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L’AQUILA: ATTESA LA SENTENZA IN PRIMO GRADO PER ANAN, ALI E MANSOUR. PRESIDIO FUORI DAL TRIBUNALE, BLOCCATO UN PULLMAN DI SOLIDALI
Attesa per oggi, venerdì 16 gennaio, la sentenza di primo grado nei confronti di Anan, Ali e Mansour, i tre giovani cittadini palestinesi accusati di terrorismo internazionale dal Tribunale de L’Aquila. Finora non è emerso alcun elemento incriminante a carico degli imputati. Secondo l’accusa, formulata dalle autorità israeliane, i tre avrebbero finanziato la Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese territori occupati contro l’invasione israeliano. Il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario – dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale, anche attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti civili estranei al conflitto. Nel corso del processo non è emerso alcun superamento di questo limite. Un punto centrale è stato il tentativo dell’accusa di presentare un insediamento illegale israeliano in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base militare, come una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento proveniente dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha negato l’ammissione. In risposta, l’accusa ha richiesto di convocare l’ambasciatore israeliano come testimone nella prossima udienza. In occasione di questa udienza è stato organizzato un presidio al Tribunale de L’Aquila, iniziato questa mattina alle ore 9.30, per esprimere solidarietà ad Anan, Ali e Mansour e per ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”. Bloccato da polizia e carabinieri un pullman di solidali che doveva raggiungere l’iniziativa. Ingente il dispiegamento poliziesco. Gli aggiornamento dal presidio: Ore 11.00 – Laila dei Giovani Palestinesi d’Italia Ascolta o scarica. Ore 10.30 – Vincenzo Miliucci, storico compagno romano Ascolta o scarica.
Grecia, Seán Binder e altri 23 attivisti assolti da tutte le accuse. Soccorrere migranti non è reato
Oggi, 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui. Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale. I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite. Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.” Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità. “Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder. Ulteriori informazioni Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti. Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo. Amnesty International
Processo per il naufragio di Cutro rinviato al 30 gennaio
La prima udienza del processo penale sul naufragio di Cutro, svoltasi oggi, 14 gennaio, è stata immediatamente rinviata al 30 gennaio 2026, dopo la formalizzazione dell’assegnazione del procedimento a un nuovo collegio giudicante. Pur trattandosi di un rinvio limitato a due settimane, tale decisione comporta la necessità di una riorganizzazione delle attività di tutte le parti coinvolte. Le ONG impegnate nel soccorso in mare, costituitesi parti civili nel procedimento, auspicano fortemente che questo slittamento non incida sulla possibilità per i familiari delle vittime di essere presenti. Riteniamo essenziale che la gestione del processo tenga pienamente conto delle loro esigenze e garantisca il diritto a una partecipazione effettiva. EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS MEDITERRANEE Sea Watch
Processo penale sul naufragio di Cutro. Il 14 gennaio prima udienza a Crotone
EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE sono parti civili nel processo penale sul naufragio di Cutro, che ha inizio a Crotone il prossimo 14 gennaio. Amnesty International Italia sarà presente al processo come osservatore. Le ONG  chiedono il rispetto del diritto internazionale nel Mediterraneo e che le autorità responsabili rispondano della deliberata negligenza nelle operazioni di soccorso in mare. Una coalizione di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare (SAR) che lo scorso anno si era costituita parte civile, sarà formalmente parte nel processo penale sul naufragio di Cutro, la cui prima udienza è fissata per il 14 gennaio a Crotone.   Da tempo le ONG mirano ad ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato a uno dei più tragici naufragi della storia italiana: quello avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando un’imbarcazione è affondata provocando la morte di almeno 94 persone e un numero imprecisato di dispersi. Di tutte le persone che erano a bordo solo 80 sono sopravvissute.  