Daniela Dolci. Il senso profondo e molto pratico dietro al recupero del Borgo di Danilo a TrappetoIn provincia di Palermo si trova uno dei luoghi simbolo della nonviolenza in
Italia, dove sono state pensate e organizzate le azioni più importanti
dell’esperienza di Dolci in Sicilia. Abbandonato dopo la sua morte, nel 1997, è
tornato dopo mille peripezie a essere un laboratorio di iniziative. L’ultima dei
cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano è stata la principale
artefice della rinascita. L’abbiamo intervistata.
Si chiama “Palpitare di nessi” ed è un festival speciale, sia per i temi che
affronta (quest’anno la terza edizione “Legalità e disobbedienza” tenutasi dal
25 al 28 giugno) sia per il luogo nel quale si tiene: il “Borgo di Dio”, oggi
Borgo Danilo Dolci, a Trappeto, in provincia di Palermo.
Il Borgo è uno dei luoghi simbolo della cultura e della pratica della
nonviolenza in Italia: lì sono state pensate e organizzate le azioni più
importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia, si sono tenuti incontri e
seminari che hanno fatto la storia dell’azione sociale in Italia. Un luogo
simbolo che per molti anni, dopo la morte di Danilo nel 1997, è stato
abbandonato, degradandosi. Poi è rinato e da qualche anno è tornato a essere un
laboratorio di idee e di buone pratiche, secondo la sua vocazione. Daniela
Dolci, l’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano, è stata
la principale artefice della rinascita.
Daniela Dolci, come ha cominciato e perché?
Presi a occuparmi del Borgo nel 2021. Era chiuso e cadente da tanti anni.
Cominciai con i problemi catastali, legati alla proprietà divisa fra noi
fratelli, i sette figli di Danilo, noi cinque figli di Vincenzina e i due
“svedesi”, nati con il secondo matrimonio di papà. Ma nel 2023 il Borgo è stato
nuovamente vandalizzato. Tutte le porte scardinate, una cosa terribile. Erano
stati dei ragazzini del paese, agivano per disperazione, vedevano il luogo
abbandonato ed esprimevano in quel modo il loro disagio. Pensammo di doverli
coinvolgere, di applicare il metodo maieutico e così li invitammo a partecipare
a degli incontri ogni giorno per una settimana. All’inizio ne vennero solo tre,
ci mettemmo in cerchio e cominciammo a parlare dell’aggressione a questo
bellissimo luogo. Ci dissero che in paese a Trappeto c’erano due bande rivali e
ognuna voleva mostrare all’altra d’essere più forte, per cui si mettevano a
“fare i Rambo”, a spaccare tutto.
Sullo sfondo c’era la frustrazione di vivere in un paese senza luoghi di
ritrovo, privo di infrastrutture per i ragazzi. Il secondo giorno ne vennero
cinque, il terzo otto, alla fine erano venti. Con me c’erano mia sorella Libera
e Orazio, ex responsabile del Borgo. Abbiamo parlato insieme a quei ragazzini
del nostro progetto di recupero: “Noi vogliamo restaurarlo per voi, per il
territorio, se invece di distruggerlo ci aiuterete a rimetterlo in sesto”. Ora
questi ragazzini sono corresponsabili del Borgo. E anche altri ragazzi del paese
frequentano la struttura, partecipano alle attività ludiche e ricreative che
facciamo. C’è anche un’università popolare: abbiamo ripreso un’esperienza degli
anni Settanta e Ottanta che poi era cessata con la morte del Borgo. Abbiamo 30
iscritte, quasi tutte donne.
Una recente attività con i ragazzi di Trappeto al Borgo Danilo Dolci © Daniela
Dolci
Da dove sono arrivati i finanziamenti per il recupero della struttura?
Dalla Svizzera, dove abito da cinquant’anni. Ho fatto una carriera musicale
molto intensa come clavicembalista e direttrice d’orchestra, sono specialista
nella musica del Sei-Settecento. Ho fatto anche esperienza di management per
sostenere la mia orchestra. In Svizzera c’è una grande tradizione di
mecenatismo, specialmente a Basilea, dove vivo. Per trent’anni la mia orchestra
è stata sostenuta da mecenati locali. A un certo punto, nel periodo della
pandemia da Covid-19, ho detto loro che avrei cessato l’attività musicale e mi
sarei dedicata al recupero del Borgo, perché era inaccettabile perdere un
gioiello del genere. Sul momento sono rimasti un po’ spiazzati, anzi rimaste
perché sono soprattutto donne, ma poi mi hanno voluto sostenere e così è partito
il progetto. Ho raccolto circa un milione di euro. Abbiamo restaurato una parte
delle strutture e il Borgo ha potuto riprendere le sue attività, ospitare corsi,
seminari e convegni. E c’è finalmente un custode. L’anno scorso, per esempio, si
è tenuto qui un seminario residenziale su Paulo Freire, sono venuti gruppi
legati agli scambi Erasmus. Poi ci sono associazioni che invece di cercare spazi
a Palermo vengono qui per le loro attività e ci garantiscono anche delle
entrate.
