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L’ascesa alla felicità di Danilo Dolci alla Humanweek
Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore, Giorgio Schultze la sua presentazione del libro di Danilo Dolci L’ascesa alla felicità a Milano durante la  HumanWeek e l’Eirenefest, Venerdì, 2 ottobre 2026 --------------------------------------------------------------------------------   Oggi vi parlerò brevemente di un libro, L’ascesa alla felicità e del suo autore Danilo Dolci. Danilo Dolci, il padre, assieme ad Aldo Capitini, della nonviolenza in Italia. Il “Gandhi della Sicilia”. Il promotore del primo sciopero della fame in Italia, nel 1952, tra i poveri pescatori di Trappeto, in provincia di Palermo L’inventore dello “sciopero alla rovescia”: i disoccupati che lavoravano per migliore una trazzera del proprio paese. Attività che gli costò l’arresto, il carcere ed un processo che, nel 1956, divenne memorabile. Il suo avvocato difensore era nientemeno che Piero Calamandrei, che fece della sua arringa difensiva una lezione magistrale sulla Costituzione Italiana e di ciò che la nascente repubblica “basata sul lavoro” doveva essere, ma che ancora non era. Ma chi era Danilo Dolci prima di diventare quel Danilo Dolci, che in molti abbiamo conosciuto? Siamo nell’immediato dopoguerra, nel pieno della transizione tra le macerie della guerra e del Nazi-fascismo e la ricostruzione materiale, morale, spirituale di un popolo alla ricerca della propria libertà, identità e dignità mai acquisite. A Sesto San Giovanni, la città simbolo, medaglia d’Oro della Resistenza operaia a nord di Milano, si aprono le scuole serali per gli operai che vogliono studiare, imparare, conoscere. Nel 1948, in una di queste, giunge un giovane, alto e robusto, di 24 anni, che per pagarsi gli studi nella facoltà di Architettura presso il Politecnico di Milano, fa l’insegnante di materie tecniche. Il suo nome è Danilo Dolci. Questo docente, più giovane dei suoi stessi studenti-operai, ha un approccio non convenzionale: non vuole travasare nozioni, vuole far riflettere; non vuole istruire, vuole educare; non vuole dare risposte, ma pone domande. E’ l’inizio della sua maieutica reciproca: dove chi insegna impara da coloro a cui insegna; dove prima di dare le risposte ci si deve interrogare su quali siano le “vere” domande. Un metodo che richiede un unico sforzo: fermarsi a riflettere. Sì “fermarsi” e “riflettere”, due atti molto difficili a livello personale e profondamente sovversivi a livello sociale, in un mondo sempre in accelerazione, ad elevato consumismo ed ad alta entropia. Un esercizio non accettabile da chi ci vorrebbe privi di un pensiero critico. Perchè fermarsi a riflettere potrebbe ribaltare lo stabilito e porci domande sempre più profonde. Per esempio, se io ti chiedessi “cosa ti rende felice?” suonerebbe diverso da chiderti: Come puoi essere felice se, intorno a te, i tuoi fratelli e le tue sorelle vengono consumati e travolti dalla fame, dalla miseria, dalla guerra? E fu proprio questa la domanda che pose Danilo ai suoi studenti. Una domanda che implicitamente poneva la questione della felicità non come uno stato apparente e provvisorio a livello personale, ma come presa di responsabilità crescente della nostra vita e di quella di coloro che ci circondano. Poneva la questione del “prendersi cura”, di sè, degli altri del mondo. Una domanda che ampliava l’orizzonte della propria essitenza: chi sono i miei fratelli, le mie sorelle? Dove si ferma il cerchio della “fratellanza” o della “sorellanza”? Una domanda che costrinse i suoi studenti a fermarsi a riflettere e chiedere aiuto, non solo a Danilo, ma a tutti i suoi amici più fidati: i libri. Decine, centianaia di libri (ai tempi non esisteva internet e l’intelligenza era solo quella umana), attraverso cui consultare filosofi, pensatori, scrittori, poeti, mistici di tutti i tempi e di tutte le credenze: da Socrate a Marco Aurelio, da Aristotele a Bentrand Russel, dalla Bibbia al Ramakrishna. Testi che, anche dopo centinaia o migliaia di anni, erano ancora “vivi” e pronti a ridonare l’eterna saggezza di coloro che avevano avuto il coraggio di sondare i tortuosi e misteriosi sentieri dell’animo umano. Tutti coloro che dall’antichità ci stanno ancora parlando dal “futuro”. Un futuro molto diverso da quello che gli uomini della paura, dell’angoscia, della guerra ci stanno raccontando. Il giovane Danilo, raccolse e riordinò pazientemente centinaia di pensieri, aforismi, suggestioni. Li organizzò secondo un indice di argomenti coerenti e correlati. Predispose una dotta introduzione e ne fece un libro, con un unico scopo “… mettere a disposizione dei giovani, affamati di sapere, quanto non era giusto tenessi solo per me”. E lo intitolò L’ascesa alla felicità, stampato nel 1948 in sole 200 copie dalla Stamperia Cesare Tamburini di Milano. Un libro, più volte citato nella bibliografia di Danilo