Nel processo sono accusati di naufragio colposo e di omicidio colposo plurimo sei ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. “Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente, ma una negligenza da sanzionare” – commentano le ONG. In questo caso specifico, le autorità italiane hanno prima dato priorità all’operazione di polizia e poi ignorato il loro dovere di soccorso; come noto, quella gestione  ha avuto conseguenze drammatiche. Le organizzazioni SAR attive nel Mediterraneo hanno ampiamente documentato come i ritardi nell’avvio di operazioni di soccorso abbiano portato a tante evitabili stragi. Pertanto, il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando. “Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere la priorità e vanno rispettati sempre. È inaccettabile che le persone continuino ad annegare nel Mediterraneo e non si deve più consentire che i responsabili, a tutti i livelli, di questo come di altri naufragi restino impuniti” – dichiarano ancora le ONG. EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE si sono costituite parte civile per chiedere giustizia e supportare le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia. Alla prima udienza che si terrà il prossimo 14 gennaio presso il Tribunale di Crotone sarà presente Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia, insieme a rappresentanti di tutte le ONG, che nel corso del processo saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici individuati nelle liste testi delle Organizzazioni. Sarà presente anche Amnesty International Italia in qualità di osservatore.   Redazione Italia
Tunisia, Saadia Mosbah, il sogno sotto processo
Saadia Mosbah è la presidente dell’associazione Mnemty, che in arabo tunisino significa “il mio sogno”. Un nome che richiama esplicitamente la celebre frase di Martin Luther King, “I have a dream”: il sogno di una società fondata sull’uguaglianza, sulla dignità e sulla giustizia. Mnemty nasce proprio con questo obiettivo: contrastare il razzismo sistemico in Tunisia, difendere i diritti delle persone migranti e afrodiscendenti e smascherare le discriminazioni strutturali che attraversano lo Stato e la società tunisina. Oggi quel sogno è sotto processo. Saadia Mosbah è in carcere non per un reato, ma per una scelta politica: aver difeso i diritti dei migranti e aver rifiutato la deriva razzista e autoritaria imposta dal presidente Kaïs Saied, in particolare dopo il discorso del 21 febbraio 2023, in cui Saied ha apertamente criminalizzato le persone migranti subsahariane, legittimando una campagna di odio, violenza e repressione senza precedenti. Figura di primo piano della lotta contro il razzismo in Tunisia, Saadia Mosbah, 65 anni, è stata arrestata il 6 maggio 2024 nella sua abitazione, al termine di una lunga campagna di diffamazione e incitamento all’odio sui social network, che ha preso di mira lei, l’associazione Mnemty e altri attivisti. L’organizzazione è stata accusata, senza prove credibili, di partecipare a un presunto “complotto” per favorire l’insediamento dei migranti subsahariani in Tunisia: una narrazione costruita ad arte per criminalizzare la solidarietà e reprimere ogni voce critica. Il suo processo, previsto il 21 dicembre 2025, si inserisce in un contesto più ampio di persecuzione giudiziaria contro oppositori politici, difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti. Saadia Mosbah, insieme ad altri prigionieri politici, resta detenuta nelle carceri del regime di Saied. La loro unica “colpa” è aver osato opporsi, denunciare, resistere. Questo caso smaschera l’ipocrisia della narrazione europea che continua a definire la Tunisia “Paese terzo di origine sicuro”, mentre: * gli attivisti antirazzisti vengono incarcerati, * la solidarietà viene equiparata a un crimine, * il razzismo di Stato diventa strumento di governo, * la repressione politica viene normalizzata con la complicità internazionale. Il processo a Saadia Mosbah non è un fatto isolato: è un processo alla libertà di espressione, alla giustizia sociale e alla possibilità stessa di difendere i diritti umani in Tunisia. È il simbolo di un sistema che punisce chi sogna l’uguaglianza e premia chi alimenta paura e odio. Difendere Saadia Mosbah significa difendere tutte e tutti coloro che rifiutano il razzismo, l’autoritarismo e la criminalizzazione delle migrazioni. Il suo sogno non è un crimine. Il crimine è reprimerlo. Redazione Italia
Seán Binder rischia vent’anni di carcere per aver salvato vite
È possibile rischiare vent’anni di carcere per aver aiutato delle persone a non morire in mare? È quello che sta accadendo a Seán Binder, 31enne tedesco cresciuto in Irlanda, esperto di soccorso subacqueo. Tutto inizia nel 2018 a Lesbo, in Grecia, quando viene arrestato dalla polizia insieme alla rifugiata siriana Sarah Mardini e accusato di vari reati, alcuni dei quali molto gravi. Passa 106 giorni in carcere fino al dicembre 2018, quando esce su cauzione. Da allora si apre per lui un percorso fatto di indagini, perquisizioni, informazioni parziali quando non del tutto assenti. Le accuse legate a reati minori – falsificazione, spionaggio, uso illegale delle frequenze radio – vengono annullate nel gennaio 2023 per vizi procedurali, ossia la mancata traduzione