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“100 libri per la nonviolenza” a Milano, il 23‑24‑25 settembre
L’iniziativa è dedicata alla diffusione della nonviolenza e del disarmo unilaterale teorizzato da Carlo Cassola, “il primo passo nella direzione giusta”: per sostanziare una cultura pacifista adatta al XXI Secolo e alle sue enormi sfide, attinenti alla sopravvivenza stessa della nostra specie. L’obiettivo è offrire a scuole, associazioni e istituzioni un percorso di riflessione e formazione capace di generare relazioni, pratiche e comunità che preparino la pace attraverso la via disarmata e disarmante: la nonviolenza poietica e terrestre, concreta e trasformativa. L’elenco dei 100 libri proposti nella rassegna è in elaborazione. Attualmente sono indicati: SEZIONE 1 – LA NONVIOLENZA POIETICA IN 6 TITOLI * Memoria e futuro * Antifascismo e nonviolenza * La guerra nucleare spiegata a Greta * La follia del nucleare (I edizione) * La follia del nucleare (II edizione) * Il Festival della nonviolenza poietica a Comiso (luglio 2025) SEZIONE 2 – I MAESTRI DELLA NONVIOLENZA: LA SELEZIONE ESSENZIALE * Henry David Thoreau – La disobbedienza civile * Lev Tolstoj * Mahatma Gandhi * Martin Luther King Jr. – La forza di amare * Aldo Capitini – Le tecniche della nonviolenza * Carlo Cassola – La rivoluzione disarmista * Don Lorenzo Milani – L’obbedienza non è più una virtù * Alberto L’Abate * Gene Sharp – Politica dell’azione nonviolenta * Danilo Dolci * Lanza del Vasto * Giuliano Pontara * Erich Fromm SEZIONE 3 – NONVIOLENZA E RELIGIONI * Raimon Panikkar * Thich Nhat Hanh – Essere pace * Thomas Merton – Fede e violenza * Abraham J. Eschel – L’uomo non è solo * Dalai Lama – L’arte della compassione * Kumar – La via dei giainismo * Vandana Shiva – Ritorno alla Terra * Bede Griffiths – Il matrimonio tra Oriente e Occidente * Hildegard Goss-Mayr – O osare la pace o non esistere SEZIONE 4 – NONVIOLENZA E FEMMINISMO * Virginia Woolf – Le tre ghinee * Carol Gilligan – Con voce di donna * Vandana Shiva * Elena Dakota – La nonviolenza delle donne * Sara Ruddick – Pensiero materno * Judith Butler – La forza della nonviolenza * Arundhaty Roy – Guida alla nonviolenza per la gente comune * Lidia Menapace – Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo SEZIONE 5 – OBIEZIONE, TRANSARMO E DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA * Jean Marie Muller * Gene Sharp – Verso una Unione Europea disarmata * Joahn Galtung – Ci sono alternative * Pietro Pinna * Antonino Drago – La difesa popolare nonviolenta SEZIONE 6 – ECONOMIA NONVIOLENTA * EF Schumacher – Piccolo è bello * Serge Latouche – La scommessa della decrescita * Jeremy Rifkin * Vandana Shiva * Amartya Sen * Herman Daly – Lo stato stazionario * Murray Bookchin – L’ecologia della libertà SEZIONE 7 – LA VOCE DEGLI OPPRESSI. NONVIOLENZA E INGIUSTIZIA GLOBALE * Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva, a cura di Daniela Bezzi * Amos Oz –Resta ancora tanto da dire. L’ultima lezione * Yossi Klein Halevi – Lettere al mio vicino palestinese SEZIONE 8 – LA NONVIOLENZA SULLA QUESTIONE ENERGETICA, CLIMATICA ED ECOLOGICA * Papa Francesco – Enciclica Laudato Si’ * Maurizio Torrealta – Il segreto delle tre pallottole. Intervista a Del Giudice * Luciano Benini SEZIONE 9 – LA BELLEZZA CHE DISARMA. ARTE CULTURA ED EDUCAZIONE * Lev Tolstoy – Che cosa è l’arte? * Montessori * Rodari * B. Brecht – L’abiura di Galileo * Don Lorenzo Milani – Lettere a una professoressa * Daniele Novara – La grammatica del conflitto SEZIONE 10 – LA PAROLA COME CANTIERE. COMUNICAZIONE E AZIONE POLITICA * Rosenberg * Paulo Freire * Pat Patfoot LA NONVIOLENZA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE * Papa Leone XIV –  Enciclica Magnifica Humanitas LA NONVIOLENZA NEI FUMETTI E PER I PIU’ PICCOLI * Persepolis   100 libri per la nonviolenza sarà in svolgimento negli spazi di ChiAmaMilano (Milano – via Laghetto, 2) nelle giornate di mercoledì 23, giovedì 24 e venerdì 25 settembre. INFORMAZIONI e CONTATTI : alfiononuke@gmail.com / +39 340 073 6871     Disarmisti Esigenti
August 25, 2026
Pressenza
Daniela Dolci. Il senso profondo e molto pratico dietro al recupero del Borgo di Danilo a Trappeto
In provincia di Palermo si trova uno dei luoghi simbolo della nonviolenza in Italia, dove sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia. Abbandonato dopo la sua morte, nel 1997, è tornato dopo mille peripezie a essere un laboratorio di iniziative. L’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano è stata la principale artefice della rinascita. L’abbiamo intervistata. Si chiama “Palpitare di nessi” ed è un festival speciale, sia per i temi che affronta (quest’anno la terza edizione “Legalità e disobbedienza” tenutasi dal 25 al 28 giugno) sia per il luogo nel quale si tiene: il “Borgo di Dio”, oggi Borgo Danilo Dolci, a Trappeto, in provincia di Palermo. Il Borgo è uno dei luoghi simbolo della cultura e della pratica della nonviolenza in Italia: lì sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia, si