Dolci, ma di cui non vi era più traccia. Esisteva solo un’ultima copia, presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, salvata dall’alluvione del 1966. Ed eccolo qui, dopo oltre 75 anni, questo prezioso libro, il tassello per comprendere chi era “Danilo prima di Danilo”, riportato alla luce. Curato e ristampato in questa nuova edizione della SCE-Spazio Cultura Edizioni di Palermo, come omaggio al pensiero di Danilo Dolci, per dare continuità alle sue azioni e ai suoi progetti, ma soprattutto per fornire strumenti d’azione, queste, sì le vere armi di cui abbiamo bisogno(!), agli attuali e futuri coltivatori di speranze. Non una ricetta, ma una proposta di riflessione, non uno stato, ma un sentiero, a cui può accedere chi si incammina in umile ed attenta ricerca. Un libro da cui si evince che la vita del singolo non può prescidere dalla rete che lo sostiene, dall’umanità, dal mondo, dalla casa comune. Pagine che ci mostrano che non siamo individui sospesi nello spazio vuoto, ma siamo una rete in cui la nostra vibrazione, la nostra frequenza entra in risonanza con quella degli altri, siamo una parte-intera di Uno, un Ubuntu che sostiene la vita.. In questo buio oscuro che ci è capitato di vivere, se per un momento riuscissimo fare silenzio dagli assordanti rumori del quotidiano, potremmo sentire la straordinaria vibrazione che giunge dalla richiesta di vita, di noi stessi, degli altri, del nostro pianeta. In questo buio denso, che ci è capitato vivere, anche una flebile vibrazione può lanciare il segnale di speranza, un segnale che possa risvegliarci e che ci faccia ritrovare noi stessi, gli altri, il mondo e quel futuro straordinario che ancora ci attende. Giorgio Schultze
October 6, 2026
Pressenza
Milano, 23-24 settembre: «100 Libri per la Nonviolenza»
Milano, 23-24 settembre: «100 Libri per la Nonviolenza»: la nostra nonviolenza Vi aspettano i «Disarmisti Esigenti»: non da spettatori ma da parte in causa. In coda le sezioni tematiche. 23 e 24 settembre, ore 17 Chiamamilano, via Laghetto 2, Milano 100 Libri per la Nonviolenza Porta un libro, prendine un altro. Se vuoi la pace, prepara la pace. Le armi
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri
La costruzione della pace: dalla maieutica reciproca di Danilo Dolci ai ‘Peace Circle’
Il tema della Giornata Internazionale della Pace di oggi è “Investire nella pace per tutti: ovunque, ogni giorno”. Dalle Nazioni Unite viene proposto sollecitando a metterlo in pratica concretamente in tanti modi, in particolare organizzando incontri di dialogo intergenerazionale e comunicando le esperienze sui social media, per l’occasione apponendo ai post l’hashtag #InvestInPeace. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, incita ad appellarsi ai leader mondiali, chiedendo loro di “investire in un futuro di pace per tutti” e, parallelamente, esorta ad agire, a intervenire, ciascuno nei propri ambiti, ispirandosi al “coraggio di coloro che si battono per la pace nei quartieri, nelle scuole e nelle comunità”. Nella pagina dedicata allo ‘spirito’ del 21 settembre di quest’anno è precisato che a mettere in pratica tale impegno quotidiano e a mostrare il valore delle attività svolte in occasione della Giornata Internazionale della Pace sono le adesioni alla campagna Fai sentire la tua voce e, in particolare, le iniziative in cui viene organizzato un Cerchio di Pace. Nella presentazione all’incontro con Giuseppe Barone e Amico Dolci e svolto a Casale Monferrato settimana scorsa, il 17 settembre, nell’ambito del programma Un libro o due al mese per parlare di pace incluso nella rassegna EireneFest, un’organizzatrice dell’iniziativa ha evidenziato l’attualità del metodo, soprattutto pedagogico e didattico ma non solo, anche dell’interazione sociale, della maieutica reciproca. «Si tratta di un’esperienza di dialogo in cerchio, dove non c’è un maestro che sale in cattedra ma sono le persone stesse a confrontarsi e a far nascere le idee dal basso – ha osservato Monica Simioni – Una testimonianza forte su come l’ascolto, il pensiero critico e la partecipazione attiva siano le vere chiavi per lo sviluppo della consapevolezza e per l’emancipazione umana». Un’esperienza che il giorno seguente ha coinvolto Amico Dolci e Giuseppe Barone insieme agli studenti del Liceo delle Scienze Umane di Casale Monferrato, che in un cerchio hanno dialogato sulla differenza tra ‘comunicare‘ e ‘trasmettere‘ informazioni, testimonianze o idee, e nei laboratori coordinati da Ettore Macchieraldo pomeriggio di sabato al Liceo A. Gramsci di Ivrea e la mattina successiva al CISV di Albiano nell’ambito della rassegna LA PACIFICA INVASIONE: TANTI MODI PER VOLERE LA PACE – Dal 17 al 20 settembre in Piemonte sulla ‘via maestra’ di Danilo Dolci. Nel dialogo in cui i partecipanti all’incontro di giovedì a Casale Monferrato hanno condiviso con Amico Dolci e Giuseppe Barone alcune memorie, opinioni e proposte suggestionate dalla visione del docufilm, l’attenzione si è focalizzata anche sulla risposta di una bambina che, interpellata a esprimersi sull’insegnamento di Danilo Dolci, ha spiegato perché lei lo reputi un ‘maestro esemplare‘: «Ha combattuto contro la mafia, che però non è riuscito a sconfiggere. Ma ci ha provato». Maddalena Brunasti
