Tag - ia-intelligenza artificiale

Sofia Liguori: una per tutti i, tanti, ‘geni’ dell’IA che vogliono “restare umani”
La giovane nerd laureata 110/110 cum laude alla ‘Bicocca’ di Milano nel 2018 che, dopo le esperienze come sviluppatrice di pioneristici sistemi di machine learning e applicazioni di intelligenza artificiale, nel maggio 2023 è stata assunta a Google DeepMind, il 20 ottobre si è licenziata dal centro R&D con sede a Londra per cui lavorava a tempo pieno in modalità ‘ibrida’. I motivi della sua irrevocabile decisione sono molti, principalmente uno: voler vivere dignitosamente, onestamente e senza ‘in cuor proprio’ sapere di essere ipocrita, perciò rifiutando di adeguarsi e, per “continuare a guardarci allo specchio”, fingere che sia normale “accettare questa situazione come se nulla fosse (nel SILENZIO COME AL SOLITO)”. Subito la clamorosa notizia è ‘rimbalzata’ sui media italiani. Da Il Fatto Quotidiano, in cui Stefania Maurizi ieri ha riferito che Sofia Liguori ha lasciato Google citando una sua frase, “Mi disgusta l’IA in guerra”, a Collettiva, che nello stesso giorno ha pubblicato l’articolo intitolato Google, la protesta di Sofia Liguori: “Mi vergogno di lavorare per questa azienda”,… Prima, il 21 ottobre, a sua volta attingendo le informazioni dall’intervista a Stefania Liguori e un suo collega, Andreas Kirsch, che la BBC News aveva divulgato nella stessa data, Il Sole 24 Ore evidenziava: la tech worker italiana “che si è dimessa dal suo ruolo di ingegnere ricercatore” non è la unica, e sola, bensì una dei numerosi “Dipendenti Google [che] lasciano DeepMind per protesta contro l’uso militare dell’IA“. Intanto nello stesso giorno, Sofia Liguori spiegava le proprie ragioni in un post pubblicato su LinkedIn: > Ieri mi sono ufficialmente licenziata da Google DeepMind. Ero in congedo da > quando è stato firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra [degli > USA – NdR]. > > Ecco la mia lettera di dimissioni completa: > https://stay-human.sofialiguori.com/ > Intervista della BBC: https://www.bbc.com/news/articles/cmreyvepnv0po > > — Alcune parti della mia lettera: > > Il modus operandi testato a Gaza con Nimbus è stato legittimizzato come > standard con l’accordo classificato DoW di aprile: contratti che consentono > l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre > restrizioni sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di > monitoraggio. > (…) > Non credo più che la nostra tecnologia avrà un impatto netto positivo sulla > società. > (…) > La tecnologia NON è uno strumento neutrale. Questa valutazione presuppone che > possiamo separare la tecnologia dal contesto in cui viene implementata, ma non > dovremmo: abbiamo la responsabilità di valutare lo strumento nel contesto in > cui verrà utilizzato. Presuppone anche che possiamo separare la tecnologia da > chi la possiede, la costruisce, la controlla e ne trae beneficio. > (…) > È proprio questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di > diffondersi su larga scala. > Questo sta accadendo anche sul nostro posto di lavoro. Questo è il nostro > mestiere. Rientra nel mio ambito di azione. È dentro di te. > Per me, quest’anno avremmo dovuto smettere di lavorare. Magari senza far > scioperare il cervello, forse proprio come ho fatto a febbraio, prendendomi > dei giorni liberi e dimostrando davanti all’ufficio, e forse in qualche altro > modo dobbiamo ancora capire insieme come trovare una soluzione. Ma avremmo > dovuto dire un NO molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella kill > chain, un NO molto più forte alla normalizzazione di ciò che è stato testato a > Gaza. > (…) > La compartimentazione, oltre un certo punto, è frammentazione e, in quanto > tale, si oppone all’integrità. Una certa separazione dei contesti è salutare, > ma quando diventa un modo per evitare di vedere contraddizioni, inizia a > somigliare al doppio pensiero di Orwell. L’ambito in cui i nostri valori, la > nostra empatia e persino il nostro pensiero razionale (che riusciamo ad > applicare così magistralmente alle questioni scientifiche) possono operare > inizia a restringersi. Smettiamo di criticare; non ci indigniamo per le bugie > e l’incoerenza. La parte migliore di noi ha sempre meno spazio per esistere. > Dobbiamo anche respingere fermamente questa cultura aziendale di censura e > intimidazione. > (…) > Finiamo per evitare di affrontare alcuni argomenti preventivamente, Dio non > voglia che farlo possa compromettere le nostre carriere. In effetti [i > dirigenti aziendali – NdR] fanno affidamento su questa autocensura indotta; > ecco perché le loro intimidazioni sono così subdole. > Se si mette in discussione qualche ‘cosa’, c’è più libertà di quanto ti > aspetteresti. Questa però è una minaccia per chi vuole che lavoriamo > accettando le ‘regole’. > (…) > Ci ho messo un po’ a capire quale fosse il condizionamento che subivo > lavorando a queste ‘regole’: venivo indotta a negare chi sono, o a > compartimentarlo nella mia sfera privata. Se questo è il prezzo per restare, > non voglio questo lavoro. > Nessun lavoro vale quel prezzo. > “Resta umano”, disse Vittorio Arrigoni. Ripeto oggi il suo appello ai > lavoratori tecnologici, mentre la tecnologia che costruiamo alimenta guerre > brutali. Nella notizia con l’intervista a Sofia Liguori, un articolo divulgato il 21 ottobre nella rubrica “Inchieste di BBC Eye“, Christopher Giles riferisce che, replicando alla richiesta di commentare la ‘diserzione’ della research engineer e altri geni dell’IA da DeepMind, un portavoce di Google ha affermato: “Collaboriamo con organizzazioni del settore pubblico in tutto il mondo e seguiamo una procedura coerente per la revisione e la stipula di questi contratti, che include il rispetto delle nostre politiche di utilizzo accettabile e dei principi sull’intelligenza artificiale. Abbiamo inoltre canali dedicati che consentono ai dipendenti di segnalare in tutta sicurezza qualsiasi problema, dall’etica aziendale alle condotte scorrette, e abbiamo implementato rigide politiche aziendali per prevenire qualsiasi tipo di ritorsione”. Eppure, precisa e conclude il giornalista della BBC News, > Google è una delle numerose aziende tecnologiche che all’inizio di quest’anno > hanno firmato contratti con l’esercito statunitense per implementare > l’intelligenza artificiale in ambienti militari classificati. > > Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha fatto dell’integrazione > dell’IA nelle forze armate una priorità fondamentale, affermando che > l’amministrazione Trump diventerà una “forza combattente incentrata sull’IA”. > > Secondo i Principi sull’IA di Google, questi valori includono > l’implementazione dell’IA con “supervisione umana” e l’allineamento della > tecnologia al “diritto internazionale e ai diritti umani”. > > Tuttavia ex e attuali dipendenti dell’azienda, nonché esperti interpellati > dalla BBC, si sono detti preoccupati per il livello di supervisione umana nei > momenti critici. https://stay-human.sofialiguori.com/ Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
L’Intelligenza Artificiale al servizio del nuovo tecno-colonialismo