sono tenuti incontri e seminari che hanno fatto la storia dell’azione sociale in Italia. Un luogo simbolo che per molti anni, dopo la morte di Danilo nel 1997, è stato abbandonato, degradandosi. Poi è rinato e da qualche anno è tornato a essere un laboratorio di idee e di buone pratiche, secondo la sua vocazione. Daniela Dolci, l’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano, è stata la principale artefice della rinascita. Daniela Dolci, come ha cominciato e perché? Presi a occuparmi del Borgo nel 2021. Era chiuso e cadente da tanti anni. Cominciai con i problemi catastali, legati alla proprietà divisa fra noi fratelli, i sette figli di Danilo, noi cinque figli di Vincenzina e i due “svedesi”, nati con il secondo matrimonio di papà. Ma nel 2023 il Borgo è stato nuovamente vandalizzato. Tutte le porte scardinate, una cosa terribile. Erano stati dei ragazzini del paese, agivano per disperazione, vedevano il luogo abbandonato ed esprimevano in quel modo il loro disagio. Pensammo di doverli coinvolgere, di applicare il metodo maieutico e così li invitammo a partecipare a degli incontri ogni giorno per una settimana. All’inizio ne vennero solo tre, ci mettemmo in cerchio e cominciammo a parlare dell’aggressione a questo bellissimo luogo. Ci dissero che in paese a Trappeto c’erano due bande rivali e ognuna voleva mostrare all’altra d’essere più forte, per cui si mettevano a “fare i Rambo”, a spaccare tutto. Sullo sfondo c’era la frustrazione di vivere in un paese senza luoghi di ritrovo, privo di infrastrutture per i ragazzi. Il secondo giorno ne vennero cinque, il terzo otto, alla fine erano venti. Con me c’erano mia sorella Libera e Orazio, ex responsabile del Borgo. Abbiamo parlato insieme a quei ragazzini del nostro progetto di recupero: “Noi vogliamo restaurarlo per voi, per il territorio, se invece di distruggerlo ci aiuterete a rimetterlo in sesto”. Ora questi ragazzini sono corresponsabili del Borgo. E anche altri ragazzi del paese frequentano la struttura, partecipano alle attività ludiche e ricreative che facciamo. C’è anche un’università popolare: abbiamo ripreso un’esperienza degli anni Settanta e Ottanta che poi era cessata con la morte del Borgo. Abbiamo 30 iscritte, quasi tutte donne. Una recente attività con i ragazzi di Trappeto al Borgo Danilo Dolci © Daniela Dolci Da dove sono arrivati i finanziamenti per il recupero della struttura? Dalla Svizzera, dove abito da cinquant’anni. Ho fatto una carriera musicale molto intensa come clavicembalista e direttrice d’orchestra, sono specialista nella musica del Sei-Settecento. Ho fatto anche esperienza di management per sostenere la mia orchestra. In Svizzera c’è una grande tradizione di mecenatismo, specialmente a Basilea, dove vivo. Per trent’anni la mia orchestra è stata sostenuta da mecenati locali. A un certo punto, nel periodo della pandemia da Covid-19, ho detto loro che avrei cessato l’attività musicale e mi sarei dedicata al recupero del Borgo, perché era inaccettabile perdere un gioiello del genere. Sul momento sono rimasti un po’ spiazzati, anzi rimaste perché sono soprattutto donne, ma poi mi hanno voluto sostenere e così è partito il progetto. Ho raccolto circa un milione di euro. Abbiamo restaurato una parte delle strutture e il Borgo ha potuto riprendere le sue attività, ospitare corsi, seminari e convegni. E c’è finalmente un custode. L’anno scorso, per esempio, si è tenuto qui un seminario residenziale su Paulo Freire, sono venuti gruppi legati agli scambi Erasmus. Poi ci sono associazioni che invece di cercare spazi a Palermo vengono qui per le loro attività e ci garantiscono anche delle entrate. Il Borgo sta rinascendo. Certo, non è ancora al suo meglio: l’unico reale spazio di riunione è la Sala mensa, che è molto spaziosa e di fatto è ora una Sala polivalente. Ma stiamo programmando il recupero anche degli altri edifici: avremo tre altre sale riunioni, l’auditorium e la casa di famiglia nella quale abitavamo diventerà archivio e museo. Poi c’è la casa che Danilo fece costruire nel 1952 e donò al Comune, che ce l’ha concessa in comodato d’uso. Ora stiamo lavorando con gli avvocati alla nascita della Fondazione, mettendo d’accordo tutti noi fratelli, e questo ci darà altre opportunità: potremo accedere anche a fondi pubblici. Nel Borgo Danilo Dolci di Trappeto (Palermo) © Duccio Facchini Che ricordi ha della sua vita qui al Borgo? È stato un periodo estremamente intenso, bellissimo. Eravamo una famiglia molto coesa, grazie soprattutto a mia madre Vincenzina, che si è dedicata tantissimo sia alla famiglia sia al lavoro di Danilo. Se non ci fosse stata lei, il lavoro di mio padre non sarebbe stato quello che è stato. Mia sorella Libera ha scritto un bellissimo libro su nostra madre, “Vincenzina, mi chiamo Vincenzina” (Dante & Descartes, 2025). Il Borgo per noi era un paradiso terrestre nel vero senso della parola, nonostante tutti i problemi economici e giudiziari che avevamo. Danilo era spesso in carcere, o era impegnato con i suoi processi, avevamo pochi soldi, ma