Tag - sace

ONDA ANOMALA: ITALIA CONTROCORRENTE SU RINNOVABILI E CONSUMO DEL SUOLO
“Onda Anomala” notizie eventi e movimenti dal clima che cambia, trasmissione quindicinale in onda il martedi alle 18.45 all’interno della “Cassetta degli attrezzi” e in replica il giorno seguente alle 6.30. Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo. Il 7 ottobre il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la proposta di Piano di ripristino della natura (Pnr). La bozza del piano, presentata in ritardo dal Ministero dell’Ambiente (MASE) alla Commissione Europea, ha subito pesanti modifiche: ben 15 delle 23 misure inizialmente proposte dall’ISPRA sono state completamente cancellate, con un drastico indebolimento dei vincoli ecologici, specialmente nelle aree urbane. Su questo abbiamo raccolto l’analisi di Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale al Politecnico di Milano ed editorialista di Altreconomia.Ascolta o scarica  Quali in particolare le modifiche contestate? L’analisi si concentra in particolare sull’Articolo 8, relativo al ripristino degli ecosistemi urbani: molte disposizioni vincolanti sono state declassate a semplici suggerimenti, trasformando i verbi legali da “devono” a “possono” o “si auspica”. Quello che era inizialmente una depavimentazione obbligatoria, vale a dire misure stringenti che miravano a rimuovere l’asfalto e il cemento per restituire suolo alla natura (ad esempio nei cortili scolastici) sono state ridotte a “deimpermeabilizzazioni” facoltative. Pileri evidenzia come questo forte ridimensionamento sia nato anche dal pressing dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e dei costruttori, preoccupati che l’introduzione di nuovi vincoli potesse bloccare i piani urbanistici esistenti e le trasformazioni edilizie già consolidate. Pileri definisce questa scelta “antistorica”. Senza misure vincolanti di depavimentazione e tutela del suolo, i 2.761 Comuni italiani coinvolti si troveranno privati di uno scudo legale per respingere le speculazioni dei privati e saranno esponenzialmente più vulnerabili ai danni economici e idrogeologici causati dagli eventi climatici estremi. Italia controcorrente anche sulle rinnovabili: mentre a livello globale aumentano i sussidi alle rinnovabili SACE alimenta gli extra-profitti fossili. Come? Ce lo spiega Simone Ogno di ReCommon. Ascolta o scarica  Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva uno studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil\&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese Total Energiese. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e anche Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. In sostanza invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti in atto. Onda Anomala: Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo Ascolta o scarica 
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili
Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva  un nuovo studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La policy di SACE sui finanziamenti alle fossili è del tutto inadeguata rispetto a quanto prevede la Clean Energy Transition Partnership, iniziativa a cui l’Italia ha aderito durante la conferenza sul clima di Glasgow del 2021, tanto che è stato possibile finanziare progetti di esplorazione e produzione di gas fino al gennaio del 2026, mentre le esenzioni esistenti potrebbero posticipare ulteriormente la scadenza, come abbiamo già visto con il sostegno finanziario alla Fase 3 del progetto di gas Sakarya in Turchia. Per quanto riguarda il finanziamento in corso dei progetti midstream gas (trasporto e stoccaggio), attualmente non esiste una scadenza entro la quale i finanziamenti debbano terminare, in quanto è “ancora da definire”. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese TotalEnergies e nonostante le preoccupazioni espresse da vari esperti ONU sui finanziamenti al progetto Coral North FLNG del Cane a sei zampe. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. «Invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti in atto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «Interrompere il sostegno di SACE al comparto fossile è una delle maniere più immediate per rompere la dipendenza italiana da petrolio e gas e, di conseguenza, la spirale di inflazione. Si favorirebbero così politiche che portino beneficio alle fasce più vulnerabili della popolazione e non alle tasche di pochi», conclude Ogno. Re: Common
October 14, 2026
Pressenza
Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili.