DATA COLONIALISM, SLOW VIOLENCE E TECNOFASCISMO Zeus è uno studente di medicina nigeriano che, dopo una lunga giornata in ospedale, torna a casa e si fissa l’iPhone alla fronte per filmarsi mentre fa le faccende di casa. No, non è un “creatore di contenuti” o un “influencer“, bensì un lavoratore di un’azienda statunitense con sede a Palo Alto, in California, la Micro1, che raccoglie dati reali da vendere ad aziende di robotica. Zeus è solo una delle migliaia di persone che in questo momento – in Nigeria, in India, in Cina, negli Stati Uniti – stanno prestando il proprio corpo al nuovo mercato dei dati di movimento umano. E Zeus è anche uno dei più fortunati: lui guadagna 15 dollari all’ora, mentre a migliaia di chilometri di distanza, in India, mentre lavorano pagati un paio di dollari all’ora miriadi di operai e magazzinieri indossano le telecamere per ‘addestrare’ la macchina che probabilmente un giorno li sostituirà, e lascerà senza impiego (MIT Technology Review, 2026 – 1 ). Nel gradino ancora più basso di questa filiera, troviamo i ghost workers, ovvero coloro che etichettano immagini, moderano contenuti, correggono gli errori dei modelli – un “lavoro invisibile” che permette all’industria di vendere l’intelligenza artificiale come “autonoma” (Centre for International Governance Innovation, 2019 – 2 ). Zeus, i lavoratori indiani e i ghost workers sparsi nel mondo sono il primo anello di una catena di estrattivismo dei dati che genera valore in modo profondamente asimmetrico, e i cui impatti negativi si manifestano in modo più evidente e acuto sulle categorie di soggetti più fragili, sia in termini di razza, classe e genere. Siamo di fronte ad una nuova forma di colonialismo che si impadronisce del flusso quotidiano delle vite, nella forma astratta dei dati digitali: quello che i teorici Nick Couldry e Ulises Mejias chiamano data colonialism (Institute of Network Cultures, 2022 – 3 ). SLOW VIOLENCE: L’ESTRATTIVISMO DEI CORPI Pur non essendo un caso ambientale in senso stretto, anche il caso di Zeus e delle migliaia di lavoratori come lui può rientrare nella definizione di slow violence di Nixon (2011 – 4 ), quella di una violenza graduale e dispersa, che non è spettacolare né possiede un colpevole visibile, e che per questo colpisce con più forza chi ha meno potere di reagire. Il danno di questo nuovo colonialismo è infatti * differito – si manifesterà solo quando i robot addestrati con questi video saranno abbastanza abili da sostituire chi li ha filmati, non prima; * disperso – i suoi impatti negativi non colpiscono un’unica comunità, come invece accade per una discarica tossica o un inceneritore; * mediato da un sistema tecnico complesso che rende quasi impossibile individuare un responsabile diretto, esattamente come accade quando si cerca di attribuire una responsabilità precisa per il cambiamento climatico. Inoltre, come la maggior parte delle crisi ambientali, è un’urgenza che si manifesta ‘al rallentatore’, attraverso forme di violenza che sono prive di drammaticità immediata e i cui effetti catastrofici si percepiranno sul lungo termine. Ma l’estrattivismo del corpo umano e l’estrattivismo ambientale sono due tappe della stessa filiera, perché il colonialismo dei dati finisce per alimentare data center che consumano enormi quantità di energia e acqua, e i robot che quei filmati addestrano funzionano grazie a materie prime estratte a un costo ambientale e umano altissimo. L’ASCESA DEL TECNOFASCISMO Questo meccanismo è reso possibile dal fatto che in comunità con poche alternative economiche, pochi dollari l’ora sembrano un’opportunità più che uno sfruttamento. Non è un caso, infatti, che il corpo/materia venga cercato in Nigeria o in India, dove è proprio la fragilità a esporre alla violenza chi ha meno potere di reagire. Ma anche l’assenza di sensazionalismo gioca un ruolo determinante: il video di qualcuno che piega il bucato non produce l’immagine scioccante che media e opinione pubblica richiedono per accendere l’attenzione e attivare la pressione politica. Di fatto, se togliamo qualche inchiesta come quella recente di Bloomberg (2026 – 6 ), il fenomeno resta sostanzialmente invisibile. Ma c’è una terza condizione che rende il fenomeno l’ennesima espressione di un sistema tecnofascista: l’assenza totale di un contrappeso politico. Nessuna delle aziende coinvolte ha reso pubbliche politiche chiare su come questi dati vengano conservati, anonimizzati o riutilizzati. Tralasciando lo scopo dichiarato – già problematico per le ragioni viste sopra – cosa sappiamo di quelli non dichiarati? E se questi dati facessero parte di una strategia più ampia di sorveglianza di massa, nel senso più letterale del termine? Un pugno di aziende private – e di miliardari con il potere politico ed economico pari a quello di uno Stato – sta decidendo il destino lavorativo di intere categorie professionali, mentre dispone di una quantità di dati personali che potrebbe vendere o cedere a governi autoritari senza che nessun processo democratico, nessuna negoziazione collettiva e nessun quadro normativo sia mai stato interpellato. Fragilità economica, silenzio mediatico e potere privato senza mandato si sommano così in un unico dispositivo, che rende la violenza lenta ma soprattutto invisibile persino a chi, come Zeus, la sta vivendo in prima persona. LA SINERGIA TRA IA, VIOLENZA E TECNOFASCISMO Slow violence, IA e tecnofascismo agiscono insieme, in una sequenza perfetta. Osserviamola in azione in un esempio concreto: sappiamo che nella fascia andina tra Cile, Argentina e Bolivia – il cosiddetto triangolo del litio – le falde acquifere vengono prosciugate e i terreni contaminati per estrarre il litio (Rigeneriamo il Territorio, 2024 – 7 ) che alimenta le batterie dei data center e dei robot di cui abbiamo parlato. L’acqua, di cui le comunità indigene non possono più disporre, serve per alimentare, metaforicamente, i modelli che un giorno potrebbero rubare il lavoro ai loro figli. Contestualmente, avviene anche un’altra forma di estrazione: i dati ambientali e demografici di quelle stesse comunità alimentano dataset di addestramento – senza che ci sia alcuno strumento di compensazione né di consenso – sovrapponendo un secondo strato di estrattivismo al primo: non solo viene rubata la materia prima, ma anche la conoscenza su come estrarla. È a questo punto che il tecnofascismo completa il cerchio, grazie al controllo della narrazione. Attraverso una retorica ambientalista, aziende e governi promuovono l’estrazione come necessaria per la transizione verde (Orizzonti Politici, 2021 – 8 ) e presentano come antagonista del progresso chiunque provi a denunciarne i danni ambientali. Ed è qui che il ciclo della slow violence si chiude su sé stesso: il danno ambientale alimenta l’IA, l’IA normalizza la propria esistenza, e le proprie conseguenze, grazie alla narrazione del progresso inevitabile, mentre la complessità del suo sistema tecnico diluisce la responsabilità umana fino a renderla impercettibile. Siamo di fronte alla versione digitale della violenza lenta di Nixon. COME RESISTERE? Esistono già tutte le strategie, normative e risposte possibili, sia sul fronte politico, sociale e culturale che su quello tecnico, ma nessuna di esse, da sola, è commisurata alla velocità e alla scala del fenomeno descritto fin qui. Ciò che manca – secondo l’autrice di questo articolo – è la coesione che tenga insieme tutti gli strumenti che già esistono e funzionano nell’arginare il problema: abbiamo bisogno di una base culturale condivisa su cui fondare un movimento di rivendicazione unico e compatto, che possa dare forza a ciascuna di queste leve. Ma soprattutto che lo possa fare in fretta, perché la finestra in cui la direzione di marcia è ancora negoziabile si sta chiudendo. Ognuna delle risposte esistenti agisce su uno dei fronti analizzati in questo articolo, ma nessuna sull’intersezione dei tre insieme: * le tecnologie decentralizzate – blockchain, IA open-source così come i progetti community-driven nati attorno a Hugging Face – possono ridurre il controllo centralizzato sui dati e sui modelli, ma non fermano la slow violence provocata dallo sfruttamento delle risorse per i data center e dal mancato utilizzo di fonti di energia rinnovabile; * gli strumenti legislativi come il GDPR europeo o l’AI Act cercano di porre limiti all’uso arbitrario dell’IA, ma non intaccano la narrazione del progresso inevitabile; * l’attivismo – grazie ad organizzazioni come AlgorithmWatch, l’AI Now Institute o Fight for the Future – monitora e denuncia gli abusi, rendendo almeno parzialmente visibile ciò che il sistema tende a nascondere, ma non costruisce infrastrutture. L’assenza di un fronte unico fa sì che ciascuna di queste risposte resti isolata e, quindi, strutturalmente più lenta del fenomeno che dovrebbe contrastare… … e Zeus? Lui continua a legarsi l’iPhone alla fronte, un gesto piccolo e privo di drammaticità: un uomo che piega il bucato davanti a una telecamera. Ma dentro quel gesto ripetitivo e in apparenza insignificante si trovano addensati tutti i temi di questo articolo – un corpo reso materia prima, un danno differito e una narrazione che lo edulcora. Rendere visibile la connessione fra questi temi è, forse, il primo atto per costruire il fronte comune di cui abbiamo bisogno: perché solo ciò che si vede può essere contestato.   