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CGIL, CISL e UIL partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo SpA
C’era una volta una idea, sarebbe meglio definirla illusione vana, secondo cui il sindacato avrebbe preso coscienza della necessità di riconvertire le imprese di guerra in aziende produttrici dei beni di consumo, dal militare al civile per essere sintetici. Tanti anni fa capimmo che CGIL, CISL e UIL non avrebbero favorito la riconversione, ma si sarebbero invece opposte con tutte le loro forze ad una ipotesi del genere: meglio una produzione nociva per le persone e l’ambiente che la disoccupazione; meglio una produzione di guerra che la chiusura degli impianti. E questo nonostante, come riportavamo in un articolo recente, i dati indichino che a parità di risorse gli investimenti nella protezione ambientale, rispetto a quelli effettuati nel settore militare, genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro. Ma la realtà odierna va ben oltre la più tetra immaginazione, infatti se andiamo a estrapolare un passaggio dal comunicato stampa delle tre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil nel gruppo Leonardo, leggiamo che il rinnovo [della piattaforma sindacale di secondo livello] «si inserisce in un contesto di forte crescita degli ordinativi sia nell’ambito civile che della difesa, e di risultati economici più che positivi per il Gruppo Leonardo, posizionatosi ormai tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Questo successo è il frutto del lavoro quotidiano delle lavoratrici e dei lavoratori che permettono al management di affrontare le sfide del futuro, ed è per questo che l’integrativo avrà la responsabilità di trasformare le aspettative in risposte». Tradotto in linguaggio comprensibile Fiom, Fim e Uilm esultano davanti all’aumento degli ordini e della produzione di Leonardo, la crescita esponenziale del gruppo è stata resa possibile dal coinvolgimento entusiastico delle maestranze senza le quali la multinazionale non avrebbe ottenuto le performances attuali. Se le principali organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo sarà facile comprendere la ragione dell’arretratezza del dibattito attorno alla guerra, all’economia di guerra e alle tecnologie duali. Significativo un ulteriore passaggio del comunicato congiunto: «Si chiede l’istituzione di una Commissione per confrontarsi sull’utilizzo di nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, analizzandone gli impatti sull’occupazione e le professionalità e istituendo un “dividendo tecnologico” in termini di orario o salario». L’Intelligenza Artificiale è essenziale per i nuovi sistemi di guerra, i bombardamenti a Gaza lo dimostrano eloquentemente, eppure i sindacati sono ancora fermi alla valutazione degli effetti della IA, pur sapendo che numerose ricerche attestano la prossima perdita di milioni di posti di lavoro e un utilizzo della stessa in simbiosi con le tecnologie belliche di ultima generazione. Ma la posizione dei tre sindacati è ancor peggiore, perché si specula sulla tecnologia, pur sapendo che un uso della stessa avviene a fini militari. Si pensa perfino a un ritorno economico nelle tasche dei lavoratori. Aumentare la produzione di morte ad ogni costo sperando di ricavarne qualche briciola salariale, è questa la Caporetto della prestigiosa Fiom. Pensare, allora, a questi sindacati come una forza contro la guerra diventa impresa impossibile, come ipotizzare un loro sostegno sindacale alla azione legale intentata da Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia, e a cui si sono unite invece le associazioni A Buon Diritto, Un Ponte Per, ACLI, ARCI, Assopace Palestina, ATTAC Italia e Pax Christi e altre per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo S.p.A. e le sue controllate con lo Stato di Israele. I promotori dell’iniziativa sono convinti che «lo Stato italiano, in qualità di azionista di maggioranza di Leonardo S.p.A., stia venendo meno ai propri obblighi costituzionali e di legge avendo continuato a esportare armamenti verso Israele» sulla base di autorizzazioni che il Governo italiano non ha mai sospeso né revocato. La prossima udienza sarà settimana prossima, il 16 ottobre, in un silenzio stampa che ricorda la scorta mediatica denunciata da Raffaele Oriani. Senza finire ostaggi della retorica costituzionalista si inizia a comprendere la ragione per la quale il Governo voglia rivedere l’impianto della legge 185/1990 che vieterebbe in teoria la fornitura di armamenti a Paesi coinvolti in politiche di guerra e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate a livello internazionale come è il caso di Israele E per restare al ramo metalmeccanico, ricordando l’acquisizione della divisione militare di Iveco, le innumerevoli join venture di Leonardo in giro per il mondo, è di queste ore la notizia dell’ingresso di Ineos Grenadier nel settore della difesa europea con l’acquisto italiano del fuoristrada britannico, una mega commessa che in teoria striderebbe con il sostegno del Governo alle imprese italiane produttrici. Ineos Automotive inizierà le consegne all’Esercito Italiano dall’inizio del 2027 e forse l’acquisto dei mezzi britannici è merce di scambio per altre operazioni ancora ignote. E questo acquisto ci conferma la tendenza a riconvertire produzioni civili in militari. Con l’ordine dell’Esercito Italiano cambia però la dimensione della presenza del marchio nel settore: il Grenadier passa dall’essere un 4×4 civile adattabile agli impieghi istituzionali a una piattaforma scelta direttamente per incarichi militari. Chiudiamo con una ulteriore notizia che libera il campo da ogni equivoco sulla propensione bellicista della Unione Europea con la spesa per la difesa degli Stati membri arrivata ai 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’UE, destinata, da qui a meno di tre anni, a raggiungere i 547 miliardi di euro. Chi avesse ancora dubbi sulla natura guerrafondaia della Unione Europea potrà non crederci andando direttamente alle fonti. 26_09_22-leonardo-ipotesi di piattaformaDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Didattica per la pace: economia della riconversione industriale
Questa puntata di Scuola Resistente su Radio Onda d’Urto, propone di portare in classe il tema della riconversione industriale dall’economia bellica a un’economia di pace, attraverso dati, casi concreti e il superamento di stereotipi e luoghi comuni sul rapporto tra guerra, occupazione e sviluppo economico. Viene approfondito, in particolare, il caso del distretto industriale di Torino, dove la riconversione di settori legati all’automotive verso comparti della filiera bellica, come cyber-security, intelligenza artificiale e droni, viene analizzata criticamente rispetto alle prospettive di occupazione e benessere. > SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DEL 19 SETTEMBRE 2026 La metodologia proposta è fortemente laboratoriale: gli studenti, divisi in sottogruppi e chiamati a rappresentare diversi soggetti sociali (lavoratori, imprese, sindacati, istituzioni, cittadini, ambientalisti, università e industria della difesa), affrontano una situazione-problema e simulano un processo decisionale. L’esercitazione consente di confrontare interessi, costi, occupazione, ambiente, sicurezza e responsabilità sociale, sviluppando capacità di analisi critica e di progettazione di possibili scenari di riconversione e di pace. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle unuiversità -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’oro nero del Sulcis.
Data center a Nuraxi Figus: grandi cifre ma scarse certezze “quelle cose umidicce usate dagli hardware: gli esseri umani.” Riprendiamo da Sardegna Oltre l’intervista di Lisa Ferreli a Francesco Micozzi sul Data Center da realizzare in Sardegna, nell’ex miniera di Nuraxi Figus, Sulcis.   L’oro nero del Sulcis. Sul data center a Nuraxi Figus grandi cifre ma scarse certezze   Lisa
September 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Economia di guerra e riconversione industriale da civile a militare
Per la rubrica il Megafono di Radio Grad a Federico Giusti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università il compito di fare il punto sulla crisi dell’automative e la rapida riconversione in Germania di aziende dell’indotto meccanico in produttrici di sistemi di arma. Anche in Italia il pericolo riconversione militare è in agguato, solo poche settimane fa abbiamo scongiurato la costruzione del drone italiano in Emilia Romagna dove esiste un’ampia rete di laboratori, centri di ricerca e di produzione nel settore meccanico delle due e quattro ruote, un’eccellenza che qualcuno vorrebbe riconvertire a fini militari. La storia di VW è emblematica e propedeutica al capitalismo europeo del riarmo. Siamo alla fine di una lunga storia che aveva visto land e sindacato come argine ai processi di militarizzazione e di ristrutturazione (tagli alla produzione e occupazionali), oggi la crisi del settore potrebbe fare da traino a una feroce riconversione. Clicca qui per ascoltare l’intervista su Radio Grad. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Riconversione dell’automotive a fini militari: dove ci stanno portando?
Lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück, in Germania, sta per essere rilevato dal colosso Rheinmetall per produrre veicoli militari come il KF41 Lynx (probabilmente, assieme all’israeliana Rafael Advanced Defence Systems, produrrà anche mezzi per il trasporto e il lancio di missili1) e seguire in tal modo la sorte toccata ad altri impianti, come quelli di Berlino e di Neuss. In Francia lo storico impianto Fonderie de Bretagne, che produceva componentistica per la Renault, è stato acquisito da Europlasma e sta cominciando la produzione di proiettili da artiglieria (circa un milione all’anno), mentre la Renault inizierà presto a produrre lo scheletro di droni militari a lungo raggio negli stabilimenti di Le Mans e Cléon, nella misura di 600 al mese2. La Valeo, altra multinazionale francese attiva nell’industria dell’automotive, avrebbe sottoscritto un’intesa con altre società (circa cento) sempre per la dronistica militare. Un’iniziativa simile a quella del gruppo tedesco Schaeffler (produttore leader a livello mondiale di cuscinetti volventi e prodotti lineari, rinomato fornitore del settore automobilistico), che per produrre droni ha firmato un memorandum con la startup militare specializzata Helsing3. L’azienda italiana Berco, che produce componenti per veicoli, verrà rilevata dalla Thyssenkrupp e fabbricherà anche veicoli militari4, mentre sono in corso simili trattative con il gruppo Stellantis. Sempre in Italia, la Iveco produce già da tempo veicoli militari ed è stata acquisita pochi giorni or sono da Leonardo5. Proprio il caso della Berco è emblematico, in quanto i lavoratori e la lavoratrici si sono impegnati in oltre duecento giorni di mobilitazione al fine di scongiurare la riduzione delle attività e la chiusura degli stabilimenti. La parziale riconversione dell’azienda a fini bellici, pertanto, è stata opportunisticamente presentata dalla parte datoriale come antidoto alla cassa integrazione e alla disoccupazione. Del resto, gli interventi delle aziende militari – come Leonardo – e delle Forze Armate nelle scuole, negli ITS e nelle Università non servono solo a “normalizzare” la presenza dei militari nella società civile o a convincere i giovani ad arruolarsi ma anche a presentare l’industria militare come volano di un’occupazione di qualità e ben remunerata. Certo, la veridicità di questo aspetto è tutta da dimostrare: storicamente, in Italia, a un incremento della spesa per la Difesa non è mai corrisposto un aumento dell’occupazione, anche perché gli appalti militari che rendono di più sono proprio quelli ad alta intensità di capitale (ossia quelli che fanno largo impiego di tecnologie e macchinari a discapito dell’utilizzo di manodopera)6. Le aziende belliche stanno dunque riuscendo nel tentativo di presentarsi come attori utili e fondamentali nella società del lavoro, al punto che Cingolani, CEO di Leonardo SpA, il mese scorso ha potuto ergersi come paladino delle materie STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) e affermare, davanti a una platea di alcune centinaia di studenti liceali di Roma: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20mila persone, oggi siamo 63mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»7. Lo studio delle materie STEM, la riforma degli istituti tecnico-professionali8 e i tanti accordi per l’insegnamento fra scuole, università, aziende e Forze Armate fanno dunque parte di un’elaborata politica di brand della filiera militare, rappresentando un cavallo di troia contro le spontanee tendenze alla pace dei giovani studenti. Questi vengono surrettiziamente portati ad accettare le attività imprenditoriali di aziende come Leonardo proprio in quanto sinonimo di un’occupazione eccellente e di antidoto alla disoccupazione. Per questo le finalità immorali di tali aziende vengono taciute o sminuite davanti a tanti giovani preoccupati per il loro futuro e bisognosi di un lavoro decente. All’interno di questa strategia la riconversione industriale di molte imprese verso il militare rappresenta un tassello fondamentale, necessario per rafforzare la filiera bellica, ed è del resto un passaggio obbligato della politica economica di un Paese capitalista come l’Italia. Per questo motivo il Governo Meloni, all’interno del cosiddetto “maxi-emendamento” alla Finanziaria per il 2026, ha inserito un comma che delega al Ministero della Difesa e a quello per le Infrastrutture e i Trasporti l’emissione di uno o più decreti «finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa», con