Roma, 14 ottobre 2026 – Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva  un nuovo studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Download Finanziamenti pubblici dei paesi del G20 al settore energetico: il caso dell’Italia REPORT PDF | 332.81 KB Scarica il fact sheet (ITA) Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La policy di SACE sui finanziamenti alle fossili è del tutto inadeguata rispetto a quanto prevede la Clean Energy Transition Partnership, iniziativa a cui l’Italia ha aderito durante la conferenza sul clima di Glasgow del 2021, tanto che è stato possibile finanziare progetti di esplorazione e produzione di gas fino al gennaio del 2026, mentre le esenzioni esistenti potrebbero posticipare ulteriormente la scadenza, come già visto con il sostegno finanziario alla Fase 3 del progetto di gas Sakarya in Turchia. Per quanto riguarda il finanziamento in corso dei progetti midstream gas (trasporto e stoccaggio), attualmente non esiste una scadenza entro la quale i finanziamenti debbano terminare, in quanto è “ancora da definire”. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese TotalEnergies e nonostante le preoccupazioni espresse da vari esperti ONU sui finanziamenti al progetto Coral North FLNG del Cane a sei zampe. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. «Invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti armati in atto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «Interrompere il sostegno di SACE al comparto fossile è una delle maniere più immediate per rompere la dipendenza italiana da petrolio e gas e, di conseguenza, la spirale di inflazione. Si favorirebbero così politiche che portino beneficio alle fasce più vulnerabili della popolazione e non alle tasche di pochi», conclude.
October 14, 2026
ReCommon
Clima: se Overshoot vuol dire disastro programmato
di Mario Sommella (*)   Un grado e mezzo non è evaporato: è stato speso Il rapporto delle Nazioni Unite sull’overshoot certifica il superamento della soglia di Parigi. Quella soglia non si è consumata da sola: è stata bruciata da decenni di sussidi pubblici alle fonti fossili, di rendite protette e di rinvii spacciati per prudenza 1. Nairobi, 2 settembre Ci
September 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Finanziamenti fossili, l’Italia parla turco
Pubblicato su Il Manifesto, 14/05/26 C’è un filo rosso che unisce la guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, «la più grande scoperta di gas nel Mar Nero» e gli interessi italiani: si chiama «sicurezza energetica». NELL’ESTATE DEL 2020, la Turchia annunciò un’importante scoperta di gas nel Mar Nero, al largo della costa di Zonguldak: il Sakarya Gas Field, con riserve pari a 710 miliardi di metri cubi. Sulla carta, una vera e propria manna dal cielo per un Paese avido di risorse energetiche, in buona parte importate dall’estero. Sakarya incarna ogni ambizione autarchica della Turchia, a partire da quella di affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo, fino a presentarsi sul mercato globale come potenziale esportatore. DAI POZZI SOTTOMARINI, IL GAS ARRIVA sulla terraferma all’impianto di Filyos attraverso un gasdotto di circa 170 chilometri posato a 2.200 metri di profondità. Il trasporto e l’installazione dell’infrastruttura è in capo a Saipem, principale società ingegneristica italiana nel settore petrolio & gas, i cui azionisti di riferimento sono Eni e Cassa Depositi e Prestiti. MA SAIPEM NON È L’UNICA ENTITÀ ITALIANA impegnata a sostenere il settore del gas turco. A maggio 2023 Sace, l’agenzia italiana di credito all’esportazione, rilasciò una garanzia sui prestiti per la prima fase del progetto del valore di 243 milioni di dollari, proprio per facilitare l’operatività di Saipem. A dicembre 2024, l’agenzia concesse una seconda garanzia da circa 660 milioni di euro per la fase due e ora sembrerebbe pronta a procedere con una terza tranche di sostegno, come riportato sul suo sito istituzionale. Per comprendere meglio come opera Sace, va evidenziato come sia controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e lavora attraverso il cosiddetto «derisking dell’investimento»: un’assicurazione pubblica che rimborsa aziende o banche finanziatrici in caso di fallimento del progetto. In entrambi i casi, l’intervento avviene con soldi pubblici. Lo stato italiano sta quindi aiutando la Turchia a sviluppare il suo settore energetico attraverso l’impegno di denaro pubblico, per di più in un momento di grande incertezza dovuta dalle crisi energetica in corso. E non tutto sembra procedere per il verso giusto. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7] SE NELL’APRILE DEL 2023, poco prima delle elezioni presidenziali, il già presidente Recep Tayyip Erdogan inaugurò in pompa magna l’arrivo dei primi metri cubi a Filyos, enfatizzando la velocità di realizzazione del progetto e riservando stoccate a giganti come Shell e BP che avevano fallito i precedenti round esplorativi, in seguito le cose non sono andate secondo i piani. GIÀ NEL 2024 ANKARA AVEVA RIVISTO al ribasso l’impatto della seconda fase di Sakarya, posticipando al 2026 l’obiettivo di 20 di milioni di metri cubi (mmc) giornalieri. Tuttavia, secondo i dati aggiornati a febbraio 2026 dell’Autorità di regolazione energetica, si evince che nel 2025 la media giornaliera si è fermata a 7,7 mmc, salendo appena a 8,2 nei primi due mesi di quest’anno. Il progetto non solo è in ritardo sulla seconda fase, ma non soddisfa nemmeno le stime della prima (10 mmc al giorno), ufficialmente conclusa. Inoltre, l’Italia non ha beneficiato di un solo metro cubo di gas estratto al largo delle coste turche, e mai lo farà. NONOSTANTE CIÒ, COME GIÀ ACCENNATO, Sace potrebbe rilasciare a breve una terza garanzia per agevolare ulteriormente Saipem. Un’operazione che da un lato si inserisce nel solco della relazione speciale tra Sace e il settore fossile, e dall’altro è in aperto contrasto con quanto la stessa agenzia e il governo avevano promesso alla COP26 di Glasgow, in Scozia, a novembre 2021. A quel vertice l’Italia si era impegnata a cessare il sostegno pubblico ai combustibili fossili entro la fine del 2022, firmando la Clean Energy Transition Partnership, meglio conosciuta come Dichiarazione di Glasgow. La policy climatica di Sace scaturita da quell’impegno è però così debole da fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto al mondo. Il supporto alla terza fase di Sakarya violerebbe persino questa debole policy, che esclude garanzie per esplorazione e produzione di gas dal 1 gennaio 2026. Per quanto esistano clausole di eccezione per quei progetti orientati al rafforzamento della sicurezza energetica italiana, i numeri di Sakarya non bastano neppure per quella turca. NON È SOLO UNA QUESTIONE CLIMATICA e ambientale, ma di gestione delle risorse pubbliche. Un progetto che rende meno delle aspettative aumenta il rischio di insolvenza delle società coinvolte. La crisi energetica derivante dalla guerra all’Iran rischia poi di aumentare la dipendenza italiana dalle fonti fossili, con pesanti impatti economici sulle fasce più vulnerabili della popolazione. Tuttavia, dietro il mantra della sicurezza energetica sembrano materializzarsi anche operazioni che niente hanno a che fare con l’effettivo fabbisogno di gas, quanto con il vantaggio per le tasche delle multinazionali. Alcune rese possibili da enti pubblici come Sace.
May 14, 2026
ReCommon
ENI Coral North FLNG. ReCommon: «Soldi pubblici per l’ennesimo progetto fossile»
ReCommon denuncia il potenziale conflitto d’interesse all’interno dell’assicuratore pubblico italiano SACE, pronto a finanziare il progetto Coral North FLNG di ENI in Mozambico sebbene nel suo consiglio d’amministrazione sia presente anche un membro del CdA del Cane a sei zampe, Cristina Sgubin, appena confermata dall’assemblea degli azionisti svoltasi a porte chiuse lo scorso 6 maggio.   L’agenzia di credito all’export italiana negli ultimi giorni ha comunicato sul suo sito di aver ricevuto «domanda di copertura assicurativa per il progetto Coral North  Development, che riguarda la realizzazione e l’esercizio di un impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e l’esportazione di gas naturale (Floating Liquefied Natural Gas – FLNG)». La piattaforma galleggiante sorgerebbe al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da più di nove anni di un conflitto armato fra l’esercito di Maputo e insorti che si dichiarano affiliate allo Stato islamico.  L’infrastruttura è di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da novembre 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri l’una dall’altra. In merito a Coral South FLNG, nel marzo 2025 ReCommon aveva rivelato nel suo rapporto “Fiamme Nascoste” che l’impianto era stato protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022. Il tutto si evinceva dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, dati non adeguatamente riportati dalla compagnia petrolifera. Le analisi alimentano anche il sospetto che le immagini della piattaforma sul sito istituzionale di Eni possano essere state ritoccate per rimuovere le fiamme associate al flaring e conferire una veste “più green”.   Sempre a proposito di conflitto di interesse, la puntata della trasmissione della RAI Report dello scorso 10 maggio ha rivelato come l’operazione per l’acquisto da parte del Gruppo San Donato di una parte della sanità polacca, per un esborso di 600 milioni di euro, fosse segnata da una forte anomalia: era stata garantita dalla SACE, nonostante il Vice-presidente fosse all’epoca Ettore Sequi, figura apicale della fondazione che fa capo a Kamel Ghribi, “timoniere” proprio del Gruppo San Donato.    