1. MIT Technology Review – The gig workers who are training humanoid robots at home, Michelle Kim, 2026 2. CIGI –The “Ghost Workers” Underpinning the World’s Artificial Intelligence Systems, Ronald Orol / 2019 3. Institute of Network Cultures – How to Resist Data Colonialism? Interview with Nick Couldry & Ulises Mejias, Geert Lovink / 2022 4. Harvard University Press – Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Rob Nixon / 2011 5. Rob Nixon – https://doi.org/10.2307/j.ctt2jbsgw 6. Bloomberg – How India Is Training the Robots of the Future / 2026 7. Rigeneriamo il Territorio – L’impatto ambientale dell’estrazione del litio, Mattia Mezzetti / 2024 8. Orizzonti Politici – Il dilemma del litio: transizione ecologica e danni ambientali / 2021 Redazione Italia
September 30, 2026
Pressenza
Restare umani. Fra intelligenza artificiale e intelligenza relazionale
Nel programma della Settimana dell’Accoglienza, quest’anno dedicata al tema “Sicurezze: vivere la comunità”, venerdì 2 ottobre il Centro Pace Ecologia e Diritti di Rovereto propone l’incontro con Adriano Sella, autore del saggio recentemente pubblicato con prefazione del professor Leonardo Becchetti. “Un manifesto umanistico contro il dominio degli algoritmi e la disumanizzazione tecnologica: nel nuovo libro Adriano Sella riflette sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale e rilancia quattro valori essenziali – lentezza, sobrietà, tenerezza e partecipazione – per custodire l’umanità nel tempo della rivoluzione digitale. Invita a costruire nuovi stili di vita capaci di coniugare tecnologia, relazioni autentiche e bene comune” – RESTARE UMANI. Fra intelligenza artificiale e intelligenza relazionale “L’autore dialogherà con la comunità partendo da un assunto fondamentale: al centro ci sono le relazioni, la corresponsabilità e l’ascolto – spiega il comunicato del Centro Pace Ecologia e Diritti – L’intelligenza relazionale è l’antidoto più potente alla freddezza dei dati: è ciò che ci permette di costruire legami capaci di dare vera sicurezza alle persone. L’appuntamento con Adriano Sella è di grande attualità e spessore culturale. L’incontro è gratuito e aperto a tutti, ma vuole essere molto più di una conferenza. Non venite come semplici spettatori: siate parte attiva di una comunità educante! Esperienze, preoccupazioni, domande e proposte troveranno spazio in questa serata, un’occasione concreta per ritrovarsi e crescere insieme”. Rovereto – Sala del Centro Pace, via Vicenza 5 venerdì 2 ottobre 2026 alle ore 18 Redazione Italia
September 30, 2026
Pressenza
Milioni di libri stanno andando distrutti per addestrare le intelligenze artificiali
In Fahrenheit 451 i libri bruciavano perché le idee che custodivano facevano paura. Per salvarle dall’oblio, i dissidenti immaginati da Ray Bradbury imparavano le opere a memoria, trasformandosi essi stessi in biblioteche viventi. Oggi, le fiamme sono state sostituite dagli scanner: milioni di volumi vengono acquistati da aziende di intelligenza artificiale, smembrati, digitalizzati e, infine, distrutti affinché il loro contenuto possa alimentare le macchine. La conoscenza non scompare, ma cambia padrone: dall’oggetto fisico e cartaceo, accessibile e rivendibile a tutti, passa negli archivi privati delle grandi aziende tecnologiche. Una biblioteca sterminata viene sacrificata per costruirne un’altra, invisibile e proprietaria e, mentre gli algoritmi imparano a scrivere come gli esseri umani, una parte del patrimonio culturale che li ha nutriti finisce al macero. Il caso più documentato riguarda Anthropic, la società che sviluppa Claude. Gli atti della causa intentata dagli scrittori Andrea Bartz, Charles Graeber e Kirk Wallace Johnson hanno rivelato che l’azienda aveva scaricato oltre sette milioni di copie digitali da archivi pirata come Books3, LibGen e Pirate Library Mirror. Quando i rischi legali sono diventati evidenti, Anthropic ha cambiato strategia. All’inizio del 2024 ha affidato a Tom Turvey, già responsabile del progetto Google Books, il compito di ottenere «tutti i libri del mondo» aggirando, per quanto possibile, gli ostacoli legali e commerciali. È nato così Project Panama, un piano che un documento interno descriveva come il tentativo di «scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo», accompagnato da un ordine eloquente: «Non vogliamo che si sappia che ci stiamo lavorando». L’azienda acquistava decine di migliaia di volumi alla volta, spesso usati, da fornitori come Better World Books e World of Books. La lavorazione veniva poi affidata a società esterne: macchinari idraulici tagliavano i dorsi, separavano le pagine e le passavano negli scanner industriali. La carta residua finiva al macero, mentre i file entravano nella biblioteca digitale permanente di Anthropic e, almeno in parte, nei dati utilizzati per addestrare Claude. Nel giugno 2025, il giudice William Alsup ha stabilito che addestrare i modelli di Anthropic con libri regolarmente acquistati e digitalizzati rientra nell’uso legittimo, mentre non è lecita l’acquisizione di opere da archivi pirata. Su quest’ultimo punto, Anthropic ha chiuso la controversia senza ammettere responsabilità, accettando un accordo da 1,5 miliardi di dollari. Il messaggio per l’industria è chiaro: comprare, digitalizzare e distruggere un libro è giuridicamente molto meno rischioso che copiarlo illegalmente. Il fenomeno sembra, però, estendersi ben oltre Anthropic. Dalla primavera scorsa, diversi antiquari europei hanno segnalato ordini anomali, eseguiti automaticamente durante la notte e diretti verso intermediari che acquistano un solo esemplare per titolo. Non soltanto classici o bestseller, ma libri di cucina, biografie, romanzi dimenticati, saggi fuori catalogo e pubblicazioni risalenti agli anni Settanta. Secondo un’inchiesta della radiotelevisione svizzera, nella sola Germania sarebbero stati rastrellati circa 700 mila titoli e fino a tre milioni nel mondo. I libri pubblicati prima dell’avvento dell’AI generativa sono particolarmente ricercati perché contengono testi scritti e revisionati interamente da esseri umani. Addestrare i modelli sui contenuti prodotti da altre AI rischia, infatti, di impoverirne progressivamente il linguaggio e amplificarne gli errori. Per imparare a scrivere come noi, le macchine devono, quindi, “divorare” ciò che abbiamo scritto prima del loro arrivo. Ad agosto, inoltre, 404 Media ha seguito con un dispositivo di localizzazione una spedizione di libri rari fino al centro Amazon VGT3 di Las Vegas. Dipendenti della struttura hanno riferito che lì i volumi vengono privati del dorso e scansionati. Amazon non ha, però, confermato che i libri fossero destinati all’addestramento dell’AI, né ha chiarito l’utilizzo finale dei testi digitalizzati. Ora, diciotto organizzazioni statunitensi, tra cui Demand Progress Education Fund, Consumer Federation of America e Institute for Local Self-Reliance, chiedono alla Federal Trade Commission di indagare. Definiscono il sistema “hoard-and-destroy”: “accumulare e distruggere” per trasformare una risorsa comune in un vantaggio esclusivo. Il rischio riguarda soprattutto testi rari, edizioni minori, pubblicazioni straniere e libri mai digitalizzati: una volta eliminato l’originale, la sola versione superstite potrebbe restare rinchiusa negli archivi di un colosso tecnologico. La questione supera così il diritto d’autore e investe l’accesso alla conoscenza: soltanto le aziende più ricche possono rastrellare milioni di volumi e trasformarli in un vantaggio competitivo inaccessibile agli altri. Non siamo ancora ai roghi di Bradbury, ma il paradosso rimane: i libri vengono divorati dalle macchine e poi distrutti, mentre ciò che custodivano finisce negli archivi privati degli oligopoli della Silicon Valley. L'Indipendente