c’era sempre il sentimento di riuscire a realizzare un grande progetto tutti insieme; c’era un grande senso di comunità. Al Borgo veniva tanta gente da tutta Italia e anche dall’estero. Spesso erano personaggi straordinari. Ne ricorda qualcuno in particolare? Al Borgo sono venuti personaggi importanti e molto famosi, come i due psicologi Otto Klineberg ed Erich Fromm, ma io ero piccola e per me il criterio di valutazione era la simpatia. Non mi importava della fama. Di quel periodo ricordo soprattutto le tante attività, come i seminari musicali che frequentavamo da bambini. Non è un caso se tre dei figli di Danilo sono diventati musicisti, me compresa. Ma c’erano anche i corsi di ceramica, i mosaici e poi la maieutica. Ricordo tutta la fase preparatoria per far nascere la Scuola di Mirto. Un seminario maieutico nella Sala mensa del Borgo © Daniela Dolci  Che tipo di attività è stata? Ricordo incontri ai quali partecipavano insegnanti, esperti, genitori e anche noi bambini, per cui mi vedo a filosofare con tutti gli altri nei gruppi di lavoro. Sono stati anni importantissimi per me e per tanti altri: straordinariamente formativi, era una scuola veramente unica. Che cosa le ha lasciato personalmente? Un seme particolarmente sano, che poi ha potuto svilupparsi in Svizzera, in un ambiente particolarmente fruttuoso per la musica. Daniela Dolci Com’è arrivata in Svizzera? In casa nostra la musica aveva un grande spazio. Danilo suonava benissimo il pianoforte e tutti gli strumenti a tastiera. La domenica passava ore a suonare l’organo, il pianoforte, il clavicembalo e desiderava che noi figli iniziassimo il più presto possibile a suonare qualche strumento. Ma avevamo pochi soldi, procurarsi un violino o un violoncello era complicato, e così abbiamo cominciato con il flauto. Suonava anche mia madre: abbiamo fatto quintetti, sestetti, settetti, anche se il repertorio era molto limitato. Ma io alla fine sono arrivata al clavicembalo così, attraverso il repertorio barocco. A quel tempo volevo andare oltre il flauto dolce, ma qui in Sicilia non avevamo grandi possibilità. Durante le vacanze estive trascorrevamo però dei periodi anche lunghi a casa di amici, nel Nord Italia o all’estero, e io e mia sorella Chiara un’estate andammo a Berna da un’amica pianista. Un giorno questa amica ci portò a un concerto per flauto dolce e clavicembalo e io mi innamorai subito di questo strumento. Avevamo pochi soldi, ma alla fine Danilo riuscì a trovare un clavicembalo a buon prezzo e lo fece venire in Sicilia dalla Germania, da Norimberga. Come riuscì a pagarlo, non so dirlo, ma lui riusciva sempre a trovare una soluzione, grazie ai tanti amici che aveva. Il murales dedicato a Danilo Dolci a Trappeto (Palermo) © Alberto Lo Bianco / Fotogramma / IPA Lei alla fine non è rimasta in Sicilia. In realtà ero andata a Basilea per studiare clavicembalo seriamente, ma ero convintissima di tornare in Sicilia e proseguire il lavoro sociale che si faceva a Trappeto. Poi conobbi Peter, il mio futuro marito, e mi trovai in difficoltà. Non volevo perdere questo legame, d’altronde per lui era impossibile seguirmi in Sicilia. Chiamai papà e gli dissi: ho un problema enorme, devi aiutarmi. Gli spiegai tutto e lui mi disse: questa è una decisione che puoi prendere solo tu, io ti posso solo garantire che i ponti si possono costruire ovunque. Questa risposta fu un lampo di genio per me in quel momento. Rimasi in Svizzera e lì ho costruito un ponte con la Sicilia. Danilo aveva un rapporto stretto con la Svizzera, veniva spesso per incontri e conferenze e io ero presidente del comitato svizzero che raccoglieva soldi per il Borgo e la Scuola di Mirto. Dal 2022 c’è un nuovo comitato che sostiene la rinascita del Borgo. Che rapporto ha avuto con suo padre? È stato un rapporto splendido, su più livelli, perché ero sua figlia, ma anche una sua collaboratrice, e quindi abbiamo avuto un’intesa particolarmente profonda. Per me e le mie sorelle è stato più facile avere un bel rapporto con lui rispetto ai nostri fratelli: per loro, da maschi, la relazione era più conflittuale, avendo Danilo una personalità così forte. Poi c’è stata la separazione da Vincenzina: quello è stato un trauma molto doloroso e forse alcuni dei miei fratelli non lo hanno mai davvero superato. Per me è stato diverso: vivevo lontano e avevo con Danilo un rapporto da figlia ma anche da collaboratrice, come ho detto. Per i miei fratelli, avendo vissuto un’infanzia e un’adolescenza talmente ricchi, è stato complicato, me ne rendo conto. Una vista su Trappeto (Palermo) dal Borgo Danilo Dolci © Duccio Facchini Che cosa la colpisce di più, oggi, del lavoro di suo padre? La sua capacità di stabilire nessi fortissimi, anche all’estero, in un’epoca nella quale non c’erano né computer né tanto meno internet o social network. Erano nati gruppi di sostegno in Svizzera, in Germania, nel Nord Europa, poi anche negli Stati Uniti e in Sudamerica. Ogni tanto mi chiedo: ma come caspita ha fatto, lui che nemmeno sapeva scrivere a macchina? Il suo segreto era