Va inoltre ricordato che lo scorso marzo esperti delle Nazioni Unite hanno fortemente criticato il sostegno finanziario di 150 milioni di dollari accordato al progetto Coral North FLNG dalla Banca africana di sviluppo, rimarcando che l’opera «rischia di aggravare le violazioni dei diritti  umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già  scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie  rinnovabili». Gli esperti hanno espresso la loro convinzione che l’opera possa esacerbare indirettamente le tensioni causate dal  settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. «Da tre anni SACE e il governo continuano a farsi gioco degli impegni internazionali, impegnando in questo lasso di tempo 3,97 miliardi di euro di soldi pubblici per progetti fossili che niente hanno a che fare con la sicurezza energetica italiana» ha commentato Simone Ogno di ReCommon. «Si fa sempre più forte il sospetto che l’operatività della principale agenzia pubblica italiana sia orientata alla sola tutela del profitto delle multinazionali, a scapito dei bisogni della collettività. È arrivato il momento che il Parlamento ponga fine a questo scempio» ha concluso Ogno. Re: Common
May 13, 2026
Pressenza
SACE pronta a finanziare il progetto gasiero di ENI Coral North FLNG in Mozambico. ReCommon: «Soldi pubblici per l’ennesimo progetto fossile, per giunta macchiato da un potenziale conflitto di interesse»
Roma, 13 maggio 2026 – ReCommon denuncia il potenziale conflitto d’interesse all’interno dell’assicuratore pubblico italiano SACE, pronto a finanziare il progetto Coral North FLNG di ENI in Mozambico sebbene nel suo consiglio d’amministrazione sia presente anche un membro del CdA del Cane a sei zampe, Cristina Sgubin, appena confermata dall’assemblea degli azionisti svoltasi a porte chiuse lo scorso 6 maggio.  L’agenzia di credito all’export italiana negli ultimi giorni ha comunicato sul suo sito di aver ricevuto «domanda di copertura assicurativa per il progetto Coral North  Development, che riguarda la realizzazione e l’esercizio di un impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e l’esportazione di gas naturale (Floating Liquefied Natural Gas – FLNG)». La piattaforma galleggiante sorgerebbe al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da più di nove anni di un conflitto armato fra l’esercito di Maputo e insorti che si dichiarano affiliate allo Stato islamico.  L’infrastruttura è di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da novembre 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri l’una dall’altra. In merito a Coral South FLNG, nel marzo 2025 ReCommon aveva rivelato nel suo rapporto “Fiamme Nascoste” che l’impianto era stato protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022. Il tutto si evinceva dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, dati non adeguatamente riportati dalla compagnia petrolifera. Le analisi alimentano anche il sospetto che le immagini della piattaforma sul sito istituzionale di Eni possano essere state ritoccate per rimuovere le fiamme associate al flaring e conferire una veste “più green”.  Sempre a proposito di conflitto di interesse, la puntata della trasmissione della RAI Report dello scorso 10 maggio ha rivelato come l’operazione per l’acquisto da parte del Gruppo San Donato di una parte della sanità polacca, per un esborso di 600 milioni di euro, fosse segnata da una forte anomalia: era stata garantita dalla SACE, nonostante il Vice-presidente fosse all’epoca Ettore Sequi, figura apicale della fondazione che fa capo a Kamel Ghribi, “timoniere” proprio del Gruppo San Donato. Va inoltre ricordato che lo scorso marzo esperti delle Nazioni Unite hanno fortemente criticato il sostegno finanziario di 150 milioni di dollari accordato al progetto Coral North FLNG dalla Banca africana di sviluppo, rimarcando che l’opera «rischia di aggravare le violazioni dei diritti  umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già  scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie  rinnovabili». Gli esperti hanno espresso la loro convinzione che l’opera possa esacerbare indirettamente le tensioni causate dal  settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. «Da tre anni SACE e il governo continuano a farsi gioco degli impegni internazionali, impegnando in questo lasso di tempo 3,97 miliardi di euro di soldi pubblici per progetti fossili che niente hanno a che fare con la sicurezza energetica italiana» ha commentato Simone Ogno di ReCommon. «Si fa sempre più forte il sospetto che l’operatività della principale agenzia pubblica italiana sia orientata alla sola tutela del profitto delle multinazionali, a scapito dei bisogni della collettività. È arrivato il momento che il Parlamento ponga fine a questo scempio» ha concluso Ogno.