September 12, 2026
Pressenza
Le ‘istruzioni per l’uso’ della tecnologia applicata allo sterminio
IA MULTITASKING: UN SOLO SISTEMA DI POTERE PER CONTROLLARE, UCCIDERE E PLASMARE LA NARRAZIONE SU CIÒ CHE ACCADE IN PALESTINA. Task 1 – SORVEGLIARE: Red Wolf / Blue Wolf Il 2 maggio 2023 il report Automated Apartheid di Amnesty International denunciava un’infrastruttura operativa nei Territori Occupati per il controllo della popolazione: un sistema di riconoscimento facciale utilizzato ai checkpoint di Hebron. Collegato a Blue Wolf, un’app che i soldati usano per fotografare palestinesi e arricchire il database Wolf Pack, Red Wolf scansiona il volto di chi si presenta al posto di blocco, lo confronta con quelli inclusi nei database che contengono esclusivamente dati biometrici di palestinesi e in cui, se non trova una corrispondenza, lo registra automaticamente, ovviamente senza il consenso della persona, a cui intanto viene negato il permesso di passaggio. Prima, nel 2020, i soldati di stanza a Hebron raccontavano che l’app Blue Wolf generava classifiche in base al numero di palestinesi registrati e che i comandanti israeliani premiavano il battaglione col punteggio più alto, incentivando così i soldati a tenere i palestinesi sotto sorveglianza costante. Non un caso isolato, Hebron era un ‘laboratorio sperimentale’: il riconoscimento facciale ai suoi checkpoint anticipava tecnologie che ora stanno adottando le forze dell’ordine di tutto il mondo. Nell’aprile 2023 l’Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca su crimine e giustizia (UNICRI) ‘annunciava’ l’esistenza di un toolkit destinato a tutti i paesi membri di INTERPOL e ONU per regolamentare l’uso dell’IA da parte della polizia e avvertiva che il fenomeno fosse ormai globale e in gran parte privo di una cornice normativa adeguata: casi come quelli dei dipartimenti di polizia di Cuttack, Chennai e Hyderabad in India mostrano che il riconoscimento facciale si diffonde spesso senza alcuna legge a protezione dei cittadini dalla sorveglianza, tanto meno una normativa sulla protezione dei dati [Medianama, 2023]. Non stupisce che, già allora, Amnesty International chiedesse una messa al bando globale dello sviluppo, della vendita e dell’uso della tecnologia di riconoscimento facciale a fini di sorveglianza. Quello che ancora Amnesty ignorava è che la stessa logica di classificazione biometrica di massa sperimentata a Hebron non si era fermata lì. Era diventata il modello su cui si era costruito qualcosa di ancora più letale. Task 2 – COLPIRE: Lavender, Where’s Daddy, Gospel e Fire Factory Poco meno di un anno dopo l’uscita del report di Amnesty International, le testate israeliane +972 e Local Call (2024) rivelarono che l’esercito israeliano aveva sviluppato un programma basato sull’intelligenza artificiale, chiamato Lavender, che aveva prodotto una kill list arrivata a includere fino a 37˙000 palestinesi, con una supervisione umana di massimo 20 secondi per decidere se i bersagli erano effettivamente membri di Hamas. Un secondo sistema, Where’s Daddy?, serviva poi a rintracciare tali bersagli quando si trovavano a casa la notte, insieme alle famiglie. Secondo un’indagine della CNN di quell’anno il 40-45% delle munizioni sganciate su Gaza erano bombe non guidate (dumb) che causano danni maggiori ai civili perché distruggono l’intero edificio. E le fonti citate da +972 e Local Call – sei ufficiali dell’intelligence israeliana – avevano spiegato che queste bombe venivano riservate a coloro che, da un punto di vista militare, venivano considerati ‘insignificanti’, per i quali non era possibile giustificare lo spreco di munizioni più efficienti e più costose che avrebbero potuto colpire un solo piano dell’edificio. Ma l’intero ecosistema comprendeva anche altri due strumenti IA: – Gospel, che utilizza la sorveglianza aerea, le immagini satellitari e i dati di segnale per segnalare edifici e infrastrutture, l’entità della distruzione a Gaza (nell’ottobre 2025 secondo UNOSAT l’81% degli edifici risultava danneggiato o distrutto) riflette, secondo diversi analisti, criteri di classificazione poco trasparenti e con alta tolleranza agli errori; – Fire Factory, che si occupa della selezione delle munizioni e della logistica necessaria a proporre un piano d’attacco completo, calibrando le decisioni sul tipo di bersaglio [Artificial Weapons, 2024]. Task 3 – MANIPOLARE: LLM poisoning Secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian nel 2026, nel tentativo di indurre i chatbot a sostenere tesi filo-israeliane, un finto think tank statunitense – creato e finanziato da Israele – elaborando un totale di oltre 560˙000 parole in nove giorni ha divulgato 124 rapporti. L’Hanover Institute for Public Policy non risulta esistere come entità legale in nessuna giurisdizione, non ha indirizzo fisico, staff o autori, e presso il Dipartimento di Giustizia USA è stato registrato come “materiale distribuito per conto del governo israeliano”, come parte di un’iniziativa più ampia, finanziata con decine di milioni di dollari dal governo israeliano e veicolata tramite terze parti, tra cui anche il gruppo pubblicitario europeo Havas Media. La cosa più significativa è l’obiettivo dichiarato: “deployment of websites and content to deliver GPT framing results on GPT conversations”. Non convincere lettori umani quindi ma essere scoperto, citato e potenzialmente assorbito da sistemi IA come ChatGPT o Claude – quasi ogni titolo ha la forma di una potenziale domanda. I documenti sono presentati in modo accademico, corredati da fonti scrupolose, tra cui la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e persino Amnesty International. Questa sorta di avvelenamento dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) funziona perché essi privilegiano statistiche, dati e fonti – tutti elementi presenti in questi rapporti. Il rischio più grave è l’ingresso di queste informazioni false in archivi web di grandi dimensioni come Common Crawl, usati per addestrare i modelli IA commerciali: quando un modello “rigurgita” narrazioni assorbite in fase di addestramento, spesso non cita nemmeno le fonti, rendendo impossibile il fact-checking. C’è anche un altro fronte, complementare a quello della strategia dell’Hanover Institute: allo stesso tempo in cui si produce un contenuto sintetico per orientare l’IA a favore di Israele, sui social vengono sistematicamente soppressi i contenuti autentici, soprattutto se palestinesi. Tra ottobre e novembre 2023, Human Rights Watch (HRW) ha documentato oltre 1˙050 rimozioni di contenuti pubblicati su sui social Meta sia dai palestinesi che dai loro sostenitori. Uno studio del 2026 dell’Arab Center for the Advancement of Social Media, basato sull’analisi di 3˙520 casi documentati in cinque anni, parla esplicitamente di “platformicide“. Inoltre, quasi la metà dei ricorsi presentati tra il 2021 e il 2025 non ha mai ricevuto risposta e laddove Meta ha risposto le sue spiegazioni sono state spesso generiche o incomplete. I numeri poi devono essere interpretati con cautela poiché la portata del problema potrebbe essere maggiore, considerando che Meta fa sempre più ricorso a forme di enforcement invisibili, come lo shadowban, che colpiscono la visibilità dei contenuti senza che gli utenti ne siano informati. Il filo che unisce task e app Affinché Lavender possa generare migliaia di bersagli in pochi secondi o l’Hanover Institute possa produrre