September 21, 2026
Pressenza
La maieutica di Danilo Dolci e l’autocostruzione
Sono stati due giorni intensi, di quelli che lasciano il segno dentro e fuori, quelli che abbiamo vissuto nel fine settimana tra Ivrea e il Castello di Albiano. Un cammino collettivo inserito nella cornice de “La pacifica invasione: tanti modi per volere la pace”, un’iniziativa promossa da Emergency, Sentieri di Pace e il Presidio per la pace di Ivrea. Al centro del nostro percorso c’era l’eredità di Danilo Dolci, la sua voce scomoda e profetica, e soprattutto la pratica viva del suo pensiero.   IL CONFRONTO AL LICEO GRAMSCI: LA FORZA DELLA NONVIOLENZA Questo intenso fine settimana è iniziato sabato 19 settembre nell’Auditorium del Liceo A. Gramsci di Ivrea. Più di trenta persone hanno partecipato alla conferenza dal titolo “Pratiche e lotte nonviolente: il caso Danilo Dolci”. Insieme a me c’erano Amico Dolci, figlio del poeta di Trappeto, e Giuseppe Barone, suo biografo e profondo conoscitore del pensiero. Abbiamo cercato di restituire ai presenti l’attualità di un ammonimento che non smette di interpellarci: “Rivoluzione è curare il curabile profondamente e presto, è rendere ciascuno responsabile”. Non una teoria astratta, ma un esercizio quotidiano di democrazia diretta, ascolto e partecipazione, dove la nonviolenza non è mai passività, ma azione radicale di trasformazione della realtà.   AL CASTELLO DI ALBIANO: IL LABORATORIO DI MAIEUTICA STRUTTURALE Dalla parola alla pratica il passo è stato naturale. Domenica 20 settembre ci siamo spostati nella suggestiva cornice del Castello Vescovile di Albiano. Qui, quindici partecipanti si sono uniti al proseguimento laboratoriale della conferenza, dedicandosi al cuore pulsante del metodo dolciano: La Maieutica strutturale. In cerchio, dialogando, interrogandoci a vicenda per fare emergere le risorse che già abitano le comunità, abbiamo sperimentato cosa significhi educare e autoeducarsi reciprocamente, uscendo dalla logica della delega per entrare in quella della co-responsabilità. Siamo partiti dalla domanda di Giuseppe su cosa sono e in cosa si differenziano la Trasmissione e la Comunicazione, raggiungendo concetti molto profondi, sia in senso tecnico che poetico.   IMPARARE FACENDO: L’AUTOCOSTRUZIONE DI UNA PANCHINA DI ENZO MARI La conclusione di questo percorso laboratoriale ha preso una forma concreta, fatta di legno e manualità. Seguendo lo spirito del progetto Autoprogettazione? di Enzo Mari e del libro Imparare facendo, ci siamo cimentati nell’autocostruzione di una panchina. Non si è trattato semplicemente di assemblare dei pezzi di legno, ma di compiere un gesto politico e comunitario. Tagliare, levigare, montare insieme significa riappropriarsi della capacità di produrre il proprio mondo materiale, rifiutando la logica alienante del consumo passivo. Alla fine del laboratorio, la panchina è stata donata ufficialmente alla comunità del Castello di Albiano, accompagnata dalla consegna del libro Imparare facendo. Un presidio di sosta, di dialogo e di bellezza, che ora dimora tra le mura storiche del castello come testimonianza tangibile di cosa significhi, ancora oggi, praticare la pace attraverso le mani e la mente. Ettore Macchieraldo
September 20, 2026
Pressenza
Dal 17 al 20 settembre in Piemonte sulla ‘via maestra’ di Danilo Dolci
DUE INCONTRI, GIOVEDÌ POMERIGGIO A CASALE MONFERRATO E VENERDÌ SERA A POZZOLO FORMIGARO, E UN CICLO DI LABORATORI, SABATO POMERIGGIO A IVREA E DOMENICA MATTINA A CASTELLO DI ALBIANO. Nel centenario della nascita di Danilo Dolci (1924-1997), è tornata vigorosamente alla ribalta la figura del sociologo, educatore e poeta che elesse dimora in Sicilia, dove lottò contro ogni forma di mafia e sopraffazione, e uno tra i più influenti pensatori della nonviolenza. I suoi insegnamenti hanno tracciato un solco indelebile nella strada per l’emancipazione del Sud e per il diritto al pane, al lavoro e alla democrazia e nella via della pace. Un suo collaboratore sin dal 1985, attualmente vicepresidente del Centro per lo Sviluppo Creativo ‘Danilo Dolci’ e coordinatore del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci, Giuseppe Barone nel 2024 ha aggiornato il libro edito da Altrɘconomia con un’intervista di Mao Valpiana a Dolci e un ricordo di Luca Baranelli del suo incontro con il Gandhi italiano. In questi anni caotici, mesi turbolenti e giorni frenetici la biografia di Danilo Dolci è una ‘guida’ utile. UNA RIVOLUZIONE NONVIOLENTA. LA VITA E L’OPERA DI UN UOMO DI PACE rammenta che Dolci si era posto una domanda cruciale, Come puoi essere felice se