l’obiettivo «di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi, di materiale bellico e sistemi d’arma»9. La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è la seguente: per quali motivi sono le industrie automobilistiche quelle più frequentemente riconvertite? Innanzitutto, in linea di massima nel settore dell’automotive le innovazioni tecnologiche rivestono un ruolo di grande importanza, ma sono importate dall’esterno: alcuni settori – come per l’appunto l’automotive, ma anche il chimico o i servizi finanziari – non hanno più un tasso di innovazione molto elevato e pertanto tendono a “inglobare” nuove tecnologie nei processi produttivi soltanto quando vengano sviluppate a latere, in altri settori, e solo in un secondo tempo “trasferite”10. Pertanto risulta utile dirottare parte della produzione verso il settore militare, che presenta un tasso di innovazione decisamente superiore e che, di conseguenza, potrebbe avere un effetto positivo sull’economia dell’industria automobilistica civile. Una seconda spiegazione è data dal fatto che l’automotive ha molto in comune con l’industria militare, in particolare in riferimento a microchip, componentistica meccanica, sistemi digitali e manifatturieri che trovano impiego duale sia su veicoli civili che bellici. Un’ulteriore ragione, infine, sta nelle difficoltà che le industrie automobilistiche europee stanno attraversando a causa del calo delle vendite e della produzione (sottoutilizzo della capacità industriale, che nel 2023 si attestava attorno al 60% della produzione potenziale)11 e, nello specifico, della debolezza della domanda di auto elettriche nei Paesi UE. In tutto ciò, come notato dalla rivista specializzata Quattroruote, «l’incremento della spesa pubblica per la difesa e l’accesso agevolato ai fondi europei fungono da catalizzatori, rendendo attrattiva la riconversione degli impianti delle aziende automobilistiche»12. Nel frattempo la cittadinanza non viene informata e per questo resta del tutto ignara dei processi di riconversione, dei quali non è sempre facile far emergere il disegno di coerenza complessivo. Non è casuale che numerose notizie vengano sottaciute in maniera regolare, al punto che in alcuni casi le aziende in fase di riconversione non emettono alcun comunicato stampa. Tutto avviene in religioso silenzio nel nome dei principi di riservatezza e segretezza a cui sono vincolati i lavoratori dipendenti, e la cui violazione è perseguita con il Codice Penale il quale prevede sanzioni severissime. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 S. Ash, L. Pitel, K. Inagaki, German ‘city of peace’ wrestles with weapons pivot to save VW jobs, «Financial Times», 27th March 2026. 2 Reuters, Renault partners with Turgis Gaillard on military drones, 20th January 2026. 3 Cfr. FY 2025 Schaeffler AG earnings, The motion technology company, 3rd March 2026, p. 14. 4 MIMIT, Comunicato stampa: Berco: azienda conferma al Mimit il piano di risanamento e nuovi investimenti per lo stabilimento di Copparo, 25 marzo 2026. 5 Leonardo, Comunicato stampa: Leonardo finalizza l’acquisizione del business difesa di Iveco, 18 marzo 2026. 6 Cfr. D. Sarasa-Flores, A. García Serrador, C. Ulloa Ariza, Buy Guns or Buy Roses: EU Defence Spending Fiscal Multipliers, SUERF Policy Brief | No. 1209, 10th July 2025. 7 Fondazione Leonardo, Comunicato stampa: STEM, le tecnologie che aprono le porte del futuro. L’evento al Centro espositivo Leonardo, 2 febbraio 2026. 8 Cfr. F. Giusti, E. Gentili, La riforma degli istituti tecnico-professionali al suo primo banco di prova, 15 Luglio 2025, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_riforma_degli_istituti_tecnicoprofessionali_al_suo_primo_banco_di_prova/42819_61925/. 9 L. 199/2025, art. 1, c. 280. Al momento attuale tuttavia non risultano ancora decreti ministeriali attuativi di questo comma, nemmeno in fase preparatoria (schemi, bozze, ecc.). 10 Cfr. M. Draghi, The future of European competitiveness, Part B: In-depth analysis and recommendations, p. 235. 11 Cfr. Institute for Energy Research, Many of Europe’s Car Factories Are Underutilized, 2nd October 2024. 12 A. Ascione, Renault entra nella difesa: 600 droni al mese. E altre Case auto sono già pronte, «Quattroruote», 12 febbraio 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Emilia-Romagna, le radici globali della riconversione bellica. Prima parte