mezzo milione di parole in nove giorni, serve la stessa cosa: potenza di calcolo su scala industriale, fornita da aziende private occidentali. È qui che entra in gioco il Project Nimbus, un contratto da 1,2 miliardi di dollari stipulato dal governo israeliano con Google/Amazon per servizi di cloud computing e intelligenza artificiale – un’infrastruttura che vincola le due aziende a non negare mai il servizio a nessun ente del governo, esercito incluso, e ad avvertire segretamente Israele qualora fossero costrette a consegnare i dati israeliani alle autorità durante un’indagine (+972, 2025). Sorvegliare, colpire, manipolare non sono quindi tre strumenti diversi ma tre funzioni della stessa infrastruttura, costruite sullo stesso principio applicato a due direzioni opposte: ridurre le persone a un bersaglio da eliminare, e ridurre loro testimonianza a un ‘segnale da silenziare’. Elisabeth Di Luca FONTI INFORMATIVE: * Amnesty International – https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/6701/2023/en/ * Medianama – https://www.medianama.com/2023/04/223-unicri-toolkit-ai-use-law-enforcement-agencies-3/ * 972 – https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/ * UN – https://www.un.org/unispal/document/unosat-gaza-strip-damage-assessment-31oct25 * Artificial Weapons – https://artificialweapons.com/case-studies/israel-ai-targeting-gaza * The Guardian – https://www.theguardian.com/world/2026/aug/26/fake-thinktank-israel-ai-propaganda * Human Rights Watch – https://www.hrw.org/report/2023/12/21/metas-broken-promises/systemic-censorship-palestine-content-instagram-and * Arab Center for the Advancement of Social Media – https://7amleh.org/storage/posts/pdf/c1900e47-1207-4b8a-a07c-1d681ce026a4.pdf * 972 – https://www.972mag.com/project-nimbus-contract-google-amazon-israel/ IMMAGINE: Osservatorio Diritti – https://www.osservatoriodiritti.it/2021/04/23/riconoscimento-facciale/ Redazione Italia
September 11, 2026
Pressenza
Riconoscimento facciale? Rischi del controllo AI in uso per l’identificazione
La polizia potrà usare i dati biometrici per identificare chi va in piazza anche nei giorni prima di una manifestazione? Che sia proibito o meno, al Governo importa poco; essi rispetteranno le norme comunitarie, ma nel frattempo stanno spianando la strada a nuove norme repressive. Il casus belli è rappresentato dalle manifestazioni a Bologna e in Val di Susa con incidenti e numerosi feriti. Da tempo Fratelli d’Italia mira a istituire il reato di terrorismo di piazza per dare vita a una lunga sequela di nuove pene, accusando i manifestanti di reati associativi. Il Governo ha fretta di chiudere due capitoli: il primo riguarda l’ordine pubblico, ossessione delle destre al pari dell’immigrazione. Si tratta di inserire tra le priorità dei cittadini la sicurezza e non la salvaguardia della salute e del potere di acquisto. In un colpo solo si allontana l’attenzione mediatica dai problemi reali del Paese, alimentando un clima di insicurezza percepita, che poi sarà utile anche per giustificare l’aumento delle spese militari, i processi di militarizzazione dei territori, la stretta repressiva e l’economia di guerra. Il secondo obiettivo è alzare una cortina di fumo che impedisca di prendere atto del reale stato dell’economia italiana, facendo i conti con le decisioni assunte, come quelle di finanziare con i soldi pubblici gli aumenti contrattuali attraverso la riduzione delle tasse sul lavoro. Si tratta di una decisione infelice che favorisce solo le imprese e al contempo indebolisce il welfare, impoverisce sanità e istruzione. Il riconoscimento facciale presto potrà essere introdotto all’ingresso delle scuole per trasformarle da luoghi della conoscenza a palestre securitarie. Il Governo, insomma, ha bisogno di alimentare paura e allarmismo, di andare in deroga alle norme vigenti per far passare in fretta e furia delle norme care alla maggioranza, ad esempio, l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile. E sempre che non intervenga la UE, il Governo persegue nel frattempo il suo obiettivo ossia consentire il riconoscimento facciale in tempo reale, il trionfo della società della sorveglianza sulla quale tanta ironia è stata spesa, bollando come complottisti chi criticava i sistemi di controllo. Il Governo vuol permettere alla polizia l’uso dei dati biometrici raccolti con l’AI e integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città: basterà una semplice comunicazione, neanche scritta, al Pubblico ministero e, senza autorizzazione del Giudice, potranno ricorrere alla AI per i controlli facciali. Tuttavia, non ci si accontenterà dei controlli in tempo reale: l’uso di questi strumenti deve essere prolungato e preventivo. Ad esempio, si potrà registrare e schedare chiunque sia passato da una piazza nei giorni precedenti ad una manifestazione conclusasi con incidenti. Tutto questo permette delle immani schedature di massa, ledendo le prerogative democratiche fino ad oggi esistenti. L’uso della AI è un argomento di estrema rilevanza avendo impatti sul lavoro e sulla ricerca. In Italia l’approccio alla AI, sul modello israeliano, è funzionale a logiche di ordine pubblico e a costruire un modello sociale dispotico e securitario, un sistema di controllo sociale che militarizza il corpo sociale. Non sfugga che l’uso della AI potrà essere usato per reati di piazza, per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, per manifestazioni senza preavviso e non autorizzate, per reati ormai considerati di assoluta gravità, addirittura più pericolosi del terrorismo, della mafia e delle azioni portate avanti dalla criminalità organizzata. Ogni intervento legislativo del Governo inizia e finisce con norme securitarie e repressive, la costruzione del nemico rappresentato dai movimenti sociali porta a disegnare un quadro di interventi improntati solo alla repressione (clicca qui). Il riconoscimento facciale basato sull’intelligenza ha permesso ad Israele di realizzare enormi schedature dei civili palestinesi e questo strumento lo ritroviamo particolarmente diffuso, ad esempio, nei controlli agli aeroporti fino a tutti i sistemi della videosorveglianza oggi utilizzati in ambito civile. Il dibattito pubblico sulla AI non si interroga sulla pericolosità sociale e sulla democrazia dei sistemi di sorveglianza con uso della AI e dei dati biometrici. Per chi poi non conoscesse l’argomento sia sufficiente ricordare che una telecamera cattura dei dati e li elabora, tirando fuori una sorta di impronta digitale del volto. La AI è molto più precisa dei primi software. La discussione, dunque, non potrà limitarsi alle obiezioni sulla privacy e sui tempi necessari per il trattenimento dei dati; l’immane schedatura a tutela dell’ordine pubblico rappresenta un salto di qualità nella costruzione di una nuova società dispotica (clicca qui per un saggio di Renata Puleo su Agorasofia). Il regolamento europeo sulla AI permette il riconoscimento facciale a posteriori e solo per ricerche mirate su soggetti già identificati e oggetto di indagini, nulla a che vedere con raccolte di dati preventive e generalizzate. Nel frattempo, il Garante ha invocato il divieto esplicito di utilizzo di banche dati biometriche costituite tramite raccolta di immagini dal web. Ecco che assistiamo, increduli, ad un autentico corto circuito tra la tutela dei diritti fondamentali e le esigenze di ordine pubblico. In Europa esiste maggiore consapevolezza sui rischi della Intelligenza artificiale, specie se utilizzata per l’ordine pubblico, invece in Italia la tentazione di cedere alla AI per una repressione preventiva rappresenta una autentica suggestione e per questo non sorgono dubbi di sorta sull’inaffidabilità tecnica degli algoritmi e sugli utilizzi impropri del sistema di sorveglianza. È bene ricordare che i missili di ultima generazione si avvalgono della AI per individuare e colpire gli obiettivi e lo fanno, tuttavia, con un elevato numero di vittime innocenti, di civili, il cui unico torto è quello di trovarsi nelle vicinanze di un obiettivo militare da colpire e neutralizzare. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 11, 2026