il telefono. Chiamava continuamente, a tutte le ore, teneva vivi i contatti. E poi, ovviamente, scriveva tante lettere. Qual è la sua percezione sulla presenza di suo padre nella cultura e nella memoria sociale oggi in Italia? A me pare che ci sia un grande revival. Sono usciti negli ultimi anni molti libri su di lui e sono stati ristampati i suoi testi. Ci sono stati dei documentari. Su questo fronte hanno fatto un ottimo lavoro Giuseppe Barone, Alberto Castiglione e mio fratello Amico. E anche il progetto di recupero del Borgo ha suscitato grande attenzione. La figura di Danilo oggi è presente nelle università e fra i giovani è di nuovo molto più viva rispetto a venti o anche dieci anni fa. Qual è per lei il lascito più importante di Danilo Dolci? Sicuramente lo spirito di comunità, la diffusione della consapevolezza che agendo insieme, con il metodo della nonviolenza, è possibile cambiare le cose, imprimere una svolta decisiva al corso degli eventi. Se c’è un appunto che posso fare, rispetto ai discorsi che si fanno oggi attorno a Danilo, è che le parole non bastano. Lui era concentrato sull’attuazione delle idee e dei progetti. In questo era davvero un architetto: era bravissimo nell’analisi, ma era soprattutto capace di trovare, insieme agli altri, anche delle soluzioni concrete ai problemi che via via emergevano. Mio padre diceva sempre che la maggior parte della gente parla tantissimo e poi però le parole restano solamente parole e le parole sono chiacchiere.  Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”, “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria” altreconomia
August 19, 2026
Pressenza
“Le ricette di Vincenzina” di Libera Dolci, il cibo dell’accoglienza
Libera Dolci, figlia del famoso poeta e sociologo Danilo Dolci lavora in ambito educativo e formativo. Ha frequentato la Libera Università dell’autobiografia di Anghiari (Ar) acquisendo la qualifica di esperta in scrittura e metodologia autobiografica e nel 2025 ha pubblicato, per conto di Libreria Dante & Descartes, il racconto sulla vita della madre e sul suo rapporto con Danilo “Vincenzina, mi chiamo Vincenzina”. Nel 2026, l’editore napoletano Dante & Descartes, nel solco della memoria di una famiglia di pace pubblica di Libera Dolci “Le ricette di Vincenzina”: non è solo un ricettario, ma un’opera etno-antropologica che raccoglie la tradizione culinaria siciliana di Vincenzina Mangano, prima moglie di Danilo Dolci, accanto a lui nei momenti più difficili. Vincenzina era una donna di Trappeto, un borgo di pescatori dove nel 1952 morì di fame il bambino Benedetto Barretta e Danilo intraprese il primo digiuno di protesta. La parola cibo deriva dal latino cibus e indica tutto ciò che fornisce energia, sostentamento e piacere al palato; così il libro di cucina di Libera Dolci attraverso la mamma apre la porta di casa alle donne siciliane, ci fa comprendere mediante i ricordi il segreto delle vite dedicate all’accoglienza degli altri.  Scrive Libera Dolci: “Nel tempo ho compreso perché, quando un pezzetto di pane ci cadeva a terra, la mamma ci diceva di soffiarci sopra e di mangiarlo. ‘Il pane non si butta’, diceva. “Per rispetto alla fatica che la preparazione richiedeva”. Ecco una delle sue ricette: “Carciofi ripieni di mamma Vincenzina”. Ingredienti: 8 carciofi, 1 limone, 200 gr mollica grattugiata di pane di casa raffermo, 2 cucchiai formaggio grattugiato, 1 cucchiaio capperi sotto sale, prezzemolo, peperoncino se gradito, 2 spicchi aglio, olio d’oliva, sale”.  Ricetta creata dalla madre, visto che ne porta il nome. La semplicità nel cucinarla, la facilità di reperimento degli ingredienti, il loro riutilizzo domestico – ad esempio quello del pane raffermo grattugiato – indicano l’abitudine a valorizzare il cibo. Simbolo di una cultura che onora, come dice il sottotitolo, “doni della natura senza spreco”. Il libro è il riepilogo di una tradizione prettamente siciliana e popolare, un modus vivendi dell’offerta nutritiva.  Oltre sessanta ricette, tra salate e dolci, costituiscono anche un bagaglio che interessa chi è semplicemente curioso dell’arte culinaria, del tramandarsi del talento gastronomico. Scritto con l’ausilio dell’antropologa Cristina Vitale, il libro ha una postfazione della sorella Daniela Dolci, che scrive: “Le sue pietanze, preparate con prodotti semplici, genuini, stagionali, propri della cucina mediterranea, hanno nutrito migliaia di amici che sono passati dal Borgo di Dio –  oggi denominato Borgo Danilo Dolci – e hanno lasciato in eredità e tramandato calore, attenzione, amore e cultura.” Le ricette di Vincenzina Doni della natura senza spreco Autrice: Libera Dolci Illustratrice: Cristina Vitale Casa editrice: Librerie Dante & Descartes Anno di pubblicazione: 2026 Prezzo: € 12,00 Bruna Alasia
July 27, 2026
Pressenza
Potere forte, un libro per riflettere sulla nonviolenza