intorno a te i tuoi fratelli vengono consumati e travolti dalla fame e dalla miseria?, a cui ha dato molte risposte tuttora molto attuali, tra cui “l’obiezione di coscienza è importante… Preferisco parlare di obiezione/azione di coscienza. Perché obiettore sembra solo uno che dice di no… ma ‘dire di no’ non basta… Il lavoro preventivo è un lavoro per la salute; ‘dire di no’ alla guerra è intervenire già nella malattia, nella nevrosi“, e ai propri collaboratori, contemporanei e posteri ha lasciato un monito di esortazione alla premura, cioè ad agire con tempestività e con concretezza: Fare presto (e bene) perché si muore. E, a distanza di 20 anni dal suo primo reportage, nel 2025 il regista Alberto Castiglione è tornato a ‘indagare’ sulla vita e sull’operato di Danilo Dolci: «Qual è lo scopo di un’inchiesta? E quali i suoi contorni? La verità senza dubbio! E se al centro di una ipotetica inchiesta ci fosse l’opera e l’operato di un personaggio “al di sopra di ogni sospetto”? In un mondo devastato da conflitti e da una incapacità nella costruzione di percorsi di dialogo e pace, forse è possibile delineare un nuovo orizzonte sulla scia della grande eredità lasciata da Dolci».   L’EREDITÀ DI DANILO DOLCI IN UN LIBRO BIOGRAFICO E UN FILM DOCUMENTALE Casale Monferrato, AL – giovedì 17 settembre alle h 18:00 Salone della Casa del Terzo Settore (via Magnocavallo 13) «Un viaggio nell’opera del Gandhi italiano, l’incontro con Giuseppe Barone e il figlio di Danilo Dolci, Amico, esplora la sociologia di comunità e il metodo educativo della maieutica reciproca – spiega Monica Simioni, referente degli organizzatori dell’iniziativa – Si tratta di un’esperienza di dialogo in cerchio dove non c’è un maestro che sale in cattedra, ma sono le persone stesse a confrontarsi e a far nascere le idee dal basso. Una testimonianza forte su come l’ascolto, il pensiero critico e la partecipazione attiva siano le vere chiavi per lo sviluppo della consapevolezza e per l’emancipazione umana». Svolta nell’ambito del ciclo Un libro o due al mese per parlare di pace incluso nella rassegna EireneFest / Festival del libro per la pace e la nonviolenza 2026, l’iniziativa è coordinata dalla bottega cittadina della Società Cooperativa EquAzione ETS insieme ad associazione EduCare, centro comunitario MonFree–Style, gruppo di volontari della Rete Radié Resh, circolo ARCI Il Paniere e Consulta di Partecipazione ‘Centro Storico’ con patrocinio della Città di Casale Monferrato.   DA POZZOLO AL MONDO. LA TESTIMONIANZA DI UN UOMO DI PACE Pozzolo Formigaro, AL – venerdì 18 settembre alle h 21  Palazzo Raggio (ex Asilo) Insieme al direttore del Centro Studi ‘Pietro Gobetti’ di Torino, Pietro Polito, e al giornalista Luca Rolandi, Giuseppe Barone e Amico Dolci parteciperanno all’incontro pubblico in svolgimento nella cittadina alessandrina in cui Danilo Dolci visse la propria adolescenza e negli anni della seconda guerra mondiale: il luogo dove maturò l’avversione al fascismo, alla dittatura e al militarismo. Poi, dopo essere arrestato e riuscito a scappare, si rifugiò negli Appennini abruzzesi.   LA PACIFICA INVASIONE: TANTI MODI PER VOLERE LA PACE sabato 19 settembre alle h 16 / Ivrea – Liceo A. Gramsci domenica 20 settembre alle h 10 / Albiano d’Ivrea – CISV Insieme a Ettore Macchieraldo, Giuseppe Barone e Amico Dolci condurranno i laboratori svolti nel programma di eventi e attività coordinato da Emergency, Sentieri di Pace e Presidio per la pace di Ivrea. INFORMAZIONI: * Casale Monferrato – https://www.eirenefest.it/evento/danilo-dolci-film-e-bio/ * Pozzolo Formigaro – https://www.alexala.it/it/eventi/danilo-dolci-da-pozzolo-al-mondo-la-testimonianza-di-un-uomo-di-pace/   Maddalena Brunasti
September 15, 2026
Pressenza
Difesa civile non armata: il disegno di legge c’è
di Mao Valpiana (*). A seguire il link della campagna e una bibliografia consigliata da Alfonso Navarra. Nonviolenza Ha raggiunto le firme necessarie la campagna promossa da tre reti della società civile. Ora la proposta di iniziativa popolare è in senato. E nel dibattito elettorale   Entra in parlamento dalla porta principale: il disegno di legge sulla difesa civile non
September 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Spettacolo teatrale “La Ricetta di Danilo” sulla lezione nonviolenta di Danilo Dolci