degli atti. L’impianto accusatorio connesso ai reati più gravi è ancora in piedi. Il processo si apre il 4 dicembre. Seán deve difendersi dalle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, appartenenza a un’organizzazione criminale e riciclaggio e rischia fino a 20 anni di carcere. Oggi Seán vive a Londra e insieme a Valeria Solarino siamo andati a trovarlo per farci raccontare la sua storia. Valeria Solarino ha curato la regia del video; le riprese e il montaggio sono di Anna Coccoli e le musiche sono a cura dei Mokadelic. “Se vedi qualcuno annegare, lo aiuti” Seán Binder ha scelto di andare in Grecia nel 2016, quando aveva 23 anni. Di fronte ai blocchi, ai respingimenti, all’indifferenza dell’Europa nei confronti delle persone migranti e richiedenti asilo che perdevano la vita in mare, ha pensato che quell’Europa non lo rappresentava ed è andato a Lesbo per attivarsi con una Ong locale. Il caso di Seán rientra in una dinamica di criminalizzazione della migrazione e di chi opera in solidarietà con le persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate. Un approccio che si ritrova trasversalmente in tutta Europa e che, attraverso un uso distorto della normativa, colpisce singoli individui e Ong. Chi opera in solidarietà verso altre persone è in realtà un difensore dei diritti umani e, come sancito dall’omonimo Protocollo delle Nazioni Unite, il suo lavoro deve essere tutelato, non ostacolato. Siamo al fianco di Seán Binder e di tutte le persone criminalizzate solo per aver aiutato altri esseri umani. La solidarietà non è reato! Fai sentire la tua vicinanza a Seán, mandagli un messaggio e noi glielo consegneremo di persona. Cosa dice il diritto internazionale La lotta al traffico di esseri umani, su cui generalmente si basano i processi di criminalizzazione della solidarietà, dovrebbe al contrario incardinarsi nella creazione di percorsi di accesso regolari e sicuri, che tutelino i diritti delle persone in fuga. Le norme adottate dall’Unione Europea nel 2002 con l’obiettivo dichiarato di reprimere il traffico di esseri umani armonizzando la legislazione degli Stati membri in questo ambito – note come “pacchetto facilitatori” – e su cui attualmente sono in fase di negoziazione alcune proposte di riforma, devono essere in linea con il diritto internazionale: secondo il Protocollo delle Nazioni Unite sul traffico di esseri umani, perché una condotta possa essere soggetta a criminalizzazione deve esserci l’intenzione “di ottenere, direttamente o indirettamente, un vantaggio economico o materiale di altro genere” (articolo 6). Il riferimento esplicito alla necessità che vi sia l’elemento del profitto affinché una persona possa essere perseguita penalmente è volto a tutelare le persone migranti, i loro familiari, le Ong e i difensori dei diritti, riconoscendo inoltre che l’attraversamento irregolare delle frontiere è spesso l’unica possibilità per le persone in pericolo. L’attuale quadro normativo europeo e dei Paesi membri ha invece consentito la criminalizzazione e il perseguimento penale di chi agisce in solidarietà. Approfondisci il nostro lavoro sul tema.   Amnesty International
Il corrotto Netanyahu chiede la “grazia” per continuare il genocidio
È una mossa che era stata paventata da più parti, ed era stata invocata pure dal presidente statunitense Donald Trump, ma che rimane tuttavia piuttosto insolita dal punto di vista giuridico, soprattutto perché preventiva: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto la grazia al presidente Isaac Herzog. Sono 111 […] L'articolo Il corrotto Netanyahu chiede la “grazia” per continuare il genocidio su Contropiano.
Processo Anan,Alì e Mansour il pm richiede pesanti condanne
Dodici anni di reclusione per Anan Yaeesh, 9 per Alì Irar e 7 per Mansour Dogmosh. Queste le richieste del pubblico ministero al termine della requisitoria nell’ambito del processo che vede all’Aquila i tre palestinesi imputati con accuse di attività di terrorismo internazionale. La sproporzione delle richieste e ancora piu’ evidente se si confronta la condanna inflitta ad Anan da un tribunale militare israeliano: 3 anni di reclusione e 5 di libertà vigilata per fatti risalenti alla seconda intifada. Invece nel caso specifico , per fatti certamente meno gravi, il pubblico ministero dell’Aquila ha chiesto 12 anni di reclusione, eludendo tutto il contesto e la possibilità di riconoscere attenuanti generiche, l’attenuante della provocazione, il fatto di aver agito per elevati valori morali e sociali ,decontestualizzando la situazione da ciò che accade in Palestina e ignorando il diritto alla resistenza del popolo palestinese. E’ sempre piu’ evidente la subordinazione della magistratura italiana alla volontà punitiva di Israele nei confronti degli esuli palestinesi ,specchio della complicità dello stato italiano nel genocidio. Ne parliamo con un compagno che ha seguito le udienze del processo .