Non deve stupire che su un’iniziativa nonviolenta che richiede diritti sociali si sia abbattuta la repressione della forza pubblica: la violenza, specie sotto forma di dominio, regge ancora le moderne società, anche quelle di ispirazione democratica. Il 2026 è l’anno dei settant’anni dallo sciopero alla rovescia di Danilo Dolci (il cui trentennale della morte cade nel 2027) e dei sessantacinque dalla prima Marcia Perugia-Assisi organizzata da Aldo Capitini. Due date che riportano la nonviolenza fuori dalla memoria pacifista e dentro la storia politica italiana, ed è in questo orizzonte che effequ pubblica la nuova edizione di Potere forte. Attualità della nonviolenza, il saggio della giornalista e giurista Roberta Covelli dedicato a una parola e una pratica, spesso fraintesa. La nuova prefazione riapre il libro davanti a un presente in cui la guerra è tornata a occupare non solo la cronaca, ma il linguaggio, i bilanci pubblici, l’immaginario. La militarizzazione del discorso, già affrontata da Federico Faloppa in Disarmare il discorso, la crescita del riarmo, la repressione del dissenso e la fragilità del diritto internazionale rendono ancora più urgente la domanda di Covelli: che cosa può la nonviolenza quando la violenza appare ordinaria, amministrata, perfino ragionevole? È una domanda che attraversa anche il magistero di Leone XIV, dal messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026, dedicato a una pace “disarmata e disarmante”, fino all’enciclica Magnifica Humanitas, dove la normalizzazione della guerra, il potere tecnologico e la necessità di disarmare le parole diventano questioni decisive per la salvaguardia dell’umano. La tesi di Potere forte è che la nonviolenza sia una teoria pratica. Nasce da una scelta etica, ma si verifica nei comportamenti, nei corpi, nelle scuole, nei tribunali, nei luoghi di lavoro, nei movimenti. Covelli insiste sulla coerenza tra mezzi e fini: un obbiettivo di giustizia perseguito attraverso umiliazione, sopraffazione o cancellazione dell’avversario conserva dentro di sé la forma della violenza che vorrebbe combattere. La nonviolenza non promette vittorie immediate e non trasforma ogni gesto in risultato. Molte azioni vengono represse, neutralizzate, sconfitte nella cronaca. La loro forza, però, agisce in una durata più lunga, perché produce testimonianza, responsabilità, memoria. Capitini e Dolci sono i due riferimenti italiani intorno a cui il saggio costruisce la propria idea di potere. Da Capitini arriva il pensiero di un potere di tuttə che non scende dall’alto e non coincide con il comando, ma si costruisce nel riconoscimento dell’altro e nella partecipazione. Da Dolci arriva la dimensione maieutica e comunitaria del cambiamento, fondata sull’emersione collettiva di bisogni, intelligenze e possibilità. L’obiezione di coscienza, la non collaborazione, il boicottaggio, l’interposizione nei contesti di guerra, la disobbedienza civile e la resistenza passiva richiedono preparazione, misura, lettura del contesto, disciplina collettiva. Covelli mostra come la nonviolenza diventi efficace quando riesce a togliere alla violenza l’alibi della reazione simmetrica, costringendo il potere a mostrarsi e impedendo di ridurre il nemico a cosa. La sua forza sta nel modo in cui espone il conflitto, lo rende leggibile, lo sottrae alla sola capacità di ferire. Uno dei passaggi più attuali riguarda la giustizia. La critica alla pena, al carcere e alla logica punitiva nasce dalla stessa domanda che attraversa il discorso sulla guerra: che cosa resta di una società quando la risposta al male è organizzata come retribuzione di una vendetta e isolamento dal consesso sociale? Covelli non cancella la responsabilità di chi compie violenza e non dissolve il danno in una conciliazione generica. Sposta il centro del problema dalla punizione alla riparazione, dal castigo alla verità, dalla rimozione del conflitto alla ricostruzione dei legami spezzati. In questa prospettiva anche l’educazione diventa un terreno decisivo: una pratica capace di formare ascolto, pensiero critico, responsabilità, immaginazione politica, invece di addestrare all’obbedienza o alla semplice trasmissione del sapere. Potere forte torna in un momento in cui la nonviolenza rischia di essere liquidata come parola ingenua proprio mentre se ne avverte con più evidenza la necessità. Roberta Covelli ne restituisce la complessità spirituale e politica, individuale e collettiva, storica e quotidiana. A settant’anni dal gesto di Dolci e a sessantacinque dalla marcia di Capitini, il libro ricorda che la pace non è un orizzonte astratto. Redazione Torino
July 15, 2026
Pressenza
A Mimmo Lucano il primo premio del festival “Palpitare di nessi”