Nell’ambito della nuova edizione della HumanWeek 2026, festival di eventi organizzato dal Tavolo per la Nonviolenza del Municipio 3 del Comune di Milano, sul tema della co-costruzione della pace e della nonviolenza sabato 3 ottobre dalle 20.30 alle 22.00  verrà presentato presso l’Auditorium Cerri di Via Valvassori Peroni 56 La Ricetta di Danilo, spettacolo teatrale di Barbe à Papa Teatro, scritto e interpretato da Totò Galati con la regia di Claudio Zappalà. Musiche originali ed eseguite dal vivo da Nathan Tagliavini. Produzione: Centro Teatrale Meridionale (CTM). In questa prima e unica rappresentazione a Milano, un palcoscenico si trasforma in una straordinaria cucina, un attore, Totò Galati, si trasforma in cuoco e durante la preparazione delle “polpette alla Danilo”, racconta storie: si celebrano così i valori della comunità, della giustizia sociale e del rispetto per l’ambiente seguendo la narrazione del pensiero, della vita e della lotta nonviolenta di Danilo Dolci, il “Gandhi italiano”. Dall’arrivo a Trappeto, quel paesino fangoso privo di ogni servizio – pure dei gabinetti! – fino allo sciopero della fame del 1956, passando attraverso la fondazione del Borgo di Dio, oggi rinominato Centro di Formazione e Arte Borgo Danilo Dolci, animato da attività culturali e interculturali. Il pensiero e l’azione di Danilo Dolci sono sempre stati  un esempio per i costruttori di speranza, come dice Giorgio Schultze: “Già nel suo primo libro “L’ascesa alla felicità” (1948) Danilo ha dato strumenti ed è stato d’ispirazione per tutti coloro che sono consapevoli che la nonviolenza non è né rinuncia né rassegnazione, ma è  la condizione minima e necessaria affinché l’essere umano  possa prendersi cura di se stesso, degli altri, della casa comune, riparare le ferite inferte all’Ubuntu e  così sperare di compiere quel salto evolutivo che lo faccia uscire dalla barbarie.” “Una storia e una ricetta”, aggiunge Annabella Coiro, che possono portarci a rivedere la nostra scala di valori e a pretendere un cambiamento da noi stessi e dalle istituzioni, in un momento storico in cui il rispetto dell’ambiente e quello dei diritti devono andare di pari passo, per non lasciare nessuno indietro. Un messaggio che parla anche di nonviolenza e di educazione, perché richiama la necessità di costruire una cultura della responsabilità, della cura e del rispetto verso gli altri, il territorio e le generazioni future”. “Non è la storia di un supereroe che salva una comunità, ma di una comunità che si salva da sola.” dice Claudio Zappalà, regista dello spettacolo. Il metodo della maieutica reciproca, messo in atto da Danilo Dolci, ispira la compagnia Barbe à Papa Teatro che nel suo lavoro mette in pratica la maieutica teatrale: un esercizio di comunità che si realizza attraverso il teatro e che ha al centro la creazione di una grande rete che si fonda sui valori del mutualismo e della cooperazione umana. Seguirà un breve incontro con Annabella Coiro del Centro di Nonviolenza Attiva e membro del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci e Totò Galati co-fondatore di Barbe à Papa Teatro, che inviteranno il pubblico a riflettere sul cambiamento possibile e sulla responsabilità personale e collettiva per una trasformazione nonviolenta. La partecipazione è gratuita grazie al sostegno del  Borgo Danilo Dolci e del Centro di Nonviolenza Attiva di Milano. Link per prenotare: https://forms.gle/dSmZMpJkn7Hyxae59 Per saperne di più sulla Humanweek  1-4 ottobre 2026:  www.humanzone.org         Giorgio Schultze
September 12, 2026
Pressenza
“100 libri per la nonviolenza” a Milano, il 23‑24‑25 settembre
L’iniziativa è dedicata alla diffusione della nonviolenza e del disarmo unilaterale teorizzato da Carlo Cassola, “il primo passo nella direzione giusta”: per sostanziare una cultura pacifista adatta al XXI Secolo e alle sue enormi sfide, attinenti alla sopravvivenza stessa della nostra specie. L’obiettivo è offrire a scuole, associazioni e istituzioni un percorso di riflessione e formazione capace di generare relazioni, pratiche e comunità che preparino la pace attraverso la via disarmata e disarmante: la nonviolenza poietica e terrestre, concreta e trasformativa. L’elenco dei 100 libri proposti nella rassegna è in elaborazione. Attualmente sono indicati: SEZIONE 1 – LA NONVIOLENZA POIETICA IN 6 TITOLI * Memoria e futuro * Antifascismo e nonviolenza * La guerra nucleare spiegata a Greta * La follia del nucleare (I edizione) * La follia del nucleare (II edizione) * Il Festival della nonviolenza poietica a Comiso (luglio 2025) SEZIONE 2 – I MAESTRI DELLA NONVIOLENZA: LA SELEZIONE ESSENZIALE * Henry David Thoreau – La disobbedienza civile * Lev Tolstoj * Mahatma Gandhi * Martin Luther King Jr. – La forza di amare * Aldo Capitini – Le tecniche della nonviolenza * Carlo Cassola – La rivoluzione disarmista * Don Lorenzo Milani – L’obbedienza non è più una virtù * Alberto L’Abate * Gene Sharp – Politica dell’azione nonviolenta * Danilo Dolci * Lanza del Vasto * Giuliano Pontara * Erich Fromm SEZIONE 3 – NONVIOLENZA E RELIGIONI * Raimon Panikkar * Thich Nhat Hanh – Essere pace * Thomas Merton – Fede e violenza * Abraham J. Eschel – L’uomo non è solo * Dalai Lama – L’arte della compassione * Kumar – La via dei giainismo * Vandana Shiva – Ritorno alla Terra * Bede Griffiths – Il matrimonio tra Oriente e Occidente * Hildegard Goss-Mayr – O osare la pace o non esistere SEZIONE 4 – NONVIOLENZA E FEMMINISMO * Virginia Woolf – Le tre ghinee * Carol Gilligan – Con voce di donna * Vandana Shiva * Elena Dakota – La nonviolenza delle donne * Sara Ruddick – Pensiero materno * Judith Butler – La forza della nonviolenza * Arundhaty Roy – Guida alla nonviolenza per la gente comune * Lidia Menapace – Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo SEZIONE 5 – OBIEZIONE, TRANSARMO E DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA * Jean Marie Muller * Gene Sharp – Verso una Unione Europea disarmata * Joahn Galtung – Ci sono alternative * Pietro Pinna * Antonino Drago – La difesa popolare nonviolenta SEZIONE 6 – ECONOMIA NONVIOLENTA * EF Schumacher – Piccolo è bello * Serge Latouche – La scommessa della decrescita * Jeremy Rifkin * Vandana Shiva * Amartya Sen * Herman Daly – Lo stato stazionario * Murray Bookchin – L’ecologia della libertà SEZIONE 7 – LA VOCE DEGLI OPPRESSI. NONVIOLENZA E INGIUSTIZIA GLOBALE * Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva, a cura di Daniela Bezzi * Amos Oz –Resta ancora tanto da dire. L’ultima lezione * Yossi Klein Halevi – Lettere al mio vicino palestinese SEZIONE 8 – LA NONVIOLENZA SULLA QUESTIONE ENERGETICA, CLIMATICA ED ECOLOGICA * Papa Francesco – Enciclica Laudato Si’ * Maurizio Torrealta – Il segreto delle tre pallottole. Intervista a Del Giudice * Luciano Benini SEZIONE 9 – LA BELLEZZA CHE DISARMA. ARTE CULTURA ED EDUCAZIONE * Lev Tolstoy – Che cosa è l’arte? * Montessori * Rodari * B. Brecht – L’abiura di Galileo * Don Lorenzo Milani – Lettere a una professoressa * Daniele Novara – La grammatica del conflitto SEZIONE 10 – LA PAROLA COME CANTIERE. COMUNICAZIONE E AZIONE POLITICA * Rosenberg * Paulo Freire * Pat Patfoot LA NONVIOLENZA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE * Papa Leone XIV –  Enciclica Magnifica Humanitas LA NONVIOLENZA NEI FUMETTI E PER I PIU’ PICCOLI * Persepolis   100 libri per la nonviolenza sarà in svolgimento negli spazi di ChiAmaMilano (Milano – via Laghetto, 2) nelle giornate di mercoledì 23, giovedì 24 e venerdì 25 settembre. INFORMAZIONI e CONTATTI : alfiononuke@gmail.com / +39 340 073 6871     Disarmisti Esigenti
August 25, 2026
Pressenza
Daniela Dolci. Il senso profondo e molto pratico dietro al recupero del Borgo di Danilo a Trappeto
In provincia di Palermo si trova uno dei luoghi simbolo della nonviolenza in Italia, dove sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia. Abbandonato dopo la sua morte, nel 1997, è tornato dopo mille peripezie a essere un laboratorio di iniziative. L’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano è stata la principale artefice della rinascita. L’abbiamo intervistata. Si chiama “Palpitare di nessi” ed è un festival speciale, sia per i temi che affronta (quest’anno la terza edizione “Legalità e disobbedienza” tenutasi dal 25 al 28 giugno) sia per il luogo nel quale si tiene: il “Borgo di Dio”, oggi Borgo Danilo Dolci, a Trappeto, in provincia di Palermo. Il Borgo è uno dei luoghi simbolo della cultura e della pratica della nonviolenza in Italia: lì sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia, si sono tenuti incontri e seminari che hanno fatto la storia dell’azione sociale in Italia. Un luogo simbolo che per molti anni, dopo la morte di Danilo nel 1997, è stato abbandonato, degradandosi. Poi è rinato e da qualche anno è tornato a essere un laboratorio di idee e di buone pratiche, secondo la sua vocazione. Daniela Dolci, l’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano, è stata la principale artefice della rinascita. Daniela Dolci, come ha cominciato e perché? Presi a occuparmi del Borgo nel 2021. Era chiuso e cadente da tanti anni. Cominciai con i problemi catastali, legati alla proprietà divisa fra noi fratelli, i sette figli di Danilo, noi cinque figli di Vincenzina e i due “svedesi”, nati con il secondo matrimonio di papà. Ma nel 2023 il Borgo è stato nuovamente vandalizzato. Tutte le porte scardinate, una cosa terribile. Erano stati dei ragazzini del paese, agivano per disperazione, vedevano il luogo abbandonato ed esprimevano in quel modo il loro disagio. Pensammo di doverli coinvolgere, di applicare il metodo maieutico e così li invitammo a partecipare a degli incontri ogni giorno per una settimana. All’inizio ne vennero solo tre, ci mettemmo in cerchio e cominciammo a parlare dell’aggressione a questo bellissimo luogo. Ci dissero che in paese a Trappeto c’erano due bande rivali e ognuna voleva mostrare all’altra d’essere più forte, per cui si mettevano a “fare i Rambo”, a spaccare tutto. Sullo sfondo c’era la frustrazione di vivere in un paese senza luoghi di ritrovo, privo di infrastrutture per i ragazzi. Il secondo giorno ne vennero cinque, il terzo otto, alla fine erano venti. Con me c’erano mia sorella Libera e Orazio, ex responsabile del Borgo. Abbiamo parlato insieme a quei ragazzini del nostro progetto di recupero: “Noi vogliamo restaurarlo per voi, per il territorio, se invece di distruggerlo ci aiuterete a rimetterlo in