Il grande cambiamento che caratterizza l’attuale fase storica non riguarda solo l’ordine internazionale, ma si riflette in profondità anche nelle trasformazioni dei nostri territori. Le mutazioni geopolitiche, dalla crisi dell’egemonia americana al riarmo europeo, non sono eventi lontani, che ci riguardano solamente se ci imbarchiamo in speculazioni teoriche, ma processi che si traducono concretamente in scelte economiche, industriali e ambientali su scala locale. È utile, dunque, ricostruire il legame tra le grandi trasformazioni globali e un caso specifico di riconfigurazione produttiva: quello dell’Emilia-Romagna. Regione strategica per il suo peso manifatturiero, logistico e infrastrutturale, l’Emilia-Romagna si trova oggi al centro di un processo di riarmo “indiretto” che passa per la riconversione industriale, l’espansione delle aziende che producono materiale dual-use e una nuova centralità della logistica per il loro transito. Leggere il territorio regionale alla luce di questi fenomeni consente di comprendere come le dinamiche della guerra globale possano modellare lo sviluppo locale e ridefinire le priorità economiche e politiche. Questo legame tra trasformazioni globali e riconfigurazione locale non è un’eccezione, ma il riflesso di una crisi sistemica e per comprenderne le radici, è necessario partire dagli squilibri che stanno ridisegnando l’ordine internazionale. Il crollo dell’egemonia USA Il più rilevante tra questi squilibri è senza dubbio il declino dell’egemonia statunitense, un processo che sta scuotendo le fondamenta stesse del sistema globale. Gli Stati Uniti, con un debito pubblico record[1] e il progressivo disimpegno militare dall’Iraq all’Afghanistan, non riescono più sostenere il loro storico ruolo di “controllori” della sicurezza mondiale. La crisi è strutturale: il sistema di egemonia a credito, fondato sul dollaro come valuta globale e su 800 basi militari nel mondo, è in declino: Cina e Giappone riducono l’acquisto di titoli di Stato USA[2], Trump e Biden accelerano il ritiro dal Medio Oriente e minacciano tagli alla NATO[3] e l’Unione Europea, di fronte a questo scenario, promuove la spesa militare come leva di rilancio economico, secondo una logica di keynesismo militare[4]. Il ruolo da protagonista dell’UE all’interno della guerra in Ucraina e nel sostegno diretto e indiretto al genocidio palestinese attraverso il complesso militare-industriale ne è un esempio.  L’eredità italiana della NATO Le aziende italiane  hanno beneficiato per decenni dell’imperialismo statunitense: ENI ha sfruttato i giacimenti petroliferi in Iraq[5] e Libia[6] dopo le guerre NATO; Leonardo (ex Finmeccanica) ha fornito elicotteri e tecnologia militare[7]; Impregilo[8] (oggi Webuild) ha costruito infrastrutture in teatri di guerra. Ora, con i riassetti degli equilibri geopolitici, si rende necessario pensare a un imperialismo autonomo, grazie al quale il capitale si possa nuovamente valorizzare: è così che le aziende italiane, soprattutto in Emilia-Romagna, iniziano a convertire le filiere industriali per servire la nuova domanda militare. Il caso dell’Emilia-Romagna Tra le regioni più sviluppate dal punto di vista manifatturiero, oggi l’Emilia-Romagna si trova al centro di dinamiche di riconversione legate all’integrazione nelle nuove catene del valore della difesa europea. In particolare, la crisi strutturale dell’automotive europeo, combinata con la prospettiva di incentivi pubblici diretti all’industria della difesa, sta creando le condizioni per un passaggio dal paradigma della sostenibilità a quello della “resilienza bellica”; così come in passato le imprese italiane hanno saputo inserirsi nei circuiti dell’espansione NATO, oggi le aziende emiliane si preparano a rispondere alla nuova domanda militare, offrendo competenze in settori chiave come la meccanica di precisione, l’elettronica, la robotica e la logistica. Riconversione industriale Sempre più aziende in Italia colgono il cambiamento dei tempi e vedono nel settore della difesa un’opportunità di ricchezza; è così che il comparto industriale dell’automotive e della componentistica si avvia verso la riconversione al settore bellico, in grado di garantire profitti e di assicurare a molti un posto all’interno del panorama economico internazionale. Se in Emilia-Romagna questo avviene, è perché nel tempo le amministrazioni regionali hanno creato un ecosistema quanto meno favorevole, se non ottimale, per il prosperare di industrie interessate all’inserimento nel settore della difesa. La creazione del consorzio Anser è un esempio lampante del ruolo che