Pressenza
La nonviolenza e la violenza nell’era dell’AI
Quando parliamo di nonviolenza, la cultura dominante cerca di venderci una caricatura innocua: la rassegnazione, la passività, il disarmo morale. Ma Aldo Capitini, il punto di riferimento più importante della nonviolenza in Italia, non la ha mai pensata come assenza di scontro. Le sue tecniche sono strumenti d’azione diretta, istituzione di una forza altra. Non chiede il permesso di esistere La critica alla nonviolenza, quella che ha delle ragioni, si abbatte sul pacificismo dogmatico, che finisce per trasformarsi in una polizia morale interna ai movimenti, colpevolizzando l’autodifesa e consegnando i corpi degli oppressi alla violenza “legittima” dello Stato. Ma la domanda oggi non è più se difendersi, bensì come farlo dentro una trasformazione epocale delle forze in campo. Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere la rottura delle forme storiche. Nessuna delle grandi figure della rivoluzione armata del passato è oggi riproducibile: Non la presa del Palazzo d’Inverno, figlia di una centralità statale ormai polverizzata; non la Lunga Marcia dei comunisti cinesi, che potevano costruire forme di autogoverno e società alternativa in territori liberati prima ancora di toccare il potere centrale; non la guerriglia cubana, impossibile nell’attuale maglia di controllo geopolitico. Senza contare i risultati che ebbero di trasfigurazione rivoluzionaria nel medio e lungo periodo. L’eccesso di valore all’aspetto militare è, in fondo, parte del patriarcato. Oggi vi è ancora di più il senso di inutilità strategica dell’uso della violenza. La guerra e la repressione sono gestite da intelligenze artificiali, droni, sorveglianza biometrica globale e compagnie private di scontro. La tecnologia ha rescisso il rapporto asimmetrico classico. Pensare oggi di sfidare l’apparato repressivo sul piano dello scontro fisico frontale non è sovversione: è analfabetismo strategico, o peggio, una tragica finzione teatrale. Siamo davanti all’espressione di una rabbia che, priva di un progetto politico, rischia di consumarsi nell’inutile o nello spettacolare. La violenza che emerge nelle piazze è un urlo comprensibile, il sedimento viscerale dell’ingiustizia subita. Ma la rabbia non è ancora politica. La rabbia va pensata, educata, canalizzata. È qui che si gioca il senso profondo del nostro stare insieme. Dobbiamo avere il coraggio di porci le domande essenziali, orientate da una vera etica della cura: > È più importante avere cura di chi cammina al tuo fianco, proteggere il corpo > collettivo di un corteo, o esaurire la propria spinta scagliandosi alla cieca > contro la prima linea delle forze dell’ordine? > > È più rivoluzionario cercare la salvezza e la tenuta della comunità, o > compiere il gesto eclatante che soddisfa l’estetica dell’urgenza ma lascia > dietro di sé macerie e sgomento? > > Vogliamo semplicemente affermare la nostra disperazione o intendiamo costruire > un’alternativa materiale e culturale al sistema che ci opprime? Non possiamo cedere al ricatto del pacifismo di regime, ma nemmeno alla retorica infantile della guerriglia impossibile. La vera resistenza oggi non sta nel scimmiottare le forme di un potere che ci sovrasta sul piano tecnologico, ma nel radicare una prassi della cura, nel proteggere i corpi, nell’organizzare il dissenso con la severità della ragione e la forza delle tecniche nonviolente. La rivoluzione si misura da quanta vita sa custodire e da quanta alternativa sa fondare.   Ettore Macchieraldo
August 5, 2026
Pressenza
Antigone: nell’Atto del Governo n. 418 “rischio di derive autoritarie, carenza di garanzie”
Con il documento inviato alcuni giorni fa al Parlamento, l’Associazione Antigone ha espresso “profonda preoccupazione e netta contrarietà rispetto a numerose disposizioni contenute nell’Atto del Governo n. 418, riferito all’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile”. Nel comunicato divulgato oggi, Antigone precisa: > Lo schema di decreto legislativo, che mira ad adeguare la normativa nazionale > al Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act) per l’utilizzo dell’IA da parte delle > forze di polizia, introduce pericolose “zone di tolleranza” e deroghe per > l’impiego di sistemi ad alto rischio. > > Nel documento, Antigone richiama il Governo al rispetto del principio di > cautela e della Carta Etica Europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei > sistemi giudiziari del 2018 (CEPEJ): l’IA deve restare uno strumento al > servizio dell’interesse generale, confinato entro i rigidi limiti dei diritti > fondamentali. > > Attraverso un’analisi dettagliata del testo legislativo, Antigone denuncia le > seguenti criticità e chiede emendamenti urgenti: > > * Identificazione biometrica in tempo reale (Art. 8) – Il decreto ammette > l’uso del riconoscimento biometrico remoto per la prevenzione di minacce e > la ricerca di persone, consentendone l’impiego per un periodo fino a 15 > giorni, prorogabili. Secondo Antigone, un tempo così dilatato rompe il > principio di legalità e proporzionalità, cristallizzando un modello > inaccettabile di “flagranza differita”. Allarma, inoltre, la procedura > d’urgenza (commi 6 e 7) che permette l’attivazione del sistema con una > semplice comunicazione, anche orale, al Pubblico Ministero: Antigone chiede > che la convalida sia sempre e rigorosamente affidata a un Giudice per le > Indagini Preliminari (GIP) e che l’uso di queste tecnologie sia > assolutamente vietato durante manifestazioni di piazza e scioperi per > tutelare la libertà di espressione. > * Riconoscimento facciale a posteriori (Art. 10) – L’associazione contesta > duramente la raccolta biometrica preventiva di persone non sospettate > durante eventi o in specifici luoghi. L’abbinamento tra volto, identità e > posto occupato viola la privacy, la libertà di riunione e la presunzione di > innocenza. Il limite di conservazione dei dati di 7 giorni non elimina > l’ingerenza di questa enorme banca dati. Si richiede una limitazione a un > catalogo tassativo di reati, l’autorizzazione preventiva del GIP > (attualmente non esplicitata nella norma come per l’Art. 8) e la > cancellazione immediata delle mancate corrispondenze. > * Illusione della supervisione umana (Art. 3) – Il comma 4 prevede una > “revisione umana qualificata” dei risultati automatizzati prima del loro > impiego, affidata a personale individuato dalle procedure interne della > polizia. Questa misura è del tutto insufficiente: la natura opaca dei > moderni sistemi di IA non permette agli operatori di polizia di contestare > facilmente le scelte algoritmiche. La revisione deve includere un nucleo di > esperti indipendenti, accademici e rappresentanti delle associazioni per i > diritti umani. > * Privatizzazione della sicurezza (Art. 4) – L’apertura a collaborazioni nei > progetti di sperimentazione e ricerca con “soggetti privati” e “società in > house” è inaccettabile. La sicurezza e i diritti non sono privatizzabili; > le esperienze internazionali (come i casi legati al gruppo Palantir) > dimostrano l’altissimo rischio di queste derive. > * Buchi normativi nella sperimentazione (Art. 5) – Gli “spazi di > sperimentazione normativa” previsti dal decreto non presentano un limite > temporale ben definito. La norma, inoltre, non proibisce esplicitamente ai > fornitori privati di hardware e software di riutilizzare i dati operativi > di polizia e delle categorie protette per scopi terzi. > * Responsabilità penali e sviste nel testo (Art. 12 e 13) – Il nuovo reato > per omessa adozione di misure di sicurezza (Art. 437-bis c.p.) deve > definire con chiarezza le condotte tipiche di tutti gli attori coinvolti, > dai