sesto”. Ora questi ragazzini sono corresponsabili del Borgo. E anche altri ragazzi del paese frequentano la struttura, partecipano alle attività ludiche e ricreative che facciamo. C’è anche un’università popolare: abbiamo ripreso un’esperienza degli anni Settanta e Ottanta che poi era cessata con la morte del Borgo. Abbiamo 30 iscritte, quasi tutte donne. Una recente attività con i ragazzi di Trappeto al Borgo Danilo Dolci © Daniela Dolci Da dove sono arrivati i finanziamenti per il recupero della struttura? Dalla Svizzera, dove abito da cinquant’anni. Ho fatto una carriera musicale molto intensa come clavicembalista e direttrice d’orchestra, sono specialista nella musica del Sei-Settecento. Ho fatto anche esperienza di management per sostenere la mia orchestra. In Svizzera c’è una grande tradizione di mecenatismo, specialmente a Basilea, dove vivo. Per trent’anni la mia orchestra è stata sostenuta da mecenati locali. A un certo punto, nel periodo della pandemia da Covid-19, ho detto loro che avrei cessato l’attività musicale e mi sarei dedicata al recupero del Borgo, perché era inaccettabile perdere un gioiello del genere. Sul momento sono rimasti un po’ spiazzati, anzi rimaste perché sono soprattutto donne, ma poi mi hanno voluto sostenere e così è partito il progetto. Ho raccolto circa un milione di euro. Abbiamo restaurato una parte delle strutture e il Borgo ha potuto riprendere le sue attività, ospitare corsi, seminari e convegni. E c’è finalmente un custode. L’anno scorso, per esempio, si è tenuto qui un seminario residenziale su Paulo Freire, sono venuti gruppi legati agli scambi Erasmus. Poi ci sono associazioni che invece di cercare spazi a Palermo vengono qui per le loro attività e ci garantiscono anche delle entrate. Il Borgo sta rinascendo. Certo, non è ancora al suo meglio: l’unico reale spazio di riunione è la Sala mensa, che è molto spaziosa e di fatto è ora una Sala polivalente. Ma stiamo programmando il recupero anche degli altri edifici: avremo tre altre sale riunioni, l’auditorium e la casa di famiglia nella quale abitavamo diventerà archivio e museo. Poi c’è la casa che Danilo fece costruire nel 1952 e donò al Comune, che ce l’ha concessa in comodato d’uso. Ora stiamo lavorando con gli avvocati alla nascita della Fondazione, mettendo d’accordo tutti noi fratelli, e questo ci darà altre opportunità: potremo accedere anche a fondi pubblici. Nel Borgo Danilo Dolci di Trappeto (Palermo) © Duccio Facchini Che ricordi ha della sua vita qui al Borgo? È stato un periodo estremamente intenso, bellissimo. Eravamo una famiglia molto coesa, grazie soprattutto a mia madre Vincenzina, che si è dedicata tantissimo sia alla famiglia sia al lavoro di Danilo. Se non ci fosse stata lei, il lavoro di mio padre non sarebbe stato quello che è stato. Mia sorella Libera ha scritto un bellissimo libro su nostra madre, “Vincenzina, mi chiamo Vincenzina” (Dante & Descartes, 2025). Il Borgo per noi era un paradiso terrestre nel vero senso della parola, nonostante tutti i problemi economici e giudiziari che avevamo. Danilo era spesso in carcere, o era impegnato con i suoi processi, avevamo pochi soldi, ma c’era sempre il sentimento di riuscire a realizzare un grande progetto tutti insieme; c’era un grande senso di comunità. Al Borgo veniva tanta gente da tutta Italia e anche dall’estero. Spesso erano personaggi straordinari. Ne ricorda qualcuno in particolare? Al Borgo sono venuti personaggi importanti e molto famosi, come i due psicologi Otto Klineberg ed Erich Fromm, ma io ero piccola e per me il criterio di valutazione era la simpatia. Non mi importava della fama. Di quel periodo ricordo soprattutto le tante attività, come i seminari musicali che frequentavamo da bambini. Non è un caso se tre dei figli di Danilo sono diventati musicisti, me compresa. Ma c’erano anche i corsi di ceramica, i mosaici e poi la maieutica. Ricordo tutta la fase preparatoria per far nascere la Scuola di Mirto. Un seminario maieutico nella Sala mensa del Borgo © Daniela Dolci  Che tipo di attività è stata? Ricordo incontri ai quali partecipavano insegnanti, esperti, genitori e anche noi bambini, per cui mi vedo a filosofare con tutti gli altri nei gruppi di lavoro. Sono stati anni importantissimi per me e per tanti altri: straordinariamente formativi, era una scuola veramente unica. Che cosa le ha lasciato personalmente? Un seme particolarmente sano, che poi ha potuto svilupparsi in Svizzera, in un ambiente particolarmente fruttuoso per la musica. Daniela Dolci Com’è arrivata in Svizzera? In casa nostra la musica aveva un grande spazio. Danilo suonava benissimo il pianoforte e tutti gli strumenti a tastiera. La domenica passava ore a suonare l’organo, il pianoforte, il clavicembalo e desiderava che noi figli iniziassimo il più presto possibile a suonare qualche strumento. Ma avevamo pochi soldi, procurarsi un violino o un violoncello era complicato, e così abbiamo