Il festival della legalità e della disobbedienza, nel nome di Danilo Dolci, premia il 4 volte Sindaco di Riace, consacrato “capatosta” e “o’ curdo” dai suoi esegeti: Mimmo Lucano ha portato a casa la targa del premio che il Centro Culturale Danilo Dolci di Trappeto (PA) ha assegnato quest’anno per la prima volta all’insegna del coraggio e della fermezza ideale. Amato da generazioni di giovani e meno giovani per la sua coerenza cristallina, profeta del pensiero radicale di sinistra in grado di coniugare la fede comunista con i principi del Cristianesimo più intransigente, Lucano è da sempre il bersaglio preferito degli esponenti della destra più conservatrice, spaventati dal dilagare del “modello Riace” che avrebbe potuto aprire le porte ad uno sviluppo del nostro Mezzogiorno a trazione extracomunitaria. Ed è proprio questo mix di francescanesimo intriso di socialismo internazionalista che ha spaventato i neocons di casa nostra, spingendoli a perseguitarlo con metodi maccartisti che hanno generato una reazione popolare travolgente che ha portato il Mimmo calabrese fino a Bruxelles, in carrozza. Lo ricordava ieri sera proprio lui, ringraziando Daniela Dolci per questo premio inaspettato, citando i suoi padri spirituali Bregantini, Bianchi e Alex Zanotelli. Alla domanda ormai scontata “Perché fai tanta paura?” lui ha risposto citando il mix esplosivo di cui è stato portatore, ispirato dal desiderio di rinascita dei centri interni, poveri e spopolati, e dal seme di rinascita contenuto nel Vangelo e nella teologia della Liberazione. Una strategia che ha prodotto uno sviluppo locale che non si è fermato neppure davanti all’odio razziale sostenuto dai nazionalismi europei e dai neofascismi. Oggi Riace arranca tra l’isolamento politico del suo leader perseguitato e il dilagare della destra più becera e atlantista degli ultimi 80 anni, ma il teorema di Lucano non cambia : “battere la destra con il voto e la pratica di una nuova umanità rivoluzionaria” . E a fargli cornice ci sono stati gli applausi per “Il volo”, proiettato ad inizio serata, che Wim Wenders gli dedicò nel 2008 e che ancora oggi riverbera delle parole del maestro berlinese: “Bravo Mimmo! Hai saputo intuire il nostro futuro…”. E queste affermazioni, benché foriere di una lunga e crudele persecuzione, suonano oggi profetiche nella terra di Danilo Dolci e Peppino Impastato, il martire siciliano vissuto e ucciso a due passi da Trappeto. Finché avremo persone come Mimmo è lecito sperare. Redazione Italia
June 28, 2026
Pressenza
Festival Palpitare di Nessi
La terza edizione del Festival Palpitare di Nessi si svolgerà a Trappeto, in provincia di Palermo, dal 25 al 28 giugno 2026, nella cornice del Borgo che porta il nome di Danilo Dolci, luogo simbolo della sua intensa attività sociale e culturale in Sicilia. Il Festival nasce per rendere viva l’eredità del sociologo e attivista nonviolento, rilanciandone il pensiero e l’impegno attraverso linguaggi contemporanei e momenti di incontro aperti alla comunità. In questo spazio carico di memoria e di futuro, arte e riflessione si intrecciano per dar vita a un’esperienza collettiva di ascolto, dialogo e partecipazione. Per quattro giorni Trappeto – con alcuni eventi anche a Palermo – diventerà un laboratorio culturale diffuso: musica, teatro e cinema si alterneranno a conversazioni, incontri e tavole rotonde dedicate ai temi della giustizia sociale, della pace, della partecipazione civile e della trasformazione dei territori. Il Festival Palpitare di Nessi, che a partire da questa sua edizione assegnerà un riconoscimento ad una personalità che si è distinta nell’ambito del dialogo e dell’azione nonviolenta, si propone dunque come un luogo in cui le arti incontrano il pensiero e la memoria si trasforma in azione, seguendo il solco di una grande eredità. Un invito a ritrovarsi, condividere idee e immaginare insieme nuove forme di convivenza, nel segno di Danilo Dolci e della sua instancabile ricerca di una società più giusta e solidale. qui il programma dettagliato: Festival Palpitare di nessi – Borgo Danilo Dolci Redazione Palermo
June 11, 2026
Pressenza
“E io faccio scuola lo stesso. Ed educo alla pace, non alla guerra”
Venerdì 8 maggio a Genova le scuole verranno chiuse perché la città accoglie la 97ª Adunata Nazionale degli Alpini… “Parata militare di alpini? In tempo di guerra? Con tutte le scuole e le attività educative chiuse? NO, GRAZIE!!!” proclamano i praticanti la settimanale ora in silenzio per la pace. Il 6 maggio i pacifisti genovesi esprimeranno la protesta alla consueta manifestazione, questo mercoledì la 1249ª Ora in silenzio contro la guerra, in svolgimento dalle 18 alle 19 davanti a Palazzo Ducale e nella mattinata di venerdì 8 maggio insieme ad ARCI Genova organizzeranno l’iniziativa ispirata all’insegnamento di Danilo Dolci, di cui spiegano le finalità dichiarando: > Siamo in guerra. > > E lo dimostrano le inaccettabili e sempre crescenti spese per le armi, le > proposte ricorrenti di ritorno alla leva, la presenza sempre più invasiva dei > militari all’interno delle scuole. > > E nel mondo oltre 50 guerre fanno stragi, soprattutto di civili,  mentre i > profitti dell’industria militare e i compensi dei loro manager balzano verso > l’alto. > > E sotto le macerie di Gaza giacciono 200 000 morti e il diritto > internazionale. > > In questo quadro, siamo fermamente contrari e contrarie che la città diventi > teatro di un’ennesima ed inutile parata militare, quella degli alpini,  con > tanto di “ammassamento” e di fanfare. Augurandoci di non