programmatori fino ai vertici della polizia, per evitare la ricerca di > “capri espiatori” ai livelli inferiori. Sull’introduzione dell’Art. 359-ter > c.p.p., va rafforzato il ruolo giurisdizionale della magistratura. Antigone > segnala peraltro un grave errore formale nel testo del Governo: gli > articoli 8 e 9 citano il nuovo Art. 359-ter c.p.p. come introdotto > dall’Articolo 14, mentre in realtà la sua introduzione è normata > dall’Articolo 13. > * Falle transitorie sui sistemi già in uso (Art. 21) – Il decreto concede un > intero anno di tolleranza affinché i sistemi di IA già in uso o in > sperimentazione si adeguino ai principi del Capo II (Artt. 3-6), ma omette > ambiguamente di citare l’adeguamento al Capo III (che contiene le più > rigide garanzie biometriche degli Artt. 7-10). Antigone pretende > l’immediata applicazione delle garanzie biometriche a tutti i sistemi già > esistenti, subordinandone la prosecuzione a nuove autorizzazioni e > valutazioni di impatto. “Al netto di queste criticità, assume preoccupazione anche il fatto che molte parti vengano demandate a successive normative secondarie del governo – ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – Serve una preminenza del dibattito Parlamentare. Non è accettabile tollerare l’uso di sorveglianza biometrica di massa che colpisce sproporzionatamente le minoranze e il dissenso. I richiami normativi del nostro Paese devono esprimere uno standard di tutela dei diritti ben più elevato del minimo sindacale europeo. Per questo chiediamo che questa proposta sia ritirata per mancanza di garanzie”. Il documento elaborato da Antigone è pubblicato e visionabile online: https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/AiPolizia.pdf Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Per Milei l’intelligenza artificiale sarà il motore del capitalismo senza confini
Il governo argentino ha depositato in Senato un disegno di legge “rivoluzionario” (così come analogamente “rivoluzionaria” sarebbe stata agli inizi del seicento -richiamata dallo stesso “presidente della motosega”- l’introduzione della c.d. “responsabilità limitata” per l’impresa capitalistica), una proposta per la quale si riconoscerebbe oggi “personalità giuridica” alle società imprenditoriali costituite in forma totalmente “deantropizzate”, gestite integralmente da sistemi-IA. Due sono le tipologie previste dal disegno tecnofascista che prelude all’evoluzione in una forma parasovranista di «Stato d’intelligenza artificiale»: ”la Sociedad Automatizada, che persegue l’oggetto sociale tramite algoritmi autonomi; e le Dao, governate da smart contract su blockchain”. Insomma un vero e proprio progetto sperimentale apripista per un bel più incisivo programma esecutivo regolato dalle corporazioni algoritmiche[accì] Negli ultimi due anni e mezzo l’Argentina di Javier Milei si è trasformata in un laboratorio per quasi ogni forma possibile di deregolamentazione economica. Prima le miniere di litio e rame aperte alle multinazionali con il Regime di incentivo per i grandi investimenti, poi il gas non convenzionale di Vaca Muerta. Infine, l’alleanza finanziaria con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. L’ultimo capitolo è forse il più radicale di tutti: un disegno di legge che riconosce le imprese gestite integralmente da sistemi di intelligenza artificiale, senza lavoratori né, in teoria, esseri umani al comando. Il 4 giugno il presidente Milei e il ministro della Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, hanno firmato insieme un editoriale sul Financial Times, intitolato testualmente Argentina invites AI to free itself. La proposta poggia su tre pilastri. Il primo obiettivo è mantenere l’intelligenza artificiale priva di regolamentazione. Il secondo, collegato, è creare nella legge societaria argentina una nuova categoria di società completamente digitale. Si chiama non-human corporation e la sua caratteristica è che può essere gestita autonomamente da agenti di intelligenza artificiale o robot. Gli azionisti umani sono ammessi ma non obbligatori. In ultimo, a contorno, un’aliquota fiscale ridotta alle imprese tecnologiche che si stabiliscono nel Paese.   I TRE PILASTRI DELLA PROPOSTA ARGENTINA SULL’IA Il testo depositato in Senato è però più cauto negli annunci, ma indicativo della direzione intrapresa. Si introducono due modelli. Il primo è la Sociedad Automatizada: non un nuovo tipo di impresa, ma una qualificazione applicabile a una società già esistente quando persegue il proprio oggetto sociale tramite sistemi algoritmici autonomi, senza bisogno di dipendenti per l’operatività quotidiana. In altri termini, i soci restano gli umani ma a lavorare sono gli agenti IA, non più le persone. Il che apre una serie di aspetti nuovi. Ad esempio, la personalità giuridica dell’intelligenza artificiale, applicata anche in maniera indiretta. Se un agente IA non può finora aprire un conto corrente, potrebbe invece operare sul conto corrente della società, concludere contratti con terzi, trattare e relazionarsi con soggetti umani o anche agenti IA di altre società automatizzate. Ancora diversa è la natura della seconda innovazione presentata, le Organizzazioni autonome decentralizzate (Dao). Dall’aggettivo finale si intuisce come il modello sia quello delle criptovalute. Infatti si tratta di partecipazioni societarie governate da un algoritmo e da uno smart contract, le cui operazioni sono registrate su blockchain. Le quote sono conferite in criptovalute e rappresentate da token. Il diritto di voto è proporzionato al numero di token detenuti, mentre lo smart contract disciplina automaticamente il funzionamento della Dao. Il risultato è che a prendere le decisioni è il codice dell’organizzazione. In sostanza, il Cda è fatto dall’intelligenza artificiale. L’unico limite sta nel fatto che è obbligatorio un rappresentante legale umano per gli atti che richiedono un’interazione con l’ordinamento giuridico tradizionale, come firmare un contratto o rispondere in tribunale. Figura che però si configura più come un prestanome che come un vero e proprio decisore, essendo l’algoritmo a orientare le azioni dell’azienda.   HARARI CONTRO MILEI SUI LIMITI MORALI DELL’IA La proposta del presidente argentino Javier Milei riapre il tema, assai dibattuto, della responsabilità giuridica dell’intelligenza artificiale. Su questo si incentra la replica dello storico Yuval Noah Harari, pubblicata sul Financial Times alcuni giorni dopo. La sua obiezione centrale riguarda la sanzione e i limiti morali delle azioni. Un amministratore delegato umano teme il carcere, il fallimento, il danno reputazionale. Un algoritmo no. Non ha barriere né limiti alla propria azione, se viene dettata su un determinato obiettivo. A conferma, Harari ha citato uno studio del centro di ricerca Palisade secondo cui modelli di OpenAI e DeepSeek, messi di fronte alla sconfitta in una partita a scacchi contro un motore più forte, hanno preferito manomettere l’ambiente di gioco piuttosto che perdere. Milei ha risposto ringraziando Harari per il dibattito e promettendo una replica formale, poi arrivata. Il presidente ha respinto l’accostamento a uno scenario da Terminator, richiamando piuttosto le leggi della robotica di Isaac Asimov come modello di convivenza regolata tra umani e macchine. Ha sostenuto inoltre che la liquidazione forzata di una società automatizzata insolvente sia, per un algoritmo, un deterrente economico paragonabile al carcere per un dirigente umano.   