cominciato con il flauto. Suonava anche mia madre: abbiamo fatto quintetti, sestetti, settetti, anche se il repertorio era molto limitato. Ma io alla fine sono arrivata al clavicembalo così, attraverso il repertorio barocco. A quel tempo volevo andare oltre il flauto dolce, ma qui in Sicilia non avevamo grandi possibilità. Durante le vacanze estive trascorrevamo però dei periodi anche lunghi a casa di amici, nel Nord Italia o all’estero, e io e mia sorella Chiara un’estate andammo a Berna da un’amica pianista. Un giorno questa amica ci portò a un concerto per flauto dolce e clavicembalo e io mi innamorai subito di questo strumento. Avevamo pochi soldi, ma alla fine Danilo riuscì a trovare un clavicembalo a buon prezzo e lo fece venire in Sicilia dalla Germania, da Norimberga. Come riuscì a pagarlo, non so dirlo, ma lui riusciva sempre a trovare una soluzione, grazie ai tanti amici che aveva. Il murales dedicato a Danilo Dolci a Trappeto (Palermo) © Alberto Lo Bianco / Fotogramma / IPA Lei alla fine non è rimasta in Sicilia. In realtà ero andata a Basilea per studiare clavicembalo seriamente, ma ero convintissima di tornare in Sicilia e proseguire il lavoro sociale che si faceva a Trappeto. Poi conobbi Peter, il mio futuro marito, e mi trovai in difficoltà. Non volevo perdere questo legame, d’altronde per lui era impossibile seguirmi in Sicilia. Chiamai papà e gli dissi: ho un problema enorme, devi aiutarmi. Gli spiegai tutto e lui mi disse: questa è una decisione che puoi prendere solo tu, io ti posso solo garantire che i ponti si possono costruire ovunque. Questa risposta fu un lampo di genio per me in quel momento. Rimasi in Svizzera e lì ho costruito un ponte con la Sicilia. Danilo aveva un rapporto stretto con la Svizzera, veniva spesso per incontri e conferenze e io ero presidente del comitato svizzero che raccoglieva soldi per il Borgo e la Scuola di Mirto. Dal 2022 c’è un nuovo comitato che sostiene la rinascita del Borgo. Che rapporto ha avuto con suo padre? È stato un rapporto splendido, su più livelli, perché ero sua figlia, ma anche una sua collaboratrice, e quindi abbiamo avuto un’intesa particolarmente profonda. Per me e le mie sorelle è stato più facile avere un bel rapporto con lui rispetto ai nostri fratelli: per loro, da maschi, la relazione era più conflittuale, avendo Danilo una personalità così forte. Poi c’è stata la separazione da Vincenzina: quello è stato un trauma molto doloroso e forse alcuni dei miei fratelli non lo hanno mai davvero superato. Per me è stato diverso: vivevo lontano e avevo con Danilo un rapporto da figlia ma anche da collaboratrice, come ho detto. Per i miei fratelli, avendo vissuto un’infanzia e un’adolescenza talmente ricchi, è stato complicato, me ne rendo conto. Una vista su Trappeto (Palermo) dal Borgo Danilo Dolci © Duccio Facchini Che cosa la colpisce di più, oggi, del lavoro di suo padre? La sua capacità di stabilire nessi fortissimi, anche all’estero, in un’epoca nella quale non c’erano né computer né tanto meno internet o social network. Erano nati gruppi di sostegno in Svizzera, in Germania, nel Nord Europa, poi anche negli Stati Uniti e in Sudamerica. Ogni tanto mi chiedo: ma come caspita ha fatto, lui che nemmeno sapeva scrivere a macchina? Il suo segreto era il telefono. Chiamava continuamente, a tutte le ore, teneva vivi i contatti. E poi, ovviamente, scriveva tante lettere. Qual è la sua percezione sulla presenza di suo padre nella cultura e nella memoria sociale oggi in Italia? A me pare che ci sia un grande revival. Sono usciti negli ultimi anni molti libri su di lui e sono stati ristampati i suoi testi. Ci sono stati dei documentari. Su questo fronte hanno fatto un ottimo lavoro Giuseppe Barone, Alberto Castiglione e mio fratello Amico. E anche il progetto di recupero del Borgo ha suscitato grande attenzione. La figura di Danilo oggi è presente nelle università e fra i giovani è di nuovo molto più viva rispetto a venti o anche dieci anni fa. Qual è per lei il lascito più importante di Danilo Dolci? Sicuramente lo spirito di comunità, la diffusione della consapevolezza che agendo insieme, con il metodo della nonviolenza, è possibile cambiare le cose, imprimere una svolta decisiva al corso degli eventi. Se c’è un appunto che posso fare, rispetto ai discorsi che si fanno oggi attorno a Danilo, è che le parole non bastano. Lui era concentrato sull’attuazione delle idee e dei progetti. In questo era davvero un architetto: era bravissimo nell’analisi, ma era soprattutto capace di trovare, insieme agli altri, anche delle soluzioni concrete ai problemi che via via emergevano. Mio padre diceva sempre che la maggior parte della gente parla tantissimo e poi però le parole restano solamente parole e le parole sono chiacchiere.  Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”, “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria” altreconomia
August 19, 2026
Pressenza