dover assistere anche > a Genova, come è avvenuto altrove  in passato, ad episodi di molestia contro > le donne, retaggio del tipico  maschilismo militare. > > Dissentiamo dalla decisione di chiudere le scuole: una scelta che dimostra > ancora una volta come la scuola sia considerata a tutti i livelli la > “cenerentola” delle istituzioni. Ci è stato detto che altre città hanno chiuso > le scuole per la parata degli alpini. Ci chiediamo allora perché non vengano > chiuse le industrie armiere, o interrotti gli scali delle crociere. > > Per rendere visibile il nostro dissenso, invitiamo insegnanti ed alunni a > costruire in piazza De Ferrari venerdì mattina una sorta di scuola aperta: > insegnanti, volontari e volontarie parleranno di pace, di costituzione, di > arte. > > Con gessetti e lavagne sui gradini del ducale e di fronte a due scuole chiuse, > agli alpini ed ai passanti diremo: “E io faccio scuola lo stesso. Ed educo > alla pace, non alla guerra”. A Genova nella venerdì 8 maggio saranno svolte attività: * alle 10 in piazza De Ferrari; * alle 11 in piazza delle Erbe (davanti alla scuola Don Gallo/Garaventa); * alle 12 in piazza Meridiana (davanti alla scuola Daneo). Per informazioni rivolgersi a: Norma Bertullacelli, tel 347-32040402 Redazione Italia
May 5, 2026
Pressenza
“L’ascesa alla felicità” di Dolci riedita a Palermo
“Come puoi essere felice se intorno a te i tuoi fratelli vengono consumati e travolti dalla fame e dalla miseria?”. Un’affermazione attualissima che ci pone di fronte all’anelito verso una felicità condivisa che nel mondo d’oggi appare quanto mai lontana, considerato lo scenario di guerre e genocidi che producono centinaia di migliaia di morti fra civili inermi e bambini. Attualissima ma non attuale perché questa domanda la rivolgeva un giovanissimo insegnante di una scuola serale di Sesto San Giovanni a Milano ad una platea di studenti e operai fra cui giovani come lui, ma anche uomini meno giovani segnati dalla guerra e dalla lotta per la Resistenza al regime nazifascista: siamo nel 1948 e l’insegnante di 24 anni risponde al nome di Danilo Dolci, l’intellettuale del secolo scorso che meglio di tanti ha saputo coniugare il pensiero con l’agire concreto diventando uno dei più importanti e riconosciuti esponenti del movimento per la Pace e per la non violenza. Se ne parla a Palermo e l’occasione ci è offerta dal libraio ed editore Nicola Macaione che da poco ha riportato alle stampe a distanza di quasi ottanta anni L’ascesa alla Felicità, un’antologia per argomenti che la stamperia Cesare Tamburini di Milano aveva prodotto in sole duecento copie di carta ciclostilata nel 1948, scritta e commentata da Dolci “per mettere a disposizione dei giovani operai, affamati di sapere, quanto non era giusto tenessi solo per me”. Alla presentazione del libro, svoltasi in due giornate venerdì 10 e sabato 11 aprile rispettivamente allo Spazio Cultura della Libreria Macaione e alla scuola “Giovanni Falcone” allo ZEN, i curatori dell’opera Giorgio Carlo Schultze, Giuseppe Barone, Daniela e Amico Dolci, questi ultimi figli del sociologo triestino, ne hanno raccontato la genesi ai tempi della sua prima pubblicazione ed il recente fortuito ritrovamento dell’unica copia ancora esistente presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, salvata anch’essa tra le tante altre opere dagli “angeli del fango” dopo la famosa alluvione del 1966. L’incontro diventa l’occasione per conoscere Dolci prima dell’esperienza di Nomadelfia con don Zeno Saltini nel 1950 e prima che l’anno successivo venga in Sicilia per stabilirsi a Trappeto fra contadini e pescatori per portare avanti le sue battaglie nonviolente in favore degli ultimi, dei ‘banditi’ come lui li definiva, attraverso i digiuni, lo sciopero alla rovescia, la lotta per l’acqua, per un lavoro dignitoso, anch’esso tema attualissimo: proprio venerdì è giunta la notizia della tragica morte sul lavoro dei due operai caduti dalla gru in via Marturano a Palermo i cui nomi è giusto ricordare affinché non siano solo dei numeri in una statistica sugli incidenti (o sarebbe meglio definirli omicidi) sul lavoro: Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine. Tornando all’antologia, il giovane Dolci racchiude in essa citazioni e scritti di pensatori antichi e moderni apparentemente distanti fra loro, i suoi “amici più cari”, come li definisce, a cui dice di essersi rivolto perché ci aiutino a fermarci e riflettere, a dialogare con loro compiendo un vero e proprio atto rivoluzionario soprattutto in una società quasi esclusivamente concentrata sulla compulsiva consultazione degli smartphone, come ci ricorda Giorgio Schultze nel suo intervento evocando efficacemente l’immagine di ‘vibrazioni che entrano in risonanza’. Si tratta delle prime pagine in cui si manifesta la ‘maieutica reciproca’ di Dolci, l’idea di una cultura diversa che abbia ricadute concrete, di libri come strumenti di lavoro e non da essere semplicemente consegnati ad uno scaffale: Giuseppe Barone, collaboratore di Dolci dal 1985, raccontando