Il Borgo sta rinascendo. Certo, non è ancora al suo meglio: l’unico reale spazio
di riunione è la Sala mensa, che è molto spaziosa e di fatto è ora una Sala
polivalente. Ma stiamo programmando il recupero anche degli altri edifici:
avremo tre altre sale riunioni, l’auditorium e la casa di famiglia nella quale
abitavamo diventerà archivio e museo. Poi c’è la casa che Danilo fece costruire
nel 1952 e donò al Comune, che ce l’ha concessa in comodato d’uso. Ora stiamo
lavorando con gli avvocati alla nascita della Fondazione, mettendo d’accordo
tutti noi fratelli, e questo ci darà altre opportunità: potremo accedere anche a
fondi pubblici.
Nel Borgo Danilo Dolci di Trappeto (Palermo) © Duccio Facchini
Che ricordi ha della sua vita qui al Borgo?
È stato un periodo estremamente intenso, bellissimo. Eravamo una famiglia molto
coesa, grazie soprattutto a mia madre Vincenzina, che si è dedicata tantissimo
sia alla famiglia sia al lavoro di Danilo. Se non ci fosse stata lei, il lavoro
di mio padre non sarebbe stato quello che è stato. Mia sorella Libera ha scritto
un bellissimo libro su nostra madre, “Vincenzina, mi chiamo Vincenzina” (Dante &
Descartes, 2025). Il Borgo per noi era un paradiso terrestre nel vero senso
della parola, nonostante tutti i problemi economici e giudiziari che avevamo.
Danilo era spesso in carcere, o era impegnato con i suoi processi, avevamo pochi
soldi, ma c’era sempre il sentimento di riuscire a realizzare un grande progetto
tutti insieme; c’era un grande senso di comunità. Al Borgo veniva tanta gente da
tutta Italia e anche dall’estero. Spesso erano personaggi straordinari.
Ne ricorda qualcuno in particolare?
Al Borgo sono venuti personaggi importanti e molto famosi, come i due psicologi
Otto Klineberg ed Erich Fromm, ma io ero piccola e per me il criterio di
valutazione era la simpatia. Non mi importava della fama. Di quel periodo
ricordo soprattutto le tante attività, come i seminari musicali che
frequentavamo da bambini. Non è un caso se tre dei figli di Danilo sono
diventati musicisti, me compresa. Ma c’erano anche i corsi di ceramica, i
mosaici e poi la maieutica. Ricordo tutta la fase preparatoria per far nascere
la Scuola di Mirto.
Un seminario maieutico nella Sala mensa del Borgo © Daniela Dolci
Che tipo di attività è stata?
Ricordo incontri ai quali partecipavano insegnanti, esperti, genitori e anche
noi bambini, per cui mi vedo a filosofare con tutti gli altri nei gruppi di
lavoro. Sono stati anni importantissimi per me e per tanti altri:
straordinariamente formativi, era una scuola veramente unica.
Che cosa le ha lasciato personalmente?
Un seme particolarmente sano, che poi ha potuto svilupparsi in Svizzera, in un
ambiente particolarmente fruttuoso per la musica.
Daniela Dolci
Com’è arrivata in Svizzera?
In casa nostra la musica aveva un grande spazio. Danilo suonava benissimo il
pianoforte e tutti gli strumenti a tastiera. La domenica passava ore a suonare
l’organo, il pianoforte, il clavicembalo e desiderava che noi figli iniziassimo
il più presto possibile a suonare qualche strumento. Ma avevamo pochi soldi,
procurarsi un violino o un violoncello era complicato, e così abbiamo cominciato
con il flauto. Suonava anche mia madre: abbiamo fatto quintetti, sestetti,
settetti, anche se il repertorio era molto limitato. Ma io alla fine sono
arrivata al clavicembalo così, attraverso il repertorio barocco. A quel tempo
volevo andare oltre il flauto dolce, ma qui in Sicilia non avevamo grandi
possibilità. Durante le vacanze estive trascorrevamo però dei periodi anche
lunghi a casa di amici, nel Nord Italia o all’estero, e io e mia sorella Chiara
un’estate andammo a Berna da un’amica pianista. Un giorno questa amica ci portò
a un concerto per flauto dolce e clavicembalo e io mi innamorai subito di questo
strumento. Avevamo pochi soldi, ma alla fine Danilo riuscì a trovare un
clavicembalo a buon prezzo e lo fece venire in Sicilia dalla Germania, da
Norimberga. Come riuscì a pagarlo, non so dirlo, ma lui riusciva sempre a
trovare una soluzione, grazie ai tanti amici che aveva.
