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CEUTA: DEPORTAZIONI FORZATE E VIOLENZE DELLA POLIZIA
Tra il 30 e il 31 luglio tra le 60.000 e le 80.000 persone hanno attraversato il confine del Marocco a Ceuta in 24 ore. Madrid ha dispiegato esercito, polizia e servizi di emergenza. Centinaia di migranti sono rimasti nella città di appena 80.000 abitanti. Da allora ad oggi le violenze istituzionali non si sono mai fermate e già dal primo agosto si parlava di almeno 80 morti.  Il Centro di Permanenza Temporanea per Migranti (CETI) di Ceuta fin da subito è stato insufficiente a coprire il numero di persone che necessitavano di accoglienza e ha rapidamente superato il limite di sovraffollamento. La questione è particolarmente grave a fronte del grandissimo numero di minori tuttora per strada, condizione che espone ulteriormente alle aggressioni per mano di ronde fasciste e della polizia.  Nella chiamata internazionale di solidarietà la brigata testimonia: “Vi è un totale abbandono da parte delle istituzioni; le persone vivono in condizioni estremamente dure, prive di accesso ai beni di prima necessità e costrette a subire torture e violenze, giorno e notte, per mano dell’esercito, della polizia e di gruppi organizzati di residenti fascisti” Ne parliamo con Federica di Brigades de Apoyo Mutuo Ceuta: Alle spalle di questa migrazione di massa vi è la butade politica tra Spagna e Marocco circa la volontà delle autorità marocchine di blindare l’occupazione illegale del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola. Motivo che ha spinto le forze di sicurezza marocchine ad aprire la frontiera, come testimoniato dai migranti che raccontano di essere stati indirizzati verso il confine proprio dalla polizia. Già nel maggio 2021, l’apparato securitario marocchino permise l’ingresso immediato di oltre diecimila persone a Ceuta, quando la Spagna concesse l’accoglienza umanitaria al segretario generale del Fronte Polisario e presidente della Repubblica Saharawi. Il Fronte, sostenuto dall’Algeria, rivendica l’indipendenza del popolo saharawi. Nel 2022 nuovamente furono aperte le frontiere, questa volta a Melilla, mentre Madrid cambiava posizione in relazione al piano di autonomia marocchino. La reazione del governo spagnolo fu immediata: Sánchez riconobbe il piano per il Sahara occidentale. La vicenda dimostra la violenza della pratica di esternalizzazione delle frontiere dei governi europei e della delega della violenza repressiva del contenimento delle migrazioni, divenuta strumento di ricatto e le vite delle persone migranti strumenti per una “guerra ibrida” tra stati. Foto di copertina di Brigades de Apoyo Mutuo
October 9, 2026
Radio Blackout - Info
L’ipocrisia dell’Unione europea a proposito di Afghanistan
Mentre continua a proclamarsi campione dei diritti umani, l’Unione europea ha compiuto uno dei passi più controversi degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che rischia di trasformare la Realpolitik europea in una resa alle richieste del regime. Il 23 giugno una delegazione di cinque rappresentanti talebani, guidata dal portavoce del ministero degli Esteri Abdul Qahar Balkhi, è stata ricevuta a Bruxelles per colloqui definiti ufficialmente “tecnici”. Secondo la Commissione europea, l’obiettivo era discutere il rimpatrio dei cittadini afghani privi del diritto di soggiorno nell’UE. La versione dei Talebani, però, parla di ripristino dei servizi consolari, misure di fiducia reciproca e nuove forme di cooperazione. Non semplici procedure amministrative, dunque, ma un dialogo con un’evidente dimensione politica. Ed è proprio qui che emerge la contraddizione europea. Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di normalizzazione con il regime sarebbe stata subordinata al rispetto dei diritti umani, alla tutela delle donne e alla formazione di un governo inclusivo. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno progressivamente cancellato i diritti delle donne, instaurando un sistema che la stessa Unione europea definisce ormai apertamente un apartheid di genere. Eppure oggi sceglie di aprire un canale di interlocuzione con quel medesimo regime. La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più critiche: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato è che il regime può accedere alle istituzioni europee senza aver modificato di una virgola le proprie politiche repressive. Per Kabul l’obiettivo non è soltanto ottenere accordi amministrativi, ma conquistare legittimità internazionale. Dopo quasi cinque anni di isolamento, essere ricevuti a Bruxelles rappresenta un risultato politico e propagandistico di enorme valore. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato questo rischio. Amnesty International ha definito “sconsiderata” la prospettiva di costruire accordi sui rimpatri con un regime responsabile di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Anche un gruppo di eurodeputati, ex parlamentari afghani e attivisti ha ricordato che i Talebani non hanno rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per avviare relazioni ufficiali, avvertendo che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in uno scambio tra concessioni diplomatiche e controllo dei flussi migratori. La questione appare ancora più problematica se si considera che le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni in Afghanistan. Il relatore speciale dell’ONU Richard Bennett ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura e che nessuna garanzia offerta dalle autorità talebane può essere considerata sufficiente. Eppure, mentre l’ONU ribadisce questi principi, l’Unione europea ha approvato un nuovo regolamento che rende più rapide e uniformi le procedure di rimpatrio dei migranti irregolari. Come può Bruxelles sostenere che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano, ma abbastanza sicuro da rimpatriarvi migliaia di persone? Dietro questa contraddizione pesa la crescente pressione politica interna sul tema dell’immigrazione. Per aumentare i rimpatri dei richiedenti asilo respinti, i Talebani vengono progressivamente trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari. Bruxelles continua a sostenere che questi contatti non equivalgano a un riconoscimento formale. Tecnicamente è vero. Politicamente molto meno. Nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto gli atti ufficiali e ricevere rappresentanti di un regime accusato di repressione sistematica significa attribuirgli una legittimità che va oltre le formule giuridiche. Come ha affermato Richard Bennett, l’incontro di Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Mentre milioni di donne e ragazze restano escluse dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle istituzioni europee come interlocutori. Più che un incontro tecnico, è il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dai Talebani e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da contrastare. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 4, 2026
Pressenza
«Babel»: molti NO, in giro per il mondo
Articoli – anche da ascoltare – dell’ong COSPE, attiva dal 1983. E un festival internazionale (Bologna, Cali, Firenze, Cape Town) in arrivo il 22-23 maggio.   GIOVANI e «NO» Hijar, studentessa fiorentina, lo scorso 8 novembre ha partecipato a un presidio di fronte a una sede del marchio Patrizia Pepe a Montemurlo (Prato) a favore dei lavoratori della stireria Alba.