Pavia: al via il processo contro quattro attivisti di Fridays For Future
È iniziato ieri il processo nei confronti di quattro attivisti per la giustizia climatica a seguito dell’opposizione al Decreto Penale di Condanna ricevuto in merito al blocco della Raffineria ENI di Sannazzaro del settembre 2023. I Decreti Penali, che condannavano gli attivisti al pagamento di una multa per un totale di quasi 4000€, riguardavano i reati di imbrattamento, violenza privata e invasione di terreno privato. Con la prima udienza di ieri, è stata anche presentata la richiesta da parte degli imputati di un percorso di giustizia riparativa, uno strumento, spiegano gli attivisti, che idealmente dà continuità alla volontà di costruire un dialogo con l’azienda ENI che mostri concretamente la volontà di un più che mai necessario cambio di passo nei suoi investimenti. Per noi è inaccettabile che, a pochi giorni dall’inizio della COP30 in Brasile, il più importante incontro ONU sui cambiamenti climatici, sia ancora necessario riconoscere quello che la scienza dice da decenni: è in ballo l’esistenza di tutti noi e fingiamo di non riconoscere che i colpevoli sono identificabili e visibili. Proprio il ritardo della presentazione degli NDC dell’Italia, i nostri obiettivi climatici alla COP30, è causato dalla lentezza del nostro governo a contrastare gli interessi delle aziende fossili. Il movimento conclude ricordando che è attiva una raccolta fondi per le spese legali. Seguiranno aggiornamenti sulle prossime udienze. Link alla raccolta fondi   Fridays For Future
Processo ENI contro Michele Giuli, a febbraio i testimoni della difesa
Ieri si è tenuta l’udienza con il teste di Eni. Vola la raccolta fondi per le spese legali Si è tenuta ieri l’udienza – la terza – nell’ambito del processo intentato da Eni contro Michele Giuli, professore di storia e attivista di Ultima Generazione. Chiamato a testimoniare un responsabile di Eni che ha illustrato in aula i video, pubblicati sui social, oggetto della denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere, denunce per cui Michele rischia fino a otto anni di carcere. Non sono emersi elementi nuovi rispetto a quelli già portati dalla multinazionale. La prossima udienza sarà il 9 febbraio e toccherà ai testimoni della difesa. Rita, madre di Michele e anche lei insegnante, ha scritto una lettera aperta per invitare a contribuire alla raccolta fondi per le spese legali di Michele spiegando i motivi che hanno portato a questa causa: Mi chiamo Rita e sono la madre di Michele. Scrivo queste parole con la tranquillità e la determinazione che chiunque può provare vedendo il proprio figlio schierarsi dalla parte giusta della storia. Michele, a differenza mia, non ha scelto la strada più facile: insegnare senza esporsi troppo, vivere una vita tranquilla, darsi a un volontariato che gratifica ma non ti espone. Quando spiega ai suoi studenti la storia della resistenza e l’autentica democrazia, non si limita alle parole: quei valori li vive. Il 17 aprile 2025 è iniziato il processo intentato da ENI contro Michele per diffamazione. La sua “colpa”? Aver riportato informazioni provenienti da inchieste pubbliche e documentazione ufficiale. Michele ha semplicemente detto quello che emerge dai documenti: ENI conosceva già dagli anni Settanta, attraverso i propri studi interni, le conseguenze devastanti dei combustibili fossili sul clima. Non era ancora evidente il collasso ecoclimatico, si iniziava a parlarne ma sembrava tutto molto lontano. Il processo contro Michele non è solo un attacco a lui: è un attacco al diritto di tutti noi di criticare chi ha il potere, di difendere il nostro futuro e quello delle generazioni che verranno. È un tentativo di silenziare la voce di chi denuncia ingiustizie documentate e verificabili. Ma soprattutto, oltre a Michele ci sono decine di persone che andranno incontro ad anni di processi per aver deciso di reagire alla cancellazione del loro futuro. Oggi abbiamo raccolto la cifra necessaria alla difesa di Michele. Di questo sono estremamente grata. Ma le altre? Chi difenderà le altre decine di persone che si sono esposte? Le parole di Rita illustrano un sentimento condiviso: infatti la raccolta fondi ha superato la cifra richiesta. Michele non è solo e Eni, pur essendo un gigante, non è invincibile. PROCESSI IN CORSO * Roma, 3 novembre ore 9.00, udienza dibattimentale per imbrattamento in via del Corso del 14 maggio 2024 * Roma, 4 novembre, udienza predibattimentale per blocco a Muro Torto del 18 maggio 2024 * Roma, 4 novembre ore 12.30, udienza predibattimentale per blocco della Salaria del 18 dicembre 2023 I NOSTRI CANALI Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione   Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22. Ultima Generazione