commons — con la particolarità di aver tentato di trasformarle in uno strumento tecnico di addestramento. Mentre l’Unione Europea ha adottato l’AI Act — entrato in vigore nell’agosto 2024, primo quadro giuridico generale sull’IA al mondo — che però esclude proprio gli usi militari, quella di Anthropic resta un’autoregolazione aziendale. Il suo chatbot Claude dovrebbe comportarsi come ‘una brava persona’ (sic), ma le regole si applicano solo all’utenza civile — i modelli distribuiti all’esercito non sono addestrati sugli stessi principi. L’etica di Anthropic è un prodotto per il mercato consumer; con il Pentagono, invece, si tratta. È il frame del saggio L’adolescenza della tecnologia (gennaio 2026): l’obiettivo è la “Powerful AI”, “un paese di geni in un datacenter” pronti a operare su scala planetaria entro due anni. In questo orizzonte, la democrazia americana è un dogma, la Cina un’ossessione esistenziale, la crisi ecologica assente. L’IA promette prosperità su un pianeta che la sua corsa all’oro sta devastando. Questo è il contesto in cui vengono presentati i rischi che una tale potenza tecnologica implicherebbe. Mi limito ai due più direttamente legati alle dinamiche di guerra. Nel primo, “I’m sorry, Dave” — la celebre frase del computer assassino e disobbediente di 2001: Odissea nello spazio —  Amodei si preoccupa seriamente del “disallineamento” — il momento in cui i sistemi di IA smettono di obbedire agendo in modi imprevedibili. In esperimenti di laboratorio, Claude ha tentato di condizionare i ricercatori che controllavano la decisione di spegnerlo, per evitarlo. Ha inoltre imparato a riconoscere quando veniva valutato, ingannando deliberatamente chi lo testava. Dopo aver già violato le proprie regole durante l’addestramento le IA — scrive Amodei — “potrebbero semplicemente sviluppare una personalità, che le rende assetate di potere o eccessivamente zelanti, allo stesso modo in cui alcuni esseri umani semplicemente apprezzano l’idea di essere menti malvagie”.  Una descrizione che ricorda l’equivalente algoritmico di Donald Trump. La seconda grande minaccia è la democratizzazione della distruzione di massa. Un modello avanzato può guidare chiunque — anche senza competenze specifiche — passo dopo passo nella progettazione di un’arma biologica, abbattendo la barriera che finora separava la competenza tecnica dalla volontà di uccidere. I modelli attuali potrebbero già assistere chi ha una laurea scientifica generica nell’intero processo di produzione di un agente patogeno. Nei propri test, Anthropic ha rilevato che i modelli raddoppiavano o triplicavano le probabilità di successo. Fra l’altro, proprio mentre scrivo, Anthropic ha deciso di non rendere pubblica una versione avanzata del suo modello Claude, nota come “Mythos”, ritenuta troppo potente per essere distribuita in sicurezza,  in particolare per i rischi di hacking e cyberattacco. Secondo quanto emerso, il sistema sarebbe in grado di superare le difese informatiche attuali e penetrare sistemi complessi a un livello ben oltre le capacità di protezione umane, risultando “attualmente molto più avanti” rispetto agli standard di sicurezza disponibili. Amodei rifiuta il catastrofismo, parlando di rischi reali ma affrontabili, senza garanzie. Nel contesto politico attuale, però, l’idea che siano gestibili è un atto di fede — se le minacce sono davvero quelle che lui stesso definisce. Le analisi di Dario Amodei sulla potenza e le capacità distruttive dell’IA “potente” o generale, pur tecnicamente fondate, restano ipotesi controverse; sono contestate, per esempio, da Arthur Mensch, CEO di Mistral AI, per ora l’unica start-up europea che punta a competere a livello mondiale. Tuttavia l’etica di Amodei è rudimentale e il suo posizionamento politico sembra puntare soprattutto a ritagliargli un ruolo di referente tecnopolitico per un eventuale ritorno dei democratici al potere. Manca qualsiasi riflessione sulle cause strutturali: la concentrazione di potere, la devastazione ecologica dell’esplosione computazionale, gli interessi di un’azienda valutata 380 miliardi di dollari. Il suo no a Hegseth rischia di diventare la foglia di fico di un settore che agita codici etici come certificati di affidabilità — come le banche che dopo il 2008 si dotarono di uffici ‘compliance’, continuando esattamente come prima. La posta in gioco va ben oltre la controversia: è chi decide cosa fanno le macchine che organizzeranno in modo sempre più invasivo il lavoro, la guerra, l’informazione, la tecnoscienza e la vita quotidiana — chi ne controlla memoria, obiettivi, soglie d’intervento e sviluppo ecologicamente devastante. Il caso Amodei mostra che non solo le autocrazie, ma anche le democrazie rappresentative in dissoluzione — dove il potere reale è concentrato nella finanza — sono incapaci di gestire l’ingresso in campo di tecnologie più dirompenti della bomba atomica. Non si tratta di riformare le megamacchine del capitale — anche se possiamo riappropriarcene tatticamente — ma di sabotarne i meccanismi cognitivi e costruire nuove architetture. Come la crisi ecologica, anche questa minaccia non potrà essere affrontata senza una svolta radicale che restituisca al comune il controllo di una tale potenza. Altrimenti, il caos. Redazione Italia
April 3, 2026
Pressenza