l’attore pubblico ha ricoperto in questo processo. Sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna e da Confindustria, promuove l’internazionalizzazione di aziende riconvertite come Curti, attiva nella produzione di componenti per elicotteri militari e carri armati, o la sua controllata Npc, impegnata nella realizzazione di nanosatelliti anche per usi militari. Altre realtà come Bucci Composites, Poggipolini e Tekne Srl hanno seguito lo stesso percorso, passando da settori ad alta tecnologia civile a fornitori strategici per colossi dell’aerospazio e della difesa, sia italiani che internazionali, grazie anche all’inserimento all’interno del consorzio. A completare la costellazione di attori istituzionali che sostengono il processo di riconversione c’è l’Università di Bologna, che garantisce collaborazione con il progetto attraverso la creazione di master e corsi di laurea ad hoc, e attraverso l’inserimento nel management del consorzio di professori universitari di Unibo[9]. Proprio quest’anno la Bologna Business School ha deciso di ideare un nuovo master di 12 mesi dedicato alla “New Space Economy”. La pagina istituzionale del corso e la locandina di un evento di presentazione, chiamato “L’innovazione al servizio dell’integrazione economica tra Emilia-Romagna e Francia”, chiariscono quali sono i protagonisti della riconversione in senso bellico dell’apparato produttivo emiliano-romagnolo e quali sono i suoi attori privati e pubblici: “aziende leader nel settore aerospaziale, sia in ambito produttivo (Poggipolini S.p.A.; Zephyr S.r.l.; AdapTronics S.r.l.; Galvani Power S.r.l.) che economico (consorzio ANSER-AeroNautics and Space in Emilia-Romagna)[10], interagiscono con colossi internazionali come Airbus, Leonardo, Dassault Aviation e Thales Alenia Space[11]. La Regione Emilia-Romagna è dunque protagonista in questo processo: la maggior parte delle accelerazioni in questo senso avvengono poco prima dell’abbandono del ruolo di presidente di regione da parte di Stefano Bonaccini, il quale continua a occuparsi delle relazioni con attori economici interessati alla riconversione industriale anche nella nuova veste di parlamentare europeo. Oltre ad aver votato senza esitazione e sostenuto pubblicamente il piano Rearm Europe presentato dalla Commissione Europea, Bonaccini ha partecipato anche a diversi incontri con portatori di interesse[12] di aziende dell’automotive attratte dalla possibilità di riconvertirsi in senso bellico: Volkswagen, il cui AD ha specificato di essere pronto a contribuire al riarmo[13], IVECO, la più grande casa produttrice di automezzi militari in Italia, Autopromotec, grandissima fiera di componentistica che potrebbe beneficiare in modo importante delle commissioni di aziende interessate al riarmo. Mentre l’Unione Europea accelera il suo riarmo, abbiamo visto come l’Emilia-Romagna si stia lentamente trasformando in un laboratorio di riconversione produttiva, dove la domanda militare ridefinisce priorità industriali e infrastrutturali. [1] Per una lucida analisi di Emiliano Brancaccio: https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2025/03/10/momento-lenin-trump-cina-europa-riarmo/. [2] https://www.ft.com/content/fdad7e0b-aa23-4b7b-8f1a-fc1d48468631. [3] https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/07/donald-trump-nato-alliance-us-security-support. [4] https://www.progettometi.org/analisi/dal-welfare-al-warfare-il-keynesismo-militare/. [5] https://www.pressenza.com/it/2025/04/dalliraq-a-falconara-lodissea-di-un-barile-di-petrolio-prima-parte/. [6] https://www.eni.com/en-IT/actions/global-activities/libya.html. [7] https://www.peacelink.it/disarmo/eldorado-afghanistan-per-finmeccanica [8] https://reports.salini-impregilo.com/it/2014-fy/relazione-gestione/andamento-gestione-area-geografica/libia [9] https://www.anser-it.it/management/dario-modenini/. [10] https://www.bbs.unibo.it/master-business-management-new-space-economy/#gref [11] https://www.linkedin.com/posts/anser-aeronautics-and-space-in-emilia-romagna_grazie-ad-anna-masutti-per-questo-interessantissimo-activity-7312931072529342466-mp4b?originalSubdomain=it [12]”https://www.europarl.europa.eu/meps/en/257108/Stefano_BONACCINI/meetings/past#mep-card-content”>https://www.europarl.europa.eu/meps/en/257108/Stefano_BONACCINI/meetings/past#mep-card-content [13] https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/03/12/volkswagen-riarmo-produzione-veicoli-militari/7911478/. Emiliano Palpacelli
May 20, 2025
Pressenza