89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni
Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli
eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non
ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo
passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è
stata sempre rimossa dai nostri governanti.
A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni
scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha
avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno,
neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali.
La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A
differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto
non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione
collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel
nostro Paese.
Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal
presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la
restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea,
Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese
alla sconfitta del nazifascismo.
Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura
fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli
investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie,
accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa
verso l’autogoverno.
La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni
territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di
guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano
resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.
Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici,
soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il
generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.
Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla
Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i
quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed
Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi.
Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della
documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione
solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi
chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una
brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili
inermi.
Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali
responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la
richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini.
Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1°
novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo
Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per
aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al
termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della
Repubblica di Salò.
Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma
scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della
carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare
le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza
onoraria del MSI.
Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate
italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini,
utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del
1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65
bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre,
Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.
Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19
febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva
come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette
morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito.
La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido
Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire
armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero
trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a
colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti,
tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date
a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.
A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui,
su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza
copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio.
Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale
furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi
anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400
e 2000.
Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini,
avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani
in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né
restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito
italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non
apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di
oggi.
Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia
fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco
Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte
ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a
Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione
Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo
d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il
macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.
Mario Pizzola