May 13, 2026
ReCommon
Il nuovo progetto di ENI in Mozambico fortemente criticato dagli esperti delle Nazioni Unite sui diritti umani
ReCommon condivide le forti preoccupazioni espresse dagli esperti delle Nazioni Unite in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno di Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico. Il progetto portato avanti da ENI consiste in una piattaforma galleggiante progettata per l’estrazione e la liquefazione del gas al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da ormai otto anni di un conflitto fra l’esercito di Maputo e gruppi di insorti. L’opera è di fatto la replica di Coral South FLNG, sempre di ENI, che è invece attiva ed esporta gas liquefatto da novembre 2022. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno affermato gli esperti, che si sono detti anche convinti che Coral North possa esacerbare le tensioni causate dal settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. Gli altri progetti per l’estrazione e il processamento del gas a Cabo Delgado, a partire da Mozambique LNG di TotalEnergies e di Rovuma LNG in capo a ExxonMobil e alla stessa ENI, hanno sofferto infatti di procedure di consultazione pubblica inadeguate, che hanno minato la partecipazione locale alle decisioni chiave del progetto e hanno provocato disagi socio-economici a lungo termine per le comunità che dipendono fortemente dalla pesca, dall’agricoltura e dalle risorse naturali. Nonostante le promesse di creazione di posti di lavoro, gli alti tassi di analfabetismo e l’accesso limitato all’istruzione fanno sì che, secondo quanto riferito, le comunità locali abbiano beneficiato in misura minima delle opportunità di lavoro generate finora. Ciò si è verificato in una regione in cui il conflitto armato ha già causato sfollamenti su larga scala, e dove gli eventi catastrofali associati al cambiamento climatico sono sempre più frequenti e violenti. Gli esperti hanno avvertito che il progetto Coral North FLNG potrebbe avere un impatto climatico significativo, finendo per aumentare le emissioni di gas serra. Un elemento denunciato da ReCommon già a marzo del 2025 con l’inchiesta “Fiamme nascoste”, relativa agli impatti sul clima dell’impianto Coral South FLNG, con un focus particolare sugli episodi di gas flaring e le associate emissioni, entrambi sottostimati dall’azienda italiana. «Siamo profondamente preoccupati dal fatto che una delle principali banche multilaterali di sviluppo finanzi un progetto di questa natura in un momento in cui le conseguenze dannose per l’ambiente e il clima derivanti dall’espansione dei combustibili fossili sono ben note. Le istituzioni finanziarie e le imprese hanno la responsabilità, ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio agli impatti sui diritti umani legati alle loro attività e relazioni commerciali» hanno dichiarato gli esperti. Il monito degli esperti delle Nazioni Unite parla esplicitamente di Coral North FLNG ed è indirizzato all’AfDB, ma la platea a cui si rivolge tra le righe è molto più ampia. TotalEnergies è coinvolta in due procedimenti giudiziari: il primo per omicidio colposo e mancata assistenza di persone in pericolo, il secondo per complicità in crimini di guerra. Il sito su cui dovrebbe sorgere il progetto della multinazionale francese è in condivisione con Rovuma LNG di ExxonMobil ed ENI. Elementi, quelli relativi a Coral North FLNG e agli altri progetti estrattivi nell’area, che non devono essere trascurati dagli sponsor finanziari internazionali delle infrastrutture, sia quelli confermati che quelli potenziali. La decisione della Banca africana di sviluppo appare in contrasto con la sua Strategia sul cambiamento climatico e la crescita verde 2021–2030, con il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sul cambiamento climatico e con l’imperativo, sancito dal diritto internazionale dei diritti umani, di decarbonizzare le economie nel corso di questo decennio. Gli esperti esortano la Banca a sospendere ogni finanziamento a progetti relativi ai combustibili fossili. «SACE e Cassa Depositi Prestiti hanno deciso di confermare il supporto finanziario a Mozambique LNG nonostante le gravi violazioni dei diritti umani associate al progetto. UBI Banca, ora controllata da Intesa Sanpaolo finanziò Coral South FLNG. Tutte queste istituzioni finanziarie sono in lizza per sostenere con capitali pubblici e privati sia Coral North FLNG che Rovuma LNG», afferma Simone Ogno di ReCommon. «Chiediamo loro di ascoltare il monito degli esperti delle Nazioni Unite e non sostenere finanziariamente questi progetti. Progetti che, guardando al contesto domestico, aggraverebbero la dipendenza italiana dai combustibili fossili, una scelta miope se guardiamo alle ripercussioni energetiche ed economiche derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz in questi giorni», conclude Ogno. Re: Common
March 27, 2026
Pressenza