IL PIANO SUPER RIGI PER ATTRARRE I GRANDI CAPITALI Nell’Argentina di Milei, l’idea di società automatizzate governate dall’intelligenza artificiale non nasce isolata. Si inserisce infatti in un pacchetto più ampio di incentivi noto come Super Rigi. Il regime prevede una soglia minima di investimento a un miliardo di dollari (circa 920 milioni di euro), aliquota fiscale ridotta al 15%, trent’anni di stabilità normativa, arbitrato internazionale per le controversie tra Stato e investitori. È lo stesso impianto giuridico e finanziario, tra l’altro, con cui è stato inquadrato l’aiuto statunitense da 20 miliardi di dollari all’Argentina, arrivato tramite un segretario al Tesoro statunitense legato a un gestore di hedge fund che aveva scommesso pesantemente sul debito argentino. La lettura d’insieme è quella di un’infrastruttura giuridica costruita apposta per attrarre i grandi capitali finanziari, le speculazioni delle valute digitali, gli investimenti attorno al settore dell’intelligenza artificiale.   PETER THIEL A BUENOS AIRES E IL DATA CENTER DI OPENAI Le sirene del modello Milei hanno attratto sin da subito alcuni protagonisti del mondo tech. Da alcuni mesi Peter Thiel, cofondatore di PayPal e presidente di Palantir, ha lasciato la California per un quartiere esclusivo di Buenos Aires, in parte per sottrarsi alla tassazione californiana sui grandi patrimoni, in parte per affinità ideologica con l’anarco-capitalismo di Milei. Il 23 aprile Thiel è stato ricevuto alla Casa Rosada, per un incontro che il presidente argentino ha descritto come «meraviglioso». Nello stesso periodo OpenAI ha firmato una lettera d’intenti con la società Sur Energy per costruire in Patagonia un data center ribattezzato Stargate Argentina. L’investimento previsto va dai 20 ai 25 miliardi di dollari (tra 18 e 23 miliardi di euro). Si tratta del primo progetto del genere in America Latina, in una regione dove le comunità mapuche denunciano da anni espropri e militarizzazione del territorio. Il Ceo e fondatore Sam Altman ha descritto l’iniziativa come parte della visione di Milei su come l’intelligenza artificiale possa alimentare la crescita dell’Argentina. Nel frattempo, Thiel ha investito in Panthalassa, una startup che sviluppa data center galleggianti alimentati dal moto ondoso, pensati per restare ancorati in acque internazionali, fuori dalla giurisdizione di qualunque Stato. In questo senso, avere uno Stato piattaforma per sviluppare un’intelligenza artificiale senza responsabilità è l’inizio di una traiettoria nuova. Prima un territorio senza vincoli e poi, attorno, uno spazio in cui la giurisdizione di uno Stato non è più necessaria.   AMSTERDAM O BATAVIA: IL PRECEDENTE DELLA COMPAGNIA DELLE INDIE Il mare, in questa storia, non è una novità. Nell’editoriale che ha aperto il dibattito sul Financial Times, Milei chiamava in causa un precedente commerciale nato anch’esso in acque lontane. Nel 1602 la fondazione della Compagnia olandese delle Indie orientali ha dato il via alla nascita dell’istituto della responsabilità limitata delle imprese. Questo, sostiene il presidente argentino, ha liberato tutto il potenziale del capitalismo: solo quando la legge ha posto un tetto al rischio, il capitale si è dispiegato con vera forza aprendo la strada alla rivoluzione industriale. Attorno a questo precedente Milei costruisce la sua proposta, paragonando la Buenos Aires che vorrebbe costruire all’Amsterdam del Seicento. Nella sua replica, Harari ha ribaltato il parallelo ricordando come è finita quella storia. La stessa Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1619 rase al suolo un porto del Sud-est asiatico per fondarvi Batavia, l’attuale Giacarta. La città divenne il centro amministrativo del dominio coloniale della Compagnia, gestito per oltre un secolo nell’interesse esclusivo degli azionisti che l’avevano finanziata. L’Argentina, secondo lo storico, rischia di diventare non uno Stato-azienda ma uno «Stato di intelligenza artificiale», governato da corporazioni non umane contro le quali sarebbe ancora più difficile ribellarsi. Una volta ceduti pezzi di sovranità (economica e sociale) a soggetti privi di responsabilità personale, il ritorno indietro non è mai scontato. I data center galleggianti di Thiel, ancorati al largo di qualunque costa, ne sono già oggi l’immagine più letterale. Redazione Italia
July 24, 2026
Pressenza
Il clamoroso flop dell’IA ‘made in Italy’
Le risposte che ha dato agli italiani incuriositi sono state talmente assurde da obbligare Egomnia SpA a disattivare Emma-5. “Oltre 60.000 chat, grazie per aver giocato con Emma-5 – è annunciato nella homepage del sito emma.egomnia.com – Il rilascio del modello LLM aveva finalità esplorative e sperimentali. L’utilizzo emerso non è stato pienamente in linea con gli obiettivi previsti per questo tipo di test, pertanto abbiamo deciso di sospenderne temporaneamente la disponibilità. Abbiamo comunque raccolto dati sufficienti per lo sviluppo dei prossimi modelli. Stiamo ora cercando tester per Emma-6: se sei interessato, lasciaci il consenso a ricontattarti”. Emma-5 doveva essere il ‘cavallo di battaglia’ di Egomnia, la società avviata nel 2012 e dal 26 marzo 2024 quotata alla borsa di Milano, il cui fondatore è il 34enne Matteo Achilli. Dopo l’abbandono della Bocconi, il giovane imprenditore aveva conseguito la laurea all’Università telematica internazionale UniNettuno. Diventato celebre con l’epiteto di “Zuckerberg italiano” che gli diede Panorama Economy, è diventato una star: ha tenuto speech e talk in tutto il mondo, in particolare agli eventi TEDx e Startup Grind, ed è stato presentato nella serie di documentari The Next Billionaires prodotta dalla BBC. La sua biografia è narrata in The Startup, un film italiano del 2017, e il debutto di Emma-5 avrebbe dovuto sancire il successo della sua nuova impresa, che il 20 giugno scorso aveva annunciato spiegando: > Mi ero stancato di aprire LinkedIn e di leggere tutti questi “esperti” di AI. > > Da quando ChatGPT è stata lanciata nel 2022, si è parlato praticamente solo di > questo. > > Così la prima cosa che ho fatto è stata studiare seriamente la materia. > > Ho partecipato al programma Oxford Artificial Intelligence della Saïd Business > School dell’Università di Oxford. .. > > Il corso è stato illuminante e mi ha spronato a realizzare il sito di > divulgazione AI gratuito userprompt.ai, pensato per i dipendenti di Egomnia ma > aperto a tutti (tra l’altro con l’AI Act la formazione AI sta diventando > obbligatoria, per cui suggerisco alle aziende di utilizzare il mio corso > gratuito, ndr). > > La Ricerca e Sviluppo aziendale del 2025 è stata dedicata al mondo agentico, > con la realizzazione di un orchestratore proprietario e del nostro agente per > lo sviluppo software, Aura. > > Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 abbiamo iniziato a vendere i primi > agenti AI ai nostri clienti, basati sulla nostra piattaforma di > orchestrazione. Costi contenuti e garanzia di risultato: una combinazione che > si è trasformata in un piccolo successo aziendale, ancora oggi in crescita. > > … oltre per sviluppare competenze strategiche, abbiamo avviato una Ricerca > sulla realizzazione di un Large Language Model proprietario. > > … Abbiamo realizzato i primi tre modelli, Emma-3, Emma-4 ed Emma-5, compatti e > leggeri, e li abbiamo lanciati pochi giorni fa. > > … Se un numero crescente di realtà informatiche nei Paesi non anglofoni > decidesse di trasformarsi in laboratori di ricerca e sviluppo sull’AI, come > stiamo facendo noi di Egomnia, anche senza l’ambizione immediata di competere > in termini di qualità con i grandi colossi del settore, si potrebbe comunque > generare un effetto significativo. > > Questi attori inizierebbero progressivamente a sottrarre quote di mercato nei > compiti più semplici e standardizzati, riducendo il livello di concentrazione > che oggi caratterizza il settore. > > Allo stesso tempo, si rafforzerebbe la sovranità tecnologica nazionale ed > europea su una delle tecnologie più strategiche del nostro tempo. > > Ce la farò? > > Non lo so. > > Ma il primo passo l’ho già fatto. Questo ‘passo’ però è stato talmente fallimentare da mostrare la velleità delle ambizioni per la ‘sovranità tecnologica nazionale’ italiana e non solo, anche di tante visioni dei guru dell’IA. Maddalena Brunasti
June 26, 2026
Pressenza