Il murales dedicato a Danilo Dolci a Trappeto (Palermo) © Alberto Lo Bianco /
Fotogramma / IPA
Lei alla fine non è rimasta in Sicilia.
In realtà ero andata a Basilea per studiare clavicembalo seriamente, ma ero
convintissima di tornare in Sicilia e proseguire il lavoro sociale che si faceva
a Trappeto. Poi conobbi Peter, il mio futuro marito, e mi trovai in difficoltà.
Non volevo perdere questo legame, d’altronde per lui era impossibile seguirmi in
Sicilia. Chiamai papà e gli dissi: ho un problema enorme, devi aiutarmi. Gli
spiegai tutto e lui mi disse: questa è una decisione che puoi prendere solo tu,
io ti posso solo garantire che i ponti si possono costruire ovunque. Questa
risposta fu un lampo di genio per me in quel momento. Rimasi in Svizzera e lì ho
costruito un ponte con la Sicilia. Danilo aveva un rapporto stretto con la
Svizzera, veniva spesso per incontri e conferenze e io ero presidente del
comitato svizzero che raccoglieva soldi per il Borgo e la Scuola di Mirto. Dal
2022 c’è un nuovo comitato che sostiene la rinascita del Borgo.
Che rapporto ha avuto con suo padre?
È stato un rapporto splendido, su più livelli, perché ero sua figlia, ma anche
una sua collaboratrice, e quindi abbiamo avuto un’intesa particolarmente
profonda. Per me e le mie sorelle è stato più facile avere un bel rapporto con
lui rispetto ai nostri fratelli: per loro, da maschi, la relazione era più
conflittuale, avendo Danilo una personalità così forte. Poi c’è stata la
separazione da Vincenzina: quello è stato un trauma molto doloroso e forse
alcuni dei miei fratelli non lo hanno mai davvero superato. Per me è stato
diverso: vivevo lontano e avevo con Danilo un rapporto da figlia ma anche da
collaboratrice, come ho detto. Per i miei fratelli, avendo vissuto un’infanzia e
un’adolescenza talmente ricchi, è stato complicato, me ne rendo conto.
Una vista su Trappeto (Palermo) dal Borgo Danilo Dolci © Duccio Facchini
Che cosa la colpisce di più, oggi, del lavoro di suo padre?
La sua capacità di stabilire nessi fortissimi, anche all’estero, in un’epoca
nella quale non c’erano né computer né tanto meno internet o social network.
Erano nati gruppi di sostegno in Svizzera, in Germania, nel Nord Europa, poi
anche negli Stati Uniti e in Sudamerica. Ogni tanto mi chiedo: ma come caspita
ha fatto, lui che nemmeno sapeva scrivere a macchina? Il suo segreto era il
telefono. Chiamava continuamente, a tutte le ore, teneva vivi i contatti. E poi,
ovviamente, scriveva tante lettere.
Qual è la sua percezione sulla presenza di suo padre nella cultura e nella
memoria sociale oggi in Italia?
A me pare che ci sia un grande revival. Sono usciti negli ultimi anni molti
libri su di lui e sono stati ristampati i suoi testi. Ci sono stati dei
documentari. Su questo fronte hanno fatto un ottimo lavoro Giuseppe Barone,
Alberto Castiglione e mio fratello Amico. E anche il progetto di recupero del
Borgo ha suscitato grande attenzione. La figura di Danilo oggi è presente nelle
università e fra i giovani è di nuovo molto più viva rispetto a venti o anche
dieci anni fa.
Qual è per lei il lascito più importante di Danilo Dolci?
Sicuramente lo spirito di comunità, la diffusione della consapevolezza che
agendo insieme, con il metodo della nonviolenza, è possibile cambiare le cose,
imprimere una svolta decisiva al corso degli eventi. Se c’è un appunto che posso
fare, rispetto ai discorsi che si fanno oggi attorno a Danilo, è che le parole
non bastano. Lui era concentrato sull’attuazione delle idee e dei progetti. In
questo era davvero un architetto: era bravissimo nell’analisi, ma era
soprattutto capace di trovare, insieme agli altri, anche delle soluzioni
concrete ai problemi che via via emergevano. Mio padre diceva sempre che la
maggior parte della gente parla tantissimo e poi però le parole restano
solamente parole e le parole sono chiacchiere.
Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia
ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”,
“Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria”
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