come egli mettesse in cerchio gli studenti per far loro delle domande e da lì avviare una discussione, ci dice che ‘senza un’idea maieutica dei rapporti sociali non può esistere una democrazia” e questo è il senso profondo dell’opera svolta dal sociologo triestino. Dolci fu in costante contatto con tanti intellettuali dell’epoca, da Bertrand Russell a Bruno Zevi, da Elio Vittorini a Carlo Levi, da Lucio Lombardo Radice ad Aldo Capitini, i quali sostennero le sue battaglie e ne presero le difese, anche nei tribunali come fu per Piero Calamandrei che da avvocato lo difese nel processo seguito allo sciopero alla rovescia del 1956 in cui, insieme ad operai e braccianti, lo stesso Dolci si dette da fare per riparare una trazzera comunale subendo l’arresto e la reclusione presso il carcere dell’Ucciardone. Fra i tanti intellettuali citati, giusto ricordare anche Franco Alasia, scrittore ed esponente della nonviolenza che faceva parte del gruppo di studenti del 1948 alla scuola di Sesto San Giovanni. Durante l’incontro c’è spazio anche per racconti familiari quando Amico Dolci narra della visita nella loro casa della matematica Emma Castelnuovo e della loro paura di figli adolescenti di essere interrogati dall’autrice dei libri di testo sui quali studiavano, salvo poi finire a giocare con lei. E ricordare anche il grosso callo da scrittura che il padre aveva sviluppato fra le dita scrivendo senza mai usare una macchina da scrivere migliaia e migliaia di pagine, di biglietti, di relazioni, di rapporti ‘per riprodurre quella sensazione di gioia di incontrarsi’. E Daniela Dolci, l’altra figlia, sottolinea l’importanza di veicolare questo libro nelle scuole perché questo è un libro scritto per i giovani in quanto offre spunti di riflessioni significativi per la crescita culturale, non essendo necessariamente un libro da leggere dall’inizio alla fine considerato che ogni singola pagina offre il pretesto per avviare discussioni e ragionamenti. La riedizione di questo libro è stata concepita anche per contribuire al rilancio del Borgo “Danilo Dolci” e di tutte le attività collegate fra cui il Centro di Sviluppo Creativo; è, inoltre, prevista la costituzione a breve della Fondazione “Danilo Dolci” ed altre attività quali il progetto “Casa per la Pace” come luogo aggregativo per i giovani nonché la III edizione del Festival “Palpitare di nessi” dal 25 al 28 giugno prossimi. In ultimo, un cenno ai documentari che il regista Alberto Castiglione, presente all’incontro, ha realizzato nel 2004 (“Danilo Dolci, memoria e utopia”) e nel 2007 (“Verso un mondo nuovo”), fino al più recente “Inchiesta su Danilo Dolci” del 2024, disponibili sul canale YouTube. A chiusura dell’incontro, molto partecipato da semplici cittadini insieme a docenti, rappresentanti della società civile, a Padre Francesco della Parrocchia di San Luigi, al Presidente dell’VIII Circoscrizione Marcello Longo, all’Assessore comunale Fabrizio Ferrandelli e molti altri, Nicola Macaione, che ha efficacemente condotto il dibattito, ci ha consegnato l’ultimo pensiero di Danilo Dolci riportato nella quarta di copertina del libro: “L’umanità intelligente e autocritica, in quanto ha incondizionata la propria libertà, ha propria norma l’Utopia, ideale perfezione”. Enzo Abbinanti
April 12, 2026
Pressenza
Omaggio al pensiero di Danilo Dolci: “L’ascesa alla felicità”, una storia affascinante
Venerdì 10 aprile 2026 dalle 17:30 alle 19:30 Spazio Cultura Libreria Macaione Via Marchese di Villabianca 102, Palermo La prima opera pubblicata dal grande sociologo, educatore, poeta e attivista italiano. Grazie all’impegno e al contributo generoso di alcuni amici, questo prezioso libro, il tassello per comprendere chi era “Danilo prima di Danilo”, è stato riportato alla luce, curato e ristampato in questa nuova edizione da Spazio Cultura Edizioni e presentato al pubblico come omaggio al pensiero di Danilo Dolci, in continuità con le sue azioni e suoi progetti, per fornire strumenti d’azione agli attuali e futuri coltivatori di speranze. Il volume sarà presentato da: Giuseppe Barone – Saggista, Coordinatore Comitato Scientifico “Borgo Danilo Dolci” Daniela Dolci – Presidente della “Società Borgo Danilo Dolci”, dell’Associazione “Danilo Dolci – Nuovo Futuro” e della “Danilo Dolci – Gesellschaft (CH)” Amico Dolci – Musicista, “Centro Sviluppo Creativo Danilo Dolci ETS” Giorgio Schultze – Curatore della nuova edizione de L’ascesa alla felicità Nicola Macaione – Editore “Spazio Cultura Edizioni”     Redazione Palermo
April 6, 2026
Pressenza
«Paulo Freire oggi. Alleanze popolari, femministe e decoloniali»
Recensione al libro di Mariateresa Muraca dedicato all’attualità dell’educatore brasiliano; il testo è scaricabile gratuitamente. di David Lifodi (*)   Paulo Freire oggi. Alleanze popolari, femministe e decoloniali ha il merito di ricordare quanto la lettura dell’educatore brasiliano sia ancora oggi necessaria nel contesto in cui viviamo. Come ricorda Paolo Vittoria, docente dell’Università Federico II di Napoli, il volume di